Viva e sgargiante, l’altra Palermo

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Quattro pittori illuminano il volto più vero di una città ferita ma capace di riscattarsi


Palermo


Tutto ciò che può succedere nella vita di una città e di una comunità è già successo a Palermo. Se fosse vera l’idea della fine della storia, a Palermo la storia sarebbe finita da tempo. Invece non soltanto la storia di Palermo non è stata archiviata – magari presa in consegna dall’arte per essere sublimata e poi nobilmente archiviata -, ma è una storia che non si è mai fermata, non ha mai smesso di essere fertile come una donna feconda, e ha continuato a partorire figli, anche quando fare figli era un azzardo sia per chi li faceva sia per chi nasceva.
Tra i figli di Palermo che l’hanno lasciata perché persuasi – e con quanta ragione – che la «profezia» della fine della storia si era avverata qui, e che poi invece sono tornati a casa, forti della convinzione opposta, ci sono quattro artisti le cui opere vengono esposte fino al 25 aprile a Palazzo Belmonte Riso, sede del museo di arte moderna e contemporanea, con il titolo semplice e significativo «La Scuola di Palermo».
La «Scuola» sono loro, quattro ragazzi degli anni SessantaFrancesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Andrea Di Marco, quest’ultimo morto sei anni fa a 42 anni -, che avevano poco più di vent’anni nel famigerato anno di sangue 1992, picco stragista del terrorismo mafioso. La mostra, curata da Sergio Troisi con la collaborazione di Alessandro Pinto, è una retrospettiva di 80 dipinti dei quattro artisti, i quali raccontano, ognuno a suo modo, Palermo: non soltanto come luogo storico di saccheggio e di morte, di umiliazione e di riscatto, di stupri del paesaggio e di bellezza prepotente, ma anche e soprattutto come luogo universale di vita e di vitalità, di coraggio e viltà, luogo al tempo stesso realistico e visionario, in cui si ritrova a tinte più forti tutto quello che c’è e che accade nel resto del mondo, nel bene e nel male, per cui non si capisce perché debbano prevalere il male, il buio, la morte invece della luce, dei colori sgargianti, del richiamo della vita, come avviene nelle opere in mostra.
Per esempio, ne L’Idrovolante di Fulvio Di Piazza, in cui il velivolo è formato da squali che sorvolano la Conca d’Oro cementificata. O nel Paesaggio inutile di Alessandro Bazan, nel quale lo scenario del sacco edilizio palermitano è alleggerito e schernito dai coloratissimi vagoni di un treno da giostra con passeggeri nudi a bordo. Oppure nell’ironico Condom terrone di Andrea Di Marco, dove la prima parola sta per condominio ma anche per profilattico, con l’evidente allusione al suo utilizzo come copricapo per chi ha regalato alla periferia di Palermo, e per estensione alle periferie del mondo, edilizia kitsch mescolata a decorazioni a mosaico, a interni trash e a palme, cozze e vino bianco. O ancora, nel potente Naufragio di Francesco De Grandi, in cui il barcone in balia della tempesta con il suo carico umano che sta per essere rovesciato in mare mette a tacere ogni bestialità sui soccorsi a chi sta per morire, per qualunque ragione e in qualunque luogo. Mentre Broken Boy Soldier, ancora di Di Piazza, è un soldato in ginocchio fatto di alberi, prati, cespugli, più fantasy e molto più espressivo degli Ent, gli alberi parlanti de Il Signore degli Anelli.
Quest’anno Palermo è capitale italiana della Cultura e questa mostra può benissimo essere il suo biglietto da visita, poiché, dice Vittorio Sgarbi, autore della prefazione del catalogo, «è una imponente testimonianza che il momento più fertile dell’arte italiana in questo inizio di secolo è proprio la Scuola di Palermo». Per affermare il concetto, Sgarbi e la direttrice del museo Riso, Patrizia Valeria Li Vigni, nella sala dedicata alle opere di Jannis Kounellis, morto l’anno scorso, hanno ospitato i dipinti di Enrico Robusti, che è di Parma, ma che con i pittori della Scuola di Palermo, oltre all’età, ha in comune lo stesso «vitalismo sfrenato» che sfida la morte. E con questa trovata hanno resuscitato anche Kounellis e lo hanno iscritto di ufficio alla Scuola di Palermo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29/3/2018
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Il velo nero della “Passione” si stende su tutta Ostuni

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Opera-paese / Strade e vicoli, piazze e balconi si animeranno la domenica delle Palme per la messa in scena del dramma del Golgota. Con la drammaturgia di Pietrangelo Buttafuoco



Ostuni (Brindisi)


Sarà impressionante, la domenica delle Palme, vedere e ascoltare migliaia di persone lungo le strade e i vicoli di una delle più belle città del Mediterraneo, Ostuni, scandire l’invocazione «Misericordia» per venti volte almeno, sulle note della famosa marcia funebre tratta dall’opera Jone di Enrico Petrella e quelle della canzone Malarazza, un sonetto di autore siciliano ignoto del XVIII secolo che negli anni Settanta fu riscoperta da Dario Fo nella sua versione originale e cantata da Domenico Modugno nella sua versione migliore.
Sarà impressionante vedere sfilare trecento persone – i musicisti della banda musicale di Ceglie Messapica, i cantori del CorOstuni e dei gruppi folcloristici Città di Ostuni e La Stella, i confratelli del Carmine, del Purgatorio, della Madonna dei Fiori, dello Spirito Santo e di Santa Maria della Stella, le cinque confraternite religiose della città – che suoneranno, canteranno, reciteranno, agiteranno ritmicamente le troccole e percuoteranno i tamburelli. E da sotto i «papamusce», i cappucci bianchi a cono con due fori all’altezza degli occhi, riproporranno E’ spirato, canto per il Venerdì Santo in dialetto ostunese degli ostunesi maestro Antonio Vincenti (musica) e sacerdote Paolo Orlando (versi), risalente ai primi del Novecento, smarrito per lungo tempo e poi ripescato dai giovani «cacciatori» di cultura e tradizioni popolari dell’associazione culturale Terra.
Sarà impressionante vedere tutto il paese, 32 mila abitanti, vivere la Passione di Gesù Cristo «da dentro». «Abbiamo dato vita a una grande “opera-paese” in cui il pubblico diventerà anche attore, nelle strade, nelle piazze, sui balconi», dice Pietrangelo Buttafuoco, autore della drammaturgia. La Via Dolorosa che da piazza della Libertà fino alle croci del Golgota – sul versante della collina che guarda il mare – non potrà essere relazione liturgica Dio-uomo né rito religioso, poiché questa Passione è rappresentazione laica, ma non potrà non essere emozione, sentimento, storia, tradizione, conflitto, mistero e umanissima caducità, fede, spirito, amore, contraddizioni, dubbi e certezze, rabbia, disperazione e solitudine, speranza, e ogni altra cosa che ognuno riesca a trovare nella Bibbia, tanto nell’Antico Testamento, che è la storia del patto tra Dio e il popolo ebraico cominciata con Abramo quattromila anni fa, quanto nel Nuovo, che è la storia della vita dell’ebreo Gesù, nato a Betlemme, in Giudea, e cresciuto a Nazareth, in Galilea.
A leggere il copione di Passione, inscenata dalla Compagnia d’Arte di Pietrangelo Buttafuoco, Mario Incudine e Antonio Vasta (i musicisti), a vedere il fervore con cui tutti lavorano a qualcosa, e a parlare con le decine di protagonisti di questa impresa – per la verità cominciata nel 2015, con la prima messa in scena curata dal regista e attore Vittorio Continelli, che conquistò la città con un appassionato (appunto) monologo -, questa quarta edizione di Passione si preannuncia ricca di altri incroci e suggestioni, di nuove contaminazioni, di affascinanti spunti di riflessione.
Intanto, dicono Beppe Moro, Giusi Pomes e Giunluca Zurlo, dell’attivissima associazione Terra, ci sarà anche una Passione junior, con tutti i bambini della scuola primaria che verranno coinvolti in una serie di attività didattiche durante la Settimana Santa e parteciperanno al coro della rappresentazione la domenica delle Palme. E poi, protagonisti di questa Passione non saranno soltanto i personaggi noti della tradizione biblica, né soltanto persone fisiche, né unicamente la religione cristiano-cattolica.
Protagonista immateriale di questa Passione, per esempio, sarà il dialetto siciliano. Scelta felice, perché, come spiega il bellissimo Dizionario dei dialetti italiani della Utet, il Salento (e Ostuni è in Alto Salento) è «area a vocalismo tonico siciliano», cioè ha un dialetto assai simile al siciliano, al punto da confondersi con quello, cosa che aiutò molto Domenico Modugno (cresciuto a San Pietro Vernotico, non lontano da Ostuni) quando cantava canzoni in siciliano, come la già citata Malarazza. Protagonista immateriale, e di quale importanza, sarà il Misericordia urlato dalla folla, che non è soltanto l’invocazione-Leitmotiv dell’opera, ma è la sintesi del Salmo 51, il Miserere, pietra miliare della teologia della salvezza per grazia di Martin Lutero, padre della Riforma protestante: «Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti».
Protagonista materiale, invece, sarà un enorme velo nero di 300 metri quadrati che alla fine avvolgerà tutta la scena del Golgota, le tre croci con Gesù e i due ladroni e un Ponzio Pilato reticente anche da «pensionato», quando dirà di non ricordare chi fosse Gesù. Il Pilato smemorato è tratto di peso dal racconto Il procuratore della Giudea di Anatole France – con Michail Bulgakov e Giovanni Papini uno dei tre protagonisti «occulti» dello spettacolo -, e risponde proprio così, con un secco «No, non ricordo», quando il «playboy» Elio Lamia, in esilio dorato in Campania per aver insidiato troppe donne patrizie a Roma, chiede a Pilato di Gesù. E glielo chiede, Lamia, non perché interessato a Gesù, che a malapena sa chi sia, ma perché vuol sapere se è vero che la fascinosa «danzatrice siriana» che lo aveva ammaliato in Giudea, Maddalena, avesse davvero mollato tutto per seguire quel «taumaturgo di Nazareth», quel Gesù che Pilato poi avrebbe processato e condannato. Ma a questo punto della conversazione scatta la risposta dell’ormai ex procuratore Pilato, che con il suo «No, non ricordo» chiude il discorso. «In quel medesimo istante – dice Buttafuoco a “la Lettura – si aprirà il grande velo nero che tutto deve ricoprire, nascondere, rinchiudere».
Leonardo Sciascia, che lo tradusse e lo commentò, disse che questo racconto di Anatole France è il racconto perfetto. E Buttafuoco lo utilizza come e più de Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, in cui Pilato è al contrario tormentato e quasi in crisi di coscienza, e della Storia di Cristo di Giovanni Papini, poderosa, lirica, bella, pur con le sue cadute antisemite come «il verminaio di circoncisi», «l’Ebreo dalla molte tasche che raccatta i denari figliati dai trenta sicli di Giuda», o «gli ebrei sui quali deve ricadere, per espressa volontà dei padri, il sangue di Cristo» (ma Papini scriveva negli anni Venti…).
Protagonista di questa Passione è anche lo stesso autore, Pietrangelo Buttafuoco alias Giafar al-Siqilli, cioè Giafar di Sicilia, il nome del condottiero arabo di origine siciliana che nel X secolo conquistò il Nord Africa e che Buttafuoco ha assunto da quando, alcuni anni fa, si è convertito alla fede musulmana, ricavandone ironie e sarcasmi, e finanche accuse e sospetti di fascioislamismo. Tranquilli, in questa Passione non c’è ombra del jihad. Semmai, essa è molto più inquadrabile nel suo opposto, il jadid, la corrente riformatrice islamica che in Asia centrale tra Ottocento e Novecento cercò di avviare una riforma della società islamica dall’interno, con lo studio e la libera interpretazione delle scritture islamiche (e infatti si scontrò con il totalitarismo sovietico, e Stalin nel 1940 fece fucilare uno dei suoi esponenti di spicco, Mirsaid Sultan-Galiev…).
Questo per dire che non è facile, ma è possibilissimo, che un musulmano riesca a mettere in scena una vicenda ebraica e cristiana, «aggregando» i tre monoteismi dal carattere esclusivista che ancora oggi si confrontano e si affrontano soprattutto nel bacino del Mediterraneo, e quindi anche a Ostuni. Dove, dicono i giovani dell’associazione Terra, «non possiamo non dirci, crocianamente, cristiani», e dove, nel 1799, si aderì con tutto il corpo e l’anima alla Rivoluzione napoletana, piantando l’Albero della libertà sull’esempio della Rivoluzione francese, e poi, nel 1833, si costituì una sezione della Giovine Italia, e infine, nel 1860, si fu tra i primi in Puglia ad abbattere i simboli dei Borbone e a combattere, sconfiggendolo, il loro esercito. Questa Passione di Ostuni, dunque, è un’opera-paese in tutti i sensi, perché è anche passione e religione popolare e civile.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/3/2018

Amazon City in Calabria

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Conflenti è (era) un borgo sulle montagne della pre-Sila destinato a sparire. Finché un docente dello Iuav di Venezia (originario di queste parti), un sindaco intraprendente, un vicepresidente del colosso di Seattle (anche lui originario di queste parti e parente del primo) decidono di fare qualcosa…



Conflenti (Catanzaro)


Nessuno sa dov’è, questo paese di millecinquecento persone nascosto sulle montagne della pre-Sila, fra le province di Cosenza e di Catanzaro. Eppure si trova praticamente al centro della Calabria. Dista mezz’ora dal mare Tirreno, tre quarti d’ora dall’aeroporto internazionale di Lamezia Terme, un’ora dal mare Ionio, 160 chilometri da Rocca Imperiale Marina, all’estremità nord della regione, e 170 da Reggio Calabria. Ma è come se questa sua centralità geografica invece di essere un vantaggio ne nascondesse l’esistenza e relegasse Conflenti in fondo al buco nero del mondo ignoto. I casi della vita, le storie personali, i tragitti dell’anima non sono però meno tortuosi delle strade calabresi tutte curve e saliscendi. E dietro ogni tornante possono riservare una sorpresa, alla fine di ogni salita offrire un punto di vista più ampio e suggerire un’idea, una via d’uscita. Anche per un paese che negli ultimi cinquant’anni è stato svuotato dall’emigrazione di due terzi della popolazione, in prevalenza giovani e per lo più «affamati».
Conflenti è due borghi in uno, attaccati l’uno all’altro, ad una altitudine di 550 metri: Conflenti Inferiore e Superiore, ma una sola comunità, accucciata ai piedi del monte Reventino, 1416 metri di boschi e ossigeno.
Insediamento neolitico risalente a duemilacinquecento anni fa, popolato, come racconta nel suo libro Conflenti lo storico Vincenzo Villella, da una parte di quei Brezii, o Bruzii, giunti sulla Sila dalle regioni balcanico-danubiane di Illiria, Tracia, Epiro e Anatolia, Conflenti fu anche rifugio per i monaci basiliani approdati in Italia meridionale tra il IX e il X secolo. Successivamente ospitò quegli ebrei arrivati nel Sud Italia già nel VII e VIII secolo in seguito alla conquista araba di Gerusalemme, i quali, sebbene espulsi dal Regno di Napoli in base all’editto del 1510 voluto dal re Ferdinando il Cattolico, scelsero di non abbandonare il Regno e trovarono in Conflenti Superiore una comunità che non solo non li segregò in un ghetto, ma li accolse e, anche grazie ai matrimoni misti, li integrò. Gli ebrei «ripagarono» la comunità conflentese insegnandole arti e mestieri che le procurarono benessere e ne avrebbero caratterizzato la storia nei secoli successivi, poiché quelle attività diventarono «tipiche» del luogo: cestai, barilai, pettinai, conciatori di pelli, intarsiatori, ebanisti, lavoratori della cera e del miele, coltivatori del gelso e setai.
Conflenti viveva la sua vita, povera come la vita che poteva offrire la civiltà contadina, ma non solo esisteva, era. Con la sua cultura, la sua gente, le sue otto chiese e le sue case in pietra «civata», un’arte nella lavorazione della pietra di cava che rasenta la perfezione e che rendeva superfluo e antiestetico ricoprire i muri con l’intonaco, come dettava il gusto borghese ottocentesco. Conflenti ha resistito fino a quando la povertà, nel primo dopoguerra, non è diventata miseria intollerabile e ha costretto migliaia di persone a emigrare in Germania, negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia. Con il passare del tempo Conflenti ha continuato a esistere, ma quanto a essere, a un certo punto ha scoperto di non sapere più cosa fosse, e anzi ha temuto di non poter essere nulla di più che una entità amministrativa lanciata verso un inarrestabile spopolamento, di cui i duecento abitanti di Conflenti Superiore, la parte di maggiore pregio architettonico e urbanistico del comune, sono la scoraggiante prova.
Poi, più o meno due anni fa, è successa una cosa singolare, che forse solo un astrologo avrebbe potuto azzardare. All’estremità opposta dell’Italia, un docente di Composizione architettonica dello Iuav di Venezia, Pierluigi Grandinetti, che stava conducendo una ricerca sulla conservazione e valorizzazione dei territori rurali del Friuli-Venezia Giulia, sente la voglia irresistibile di un viaggio in Calabria, a Conflenti. Non c’entra il suo lavoro, ma la sua origine. Suo padre Carlo, ultimo di dieci figli, orfano, ebanista intarsiatore, era emigrato da Conflenti a Udine nel 1936, «una scelta dolorosa, che patì per tutta la vita», dice Pierluigi. Il fratello maggiore dei dieci, Rosalbino, scelse invece l’America, gli Stati Uniti. Pierluigi non era mai stato a Conflenti, non ne aveva mai avuto la forza, ma alla fine, nell’estate del 2016, decide che è arrivato il momento di andarci, vuole capire da dove viene, chi è, e com’è quel luogo la cui perdita suo padre «patì per tutta la vita». E ci va incoraggiato anche da un’altra coincidenza «astrale»: suo nipote Russell, il figlio di Rosalbino, quell’estate andrà a Conflenti e lui vuole conoscerlo.
Intanto, mentre Grandinetti torna nel paese del padre per il suo viaggio dentro se stesso, a Conflenti viene eletto sindaco Serafino Paola, all’apparenza un sobrio commercialista, ma in realtà uno di quegli spiriti inquieti che possono fare la differenza. Paola trova il comune a pezzi, ma non dice «mi hanno lasciato in eredità…» per giustificare eventuali insuccessi. Si mette a lavorare per la rinascita del luogo, a cominciare dal recupero della cadente chiesa di San Nicola, un bell’esempio di arte rinascimentale meridionale, e di Conflenti Superiore. Ma non ha soldi e ha appena cominciato ad amministrare un comune che, per dirne una, ha l’auto dei vigili urbani ma non ha nemmeno un vigile. Però Paola ha idee ed è capace di coinvolgere le persone giuste per provare a realizzarle. Incontra e parla con Pierluigi Grandinetti e con suo nipote Russell, che è vicepresidente di Amazon (oggi sono entrambi cittadini onorari di Conflenti), coinvolge i docenti Francesco Cacciatore, Franco Roperto e Franco Rubino delle Università di Venezia, Napoli e Cosenza, il vescovo di Lamezia Terme, Luigi Antonio Cantafora, e una decina di associazioni – tra le quali «Felici&Conflenti» e «Prima che tutto crolli» – che vogliono la stessa cosa molto ambiziosa ma anche molto possibile che vuole lui: fare rivivere Conflenti Superiore attraverso un recupero non soltanto edilizio del borgo, ma anche umano, ripopolandolo e puntando sul turismo rurale «slow», sulle attività artigianali, sulla cultura e le tradizioni popolari. A cominciare dalla musica dell’area del Reventino – tarantelle, marce, pastorali, sonate processionali -, che per la sua singolarità già adesso ogni anno attira qui dal Nord Europa un centinaio di persone, tra musicisti e studenti in demoantropologia.
Nel giro di sei mesi, Iuav e comune firmano un protocollo d’intesa e all’inizio dell’anno scorso parte il «Progetto Conflenti». Pierluigi Grandinetti, con Alberto dal Bò e Niccolò Zennaro, redigono il progetto e illustrano gli interventi-pilota. Lo Iuav stanzia un assegno annuale di ricerca che allarga il campo da Conflenti ai borghi rurali antichi dell’area mediterranea per favorirne «conservazione, riuso e valorizzazione» e poi finanzia un altro contratto di ricerca finalizzata alla ricomposizione per anastilosi della chiesa di San Nicola.
La prima parte dello studio è stata presentata un mese fa e adesso il progetto potrebbe davvero decollare ed essere replicato negli altri borghi e centri storici calabresi abbandonati. Ma occorrono i soldi, che come sempre o non ci sono o non si trovano.
La Regione Calabria ha stanziato seicentomila euro, una cifra, diciamo così, di incoraggiamento, appena sufficiente per la ricostruzione della chiesa. Ma potrebbe fare molto di più, perché in realtà i soldi ci sono. Li hanno trovati spulciando il bilancio regionale i membri dell’associazione «Prima che tutto crolli», capeggiata da Domenico Gimigliano e Mario Bozzo, un ingegnere e un medico in pensione, che hanno fatto ciò che l’intero Consiglio regionale della Calabria non ha mai fatto, e cioè hanno presentato una proposta di legge regionale di iniziativa popolare per il recupero dei centri storici. All’iniziativa hanno aderito 50 comuni (per complessivi 323 mila abitanti) e dall’esame del bilancio – sempre un arnese ambiguo e misterioso, se non lo si studia nei dettagli e lo si lascia nelle sole mani dei burocrati – è venuto fuori che ci sarebbero ben 10 miliardi di euro inutilizzati o da utilizzare meglio, dai quali attingere i soldi necessari per Conflenti e gli altri borghi. La legge sul recupero dei centri storici dovrebbe essere discussa entro la fine di marzo. Sarebbe un delitto se questo non accadesse. Tanto più che Conflenti è la prova di diverse compatibilità: tra cultura ed economia, tra protagonismo dei cittadini e competenze professionali, tra pubblico e privato, tra locale e globale.
A Seattle, sede di Amazon, il «Progetto Conflenti» ha destato curiosità e Russell Grandinetti ha scritto al sindaco Paola: «Ditemi cosa posso fare». E’ semplice, Russell. Voi di Amazon nel 2016 avete fatturato 136 miliardi di dollari, con un utile di 2,3 miliardi. Con appena 10 milioni di euro potreste comprarvi il borgo, con altri 10-15 milioni sistemarlo e con ulteriori 10 milioni, poiché fate business e non beneficenza, creare la prima «Amazon City» della cultura, con consumo di suolo zero, al centro del Mediterraneo. Sarebbe rivoluzionario, e il mondo potrebbe persino volervi un po’ di bene.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/2/2018

Va in Russia la giungla di Ligabue

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Per la prima volta Mosca dedica una mostra antologica all’artista emiliano. Fino all’11 marzo al Museo di Storia contemporanea della capitale le opere del pittore «matto»: animali esotici e feroci, metafora della società violenta



Mosca


Fosse stato per lui, sarebbe arrivato ovunque e quindi anche a Mosca a bordo della sua motocicletta Guzzi di colore rosso, perché quella moto era il suo cavallo, l’animale domesticato che gli permetteva di esplorare il mondo tutt’intorno e che si trasformava in una bestia feroce, «la mia tigre» diceva lui, quando la lanciava su strada e la faceva ruggire. Antonio Ligabue però non si è mai mosso dalla sua Padanìa, Bassa reggiana, lungofiume del Po tra Gualtieri e Guastalla. E tuttavia, come Emilio Salgari e Ludovico Ariosto, Ligabue faceva lo stesso il giro del mondo senza muoversi da casa, con la stessa potenza dell’immaginazione che consentiva ad Ariosto di far viaggiare Orlando furioso fin sulla Luna. Nessuno però considerava matti Ariosto e Salgari, tutt’al più li si nobilitava celebrandone una certa «follia» come espressione del loro genio creativo. Ligabue invece era un matto vero, di quelli che per ogni spostamento, da un manicomio all’altro, da un paese all’altro, erano sempre accompagnati dal certificato medico e da quello di polizia, che, come accadeva per tutti i matti, ne facevano un reo da punire invece di una persona da curare. Era il cosiddetto scemo del villaggio, l’anormale, il fuori posto, ma innocuo per la comunità, di cui anzi diventava, quando dipingeva e scolpiva, la voce liberata, esplosiva e impossibile da contenere e reprimere attraverso le «regole».
La mostra antologica di dipinti e sculture di Antonio Ligabue «Lo specchio dell’anima» – la prima grande antologica dell’artista italiano organizzata in Russia, curata da Marzio Dall’Acqua, Vittorio Sgarbi e Augusto Agosta Tota, quest’ultimo presidente della fondazione Ligabue di Parma – arriva in Russia esattamente a quarant’anni dalla approvazione della legge Basaglia, che ha abolito i manicomi in Italia e ha segnato in tutto il mondo una inversione di tendenza nel modo di affrontare la malattia psichica. Ligabue si sarebbe trovato bene con Franco Basaglia, o almeno avrebbe patito minori disagi umani e forse non avrebbe atteso fino al novembre del 2017 per avere l’onore di entrare nell’Ermitage di San Pietroburgo, con due sculture che Agosta Tota ha donato personalmente al presidente Vladimir Putin. Un gesto di grande significato in un Paese che nel passato ha fatto un ricorso massiccio all’uso della certificazione medica della «follia» per soffocare il dissenso, politico e non. Proprio durante gli ultimi anni di vita di Ligabue, morto nel 1965, in Unione Sovietica uno come Iosif Brodskij per esempio, che nel 1987 avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, entrava e usciva dai manicomi, e senza nemmeno il pretesto della pericolosità sociale del Ligabue che sfreccia con la «tigre» rossa da Gualtieri a Guastalla.
Ligabue non è un pittore naïf. Lo aveva detto subito proprio il «padre» degli artisti naïf, Anatole Jakovsky, che lo considerava «un posseduto, un genio allo stato puro» e lo ribadisce Dall’Acqua, che con due sostantivi, «angoscia e mistero», rende mirabilmente il profilo del pittore padano nato a Zurigo e poi dato in adozione a una coppia svizzera dalla mamma naturale e da un patrigno che di lui non volle saperne nulla. Per Sgarbi, Ligabue è sovversivamente e felicemente «la vita contro la forma», o anche, più didascalicamente, «la versione padana di Van Gogh». In ogni caso, un artista unico, ma proprio in senso assoluto, perché non inquadrabile in alcuna scuola o corrente, che dipinge con tutta la forza che può sprigionare dalla profondità della propria anima un disadattato sociale, una persona che la società non vuole, e che lui rappresenta con le sembianze di belve esotiche, feroci, metafora della violenza degli uomini.
Antonio Ligabue non è sempre piaciuto a tutti, «per lo più non piace ai critici e agli snob – dice Sgarbi -, ma piace ai bambini», e il grande pubblico lo ha conosciuto attraverso la faccia sconvolta di Flavio Bucci nel bellissimo sceneggiato Rai di Salvatore Nocita, del 1977, con testi di Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco. In Russia, Ligabue appare ancora più vivo e vitale, le sue opere, i suoi animali con le fauci spalancate, sembrano voler balzare dai muri e invadere la sala, e ce lo fanno immaginare mentre creava le sue fiere: quando Ligabue lavorava, tremava e si agitava, si contorceva e urlava, ruggiva, e si identificava con le belve che dipingeva e scolpiva. Belve che scovava nella propria anima e poi affidava alle rive silenziose e nebbiose del Po trasformate nella giungla immaginaria di «Toni il matto», dove lui, Ligabue, poteva essere finalmente libero, forse anche un po’ felice.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/1/2018

Droga, vendette, tradimenti. L’intreccio tra dieci famiglie nella mala pugliese

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L’anziana uccisa in una sparatoria a Bitonto: guerra tra clan e terrorismo mafioso di agguati in centro e alle feste patronali


«Ma se cambiano gli assetti a Bari, Bitonto ne risentirà?». Dopo l’ennesimo omicidio e l’ennesima sparatoria tra la gente in stile Chicago anni ’30, ecco che si riparla di «assetti». Come se si parlasse di variazioni delle quotazioni in Borsa, o della mutevolezza delle alleanze politiche, oppure della modifica del sistema di gioco di una squadra di calcio.
Si parla di «assetti» criminali in Puglia, a Bari, e quindi anche a Bitonto – 15 chilometri e 55 mila abitanti nell’hinterland -, come se si parlasse di Cosa Nostra, come se si stesse girando un sequel del Padrino, e a ogni scossone, a ogni mutamento nel borsino del potere e dell’influenza delle famiglie mafiose si debbano ridisegnare gli equilibri, i rapporti di forza, gli «assetti» appunto, e questi a loro volta non possano che riverberarsi sulla costellazione dei gruppi criminali minori, ma non meno cruenti, siano essi storici oppure emergenti.
In realtà, è almeno da un quarto di secolo che la domanda sugli «assetti» è sempre la stessa, come sempre la stessa è la risposta: questi gruppi criminali, queste famiglie, che spesso sono tali in senso stretto, cioè composte da consanguinei, che sparano, ammazzano, strozzano, derubano, estorcono, spacciano droga, e che non si ritraggono se devono azzannarsi tra loro, non sono invincibili, non sono irresistibili, erano e sono schegge, «stidde», gruppuscoli sanguinari autocefali che intimidiscono con sistemi da terrorismo mafioso, ma non sono nulla di fronte al potere dello Stato, che potrebbe disintegrarli quando e come vuole.
Invece, da almeno un quarto di secolo a questa parte, i nomi di queste schegge e le facce di queste «stidde» sono sempre gli stessi e resistono sulla scena come nemmeno le grandi famiglie mafiose della tragica storia nazionale o dell’invenzione letteraria e cinematografica. Ecco perché a Bitonto e non solo, ma in tutta la provincia barese, e a Foggia, e nell’intera Puglia, si interrogano sugli «assetti» di Bari. Il ventenne sparatore rimasto ferito ieri nello scontro a fuoco che è costato la vita alla povera Anna Rosa Tarantino è, dicono, vicino al clan bitontino dei Conte, il quale è in lotta, in una stracittadina del crimine che ha le sue sponde e le sue alleanze negli «assetti» baresi, con i clan bitontini dei Cassano e Cipriano, da qualche tempo alleati tra loro. Lo stesso canovaccio degli ultimi due tentati omicidi, del 17 agosto e 18 ottobre scorsi: sparatoria tra la folla, la prima volta in centro e la seconda al luna park durante la festa patronale, i bersagli dell’agguato che riescono a salvarsi, un passante che viene ferito e il panico generale. Risultato collaterale: fibrillazioni negli «assetti» tra le dieci-dodici eterne famiglie baresi che, secondo le immancabili mappe dei clan diffuse dal ministero dell’Interno, di volta in volta si alleano, si combattono, e addirittura si confederano o dissentono, come se fossero a un congresso di partito.
«In questi giorni tradizionalmente riservati alla spensieratezza e alla pace la città piomba in un clima di surreale violenza», ha detto il sindaco di Bitonto. Purtroppo però, Bitonto – come San Severo, Cerignola, Andria, Barletta, Bisceglie, Altamura, Gravina di Puglia, tutti comuni tra i centomila e i cinquantamila abitanti, per non dire di Foggia che ne ha 160 mila – non è all’improvviso «piombata» nella violenza, ma vi è dentro da tempo, ed è una violenza non «surreale», ma molto reale, dura, pesante, in cui le quotidiane prepotenze impunite di una malavita che spesso non si riesce a contrastare (eppure l’Italia, dice Eurostat, è in cima alla classifica Ue per numero di agenti di polizia, 278 mila contro i 243 mila della Germania e i 203 mila della Francia, senza contare le 100 mila unità tra agenti di polizia urbana, polizia penitenziaria e vigili del fuoco) fanno salire anche la temperatura del «corpo sociale», cosicché persino un banale diverbio per questioni di traffico diventa più facilmente un omicidio, com’è accaduto sempre a Bitonto il 16 agosto scorso, quando un ferroviere in pensione ha accoltellato e ucciso un ragazzo di 25 anni, davanti alla figlia e al nipotino.
E se non sono omicidi, sono rapine. Ancora a Bitonto, tre giorni fa, un benzinaio ha subito la sesta rapina in tre mesi e durante l’ultima è stato derubato anche un automobilista che stava facendo carburante. In compenso però la polizia l’altroieri ha sequestrato ben un chilogrammo di «materiale esplodente», i botti, e Bitonto ha pur sempre un assessorato «al marketing territoriale». Proclamato il lutto cittadino e annullati tutti gli eventi pubblici fino al 7 gennaio, ascoltate le infervorate parole dei rappresentanti istituzionali, resta la domanda: ma se cambiano gli assetti a Bari, Bitonto ne risentirà?


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/12/2017

Giotto, De Chirico, grandi «minori» che sembravano nascosti ma non lo sono

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La mostra «I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico», curata da Vittorio Sgarbi, è allestita fino al 20 maggio 2018 al Castello Ursino. Oltre 120 le opere esposte



Catania


Le elezioni siciliane non si erano ancora tenute quando nell’imponente Castello Ursino di Catania, fatto costruire da Federico II di Svevia, è stata inaugurata la mostra I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico. La premessa non artistica è necessaria perché a patrocinare la mostra è stato il Comune di Catania, amministrato dal centrosinistra, mentre a curarla è Vittorio Sgarbi, dopo le elezioni annunciato quale nuovo assessore alla Cultura dal neogovernatore regionale Sebastiano Musumeci, centrodestra.
La mostra quindi come un’anticipazione di ciò che Sgarbi ha in mente di fare in Sicilia, dopo l’esaltante esperienza come sindaco di Salemi — la prima capitale d’Italia, anche se per un giorno solo — interrotta sei anni fa da un ingiusto scioglimento del consiglio comunale per «infiltrazioni mafiose», poi rivelatesi infondate. Il neoassessore però è stato ripagato dal successo della mostra, allestita sui tre piani del castello — che è anche la sede del Museo Civico di Catania — grazie a un’idea-forza semplice ed efficace. Far vedere ciò che è nascosto o, meglio, ciò che i più non conoscono, nonostante sia di grande valore. Portarlo alla luce e attestarne l’esistenza non solo con un certificato di nascita ma presentarlo secondo un filo logico e cronologico che in centoventi opere, tra Giotto e De Chirico, sette secoli, racconti un’unica storia. Senza la camicia di forza del «tema» o della scuola d’appartenenza e senza «sfruttare» il nome noto, sia Giotto o De Chirico, Caravaggio o Ligabue, El Greco o De Pisis, De Ribera o Pirandello — pure tutti presenti — ma rivelando il nome poco noto, il dipinto ignoto, e dando all’uno e all’altro il palcoscenico che meritano, anche perché in grado, grazie al loro indiscusso valore, di non temere il confronto con i più famosi.
Stefano da Putignano e il suo Angelo con cartiglio, scultura in pietra del 1520 realizzata per la cattedrale di Polignano a Mare, per esempio, sono una testimonianza eccellente del Rinascimento nell’Italia meridionale. Di questo artista non si sa praticamente nulla, se non che ha prodotto tanto tra la Puglia e la Basilicata dopo aver respirato l’aria di Venezia e soprattutto di Padova, che nel XV secolo è stata una delle capitali dell’arte europea.
La stessa cosa si può dire di Jacopo da Valenza e del suo Cristo benedicente, un olio su tavola del 1486, in cui Gesù ha gli occhi azzurri spalancati che guardano fisso chi guarda il quadro e la mano pallida di chi non è in questo mondo. Jacopo fa parte di quei pittori che scelsero come loro maestro Antonello da Messina, quando questi lavorò a Venezia, a dimostrazione di quanto il Rinascimento sia stato anche scambio intenso e continuo tra il nord e il sud della Penisola.
Se poi facciamo un salto nel Seicento, troviamo Matteo Ponzone e il suo strepitoso Tarquinio e Lucrezia, in cui il re di Roma cerca di mettere letteralmente una mano sotto la veste della virtuosa Lucrezia, che lo respinge, segno che le molestie maschili non sono una novità, come pure il libero arbitrio di colei che le subisce, che poteva e può sottrarsi alla meschina insidia. E che dire della potente scena di Elia nutrito dall’angelo nel deserto di Johann Carl Loth, seconda metà del Seicento, con quell’angelo dalle grandi ali che soccorre il profeta sfinito dopo una marcia nel deserto di quaranta giorni e quaranta notti per incontrare Jahvè? Sbalorditiva poi la «fotografia», e siamo a metà dell’Ottocento, di Salvatore Fergola, che con Aurora boreale comparsa in Napoli la sera del 17 novembre 1848, finisce su tutti i giornali dell’epoca. E ascetica, profondamente spirituale, la tensione fisica dell’Arabo in preghiera di Domenico Morelli, del 1880-90, uno che in Oriente non ci era mai stato, ma che riuscì a immaginare la Salah, la Preghiera, così bene grazie alle sue letture e allo studio della Bibbia e del Corano. Il resto, ed è ancora tanto, non è più «nascosto», ma è tutto da scoprire.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29 novembre 2017

Così Echaurren scalò per primo i muri della street art in Italia

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Estro linguistico e paradosso creativo: al Palazzo della Cultura di Catania fino al 14 gennaio 2018 la mostra «Soft Wall» organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro e curata da Francesca Mezzano



Catania


Può essere, come diceva Pierre-Joseph Proudhon in Che cos’è la proprietà?, che la proprietà sia un furto. Ma può anche essere che la proprietà sia libertà, se per esempio nasce dal lavoro — dell’artigiano, del contadino, di chiunque. E questo lo diceva sempre Proudhon, nello stesso libro appena citato.
Ora, se sei un artista e rubi le parole dai muri e persino dai manifesti stradali per creare le tue opere d’arte irriverenti, e fai questo in maniera sistematica dal 1989, caduta del Muro di Berlino, dopo che nei due decenni precedenti più o meno con lo stesso sistema di appropriazione creativa, di rovesciamento del senso delle parole, di sovversione ironica e persino goliardica dei ruoli, hai preso in giro la seriosità del mondo — politico e non —, e se fai tutto questo scagliandolo anche contro sant’Enrico Berlinguer e san Luciano Lama che parlano di «questione morale», tu artista, commetti un furto o compi un atto di libertà?
La risposta più naturale sarebbe «la seconda che hai detto» (copyright Corrado Guzzanti), specialmente se si tratta degli anni Settanta (ma fino al ’77 degli Indiani metropolitani, poi con il ’78 e il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro quegli anni diventeranno di piombo). Invece nemmeno la seconda risposta è esatta. Perché nel nostro caso — che fingendo serietà potremmo sintetizzare come il caso «street art ieri e oggi» —, la «questione morale» è più semplicemente una «questione murale».
La mostra Soft Wall, inaugurata ieri al Palazzo della Cultura di Catania, è la questione murale che batte la questione morale, l’ironia e il sarcasmo che battono la prosopopea delle mani pulite che poi pulite non erano, la sovversione non violenta — ma appunto affidata all’estro linguistico e al paradosso artistico — dei poteri costituiti e costituendi, delle maggioranze e delle minoranze, e senza risparmiare nessuno, né i ricchi, ovvio, ma nemmeno i poveri. Soft Wall sono centocinquanta opere così, tutte del signor Pablo Miguel Papageno Matta Echaurren, alias Echaurren e basta. Ma, riveliamolo, Pablo come Neruda per volere del papà Roberto Sebastian, artista cileno, e Papageno come il protagonista del Flauto magico di Mozart per desiderio della mamma, l’attrice Angela Faranda.
La mostra di Pablo Echaurren è curata da Francesca Mezzano, che ha «drasticamente selezionato», come dice lei stessa, le centocinquanta opere da una produzione quarantennale in cui acrilico, stencil, lettering, segni e scritte si sono mescolati e sovrapposti, come si vede in maniera evidente, voluta, insistita, nelle pitture Muro contro muro, le più recenti. Mentre Emmanuele Emanuele, che da presidente della Fondazione Terzo Pilastro ha voluto e finanziato questa mostra, ricorre ai suoi ricordi americani degli anni Sessanta, «quando nelle città della California vidi per la prima volta questi muri decorati da graffiti e pitture incredibili», per definire Echaurren «padre putativo della street art in Italia». Street art, che, sempre per il gioco di parole che non manca mai nel lavoro di questo artista dadaista e futurista — che per questa ragione non era molto ben accolto tra gli ortodossi della sinistra e tra i compagni della sinistra più a sinistra —, non può e non deve diventare una «Wall Street» Art.
Soft Wall è un muro soffice, di tela, sul quale si può scrivere e dipingere e attraverso il quale si può comunicare a tutti un’idea, raccontare una storia, esprimere un’emozione, fare una battuta, rappresentare un sogno, esternare un pensiero importante o importante soltanto per chi lo ha pensato.
Sui giornali per i quali ha lavorato — primi tra tutti «Lotta Continua», «Frigidaire», «Il Male» — nei fumetti che ha ideato e disegnato e in tutte le altre sue opere, Echaurren non ha mai perso di vista questi «fondamentali», e soprattutto non ha mai perso di vista non tanto la necessità o l’opportunità che la cultura sia anche «contaminazione di alto e basso», questo è un po’ un luogo comune, quanto la convinzione che la cultura è nella strada, tra la gente, nella vita, persino quando la vita si dimostra un non senso.
La stessa idea del Muro, soft ma pur sempre un Muro, scelta come tema di questa mostra, non si limita alla disumanità dei «muri che dividono» — ecco un altro luogo comune, cos’altro possono fare i muri se non separare? —, ma suggerisce persino di accettarlo il Muro — brutto, spiacevole, opprimente — se è una necessità difensiva, se sono in gioco vite umane. Perché il Muro di Berlino era una cosa, quello tra Israele e i Territori palestinesi, purtroppo, è un’altra.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 24 novembre 2017

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