Il ministro iraniano Nematzadeh: “L’accordo sul nucleare non è solo con gli Usa”

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L’intervista / “Credo che gli Stati Uniti spesso sbaglino a individuare i loro nemici. Che non siamo noi”


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Roma
Per la prima volta dopo la fine dell’embargo, durato 37 anni, l’Iran torna in Occidente con il proprio “paese reale”, 200 imprese di tutti i settori che fino al 26 novembre saranno alla Fiera di Roma. “La circostanza è storica – dice il “numero 2” del governo iraniano, Mohammad Reza Nemathzadeh, ministro dell’Industria, miniere e commercio -, perché la fine dell’embargo è un successo per noi e per il resto del mondo”.


Ministro Nemathzadeh, in realtà questa non è la prima volta che l’Iran sceglie l’Italia. Anche l’allora premier Mussavi, dopo la fine della guerra con l’Iraq nel 1988, venne a Roma a dire che “abbiamo scelto l’Italia per riallacciare i rapporti con l’Europa”. Perché l’Iran sceglie sempre l’Italia?
“Perché i rapporti tra Italia e Iran sono antichi, millenari, come le loro culture. E poi perché l’Italia è stata presente in Iran anche nei momenti più difficili.


Quanto ha contato in questo senso l’esperienza in Iran dell’Eni di Enrico Mattei, che voleva per il vostro Paese non solo il 70% delle royalties del petrolio ma anche la partnership tra le vostre imprese e quelle italiane?
“Moltissimo. La nostra gente se ne ricorda e gliene è riconoscente. Anzi, ci auguriamo che l’idea di Mattei della partnership venga ripresa, è questo che vogliamo fare con l’Italia e vogliamo che l’Eni torni a lavorare in Iran”.


Lo storico iraniano Ervand Abrahamian scrive che “l’Iran è entrato nel ‘900 con i buoi e l’aratro di legno e ne esce con un programma nucleare”. Ma non sono trascorse 24 ore dall’elezione di Donald Trump, che il direttore nominato della Cia, Mike Pompeo, ha detto che una delle prime cose da fare è rivedere l’accordo con l’Iran sul nucleare. Cosa ne pensa?
“Credo che Trump sia più preoccupato per il muro alla frontiera del Messico e non abbia il tempo di occuparsi anche del nucleare iraniano (sorride, ndr). L’accordo sul nucleare è stato raggiunto tra l’Iran e la comunità internazionale, non solo con gli Stati Uniti, e l’Iran ha rispettato tutte le condizioni. L’Iaea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) ha riconosciuto che l’Iran lavora a un uso civile dell’energia atomica”.


L’Iran ha una lunga storia di ingerenze: britannica, russa, americana. Gli stessi Stati Uniti hanno riconosciuto che il colpo di Stato del 1953 che rovesciò Mossadeq fu opera della Cia. Ritiene che oggi esista il rischio di ingerenze straniere?
“Il motto principale dell’Iran e degli iraniani è “indipendenza, libertà e tolleranza”. Le nostre sono elezioni libere. Dunque, non le temiamo”.


Lei pensa che nonostante il mezzo milione di iraniani trapiantati negli Stati Uniti, ci siano ancora resistenze da parte americana?
“Credo che gli Stati Uniti spesso sbaglino a individuare i loro nemici. Che non siamo noi, ma, come dimostrano i fatti, quelli che io definisco gruppi perversi, come l’Isis e i Taliban. Noi lo abbiamo sempre detto agli USA e all’Europa che questi erano terroristi. Ma gli Usa appoggiavano Bin Laden e il presidente Bush (nel 2002, ndr) includeva l’Iran nel cosiddetto “asse del male”. Eppure, nello stesso periodo, erano iraniani i film più incisivi che con linguaggio artistico facevano conoscere al mondo le “imprese” dei Taliban, come per esempio Viaggio a Kandahar, del regista Makhmalbaf. Evidentemente, gli americani non hanno appreso la lezione dai loro errori e hanno permesso che crescesse l’Isis. Oggi, con ritardo, tutto il mondo ha capito che avevamo ragione, e che aveva ragione il nostro presidente Rouhani quando tre anni fa, all’Onu, disse che il mondo è in pericolo e bisognava combattere il virus della violenza e del terrorismo”.


Finito l’embargo, tornerete ad avere relazioni commerciali con tutto il mondo. Questa opportunità varrà anche nei confronti di Israele?
“Noi abbiamo e vogliamo avere relazioni amichevoli con tutti i Paesi del mondo, tranne con quelli razzisti e che non rispettano le convenzioni internazionali. Con il Sud Africa, per esempio, non avevamo rapporti. Ma, caduta l’apartheid, li abbiamo riallacciati. Persino con l’Iraq, che pure ci ha invaso e tenuto sotto attacco per otto anni, abbiamo ripreso i rapporti una volta che l’Iraq ha cambiato atteggiamento nei nostri confronti. Tanto che recentemente due milioni di sciiti iraniani sono andati in pellegrinaggio in Iraq, alla moschea dell’imam Alì. Per Israele vale lo stesso principio. Quindi, finché non rispetterà il popolo palestinese noi non avremo relazioni commerciali con Israele”.


Questo vale anche per l’Arabia Saudita?
“No. Anche se Arabia Saudita e Israele sono d’accordo tra loro su molte cose. Per esempio sono entrambi contrari all’accordo sul programma nucleare iraniano. Ma speriamo che anche loro riconoscano i propri errori”.


Ritiene che in Iran vengano rispettati i diritti umani, per noi europei valore inderogabile?
“Ritengo di sì. Certo, non tutto è stato perseguito con la necessaria forza e determinazione, ma sono convinto che la strada è quella riformista tracciata dall’ex presidente Khatami, che ideò e avviò anche il dialogo interculturale e il dialogo interreligioso. Ma le dirò di più. La nostra Costituzione e le nostre leggi prevedono la totale uguaglianza tra uomo e donna, tra musulmani e non musulmani. E mentre noi abbiamo ratificato la Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, gli Stati Uniti non lo hanno ancora fatto”.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 24/11/2016

Erika e le altre pioniere. “Noi nel sottomarino”

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Taranto


Segni particolari: lo chignon. Tutte, hanno i capelli tirati e raccolti dietro la nuca, in una crocchia. E’ l’acconciatura di ordinanza per le donne delle Forze armate, d’accordo. Ma lo chignon, le donne lo usano per sottolineare la propria eleganza in occasione di cerimonie importanti, oppure come misura di emergenza, pratica e veloce, quando non hanno potuto lavare i capelli. E poiché loro, le prime donne sommergibiliste della Marina militare italiana – cinque le incontriamo nella base dell’Arsenale di Taranto, le altre due sono impegnate in mare, anzi sotto – mostrano capelli curati, è facile immaginare che abbiano accolto di buon grado l’idea dello chignon. Elegante, femminile, ma anche pratico e «militare».


L’ultimo fortilizio maschile
Diciamolo subito, le sette ragazze (la più «anziana» ha 28 anni), sono state accolte come una benedizione dai militari uomini. Ma non nel modo in cui qualche facile battuta «da caserma», appunto, potrebbe far pensare, bensì nel modo in cui meno ci si aspetterebbe: «Ingentiliscono le forze armate – dicono alcuni marinai di lungo corso, di cui ovviamente non facciamo i nomi -. Che non significa renderle meno militari, ma meno rozze e meno monomaniacali sì, perché la presenza delle donne tra i propri ranghi rende gli uomini più attenti e li costringe a essere più gentili». Fosse soltanto questo il risultato dell’ingresso di personale femminile nella flotta sommergibili, l’ultimo fortilizio maschile, ce ne sarebbe da far contenti sia il capitano di vascello Stefano Russo – al comando dei sommergibilisti e quindi anche delle sette ragazze -, sia il ministro Roberta Pinotti, che di quest’ultima conquista ha fatto un punto d’onore, forse anche perché è la prima donna alla guida del ministero della Difesa della storia repubblicana.
Invece, le sottotenenti di vascello Erika Benemerito, 26 anni, di Napoli, ed Elena Varagnolo, 25, di Chioggia (Venezia); la radarista, capo di terza classe Domenica Ruggiero, 27, di Bari, e il sottocapo elettricista Valeria Fedele, 26, di Brindisi; e ancora, il sottotenente di vascello, ingegnere navale Iole Boccia, 28 anni, napoletana, e le due «aspiranti sommergibiliste» (stanno per concludere il corso trimestrale) Martina Petrucci, 24 anni, di Camaiore (Lucca) e Francesca De Filippis, 23, di Lecce, sono già una squadra affiatata, efficiente, che sembra perfettamente integrata con i colleghi a terra (200) e con quelli (30) che di volta in volta formano l’equipaggio di un sommergibile U212 (i nuovi, perché sui vecchi «Nazario Sauro», che andrebbero tutti dismessi e sostituiti, ci si sta anche in 55).


Ingegnere navale
Tutte, manco a dirlo, sono unite e compatte nella dichiarazione che più sta loro a cuore: «Non ci sono incompatibilità tra questo lavoro e l’essere donna. E’ una scelta di vita. Come gli altri, anche noi siamo prima di tutto militari». Tutte, e si vede, vengono dall’Accademia o dalla Scuola della Marina. Tutte, e si vede anche questo, hanno prima frequentato buone scuole superiori, i licei classico, scientifico, linguistico, biologico e, solo in un caso, la Petrucci, il prestigioso istituto nautico di Viareggio. E tutte, infine, sono consapevoli che «nella Marina, il sommergibile è un’eccellenza», come dice Iole Boccia, la prima ingegnere navale donna, una figura che, quando è dentro a un sottomarino, viene chiamata «direttore», perché «è dalle sue indicazioni tecniche che dipendono le decisioni che prende il comandante del sommergibile», spiegano il tenente di vascello Carlo Faggiana e il comandante del sommergibile «Todaro», Giorgio Marini Bettolo.


“Perché nei sottomarini noi no?”
In principio, fu l’ostinazione di Erika Benemerito ad aprire la strada verso l’inclusione delle donne nella flotta sommergibili. Al terzo anno di accademia, nel 2012, Erika cominciò a martellare i vertici con la domanda più semplice e più imbarazzante: «Perché nei sottomarini noi no?». La presero tre anni dopo, forse per stanchezza – scherzano i suoi colleghi -, ma dopo di lei arrivarono le altre, e fu subito chiaro che sarebbe stato un buon affare. Test fisici e psicologici prima di essere avviate al corso di tre mesi con esame finale non hanno scoraggiato nessuna di queste ragazze. Che non si sono trovate in imbarazzo nemmeno quando hanno dovuto condividere cucina, docce e brande a bordo del sottomarino, in spazi angusti e per missioni che durano almeno un mese. «L’unica vera regola per stare sulla stessa barca quando si hanno esigenze diverse – dicono – è il buon senso. Un esempio è la doccia. Ci si va vestiti, non in accappatoio».
Le motivazioni, come sempre, sono le più diverse. Il mistero degli abissi marini, la maggiore sicurezza che si avverte stando sott’acqua, la sfida di governare un mezzo di cui si sa poco più di quanto si è potuto leggere nei romanzi di Jules Verne, ma anche l’idea molto concreta di avere un lavoro, in cui però c’è spazio per l’avventura, per la solidarietà (quanti naufragi di disperati evitati grazie al pattugliamento dei sottomarini) e perché no, anche per dire: cari uomini, possiamo farlo anche noi.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/10/2016

Zapponeta, il paese che fallisce per 17 milioni di debiti (di cui 10 per i mutui)

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ZAPPONETA (Foggia)


E’ colpa della Merkel, della Bce, dell’euro, della recessione internazionale, delle tempeste finanziarie mondiali, il dissesto – chiamatelo pure fallimento – di Zapponeta, 3.400 abitanti, che non può garantire nemmeno il servizio di scuolabus a una decina di alunni delle elementari? E’ colpa loro se il nuovo sindaco, Vincenzo D’Aloisio, eletto quattro mesi fa con una lista civica che va dal Pd a Forza Italia, deve accompagnare a scuola di persona, con la propria Panda, ogni mattina, quattro di questi alunni? Com’è possibile che in un paese in cui l’agricoltura è un giardino dei migliori ortaggi e il mare quasi sempre bandiera blu, incastonato tra le riserve naturali delle Paludi di Lago Salso e delle Saline di Margherita di Savoia, dove i colori sono magici e i fenicotteri rosa hanno stabilito il proprio regno, com’è possibile che un paese così fallisca sotto il peso di 7 milioni di euro di debiti e 10 milioni di mutuo con la Cassa depositi e prestiti da restituire con rate semestrali da 350 mila euro fino al 2040?
Il sindaco-autista, che in realtà è agronomo e insegnante di catechismo, è nuovo alla politica, ma non alle azioni di volontariato. La lista con cui è stato eletto si chiama «Cambiamo Zapponeta» e lui, 47 anni, assieme a quattro assessori la cui età media è 31 anni, questo vuol fare: cambiare Zapponeta.
La nuova «squadra» ha cominciato col munirsi di ramazza e tirare a lucido il municipio e con le motoseghe ha potato le circa trecento palme del paese. Ma, causa dissesto, al Comune è vietato indebitarsi anche di un centesimo. Quindi, anche se la Regione Puglia ha stanziato 25 mila euro per l’acquisto di uno scuolabus, che costa quasi il doppio, si è dovuto rinunciare all’idea.
Il sindaco allora si è trasformato in autista di scuolabus. Ma di fronte alle esclamazioni di meraviglia dei funzionari regionali per questa sua decisione ha capito che per accendere i riflettori su Zapponeta, come quando il concittadino Nicola di Bari vinceva Canzonissime e Sanremi, doveva giocarsi questa carta con foto e video su Internet. Ha visto giusto, e ora può raccontare a tutti che «il sindaco che va a prendere i bambini dalle loro case e li accompagna a scuola» è una bella cosa, che fa volentieri, ma ciò che interessa a lui e alla sua giunta non è tanto la storia edificante di un volontariato che da solo non basterà mai, quanto spiegare come è potuto accadere affinché si comprendano anche i casi simili (che in Italia sono tanti) e soprattutto trovare una soluzione.
Fino al 2001, le cose andavano bene. Il sindaco Savino Di Noia, comunista e poi pidiessino, che ha amministrato ininterrottamente dal 1982 per 18 anni, lasciò un avanzo di cassa di 300 milioni di lire. Poi gli è succeduto Francesco D’Aluisio, maresciallo dei carabinieri nella vicina Margherita di Savoia, «uno che andava in municipio, a fare il sindaco, in divisa!», racconta Di Noia. Con il sindaco-maresciallo, in carica per dieci anni, il crac di 7 milioni, «e con i due sindaci successivi, ancora altri debiti per 1,3 milioni», dice l’attuale sindaco.
Le denunce, alla magistratura contabile e anche a quella penale, sembra siano servite a poco o a nulla. Ma cosa è stato fatto con tutti quei soldi? Il Comune dovrebbe avere 23 dipendenti e ne ha solo 5, di cui uno vigile urbano. Quindi, non è stato assunto nemmeno il personale necessario. Assessori e sindaco tirano fuori carte su carte e mostrano che «semplicemente» non si pagavano i fornitori di beni e servizi, mentre per esempio lo staff del sindaco-maresciallo costava 100 mila euro, una parcella legale 200 mila, potare 10 pini 40 mila, e via con altre amenità.
La soluzione però, c’è. Il ministero dell’Interno ha nominato un liquidatore che ha concordato con i creditori un dimezzamento del debito. Certo, non basta. Ma se la Regione Puglia aiutasse Zapponeta con 7-800 mila euro, come ha fatto con il comune di Castellaneta, Taranto, a cui ha dato 2 milioni, si uscirebbe dallo stato di dissesto. E allora, altro che scuolabus. Si potrebbe ricominciare da capo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 1/10/2016

Tanto peccatrice, quasi santa: la passione della Maddalena in 54 volti

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Una mostra a cura di Vittorio Sgarbi a Loreto (Ancona)


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Sette secoli di Maria Maddalena attraverso cinquantaquattro opere in mostra a Loreto (Ancona) – dalla Santa Maria Maddalena di Simone Martini a La Maddalena di Ottavio Mazzonis, che è del 1986 – per capire chi era, chi è, questa donna e perché ha affascinato così tanti artisti e continui a far parlare di sé anche oggi. Soprattutto dopo il decreto della Congregazione del culto divino, che tre mesi fa, su impulso di papa Francesco, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha individuato nel 22 luglio il giorno in cui d’ora in avanti la commemorazione di Maria Maddalena non sarà più un giorno in sua memoria, ma un giorno di «festa». E poiché nel cattolicesimo la «festa» è riservata ai santi, si potrà ben chiamare «santa» proprio «quella» Maria Maddalena, la ex prostituta, che Tommaso d’Aquino aveva definito «la apostola degli apostoli» e Gregorio Magno «la peccatrice perfetta e assoluta, che diviene discepola di Cristo», come scrive Antonio D’Amico nel saggio tanto breve quanto efficace che accompagna la mostra ideata e curata da Vittorio Sgarbi.
Ecco, la mostra, che s’intitola La Maddalena, tra peccato e penitenza, ha due grandi meriti. Il primo è di avere scelto come protagonista assoluta Maddalena, che è figura controversa, imbarazzante, difficile da immaginare come prototipo della donna angelicata, quali sono quasi tutte le altre sante e le madonne rappresentate nell’arte. Il secondo, ma non per ordine di importanza, è di avere raccolto – da artisti così diversi tra loro, e da epoche così differenti – una tale varietà di Maddalene da legittimarle tutte. Quelle «ammesse», raccontate dai Vangeli canonici, e quelle «non ammesse» dei Vangeli apocrifi.
Tra le ultime merita di essere ricordata la Maria di Magdala de Il Vangelo secondo Gesù Cristo, del Nobel portoghese José Saramago, un libro che quando venne pubblicato, vent’anni fa, venne duramente attaccato dalla Chiesa come sacrilego e blasfemo. E che invece sembra essere il sottotesto della mostra di Loreto, in cui la donna «passata dai falsi amori all’amore di Gesù», ma in tutti i sensi (Saramago), non è mai la stessa. Carlo Crivelli, veneziano, nella seconda metà del Quattrocento la ritrae come una maliziosa ed elegante cortigiana nel Polittico di Montefiore dell’Aso. Mentre il ferrarese Ercole de’ Roberti, alla fine dello stesso secolo, fa esplodere in lacrime la sua Maddalena piangente, il cui «verismo» ricorda le Maddalene disperate e «urlanti», in terracotta, dei Compianti sul Cristo morto di Guido Mazzoni e di Nicolò dell’Arca. Le lacrime che il pisano Orazio Gentileschi fa versare, nella prima metà del Seicento, alla sua Santa Maria Maddalena penitente, invece, sono di tutt’altro tipo rispetto a quelle che, causa uno stato di estasi, imperlano gli occhi della Maddalena in estasi e un angelo, dipinta dall’austriaco Ignazio Stern, detto Stella, nel 1725.
E si potrebbe continuare, con il Noli me tangere di Gregorio de Ferrari, che mette in scena il Cristo risorto che appare alla Maddalena – è lei la prima persona a cui Gesù si manifesta, chiamandola per nome: «Maria!» – e le dice di non avvicinarsi, di non toccarlo, perché non è ancora asceso al Cielo, o con la Cena in casa di Simone Fariseo, di Benedetto Luti, in cui gli occhi di Gesù sono tutti per lei, inginocchiata nel tentativo di raccogliere un vasetto che è caduto e preoccupata per il prezioso contenuto – forse un unguento per Gesù – che si è versato. E poi ancora, Cenni di Francesco, Guido Reni, Guido Carracci, Mattia Preti, Tintoretto, Antonio Cavallucci, Antonio Canova… Chi era dunque la Maddalena? Maria di Magdala o Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro? O entrambe? O nessuna delle due? Di sicuro, era molto bella.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 16 settembre 2016

L’inizio del giardino

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La mostra / Fino al 25 settembre l’Istituto del Mondo Arabo di Parigi ospita l’esibizione “Giardini d’Oriente. Dall’Alhambra al Taj Mahal”. La mostra si concentra sull’arte dei giardini arabi, dal Maghreb al Medio Oriente fino all’Impero Moghul (www.imarabe.org)


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Parigi
L’acqua, non basta averla a portata di mano, non basta sapere dov’è. Bisogna ingegnarsi a trovare il sistema per utilizzarla e, soprattutto dove scarseggia, quel sistema dev’essere il migliore possibile, affinché non se ne sprechi una goccia.
Il verde, dalle oasi del deserto ai grandi giardini – quelli delle dimore regali e quelli pubblici – non è l’antitesi delle città, ma è, al contrario, proprio il frutto della civilizzazione urbana: le prime oasi in Mesopotamia, seimila anni fa, furono la risposta degli uomini a un cambiamento climatico, e nel Neolitico, circa tremila anni fa, il passaggio dal nomadismo alla stanzialità significò invenzione di pratiche e tecniche agricole, domesticazione e selezione di piante e animali.
Acqua e piante, dunque. Cioè, giardini. Da non intendersi però soltanto come i luoghi dell’agricoltura, frutto della spinta alla sopravvivenza. Con l’acqua e l’ingegno umano, infatti, i giardini sono subito diventati mete di ristoro psicofisico e momenti di piacere estetico. In due parole, espressione del «superfluo». Una categoria, questa, a cui appartengono anche l’arte e il lusso, che tuttavia, come i meravigliosi giardini progettati, disegnati e realizzati dall’uomo, sono tra i fondamentali attributi della vita urbana. E questo vale non solo per il Mediterraneo, ma dall’Atlantico all’Indo, cioè per quell’area del pianeta in cui si è affermato il modello del «giardino orientale», che dalle condizioni estreme di ostilità ambientale (le prime oasi del deserto) è poi diventato sinonimo di «paradiso» e paradigma di atemporalità e universalità.
E’ questa la tesi – illustrata in maniera eccellente attraverso dipinti, disegni, documenti, sculture, proiezioni di brevi filmati, ricostruzioni in miniatura di meccanismi idraulici e riproduzione di «pezzi» di veri giardini su un’area di duemila metri – alla base della mostra «Giardini d’Oriente. Dall’Alhambra al Taj Mahal», allestita all’interno e sul sagrato dell’Istituto del Mondo Arabo, a Parigi, di cui è presidente Jack Lang, più volte ministro della Cultura e dell’Educazione nazionale della Repubblica francese.
Perché proprio dalla penisola iberica al subcontinente indiano? E perché questi giardini parlano soprattutto «arabo»? E infine, perché una mostra come questa, perché parlare di giardini in un’era di metropoli tentacolari e abitazioni concepite come loculi per morti viventi? «Perché i giardini – è la risposta di Michel Péna all’ultima domanda – sono un aiuto immenso per chi si è perduto nel deserto urbano contemporaneo». Michel Péna è uno degli architetti paesaggisti chiamati da Lang a collaborare alla mostra di Parigi, ma soprattutto è uno che ha tradotto in pratica ciò che predica: proprio nella Nizza colpita al cuore il 14 luglio, Péna, tre anni fa, ha trasformato la Promenade du Paillon in una «colata di verde» di dodici ettari, una grande arteria verde con varietà botaniche di tutti i continenti che collega il Museo d’arte moderna e contemporanea e il Teatro nazionale di Nizza al mare.
L’esempio di Nizza è perfetto per comprendere un altro dei concetti fondamentali di questa mostra, e cioè che «i giardini formano un tutt’uno con l’architettura». Oggi come tremila anni fa nell’Egitto dei Faraoni, così nei regni degli Assiri e dei Babilonesi – tra VIII e VI secolo prima di Cristo -, e poi nella Persia di Ciro il Grande, nell’impero ellenistico di Alessandro Magno e nell’India dei Moghol, tra XVI e XIX secolo, dove il Taj Mahal è solo uno dei più noti esempi di giardini che ripropongono le stesse forme geometriche persiane. Né si possono dimenticare i Romani – il primo giardino pubblico urbano fu quello di Pompei nel 55 avanti Cristo – e i Bizantini. E, come dicevamo, gli Arabi, che adottarono le forme geometriche dei giardini persiani, la «intimità» delle ville romane e le decorazioni con la tecnica del mosaico bizantino. Ma tenendo sempre a mente la lezione babilonese, secondo la quale «i giardini sono l’orgoglio della città».
Dopo l’avvento dell’Islam, nel VII secolo, i giardini «superflui» saranno tutti di marca arabo-musulmana, «perché arabo-musulmano è il periodo d’oro della scienza idraulica, tra IX e XI secolo, che ha comportato una rivoluzione scientifica, urbanistica e artistica, e ci ha lasciato in eredità tutta una scienza dei canali, con la sua casistica e le sue soluzioni concrete, le sue regole e i suoi calcoli precisi», dice un altro dei collaboratori della mostra, Mohammed El Faïz, storico dell’agronomia e dei giardini arabi e docente all’Università Cadi Ayyad di Marrakech, in Marocco.
Ma il «giardino orientale» associato al «paradiso», anzi identificato con esso, è un’idea ben più antica dell’Islam. Quando il Corano accorderà un posto centrale al giardino e lo accosterà al paradiso – vale a dire al luogo di piaceri e di delizie promesso ai devoti, dove scorrono «ruscelli puri di acqua, latte, miele e vino» – non farà altro che riprendere il modello della Bibbia, cioè il giardino dell’Eden, in cui scorrono appunto acqua, latte, miele e vino puri, e il modello del giardino quadripartito persiano (ovvero il giardino geometrico diviso in quattro parti uguali), il cui primo esempio, a Pasargade, risale a duemilacinquecento anni fa. E infatti, il termine greco paradeios deriva dal persiano pairidaeza e significa «chiuso». Quindi l’archetipo dei giardini orientali è sempre un paradiso, cioè uno spazio chiuso. Si tratti dell’Eden in cui Dio mise l’uomo e lo lasciò libero di scegliere tra l’albero della vita e l’albero della conoscenza, o del paradiso promesso dal Corano, o delle paradisiache ville d’ozio romane, oppure dell’hortus conclusus delle abbazie medioevali, o dei giardini arabi da Mille e una notte, di cui quello ispano-moresco dell’Alhambra, a Granada, è solo uno degli splendidi esempi possibili. In realtà, i «giardini del paradiso» sono nati con l’uomo, e possono essere degli ebrei, dei cristiani, dei musulmani. Dice il paesaggista Arnaud Maurières, anch’egli tra i collaboratori della mostra: «Il paradiso è atemporale e non appartiene ad alcuna religione, è la dimora eterna in cui sperano tutti gli uomini, e i giardinieri trovano il pretesto nelle piante e nei fiori per immaginare sulla terra il sogno di un altrove».


Carlo Vulpio, la Lettura, 24/7/2016

Olivier, il parrucchiere di Hollande costa ai francesi 10 mila euro al mese

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Un giornale satirico pubblica il contratto: a disposizione del presidente 24 ore su 24


Parigi
Forse il presidente François Hollande era troppo preso da chi vorrebbe fargli le scarpe, cioè il giovane ministro dell’Economia Emmanuel Macron, per accorgersi che, intanto, il giornale «Le Canard enchaîné» gli stava facendo lo scalpo. Ieri, 13 luglio, il prestigioso quotidiano satirico – che qualche giorno fa ha compiuto cento anni e ha voluto ricordare «il nostro vecchio abbonato Sandro Pertini, le président socialiste italien» – ha pubblicato un servizio in cui viene minuziosamente descritto e fotograficamente riprodotto il contratto di assunzione del parrucchiere personale di Monsieur le Président, tale Olivier B., che per il suo lavoro di pettinatura, taglio, lavaggio e stiratura dei «quattro peli» che ancora adornano la testa presidenziale percepisce 9.895 euro mensili lordi, più alcune altre indennità, contributi e prebende familiari, che in cinque anni significano più o meno 700 mila euro (sempre lordi).
«L’infelice parrucchiere – ironizza “Le Canard” – non può però esercitare alcun’altra attività professionale», perché dev’essere a disposizione del presidente 24 ore su 24, deve seguirlo ovunque e non può essere sostituito da nessun altro Figaro.
«Si tratta di un lavoro ad alto rischio», punge ancora “Le Canard”, motivo che deve aver consigliato l’apposizione del vincolo di segretezza al contratto. Che però è balzato fuori da solo, o meglio, quando lo stesso Olivier B. lo ha prodotto nella causa che ha intentato a un sito internet che aveva scritto del suo lavoro all’Eliseo.
Per Hollande questo è un altro colpo micidiale. Questa volta sembra che davvero il suo futuro politico sia appeso a un capello. Non solo per le polemiche su un evitabile spreco di denaro pubblico, nemmeno avesse la parrucca di Luigi XIV, mentre chiede sacrifici ai francesi. O per il bassissimo gradimento nei sondaggi (appena il 5%). O ancora, per la «lezione» sullo sforamento del limite del deficit pubblico rivolta al Portogallo, o per non aver egli potuto rilanciarsi con la vittoria dei Blues agli Europei di calcio.
Questa volta Hollande è stato seppellito da una risata mondiale. Sul Web, gliene hanno fatte di tutti i colori, con fotomontaggi di chiome improbabili e accostamenti a pelati e semi-pelati famosi (che però si son pagati da sé il parrucchiere e il chirurgo), come Donald Trump, Silvio Berlusconi, Antonio Conte, Wayne Rooney, Pippo Baudo e persino Ben Affleck.
C’è da scommettere che oggi alle 13, in diretta tv, nella tradizionale intervista (l’ultima del suo quinquennato) per la ricorrenza del 14 luglio 1789 (la presa della Bastiglia) quelli che guarderanno i capelli di Hollande saranno molti di più di quelli che ascolteranno le sue parole. Sarà una mesta uscita di scena. Ma è così che finisce, quando finisce. Nell’amore cantato da Charles Trenet, come in politica: «una vecchia foto… e capelli al vento».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14/7/2016

Quanta “Italia nascosta” c’è anche in Puglia e Basilicata

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Racconti d’arte / Dalla Santa Eufemia del Mantegna a Santa Maria della Croce di Casaranello: splendori da scoprire
Carlo Vulpio svela le bellezze snobbate dai libri di viaggio


ItaliaNascosta


di Alberto Selvaggi, La Gazzetta del Mezzogiorno, 25/6/2016


E’una questione di prospettive. La prospettiva ha cambiato la pittura per gradi, il romanzo, melodia, fisica, filosofia, moda, linguaggio. E adesso anche i racconti di viaggio alla ricerca delle bellezze italiane. Ovvero de L’Italia nascosta (Skira ed. pagg. 215, euro 16,00), come la chiama Carlo Vulpio nel suo libro che cova un che di rivoluzionario. Perché pochi, o nessuno, a quanto afferma in quarta di copertina Vittorio Sgarbi – che andrebbe assunto come guardiano del bello in ogni paesino scempiato – ha svelato e dipinto l’Italia da una prospettiva non frequentata dalla manualistica stereotipata. Per i tipi di Skira, non a caso, una delle ultime editrici che non producono saponette invece che pagine.
Ovvio che Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, autore di inchieste e reportage culturali, spesso anche polemici o aspri, pur forte delle conoscenze acquisite on è un critico d’arte di gioiosa marca pari al Vittorio dal ciuffo fluente o ad altri sapienti di rango. Ma, nelle facoltà spiazzanti del suo mestiere, ha scippato il fuoco della conoscenza agli stessi maestri: “Questo libro avrei dovuto scriverlo io – afferma, cioè grida, Sgarbi -. Mi sono distratto e Carlo Vulpio mi ha rubato il soggetto e l’editore”. E non scherza. Anzi.
Vulpio, segugio di beltà occultate, venne sguinzagliato da Antonio Troiano, “giornalista di razza e uomo con una parola sola”, nocchiero della redazione culturale del Corsera, sulle tracce degli splendori del Belpaese che nessuno finora s’era filati. E, in nome della nostra ignoranza, ne ha fiutati e scovati. Tanti. Ha spostato le lenti, ovvero l’inclinazione della sua testa, di cinque gradi. E tanto è bastato a catturare L’Italia nascosta, mondo straordinario, schermato alla vista di noi muli al basto di guide turistiche e ammaestramenti scolastici.
E’ qui dov’era e dove sarà, svelata su queste pagine occhieggianti di immagini. Lungo l’intera cartina a forma di stivale, carica di miracoli, anche in Puglia, naturalmente, tanto più che l’autore è un corregionale. E in Basilicata, mondo che conosce meglio delle sue tasche. Ed ecco allora, ne I nove cieli di Casaranello, nella chiesa di Santa Maria della Croce, Salento, spuntare il più prezioso dei mosaici bizantini pugliesi, come lo definì Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. Un portento paleocristiano disteso nel borgo storico di Casarano, che deve indirettamente la sua oscura fama a un cronista non blasonato, Enrico Valente, che ne scrisse negli anni Cinquanta. Così che sotto le pennellate degli imbianchini risuscitarono affreschi italo-bizantini del Medioevo, corone fulgenti della “più importante testimonianza d’arte musiva bizantina, nel suo momento d’oro, sotto Ravenna“, li cataloga Sgarbi.
E’ lì dove è stato sempre e mai abbiamo guardato quella specie di stupefacente, assurdo, metafisico vuoto sospeso di ponte d’ingresso al poggio di Civita di Bagnoregio, vicino a Viterbo, che estende la sua fragilità per trecento metri verso un pugno di case che si batte contro un naturale stato di isolamento. Sono là i bui archivolti dei carruggi, vene esangui della vecchia San Remo. La restituita abbazia di Novalesa, Susa, con i suoi restauratori librari, benedettini in saio, l’antifonario gregoriano e una Regola del fondatore dell’ordine, resuscitati. E Vulpio esuma per la nostra delizia anche altri tesori sepolti a un tiro di schioppo dalle nostre case.
Per esempio, quanti fra voi hanno fatto fede davvero dei “quindici secoli di devozione” al San Michele di tutte le fedi, Monte Sant’Angelo, Daunia? Fuori dal turismo religioso in autobus climatizzato, rosario in mano? Lo diceva pure Padre Pio: “Prima di venire a San Giovanni Rotondo dovete andare a trovare San Michele”. E nell’Italia nascosta c’è più di una ragione spesa in favore dell’esortazione del Frate. L’incombente Grotta dell’Arcangelo. I milioni di pellegrini all’anno. La visita timorata nel sentimento di minorità di San Francesco, della quale non tutti sappiamo, le rune, i miti e le testimonianze di altre civiltà. La Basilica, la cappella del Santissimo Sacramento sotto la volta crociata. E catturante è anche la ricostruzione, sottesa di ironia benevola, della un tempo irrisa Montepeloso, che dal 1895 pensò bene di cambiar nome in Irsina, nel Materano.
L’autore riannoda i fili di storia, che danno di favola, dei bovi che portarono dal porto di Trani la inestimabile donazione del prete notaio Roberto de Mabilia, montepelosino spedito a studiare a Padova, che comprendeva, tanto per gradire, l’unica scultura di Andrea Mantegna, la Sant’Eufemia patrona che magnetizza gli incauti nella Cattedrale. Attribuzione che dobbiamo, sulla scorta della Vita Divae Euphemiae dell’umanista Pasquale Verrone , recuperata dal topo di Biblioteca Vaticana don Nicolino di Pasquale negli anni Ottanta, alla storica dell’arte Clara Gelao.
Per non parlare della Cripta dei cento santi o del peccato originale, che dimostra come e perché Matera non sia soltanto Sassi o sanguinamenti del film The Passion. “Nel buio di una delle grotte che, come finestrelle, dalla parete di roccia carsica… Si può vedere come l’uomo, e la donna, persero il Paradiso”.
Un ciclo di affreschi che si condensano nella chiesa rupestre in cui facilmente immagini sbucare ominidi con la clava. Una Bibbia figurata di scene esemplari. Mascherata tra le grinze possenti della gravina, rintracciata dopo le indicazioni di un contadino che usava il luogo come ricovero per le pecore, da Raffaello De Ruggieri, oggi sindaco della città, con moglie e amici che lo supportavano.
Per cui: se amate l’inerzia in vacanza, leggete ‘sto libro per dirvi di non aver visto e saputo niente, da Bolzano a Cefalù, della nazione che abitate. Se vi apprestate a partire dinamici, portatevi appresso ugualmente L’Italia nascosta, ripercorrendone la caccia culturale. A meno che – e perdonateci la chiusa sgarbesca, ma la troviamo fantastica – qualche amministratore caprino non abbia già sepolto con il cemento le bellezze indicate, o non ci abbiano pensato quei furboni dei writer. “Capre, capre, capre, capre..!” (ad libitum).

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