Se Matera diventa la capitale della cultura lo deve ad Adriano Olivetti

2 commenti

Matera, i Sassi, La Martella, il Sud
La testimonianza di Leonardo Sacco


Se Matera è stata scelta come capitale europea della Cultura per il 2019 lo deve ad Adriano Olivetti e alla pattuglia di intellettuali e professionisti che negli anni Cinquanta lo accompagnò nella realizzazione di una apparente utopia: fare di Matera, la città considerata «la capitale dell’Italia contadina», un’altra Ivrea. Replicare, nel Mezzogiorno d’Italia, ma senza colonialismi né forzature, ciò che era avvenuto nel Canavese di Olivetti, cioè creare una «comunità di persone» che lavorano e vivono in armonia tra loro e con l’ambiente che li circonda, perché «ricostruite» anche moralmente ed «educate a pensare».
Era da poco finita la guerra, l’Italia viveva degli aiuti americani del Piano Marshall e negli Stati Uniti era esplosa la curiosità di conoscere il nostro Sud e, in particolare, le due facce di quella città, Matera, raccontata da Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli” come un unicum trogloditico (i Sassi) abbandonato alla miseria e all’arretratezza, ma anche come «una città bellissima, pittoresca e impressionante».
Olivetti era amico di Levi e durante i suoi viaggi negli Stati Uniti si rende conto dell’interesse suscitato anche lì dai temi di quel libro, che per lui erano stati illuminanti. Così nel 1947, diventato commissario dell’Unrra-Casas (l’organismo delle Nazioni Unite per la ricostruzione dei Paesi danneggiati dalla guerra e per il soccorso ai senzatetto), e poi nel 1950 presidente dell’Inu (l’Istituto nazionale di urbanistica), Olivetti «recluta» un giovane professore americano dell’Arkansas, Friedrich Friedmann, e gli affida la direzione di una commissione di studio sui Sassi. Nello stesso tempo, chiede a un gruppo di urbanisti, architetti e sociologi guidati da Ludovico Quaroni di progettare, alle porte di Matera, un villaggio modello che si chiamerà La Martella («l’altra Ivrea») in cui sarebbero andati ad abitare una parte dei sedicimila contadini stipati nelle tremila grotte dei Sassi.
Risanare i Sassi, dunque, per non abbandonarli al degrado. Ma dimezzarne la popolazione – costretta a vivere insieme con le bestie e a morire di malaria -, trasferendo l’altra metà, assegnataria di terre coltivabili grazie alla Riforma agraria, a La Martella, dove avrebbe abitato case degne e ritrovato la dimensione comunitaria dei Sassi senza patirne i guasti.
Questa formidabile avventura, cominciata nel 1950, l’anno in cui Olivetti lancia la macchina per scrivere Lettera 22, è raccontata in un libro altrettanto formidabile, “Matera e Adriano Olivetti. Conversazioni con Albino e Leonardo Sacco”, di Federico Bilò e Ettore Vadini (edito dalla Fondazione Olivetti). Il volume è arricchito da una conversazione inedita tra la figlia di Adriano, Laura, e Friedmann, il quale, per far capire bene chi era e come ragionava Olivetti, racconta che «tra le cose che mi fecero una certa impressione a Ivrea, c’era un concorso mensile riservato agli operai, che dovevano recensire un libro: i vincitori venivano mandati a spese dell’azienda in una scuola di formazione tecnologica». Il libro di Bilò e Vadini è indispensabile per capire i Sassi, Matera, il Sud e l’entusiasmo di quei giovani, tra i quali i fratelli materani Albino e Leonardo Sacco, che vi si dedicarono con tutta l’anima. Al punto che oggi, un giovanotto di 91 anni qual è Leonardo Sacco – amico fraterno di Levi e Olivetti – ha avuto l’idea di cedere alla Regione Basilicata i suoi diecimila volumi al prezzo simbolico di un euro affinché a La Martella e a Matera sorgano due biblioteche intitolate ad Adriano Olivetti. E tuttavia, nonostante l’accordo firmato e i mille discorsi (infarciti di molto inglese inutile) sulla capitale europea della Cultura che deve tutto a quel signore di Ivrea, per le biblioteche il treno si è fermato. Di nuovo a Eboli?


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 25 febbraio 2015

Ledda: salvate la casa del padre padrone

3 commenti

Lo scrittore sfida i fratelli e i nipoti e chiede aiuto ai lettori
«Qui fui concepito, non vendetela: sarà luogo di incontri»


Siligo (Sassari)
«Il mio legame con la casa paterna è ancestrale». Chiunque pronunciasse questa frase rischierebbe di scadere nella retorica. Non Gavino Ledda, il pastore analfabeta che diventò scrittore e glottologo e che da allora non ha mai usato una sola parola a caso. Ledda, com’è noto, è l’autore di Padre padrone, un capolavoro della letteratura mondiale tradotto in quarantasette lingue che quest’anno compie quarant’anni e dal quale i fratelli Paolo e Vittorio Taviani trassero l’omonimo film, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1978.
Gavino Ledda ha settantasei anni, i capelli folti e neri, il fisico asciutto e la parola tagliente. Vive nel paese in cui è nato, a Siligo, nell’entroterra sassarese, dove si trova anche la campagna di Baddevrustana (Valle frondosa) in cui il bambino Gavino venne «deportato» a sei anni da suo padre Abramo e crebbe in perfetto isolamento fino ai dieci, «fratello delle pecore più che dei miei stessi fratelli». A Siligo, in via Vittorio Emanuele 54 (che in realtà ha un doppio nome, perché si chiama anche via Francesco Cossiga), c’è la casa per la quale Gavino sente di avere un «legame ancestrale» e che dopo la morte del padre-padrone-patriarca Abramo (nel 2007, a 99 anni e due mesi) i suoi fratelli hanno deciso di vendere, scontrandosi con Gavino, che invece non vuole, perché quella casa, dice lui, «è la casa del Padre padrone, è un po’ il Colosseo di Siligo e della Sardegna e andrebbe salvata, ristrutturata e trasformata in una scuola, dove non soltanto io, ma anche altri scrittori, musicisti, registi, scienziati possano tenere lezioni, conferenze, letture».
Gavino dice di sentirsi come Orazio Coclite, l’eroe romano che da solo difese il ponte Sublicio dagli Etruschi di Porsenna, e racconta che la stessa cosa accadde quando il Comune di Siligo «per un pugno di dollari» voleva trasformare Baddevrustana in una groviera di cave di silicio e lui fu il solo ad opporsi («Andai anche dal procuratore di Sassari e poi i carabinieri del Noe scoprirono che in quelle cave ci sotterravano i rifiuti»), mettendosi contro il Comune e contro la sua stessa famiglia, dato che il sindaco di Siligo era (ed è tutt’ora) uno dei suoi quattordici nipoti, Giuseppina, figlia di Giacomo, il quarto dei sei fratelli Ledda, dei quali Gavino è il primogenito, con tutto ciò che questo significa in una famiglia e in una comunità agropastorale come quella in cui Gavino è nato e cresciuto.
«In quella casa – racconta Gavino, mentre attizza la brace per arrostire le salsicce e riscaldare il pane -, io non sono soltanto nato. In quella casa sono stato concepito. Davanti al fuoco del camino in pietra rossa, un giorno in cui rimasero soli, perché mio padre Abramo e mia madre Maria Antonia non erano ancora sposati, lui non esitò a coddhare lei. Coddhare in sardo è un termine forte, richiama un atto deciso, quasi di violenza, anche quando i due sono consenzienti. In italiano potremmo tradurlo con avvinghiare, abbracciare una persona prendendola per il collo, per poi possederla fisicamente».
Questo racconto di Gavino Ledda sulla sua venuta al mondo non è soltanto inedito, è la parte della storia di Padre padrone rimasta dietro le quinte, forse perché è la parte più delicata, quella che ha rischiato di sconvolgere da subito gli equilibri del suo gruppo familiare e della comunità silighese, dato che riguarda il «sangue» e tutto ciò che dal «sangue» è regolato: attribuzione certa della paternità, concepimento e nascita all’interno del matrimonio, imposizione del nome al neonato secondo una precisa gerarchia. «E infatti quando nacqui io – racconta Gavino Ledda -, in un primo momento tutti pensarono che fossi settimino, ma poiché non avevo l’aspetto di un bimbo nato prematuro parenti e vicini cominciarono a sospettare che qualcosa non quadrasse. E allora i miei genitori, invece di chiamarmi Filippo come mio nonno paterno, poiché dovevano pagare il prezzo per la loro “mancanza”, dovettero scegliere un nome diverso. Così mi chiamarono Gavino, che in Sardegna è un santo molto popolare e che francamente mi piace anche di più di Filippo».
Gavino Ledda dice di conoscere suo padre fin da quando era nel ventre materno e di averlo visto per la prima volta in chiesa quando lui, il padre-padrone-patriarca Abramo, sposò sua madre. Dice anche di aver provato rabbia nei suoi confronti, mai odio. E che dopo la sua morte – sembra un paradosso, ma è solo apparente – non ne ha avvertito la mancanza «perché da lui ho avuto molto e senza di lui non sarei stato quello che sono, non avrei pensato come penso». E tra le cose che pensa oggi Gavino c’è la convinzione che la casa paterna non debba essere venduta, né per sessantamila euro, «diecimila miseri euro per ciascun fratello, o forse anche cinquemila se ci mettiamo i nipoti», né per alcun altro prezzo. Questa, dice Gavino, è la sua «battaglia silenziosa» da otto anni a questa parte, la terza battaglia dopo quella – vinta – contro le cave di silicio a Baddevrustana e dopo quell’altra – persa – della vendita della casa, in realtà poco più che una capanna, in cui, sempre a Baddevrustana, suo padre cercò di trasferire tutta la famiglia. Gavino, a differenza dei suoi fratelli, a Baddevrustana era cresciuto e non avrebbe mai voluto che quella casa fosse venduta. Ma il padre fu costretto a farlo, perché i fratelli di Gavino, pur di non finire anche loro «deportati» in campagna, cominciarono ad appiccare incendi intorno, e sempre più vicino, al podere del padre. Abramo capì come stavano le cose, ma non disse mai nulla. Fino a quando senza spiegarne il motivo annunciò che aveva venduto la casa di Baddevrustana. Il significato di quel gesto era chiaro: se non la volete, non l’avrete, perché non ne siete degni.
«Per me – dice Gavino -, fu una ferita profonda. E oggi non voglio che finisca così anche la casa di Siligo, questa sarebbe una ferita insanabile». Quella ferita profonda, Gavino l’ha sanata negli anni, creando un grande orto botanico di sei ettari in cui ha piantato personalmente tutte le specie vegetali dell’Isola (la Regione si era impegnata ufficialmente a farne un parco naturale e letterario, ma poi si è eclissata). Quest’altra ferita invece teme di non poterla curare. E’ vero che è finalmente riuscito a convincere i fratelli a vendere a lui le rispettive quote della casa del Padre padrone, ma è anche vero che quei soldi Gavino Ledda, che campa con il vitalizio della legge Bacchelli, non li ha. Ma spera di farcela, magari con l’aiuto dei suoi lettori («potremmo fare una cooperativa»), ai quali ha promesso una Trilogia, che uscirà in estate, il cui primo racconto ha per titolo L’infiorescenza della luce. Ed è una fiaba.


Carlo Vulpio
Corriere della Sera, la Lettura, 8 febbraio 2015

Ciccillo, lo scheletro millenario a cui vogliono staccare la testa

4 commenti

Il reperto scopertoin una grotta della Puglia
Un piano da 1,5 milioni per esportare il teschio e “museizzarlo”


ALTAMURA (Bari)
Chi e perché vuol staccare la testa all’Homo Arcaicus, confidenzialmente ribattezzato Ciccillo, ovvero il più antico esemplare di scheletro completo di essere umano adulto mai ritrovato? Come può venire in mente di condannare Ciccillo alla stessa sorte che nel 2001 toccò ai due giganteschi Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, vittime della furia iconoclasta dei Talebani?
Ciccillo ha non meno di 50-60 mila anni ed è considerato il progenitore delle popolazioni neanderthaliane dell’Europa meridionale. Fu scoperto nel 1993 sull’altopiano delle Murge di Altamura da un gruppo di giovani speleologi volontari, a sei chilometri dalla città, nelle viscere della grotta carsica di Lamalunga, dove si pensa sia caduto mentre andava a caccia. Restò intrappolato lì, a dodici metri di profondità, e quando capì che non sarebbe più riuscito a risalire in superficie, rassegnato, si accoccolò per terra ad aspettare la morte, vittima della starvation, termine che indica un misto di fame, stanchezza, disperazione e resa. Decine di migliaia di anni dopo è stato ritrovato intatto, tra stalattiti e stalagmiti, e tutt’ora è ancora lì, dove può essere visto da tutti, grazie a telecamere sotterranee e a uno schermo in superficie.
Dal giorno della sua scoperta, Ciccillo è sempre stato al centro di polemiche e di mire non propriamente scientifiche. Si è tuttavia riusciti a salvarlo da interventi a volte pazzeschi, a volte idioti, grazie ai pareri di scienziati del calibro di Vittorio Pesce Delfino, Philippe Tobias e Horst Seidler, l’esperto della «mummia di Similaun» i quali hanno sempre sostenuto che Ciccillo andasse studiato e conservato «in loco», nel suo ambiente naturale, per non correre il rischio di vederlo finire in frantumi.
Ecco invece l’assurdo, come dimostra la documentazione di cui è in possesso il Corriere e che qualche magistrato farebbe bene a visionare. Per «valorizzare» Ciccillo, si è pensato di «musealizzarlo» staccandogli il teschio – da asportare con tutte le cautele del caso, si capisce, come sostiene il parere favorevole «di massima» della Soprintendenza per i Beni archeologici di Puglia – e depositarlo in una teca di vetro. Un bel rilievo in 3D di una impresa specializzata in questa attività (ma per l’edilizia) e poi una copia (cioè una proiezione) «in grandezza naturale» di Ciccillo, manco fossimo a Disneyland. Il tutto per la modica cifra di un milione e mezzo di euro, fondi europei, che altrimenti resterebbero lì, non spesi, quasi che non ci fossero altri tesori (la Valle dei Dinosauri, per esempio) di cui prendersi cura con progetti seri. La gente è allibita. E la mette un po’ sul ridere: sarà che fanno questo perché il sindaco di cognome fa Stacca?


Carlo Vulpio (ha collaborato Lucia Casamassima)
Corriere della Sera, 31 gennaio 2015

Il bimbo salvato dal terremoto di San Giuliano. “Mi laureo in geologia. Per i miei compagni”

1 commento

«Voglio rendermi utile alla comunità in cui sono nato e cresciuto»
«I miei amici sono morti per colpa degli uomini»


Clicca qui sotto per vedere il videoreportage “Il crollo della mia scuola non ha insegnato nulla” e le 10 foto


http://www.corriere.it/cronache/15_gennaio_18/bimbo-salvato-terremoto-san-giuliano-mi-laureo-geologia-b12f7c6a-9eea-11e4-9ffe-303918e77b90.shtml

Romania, 25 anni dopo la fine del regime / Il pastore che sfidò Ceausescu: «Ci hanno rubato la rivoluzione»

Lascia un commento

«Minoranze ancora discriminate». La prima fase della rivolta fu eroica. Nella seconda, i post comunisti hanno fatto passare il vecchio per il nuovo


Clicca qui sotto per vedere il videoreportage “Romania 1989. Tokes: una rivoluzione rubata” e le 44 foto


“Negli scavi di Egnazia ho riscoperto i giovani”

2 commenti

Raffaella Cassano / Cultura e carriola: così l’archeologa di Bari ha sottratto al degrado un sito prezioso. Con l’impegno degli studenti


L’espressione, «spin off», che letteralmente significa «derivato», rischia di rimandare alle stregonerie finanziare che hanno intossicato il pianeta. In realtà, questo termine riguarda sì l’economia (e non la finanza), ma viene utilizzato per indicare quelle società che riescono a tradurre in lavoro, in reddito, in utili, un’idea partorita in ambito accademico o universitario. Di solito, una «spin off» scaturisce da un progetto di carattere tecnico-scientifico, che per sua natura – almeno questa è l’opinione prevalente -, si presterebbe meglio a creare lavoro, reddito, utili. Quando invece ci sono di mezzo la cultura, l’arte, la bellezza – insomma, tutto ciò che secondo una superata bipartizione viene classificato come «umanistico» – di «spin off» si parla poco o nulla. Almeno in Italia.
La premessa è indispensabile perché la storia che stiamo per raccontare è proprio quella di una «spin off» e dimostra almeno due cose. La prima è che non è vero che «con la cultura non si mangia», una delle più grandi fesserie penetrate nell’opinione pubblica nazionale come una verità di fede. La seconda è che se un’idea è buona, una «spin off» può avere successo «persino» con l’archeologia. E senza dipendere unicamente dai finanziamenti pubblici.
Siamo nell’antica Egnazia – comune di Fasano, provincia di Brindisi -, alla fine della Via Traiana, che da Roma scende a Benevento e da qui, per Ordona e Canosa, sbocca nel mare Adriatico. Il nucleo originario di Egnazia risale al XV secolo avanti Cristo, in piena Età del Bronzo. Nei secoli successivi la città passerà prima agli Iapigi e poi ai Messapi. Quando viene conquistata dai Romani (III secolo a. C.), Egnazia è già un punto di riferimento dei traffici del Mediterraneo, ma sarà in età augustea, con Vipsanio Agrippa, genero di Cesare Augusto e patrono della città, che conoscerà il suo massimo splendore. Il suo nome è lo stesso della più nota Via Egnazia che attraversa l’Albania, la Macedonia, la Grecia e giunge fino al Bosforo e che il proconsole Gaio Ignazio (dal quale il nome) fece costruire nel 146 avanti Cristo per collegare Bisanzio a Brindisi, e quindi a Roma.
Egnazia non c’entra nulla con la Via Egnazia, però esisteva ben prima di questa e non le è certo seconda, eppure al nome di Egnazia il mondo associa la grande strada (strategica) che va dal mar Nero all’Adriatico, non i centoquaranta ettari della città, con la sua acropoli, le sue basiliche, la piazza, il foro, le case, le tombe, le officine, le terme.
Ecco, proprio le splendide terme di Egnazia, quando l’anno scorso si sono conclusi gli scavi che le hanno riportate alla luce, hanno dato la dimensione a tutti, compresi gli stessi protagonisti di sette anni di lavoro, che l’idea nata nel 2001 nell’Università di Bari e affermatasi con la costituzione della «spin off» Altair (Alta tecnologia in archeologia per l’innovazione e la ricerca) era l’idea giusta. E non solo perché con Altair – formata da una società di capitali e da giovani ricercatori, dottori di ricerca e laureati – è stato raggiunto l’obiettivo di sottrarre al degrado uno dei siti archeologici più belli e più interessanti d’Italia anche dal punto di vista della cornice paesaggistica, facendolo diventare Parco archeologico nazionale (verrà inaugurato a gennaio 2015). Ma anche e soprattutto perché si è avverato un sogno. Quello che la «mente» di questo progetto, Raffaella Cassano, docente di Archeologia classica all’Università di Bari, oggi in pensione, ha fatto per anni.
Nel sogno della Cassano, che è tra i migliori nomi dell’archeologia italiana, non c’erano soltanto le bellezze da far emergere dal sottosuolo. C’erano, come poi è avvenuto, i ragazzi, gli studenti. C’era lo studio da alternare con il lavoro. Le lezioni e i seminari all’università, i libri a casa e in biblioteca, e poi il cantiere. C’erano gli scavi di Egnazia. Scavare, capire, classificare, interpretare. Sbagliare, anche. E ricominciare, per non sbagliare di nuovo. La bottega artigiana medioevale, quello è stato il modello che Raffaella Cassano è riuscita a realizzare negli scavi di Egnazia. Qui, sul campo, gli studenti hanno imparato «come si fa» e sono diventati maestri capaci a loro volta di insegnare. In tredici anni, dalla trafila di Egnazia sono passati un migliaio di studenti universitari e cinquecento delle scuole superiori (non solo dei licei classici, ma anche di altri istituti, come per esempio gli alunni dell’Alberghiero «Perotti» di Bari, che hanno preparato piatti della tradizione gastronomica e alimentare romana). Tutti entusiasti di questa formazione concreta e tutti convinti che «bisogna prima conoscere i beni culturali per avere coscienza del loro valore». Genitori, scuole e aziende coinvolte hanno creduto all’ambizioso obiettivo di «Comunicare l’Antico», il progetto della «spin off» Altair, che è riuscito a mettere assieme università, ministero e soprintendenza (da pochi mesi a Egnazia è stato aperto anche il museo archeologico nazionale).
Una studentessa liceale, tra le tante testimonianze raccolte tra gli studenti dopo questa esperienza scuola-lavoro, ha scritto: «Grazie per averci insegnato a spalare, picconare, caricare e scaricare la carriola, a riconoscere un’unità stratigrafica, a siglare, a dividere, a esporre le conoscenze storico-archeologiche e a trowelare (che starebbe per intonacare con l’uso della cazzuola, da to trowel, ndr)». In effetti, con la cultura non si mangia. Si può fare molto di più.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5 dicembre 2014

Il Grande Gioco intorno al Caspio: c’è traffico sulle vie del petrolio

Lascia un commento

Una raccolta di saggi curata da Marco Valigi esplora confini contesi, regole mancate e appetiti che s’incrociano. Il gasdotto che deve raggiungere l’Adriatico è un esempio della rete di interessi


Caspio cover


Mare o lago, si ricomincia sempre da lì, quando si parla del Caspio. E anche quando si concorda sulla strana definizione di «mare chiuso» i problemi restano aperti. Perché la disputa non è meramente geografica, ma riguarda il diritto internazionale e la geopolitica, cioè i confini, la sovranità, le rotte commerciali, la pesca, lo sfruttamento delle risorse energetiche. Soprattutto del gas (e del petrolio), di cui il Caspio e i cinque Paesi rivieraschi (Russia, Azerbaigian, Iran, Turkmenistan e Kazakistan) sono ricchissimi. Convogliare quel gas a Ovest anziché a Est, infatti, magari lungo condotte che attraversino proprio il mar Caspio, avvicinando così il Caucaso e l’Asia centrale al Mediterraneo e all’Europa, significa cambiare i connotati del pianeta.
A quasi un quarto di secolo dal crollo dell’Unione Sovietica, l’incertezza sulla regolazione dei confini delle acque del Caspio è ancora un grande problema. Solo Russia, Kazakistan e Azerbaigian hanno trovato un accordo, mentre per Iran e Turkmenistan la questione è tutta da definire. Sulla terraferma le cose non vanno molto meglio, se si considera la instabilità generata dai cosiddetti «conflitti congelati» (che in realtà sono veri e propri stati di guerra) in Abkhazia, in Ossezia del Sud e nel Nagorno Karabakh, la regione dell’Azerbaigian – pari al 15 per cento del territorio nazionale – occupata fin dal 1993 dall’Armenia. Eppure, tutti gli Stati del Caucaso, anche quelli che non possono contare sulle ricchezze energetiche, sono accomunati dal medesimo interesse: assicurarsi uno sbocco al mare (il Mediterraneo) che quel «mare chiuso» che è il Caspio non può garantirgli. Per questa ragione, gli Stati caucasici sono vincolati a una interdipendenza che potrà essere la loro carta vincente o, al contrario, diventare la loro condanna.
E’ questa la tesi di fondo del volume Il Caspio. Sicurezza, conflitti e risorse energetiche, curato da Marco Valigi (Laterza, 203 pagine, 20 euro), che, grazie ai contributi di otto ricercatori e analisti (Indra Overland, Maria Sangermano, Matteo Verda, Azad Garibov, Cristiana Carletti, Elnur Sultanov, Stephen Blank e R. Craig Nation), approfondisce tutti gli aspetti necessari a comprendere lo stato di salute e le fibrillazioni di un’area che oggi è tra le più interessanti del mondo.
Lo hanno ben ben capito i giganti della Terra – Stati Uniti, Russia e Cina -, che proprio qui giocano le rispettive partite geopolitiche, consci che l’interdipendenza dei Paesi del Caucaso passa soprattutto attraverso quella rete di pipeline progettate e in costruzione. Condotte che sono necessarie non soltanto per chi ha gas e petrolio da vendere, ma anche per chi può semplicemente garantirne il transito, affrancando così se stesso dalla dipendenza da fornitori o acquirenti unici. Come dimostra l’esempio più calzante, il gasdotto che collegherà il Caspio al mar Adriatico, lungo il Corridoio meridionale euroasiatico.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26 novembre 2014

Older Entries

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 200 follower