I grattacieli della musica

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Padre del muralismo sardo e scultore Pinuccio Sciola amava le pietre. Le faceva vibrare, ne tirava fuori la “voce”, le trasformava in strumenti. Come nella “Città sonora”, gruppo di torri che “la Lettura” ha potuto vedere a casa dell’artista scomparso nel 2016. Ora una serie di iniziative celebra questo cultore della materia, parola che ha radice comune con “mater”. Madre Natura


Pinuccio Sciola


San Sperate (Sud Sardegna)


«La Sardegna è la più bella scultura al centro del Mediterraneo», diceva Pinuccio Sciola, artista sommo, nato, cresciuto e morto – due anni e mezzo fa – a San Sperate, un paese di 8500 abitanti a venti chilometri da Cagliari, dove i singolari muri di fango e paglia delle case, oggi quasi tutti decorati da murales, non sono più il triste proscenio della povertà di cinquant’anni fa, e gli orti tutt’intorno sono sempre verdi grazie al fiume Mannu, e i pescheti portano ogni anno frutti in abbondanza più che nel resto dell’isola.
Sciola scolpiva le pietre – soprattutto le pietre, ma anche i tronchi di olivo e olivastro, duri come le pietre – perché era convinto di ciò che gli disse, e in verità ancor prima che glielo dicesse, Gillo Dorfles, suo amico e suo grande estimatore. «Sono le pietre – diceva Dorfles – le vere creature dell’isola». Non solo per i settemila nuraghi, per i dolmen e i menhir. Non solo per una scultura che in Sardegna si pratica, e con quale ingegno e finezza, fin dal terzo millennio avanti Cristo. Ma proprio per le pietre così come sono, si tratti delle più «nobili» come il marmo e il granito o delle più «umili» come gli scisti, i basalti, o la trachite di Ozieri e di Serrenti. Tutte queste pietre, la pietra, sono materia viva, fanno parte e sono esse stesse la Natura che ispira Sciola.
Una Natura di pietra sulla quale Sciola, artista singolare, unico, agisce con l’osservazione, il pensiero, e poi con lo scalpello, la fiamma ossidrica, il taglio a getto d’acqua ad alta pressione, e infine con le carezze. Le grosse mani di Sciola che accarezzavano soffici e delicate come piume le sue imponenti sculture di pietra, facendole vibrare quasi fossero corde di un’arpa e suonare come xilofoni, sono state lo spettacolo meraviglioso di una dimostrazione «scientifica» che Sciola aveva inseguito per lungo tempo: scolpire, incidere, sezionare, levigare le pietre per farle esprimere come esseri viventi attraverso le nuove forme in cui lui le modellava, ma soprattutto attraverso la «voce» che riusciva a tirarne fuori, vibrazioni visibili a occhio nudo e note musicali uguali a quelle che emetterebbe qualsiasi strumento ben accordato e ben suonato.
La Città sonora, per esempio, un gruppo di torri e grattacieli che potrebbero essere New York o Chicago, Milano o Francoforte – che «la Lettura» ha potuto vedere insieme con i primi bozzetti dell’opera sul grande tavolo dell’incredibile casa-museo-laboratorio di Pinuccio Sciola a San Sperate, vibra e suona in ogni suo edificio quando Maria Sciola – che con i fratelli Tomaso e Chiara ha costituito una fondazione intitolata al padre – li accarezza nel modo in cui Pinuccio le ha insegnato a fare fin da bambina. La stessa abilità ha maturato Giulia Pilloni, cugina di Maria e nipote di Pinuccio, autrice di una accuratissima tesi di laurea magistrale in Storia dell’Arte all’Università di Cagliari su Pinuccio Sciola e vestale del Giardino sonoro di San Sperate. Un paio di ettari di ulivi, fichi d’India, aranci e limoni tra i quali sono state sistemate le opere di Sciola, ben ottocento megaliti che Giulia e Maria spiegano ogni giorno ai visitatori che giungono fin qui (circa 15 mila all’anno, nonostante l’eterna questione dei costi esosi da e per la Sardegna, che penalizza più di tutti i sardi).
Megaliti sonori, dunque. Ma non solo. Ci sono anche sculture di basalto, che Pinuccio ha ferito e fatto sanguinare con la fiamma ossidrica, lasciando raggrumare in lava la pietra offesa, e sculture in metallo, o addirittura in tubi Innocenti, con le quali Sciola ha voluto rappresentare le «canne al vento» raccontate da Grazia Deledda o riproporre le forme eccentriche e bizzarre delle opere di Antoni Gaudì, benché gli scultori ai quali Sciola deve davvero qualcosa, e ai quali per sua stessa ammissione si è ispirato, siano Arturo Martini, Marino Marini e soprattutto Giacomo Manzù.
Le pietre sonore sono però il punto di arrivo del cammino artistico di Pinuccio Sciola e non si capirebbero fino in fondo, e forse non sarebbero nate, se la sua vita non fosse stata com’è stata, simile a quella di Antonio Ligabue e di Gavino Ledda nella realtà, e al protagonista del romanzo di Giulio Angioni Assandira nella finzione. Sciola fu autodidatta come Ligabue e come lui ripeté tre volte la seconda elementare. E come Ledda, che si iscrisse a 25 anni al liceo classico «Azuni» di Sassari, Sciola arrivò al liceo artistico di Cagliari solo a 18 anni. Mentre nella finzione letteraria Sciola e Saru, il pastore protagonista di Assandira, sembrano la stessa persona, uomini in rivolta contro «il folklore e i suoi panni colorati, che nascondono tutto il resto», come disse Sciola già nel 1976, quando approdò alla Biennale di Venezia con la sua idea di San Sperate «paese-museo». In quella occasione, nonostante i contrasti e le polemiche, Sciola riuscì a imporre il suo racconto: «la vera Sardegna» contro il luogo comune del «paradiso selvaggio» abitato da due tipologie di personaggi, i banditi alla Graziano Mesina e i miliardari alla Aga Khan.
Fece in fretta, Sciola, e recuperò il tempo perduto. A 25 anni era già in Spagna, all’Università madrilena della Moncloa e a studiare le pitture delle grotte rupestri di Altamira. Due anni dopo torna in Sardegna, a San Sperate, e fra la incredulità e la resistenza dei compaesani comincia a ricoprire di calce bianca i tristi muri marroni di paglia e fango del paese e a decorarli con grandi dipinti. Era nato il muralismo sardo. Un fenomeno che da allora non si è mai fermato, dalla versione più politico-ideologica di Orgosolo a quella più squisitamente artistica di San Sperate. E questo grazie anche al fatto che Pinuccio Sciola volle andare in Messico a confrontarsi con il maestro del muralismo sudamericano, David Alfaro Siqueiros, dal quale non avrebbe potuto ricevere un attestato migliore di questo: «Sei un maya che ha solo vissuto lontano da qui», gli disse Siqueiros.
Tornato a casa, Sciola completa l’opera. Questa volta l’intero paese lo segue con entusiasmo, arrivano a dare il loro contributo anche artisti stranieri, persino i bambini vengono lasciati liberi di scatenare la loro fantasia sui muri imbiancati come a scuola non possono fare e addirittura viene cambiato il colore delle strade, che, diventando azzurre, gialle, verdi, rosse, mutano l’umore di chi in paese ci vive e di chi ci passa. Eccolo dunque il paese-museo, quello che, se la Biennale lo voleva, doveva essere così com’era, nei colori, nelle facce e nelle storie dei sardi che poi sbarcarono a Venezia e in quella Biennale del 1976 lasciarono la loro impronta. Esattamente com’era accaduto l’anno prima, quando Sciola volle e ottenne una mostra all’aperto a Nuoro, dove le sue sculture in legno, in grandezza naturale e dai titoli inequivocabili – Cadaveri, Impiccati, Pecore sgozzate – vennero disseminate per terra, nelle strade e nelle piazze della città, per parlare della morte, dalle vittime della strage di Brescia del 1974 all’amico che in preda allo sconforto si era impiccato, fino alla «condizione sarda» di un’agricoltura e di una pastorizia ricacciate indietro dai duecentomila ettari dell’Isola assoggettati a servitù militare.
«La Sardegna, Venezia, il Mediterraneo, è tutto un mondo che è minacciato», disse Pinuccio, precorrendo di decenni attraverso l’arte i temi che la politica non vedeva e che oggi ci ritroviamo tra le mani come i più gravi e i più delicati.
Il centro di gravità della ricerca di Pinuccio Sciola e della sua arte è sempre stato il rapporto tra l’uomo e la natura, la necessità di un rapporto armonico tra loro, pregiudicato dalla ineffabile capacità dell’uomo di creare i propri mali, che finiscono per deformarlo, divorarlo, distruggerlo nel corpo e nella mente. E poiché la natura è madre, e porta in sé stessa il concetto di maternità, la via migliore per conoscerla e rappresentarla è per Sciola la materia. Dalla materia, attraverso la comune radice mater, si arriva alla maternità, cioè ci si ricongiunge alla natura.
Ecco perché la pietra. E’ la pietra la materia per eccellenza, perché è materia vivente. E’ lei che ci riporta alla madre. E’ per questa ragione che Sciola l’ha amata e le ha dato «voce» nel vero senso della parola. Ma allo stesso tempo è anche andato oltre l’arte e, sempre a San Sperate, ha creato una scuola, il Centro internazionale per la lavorazione della pietra, dove formare artisti che fossero anche artigiani, in grado cioè di esercitare un mestiere che in Sardegna nessuno o quasi conosceva, nonostante l’abbondanza di materia prima – granito e trachite – esportata, lavorata fuori e rivenduta a prezzi molto più alti.
Le sculture dell’artista di San Sperate, va detto, non sono state «scoperte» dopo la sua morte e anzi, lui vivo, hanno incontrato l’apprezzamento e i riconoscimenti che meritano. Renzo Piano, nel 2002, scelse per il giardino interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma una delle monumentali pietre sonore di Sciola, e nel 2012 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nominò Sciola commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Adesso i megaliti hanno cominciato a girare il mondo senza il loro artefice. Quest’anno in Inghilterra, l’anno prossimo negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. Se una nuova Età della Pietra toccherà all’umanità, c’è solo da augurarsi che sia quella delle pietre sonore di Pinuccio Sciola.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 1/12/2019

La vita tormentata di Ligabue

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Il romanzo. Carlo Vulpio racconta la storia del Van Gogh italiano, «genio infelice», agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca e al tema dell’emigrazione



di Silvia Mazza, La Sicilia, 6/11/2019


Il romanzo “Il genio infelice” di Carlo Vulpio (Ed. Chiarelettere, 250 pagine, euro 17,60), “Il romanzo della vita di Antonio Ligabue”, come recita il sottotitolo, racconta, agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca (la prima metà del secolo scorso) e al tema di cocente attualità dell’emigrazione, la storia tormentata del pittore, il Van Gogh italiano, riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento. Non c’è niente di più emozionalmente impegnativo di un’arte (quella di Ligabue) e di una scrittura (quella di Vulpio) apparentemente facile. Sin dal titolo: “Il genio infelice”.
Ma quale altra dimensione che l’infelicità conobbero Michelangelo, Monet e De Chirico, affetti da depressione, Munch schizoide, Rousseau masochista o Van Gogh, il “pittore malato” per antonomasia? o anche Hendrix, Morrison, Wolf, Pavese, Baudelaire, depressi e psicotici? Infelici, tutti. Dunque, non lo stereotipo dell’artista folle e maledetto, ma fin da subito per lo scrittore, giornalista del Corriere della Sera, deve essere chiara l’eccezionalità: se il genio non può che essere infelice, allora quello che vuole dirci è che Ligabue è il più infelice tra gli infelici, perché la vita, dell’artista come quella delle belve che raffigura nei suoi dipinti, non è una lotta di sopravvivenza, ma una lotta di sopraffazione in cui si afferma il più forte. Senza scampo. Tranne che sottrarvisi solo grazie a un’altra sopraffazione. Come la Vedova nera che in un dipinto, ribaltando le sorti della battaglia, infligge un colpo mortale al leopardo, avventatosi su uno scimpanzé devastato dal terrore di una morte certa. Questa via di scampo per Ligabue è l’arte. Arte, quindi, come gesto di sopraffazione con cui imporre non solo questa tormentata visone della vita, ma soprattutto se stesso, attraverso l’ossessiva serialità degli autoritratti, con minime variazioni, fatta eccezione per quello nei panni di Napoleone, forse autoironico alla maniera dissacrante di Jean De Buffet.
Ligabue, imitando versi e movenze della belva da dipingere come uno sciamano posseduto, si eleva a quella dimensione super-umana concessa dal furor della creazione artistica e così può stabilire una legge contro natura: la vittima, il perdente, vive in eterno attraverso le sue opere. «Un giorno io sarò nei più grandi musei del mondo» disse una volta: non la proiezione di un desiderio, ma una lucida consapevolezza. Come l’utopia del carnevale di Bachtin, che rovesciando l’ordine esistente diventa condizione per l’esercizio della libertà, Ligabue attraverso la sua arte ha ribaltato il destino che in vita l’ha voluto un vinto, rendendosi libero per sempre dai dogmi e dalle convenzioni sociali.
Per questo il romanzo di Vulpio è un potente antidoto contro il tentativo di annichilimento del pensiero e delle esistenze che si rinnova funesto nella storia, capace di parlare all’umanità attraverso tutte le epoche, come solo i grandi classici sanno fare. Il dramma di questa storia è serrato in una ring composition tra la domanda all’inizio del libro – “Ma lo sai di chi sei figlio, tu?” – che avrebbe accompagnato per tutta la vita Toni al mat (il matto, come veniva chiamato nella Bassa padana), dilaniandolo peggio dei colpi che infliggeva al naso per renderlo simile al rostro di una di quelle aquile che dipingeva, e la frase – “non dovevo nascere” – pronunciata come in un’oratoria epidittica alla fine dei suoi giorni. Di mezzo ci sono il tema dell’emigrazione verso la Svizzera e dei parassiti da cui fuggiva in patria. Pebrine, brusoni, mosche olearie e i ragni diventeranno enormi e letali nei dipinti, sintesi visiva della sua solitudine, catarsi alle crisi provocate dall’alienazione mentale, ma anche ricovero dei ricordi drammatici della sua adolescenza. Ci sono, poi, le sorgenti che hanno alimentato il bagaglio figurativo dell’artista (lo zoo, i musei d’arte e di storia naturale a San Gallo, il circo, i pittori naïf dell’Appenzell, l’incontro con i pittori e scultori Mazzacurati e Mozzali); il ribaltamento del concetto di alienazione, per cui più che il disagio del singolo ad accettare la civilizzazione si assiste al disagio della civiltà a riconoscere l’eccezionalità del singolo; gli ingressi e uscite da un manicomio all’altro; l’isolamento lungo le golene del Po, condizione per garantirsi la libertà, ma anche per sedare l’ansia a contatto con l’acqua; l’atelier nello sgabuzzino dell’Agip; l’incontro col “procuratore” Agosta Tota “tra persone in lotta con la vita”. Il racconto empatico dello scrittore cede al taglio cronachistico del giornalista, che va rintracciando il riflesso della strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 nelle opere “sanguigne” di quel periodo o l’incontro con Cesarina nei dipinti “pacificati”. E che non rinuncia alla polemica con un Montanelli che banalmente incomprese il genio, l’uomo. Tutto.
I dialoghi che interrompono la prosa sono come un coro greco che commenta ciò che avviene sulla scena e talvolta interviene direttamente nell’azione; e in quelle “figure che avevano sempre qualcosa da dire”, alle quali, col Vasari, sembra mancare solo “il moto et il fiato”, rivive il topos dell’arte così rispondente al vero da sembrare viva.

Macedonia del Nord, Europa più grande e in pace

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Skopje ha da poco sanato un contenzioso storico con Atene per l’uso del nome del Paese. Questo ha aperto le porte dell’Unione Europea e contribuito a raffreddare uno dei focolai di tensione nei Balcani. “La Lettura” è venuta fin qui per vedere cosa succede in questa terra ricca di cultura e fascino, che ospita la capitale europea dei Rom



Ocrida, Skopje, Struga, Shuto Orizari (Macedonia del Nord)


«Non torneremo indietro. Noi apparteniamo all’Unione europea e vi prometto che, dopo l’accordo con la Grecia sul nuovo nome del nostro Paese, la Ue ci aprirà le porte». Questo disse, esattamente un anno fa, il capo del governo, il socialdemocratico Zoran Zaev, nella gremitissima piazza centrale di Skopje, la capitale del neonato Stato della Macedonia del Nord, che dal 12 febbraio 2019 porta questo nome. Da quel giorno, grazie a un compromesso intelligente tra lo slavo macedone Zaev e il capo del governo greco Alexis Tsipras siglato il 12 giugno 2018 sul lago di Prespa, che ha risolto un problema all’apparenza impossibile, la Grecia non è stata espropriata del nome della «sua» Macedonia – quella in cui nacquero Filippo II e suo figlio Alessandro Magno – e nei Balcani, o meglio, in Europa, c’è una nazione in più.
La Macedonia del Nord, come il Montenegro e l’Albania, da tempo utilizza l’euro accanto alla propria moneta nazionale e adesso, dopo aver aderito alla Nato, chiede che Bruxelles mantenga la promessa di farla entrare nella Ue. Come del resto dovrebbe avvenire per tutti i Paesi balcanici, che sono e si sentono Europa, non solo per la geografia e la geopolitica, ma per la cultura e, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, per il modo di vivere e di pensare. Non sono più né Europa dell’EstEuropa del Sud, e nemmeno si può scorporarli in Balcani orientali e occidentali, secondo una delle ultime suddivisioni tracciate sulla carta con il solito «sistema del righello» che crea disastri e nuovi problemi invece di risolverne. Se a questo si aggiunge che la Macedonia del Nord era una delle sei repubbliche federate della ex Jugoslavia di Tito (con Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia), che oggi sarebbero sette se si annovera anche il Kosovo (riconosciuto come Stato indipendente da cento Paesi, tra i quali l’Italia, sui 193 che compongono l’Onu) e potrebbero diventare otto se anche la Vojvodina, provincia autonoma della Repubblica di Serbia, facesse domani ciò che il Montenegro ha già fatto ieri, apparirà più chiaro come la nascita di questo nuovo Paese è un avvenimento molto importante per l’Europa.
Grande quanto la Sicilia e con una popolazione (2,1 milione di abitanti) appena più numerosa di quella della Calabria, la Macedonia del Nord è un apparente paradosso: attraverso questo Paese sconosciuto agli europei si può conoscere e capire meglio l’Europa. In altre parole, da qui l’Europa si vede meglio. Mentre dall’Europa si riescono a vedere soltanto la povertà nord-macedone (ma quest’anno il Pil è in crescita del 4 per cento) e la sua distanza dagli standard europei in materia di diritti (l’arresto del giornalista Tomislav Kezarovski è emblematico).
Eppure, siamo così vicini. Innanzi tutto, in chilometri. Brindisi, punto finale della Via Appia, è più vicina a Skopje (500 chilometri) che non a Roma (570). Ed è ancor più vicina a Ocrida (330), che è il luogo simbolo della Macedonia del Nord, dei Balcani e dell’intero mondo slavo, a cominciare dalla lingua e dalla religione. Ocrida è sul lago omonimo, appena superato il confine con l’Albania, e si trova su quella grande arteria di comunicazione che era la Via Egnatia, magnifica intuizione dei Romani per collegare l’Italia, l’Occidente, a Bisanzio e quindi all’Oriente. Approdati a Durazzo, in Albania, i Romani si spinsero all’interno e tra le tante colonie fondarono anche Scupi (l’odierna Skopje), ma Ocrida già esisteva. Tremila anni fa era un villaggio di palafitte – che oggi è stato ben ricostruito come Museo sull’Acqua sulla sponda del lago chiamata Baia delle Ossa – e ancora prima, circa seimila anni fa, era stato il luogo di uno dei più antichi insediamenti umani in Europa.
Ocrida però è legata soprattutto a un avvenimento culturale che ha cambiato la storia: la nascita dell’alfabeto cirillico, che per le popolazioni slave significò potersi capire reciprocamente e poter accedere alla Bibbia e ai Vangeli, anche senza conoscere il greco. Su quei testi tradotti in cirillico poté formarsi un clero, cioè un ceto dirigente, non più soltanto greco e grecofono, ma slavo. L’anno 865, grazie ai due fratelli tessalonicesi (dunque, greci), i monaci Cirillo e Metodio, nacque a Ocrida un nuovo alfabeto di trentotto lettere che sarebbe stato il pilastro della religione cristiana ortodossa. Religione che nell’867 diventò per la prima volta il credo ufficiale di un Paese slavo, la Bulgaria.
Il binomio Grecia-Bulgaria è sempre stato presente nelle vicende nord-macedoni. Ma se la controversia con i greci sul nome del Paese è stata chiusa, ne è rimasta in piedi un’altra, con i bulgari. I quali gradirebbero che i macedoni del nord non chiamino macedone la propria lingua, in quanto, dicono i bulgari, essa è una variante del bulgaro… La risposta, indiretta, a quest’altra seccatura l’ha data il Parlamento della Macedonia del Nord – non meno «multietnica» della Bulgaria membro della Ue -, che riconoscendo l’albanese come seconda lingua ufficiale dello Stato nord-macedone, dove il 30 per cento della popolazione è di lingua albanese, ha dimostrato quell’apertura mentale «europea» che a Ocrida si respirava già nell’893, quando nella meravigliosa chiesa-monastero di San Clemente e San Pantaleone, il vescovo Clemente, discepolo di Cirillo e Metodio, fondò una delle più antiche università del mondo slavo e d’Europa.
Ocrida è piena di chiese ortodosse. E anche se non è vero che esse siano 365, una per ogni giorno dell’anno come vorrebbe la leggenda, si può far finta che sia così, tanto sono belle e ricche dei migliori affreschi bizantini dell’XI e XII secolo, come quelli che decorano le chiese di Santa Sofia, Santa Madre di Dio Peribleptos, San Giovanni Teologo e le altre decine di chiese e monasteri sparsi nel resto del Paese. L’Unesco ha inserito Ocrida e il suo lago, una meraviglia paesaggistica, e la fortezza dell’XI secolo, una delle più imponenti dei Balcani, che fece di Ocrida una roccaforte dell’impero bulgaro, nel Patrimonio dell’umanità fin dal 1979. Ma già l’anno prossimo la città rischia di finire nella lista nera del «patrimonio in pericolo» della stessa Unesco a causa di una generica accusa di speculazione edilizia diffusa. In realtà, grossi interventi di speculazione edilizia, a Ocrida, non se ne vedono, salvo un enorme, orribile cubo di cemento in pieno centro adibito a grande magazzino e un albergo, un palazzaccio di sei piani in riva al lago. Insomma, la lista nera Unesco per Ocrida sarebbe una misura eccessiva, che allontanerebbe la Macedonia del Nord dall’Europa e la farebbe scivolare – come gli altri Paesi balcanici in attesa sull’uscio della Ue – verso la Russia e soprattutto la Cina, che con i prestiti e i capitali investiti in strade e infrastrutture è già qui con un piede e forse anche con tutti e due.
Con il metro di giudizio con cui si vorrebbe punire Ocrida, Skopje, la capitale, dovrebbe essere rasa al suolo, tanto indecente è l’accrocco urbanistico e architettonico che porta la firma di note archistar, che invece di mitigare l’eredità del brutalismo di stampo sovietico hanno sfogato la loro demenza e gonfiato i loro conti in banca. Persino la casa-museo di Madre Teresa di Calcutta, nata a Skopje, premio Nobel per la Pace nel 1979, è un mostro inguardabile di cemento, vetro e acciaio, un guazzabuglio di forme e di colori da incubo.
Meglio Shuto Orizari, detta Shutka, la «capitale» europea dei Rom, 40 mila abitanti (forse) alle porte di Skopje, l’unico comune in Europa con un sindaco Rom. Qui – dove Emir Kusturica girò il film Il tempo dei gitani e dove ci sono cinque moschee, dato che l’80 per cento dei Rom di Shutka sono diventati più o meno musulmani – non c’è nemmeno un medico generico, i bambini li fa nascere una infermiera che non è neanche ostetrica e nelle tre scuole pubbliche i ragazzini ci vanno poco, perché aiutano le loro famiglie povere rovistando tra i rifiuti e raccogliendo plastica (200 bottiglie, 3 euro). Ma almeno le case dei più benestanti hanno l’allegria del kitsch puro e dichiarato e quelle dei più poveri vengono tirate su mattone per mattone con il criterio della necessità. E in ogni caso c’è più vitalità, e i più giovani, come Leon Zekir e sua sorella Silvia, parlano quattro lingue, emigrano, vanno all’estero e studiano, lavorano, si sposano, fanno figli e mandano soldi qui. «Senza essere inseguiti dal pregiudizio nei confronti dei Rom – dicono -. Almeno non in Francia. Non a Lione, dove ci siamo stabiliti». E se, come canta Franco Battiato, li chiami «furbi contrabbandieri macedoni», a loro va bene, perché a Shutka il contrabbando non esiste, è solo commercio, e i più bravi commerciano meglio, soprattutto quando a Shutka è giorno di mercato e chiunque può trovare e comprare qualunque cosa, «da un ago a una locomotiva».
Certo, succede anche che si vada a rubare del rame quando capita o che ci si arrangi in qualche altro modo. «Ma come si fa quando non si ha niente e anche i lavori più umili non bastano per mangiare o comprarti un paio di scarpe? Non è vero però che siamo un popolo di ladri». Non è una excusatio non petita, è ciò che è successo a Struga, poco distante da Ocrida, dove si è appena conclusa la 54.ma edizione del festival internazionale di poesia, vinto in passato da Pablo Neruda, Allen Ginsberg, Josip Brodsky, Eugenio Montale, Edoardo Sanguineti. Ogni anno, una targa con il nome del vincitore viene fissata su un cippo di pietra nel «parco dei poeti», accanto al fiume Drim che attraversa Struga, e quest’anno ha vinto la poetessa romena Ana Blandiana. Ma tutte le targhe, di alcun valore economico, sono state staccate dai cippi. Le hanno rubate, dicono qui. Ma chi? Per farne cosa? Sono stati gli albanesi, dicono i macedoni. Colpa dei macedoni, sostengono i bulgari. Un dispetto dei bulgari, dicono i turchi. L’hanno fatto i turchi, affermano gli albanesi. Nell’incertezza, tutti d’accordo che a rimuovere le targhe del parco dei poeti siano stati – indovinate – i Rom. Niente paura però, la Macedonia del Nord ha solo sette mesi e a quell’età un bambino ancora non cammina e non parla. Se i grandi lo aiutano, non si farà ingannare né da queste né da più gravi fandonie, e non inciamperà.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 22/9/2019

Il secolo della follia che marchiò Ligabue come pittore folle

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di Mario Turco, letteraturaecinema.blogspot.com



L’alienazione dell’artista dal consesso civile è forse requisito necessario alla creazione. Un certo grado di distacco ideologico e comportamentale è richiesto a chi voglia alzarsi dalle masse e non farsi schiacciare dall’insostenibile leggerezza dell’essere umano della propria epoca. Tanti grandi benefattori dell’umanità sono stati oltraggiati in vita dagli stessi che li avrebbero poi glorificati in morte. Se questa è purtroppo una pratica diffusa il caso di Antonio Ligabue ne rappresenta un caso limite.
Alla luce di queste argomentazioni si può allora capire la scelta di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, di raccontarne la difficile vita in Il genio infelice (edizioni chiarelettere, 250 pagine, euro 17,60). Ed è la stessa firma della Terza pagina del quotidiano di via Solferino, quella riservata alla cultura, e di inserti letterari di grande raffinatezza come la Lettura ad esplicitare i motivi della scelta di redigere la biografia del grande pittore, quantomeno esemplificativa dell’insanabile contrasto tra individuo ai margini e società: “Ma ancor di più la mia curiosità nasce per l’Antonio Ligabue uomo, vissuto in un secolo folle, che ha visto il susseguirsi delle due grandi guerre, enormi stravolgimenti economici, politici, sociali. Un secolo della follia in cui per folle si faceva passare, invece, lo stesso Ligabue che piuttosto era solo un “epilettico”, un uomo contro il quale la vita si è accanita terribilmente, in maniera brutale”.
Il genio infelice è infatti prima di ogni cosa un romanzo che parte dai dati oggettivi sulla storia dell’artista per spesso lasciarsi andare a divagazioni anche politiche sull’oggi. Il racconto dei genitori del bambino nato Laccabue e del primo dei tre padri emigrato in Svizzera alla ricerca di lavoro esonda in un’azzeccata comparazione col nostro presente.
Vulpio ricorda infatti con dovizia di dati di come appena un secolo fa i migranti eravamo noi. Non era solo la gente povera del Sud a cercare fortune economiche nella nascente industria ferroviaria svizzera ma anche i contadini delle campagne padane vi si spostavano. Il centro nevralgico del libro rimane però la tormentata esistenza del “Van Gogh italiano”.
L’autore non nasconde nulla delle sofferenze patite dal pittore: internato per tre volte in un manicomio con la poco scientifica motivazione di “ossessione paranoica”, lombrosoniamente tacciato di schizofrenia per la sua bruttezza fisica e infine vittima dei primi feroci esperimenti basati sul barbaro elettroshock. Pur scrivendone con mai nascosta empatia Vulpio è brutale anche nel riportare le follie dell’uomo chiamato dai compaesani di Guastalla con l’epiteto di “Toni al mat“. E così apprendiamo degli atti di autolesionismo per rendere aquilino il suo naso, delle defecazioni all’interno del castello che l’ospitava quando la sua fortuna artistica cominciava a crescere, delle continue frustrazioni sessuali fino a raggiungere questi estremi: “Parlava ad alta voce a se stesso, rimproverandosi o elogiandosi in base al giudizio che dava di ogni sua pennellata, miagolava o abbaiava se stava dipingendo un gatto o un cane…”.
La narrazione a cerchi concentrici del libro si spinge fino all’attore Flavio Bucci che interpretò Ligabue in un famosissimo sceneggiato andato in Rai. Gustosa in tal senso la dichiarazione rilasciata a Vulpio dallo stesso attore: “Nocita (regista dello sceneggiato, ndr) era un sergente di ferro, un rompiballe incredibile, uno che mi faceva girare una scena anche sette volte, una cosa che per me, abituato a lavorare con registi come Elio Petri, era inconcepibile. Petri una scena la girava una volta sola, al massimo due, anche se dopo aver provato tutto il giorno, e quando c’era qualche incertezza o una perplessità mi diceva semplicemente: «A Fla’, fa un po’ come cazzo te pare». Con Nocita invece non era così e quindi accadeva che spesso mi arrabbiavo e abbandonavo il set dove stavamo girando. Me ne andavo per giorni e lo costringevo ad aspettare il mio ritorno per ricominciare le riprese”.
Il genio infelice ha il merito principale di riflettere in modo eterodosso su un pittore come molti artisti del suo calibro amato sempre post mortem, fatto che purtroppo continua a ripetersi ancora ai giorni nostri.

Gesù arriva dall’Africa e porta un Nuovo Vangelo

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Milo Rau, regista svizzero tra i più capaci di osare in Europa, ha raccontato nelle sue opere il Congo derubato e ha trapiantato a Mosul, nel Kurdistan iracheno, l’Orestea di Eschilo. Negli stessi giorni sbarca a Matera, capitale della Cultura, da dove parte con una personalissima (ma universale) Via Crucis in cinque stazioni E’ la storia di un Cristo nero arrivato fin qui per predicare la “Rivolta della Dignità” contro lo sfruttamento del alvoro, l’umiliazione dei poveri, la persecuzione dei diseredati del XXI secolo.



Matera


Cosa farebbe oggi Gesù Cristo con i braccianti immigrati – per lo più neri, ma non solo neri -, che lavorano come schiavi nelle campagne italiane privati di ogni diritto, e proprio qui, dove facciamo i gargarismi con l’endiadi «diritti umani»? Cosa farebbe Gesù nel vedere donne e uomini trattati come animali, sottopagati, segregati in ghetti malsani e uccisi da un malore, da un rogo accidentale o da un colpo di fucile? Cosa direbbe Gesù a tutti quelli che parlano di «taxi del mare» e di «fine della pacchia» e ai sepolcri imbiancati che allarmano «il popolo» con inesistenti «invasioni» di immigrati, i quali alla prima occasione sarebbero tutti pronti a rubare, assassinare, stuprare?
Gesù, certamente, esorterebbe tutti ad ascoltare la Parola – «ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui straniero e mi accoglieste, fui nudo e mi vestiste, fui ammalato e mi visitaste, fui in prigione e veniste a trovarmi» -, ma forse non si limiterebbe a questo. Probabilmente anche Gesù si incazzerebbe, e non poco, proprio come fa nei versetti del Vangelo (Matteo 25, 31-46) successivi a quelli che avete appena letto, quando mette le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra e a questi ultimi dice: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli… poiché vi dico che ciò che non avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, non l’avete fatto neppure a me».
Ora, si può anche obiettare che Gesù riservasse il premio ai giusti e il castigo agli empi nel momento dell’avvento del suo Regno, il Regno dei Cieli, ma resta il fatto che egli ha predicato la sua Parola in «questo» mondo e ha esortato gli uomini ad essere giusti in «questa» vita. Ancora. Si può altrettanto giustamente osservare che Gesù non era né voleva essere un leader politico, o un sindacalista, o un rivoluzionario pronto alla ribellione armata, nemmeno di fronte alle ingiustizie e ai crimini più efferati, a cominciare da quello subìto da lui stesso, ma resta il fatto che Gesù sia stato sempre dalla parte dei più deboli e degli ultimi e non abbia mai perso occasione per ribadirlo. Nulla dunque impedisce di immaginarlo, oggi, come difensore e persino come guida lato sensu «politica» di quei dannati della terra – ma proprio della terra con la minuscola, intesa come terreni coltivati – che lavorano (lavorano) nelle nostre campagne senza diritti, senza difese, vessati, umiliati, stipati in baracche senza acqua corrente, senza servizi igienici, senza energia elettrica, e per giunta scacciati come cani rognosi dalle loro baraccopoli, i ghetti, dopo essere stati spremuti come limoni.
E’ stato sulla base di queste riflessioni che il regista svizzero Milo Rau, tra i più interessanti e i più capaci di osare nel panorama cinematografico e teatrale europeo, ha avuto l’idea di portare in scena un’opera intitolata Nuovo Vangelo, in cui Gesù Cristo è per la prima volta un nero, predicatore della Rivolta della Dignità in cinque tappe, che sembrano anch’esse altrettante stazioni di una nuova Via Crucis. Le prime tre – ingresso in Gerusalemme, condanna e passione, crocifissione – si svolgeranno a Matera, scenario naturale di decine di film da più di mezzo secolo a questa parte. Qui sono stati girati anche Il Vangelo secondo Matteo di Pierpaolo Pasolini (1964) e The Passion di Mel Gibson (2004), i due lavori ai quali Rau dice di essersi maggiormente ispirato, tanto da aver chiamato Enrique Irazoqui, che con Pasolini interpretò Gesù, per il ruolo di Giovanni Battista, e Maia Morgenstern, la Maria madre di Gesù nel film di Mel Gibson per la stessa parte nel Nuovo Vangelo. Le altre due tappe saranno inscenate nel teatro Argentina di Roma e nella chiesa di Santa Maria dello Spasimo a Palermo: a Roma la Resurrezione, concepita però come un’assemblea politica con tanto di Manifesto della Dignità, e a Palermo la Prima missione, cioè l’avvio della predicazione cristiana nel mondo a opera di Paolo apostolo.
Milo Rau, tra i suoi lavori, ha raccontato anche il Congo derubato delle sue materie prime e abbandonato alla povertà, e ha saputo trapiantare a Mosul, nel Kurdistan iracheno, la tragedia di Eschilo Orestea. Ma sempre, dice Milo a «la Lettura», nel nome di una rappresentazione che non sia mera riproduzione della realtà, ma «sia la più realistica possibile, in quanto frutto di una ricerca sociologica, come faceva Pasolini: una rappresentazione in grado di inquadrare i problemi e aiutarci a cambiare le cose, dunque un vero e proprio progetto politico». Per questa sua ultima opera, che è un progetto per il teatro e per il cinema, prodotto da una serie di soggetti pubblici e privati, tra i quali la Fondazione Matera Basilicata 2019, l’International Institute of Political Murder, il Teatro di Roma e il Teatro Nazionale di Gent, Milo Rau non esita a definire Gesù «un leader politico, un rivoluzionario sociale, uno che duemila anni fa ha cambiato le tradizioni della società in cui viveva e che tra i suoi seguaci non aveva i ricchi, gli accademici, i teologi, i preti, ma i poveri, i senzatetto, i nullatenenti, e ha persino avuto l’ardire di affermare che gli ultimi saranno i primi».
La scelta di Matera è quanto mai opportuna, non solo perché Matera quest’anno è una delle due capitali europee della Cultura, ma anche perché la città dei Sassi è allo stesso tempo periferia d’Europa e centro del Mediterraneo, come l’intero Mezzogiorno d’Italia. Ed è quindi il luogo perfetto delle contraddizioni e delle aberrazioni di un capitalismo che ha vinto, sì, ma sta fallendo com’è fallito il comunismo. Perché si sta rivelando incapace di dar da mangiare a tutti, di garantire a tutti un livello di vita, e di diritti, senza il quale gli uomini non sono più uomini. Tutti lo sanno, e lo vedono con i propri occhi, che i neri, e non solo i neri, che raccolgono i pomodori, l’uva, le olive, la frutta, in tutte le regioni del Sud e quindi anche davanti al tempio di Era e alle Tavole Palatine di Metaponto, provincia di Matera capitale europea della Cultura, non sono uomini, ma schiavi, pagati un terzo per lavorare il triplo, manodopera a bassissimo costo che subisce l’ulteriore taglieggio dei «caporali», garantisce alti profitti ai proprietari disonesti e alla catena di trasformazione e distribuzione dei prodotti agricoli ed è ignorata dalle istituzioni, che intervengono per lo più quando parte l’ordine di sgomberare un ghetto. Magari dopo che c’è scappato il morto. Com’è successo un mese fa proprio a Metaponto, dov’è morta, bruciata viva nel rogo accidentale della baraccopoli, causato dalla fuga di gas di uno dei tanti fornelletti da campo, Omowunmi Bamidele, una giovane nigeriana di 33 anni che non faceva la prostituta, ma era sposata, raccoglieva pomodori ed era mamma di tre bambini. Qual è stata la «soluzione»? Lo sgombero di 500 persone dalla baraccopoli. Per sistemarle dove? In strada, sulla statale 407 Basentana.
Scene già viste. A San Ferdinando in Calabria, a Rignano Garganico e Borgo Mezzanone in Puglia, a Castel Volturno in Campania, a San Calogero in Sicilia e in tanti, tanti altri luoghi di lavoro e povertà, pregiudizi e ipocrisie. Perché un altro punto nevralgico della questione è il seguente: questa gente non ruba il lavoro agli italiani, fa lavori che gli italiani non vogliono fare più. Quindi di cosa li si accusa? Di reclamare un salario previsto dalle leggi e condizioni di vita dignitose? O non bisognerebbe piuttosto organizzarne la vita e il lavoro in maniera civile, con villaggi prefabbricati dotati dei servizi necessari, speditezza nella concessione dei permessi di soggiorno, salari equi, integrazione nei luoghi di lavoro e nelle comunità d’arrivo invece che segregazione nei ghetti?
Questo è ciò che dice il Gesù nero di Milo Rau. Egli non è altro che un capo di quelle leghe dei braccianti che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno assaggiato sia il piombo dei mafiosi sia quello della polizia che ne stroncava le proteste. Egli è quel ragazzo di 30 anni del Mali, Soumayla Sacko, bracciante e sindacalista nero di braccianti neri, padre di una bambina di 5 anni, che un anno fa venne ucciso a fucilate in Calabria. Un martire. Come vogliamo chiamarlo, se no? Ecco, questo Gesù, Rau lo fa entrare a Matera-Gerusalemme per affrontare il governo e il capitalismo sregolato, lo fa processare dai potenti ma allo stesso tempo lo trasforma nell’accusatore dei suoi persecutori, l’Italia e l’Unione europea, e infine lo porta a Roma, dove risorgere significherà affermare la dignità di essere umano attraverso un’assemblea politica, e poi a Palermo, da dove comincerà la sua missione di solidarietà umana e di aggregazione dei disgraziati.
Questo Gesù del Nuovo Vangelo non sarà né di Nazareth né di Betlemme, ma di Douala, Camerun. Lo interpreterà Yvan Sagnet, 35 anni, laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino e poi finito a fare il bracciante nei campi di pomodoro di Nardò, nel Salento, dove nel 2011 organizzò la prima ribellione pacifica degli schiavi neri delle piantagioni di pomodoro, uno sciopero che fu l’inizio del cammino che nel 2016 porterà all’approvazione della legge 199, che inasprisce le pene sia per gli intermediatori illegali di manodopera, i caporali, sia per chi beneficia delle prestazioni dei lavoratori reclutati per questa via. Sarà nero, ma sarà anche il primo Gesù con una croce in più. Quella di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana che nel 2017 il presidente Sergio Mattarella ha appuntato sul petto di Yvan Sagnet.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 8/9/2019

Business & Cuore. Oggi sposi (in Calabria)

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Il progetto di «turismo matrimoniale» lanciato da un gruppo di donne per valorizzare la loro terra. Operazione basata su uno studio universitario: quasi 7 mila coppie ogni anno dall’estero in Italia per le nozze. Il pacchetto comprende i «set» più affascinanti per l’evento e tutti i servizi offerti da professionisti locali



Il dato Istat è eloquente, persino clamoroso. Nel 2013, 4.728 coppie straniere sono venute a sposarsi in Italia e l’anno successivo sono diventate 6.724. Una crescita del 42 per cento, per un valore complessivo del cosiddetto «indotto» di 350 milioni di euro. Ma se è importante notare, non solo a fini meramente statistici, da dove vengano le coppie di sposi (nel 2014, il 27,6 per cento è venuto dal Regno Unito, il 21,2 dagli Stati Uniti, l’8,9 dall’Australia e poi a seguire tedeschi, canadesi, irlandesi, russi, francesi), ancora più importante è capire dove vadano questi sposi (con tutti gli invitati a nozze), cioè quali luoghi dell’Italia scelgano e perché. Se lo sono chiesto, e più avanti vedremo chi e per quali motivi le ha sollecitate, quattro dottorande in Scienze turistiche dell’Università della Calabria (Alessia Berardelli, Alessia Nigro, Federica Pascuzzo e Pamela Russo), che con una ricerca sul «Wedding Tourism» – ovvero su quel fenomeno economico affermatosi negli ultimi anni che si può più dolcemente definire «Turismo Matrimoniale» – hanno scoperto altri dati e molto interessanti: gli stranieri che si uniscono in matrimonio in Italia prediligono la Toscana (32 per cento) e, tra le città, Capri (il 21 per cento), seguita da Matera (17), Tropea (15), Pienza (12) e Lago di Como (10).
Le ragioni di questa scelta dovrebbero esserci familiari e indurci a qualche riflessione più intelligente. Se gli stranieri che vengono da noi, e ora in numero sempre maggiore anche a sposarsi, cercano bellezza (arte, cultura, paesaggio), storia, tradizioni, cibo, romanticismo, vita a misura d’uomo, perché non siamo ancora in grado di offrirglieli in maniera «scientifica», organizzata, attraverso proposte «complete», a cui non manchi niente, per esempio l’emozione di un luogo, legata alla sua storia, alle sue opere d’arte e quasi sempre all’essere quello stesso luogo un’opera d’arte naturale? E perché la Toscana sì e la Calabria no?
Perché la Calabria deve evocare soltanto la ‘ndrangheta, quando invece già Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia la raccontava come una regione di una bellezza prepotente, una Svizzera verde con in più 800 chilometri di coste circondate da mare blu? Davvero la Calabria può essere ridotta a sola ‘ndrangheta e depuratori malfunzionanti? E perché allora non creare un’offerta, questa offerta del turismo matrimoniale, proprio qui, proprio nella regione che nella domanda del «matrimonio altrove» ora è agli ultimi posti, ma ha tutte le potenzialità per salire in vetta alla classifica?
Questi interrogativi hanno a lungo turbato il sonno di Agnese Ferraro – 38 anni, calabrese di Tortora -, dopo la raffica di seminari, corsi e master frequentati a Milano in materia di organizzazione di eventi e, appunto, turismo matrimoniale. Dopo le prime positive esperienze fuori e le difficoltà in casa, Agnese aveva deciso di non puntare sulla Calabria e di realizzare altrove, al Nord, magari proprio in Toscana, il suo progetto. Poi ci ha ripensato, si è confrontata con altre dieci donne come lei indecise sul che fare, e che invece ora sono tutte sue socie e collaboratrici, ne ha parlato con il sindaco di San Nicola Arcella – un’altra donna, Barbara Mele, che sul punto si è dimostrata determinata e lungimirante –, ha chiesto e ottenuto la collaborazione dell’Università della Calabria (la ricerca sul turismo matrimoniale di cui abbiamo detto) e nel giro di un anno ha capovolto lo schema di gioco. Non più in difesa ma in attacco.
Il progetto «Sposiamoci in Calabria», appena partito, sembra aver già rivitalizzato luoghi e persone – che in realtà c’erano e ci sono, hanno solo bisogno, gli uni e le altre, di riscoprire il proprio valore – e promette di essere un ottimo veicolo per produrre reddito (altro che l’umiliante sussidio «di cittadinanza») e rendere così un grande servizio a una regione meravigliosa, in cui la bellezza e la cultura abitano da millenni e non saranno cancellate da quest’ultimo «secolo breve» di barbarie.
«La nostra è una proposta non solo di luoghi, di arte e di storia, ma di identità – dice Agnese Ferraro -. Per dirla con uno slogan, proponiamo matrimoni “made in Calabria al 100 per cento”, utilizzando tutti i canali, dal web al passaparola». Facciamo un esempio. Chi si sposa a San Nicola Arcella (o anche a Tortora, a Praia a Mare, a Orsomarso, a Diamante, a Guardia Piemontese) – incastonata in un tratto del golfo di Policastro che non ha nulla da invidiare ai più ameni anfratti della costiera amalfitana, tra le isolette di Dino e di Cirella -, avrà il mare, la costa modellata dalla natura e punteggiata dalle maestose torri di Carlo V, la letteratura (Francis Marion Crawford, che visse qui e ha dato il suo nome a una di queste torri di avvistamento), il mirto e i limoni, il banchetto nuziale nelle strade del borgo, la musica nel palazzo rinascimentale di Aieta. Ma vedrà arrivare anche le donne della comunità valdese calabrese che in costume d’epoca guideranno sposi e invitati nei luoghi in cui nel Cinquecento i Valdesi – scappati dalle valli piemontesi e rifugiatisi in Calabria come gli ebrei – subirono un massacro tra i più spietati della storia.
L’offerta «identitaria» di «Sposiamoci in Calabria» è anche la libertà di pensiero di Bernardino Telesio e di Tommaso Campanella, oppure, sul versante jonico, la bizantina Cattolica di Stilo del X secolo e Gerace con la sua imponente concattedrale e le altre chiese che sovrastano la piana di Locri Epizefiri, entrambe, Stilo e Gerace, annoverate tra i borghi più belli d’Italia. O ancora, le storie e i miti, l’arte e la natura, dalla magnogreca Sibari fino all’estremità meridionale della mitologica Scilla dell’Odissea. E poi anche la Sila, e l’Aspromonte, dove San Luca non è solo quella San Luca lì, ma è il paese in cui nacque Corrado Alvaro, uno dei più grandi scrittori calabresi e italiani, più attuale che mai, anche se oggi pochi sanno che Alvaro ha scritto il romanzo distopico L’uomo è forte dieci anni prima che George Orwell scrivesse 1984. E si potrebbe continuare.
Anche a non aver voglia di sposarsi, la tentazione di farlo solo per la seduzione di questa offerta identitaria di «Sposiamoci in Calabria» è forte. E ha già cominciato a «girare» dal punto vista economico, perché tutto è rigorosamente a «chilometro zero»: sarti, parrucchieri, elettricisti, commercianti, pasticcieri, ristoratori, albergatori, guide turistiche, contadini, fotografi, filmmaker, e persino i musicisti (tutti ragazzi del Conservatorio) sono calabresi. All’inizio, tenere assieme tanti calabresi, tutti alquanto permalosi, non è stato facile. Poi, è prevalsa la voglia di esserci, ed è venuto fuori il lato migliore di ognuno. E più di uno, pronto a emigrare, ha posato la valigia e ha detto a sé stesso: «Aspetta, forse ha più senso restare qui».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Buone Notizie, 27/8/2019

Sardi e universali come la loro arte. In mostra i figli dell’Isola (e del ‘900)

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Identità / La collezione di Stefano e Anna Pia De Montis nell’esposizione curata da Vittorio Sgarbi nel Cilento



Castellabate (Salerno)


Appartengono al Novecento, ma soltanto cronologicamente. In realtà sono molto più antichi. E quindi molto più moderni. Perché esistono da tempo immemorabile, e non ha importanza se essi stessi ne siano stati coscienti oppure no. Loro, questi venti artisti sardi della collezione di Stefano e Anna Pia De Montis (in mostra nel Castello dell’Abate fino al 30 settembre, a cura di Vittorio Sgarbi per la fondazione Alferano-Ippolito), erano artisti custoditi dall’Isola prima che nascessero e da essa hanno continuato a essere protetti anche dopo la morte. Sono antichi come la Sardegna e la sua storia. Ma sono moderni come la modernità della Sardegna di cui sono figli, quella, appunto, del Novecento. Persino quando sono sbarcati ufficialmente in «continente», negli anni Venti del secolo scorso – e attraverso una inevitabile e a volte voluta «contaminazione» con altri modi di sentire e di esprimersi sarebbero stati considerati artisti non solo sardi, ma «nazionali» -, non hanno mai smarrito, finanche nelle opere più «metafisiche», il loro significato profondo e autentico, il loro pensiero semplice e diretto, che ne è una delle peculiarità più apprezzabili. Questi artisti, sardi ma italiani, sardi ma universali, e le decine di oggetti di artigianato artistico (tessuti, brocche, costumi, ori, coralli, monili) che arricchiscono la mostra di Castellabate, non c’è bisogno di interpretarli troppo, si rivelano subito a chiunque sappia osservarli con sufficiente attenzione, vengono fuori con la naturalezza di ciò che raccontano e per il modo in cui intendono raccontarlo.
La madre sarda e la speranza del figlio meraviglioso, scultura del 1986 in marmo bianco di Carrara, di Costantino Nivola, riassume tutto ciò che abbiamo detto finora. Ma lo stesso si può dire del Ritratto di Sebastiano Satta, scultura del 1932 in stucco a marmo, di Francesco Ciusa, che rende in maniera eccellente la figura del poeta-pittore-avvocato di Nùoro. Oppure, con un salto alla pittura, de La via dell’Ortobene, olio su cartone del 1927, di Antonio Ballero. O ancora, de Lo sposalizio a Nule, tempera su cartoncino del 1914, di Giuseppe Biasi, e della terracotta Il bacio, datata anni Venti, di Ciriaco Piras. Nivola per esempio, sostiene Sgarbi, è stato non soltanto uno dei massimi scultori italiani degli ultimi cento anni, ma anche un artista di respiro internazionale che ha svolto la maggior parte della sua attività a New York, e che tuttavia è rimasto sempre un barbaricino, un nativo di Orani, Barbagia. Nativo come lo è un pellerossa d’America. Appartenente cioè a una civiltà precisa, che non è «arretrata», ma antica. E «il prodotto di questa antica vita ed educazione – ha scritto Franco Cagnetta nella sua insuperata inchiesta etnoantropologica del 1954 Banditi a Orgosolo (edita da Ilisso, con una immagine di copertina, guarda caso, di Nivola) – sono il carattere, la fiducia in sé, la forza di saper rimanere solo come l’istinto di solidarietà famigliare, la generosità verso gli altri, la fratellanza».
Ora, è vero che dire barbaricino è una cosa e dire genericamente sardo è un’altra. Ma è anche vero che, per ciò che qui interessa, in questa mostra gli artisti – e gli oggetti – sono tutti «sardi». Vengono, cioè, tutti dalla stessa antica storia di invasioni dell’Isola. Cartaginesi, romani, bizantini. Poi mille anni di autonomia, fino al 1410, senza conoscere il feudalesimo come nel resto dell’Occidente, ma governati da organizzazioni di tipo tribale-statale, i Giudicati. E poi di nuovo altri invasori: per tre secoli gli spagnoli, seguiti dai piemontesi nel 1721 e dagli italiani nel 1848. E’ naturale dunque che anche nell’arte le tradizioni popolari dovessero avere un ruolo primario. La stessa Grazia Deledda, prima di diventare scrittrice (e Nobel per la letteratura nel 1926), fu ricercatrice di tradizioni popolari. E in questo stesso solco vanno considerati il dipinto Processione notturna del giovedì santo a Nùoro, di Antonio Ballero, o la Donna di Orani di Mario Delitala e le mattonelle di Melkiorre Melis, le cui Donne hanno gli stessi occhi neri dell’attrice sarda Caterina Murino, Bond girl in Casino Royale, un film che Melis e Delitala, morti prima, purtroppo non hanno potuto vedere.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 28/7/2019

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