Nella terra della taranta (dove l’arte sposò il cyborg)

Lascia un commento

I tesori di Galatina, dai dipinti dell’800 alle foto delle donne colpite dal morso del ragno, fino all’avanguardia di Giovanni Valentini

Galatina (Lecce)

La terra della taranta e del tarantismo, «La terra del rimorso» studiata e raccontata dall’antropologo Ernesto De Martino e dalla sua équipe (lo psichiatra Giovanni Jervis, l’etnomusicologo Daniele Carpitella, l’antropologa culturale Amalia Signorelli e il fotografo Franco Pinna), più che quella dei raduni folk della «pizzica» a loop – che pure servono perché fanno stare insieme e fanno ballare tanta gente e portano un po’ di soldi – è questa di Galatina, che si mescola con i 12 comuni limitrofi della Grecìa Salentina, una sorta di enclave linguistica chiamata così perché vi si parla il griko, antico idioma bizantino.

Galatina, 25 mila abitanti, è uno dei centri più belli e più importanti della Terra d’Otranto, che una volta comprendeva, oltre a quella di Lecce, anche le attuali province di Taranto e di Brindisi. La Terra d’Otranto, assieme alla Terra di Bari e alla Capitanata (Gargano, Tavoliere e Subappenino dauno), sono state «le Puglie» fino all’Unità d’Italia, quando diventarono «la Puglia», al singolare, che così venne battezzata anche nell’articolo 131 della Costituzione repubblicana. Una dimostrazione pratica che la teoria dei «confini naturali», molto utilizzata per fare le guerre, è quella che è. Ideologia. E infatti anche un Grande Pugliese come Gaetano Salvemini, che pure durante la Prima guerra mondiale era interventista, ma accettava l’irredentismo «solo come difesa della lingua e della nazionalità italiana», si scagliava contro tutti coloro che «sbraitano di confini naturali». Figuriamoci poi se ai «naturali» si aggiungono e si sovrappongono i confini «amministrativi», come quelli che delimitano le regioni. Non si colgono più né le similitudini né le differenze. E nemmeno la singolarità dei luoghi, che sono come gli individui, l’uno diverso dall’altro, unici.

A «Galatina città d’arte», dunque, ci vieni se vuoi capire com’è profondo e vario il mare, anche se qui il mare non c’è, poiché Galatina è equidistante o equivicina mezz’ora di auto da Gallipoli, mare Jonio, e da Otranto, mare Adriatico.

«L’unicità di Galatina riguarda non solo l’arte e la storia antica, indispensabili, ma anche l’arte e la storia contemporanea, che qui hanno trovato un centro propulsore originale e sono ancora tutte da scoprire», dice Salvatore Luperto, direttore artistico del museo «Pietro Cavoti», in cui sono custodite molte opere di tre galatinesi che tra l’Ottocento e il Novecento hanno lasciato il segno: acquerelli e disegni dello stesso Pietro Cavoti, dipinti di Gioacchino Toma e sculture di Gaetano Martinez, autore dell’inquietante Caino che troneggia in una sala del museo, oltre che della più nota Lampada senza luce, detta La Pupa, una sirena in bronzo che adorna la fontana del centro cittadino. Al «Cavoti» sono esposti anche i quadri di Luigi Caiuli, galatinese, e le fotografie del grande Franco Pinna, sardo – che fu anche fotografo di scena di Federico Fellini -, sul fenomeno delle tarantate, le donne che il morso del ragno, la taranta, secondo la tradizione popolare trasformerebbe in ossessi. Donne che per guarire dalla «possessione», il 29 giugno, giorno dei santi Pietro e Paolo, da ogni angolo della Terra d’Otranto dovevano venire a Galatina, nella cappella di San Paolo, dove si «liberavano» contorcendosi per terra come indemoniate e ballando in maniera sfrenata, persino sull’altare, e davanti a tutti. «Le foto di Pinna sono degli anni Cinquanta, ma questo “rito”, qui, è andato avanti fino a tutti gli anni Settanta – dice Luperto -, come documentano le foto, inedite, e che adesso accosteremo a quelle di Pinna, di un altro artista di Galatina, Giovanni Valentini, non certo uno sconosciuto al mondo dell’arte italiana, morto appena un mese fa».

Valentini è stato esponente di un’avanguardia che nella seconda metà degli anni ‘70 si era spinta molto addentro nei rapporti tra arte e natura, tra naturale e artificiale, e fu anche il primo a usare il termine cyborg, tanto da aderire in seguito al gruppo Ghen, il «movimento arte genetica», che da qui, da Sud, suggerì, dice Luperto, «di guardare alle implicazioni genetiche dell’arte, a quel codice primario che è il battito materno e che il bambino apprende già nel ventre della madre». Con le relative interazioni tra arte, religione e vita sessuale. Esattamente ciò che era stato portato alla luce da De Martino con la riscoperta e lo studio del tarantismo. E che oggi consente al viaggiatore che osservi i nove cicli di affreschi della meravigliosa basilica di Santa Caterina d’Alessandria, di fine Trecento, di comprendere perché – nonostante la «cristianizzazione» dei miti greci e successivamente la «latinizzazione» del cristianesimo greco-bizantino – Galatina non ha mai perso il suo vitale fascino pagano, che ne ha fatto l’epicentro della Terra del rimorso.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 2/8/2021

(Foto di ©Lucia Casamassima)

L’acqua di Bill Viola e le acquasantiere: atti di purificazione

Lascia un commento

Palazzo dei Normanni ospita una sorprendente mostra che fa reagire la videoarte del maestro americano con edicole in pietra, maioliche, paliotti della tradizione culturale siciliana. Una conversazione che unisce sacro e umano

Palermo

Dimentichiamo per un attimo tutto ciò che pensiamo sia «arte concettuale» ed entriamo a Palazzo dei Normanni, dove, nelle sale del Duca di Montalto, dal 9 luglio scorso è aperta al pubblico una mostra affatto particolare, intitolata Purification. Art and Spirituality. Diciamo subito che il titolo e i testi del catalogo in inglese sono una scelta precisa: la mostra tratta temi assoluti e universali, e affinché la comprendano tutti è stato scelto l’inglese, la lingua del mondo. E diciamo anche che si tratta di una mostra che in realtà ne contiene due: la prima, dominata dalle cinque videoinstallazioni di un nome «sacro» dell’arte contemporanea, Bill Viola, maestro della videoarte e della slow-motion; e poi, senza soluzione di continuità, la seconda, allestita con i louterion e le edicole in pietra del V secolo avanti Cristo, le acquasantiere e i bacili in argento cesellato del XV secolo, le maioliche policrome del XVI, i meravigliosi paliotti del XVII, più un’altra grande videoinstallazione – la riproduzione in digitale del mosaico Fiat firmamentu in medio aquarum dalle scene della Creazione della Cappella Palatina – che con un gioco di specchi in alto e in basso proietta lo spettatore nell’alto dei cieli o all’inferno, in entrambi i casi in uno spazio misterioso e infinito. Un’opera che è stata realizzata dai giovani videoartisti siciliani della Sinergie Group e «regge» la presenza di quelle del Maestro Viola.

Senza queste «avvertenze per l’uso» non si capirebbe perché questa è una mostra unica, e perché l’orientamento della Fondazione Federico II, diretta da Patrizia Monterosso, sia quello di preferire l’ideazione e la produzione di grandi mostre «in house» (l’ultima è stata Terracqueo, sul mare Mediterraneo) alla importazione di «mostre pacchetto», suggerite quasi per inerzia attraverso quelle vie che usiamo definire circuiti culturali.

La purificazione è tema spirituale e religioso, ma anche troppo umano, e nelle opere di Bill Viola esposte a Palazzo Reale si compie sempre con l’uomo o con la donna (sette miliardi di Adamo ed Eva) per mezzo dei quattro elementi cosmici, l’Acqua, l’Aria, la Terra, il Fuoco, che annichiliscono l’essere umano ma al contempo lo trasportano in un’altra dimensione, lo trasformano, lo purificano. Di questo «passaggio» l’individuo è testimone diretto, cioè, letteralmente, «martire», e quindi le quattro opere – interpetrate da quattro attori diversi – sono altrettanti martirii e per questa ragione sono intitolate Water, Air, Earth, Fire Martyrs. La quinta opera è il video Tristan’s Ascension, forse il più bello, che riprende il mito dell’infelice amante della regina Isotta morto come lei di dolore a causa del loro amore impossibile. Viola però fa «risorgere» Tristano, che dalla tomba ascende al cielo «al rallentatore» a mano a mano che la pioggia si fa sempre più fitta, fino a quando diventa torrenziale e Tristano esce dallo schermo, sparisce.

I video di Bill Viola sono realizzati come veri e propri film, girati negli studi cinematografici di Los Angeles con cura maniacale per ogni dettaglio e forti della pregressa formazione «classica» che Viola, nato a New York da genitori italiani, ha maturato e introiettato a Firenze negli anni Settanta, quando cominciò ad applicare la tecnica della neonata moviola (ironia dei neologismi e dei nomi propri) ai capolavori del Rinascimento italiano, da Pontormo a Mantegna, ricreandoli dal vivo e «animandoli» con le tecniche sempre più sofisticate a disposizione del cinema, fino a quelle sofisticatissime dell’attuale era digitale che permettono la riproducibilità tecnica di qualunque cosa. La differenza, naturalmente, oltre alla perizia tecnica, la fanno l’idea e il modo in cui opere come queste di Viola giungono allo spettatore. Se poi il contesto in cui vengono esposte è quello di una mostra che fa dialogare la videoarte contemporanea con opere d’arte del passato di un’isola smodatamente ricca di storia e di arte come la Sicilia, attraverso, per esempio, l’elemento cosmico Acqua che per Talete è il principio di tutte le cose, l’effetto spirituale, purificatore, e dunque artistico, è innegabile.

Ma lo è anche l’effetto «digitale», nel duplice senso che il termine evoca, e cioè sia quello della perfezione tecnologica elettronico-informatica di un video di Viola, realizzato da équipe di 30-40 persone, sia nel senso proprio, di qualcosa cioè fatto con le dita delle mani da un numero non minore di artisti del XVII secolo che insieme realizzano – per citare solo un paio dei meravigliosi pezzi in mostra – il Paliotto con belvedere e fons vitae, in taffetas di seta ricamato con fili di seta policromi, grani di corallo e tessuto dipinto, o l’Acquasantiera con Santa Rosalia e il Genio del fiume Oreto,in rame dorato, filigrana d’argento e corallo. Il «concetto» è lo stesso, e l’arte pure.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 25/7/2021

(foto ©Lucia Casamassima)

«Il mare ci salva». I turisti in Salento affollano il paese del gasdotto

Lascia un commento

Melendugno (Lecce)

«Solo il mare ci può salvare. Non ci ha mai tradito. Qui in Salento è stato sempre così, e oggi lo è ancora di più». In queste parole di un vecchietto seduto su una panchina di fronte al mare, che non nuota più da tempo ma viene qui tutte le mattine «a respirare il mare per continuare a star bene», è contenuta la storia passata e presente di Melendugno. Un comune di novemila abitanti che si trova a cinque chilometri dalla costa adriatica e quindi non è bagnato dal mare, ma che grazie alle sue marine – Torre Specchia, San Foca, Roca, Torre Sant’Andrea, Torre Saracena, Torre dell’Orso – è da sempre un simbolo del mare pulito, bello, salutare, magico, oltre che naturalmente preziosa risorsa economica, del Salento e dell’Italia. Un mare che quest’anno ha vinto per la undicesima volta la Bandiera Blu della Fee (Foundation for Environmental Education, organizzazione non profit e non governativa con sede in Danimarca) e anche la Bandiera Verde dei Pediatri italiani perché «a misura di bambino».

Il tratto di costa che va dalle marine di Melendugno a Otranto, la città in cui il sole sorge prima che altrove perché è quella più a Oriente della penisola italiana, e poi a Porto Badisco, Santa Cesarea Terme, Castro Marina, fin giù a Santa Maria di Leuca, fu quello che ammaliò i Turchi, ai quali apparve come un giardino pensile affacciato sul Mediterraneo, che quindi andava assaltato e conquistato. Cosa che avvenne nell’estate del 1480, come racconta il magnifico romanzo L’ora di tutti di Maria Corti, con il massacro per decapitazione di ottocento giovani maschi, i santi martiri di Otranto, le cui reliquie sono custodite nella cattedrale idruntina, decorata dal più grande mosaico pavimentale d’Europa, L’albero della vita, opera del monaco Pantaleone.

La meraviglia di questa fascia costiera è però intaccata dagli spettrali scheletri degli ulivi uccisi dalla Xylella ed è insidiata dal terrore per il Covid, che l’estate scorsa ha tenuto lontani i turisti, anche quelli che qui venivano da trent’anni. Colpiti gli ulivi, Melendugno non sa se potrà ancora dirsi «la città del miele e dell’olio». Vedremo. La lotta con la Xylella non è ancora finita e nessuno si sente già sconfitto. Ma tutti qui, a cominciare dal vecchio seduto di fronte al mare, sanno che assieme a Otranto e all’intero Salento questo non ha mai smesso e non smetterà mai di essere «il posto del mare». Nessun allarme Covid potrà mai mutarne il patrimonio genetico. Esattamente com’è accaduto con l’allarme infondato per il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline), che attraverso una condotta sottomarina nel Canale di Otranto trasporta il metano dell’Azerbaigian dal Mar Caspio alla marina di San Foca, dove nessun bagnante ne avverte la presenza e chiunque può con i propri occhi rendersi conto dell’inesistente «impatto ambientale», per la semplice ragione che il «tubo del gas» è interrato a venti metri e, sempre a questa profondità, raggiunge la stazione di decompressione costruita nell’entroterra di Melendugno.

Questa è dunque l’estate della rinascita per il mare delle undici Bandiere Blu. Rinascita economica e psicologica, ritorno della fiducia che sconfigge la paura e affermazione della forza della natura che sconfigge la malattia, come dice il vecchio seduto di fronte al mare, e come testimoniano le spiagge affollate e i volti scoperti e sorridenti degli adulti e dei bambini che si immergono nelle acque verdi e blu dei «Caraibi del Salento», i ristoranti e gli alberghi pieni, le strade dei borghi non più deserte, le feste patronali e le sagre di nuovo brulicanti di gente, le file delle bancarelle. La vita. Il Salento, questa estate, è dopo la Sardegna la meta preferita dagli italiani. Nonostante tutto. Nonostante l’allarme lanciato da Antonella De Gregorio di Federalberghi: «E’ una situazione fantozziana questa che ci permette di andare a Ibiza ma non di muoverci liberamente in Italia». E nonostante il brusio fastidioso delle nuove parole entrate di forza nelle conversazioni quotidiane – sì vax, no vax, sì mask, no mask, lockdown, coprifuoco, dpcm, tampone, positivo, negativo, dose, greenpass… – che adesso, forse, per fortuna, le onde del mare porteranno via dolcemente, come il canto delle sirene.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 17/7/2021

(foto @Lucia Casamassima)

Ligabue vola a New York. Le sue opere al Metropolitan Museum

Lascia un commento

Arte / Il pittore in mostra ora a Ferrara e a Parma sarà protagonista di un’esposizione a Manhanattan

Ferrara

«Un giorno finirò nei più grandi musei del mondo», diceva di sé Antonio Ligabue quando ancora era per tutti Toni al mat, il matto. La sua non era una profezia frutto di presunzione, o come tutti pensavano, di una mente malata, perché Antonio Ligabue non era pazzo, ma era epilettico, nonostante sia stato trattato come un matto anche da un punto di vista sanitario, fino all’elettroshock. Una pratica sperimentata per la prima volta in Italia, e poi anche su di lui nel manicomio di Reggio Emilia. Tuttavia, nemmeno le potenti scariche elettriche di quell’apparecchio infernale riuscirono ad addomesticare l’uomo e a spegnere l’artista, poiché Ligabue era un genio, solo che lui lo sapeva e tutti gli altri no.

Toni al mat, questo è sicuro, percepiva la sua infelicità allo stesso modo del suo originale ed esplosivo talento. Era tanto infelice quanto fiducioso nel proprio genio. È stata questa convinzione a farlo resistere fino alla fine dei suoi giorni e a permettergli di ribadire ovunque, incurante dell’irrisione che gli toccava subire, quella sua profezia.

Le opere di Antonio Ligabue, uno dei più grandi artisti del Novecento, finora sono state esposte nelle principali città italiane e, all’estero, due volte a Parigi, e poi a Strasburgo, a Zurigo, ad Amburgo, a Lugano, a Toronto e a Mosca. «Adesso, finalmente, esporremo Ligabue al Metropolitan Museum di New York», ha annunciato l’altra sera Augusto Agosta Tota dal palco del Teatro comunale di Ferrara, dove si è discusso della figura dell’artista di Gualtieri davanti a quattrocento persone con lo stesso Agosta Tota, presidente della Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Ferrara Arte, il critico d’arte Marzio Dall’Acqua, Moni Ovadia, direttore del Teatro comunale, e l’assessore comunale alla Cultura, Marco Gulinelli. L’annuncio di Agosta Tota è avvenuto «in diretta» appena prima della proiezione del film Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, con Elio Germano nel ruolo di Ligabue, e ha sorpreso gli stessi organizzatori della manifestazione e della mostra Antonio Ligabue. Una vita d’artista allestita a Palazzo dei Diamanti, subito sospesa dopo l’inaugurazione a causa del Covid e ora riaperta e prorogata fino al 18 luglio. Così come è stata prorogata, ma a Parma, a Palazzo Tarasconi fino al 29 agosto, l’altra mostra Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla natura, a riprova del grande interesse e della immediata risposta di pubblico ogni volta che si tratti della figura e delle opere di Ligabue. E questo anche perché, come sostiene Sgarbi, «Ligabue piace alle persone semplici e persino ai bambini e non è inquadrabile in uno stile o in una corrente pittorica».

La mostra di Palazzo dei Diamanti, molto ben curata da Marzio Dall’Acqua e Pietro Di Natale, con i suoi settantasette dipinti, dieci disegni a matita su carta e venti sculture in bronzo, testimonia tutta la grandezza, la potenza e l’unicità di Ligabue, che se non fosse stato tradito da una paralisi al braccio destro a sessantadue anni (morirà tre anni dopo, nel 1965) avrebbe continuato a stupire il mondo con le sue bestie feroci in giungle inventate, i circhi equestri, i suoi autoritratti, gli insetti giganteschi, la campagna padana, i paesaggi alpini, i ritratti di donne che non lo amarono mai e di animali domestici che lui amò molto. Una dimensione tutta sua, raccontata con irrequietezza e tormento, e sempre con colori forti, che potessero esprimere la continua lotta per la sopravvivenza degli animali tra di loro e di Ligabue con sé stesso e con il resto del consorzio umano.

Ligabue, dunque, irrompe a Ferrara con il suo istinto di sopravvivenza, e Ferrara lo accoglie con la voglia di tornare alla vita normale attraverso l’arte, affiancando a quella su Ligabue due affascinanti mostre nel Castello Estense: i giganteschi bronzi di Sara Bolzani e Nicola Zamboni ispirati all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e i dipinti del ferrarese Giovanni Battista Crema. Dopo tutto, i viaggi di Ariosto fin sulla Luna sono gli stessi di Ligabue (e di Salgari) su una Terra di fatto a loro sconosciuta, così come la difficoltà di classificare Crema è la stessa che ha riguardato Ligabue, per lungo tempo ingabbiato tra i pittori naïf. Ma Ligabue è Ligabue e tra qualche mese potrà sbarcare anche a New York. Dove, oltre alla mostra del Metropolitan Museum, per dieci giorni si terranno conferenze e seminari su di lui e su quella assoluta libertà artistica che gli faceva ripetere fino all’ossessione: «A me non mi comanda nessuno».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 8/7/2021

Uno, cento Botticelli. La (ri)nascita di Venere

Lascia un commento

Dialoghi / Il Mart di Rovereto prosegue nel confronto tra i grandi del passato e il presente. Dopo Caravaggio e Raffaello, ora tocca a…

Rovereto (Trento)

Non soltanto Mario Draghi, anche Vittorio Sgarbi non si fa pagare per la carica che ricopre. E tuttavia sarebbe sbagliato dire che il presidente del Consiglio dei ministri e il presidente del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) facciano ciò che fanno «per niente». Lo fanno gratis e in ambiti diversi. Ma non per niente, cioè inutilmente. Se Draghi, nonostante il governo che lo circonda (in tutti i sensi) riuscirà a tirar fuori dalla palude l’Italia, farà ciò che è riuscito in Trentino a Sgarbi, il quale ha trasformato il Mart (bellissima architettura di Mario Botta) in un museo internazionale grazie alle mostre da lui ideate – tre in particolare -, che sono state la migliore risposta «di lotta e di governo» ai continui assalti polemici, ma pretestuosi, nei confronti di iniziative brillanti e intelligenti, oltre che artisticamente di altissimo livello.

La mostra Botticelli, il suo tempo, il nostro tempo, inaugurata il 22 maggio scorso e aperta fino al 29 agosto, è l’ultima di una trilogia dal medesimo filo conduttore: il «dialogo» di grandi artisti del passato con il presente. Dopo fuoriclasse quali Caravaggio, chiamato a confrontarsi con Alberto Burri e Pierpaolo Pasolini, e Raffaello, esibito accanto a Picasso, de Chirico e Dalì, la terza volta del Mart è con Sandro Botticelli, presente con dodici meravigliose opere, incoronate da alcuni magnifici dipinti del Verrocchio, del Pollaiolo, di Filippo e Filippino Lippi. Questa però è la prima parte della mostra, curata con passione ed esperienza da Alessandro Cecchi per MetaMorfosi e già vista alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dove per qualche foto opportunity della influencer Chiara Ferragni, in posa davanti alle più famose opere di Botticelli, si è scatenata una polemica, questa volta sì, «per niente». Senonché su tale polemica di cartone si è fiondato Sgarbi, il quale, per sua stessa ammissione, lo ha fatto «con spirito rapace» (per fortuna, aggiungiamo noi). Ciò che gli ha consentito di telefonare a Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, nel momento stesso in cui stava pensando a come allacciare i fili tra il pittore fiorentino e i trentotto artisti contemporanei che danno vita alla seconda parte della mostra. Nella quale troviamo pittori e scultori, ma anche fotografi, registi cinematografici, la grande creatrice di moda degli inizi del Novecento, Rosa Genoni, la maison Valentino e Marco Lodola, autore di una Venus di lampadine colorate come quelle delle luminarie religiose, che replica La Nascita di Venere del Botticelli e adorna la fontana di Corso Rosmini a Rovereto. Un’opera che è una candela nel buio del coprifuoco e della depressione di massa e che tuttavia ha attirato contro l’autore la canea degli imbecilli da tastiera, non paghi di quelle pretestuose polemiche «per niente» con le quali avevano sperato di azzoppare il presidente del Mart.

Questa seconda parte della mostra, che Denis Isaia ha curato con grande divertimento e abilità, è davvero un’esplosione di idee e riferimenti e citazioni, dal corpo di Venere al corpo di Cristo botticelliani (il Compianto sul Cristo morto è forse l’opera più bella e più forte dell’intera esposizione), e si è rivelata molto più influente della influencer al fine di «promuovere» tra i giovani sia Botticelli sia quella stramba Firenze della fine del Quattrocento. Una città che, scrive Cecchi, «era una Repubblica apparente, retta da otto Priori e un Gonfaloniere di Giustizia» (e chissà a quale Paese assomiglia) e dove un frate domenicano non dissimile da un odierno ayatollah, Girolamo Savonarola, scagliava i suoi anatemi contro l’arte desnuda, riuscendo a far pentire della sua propria opera lo stesso Botticelli, che poi infatti gettò molti suoi dipinti – ormai classificati come «osceni e lascivi» – nei «roghi delle vanità» approntati dal fanatico monaco purificatore.

Savonarola non c’è più, ma ricordiamo tutti le statue di nudi oscenamente coperte in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani ai Musei Capitolini di Roma (governo Renzi, 2016), o i manifesti della mostra di Tamara de Lempicka oscurati per la visita del Papa a Torino (2015), o ancora, il seno della ragazza ritratta ne La verità svelata nel Tempo, dipinto del Tiepolo, nella sala stampa di Palazzo Chigi, che (governo Berlusconi, 2008) venne nascosto alla pubblica vista affinché non recasse turbamento ai telespettatori. Nella mostra ideata da Sgarbi invece non ci sono né censure né falsi pudori. La Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto può mostrare incurante la schiena nuda all’osservatore e Goldfinger/Miss di Mario Ceroli replica otto volte una sull’altra, in legno dorato e a grandezza naturale, la venusiana bellezza della Bond girl dell’omonimo film, mentre il frame di un altro film proiettato su uno degli schermi installati in sala, Le avventure del barone di Munchausen,è un inno alla bellezza perfetta della diciannovenne Uma Thurman, che come la Venere de La Nascita spunta da una enorme conchiglia. E cosa dire della sfrontatezza di Rebirth of Venus di David LaChapelle, che avrà ispirato decine di spot pubblicitari e fa incollare lo sguardo non sul seno nudo della modella, ma sulla composizione coloratissima e lussuriosa del quadro? O della bellezza fascinosa, arruffata, senza trucco, dal seno piccolo, ma penetrante come una stilettata della modella Kate Moss ritratta da Juergen Teller in Kate Moss No. 10, Gloucestershire?

Non possiamo qui citare tutti gli artisti in mostra, possiamo solo garantire che Botticelli è in ognuno di essi con una Idea di Bellezza viva e vitale come la sua Primavera. Un artista però merita una menzione speciale, ed è Adelchi Riccardo Mantovani, che con La sensazionale nascita di Venere surclassa ogni immaginazione e fa spuntare Venere giovinetta, in piedi, da un getto d’acqua simile a un geyser, che erutta dalle gambe aperte della sua gigantesca madre sdraiata supina nel mare. Per lo stupore dei pescatori là intorno.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 30/5/2021

Older Entries Newer Entries