L’ultima stazione di Padre padrone

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Sette anni dopo averlo presentato su “la Lettura”, Gavino Ledda realizza una tappa fondamentale del suo sogno di trasformare l’abitazione di Siligo in un luogo di incontri, ricerca, spettacoli: appunto “Stazione Padre Padrone”. E’ il progetto “Eurena”, fusione di “Eur”, Europa, ed “ena”, suffisso sardo che significa qui. Cioè, l’Europa è qui

Siligo (Sassari)

«Il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è un grande libro, un capolavoro, e io non intendo fare paragoni con il mio Padre padrone. Ma una cosa la voglio dire, ed è una differenza oggettiva. Levi era di Torino e, mandato al confino in Basilicata, ad Aliano, scoprì e raccontò un mondo che però non era il suo, al quale egli non apparteneva. Io invece ero e sono l’oggetto stesso del mio racconto, sono io stesso la materia del mio mondo pastorale, sardo e di Siligo, che è il mio paese. Quindi per forza di cose io ho il “primato” della materia».

Gavino Ledda non è soltanto la materia della sua stessa letteratura – non riducibile ad autobiografismo -, ma è la Sardegna con la sua antica nobiltà pastorale e i suoi drammi, la terra in cui lui, bambino di sei anni, viene strappato alla scuola «da mio padre, sorretto dalla convinzione morale di essere il mio proprietario» e viene mandato a governare le pecore e a custodire il gregge. Un bambino che resta analfabeta fino a vent’anni, ma che quando scopre la parola, la lingua, se ne impossessa con la furia di un amante e non la lascia più.

Gavino Ledda si diploma da privatista al liceo classico «Azuni» di Sassari e poi si laurea in Glottologia. Padre padrone esce nel 1975 e in pochi anni diventa un successo mondiale, tradotto in 47 lingue. Forse solo un altro libro è simile a Padre padrone per contenuti, drammaturgia, sincerità estrema, crudezza, ed è Il pane nudo di Mohamed Choukri, scrittore marocchino candidato due volte al premio Nobel, coetaneo di Ledda e come lui analfabeta fino a vent’anni. Ma Choukri è morto vent’anni fa e non ha fatto in tempo a pensare al dopo sé stesso. Gavino Ledda invece ha soltanto 83 anni, e questo, in una terra di centenari qual è la Sardegna, significa non essere ancora vecchi. Anche se nel frattempo sei diventato una sorta di nuraghe vivente. Ciò che Ledda esattamente è. Un nuraghe che parla, si muove, ride, si arrabbia, combatte, ragiona. Non gliene frega niente di finire incartato nella confezione regalo di un pur commendevole parco letterario, o museo, o casa museo. Gavino, da quando nel 2007 è morto suo padre Abramo (a 99 anni e due mesi, appunto), si è dato un obiettivo preciso: trasformare la casa paterna di Siligo ereditata da lui e dai suoi cinque fratelli in una «stazione» culturale. Perché una stazione? «Perché è cosa diversa da un museo. La stazione è al tempo stesso luogo di sosta, di arrivi e di partenze. Non è un luogo morto. E’ dinamico, vitale». Con la casa, c’è anche il fondo rustico di 7 ettari di Mela ‘e Riu, alle porte di Siligo, dove Gavino negli ultimi quarant’anni ha messo a dimora 4 mila piante di essenze arboree autoctone, tra le quali sorgerà anche un teatro all’aperto in pietra.

La battaglia di Gavino Ledda è stata difficile. I suoi cinque fratelli volevano vendere tutto al miglior offerente e spartirsi il ricavato. Ma Gavino, il primogenito, inimicandoseli tutti, si è opposto alla vendita e sette anni fa ha lanciato l’idea di acquistare la casa per salvarla e farla diventare la stazione che aveva in mente, luogo di incontri, studi, spettacoli, ricerche, lezioni. Per tutto l’anno, tutti gli anni. Chiamò la Lettura («Solo voi – disse – potete aiutarmi in questa impresa») e su queste pagine annunciò la nascita dell’associazione Eurena, e chiese ai lettori di sottoscrivere quel che potevano per aiutarlo ad acquistare la casa paterna e liquidare i fratelli. Gavino, che vive con il vitalizio della legge Bacchelli (duemila euro al mese), ha impiegato tutti i suoi risparmi, 25 mila euro. Gli altri 25 mila occorrenti li ha raccolti dalla sottoscrizione lanciata attraverso la Lettura.

Oggi, esattamente sette anni dopo quella iniziativa in cui pochissimi avevano creduto, Gavino ha accanto a sé il nuovo sindaco di Siligo, Giovanni Porcheddu, che si è mosso subito e ha incaricato due giovani architetti silighesi, Antonio Maria Ledda e Mirko Mellino, di approntare il progetto «Stazione Padre Padrone», che la Lettura presenta in anteprima. Lo realizzerà una fondazione, «di cui Gavino Ledda – dice il sindaco Porcheddu – sarà presidente e della quale faranno parte anche il Comune di Siligo e la Regione Sardegna». La fondazione assorbirà l’associazione e ne prenderà anche il nome, Eurena, che – spiega Gavino che lo ha coniato -, «è la fusione di Eur, Europa, ed ena, suffisso locativo sardo che sta per “qui”, cioè l’Europa è qui, è questo luogo».

In Regione, dopo gli annunci sempre disattesi degli anni passati a sostegno del «nuraghe Ledda», questa volta sembrano animati da intenzioni più serie. Per realizzare il progetto occorrono 3,5 milioni di euro e il sindaco Porcheddu e l’assessore regionale alla Pubblica istruzione e Beni culturali, Andrea Biancareddu, puntano a ottenere anche fondi europei. «Questo progetto ha una valenza non solo per Siligo ma per l’intera Sardegna – dice Biancareddu –, perché Gavino Ledda è un esempio di riscatto culturale per tutti i sardi e, in questi tempi complicati, soprattutto per i più giovani».

Siligo oggi ha appena 830 abitanti. Negli ultimi sessant’anni la sua popolazione si è dimezzata, ma la piccola comunità silighese non ha perso la memoria: qui, oltre a Gavino Ledda, sono nati la cantante Maria Carta, ritratta in un grande murale e alla quale è stato dedicato un museo, il poeta Gavino Contini e Francesco Cossiga, capo dello Stato dal 1985 al 1992. Il quale è nato a Sassari perché lì è stato partorito, ma di fatto è considerato di Siligo, perché la casa paterna in cui ha trascorso l’infanzia è qui a Siligo, praticamente di fronte a quella di Abramo Ledda. «Quando Francesco è stato eletto presidente della Repubblica – rivela Gavino Ledda, che lo chiamava per nome e gli era amico -, il primo posto che ha voluto visitare non è stato Sassari, ma Siligo. E sempre, quando veniva a casa mia, voleva che io preparassi per entrambi il pane untinadu, cioè unto con il lardo fatto sgocciolare al fuoco del camino». Cossiga, o meglio Francesco, per Gavino Ledda è un riferimento importante. «Fu lui a propormi, a mia insaputa, per il beneficio della legge Bacchelli. L’ho appreso dopo la sua morte. Francesco Cossiga – dice Gavino – era un uomo molto colto, molto intelligente e molto orgoglioso. Dopo aver letto Padre padrone insisteva affinché insieme ne facessimo una edizione giuridica. Voleva spiegare quel mondo lì attraverso la regolazione giuridica dei rapporti tra le persone. Un’idea molto bella, che purtroppo non siamo riusciti a concretizzare». Ma che si può sempre fare, il tempo non è certo scaduto. «Vero – dice Gavino, mentre si sistema davanti al suo pianoforte usato, che ha imparato a suonare tre anni fa -. Ma dipende da quando entrerà in funzione la Stazione Padre Padrone».

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 3/4/2022     

La battaglia del borgo contro i parchi eolici. “Il progetto va cambiato”

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La protesta dei cittadini dei comuni del Beneventano

San Bartolomeo in Galdo (Benevento)

San Bartolomeo, l’apostolo, qui è «in Galdo». Da Wald, termine longobardo che significa bosco. Il bosco sul cocuzzolo di Montauro, dove le janare, le streghe del Sannio, secondo la leggenda tenevano i loro «sabba», convegni in cui praticavano riti magici alla presenza del diavolo. Da quando il bosco e la intatta vallata sulla quale affaccia questo paese di cinquemila abitanti sono in pericolo, i devoti del santo e i seguaci delle janare si sono alleati. Il santo, le streghe, il diavolo, tutto il popolo. Anche quello dei comuni vicini. Pur di salvare l’ultimo brandello di paesaggio tra Campania, Puglia e Molise che non sia stato ancora invaso dalle pale eoliche.

Non c’è nemmeno bisogno del satellite, lo scempio si vede percorrendo la statale 369 in direzione Benevento. Il versante sinistro, quello pugliese, è davvero «sinistro». Filari di pale eoliche, che segnano un cammino spettrale di acciaio e cemento lungo il crinale dei monti Dauni, si ergono come enormi guardiani minacciosi sui piccoli comuni di Alberona, Roseto e Celenza Valfortore, Volturara Appula e San Marco la Catola. A destra invece il versante campano mostra tutta la sua bellezza inviolata, con la campagna coltivata e abitata, la vallata, e all’orizzonte i borghi di Baselice e Colle Sannita.

«Qui non le metteranno mai, non possono, sarebbe una follia», dicevano Carmine Agostinelli e Giovanni Pepe, sindaco e vicesindaco di San Bartolomeo in Galdo.

Invece il 16 dicembre scorso un decreto dirigenziale della Regione Campania ha autorizzato la Edelweiss power srl a compiere la follia. Piantare proprio lì 7 torri alte 200 metri con eliche di 136 metri di diametro, per una potenza installata (attenzione: potenza installata, non produzione di energia) di 28 megawatt. A questo «parco» eolico ne vanno aggiunti altri due, in via di autorizzazione. Uno della Edison, altri 30 megawatt e altri 7 alberi di trenta piani, e uno della Irpinia Vento srl, che voleva 16 pali da 2 megawatt, ma pur di vedersi autorizzato il progetto si «accontenterebbe» anche di 4 pali da 4 megawatt. Le tre società per non farsi la guerra hanno scelto tre posti diversi.

A nulla è valso l’intervento di «Italia Nostra»: «E’ in atto una trasformazione industriale che sta rapidamente cambiando il paesaggio del Sud, lo sta piegando all’imperativo della transizione ecologica e all’estrazione industriale di energia». Anche le parole dell’ad di Enel, Francesco Starace, intervistato dal «Corriere», sono cadute nel vuoto: «Per le pale eoliche non vedo molti altri posti in Italia dove si possano mettere». L’assalto invece continua. Fino all’ultimo buco di paesaggio utile alla Causa della Transizione Ecologica. Nel Sud, dice «Italia Nostra», è pronta una nuova invasione di torri eoliche, alte anche 250 metri. E ben 1.065 sono destinate alla sola Puglia, cioè la regione che con 2.500 megawatt è già al primo posto per produzione eolica. Mentre la provincia di Benevento, che ha 280 mila abitanti e una potenza installata di 500 megawatt con cui potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di 320 mila persone, deve subìre questo ulteriore arrembaggio. E tutto questo senza contare lo scempio del fotovoltaico industriale, che per ogni megawatt di energia prodotto richiede di «tombare» con i pannelli solari due ettari di terra, quasi sempre coltivata o coltivabile.

«Ricorreremo al Tar per questo regalo di Natale», dicono sindaco e vice di San Bartolomeo in Galdo. L’amministrazione comunale non vuole nessuno dei tre progetti, ma ha tuttavia indicato un’area diversa dalle tre individuate dalle società proponenti, «quella sul versante pugliese, che è già compromessa dalle pale eoliche». In questa vicenda ministeri e soprintendenze si sono persino scontrati. Però, se vi state ancora chiedendo come sia possibile che aree agricole diventino per decreto aree industriali, sappiate che ciò è previsto dalle Linee Guida Nazionali. In sintesi: si tiene una «conferenza di servizi», alla quale partecipano una cinquantina di soggetti istituzionali, a dimostrazione di quanto ampia e partecipata sia e debba essere la decisione finale. Ma se, come nel nostro caso, i presenti sono solo 11, e in prevalenza contrari, gli assenti vengono conteggiati come favorevoli agli impianti. Una magia. Che consente di cambiare la destinazione dell’area da agricola in industriale tagliando fuori il comune. Nemmeno un sabba di janare avrebbe saputo fare meglio. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14/1/2022

Foto di ©Lucia Casamassima  

Cade l’accusa di caporalato, torna libera la moglie del prefetto

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Revocato l’obbligo di dimora a Rosalba Bisceglia. Il legale: ha chiarito tutto. Ma intanto tra intercettazioni “inequivocabili” e ricostruzioni “inoppugnabili” contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l’una accusata di reati infamanti e l’altra costretta a dimettersi

Foggia

È un classico della giustizia italiana: paga chi non c’entra nulla, e pazienza se i reati per i quali paga chi è innocente continuano a essere commessi tutti i giorni sotto gli occhi di tutti. Meno di un mese fa, il gip di Foggia, Margherita Grippo, con una ordinanza di 117 pagine aveva accolto le conclusioni dell’inchiesta «Terra Rossa» condotta dalla Procura dauna in materia di caporalato, l’odioso sfruttamento del lavoro attraverso la intermediazione illegale di manodopera.

Aveva sostenuto, il gip, che tra le sedici persone indagate (cinque agli arresti) e le dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, meritasse la misura cautelare dell’obbligo di dimora anche l’imprenditrice agricola Rosalba Livrerio Bisceglia. Dello schiavismo nei campi tutti sanno tutto da sempre, quindi nessuno può più simulare «orrore» e «stupore», ma è stato subito chiaro che in questo caso l’inchiesta ha fatto notizia proprio per il coinvolgimento di Rosalba Livrerio Bisceglia. Non soltanto perché la signora appartiene a una storica famiglia di imprenditori agricoli, ma anche e soprattutto perché è la moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno. Il prefetto Di Bari, appena ha appreso che la moglie era indagata con l’accusa di aver trattato direttamente con i caporali si è dimesso. Di Bari è stato prefetto vicario a Foggia per otto anni e da poco era diventato dirigente del dipartimento Immigrazione.

Il fatto che sua moglie fosse accusata di aver sfruttato i braccianti neri in combutta con i caporali – come racconta l’ordinanza del gip – lo ha fatto apparire come Dracula alla guida della Croce rossa. Ieri sera però, dopo l’interrogatorio della «moglie del prefetto» davanti allo stesso gip Grippo, il «contrordine compagni»: poiché Rosalba Livrerio Bisceglia, come riferisce in una nota il suo avvocato Gianluca Ursitti, «ha chiarito la propria posizione anche attraverso la produzione di documenti», le misure cautelari nei suoi confronti sono state revocate.

In altri termini, tra intercettazioni «inequivocabili» e ricostruzioni «inoppugnabili» contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l’una accusata di reati infamanti e l’altra praticamente costretta a dimettersi per la carica pubblica ricoperta. Quando invece, dice sempre il difensore dell’imprenditrice, tutti i pagamenti ai braccianti sono avvenuti con bonifico e nel rispetto dei contratti di lavoro provinciale e nazionale. Domanda: ma verificare tutto questo «prima»? No?

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/1/2022

Foto ©Lucia Casamassima

Via all’abbattimento dei palazzi. Riemerge il Teatro romano

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Tesori / Comincia oggi a Teramo la demolizione dei due edifici costruiti 120 anni fa. Si conclude una battaglia durata decenni per liberare una eccezionale area archeologica. Piano da 23 milioni per tutto il centro storico

Teramo

Il momento è giunto ed è solenne. Oggi pomeriggio a Teramo verrà aperto il cantiere per l’abbattimento di palazzo Adamoli e di palazzo Salvoni, i due edifici di tre piani costruiti centoventi anni fa proprio sopra il Teatro romano, in pieno centro storico. Le due costruzioni verranno finalmente demolite e il più grande bene archeologico dell’Abruzzo, meravigliosa opera in pietra dell’età augustea fatta costruire dall’imperatore Adriano nel II secolo dopo Cristo, rivedrà la luce entro 150 giorni.

Coevo del più famoso Teatro Marcello di Roma, il Teatro romano dell’antica Interamnia era capace di contenere mille persone ed era lì, tutto intero, a tre metri e mezzo sotto la superficie stradale, quando si decise di costruirvi sopra i due palazzi, proprio al centro dell’emiciclo, dando a intendere che tanto, lì sotto, non c’era nulla. Una tesi, questa, ribadita anche quando, nel 1902, lo storico e archeologo teramano Francesco Savini insisteva nell’affermare il contrario, e di nuovo ripetuta quando Savini (al quale è stato meritoriamente intitolato il Museo archeologico di Teramo) non solo non si arrese, ma con tenacia cominciò a sue spese gli scavi, che poi proseguirono grazie all’approvazione del suo progetto da parte dell’Accademia dei Lincei e al finanziamento dell’allora Soprintendenza di Marche, Abruzzo e Dalmazia.

Nel 1937, il ministro della Cultura popolare, Giuseppe Bottai, fa la cosa giusta. Decide che quei due palazzi devono sparire e ne finanzia l’abbattimento. Il regime fascista, a Roma, abbattendo e scavando, sta riportando alla luce i Fori imperiali, e a Teramo non vuol essere da meno. Poi però scoppia la guerra. E, nel dopoguerra, sono altre le rovine a cui dedicare attenzione e risorse. Ma dopo? Cosa è avvenuto dopo, nei tre «ventenni» post-ricostruzione bellica, cioè in quei sessant’anni di edilizia selvaggia che dal 1960 al 2020 ha in vario modo sfigurato l’Italia? Molto poco. Quasi niente. Qualche «ecomostro» abbattuto – come l’albergo Fuenti sulla costiera amalfitana, o i palazzacci di Punta Perotti sul lungomare di Bari -, e il resto della «Grande Bruttezza» architettonica e urbanistica ancora tutta in piedi.

Per il Teatro romano di Teramo le cose sono andate nella stessa direzione. Dopo lo sfregio, l’incuria. E dopo la sfiducia, l’inerzia e la rassegnazione. Ce ne accorgemmo undici anni fa, quando il «Corriere» venne a Teramo e diede voce a un manipolo di irriducibili – l’associazione «Teramo Nostra» e i Radicali del teramano Marco Pannella -, che non avevano mai smesso di battersi e di credere nel recupero del Teatro romano e nella sua funzione di volano per il rilancio di tutto ciò che gli sta intorno: la Domus romana del I secolo avanti Cristo, l’Anfiteatro del I secolo dopo Cristo, la Basilica del VI secolo e il Duomo del XII. Sembrava una sfida impossibile, di pura testimonianza. Addirittura, dopo il sisma del 2009, che rese pericolanti i palazzi Adamoli e Salvoni, a causa di un errato progetto di abbattimento i soldi che dovevano essere utilizzati per demolire i due edifici vennero impiegati per consolidarli.

Marco Pannella, arrabbiato, esausto, arrivò persino a denunciare alla Procura della Repubblica queste stranezze, che definì «frutto della volontà di un’associazione a delinquere che persegue un medesimo disegno criminoso». Ma non accadde nulla. Pannella tuttavia avrebbe vinto anche questa battaglia. Nel 2019, tre anni dopo la sua morte. Quando a Teramo si insedia l’amministrazione comunale di Gianguido D’Alberto, il sindaco in carica, che decide di giocarsi tutto sul recupero del Teatro romano e sulla «rifunzionalizzazione», come la definisce lui, dell’area archeologica circostante, fino al mercato coperto e al Conservatorio «Braga».

I due palazzi sono stati acquisiti dai proprietari per 400 mila euro e la demolizione vera e propria ne costerà 800 mila, ma complessivamente per gli interventi di recupero e di valorizzazione del centro storico di Teramo verranno spesi 23 milioni di euro. «Avremo un nuovo paesaggio urbano bellissimo, di cui andremo fieri», dice il sindaco.

L’entusiasmo e l’emozione di D’Alberto sono gli stessi dell’ingegnere Alessandra di Giuseppe Cafà, che coordinerà i lavori di demolizione dei due palazzi, e di Alberto Melarangelo, presidente del consiglio comunale e figlio di Sandro, il quale, con Renato Ciminà, Piero Chiarini, Cosima Pagano e Alessio Palantrani di «Teramo Nostra», per protesta giunse a incatenarsi davanti ai palazzi che verranno abbattuti. Ma entusiasmo ed emozione sono anche i sentimenti dell’intera città. Tutte le forze politiche hanno sostenuto le singole tappe del veloce cammino di questi ultimi tre anni e i cittadini hanno risposto con una partecipazione mai vista alla conferenza di servizi dell’anno scorso, in cui è stato discusso il progetto di recupero dell’architetto palermitano Girolamo Bellomo e della sua équipe.

La demolizione, per ovvie ragioni, non avverrà in maniera spettacolare, con la dinamite, ma con lo «smontaggio» pezzo per pezzo, a partire dal tetto, dei due edifici. Come si fa con i mattoncini delle costruzioni «Lego». I due palazzi saranno imbragati da catene laterali che ne eviteranno lo «spanciamento», mentre i gradoni e la cavea del Teatro verranno ripuliti dal materiale di deposito delle finte fondamenta.

Per Teramo, che dopo tre terremoti negli ultimi dodici anni ha ancora quattromila sfollati, questo è davvero un gran giorno. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20/12/2021

La morte dei fratellini Hristov e Alina travolti dalle fiamme nella favela italiana di Stornara

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Avevano 2 e 4 anni, vivevano nell’insediamento di Stornara tra lamiere e cumuli di immondizia. Il fuoco divampato da una stufetta a legna. La mamma era appena andata da una «vicina» a chiedere un po’ di caffè

Stornara (Foggia)

Due fratellini di quattro e due anni, un maschietto e una femminuccia, bulgari di Burgas, sono morti carbonizzati ieri mattina in una baracca della favela che sorge a un paio di chilometri dal cimitero di Stornara. Sono morti così, come possono morire soltanto i disperati della Terra. Come morirono Aylan e Galip, i fratellini curdi di tre e cinque anni annegati sulla spiaggia turca di Bodrum nel 2015 nel tentativo di cercare salvezza in quest’altra parte del Mediterraneo. La tragedia dei fratellini curdi era riassunta in quella foto di Aylan riverso sulla spiaggia, che fece il giro del mondo e lo indusse a provvisoria commozione. Per i due fratellini bulgari Hristov e Alina nemmeno questo. Chi li ha visti non aveva niente da fotografare. I due corpicini si potevano a malapena distinguere da due pezzi di legno usati per il fuoco di un camino. E dopo che i pompieri hanno spento l’incendio, e medici e carabinieri hanno svolto i dovuti sopralluoghi, i due bimbi sono stati portati via dal carro funebre, seguito da una macchina in cui c’erano i loro giovani genitori, 25 anni lei e 28 lui. Niente nomi. Nessun commento. Anzi, che tutti mantengano la distanza sociale necessaria, perché c’è il Covid. Invece siamo entrati nella favela, l’abbiamo percorsa in ogni angolo, tra baracche di cartone e montagne di rifiuti, e abbiamo parlato con questa gente.

La tragedia è «semplice», banale. Ieri mattina, intorno alle 8.30, la mamma dei due bambini è andata da una vicina di «casa» a chiederle del caffè e si è trattenuta un po’ con lei. I due bambini dormivano beati nella loro «casa» di cartone pressato e di lamiere, riscaldati da una stufetta a legna. All’improvviso, una colonna di fumo. Poi le fiamme e l’urlo della mamma: «I bambini!». Troppo tardi. Alle 9 la catapecchia era stata già divorata dalle fiamme e quando sono arrivati i vigili del fuoco si è trattato solo di impedire che l’incendio divampasse in tutta la favela, un sobborgo di Quarto Mondo innestato nelle campagne ben curate e molto produttive della Capitanata. Un posto di cui l’Italia dovrebbe vergognarsi, nel quale vivono come animali un migliaio di persone durante l’inverno e, d’estate, almeno tremila. Cioè più della metà degli abitanti di Stornara, ma concentrati su una superficie che non supera i due ettari.

In questo luogo dell’orrore non ci sono né clandestini, né extracomunitari. Gli abitanti di questa favela italiana sono tutti bulgari. Vengono da Burgas, come la famiglia di Hristov e Alina, ma anche da Sofia, da Sliven, da Stara Zagora, e hanno tutti i documenti in regola. Sono braccianti stagionali. Alcuni riescono a trovare lavoro regolare, molti altri soltanto a nero. Ma non si capisce perché ancora adesso molti continuino a ripetere che questo è un «campo nomadi». Non ci sono nomadi nella favela di Stornara, né di etnia Rom né di qualunque altra etnìa. Al contrario, questi ubbidienti braccianti bulgari che vengono qui a lavorare nei campi e si portano dietro i figli piccoli sono più stanziali degli autoctoni. Tanto stanziali che per rimanere in questa discarica chiamata «campo» devono pagare 50 euro a testa a chi passa a riscuotere questa infame «tassa di soggiorno» vantando non meglio specificati «diritti» sull’area della baraccopoli.

Hristov e Alina non sarebbero morti, e a Stornara e altrove non vi sarebbe una emergenza umanitaria, se le istituzioni avessero fatto ciò che da anni chiedono i lavoratori agricoli stagionali stranieri: un insediamento di prefabbricati come quelli per i terremotati, magari incaricandone la Protezione civile, con acqua, corrente elettrica, servizio di raccolta dei rifiuti. Per vivere da umani. Per non morire bruciati vivi.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 18/12/2021

Foto Cosimo Forina©

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