La Costituzione e «Fontamara». Doppio messaggio dal Fucino

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Rinascite / I murales di Aielli, paese che ispirò il capolavoro di Silone. Il piccolo centro abruzzese scommette sulla letteratura e sui valori democratici. Così recupera i suoi giovani.

Aielli e Pescina (L’Aquila)

Tra il monte Etra e la piana del Fucino, nel cuore dell’Abruzzo, a mille metri di altitudine, sta Aielli, con i suoi milleciquecento abitanti. Sono i figli, i nipoti e i pronipoti dei cafoni di Fontamara, luogo immaginario e titolo del romanzo di Ignazio Silone, autore di questo e altri capolavori, che ancora oggi ne fanno lo scrittore italiano più tradotto nel mondo.

Silone nacque nel 1900 a Pescina, a pochi chilometri da qui, che però è nella piana, dov’era prima il lago del Fucino, il terzo d’Italia, 150 chilometri quadrati fatti prosciugare dai principi Torlonia con la più imponente opera idraulica post unitaria per ricavarne sedicimila ettari di terra fertile. Aielli, invece, è in alto, sul costone della montagna, dove i cafoni non avevano l’acqua come a valle e quel poco che c’era dovevano disputarsela con i ricchi e le autorità, che li sfruttavano e li imbrogliavano. Fontamara dunque era, sì, Pescina, ma ancora di più era Aielli, e infatti fu qui che nel 1980 Carlo Lizzani scelse di girare la maggior parte dell’omonimo film, con Michele Placido, Antonella Murgia, Ida Di Benedetto.

I cafoni sono i contadini poveri, «gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic – scrive Silone -, e si somigliano in tutti i paesi del mondo… sono una nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici». E questo, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cafoni di Aielli, non solo non lo hanno mai dimenticato, ma lo hanno letteralmente e integralmente scritto sui muri: due anni fa, il testo di Fontamara è stato trascritto a mano su una parete di 80 metri quadrati da Andrea Parente, in arte Alleg, uno dei venti artisti autori dei murales che oggi colorano Aielli e ne testimoniano la vitalità, che, come vedremo, non è solo vivacità di facciate dipinte.

Dopo Fontamara, l’anno scorso l’amministrazione comunale e il sindaco Enzo Di Natale, sulla spinta di Libert’aria e Borgo Universo, due associazioni che non si fermano mai e raccolgono «la meglio gioventù» del borgo, hanno completato l’opera: con una stampante verticale fatta arrivare da Novara hanno trascritto su un’altra grande parete di 40 metri quadrati il testo integrale della Costituzione italiana.

Tra i 7.903 comuni italiani, Aielli è l’unico ad aver avuto questa idea. L’unico luogo in cui uno può uscire di casa, andare in una piazzetta dove si trova anche un parco giochi e leggere i 139 articoli della Costituzione. Gratuitamente, senza cioè dover, per esempio, contribuire attraverso il canone tv ai lauti compensi di che gliela «spiega» a modo suo. E proficuamente, senza sottoporsi a noiose «lezioni» di educazione civica a scuola o altrove. Insomma, come un credente che prenda in mano il Vangelo e lo legga senza la mediazione del prete o del catechista. Un lavoro culturale e di alfabetizzazione politica che, se lo facessero tutti i comuni italiani, avrebbe un effetto civile enorme. E aiuterebbe a conoscere meglio un testo fondamentale, una «cosa» di cui la stragrande maggioranza dei cittadini sa molto poco o addirittura nulla, e che quanto più viene celebrata e osannata a ogni anniversario («la più bella del mondo», quando invece è bella al pari di tante altre e migliorabile come tutte le cose umane) tanto più viene ignorata e calpestata.

Sabato mattina 18 luglio, a leggere la Costituzione, in piazza Angelo Vassallo (il sindaco di Pollica, Salerno, assassinato nel 2010), non c’erano solo turisti abruzzesi. La famiglia di Corinna, 14 anni, iscritta al primo liceo scientifico, è venuta da Lucca. E Corinna si è fatta fotografare dal papà con l’indice sull’articolo 13: «La libertà personale è inviolabile». Le abbiamo chiesto perché proprio su quell’articolo, e lei ci ha spiegato che quest’anno per l’esame di terza media ha fatto una tesina sulle libertà personali «incuriosita dalle restrizioni decise dal capo del governo per il Covid». Mentre durante l’estate, tra uno spettacolo e un tour fra i murales, c’è sempre spazio per una lettura collettiva della Costituzione. Un articolo a testa, 139 persone. Ma a leggere l’articolo 10 («La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali») viene chiamata sempre Nayma, marocchina residente ad Aielli, cittadina italiana. Così anche per Fontamara,la lettura collettiva di 150 persone dai 7 agli 88 anni è già uno spettacolo in sé, ma è diventata anche un originale audiolibro.   

La Costituzione e Fontamara in versione murale si sono rivelati un abbinamento formidabile non solo per Aielli, ma anche per Pescina, dove è appena terminato il restauro – un milione di euro, 400 mila il comune e 600 mila la fondazione Terzo Pilastro Internazionale –  della casa natale di Ignazio Silone, che sarà sede di un centro studi e verrà inaugurata all’inizio di settembre da Emmanuele Emanuele, giurista e presidente della fondazione, amico di Silone, finanziatore della rivista siloniana «Tempo presente» e cittadino onorario di Pescina.

La vitalità di Aielli, di cui dicevamo prima, ha contagiato i paesi vicini e l’intera regione. E’ questa la vera sorpresa e il motivo del successo di una iniziativa culturale basata sulle opere di maestri della Street Art, sulla Costituzione italiana e su Fontamara. E’ una vitalità che Aielli non si è inventata, ma che ha scoperto di avere in casa, soprattutto nei suoi cittadini più giovani. Che erano emigrati, per le note ragioni che affliggono centinaia di migliaia di giovani italiani, e che negli ultimi anni, proprio quando Aielli stava diventando uno dei tanti piccoli borghi delle aree interne in via di spopolamento, uno dopo l’altro hanno cominciato a prendere la via del ritorno. Pierluigi Nucci, diplomato, professione pasticciere, è tornato dopo due anni in Inghilterra e uno in Australia. Luca Di Giammarino, dottore di ricerca in robotica a Roma, è tornato dopo quattro anni a Manchester. Luca Callocchia, programmatore informatico, è tornato dopo un anno ad Amsterdam. Antonio Curitti, laureato in Storia, è tornato, è salito sul trattore e non ne è più sceso, e adesso coltiva la piccola proprietà agricola di suo padre Vittorio. Giovanna Visci, insegnante di italiano e latino in giro per l’Italia e ora in un liceo romano, torna qui ogni giorno. Tutti loro, insieme con chi è rimasto, come Tonia e Benedetto Di Pietro, l’astrofisico Paolo Ruscitti e il suo collaboratore Carlo Maccallini – che curano le osservazioni al telescopio dalla sommità della meravigliosa Torre delle Stelle, intitolata all’astronomo aiellese Filippo Angelitti -, hanno ridato vitalità ad Aielli e hanno riscattato i cafoni. Attraverso la cultura e una politica culturale libera, rivolta a tutti, che non insegue mode, e soprattutto vive della lezione di Ignazio Silone. In cui non c’è posto per i venditori di fumo come il don Abbacchio, il Carlo Magna, l’Impresario e il don Circostanza che si fa chiamare Amico del popolo, i tipi umani negativi così ben tratteggiati in Fontamara.

Il «messaggio» di Aielli è semplice: alzare lo sguardo, non abbassarlo. Nemmeno sui cellulari mentre si cammina. Per questo motivo Okuda San Miguel ha dipinto coloratissimi murales su intere pareti del borgo, per far alzare gli occhi alla gente. E farla riflettere sulle parole di Silone:  «L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore incorrotto è libero. Si può vivere nel Paese più democratico della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22/7/2020

Volti e corpi, Giotto e Pasolini. Omaggio di Sutri alla bellezza

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La mostra / Da oggi fino al 17 gennaio 2021 al museo di Palazzo Doebbing l’esposizione curata da Vittorio Sgarbi

Gherardo delle Notti, San Sebastiano curato da Irene

Sutri (Viterbo)

Le città d’arte sono ancora deserte «causa Covid». Per allestire mostre, dunque, occorre coraggio. Ma poiché l’arte è vita, e senza vita non c’è arte, a Sutri, Tuscia, in provincia di Viterbo, luogo eccelso di arte e di storia, la mostra «Da Giotto a Pasolini» ha già centrato un obiettivo — di salute e sanitario —, ancor prima di cominciare: irrobustire il sistema immunitario dei corpi fisici e del corpo sociale attraverso il godimento della bellezza.
Come possa una mostra di opere d’arte — ben 250, dal VI secolo a oggi, diversissime tra loro — ottenere un simile risultato è spiegabile se alla bellezza delle opere esposte si aggiungono due parole. La prima è «collisione», la seconda è un nome proprio, Sgarbi, sindaco di Sutri e ideatore degli Incontri a Sutri (che anche quest’anno si tengono al Museo di Palazzo Doebbing, da oggi al 17 gennaio 2021).
Ora, è vero che collisione e Sgarbi non sono un ossimoro, ma qui la collisione «è quella tra esperienze artistiche lontane e diverse — dice Vittorio Sgarbi —, e racconta la vita di persone legate da una originale
vocazione alla ricerca del bello». Ed è proprio da questa singolare collisione — attraverso quindici secoli — di dipinti, sculture, oggetti di raffinatissima
arte orafa, fotografie, che si libera l’energia ricostituente della mostra «Da
Giotto a Pasolini». Nella quale, più delle epoche, contano la storia di Dio e la storia dell’uomo, come avviene per esempio nella felice «collisione» dei Petala aurea, lamine d’oro longobarde e bizantine che adornavano abiti da cerimonia ma anche manufatti di avorio e di cuoio, e due capolavori di Giotto, la Madonna e il Crocifisso della collezione Sgarbossa di Cittadella.
I gioielli degli artigiani longobardi e bizantini, della fondazione Luigi Rovati, testimonianza del potere temporale della Chiesa simbolicamente e formalmente consolidatosi con la Donazione di Sutri del 728, ci parlano di Dio Padre nella sua ieratica maestà, mentre i dipinti di Giotto ci raccontano Dio Figlio, il Cristo, e sua Madre nella loro umana fragilità, che è il dolore, la passione e quindi la vita di tutti gli uomini, dell’Uomo. Ecco perché la mostra parte «da Giotto». Perché è con lui, dice Sgarbi, che comincia il
linguaggio moderno nell’arte, è con Giotto che ogni immagine sacra diventa umanissima e arriva al cuore e alla mente degli uomini.
«Da Giotto», dunque, d’accordo. Ma perché, attraverso altri dodici artisti, «a Pasolini»? Qual è il filo comune, oltre alla originale vocazione per il bello, che li tiene assieme? Ancora una volta, la vita, che esiste attraverso il corpo
fisico e che fa esperienza di sé attraverso la decomposizione di quel corpo, fino alla morte, alla quale non può sfuggire e che può tutt’al più rappresentare, con uno sforzo mistico, come un corpo sacro o come
nostalgia di una bellezza perduta.
Le fotografie degli ultimi giorni di Pier Paolo Pasolini, ritratto da Dino Prediali a ottobre del 1975, sono esattamente questo, il salvataggio del
suo corpo intatto prima che il 2 dicembre successivo Pasolini venisse assassinato e quel corpo orrendamente sfigurato, diventando, dice Sgarbi,
«una scultura dolorosa come un crocefisso».
Con questa chiave si comprendono facilmente anche le altre «collisioni» della mostra di Sutri. L’umanità «imballata» del polacco Tadeusz Kantor, il quale aspira alla vita, vuole la vita, e tuttavia si predispone a incontrare continuamente la morte, specialmente nel suo luogo prediletto, il teatro, ma per poterla esorcizzare, anche con la ribellione dell’uomo costretto negli «imballaggi» del potere. Oppure l’umanità dei cadaveri di Ora d’aria, di Cesare Inzerillo, che sono morti ma non sanno di esserlo e che prendono il sole distesi su un’amaca, come se non fossero già trapassati e tentassero di essere, da morti, ciò che non sono stati da vivi. Si può saltare tranquillamente all’indietro di due secoli e «collidere» con i paesaggi romani del tedesco Franz Ludwig Catel, che trova la vita nell’incantamento
della natura e nel suo mistero divino. Oppure risalire ancora di più nel tempo, di quattro secoli, con l’olandese Gherardo delle Notti, che con San Sebastiano curato da Irene dipinge il pathos della vita attraverso un gioco caravaggesco di luci, di sguardi, di emozioni. Mentre Guido Venanzoni, contemporaneo, quasi arriva a identificarsi con Caravaggio, dipingendone
tutti i momenti più significativi della vita e anche la morte.
«Di Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Tiziano sono stati dipinti tanti momenti salienti della vita — dice Sgarbi —. Mai però un ciclo così ampio da poter essere definito un film come ha fatto Venanzoni con Caravaggio». Le «collisioni» di Sutri però non finiscono qui. Continuano con Justin Bradshaw, Chiara Caselli, Alessio Deli, Mirna Manni, Massimo Rossetti e Livio Scarpella, in ordine solo alfabetico.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/6/2020

La giapponese di Sicilia

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Palermo / A Palazzo Reale fino al 6 aprile la mostra che celebra la pittrice e suo marito Vincenzo Ragusa. O’Tama Kiryhoara arriva da Tokyo nel 1882. E porta l’arte d’Oriente



Palermo


E’ una storia bellissima di arte, di apertura, di contaminazione, di mondi diversi e opposti che quando si conoscono addirittura si fondono, prendendo il meglio l’uno dall’altro, questa storia della pittrice O’Tama Kiryhoara e dello scultore Vincenzo Ragusa, che sul finire dell’Ottocento riescono a portare il Pacifico nel Mediterraneo, il Giappone in Italia, Tokyo a Palermo, e viceversa.
Dopo oltre due secoli di chiusura del Giappone al mondo, in base a uno specifico editto del 1639, a metà del XIX secolo l’imperatore Mutsuhito decide che può bastare e apre il Paese del Sol Levante all’Occidente, alle sue istituzioni politiche, amministrative, militari, alla sua tecnologia e alla sua arte. E, per l’arte, Mutsuhito in Giappone vuole gli italiani. Scrive al governo, che si rivolge all’Accademia di Brera, che a sua volta seleziona tre persone – lo scultore Vincenzo Ragusa, il pittore Antonio Fontanesi e l’architetto Giovanni Vincenzo Cappelletti – e le invia in Giappone. I tre devono insegnare le tecniche e lo stile dell’arte occidentale, trasmetterne la monumentalità, il naturalismo e il verismo, e nello stesso tempo soddisfare l’obiettivo della nascente «nuova scuola giapponese» che intende legare l’insegnamento dell’arte all’industria.
L’Oriente vuole abbeverarsi all’Occidente, ma inevitabilmente accade anche l’inverso. La fascinazione è reciproca, in Europa si comincia a elogiare il «giapponismo», ma Ragusa ne viene letteralmente folgorato e resta in Giappone per sei anni. Conosce O’Tama, di vent’anni più giovane di lui, la vede dipingere, se ne innamora, la sposa e torna in Italia con lei e con 110 casse in cui ha raccolto 4200 oggetti d’arte e artigianato nipponici: bronzi, armi, kimono, ventagli, disegni, dipinti, tessuti, lacche, smalti, stampe.
Comincia così quella Migrazione di stili – secondo l’azzeccatissimo titolo della mostra aperta fino al 6 aprile 2020 a Palazzo Reale di Palermo, a cura della Fondazione Federico II e con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia – che tanta influenza avrebbe avuto sull’arte europea, a cominciare dall’impressionismo francese, «aiutandola» a scrollarsi di dosso gli statici canoni dell’accademia.
La Palermo in cui O’Tama arriva nel 1882 (e dove rimarrà per cinquantuno anni) è quella dei Florio, dei Whitaker, dei Woodhouse, una città che può paragonarsi a Parigi come seconda capitale dell’Art Noveau, che sta crescendo con i suoi nuovi quartieri, nuovi ospedali, la Biblioteca nazionale, la Scuola per ingegneri, e che riesce a terminare la costruzione di due grandi teatri, il Politeama Garibaldi (1891) e il Massimo (1897) nel volgere di un tempo che oggi per qualunque opera pubblica ci parrebbe da marziani. Ma non è ancora una città pronta ad accogliere l’eclettismo di O’Tama Kiryhoara e i progetti di Vincenzo Ragusa. Il quale a Palermo fonda una scuola di arte orientale con laboratori di tecniche giapponesi, ma incontra enormi difficoltà per mandarla avanti e per far acquisire al patrimonio pubblico la sua collezione, nonostante Luigi Pigorini, direttore del Regio museo preistorico etnografico di Roma che poi avrebbe preso il suo nome, scrivesse ripetutamente a ministri e autorità che si era di fronte a «una raccolta rara e di notevole pregio… che nel museo che presiedo manca completamente e colmerebbe la grave lacuna che concerne l’Estremo Oriente».
O’Tama non fu soltanto la prima pittrice orientale a venire in Europa, o un’artista capace di fondere tecnica e creatività, verismo occidentale ed estetica tradizionale giapponese, ma, dice Patrizia Monterosso, direttore della Fondazione Federico II, «fu anche una pioniera perché abbattè un muro, e quando si abbatte un muro il primo mattone è il più difficile da buttare giù».
Tra le 80 opere esposte a Palermo, con un allestimento nei corridoi e nella sale di Palazzo Reale che sa trasmettere l’emozione di questo incontro di stili e di mondi, vi sono 46 acquerelli visibili per la prima volta, restaurati in modo impeccabile dal Centro regionale per la progettazione e il restauro di Palermo con il quale hanno collaborato, e questa è davvero una bella notizia, i ragazzi del Liceo artistico «Vincenzo Ragusa-O’Tama Kiryhoara», quella scuola cioè che Ragusa e O’Tama non riuscirono a far decollare cento anni fa come scuola-museo e che oggi è a loro meritatamente intitolata.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 17/12/2019

I grattacieli della musica

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Padre del muralismo sardo e scultore Pinuccio Sciola amava le pietre. Le faceva vibrare, ne tirava fuori la “voce”, le trasformava in strumenti. Come nella “Città sonora”, gruppo di torri che “la Lettura” ha potuto vedere a casa dell’artista scomparso nel 2016. Ora una serie di iniziative celebra questo cultore della materia, parola che ha radice comune con “mater”. Madre Natura


Pinuccio Sciola


San Sperate (Sud Sardegna)


«La Sardegna è la più bella scultura al centro del Mediterraneo», diceva Pinuccio Sciola, artista sommo, nato, cresciuto e morto – due anni e mezzo fa – a San Sperate, un paese di 8500 abitanti a venti chilometri da Cagliari, dove i singolari muri di fango e paglia delle case, oggi quasi tutti decorati da murales, non sono più il triste proscenio della povertà di cinquant’anni fa, e gli orti tutt’intorno sono sempre verdi grazie al fiume Mannu, e i pescheti portano ogni anno frutti in abbondanza più che nel resto dell’isola.
Sciola scolpiva le pietre – soprattutto le pietre, ma anche i tronchi di olivo e olivastro, duri come le pietre – perché era convinto di ciò che gli disse, e in verità ancor prima che glielo dicesse, Gillo Dorfles, suo amico e suo grande estimatore. «Sono le pietre – diceva Dorfles – le vere creature dell’isola». Non solo per i settemila nuraghi, per i dolmen e i menhir. Non solo per una scultura che in Sardegna si pratica, e con quale ingegno e finezza, fin dal terzo millennio avanti Cristo. Ma proprio per le pietre così come sono, si tratti delle più «nobili» come il marmo e il granito o delle più «umili» come gli scisti, i basalti, o la trachite di Ozieri e di Serrenti. Tutte queste pietre, la pietra, sono materia viva, fanno parte e sono esse stesse la Natura che ispira Sciola.
Una Natura di pietra sulla quale Sciola, artista singolare, unico, agisce con l’osservazione, il pensiero, e poi con lo scalpello, la fiamma ossidrica, il taglio a getto d’acqua ad alta pressione, e infine con le carezze. Le grosse mani di Sciola che accarezzavano soffici e delicate come piume le sue imponenti sculture di pietra, facendole vibrare quasi fossero corde di un’arpa e suonare come xilofoni, sono state lo spettacolo meraviglioso di una dimostrazione «scientifica» che Sciola aveva inseguito per lungo tempo: scolpire, incidere, sezionare, levigare le pietre per farle esprimere come esseri viventi attraverso le nuove forme in cui lui le modellava, ma soprattutto attraverso la «voce» che riusciva a tirarne fuori, vibrazioni visibili a occhio nudo e note musicali uguali a quelle che emetterebbe qualsiasi strumento ben accordato e ben suonato.
La Città sonora, per esempio, un gruppo di torri e grattacieli che potrebbero essere New York o Chicago, Milano o Francoforte – che «la Lettura» ha potuto vedere insieme con i primi bozzetti dell’opera sul grande tavolo dell’incredibile casa-museo-laboratorio di Pinuccio Sciola a San Sperate, vibra e suona in ogni suo edificio quando Maria Sciola – che con i fratelli Tomaso e Chiara ha costituito una fondazione intitolata al padre – li accarezza nel modo in cui Pinuccio le ha insegnato a fare fin da bambina. La stessa abilità ha maturato Giulia Pilloni, cugina di Maria e nipote di Pinuccio, autrice di una accuratissima tesi di laurea magistrale in Storia dell’Arte all’Università di Cagliari su Pinuccio Sciola e vestale del Giardino sonoro di San Sperate. Un paio di ettari di ulivi, fichi d’India, aranci e limoni tra i quali sono state sistemate le opere di Sciola, ben ottocento megaliti che Giulia e Maria spiegano ogni giorno ai visitatori che giungono fin qui (circa 15 mila all’anno, nonostante l’eterna questione dei costi esosi da e per la Sardegna, che penalizza più di tutti i sardi).
Megaliti sonori, dunque. Ma non solo. Ci sono anche sculture di basalto, che Pinuccio ha ferito e fatto sanguinare con la fiamma ossidrica, lasciando raggrumare in lava la pietra offesa, e sculture in metallo, o addirittura in tubi Innocenti, con le quali Sciola ha voluto rappresentare le «canne al vento» raccontate da Grazia Deledda o riproporre le forme eccentriche e bizzarre delle opere di Antoni Gaudì, benché gli scultori ai quali Sciola deve davvero qualcosa, e ai quali per sua stessa ammissione si è ispirato, siano Arturo Martini, Marino Marini e soprattutto Giacomo Manzù.
Le pietre sonore sono però il punto di arrivo del cammino artistico di Pinuccio Sciola e non si capirebbero fino in fondo, e forse non sarebbero nate, se la sua vita non fosse stata com’è stata, simile a quella di Antonio Ligabue e di Gavino Ledda nella realtà, e al protagonista del romanzo di Giulio Angioni Assandira nella finzione. Sciola fu autodidatta come Ligabue e come lui ripeté tre volte la seconda elementare. E come Ledda, che si iscrisse a 25 anni al liceo classico «Azuni» di Sassari, Sciola arrivò al liceo artistico di Cagliari solo a 18 anni. Mentre nella finzione letteraria Sciola e Saru, il pastore protagonista di Assandira, sembrano la stessa persona, uomini in rivolta contro «il folklore e i suoi panni colorati, che nascondono tutto il resto», come disse Sciola già nel 1976, quando approdò alla Biennale di Venezia con la sua idea di San Sperate «paese-museo». In quella occasione, nonostante i contrasti e le polemiche, Sciola riuscì a imporre il suo racconto: «la vera Sardegna» contro il luogo comune del «paradiso selvaggio» abitato da due tipologie di personaggi, i banditi alla Graziano Mesina e i miliardari alla Aga Khan.
Fece in fretta, Sciola, e recuperò il tempo perduto. A 25 anni era già in Spagna, all’Università madrilena della Moncloa e a studiare le pitture delle grotte rupestri di Altamira. Due anni dopo torna in Sardegna, a San Sperate, e fra la incredulità e la resistenza dei compaesani comincia a ricoprire di calce bianca i tristi muri marroni di paglia e fango del paese e a decorarli con grandi dipinti. Era nato il muralismo sardo. Un fenomeno che da allora non si è mai fermato, dalla versione più politico-ideologica di Orgosolo a quella più squisitamente artistica di San Sperate. E questo grazie anche al fatto che Pinuccio Sciola volle andare in Messico a confrontarsi con il maestro del muralismo sudamericano, David Alfaro Siqueiros, dal quale non avrebbe potuto ricevere un attestato migliore di questo: «Sei un maya che ha solo vissuto lontano da qui», gli disse Siqueiros.
Tornato a casa, Sciola completa l’opera. Questa volta l’intero paese lo segue con entusiasmo, arrivano a dare il loro contributo anche artisti stranieri, persino i bambini vengono lasciati liberi di scatenare la loro fantasia sui muri imbiancati come a scuola non possono fare e addirittura viene cambiato il colore delle strade, che, diventando azzurre, gialle, verdi, rosse, mutano l’umore di chi in paese ci vive e di chi ci passa. Eccolo dunque il paese-museo, quello che, se la Biennale lo voleva, doveva essere così com’era, nei colori, nelle facce e nelle storie dei sardi che poi sbarcarono a Venezia e in quella Biennale del 1976 lasciarono la loro impronta. Esattamente com’era accaduto l’anno prima, quando Sciola volle e ottenne una mostra all’aperto a Nuoro, dove le sue sculture in legno, in grandezza naturale e dai titoli inequivocabili – Cadaveri, Impiccati, Pecore sgozzate – vennero disseminate per terra, nelle strade e nelle piazze della città, per parlare della morte, dalle vittime della strage di Brescia del 1974 all’amico che in preda allo sconforto si era impiccato, fino alla «condizione sarda» di un’agricoltura e di una pastorizia ricacciate indietro dai duecentomila ettari dell’Isola assoggettati a servitù militare.
«La Sardegna, Venezia, il Mediterraneo, è tutto un mondo che è minacciato», disse Pinuccio, precorrendo di decenni attraverso l’arte i temi che la politica non vedeva e che oggi ci ritroviamo tra le mani come i più gravi e i più delicati.
Il centro di gravità della ricerca di Pinuccio Sciola e della sua arte è sempre stato il rapporto tra l’uomo e la natura, la necessità di un rapporto armonico tra loro, pregiudicato dalla ineffabile capacità dell’uomo di creare i propri mali, che finiscono per deformarlo, divorarlo, distruggerlo nel corpo e nella mente. E poiché la natura è madre, e porta in sé stessa il concetto di maternità, la via migliore per conoscerla e rappresentarla è per Sciola la materia. Dalla materia, attraverso la comune radice mater, si arriva alla maternità, cioè ci si ricongiunge alla natura.
Ecco perché la pietra. E’ la pietra la materia per eccellenza, perché è materia vivente. E’ lei che ci riporta alla madre. E’ per questa ragione che Sciola l’ha amata e le ha dato «voce» nel vero senso della parola. Ma allo stesso tempo è anche andato oltre l’arte e, sempre a San Sperate, ha creato una scuola, il Centro internazionale per la lavorazione della pietra, dove formare artisti che fossero anche artigiani, in grado cioè di esercitare un mestiere che in Sardegna nessuno o quasi conosceva, nonostante l’abbondanza di materia prima – granito e trachite – esportata, lavorata fuori e rivenduta a prezzi molto più alti.
Le sculture dell’artista di San Sperate, va detto, non sono state «scoperte» dopo la sua morte e anzi, lui vivo, hanno incontrato l’apprezzamento e i riconoscimenti che meritano. Renzo Piano, nel 2002, scelse per il giardino interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma una delle monumentali pietre sonore di Sciola, e nel 2012 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nominò Sciola commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Adesso i megaliti hanno cominciato a girare il mondo senza il loro artefice. Quest’anno in Inghilterra, l’anno prossimo negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. Se una nuova Età della Pietra toccherà all’umanità, c’è solo da augurarsi che sia quella delle pietre sonore di Pinuccio Sciola.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 1/12/2019

La vita tormentata di Ligabue

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Il romanzo. Carlo Vulpio racconta la storia del Van Gogh italiano, «genio infelice», agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca e al tema dell’emigrazione



di Silvia Mazza, La Sicilia, 6/11/2019


Il romanzo “Il genio infelice” di Carlo Vulpio (Ed. Chiarelettere, 250 pagine, euro 17,60), “Il romanzo della vita di Antonio Ligabue”, come recita il sottotitolo, racconta, agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca (la prima metà del secolo scorso) e al tema di cocente attualità dell’emigrazione, la storia tormentata del pittore, il Van Gogh italiano, riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento. Non c’è niente di più emozionalmente impegnativo di un’arte (quella di Ligabue) e di una scrittura (quella di Vulpio) apparentemente facile. Sin dal titolo: “Il genio infelice”.
Ma quale altra dimensione che l’infelicità conobbero Michelangelo, Monet e De Chirico, affetti da depressione, Munch schizoide, Rousseau masochista o Van Gogh, il “pittore malato” per antonomasia? o anche Hendrix, Morrison, Wolf, Pavese, Baudelaire, depressi e psicotici? Infelici, tutti. Dunque, non lo stereotipo dell’artista folle e maledetto, ma fin da subito per lo scrittore, giornalista del Corriere della Sera, deve essere chiara l’eccezionalità: se il genio non può che essere infelice, allora quello che vuole dirci è che Ligabue è il più infelice tra gli infelici, perché la vita, dell’artista come quella delle belve che raffigura nei suoi dipinti, non è una lotta di sopravvivenza, ma una lotta di sopraffazione in cui si afferma il più forte. Senza scampo. Tranne che sottrarvisi solo grazie a un’altra sopraffazione. Come la Vedova nera che in un dipinto, ribaltando le sorti della battaglia, infligge un colpo mortale al leopardo, avventatosi su uno scimpanzé devastato dal terrore di una morte certa. Questa via di scampo per Ligabue è l’arte. Arte, quindi, come gesto di sopraffazione con cui imporre non solo questa tormentata visone della vita, ma soprattutto se stesso, attraverso l’ossessiva serialità degli autoritratti, con minime variazioni, fatta eccezione per quello nei panni di Napoleone, forse autoironico alla maniera dissacrante di Jean De Buffet.
Ligabue, imitando versi e movenze della belva da dipingere come uno sciamano posseduto, si eleva a quella dimensione super-umana concessa dal furor della creazione artistica e così può stabilire una legge contro natura: la vittima, il perdente, vive in eterno attraverso le sue opere. «Un giorno io sarò nei più grandi musei del mondo» disse una volta: non la proiezione di un desiderio, ma una lucida consapevolezza. Come l’utopia del carnevale di Bachtin, che rovesciando l’ordine esistente diventa condizione per l’esercizio della libertà, Ligabue attraverso la sua arte ha ribaltato il destino che in vita l’ha voluto un vinto, rendendosi libero per sempre dai dogmi e dalle convenzioni sociali.
Per questo il romanzo di Vulpio è un potente antidoto contro il tentativo di annichilimento del pensiero e delle esistenze che si rinnova funesto nella storia, capace di parlare all’umanità attraverso tutte le epoche, come solo i grandi classici sanno fare. Il dramma di questa storia è serrato in una ring composition tra la domanda all’inizio del libro – “Ma lo sai di chi sei figlio, tu?” – che avrebbe accompagnato per tutta la vita Toni al mat (il matto, come veniva chiamato nella Bassa padana), dilaniandolo peggio dei colpi che infliggeva al naso per renderlo simile al rostro di una di quelle aquile che dipingeva, e la frase – “non dovevo nascere” – pronunciata come in un’oratoria epidittica alla fine dei suoi giorni. Di mezzo ci sono il tema dell’emigrazione verso la Svizzera e dei parassiti da cui fuggiva in patria. Pebrine, brusoni, mosche olearie e i ragni diventeranno enormi e letali nei dipinti, sintesi visiva della sua solitudine, catarsi alle crisi provocate dall’alienazione mentale, ma anche ricovero dei ricordi drammatici della sua adolescenza. Ci sono, poi, le sorgenti che hanno alimentato il bagaglio figurativo dell’artista (lo zoo, i musei d’arte e di storia naturale a San Gallo, il circo, i pittori naïf dell’Appenzell, l’incontro con i pittori e scultori Mazzacurati e Mozzali); il ribaltamento del concetto di alienazione, per cui più che il disagio del singolo ad accettare la civilizzazione si assiste al disagio della civiltà a riconoscere l’eccezionalità del singolo; gli ingressi e uscite da un manicomio all’altro; l’isolamento lungo le golene del Po, condizione per garantirsi la libertà, ma anche per sedare l’ansia a contatto con l’acqua; l’atelier nello sgabuzzino dell’Agip; l’incontro col “procuratore” Agosta Tota “tra persone in lotta con la vita”. Il racconto empatico dello scrittore cede al taglio cronachistico del giornalista, che va rintracciando il riflesso della strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 nelle opere “sanguigne” di quel periodo o l’incontro con Cesarina nei dipinti “pacificati”. E che non rinuncia alla polemica con un Montanelli che banalmente incomprese il genio, l’uomo. Tutto.
I dialoghi che interrompono la prosa sono come un coro greco che commenta ciò che avviene sulla scena e talvolta interviene direttamente nell’azione; e in quelle “figure che avevano sempre qualcosa da dire”, alle quali, col Vasari, sembra mancare solo “il moto et il fiato”, rivive il topos dell’arte così rispondente al vero da sembrare viva.

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