Il metodo di Federico II per il grano del futuro

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Iperdurum ha dato il via a una rivoluzione agraria in Puglia: maggiore contenuto proteico, più resistente. «La Lettura» è andata a vedere

Alberona e Castel Fiorentino (Foggia)

Dalla collina solitaria di Castel Fiorentino, dove, ammalato di tifo o per un avvelenamento del sangue, il 13 dicembre 1250 venne a morire Federico II, l’ultimo imperatore svevo, lo sguardo abbraccia tutta la Capitanata: Subappennino dauno, Tavoliere, Gargano. Il colore che l’occhio riesce a cogliere fino all’orizzonte è uno solo, l’oro del grano maturo, pronto per la mietitura. I ruderi di Castel Fiorentino – la torre, la domus, la chiesa e il forno – sono affascinanti, evocativi. E insieme con la stele commemorativa in marmo e le sue iscrizioni in latino tengono viva l’anima del grande svevo. Un’anima però sempre tormentata e travagliata, sia durante i suoi 56 anni di vita, con cinque Papi a manipolarla, avversarla, scomunicarla e a descriverla come l’anima dell’Anticristo, sia oggi, tra queste suggestive rovine abbandonate a sé stesse, alle erbacce, all’incuria totale, all’ignoranza di ministri, governatore, assessori, sindaci, e umiliate dall’assenza di ogni indicazione stradale.

Eppure, Federico II aveva scelto la Puglia come sua regione preferita, la Capitanata come epicentro della sua azione politica e Foggia come capitale del suo regno siciliano. Voltò le spalle a Palermo per scegliere Foggia, dove non c’era nulla, a parte la bellezza di un paesaggio rilassante, e fece costruire uno splendido palazzo reale di cui oggi si possono solo immaginare le fattezze attraverso la lettura delle cronache del tempo. Federico scelse il niente di Foggia perché intuì che lì avrebbe potuto esserci tutto. Di sicuro, tutto ciò che occorreva alla crescita del suo regno e alla sua politica imperiale. A cominciare dal grano. L’oro vero.

Era o no, la Puglia, come e più della Sicilia, il granaio d’Italia fin dai tempi dell’impero romano? E non era Foggia in una posizione geografica ideale, grazie alle vie di comunicazione lungo la dorsale adriatica, ai valichi per la Campania e il Tirreno e ai porti pugliesi affacciati sul Medio Oriente? Sia quello della Terra Santa, sia quello degli infedeli. Poiché a Federico delle crociate non importava un fico secco. Ciò che gli interessava era il sapere, la conoscenza, e quindi lo scambio, culturale e commerciale.

Fin dalla prima volta in cui mise piede in Puglia, nel 1221, Federico scelse Foggia perché era più a nord di Palermo e più vicina all’Europa, e perché era prodiga di grano. Lo è anche oggi, ma oggi siamo molto più numerosi, ricorriamo al grano importato dall’estero – da Ucraina, Canada, Argentina, Usa e Russia, il primo esportatore mondiale -, che però è prevalentemente grano tenero. Mentre noi, l’Italia, che tra l’altro siamo i primi al mondo per produzione, esportazione e consumo di pasta, abbiamo bisogno di più grano duro, non soltanto per il pane – il noto pane di Altamura o quello non meno pregiato di Laterza e di Matera -, ma per tutti quei prodotti da forno che ci contraddistinguono.

Non è tuttavia una esigenza di maggiore quantità di frumento da produrre in autarchia, ma di migliore qualità del grano (proteine, caratteristiche organolettiche) ciò che due anni fa ha convinto i ricercatori delle facoltà di Agraria e di Chimica dell’Università «Aldo Moro» di Bari ad avviare il progetto di un «supergrano», denominato Iperdurum, che ha dato risultati così soddisfacenti da far presagire per la Puglia, dove il grano duro è la coltura più estesa dopo l’ulivo – circa 6 mila ettari, cioè un terzo della superficie totale -, una vera e propria «rivoluzione agraria» per gli anni a venire. E qui dobbiamo tornare per un attimo all’imperatore svevo, il quale, come scrive il suo massimo studioso, Wolfgang Stürner, in Federico II e l’apogeo dell’Impero (Salerno editrice, 2009), «non si accontentava di osservare la natura con grande attenzione, ma eseguiva anche una quantità notevole di esperimenti, di veri e propri interventi sulla natura, programmati e controllati, che in qualche modo preannunciano l’esperimento scientifico in senso moderno».

L’università barese e i suoi partner, tra i quali i 52 coltivatori della cooperativa La Piramide di Torremaggiore, Foggia, e la spin off universitaria Innovative Solutions, in sostanza questo hanno fatto: applicare il «metodo di Federico». E, senza modifiche genetiche, lavorando sulla migliore combinazione possibile tra i terreni coltivati a frumento e la loro concimazione, hanno ottenuto un grano più resistente alle malattie, quindi capace di dare una resa maggiore, e soprattutto di contenuto proteico quasi doppio rispetto ai grani tradizionali. Il che significa che un quintale del «grano di Federico» ne vale due dal punto di vista nutritivo e che un piatto di pasta prodotta con il grano Iperdurum è sufficiente a saziare due persone. I cavatelli al sugo di pomodoro cucinati per noi dalla signora Pina Silvestre nell’azienda Cairelli di Alberona, dove l’anno scorso su cinque ettari di terra è partita la sperimentazione di Iperdurum, ne sono la prova incontrovertibile.

Cosa voglia dire questo nel primo distretto industriale nazionale per quantità e fatturato di grano molito, qual è Foggia, e per le prime quattro regioni italiane dell’industria della pasta – nell’ordine: Emilia Romagna, Campania, Lombardia e, appunto, Puglia – è facile da comprendere. La redditività e la qualità della produzione sono essenziali, altrimenti nessun agricoltore si cimenterebbe nell’impresa, ma, come ha scritto Nicola Caggiano ne Il romanzo del pane (Gelsorosso edizioni, 2019), c’è un altro aspetto, che non viene mai trascurato anche se raramente viene manifestato, quando si tratta del grano. Questo: «Il grano rappresenta l’elemento principe di un intimo legame non solo alimentare, ma anche culturale, rituale, religioso, tra il tempo antico e quello moderno». Un legame che riguarda l’uomo da millenni, mai scomparso, scritto dentro a ogni singola spiga anche adesso che nei campi si entra con trattori da 300 cavalli e mietitrebbie da 100 tonnellate.

Giuseppe Marino, un agricoltore esperto, figlio di agricoltore e padre di agricoltori, ha fatto ciò che ogni buon medico, giornalista o magistrato dovrebbe fare sempre: andare a vedere. Marino conduce un’azienda di 120 ettari coltivati prevalentemente a cereali, ma non si è accontentato del sentito dire e nemmeno delle relazioni ufficiali dell’università e della cooperativa. Marino si è messo in macchina ed è venuto nell’azienda Cairelli per rendersi conto di persona se questo «intimo legame» fosse presente anche nella novità che sta seducendo gli agricoltori del Tavoliere (e che, alla fine, ha sedotto anche lui). Dopo aver osservato e percorso in lungo e in largo i 5 ettari di «supergrano», sbriciolando e setacciando spighe con la mano, Marino non nasconde di voler destinare già con la prossima semina una parte consistente delle proprie terre alla coltivazione dell’Iperdurum, che così si affiancherebbe e poi potrebbe sostituire il Triticum durum, il grano che per duemila anni non ha mai tradito gli agricoltori. E del quale lo stesso Federico II – rieccolo – fu regolatore ed esportatore: i mercanti infatti potevano acquistare e rivendere grano sul libero mercato solo dopo che la corona avesse venduto direttamente il proprio, cioè il grano che aveva raccolto nelle masserie di Stato e stivato nelle «fosse» (la fovea, da cui il nome Foggia, era un silo naturale, uno scavo cilindrico di 6-7 metri di profondità e 4-5 di diametro, rivestito di mattoni di argilla per proteggere i cereali dall’umidità).

Ma Federico era Federico. Uno che nel 1231 emanò addirittura una legge a tutela della purezza dell’aria, che, scrive Stürner, «si può considerare come la prima legge sulla salvaguardia dell’ambiente». La sfida di Iperdurum quindi è modernissima perché è cominciata ottocento anni fa con Federico. Il quale il grano l’aveva nel sangue, non solo nei silos.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 19/6/2022

Servizio fotografico di Lucia Casamassima©

Box/ Innovazione

Il progetto Iperdurum è stato finanziato con 499 mila euro dalla Ue e si prefigge di identificare le varietà di grano duro più produttive e di più elevata qualità per la trasformazione in pasta secca, pasta iperproteica e pani tipici regionali (come il pane di Altamura, il pane di Laterza e il pane di Matera). Il progetto pilota, avviato due anni fa su una estensione di 5 ettari nell’azienda Cairelli in contrada Maitine ad Alberona (Foggia), si fonda sull’idea di coltivare varietà di frumento duro idonee a garantire non soltanto una maggiore resa per ettaro rispetto ai frumenti tradizionali, ma soprattutto produzioni a elevato contenuto proteico e a ridotta presenza di micotossine. Senza modificazioni genetiche e con l’impiego di tecniche agronomiche razionali, come gli interventi mirati di fertilizzazione azotata, il grano prodotto risulta anche più resistente alle malattie. Capofila del progetto Iperdurum è la cooperativa La Piramide (52 coltivatori), con sede a Torremaggiore (Foggia). Primo partner è l’Università «Aldo Moro» di Bari, con le facoltà di Agraria e di Chimica e la spin off Innovative Solutions, i cui responsabili scientifici sono i docenti Agata Gadaleta e Vito Gallo. Il progetto prevede anche l’informazione e la tutela dei consumatori attraverso la tracciabilità, con analisi biochimiche e molecolari brevettate, dei prodotti nella filiera cerealicola.

L’ultima stazione di Padre padrone

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Sette anni dopo averlo presentato su “la Lettura”, Gavino Ledda realizza una tappa fondamentale del suo sogno di trasformare l’abitazione di Siligo in un luogo di incontri, ricerca, spettacoli: appunto “Stazione Padre Padrone”. E’ il progetto “Eurena”, fusione di “Eur”, Europa, ed “ena”, suffisso sardo che significa qui. Cioè, l’Europa è qui

Siligo (Sassari)

«Il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è un grande libro, un capolavoro, e io non intendo fare paragoni con il mio Padre padrone. Ma una cosa la voglio dire, ed è una differenza oggettiva. Levi era di Torino e, mandato al confino in Basilicata, ad Aliano, scoprì e raccontò un mondo che però non era il suo, al quale egli non apparteneva. Io invece ero e sono l’oggetto stesso del mio racconto, sono io stesso la materia del mio mondo pastorale, sardo e di Siligo, che è il mio paese. Quindi per forza di cose io ho il “primato” della materia».

Gavino Ledda non è soltanto la materia della sua stessa letteratura – non riducibile ad autobiografismo -, ma è la Sardegna con la sua antica nobiltà pastorale e i suoi drammi, la terra in cui lui, bambino di sei anni, viene strappato alla scuola «da mio padre, sorretto dalla convinzione morale di essere il mio proprietario» e viene mandato a governare le pecore e a custodire il gregge. Un bambino che resta analfabeta fino a vent’anni, ma che quando scopre la parola, la lingua, se ne impossessa con la furia di un amante e non la lascia più.

Gavino Ledda si diploma da privatista al liceo classico «Azuni» di Sassari e poi si laurea in Glottologia. Padre padrone esce nel 1975 e in pochi anni diventa un successo mondiale, tradotto in 47 lingue. Forse solo un altro libro è simile a Padre padrone per contenuti, drammaturgia, sincerità estrema, crudezza, ed è Il pane nudo di Mohamed Choukri, scrittore marocchino candidato due volte al premio Nobel, coetaneo di Ledda e come lui analfabeta fino a vent’anni. Ma Choukri è morto vent’anni fa e non ha fatto in tempo a pensare al dopo sé stesso. Gavino Ledda invece ha soltanto 83 anni, e questo, in una terra di centenari qual è la Sardegna, significa non essere ancora vecchi. Anche se nel frattempo sei diventato una sorta di nuraghe vivente. Ciò che Ledda esattamente è. Un nuraghe che parla, si muove, ride, si arrabbia, combatte, ragiona. Non gliene frega niente di finire incartato nella confezione regalo di un pur commendevole parco letterario, o museo, o casa museo. Gavino, da quando nel 2007 è morto suo padre Abramo (a 99 anni e due mesi, appunto), si è dato un obiettivo preciso: trasformare la casa paterna di Siligo ereditata da lui e dai suoi cinque fratelli in una «stazione» culturale. Perché una stazione? «Perché è cosa diversa da un museo. La stazione è al tempo stesso luogo di sosta, di arrivi e di partenze. Non è un luogo morto. E’ dinamico, vitale». Con la casa, c’è anche il fondo rustico di 7 ettari di Mela ‘e Riu, alle porte di Siligo, dove Gavino negli ultimi quarant’anni ha messo a dimora 4 mila piante di essenze arboree autoctone, tra le quali sorgerà anche un teatro all’aperto in pietra.

La battaglia di Gavino Ledda è stata difficile. I suoi cinque fratelli volevano vendere tutto al miglior offerente e spartirsi il ricavato. Ma Gavino, il primogenito, inimicandoseli tutti, si è opposto alla vendita e sette anni fa ha lanciato l’idea di acquistare la casa per salvarla e farla diventare la stazione che aveva in mente, luogo di incontri, studi, spettacoli, ricerche, lezioni. Per tutto l’anno, tutti gli anni. Chiamò la Lettura («Solo voi – disse – potete aiutarmi in questa impresa») e su queste pagine annunciò la nascita dell’associazione Eurena, e chiese ai lettori di sottoscrivere quel che potevano per aiutarlo ad acquistare la casa paterna e liquidare i fratelli. Gavino, che vive con il vitalizio della legge Bacchelli (duemila euro al mese), ha impiegato tutti i suoi risparmi, 25 mila euro. Gli altri 25 mila occorrenti li ha raccolti dalla sottoscrizione lanciata attraverso la Lettura.

Oggi, esattamente sette anni dopo quella iniziativa in cui pochissimi avevano creduto, Gavino ha accanto a sé il nuovo sindaco di Siligo, Giovanni Porcheddu, che si è mosso subito e ha incaricato due giovani architetti silighesi, Antonio Maria Ledda e Mirko Mellino, di approntare il progetto «Stazione Padre Padrone», che la Lettura presenta in anteprima. Lo realizzerà una fondazione, «di cui Gavino Ledda – dice il sindaco Porcheddu – sarà presidente e della quale faranno parte anche il Comune di Siligo e la Regione Sardegna». La fondazione assorbirà l’associazione e ne prenderà anche il nome, Eurena, che – spiega Gavino che lo ha coniato -, «è la fusione di Eur, Europa, ed ena, suffisso locativo sardo che sta per “qui”, cioè l’Europa è qui, è questo luogo».

In Regione, dopo gli annunci sempre disattesi degli anni passati a sostegno del «nuraghe Ledda», questa volta sembrano animati da intenzioni più serie. Per realizzare il progetto occorrono 3,5 milioni di euro e il sindaco Porcheddu e l’assessore regionale alla Pubblica istruzione e Beni culturali, Andrea Biancareddu, puntano a ottenere anche fondi europei. «Questo progetto ha una valenza non solo per Siligo ma per l’intera Sardegna – dice Biancareddu –, perché Gavino Ledda è un esempio di riscatto culturale per tutti i sardi e, in questi tempi complicati, soprattutto per i più giovani».

Siligo oggi ha appena 830 abitanti. Negli ultimi sessant’anni la sua popolazione si è dimezzata, ma la piccola comunità silighese non ha perso la memoria: qui, oltre a Gavino Ledda, sono nati la cantante Maria Carta, ritratta in un grande murale e alla quale è stato dedicato un museo, il poeta Gavino Contini e Francesco Cossiga, capo dello Stato dal 1985 al 1992. Il quale è nato a Sassari perché lì è stato partorito, ma di fatto è considerato di Siligo, perché la casa paterna in cui ha trascorso l’infanzia è qui a Siligo, praticamente di fronte a quella di Abramo Ledda. «Quando Francesco è stato eletto presidente della Repubblica – rivela Gavino Ledda, che lo chiamava per nome e gli era amico -, il primo posto che ha voluto visitare non è stato Sassari, ma Siligo. E sempre, quando veniva a casa mia, voleva che io preparassi per entrambi il pane untinadu, cioè unto con il lardo fatto sgocciolare al fuoco del camino». Cossiga, o meglio Francesco, per Gavino Ledda è un riferimento importante. «Fu lui a propormi, a mia insaputa, per il beneficio della legge Bacchelli. L’ho appreso dopo la sua morte. Francesco Cossiga – dice Gavino – era un uomo molto colto, molto intelligente e molto orgoglioso. Dopo aver letto Padre padrone insisteva affinché insieme ne facessimo una edizione giuridica. Voleva spiegare quel mondo lì attraverso la regolazione giuridica dei rapporti tra le persone. Un’idea molto bella, che purtroppo non siamo riusciti a concretizzare». Ma che si può sempre fare, il tempo non è certo scaduto. «Vero – dice Gavino, mentre si sistema davanti al suo pianoforte usato, che ha imparato a suonare tre anni fa -. Ma dipende da quando entrerà in funzione la Stazione Padre Padrone».

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 3/4/2022     

La battaglia del borgo contro i parchi eolici. “Il progetto va cambiato”

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La protesta dei cittadini dei comuni del Beneventano

San Bartolomeo in Galdo (Benevento)

San Bartolomeo, l’apostolo, qui è «in Galdo». Da Wald, termine longobardo che significa bosco. Il bosco sul cocuzzolo di Montauro, dove le janare, le streghe del Sannio, secondo la leggenda tenevano i loro «sabba», convegni in cui praticavano riti magici alla presenza del diavolo. Da quando il bosco e la intatta vallata sulla quale affaccia questo paese di cinquemila abitanti sono in pericolo, i devoti del santo e i seguaci delle janare si sono alleati. Il santo, le streghe, il diavolo, tutto il popolo. Anche quello dei comuni vicini. Pur di salvare l’ultimo brandello di paesaggio tra Campania, Puglia e Molise che non sia stato ancora invaso dalle pale eoliche.

Non c’è nemmeno bisogno del satellite, lo scempio si vede percorrendo la statale 369 in direzione Benevento. Il versante sinistro, quello pugliese, è davvero «sinistro». Filari di pale eoliche, che segnano un cammino spettrale di acciaio e cemento lungo il crinale dei monti Dauni, si ergono come enormi guardiani minacciosi sui piccoli comuni di Alberona, Roseto e Celenza Valfortore, Volturara Appula e San Marco la Catola. A destra invece il versante campano mostra tutta la sua bellezza inviolata, con la campagna coltivata e abitata, la vallata, e all’orizzonte i borghi di Baselice e Colle Sannita.

«Qui non le metteranno mai, non possono, sarebbe una follia», dicevano Carmine Agostinelli e Giovanni Pepe, sindaco e vicesindaco di San Bartolomeo in Galdo.

Invece il 16 dicembre scorso un decreto dirigenziale della Regione Campania ha autorizzato la Edelweiss power srl a compiere la follia. Piantare proprio lì 7 torri alte 200 metri con eliche di 136 metri di diametro, per una potenza installata (attenzione: potenza installata, non produzione di energia) di 28 megawatt. A questo «parco» eolico ne vanno aggiunti altri due, in via di autorizzazione. Uno della Edison, altri 30 megawatt e altri 7 alberi di trenta piani, e uno della Irpinia Vento srl, che voleva 16 pali da 2 megawatt, ma pur di vedersi autorizzato il progetto si «accontenterebbe» anche di 4 pali da 4 megawatt. Le tre società per non farsi la guerra hanno scelto tre posti diversi.

A nulla è valso l’intervento di «Italia Nostra»: «E’ in atto una trasformazione industriale che sta rapidamente cambiando il paesaggio del Sud, lo sta piegando all’imperativo della transizione ecologica e all’estrazione industriale di energia». Anche le parole dell’ad di Enel, Francesco Starace, intervistato dal «Corriere», sono cadute nel vuoto: «Per le pale eoliche non vedo molti altri posti in Italia dove si possano mettere». L’assalto invece continua. Fino all’ultimo buco di paesaggio utile alla Causa della Transizione Ecologica. Nel Sud, dice «Italia Nostra», è pronta una nuova invasione di torri eoliche, alte anche 250 metri. E ben 1.065 sono destinate alla sola Puglia, cioè la regione che con 2.500 megawatt è già al primo posto per produzione eolica. Mentre la provincia di Benevento, che ha 280 mila abitanti e una potenza installata di 500 megawatt con cui potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di 320 mila persone, deve subìre questo ulteriore arrembaggio. E tutto questo senza contare lo scempio del fotovoltaico industriale, che per ogni megawatt di energia prodotto richiede di «tombare» con i pannelli solari due ettari di terra, quasi sempre coltivata o coltivabile.

«Ricorreremo al Tar per questo regalo di Natale», dicono sindaco e vice di San Bartolomeo in Galdo. L’amministrazione comunale non vuole nessuno dei tre progetti, ma ha tuttavia indicato un’area diversa dalle tre individuate dalle società proponenti, «quella sul versante pugliese, che è già compromessa dalle pale eoliche». In questa vicenda ministeri e soprintendenze si sono persino scontrati. Però, se vi state ancora chiedendo come sia possibile che aree agricole diventino per decreto aree industriali, sappiate che ciò è previsto dalle Linee Guida Nazionali. In sintesi: si tiene una «conferenza di servizi», alla quale partecipano una cinquantina di soggetti istituzionali, a dimostrazione di quanto ampia e partecipata sia e debba essere la decisione finale. Ma se, come nel nostro caso, i presenti sono solo 11, e in prevalenza contrari, gli assenti vengono conteggiati come favorevoli agli impianti. Una magia. Che consente di cambiare la destinazione dell’area da agricola in industriale tagliando fuori il comune. Nemmeno un sabba di janare avrebbe saputo fare meglio. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14/1/2022

Foto di ©Lucia Casamassima  

Cade l’accusa di caporalato, torna libera la moglie del prefetto

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Revocato l’obbligo di dimora a Rosalba Bisceglia. Il legale: ha chiarito tutto. Ma intanto tra intercettazioni “inequivocabili” e ricostruzioni “inoppugnabili” contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l’una accusata di reati infamanti e l’altra costretta a dimettersi

Foggia

È un classico della giustizia italiana: paga chi non c’entra nulla, e pazienza se i reati per i quali paga chi è innocente continuano a essere commessi tutti i giorni sotto gli occhi di tutti. Meno di un mese fa, il gip di Foggia, Margherita Grippo, con una ordinanza di 117 pagine aveva accolto le conclusioni dell’inchiesta «Terra Rossa» condotta dalla Procura dauna in materia di caporalato, l’odioso sfruttamento del lavoro attraverso la intermediazione illegale di manodopera.

Aveva sostenuto, il gip, che tra le sedici persone indagate (cinque agli arresti) e le dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, meritasse la misura cautelare dell’obbligo di dimora anche l’imprenditrice agricola Rosalba Livrerio Bisceglia. Dello schiavismo nei campi tutti sanno tutto da sempre, quindi nessuno può più simulare «orrore» e «stupore», ma è stato subito chiaro che in questo caso l’inchiesta ha fatto notizia proprio per il coinvolgimento di Rosalba Livrerio Bisceglia. Non soltanto perché la signora appartiene a una storica famiglia di imprenditori agricoli, ma anche e soprattutto perché è la moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno. Il prefetto Di Bari, appena ha appreso che la moglie era indagata con l’accusa di aver trattato direttamente con i caporali si è dimesso. Di Bari è stato prefetto vicario a Foggia per otto anni e da poco era diventato dirigente del dipartimento Immigrazione.

Il fatto che sua moglie fosse accusata di aver sfruttato i braccianti neri in combutta con i caporali – come racconta l’ordinanza del gip – lo ha fatto apparire come Dracula alla guida della Croce rossa. Ieri sera però, dopo l’interrogatorio della «moglie del prefetto» davanti allo stesso gip Grippo, il «contrordine compagni»: poiché Rosalba Livrerio Bisceglia, come riferisce in una nota il suo avvocato Gianluca Ursitti, «ha chiarito la propria posizione anche attraverso la produzione di documenti», le misure cautelari nei suoi confronti sono state revocate.

In altri termini, tra intercettazioni «inequivocabili» e ricostruzioni «inoppugnabili» contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l’una accusata di reati infamanti e l’altra praticamente costretta a dimettersi per la carica pubblica ricoperta. Quando invece, dice sempre il difensore dell’imprenditrice, tutti i pagamenti ai braccianti sono avvenuti con bonifico e nel rispetto dei contratti di lavoro provinciale e nazionale. Domanda: ma verificare tutto questo «prima»? No?

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/1/2022

Foto ©Lucia Casamassima

Via all’abbattimento dei palazzi. Riemerge il Teatro romano

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Tesori / Comincia oggi a Teramo la demolizione dei due edifici costruiti 120 anni fa. Si conclude una battaglia durata decenni per liberare una eccezionale area archeologica. Piano da 23 milioni per tutto il centro storico

Teramo

Il momento è giunto ed è solenne. Oggi pomeriggio a Teramo verrà aperto il cantiere per l’abbattimento di palazzo Adamoli e di palazzo Salvoni, i due edifici di tre piani costruiti centoventi anni fa proprio sopra il Teatro romano, in pieno centro storico. Le due costruzioni verranno finalmente demolite e il più grande bene archeologico dell’Abruzzo, meravigliosa opera in pietra dell’età augustea fatta costruire dall’imperatore Adriano nel II secolo dopo Cristo, rivedrà la luce entro 150 giorni.

Coevo del più famoso Teatro Marcello di Roma, il Teatro romano dell’antica Interamnia era capace di contenere mille persone ed era lì, tutto intero, a tre metri e mezzo sotto la superficie stradale, quando si decise di costruirvi sopra i due palazzi, proprio al centro dell’emiciclo, dando a intendere che tanto, lì sotto, non c’era nulla. Una tesi, questa, ribadita anche quando, nel 1902, lo storico e archeologo teramano Francesco Savini insisteva nell’affermare il contrario, e di nuovo ripetuta quando Savini (al quale è stato meritoriamente intitolato il Museo archeologico di Teramo) non solo non si arrese, ma con tenacia cominciò a sue spese gli scavi, che poi proseguirono grazie all’approvazione del suo progetto da parte dell’Accademia dei Lincei e al finanziamento dell’allora Soprintendenza di Marche, Abruzzo e Dalmazia.

Nel 1937, il ministro della Cultura popolare, Giuseppe Bottai, fa la cosa giusta. Decide che quei due palazzi devono sparire e ne finanzia l’abbattimento. Il regime fascista, a Roma, abbattendo e scavando, sta riportando alla luce i Fori imperiali, e a Teramo non vuol essere da meno. Poi però scoppia la guerra. E, nel dopoguerra, sono altre le rovine a cui dedicare attenzione e risorse. Ma dopo? Cosa è avvenuto dopo, nei tre «ventenni» post-ricostruzione bellica, cioè in quei sessant’anni di edilizia selvaggia che dal 1960 al 2020 ha in vario modo sfigurato l’Italia? Molto poco. Quasi niente. Qualche «ecomostro» abbattuto – come l’albergo Fuenti sulla costiera amalfitana, o i palazzacci di Punta Perotti sul lungomare di Bari -, e il resto della «Grande Bruttezza» architettonica e urbanistica ancora tutta in piedi.

Per il Teatro romano di Teramo le cose sono andate nella stessa direzione. Dopo lo sfregio, l’incuria. E dopo la sfiducia, l’inerzia e la rassegnazione. Ce ne accorgemmo undici anni fa, quando il «Corriere» venne a Teramo e diede voce a un manipolo di irriducibili – l’associazione «Teramo Nostra» e i Radicali del teramano Marco Pannella -, che non avevano mai smesso di battersi e di credere nel recupero del Teatro romano e nella sua funzione di volano per il rilancio di tutto ciò che gli sta intorno: la Domus romana del I secolo avanti Cristo, l’Anfiteatro del I secolo dopo Cristo, la Basilica del VI secolo e il Duomo del XII. Sembrava una sfida impossibile, di pura testimonianza. Addirittura, dopo il sisma del 2009, che rese pericolanti i palazzi Adamoli e Salvoni, a causa di un errato progetto di abbattimento i soldi che dovevano essere utilizzati per demolire i due edifici vennero impiegati per consolidarli.

Marco Pannella, arrabbiato, esausto, arrivò persino a denunciare alla Procura della Repubblica queste stranezze, che definì «frutto della volontà di un’associazione a delinquere che persegue un medesimo disegno criminoso». Ma non accadde nulla. Pannella tuttavia avrebbe vinto anche questa battaglia. Nel 2019, tre anni dopo la sua morte. Quando a Teramo si insedia l’amministrazione comunale di Gianguido D’Alberto, il sindaco in carica, che decide di giocarsi tutto sul recupero del Teatro romano e sulla «rifunzionalizzazione», come la definisce lui, dell’area archeologica circostante, fino al mercato coperto e al Conservatorio «Braga».

I due palazzi sono stati acquisiti dai proprietari per 400 mila euro e la demolizione vera e propria ne costerà 800 mila, ma complessivamente per gli interventi di recupero e di valorizzazione del centro storico di Teramo verranno spesi 23 milioni di euro. «Avremo un nuovo paesaggio urbano bellissimo, di cui andremo fieri», dice il sindaco.

L’entusiasmo e l’emozione di D’Alberto sono gli stessi dell’ingegnere Alessandra di Giuseppe Cafà, che coordinerà i lavori di demolizione dei due palazzi, e di Alberto Melarangelo, presidente del consiglio comunale e figlio di Sandro, il quale, con Renato Ciminà, Piero Chiarini, Cosima Pagano e Alessio Palantrani di «Teramo Nostra», per protesta giunse a incatenarsi davanti ai palazzi che verranno abbattuti. Ma entusiasmo ed emozione sono anche i sentimenti dell’intera città. Tutte le forze politiche hanno sostenuto le singole tappe del veloce cammino di questi ultimi tre anni e i cittadini hanno risposto con una partecipazione mai vista alla conferenza di servizi dell’anno scorso, in cui è stato discusso il progetto di recupero dell’architetto palermitano Girolamo Bellomo e della sua équipe.

La demolizione, per ovvie ragioni, non avverrà in maniera spettacolare, con la dinamite, ma con lo «smontaggio» pezzo per pezzo, a partire dal tetto, dei due edifici. Come si fa con i mattoncini delle costruzioni «Lego». I due palazzi saranno imbragati da catene laterali che ne eviteranno lo «spanciamento», mentre i gradoni e la cavea del Teatro verranno ripuliti dal materiale di deposito delle finte fondamenta.

Per Teramo, che dopo tre terremoti negli ultimi dodici anni ha ancora quattromila sfollati, questo è davvero un gran giorno. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20/12/2021

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