I corpi della santa e del poeta. Caravaggio incontra Pasolini

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Rovereto (Trento)

Quello che secondo Roberto Longhi è il più antico dei dipinti siciliani di Caravaggio, il Seppellimento di santa Lucia – realizzato dall’artista milanese dopo la sua evasione dal carcere di Malta nel 1608 -, domina in doppia versione, originale e copia conforme. Ciascun esemplare, dodici metri quadrati di pittura esplosiva.

Nella grande sala del Mart, il museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, che accoglie il capolavoro siracusano di Michelangelo Merisi e indica il cammino della originalissima e brillante mostra «Caravaggio, il contemporaneo. In dialogo con Burri e Pasolini» (fino al 14 febbraio 2021), è pressoché impossibile distinguere la copia del Seppellimento dall’originale, disposti su due pareti opposte come se fossero l’una la immagine riflessa dell’altro, ed entrambi sprovvisti di didascalia.

Così ha voluto l’ideatore della mostra, Vittorio Sgarbi, presidente del Mart, poiché gli obiettivi che intendeva raggiungere – riuscendoci benissimo, come vedremo – erano due, l’uno di politica culturale e l’altro squisitamente artistico, in quanto riguardante l’irruzione della morte nella vita e la trasfigurazione, attraverso la violenza e la sua rappresentazione, non soltanto dei corpi umani, ma anche dei paesaggi e persino della materia inerte.

L’obiettivo di politica culturale è stato raggiunto recuperando il telero del Seppellimento di santa Lucia grazie a una iniziativa del Mart: per la prima volta un ente culturale, un museo, ha finanziato un’indagine diagnostica e un intervento conservativo, riuscendo a mettere d’accordo una serie di istituzioni diverse – Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno, Regione Siciliana, Provincia autonoma di Trento, Istituto centrale per il Restauro di Roma, Centro regionale per il restauro di Palermo, Arcidiocesi di Siracusa, Fondazione Orestiadi – e sottraendo così al degrado una meravigliosa opera d’arte.

Il Seppellimento di santa Lucia, dopo questa mostra, tornerà a Siracusa, non più nella chiesa di Santa Lucia alla Badia in Ortigia – dove, come ha scoperto la storica dell’arte Silvia Mazza, l’umidità lo stava divorando -, ma nella sede originaria, Santa Lucia al Sepolcro, la chiesa fuori le mura nel rione della Borgata, dove Caravaggio pensò la sua opera. La copia del dipinto – ottenuta grazie a una tecnica sviluppata dalla Fondazione Factum con l’utilizzo di uno scanner laser – consentirà all’originale di rimanere «a casa» e a tanti altri capolavori, per esempio quelli custoditi nei musei, di essere riprodotti fedelmente in digitale, affinché le copie possano essere collocate nei luoghi di provenienza degli originali, restituendo a quegli stessi luoghi bellezza e senso storico.

Il «Caravaggio contemporaneo», cioè l’obiettivo artistico della mostra del Mart – da dove l’originale del Seppellimento tornerà a Siracusa il 4 dicembre, in tempo per la festa patronale del 13 -, è nel «dialogo» di Michelangelo Merisi con Alberto Burri e Pierpaolo Pasolini. Un dialogo che Sgarbi spiega così: «Nessuno come Caravaggio sente il male, la violenza, la malattia e la morte, la macerazione della carne». Nel Seppellimento c’è tutto questo – la gola tagliata della santa, il suo volto cereo e il suo corpo in balia della brutale azione dei seppellitori -, ma c’è anche altro, c’è lo sfondo, e cioè la parete rocciosa della grotta delle latomie siracusane, che lo stesso Caravaggio denominò «l’orecchio di Dioniso» e che toglie il centro della scena ai personaggi del dipinto. Quella parete rocciosa è la materia inerte protagonista delle opere di Burri, resa viva da una incisione rosso sangue tra due lastre di metallo, o dalla colata di cemento nota come Cretto di Gibellina – uno degli undici paesi della Valle del Belìce terremotati nel 1968 -, che si stende sulle macerie come un sudario, ma viene a sua volta sfregiato da una corolla di pale eoliche. Mentre santa Lucia è esattamente nella posizione in cui fotografarono Pierpalo Pasolini quando lo ritrovarono cadavere al Lido di Ostia il 2 novembre 1975. I due corpi sono entrambi immagini di un martirio, ma quello di Pasolini è stato vilipeso anche dopo la morte, con tirapugni, catene, tondini di ferro e ripetuti schiacciamenti degli pneumatici di un’auto, troppo per poter chiudere il caso come un «semplice» delitto maturato nel mondo omosessuale.

Bellissime, a riguardo, le opere esposte di Nicola Verlato, una per tutte Ritrovamento del corpo di Pasolini, del 2020, in cui è chiaro un altro tema di questa mostra: la realtà che diventa sogno, il corpo che si fa arte. Come ne I naufraghi di Cagnaccio di San Pietro, olio su tela del 1934, in cui la morte è caravaggesca non solo per il gioco di luci e di ombre, ma anche perché è una messa in scena del dolore non meno del Seppellimento di santa Lucia e del Compianto sul Cristo morto di Giotto o di Niccolò dell’Arca. Per tutte queste ragioni, e altre che si scopriranno visitandola, in questa mostra non poteva non troneggiare Solo colore di Hermann Nitsch. Una grande macchia rossa. Il sangue degli innocenti.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 18/10/2020

Nel «condominio Mediterraneo» fatto di mare e di uomini (e arte)

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Palermo / «Terracqueo», la mostra (dal 15 settembre al 31 gennaio 2021) che racconta una storia millenaria di incontri e scambi. In esposizione archeologia, geologia, storia. E l’oggi con il reportage di Carlo Vulpio e Lucia Casamassima in 17 Paesi

di Damiano Fedeli, Corriere della Sera, 15/9/2020

La nave è capovolta. Gli uomini sono in mare, uno sta finendo in pasto ai pesci. È una scena tragica quella che raccontano i disegni del cosiddetto Cratere del naufragio dell’VIII secolo avanti Cristo, il vaso più antico fra quelli ritrovati in Italia a mostrare delle figure umane. Eppure quel reperto riemerso nella necropoli di San Montano, sull’isola di Ischia, racconta una vicenda drammaticamente attuale, 2.700 anni dopo, quella di persone che perdono la vita solcando il Mediterraneo.

È uno degli spunti che legano il passato all’oggi all’interno della grande mostra Terracqueo inaugurata il 15 settembre a Palazzo Reale a Palermo e che rimarrà aperta al pubblico da domani fino al 31 gennaio. L’esposizione palermitana ha proprio il Mediterraneo al suo centro. Un microcosmo dove la terra e il mare si fondono — da qui, appunto, il titolo — e dove la Storia si dipana, fatta delle piccole storie quotidiane degli uomini che ci abitano. Vicende che sembrano ripetersi uguali da secoli. Così un altro vaso, il Cratere del venditore di tonno, della prima metà del IV secolo avanti Cristo, presenta con le sue figure rosse una scena siciliana che potrebbe ripetersi in uno qualunque dei mercati del pesce a Palermo o in un villaggio di pescatori lungo i quarantaseimila chilometri di costa del mare nostrum: un venditore che affetta un tonno per il suo cliente, pronto con la moneta in mano.

L’esposizione non vuole essere una mostra classica ma una narrazione, il racconto di uno spazio, il Mediterraneo appunto, fatto di terra, di mare e di uomini che si muovono per commerci o in cerca di una vita migliore. Un mare dove si intrecciano vite, dolori, speranze. Lo sottolineano gli organizzatori della Fondazione Federico II e il comitato scientifico che si è creato appositamente con Dipartimento dei beni culturali e Centro regionale per il restauro, musei e soprintendenze: 324 i reperti in mostra fra sculture, rostri di nave, monete, anfore. Con collaborazioni e prestiti da importanti collezioni, come quelle del Mann, il Museo archeologico nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, i Musei Capitolini o il Museo etrusco di Volterra.

Una mostra che, nelle sue otto sezioni, tocca la geologia, l’archeologia (quella subacquea in particolare), le guerre, le migrazioni e i commerci, la navigazione e le risorse. Oggetti preziosi e anche tanta multimedialità, con installazioni virtuali, video, modelli. Fino ad arrivare al Mediterraneo oggi, con il reportage realizzato dal giornalista Carlo Vulpio e dalla fotografa Lucia Casamassima che in otto mesi hanno toccato diciassette Paesi del Mediterraneo, mare che Vulpio definisce «il più grande condominio del mondo». Infatti è un ambiente che è «ponte, crocevia, culla, spazio geografico e mentale, area commerciale e culturale, mare di religioni, di migrazioni e di guerre, e persino, suggestiva immagine, continente liquido». Un «sesto continente» difficile da inquadrare in un’unica definizione, «tanto è vero che si parla a giusta ragione di tanti e differenti Mediterranei all’interno dello stesso mare», conclude Vulpio.

Il percorso della mostra comincia con l’Atlante Farnese, marmo del secondo secolo, il gigante che regge sulle spalle il globo della volta celeste con la raffigurazione delle costellazioni, importante riferimento per i naviganti. Una scultura, in prestito dal Mann di Napoli, dove si fondono arte e scienza. Altro pezzo forte è il marmo del primo secolo che rappresenta la ninfa Nereide mentre cavalca Pistrice, mostro marino dalla testa di drago. Ritrovato a metà Ottocento a Posillipo nella villa di Publio Vedio Pollione, ricco cavaliere romano, anche questo pezzo è un prestito dell’Archeologico di Napoli. E, ancora, sarà in mostra il Louterion, altare rituale di bordo con cui si chiedeva protezione durante la navigazione. Preghiere non andate a buon fine visto che l’oggetto è stato ritrovato nel relitto chiamato Panarea III, un naufragio del terzo secolo prima di Cristo.

«Terracqueo rappresenta il complesso e articolato racconto storico del Mediterraneo», sottolinea il presidente della Fondazione Federico II di Palermo, Gianfranco Miccichè. «L’arte è il migliore strumento contro l’indifferenza, richiama emozioni e anima lo spirito che conduce alla riflessione, poiché provare a immedesimarsi nelle produzioni artistiche dell’antichità può essere la chiave per comprendere meglio il presente». Se il Mediterraneo è oggi luogo di contrasti, fra ricchezza e povertà, come nota Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, la mostra palermitana — e lo sottolinea Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana — «è l’occasione per una riflessione che tutti dovremmo fare, quella di rileggere questo piccolo mare, scrigno di bellezze e sorprese, alla luce dell’attualità».

La Costituzione e «Fontamara». Doppio messaggio dal Fucino

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Rinascite / I murales di Aielli, paese che ispirò il capolavoro di Silone. Il piccolo centro abruzzese scommette sulla letteratura e sui valori democratici. Così recupera i suoi giovani.

Aielli e Pescina (L’Aquila)

Tra il monte Etra e la piana del Fucino, nel cuore dell’Abruzzo, a mille metri di altitudine, sta Aielli, con i suoi milleciquecento abitanti. Sono i figli, i nipoti e i pronipoti dei cafoni di Fontamara, luogo immaginario e titolo del romanzo di Ignazio Silone, autore di questo e altri capolavori, che ancora oggi ne fanno lo scrittore italiano più tradotto nel mondo.

Silone nacque nel 1900 a Pescina, a pochi chilometri da qui, che però è nella piana, dov’era prima il lago del Fucino, il terzo d’Italia, 150 chilometri quadrati fatti prosciugare dai principi Torlonia con la più imponente opera idraulica post unitaria per ricavarne sedicimila ettari di terra fertile. Aielli, invece, è in alto, sul costone della montagna, dove i cafoni non avevano l’acqua come a valle e quel poco che c’era dovevano disputarsela con i ricchi e le autorità, che li sfruttavano e li imbrogliavano. Fontamara dunque era, sì, Pescina, ma ancora di più era Aielli, e infatti fu qui che nel 1980 Carlo Lizzani scelse di girare la maggior parte dell’omonimo film, con Michele Placido, Antonella Murgia, Ida Di Benedetto.

I cafoni sono i contadini poveri, «gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic – scrive Silone -, e si somigliano in tutti i paesi del mondo… sono una nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici». E questo, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cafoni di Aielli, non solo non lo hanno mai dimenticato, ma lo hanno letteralmente e integralmente scritto sui muri: due anni fa, il testo di Fontamara è stato trascritto a mano su una parete di 80 metri quadrati da Andrea Parente, in arte Alleg, uno dei venti artisti autori dei murales che oggi colorano Aielli e ne testimoniano la vitalità, che, come vedremo, non è solo vivacità di facciate dipinte.

Dopo Fontamara, l’anno scorso l’amministrazione comunale e il sindaco Enzo Di Natale, sulla spinta di Libert’aria e Borgo Universo, due associazioni che non si fermano mai e raccolgono «la meglio gioventù» del borgo, hanno completato l’opera: con una stampante verticale fatta arrivare da Novara hanno trascritto su un’altra grande parete di 40 metri quadrati il testo integrale della Costituzione italiana.

Tra i 7.903 comuni italiani, Aielli è l’unico ad aver avuto questa idea. L’unico luogo in cui uno può uscire di casa, andare in una piazzetta dove si trova anche un parco giochi e leggere i 139 articoli della Costituzione. Gratuitamente, senza cioè dover, per esempio, contribuire attraverso il canone tv ai lauti compensi di che gliela «spiega» a modo suo. E proficuamente, senza sottoporsi a noiose «lezioni» di educazione civica a scuola o altrove. Insomma, come un credente che prenda in mano il Vangelo e lo legga senza la mediazione del prete o del catechista. Un lavoro culturale e di alfabetizzazione politica che, se lo facessero tutti i comuni italiani, avrebbe un effetto civile enorme. E aiuterebbe a conoscere meglio un testo fondamentale, una «cosa» di cui la stragrande maggioranza dei cittadini sa molto poco o addirittura nulla, e che quanto più viene celebrata e osannata a ogni anniversario («la più bella del mondo», quando invece è bella al pari di tante altre e migliorabile come tutte le cose umane) tanto più viene ignorata e calpestata.

Sabato mattina 18 luglio, a leggere la Costituzione, in piazza Angelo Vassallo (il sindaco di Pollica, Salerno, assassinato nel 2010), non c’erano solo turisti abruzzesi. La famiglia di Corinna, 14 anni, iscritta al primo liceo scientifico, è venuta da Lucca. E Corinna si è fatta fotografare dal papà con l’indice sull’articolo 13: «La libertà personale è inviolabile». Le abbiamo chiesto perché proprio su quell’articolo, e lei ci ha spiegato che quest’anno per l’esame di terza media ha fatto una tesina sulle libertà personali «incuriosita dalle restrizioni decise dal capo del governo per il Covid». Mentre durante l’estate, tra uno spettacolo e un tour fra i murales, c’è sempre spazio per una lettura collettiva della Costituzione. Un articolo a testa, 139 persone. Ma a leggere l’articolo 10 («La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali») viene chiamata sempre Nayma, marocchina residente ad Aielli, cittadina italiana. Così anche per Fontamara,la lettura collettiva di 150 persone dai 7 agli 88 anni è già uno spettacolo in sé, ma è diventata anche un originale audiolibro.   

La Costituzione e Fontamara in versione murale si sono rivelati un abbinamento formidabile non solo per Aielli, ma anche per Pescina, dove è appena terminato il restauro – un milione di euro, 400 mila il comune e 600 mila la fondazione Terzo Pilastro Internazionale –  della casa natale di Ignazio Silone, che sarà sede di un centro studi e verrà inaugurata all’inizio di settembre da Emmanuele Emanuele, giurista e presidente della fondazione, amico di Silone, finanziatore della rivista siloniana «Tempo presente» e cittadino onorario di Pescina.

La vitalità di Aielli, di cui dicevamo prima, ha contagiato i paesi vicini e l’intera regione. E’ questa la vera sorpresa e il motivo del successo di una iniziativa culturale basata sulle opere di maestri della Street Art, sulla Costituzione italiana e su Fontamara. E’ una vitalità che Aielli non si è inventata, ma che ha scoperto di avere in casa, soprattutto nei suoi cittadini più giovani. Che erano emigrati, per le note ragioni che affliggono centinaia di migliaia di giovani italiani, e che negli ultimi anni, proprio quando Aielli stava diventando uno dei tanti piccoli borghi delle aree interne in via di spopolamento, uno dopo l’altro hanno cominciato a prendere la via del ritorno. Pierluigi Nucci, diplomato, professione pasticciere, è tornato dopo due anni in Inghilterra e uno in Australia. Luca Di Giammarino, dottore di ricerca in robotica a Roma, è tornato dopo quattro anni a Manchester. Luca Callocchia, programmatore informatico, è tornato dopo un anno ad Amsterdam. Antonio Curitti, laureato in Storia, è tornato, è salito sul trattore e non ne è più sceso, e adesso coltiva la piccola proprietà agricola di suo padre Vittorio. Giovanna Visci, insegnante di italiano e latino in giro per l’Italia e ora in un liceo romano, torna qui ogni giorno. Tutti loro, insieme con chi è rimasto, come Tonia e Benedetto Di Pietro, l’astrofisico Paolo Ruscitti e il suo collaboratore Carlo Maccallini – che curano le osservazioni al telescopio dalla sommità della meravigliosa Torre delle Stelle, intitolata all’astronomo aiellese Filippo Angelitti -, hanno ridato vitalità ad Aielli e hanno riscattato i cafoni. Attraverso la cultura e una politica culturale libera, rivolta a tutti, che non insegue mode, e soprattutto vive della lezione di Ignazio Silone. In cui non c’è posto per i venditori di fumo come il don Abbacchio, il Carlo Magna, l’Impresario e il don Circostanza che si fa chiamare Amico del popolo, i tipi umani negativi così ben tratteggiati in Fontamara.

Il «messaggio» di Aielli è semplice: alzare lo sguardo, non abbassarlo. Nemmeno sui cellulari mentre si cammina. Per questo motivo Okuda San Miguel ha dipinto coloratissimi murales su intere pareti del borgo, per far alzare gli occhi alla gente. E farla riflettere sulle parole di Silone:  «L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore incorrotto è libero. Si può vivere nel Paese più democratico della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22/7/2020

Volti e corpi, Giotto e Pasolini. Omaggio di Sutri alla bellezza

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La mostra / Da oggi fino al 17 gennaio 2021 al museo di Palazzo Doebbing l’esposizione curata da Vittorio Sgarbi

Gherardo delle Notti, San Sebastiano curato da Irene

Sutri (Viterbo)

Le città d’arte sono ancora deserte «causa Covid». Per allestire mostre, dunque, occorre coraggio. Ma poiché l’arte è vita, e senza vita non c’è arte, a Sutri, Tuscia, in provincia di Viterbo, luogo eccelso di arte e di storia, la mostra «Da Giotto a Pasolini» ha già centrato un obiettivo — di salute e sanitario —, ancor prima di cominciare: irrobustire il sistema immunitario dei corpi fisici e del corpo sociale attraverso il godimento della bellezza.
Come possa una mostra di opere d’arte — ben 250, dal VI secolo a oggi, diversissime tra loro — ottenere un simile risultato è spiegabile se alla bellezza delle opere esposte si aggiungono due parole. La prima è «collisione», la seconda è un nome proprio, Sgarbi, sindaco di Sutri e ideatore degli Incontri a Sutri (che anche quest’anno si tengono al Museo di Palazzo Doebbing, da oggi al 17 gennaio 2021).
Ora, è vero che collisione e Sgarbi non sono un ossimoro, ma qui la collisione «è quella tra esperienze artistiche lontane e diverse — dice Vittorio Sgarbi —, e racconta la vita di persone legate da una originale vocazione alla ricerca del bello». Ed è proprio da questa singolare collisione — attraverso quindici secoli — di dipinti, sculture, oggetti di raffinatissima arte orafa, fotografie, che si libera l’energia ricostituente della mostra «Da Giotto a Pasolini». Nella quale, più delle epoche, contano la storia di Dio e la storia dell’uomo, come avviene per esempio nella felice «collisione» dei Petala aurea, lamine d’oro longobarde e bizantine che adornavano abiti da cerimonia ma anche manufatti di avorio e di cuoio, e due capolavori di Giotto, la Madonna e il Crocifisso della collezione Sgarbossa di Cittadella.
I gioielli degli artigiani longobardi e bizantini, della fondazione Luigi Rovati, testimonianza del potere temporale della Chiesa simbolicamente e formalmente consolidatosi con la Donazione di Sutri del 728, ci parlano di Dio Padre nella sua ieratica maestà, mentre i dipinti di Giotto ci raccontano Dio Figlio, il Cristo, e sua Madre nella loro umana fragilità, che è il dolore, la passione e quindi la vita di tutti gli uomini, dell’Uomo. Ecco perché la mostra parte «da Giotto». Perché è con lui, dice Sgarbi, che comincia il linguaggio moderno nell’arte, è con Giotto che ogni immagine sacra diventa umanissima e arriva al cuore e alla mente degli uomini.
«Da Giotto», dunque, d’accordo. Ma perché, attraverso altri dodici artisti, «a Pasolini»? Qual è il filo comune, oltre alla originale vocazione per il bello, che li tiene assieme? Ancora una volta, la vita, che esiste attraverso il corpo fisico e che fa esperienza di sé attraverso la decomposizione di quel corpo, fino alla morte, alla quale non può sfuggire e che può tutt’al più rappresentare, con uno sforzo mistico, come un corpo sacro o come nostalgia di una bellezza perduta.
Le fotografie degli ultimi giorni di Pier Paolo Pasolini, ritratto da Dino Prediali a ottobre del 1975, sono esattamente questo, il salvataggio del suo corpo intatto prima che il 2 novembre successivo Pasolini venisse assassinato e quel corpo orrendamente sfigurato, diventando, dice Sgarbi, «una scultura dolorosa come un crocefisso».
Con questa chiave si comprendono facilmente anche le altre «collisioni» della mostra di Sutri. L’umanità «imballata» del polacco Tadeusz Kantor, il quale aspira alla vita, vuole la vita, e tuttavia si predispone a incontrare continuamente la morte, specialmente nel suo luogo prediletto, il teatro, ma per poterla esorcizzare, anche con la ribellione dell’uomo costretto negli «imballaggi» del potere. Oppure l’umanità dei cadaveri di Ora d’aria, di Cesare Inzerillo, che sono morti ma non sanno di esserlo e che prendono il sole distesi su un’amaca, come se non fossero già trapassati e tentassero di essere, da morti, ciò che non sono stati da vivi. Si può saltare tranquillamente all’indietro di due secoli e «collidere» con i paesaggi romani del tedesco Franz Ludwig Catel, che trova la vita nell’incantamento della natura e nel suo mistero divino. Oppure risalire ancora di più nel tempo, di quattro secoli, con l’olandese Gherardo delle Notti, che con San Sebastiano curato da Irene dipinge il pathos della vita attraverso un gioco caravaggesco di luci, di sguardi, di emozioni. Mentre Guido Venanzoni, contemporaneo, quasi arriva a identificarsi con Caravaggio, dipingendone tutti i momenti più significativi della vita e anche la morte.
«Di Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Tiziano sono stati dipinti tanti momenti salienti della vita — dice Sgarbi —. Mai però un ciclo così ampio da poter essere definito un film come ha fatto Venanzoni con Caravaggio». Le «collisioni» di Sutri però non finiscono qui. Continuano con Justin Bradshaw, Chiara Caselli, Alessio Deli, Mirna Manni, Massimo Rossetti e Livio Scarpella, in ordine solo alfabetico.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/6/2020

La giapponese di Sicilia

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Palermo / A Palazzo Reale fino al 6 aprile la mostra che celebra la pittrice e suo marito Vincenzo Ragusa. O’Tama Kiryhoara arriva da Tokyo nel 1882. E porta l’arte d’Oriente



Palermo


E’ una storia bellissima di arte, di apertura, di contaminazione, di mondi diversi e opposti che quando si conoscono addirittura si fondono, prendendo il meglio l’uno dall’altro, questa storia della pittrice O’Tama Kiryhoara e dello scultore Vincenzo Ragusa, che sul finire dell’Ottocento riescono a portare il Pacifico nel Mediterraneo, il Giappone in Italia, Tokyo a Palermo, e viceversa.
Dopo oltre due secoli di chiusura del Giappone al mondo, in base a uno specifico editto del 1639, a metà del XIX secolo l’imperatore Mutsuhito decide che può bastare e apre il Paese del Sol Levante all’Occidente, alle sue istituzioni politiche, amministrative, militari, alla sua tecnologia e alla sua arte. E, per l’arte, Mutsuhito in Giappone vuole gli italiani. Scrive al governo, che si rivolge all’Accademia di Brera, che a sua volta seleziona tre persone – lo scultore Vincenzo Ragusa, il pittore Antonio Fontanesi e l’architetto Giovanni Vincenzo Cappelletti – e le invia in Giappone. I tre devono insegnare le tecniche e lo stile dell’arte occidentale, trasmetterne la monumentalità, il naturalismo e il verismo, e nello stesso tempo soddisfare l’obiettivo della nascente «nuova scuola giapponese» che intende legare l’insegnamento dell’arte all’industria.
L’Oriente vuole abbeverarsi all’Occidente, ma inevitabilmente accade anche l’inverso. La fascinazione è reciproca, in Europa si comincia a elogiare il «giapponismo», ma Ragusa ne viene letteralmente folgorato e resta in Giappone per sei anni. Conosce O’Tama, di vent’anni più giovane di lui, la vede dipingere, se ne innamora, la sposa e torna in Italia con lei e con 110 casse in cui ha raccolto 4200 oggetti d’arte e artigianato nipponici: bronzi, armi, kimono, ventagli, disegni, dipinti, tessuti, lacche, smalti, stampe.
Comincia così quella Migrazione di stili – secondo l’azzeccatissimo titolo della mostra aperta fino al 6 aprile 2020 a Palazzo Reale di Palermo, a cura della Fondazione Federico II e con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia – che tanta influenza avrebbe avuto sull’arte europea, a cominciare dall’impressionismo francese, «aiutandola» a scrollarsi di dosso gli statici canoni dell’accademia.
La Palermo in cui O’Tama arriva nel 1882 (e dove rimarrà per cinquantuno anni) è quella dei Florio, dei Whitaker, dei Woodhouse, una città che può paragonarsi a Parigi come seconda capitale dell’Art Noveau, che sta crescendo con i suoi nuovi quartieri, nuovi ospedali, la Biblioteca nazionale, la Scuola per ingegneri, e che riesce a terminare la costruzione di due grandi teatri, il Politeama Garibaldi (1891) e il Massimo (1897) nel volgere di un tempo che oggi per qualunque opera pubblica ci parrebbe da marziani. Ma non è ancora una città pronta ad accogliere l’eclettismo di O’Tama Kiryhoara e i progetti di Vincenzo Ragusa. Il quale a Palermo fonda una scuola di arte orientale con laboratori di tecniche giapponesi, ma incontra enormi difficoltà per mandarla avanti e per far acquisire al patrimonio pubblico la sua collezione, nonostante Luigi Pigorini, direttore del Regio museo preistorico etnografico di Roma che poi avrebbe preso il suo nome, scrivesse ripetutamente a ministri e autorità che si era di fronte a «una raccolta rara e di notevole pregio… che nel museo che presiedo manca completamente e colmerebbe la grave lacuna che concerne l’Estremo Oriente».
O’Tama non fu soltanto la prima pittrice orientale a venire in Europa, o un’artista capace di fondere tecnica e creatività, verismo occidentale ed estetica tradizionale giapponese, ma, dice Patrizia Monterosso, direttore della Fondazione Federico II, «fu anche una pioniera perché abbattè un muro, e quando si abbatte un muro il primo mattone è il più difficile da buttare giù».
Tra le 80 opere esposte a Palermo, con un allestimento nei corridoi e nella sale di Palazzo Reale che sa trasmettere l’emozione di questo incontro di stili e di mondi, vi sono 46 acquerelli visibili per la prima volta, restaurati in modo impeccabile dal Centro regionale per la progettazione e il restauro di Palermo con il quale hanno collaborato, e questa è davvero una bella notizia, i ragazzi del Liceo artistico «Vincenzo Ragusa-O’Tama Kiryhoara», quella scuola cioè che Ragusa e O’Tama non riuscirono a far decollare cento anni fa come scuola-museo e che oggi è a loro meritatamente intitolata.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 17/12/2019

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