Quelle vite aggredite dalle pale eoliche

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Paesaggi contaminati / Il rumore è assordante, l’intermittenza della luce provoca fastidiosi disturbi: siamo andati a Balvano, Potenza, dove due emigranti sono tornati a vivere. E si sono ritrovati questo davanti alle finestre. Perché qui intorno le turbine sono spuntate come funghi. La Puglia ha il numero maggiore, ma è la Basilicata che ha l’incremento più veloce


Balvano (Potenza)


Perché sulle Dolomiti trivenete non ci sono pale eoliche e sulle Piccole Dolomiti lucane invece sì? Non per il vento, che in Basilicata è molto più debole e in alcune aeree addirittura insufficiente a far ruotare eliche il cui diametro può arrivare a 60 metri. Non per la minore bellezza del paesaggio. Non per la morfologia delle montagne, che risalgono a 15 milioni di anni fa e le fanno molto assomigliare a quelle più famose del Nord, tanto da averne mutuato il nome. E allora perché lì non ci sono torri eoliche, e nessuno si azzarderebbe a piantarne, e invece in Basilicata (e in Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna, Molise, Campania — qui però fino alla legge regionale del 2016, che ha fermato lo scempio) l’eolico selvaggio si sta mangiando la terra e le montagne, riducendole a una wasteland di spettrali foreste di acciaio?
La Basilicata è irriconoscibile. Torri eoliche ovunque, alte anche cento metri, come palazzi di venti piani. O fungaie di pali di 20-30 metri (il cosiddetto «mini» eolico, turbìne al di sotto di 1 megawatt) addossati l’uno all’altro, senza regole né legge. Le torri, poco più di 500 fino all’anno scorso, adesso sono circa 700 e per un altro centinaio sarebbero già pronte le autorizzazioni. La Puglia è la regione italiana più devastata dalle pale eoliche, ma la Basilicata, con appena 10 mila chilometri quadrati di superficie e 560 mila abitanti sparpagliati in 131 Comuni, ha il primato dell’incremento più veloce di impianti in tutto il Sud, isole comprese, dove pure in sole 8 regioni si concentrano 6.400 delle 6.600 pale (dati 2017) che a volte sì, a volte no, girano in Italia.
Da Balvano a Ricigliano, a Ruoti, Pietragalla, Oppido Lucano, Tolve, Cancellara, Melfi, Venosa, Genzano, fino a Montalbano Jonico, una «tempesta di vento» sta stuprando il paesaggio sotto gli occhi di tutti, nonostante tutti sappiano che l’energia prodotta da questa fonte (per la quale lo Stato ha sborsato 1,7 miliardi di euro di sussidi a vario titolo nel solo 2017) incida soltanto per l’1,5 per cento sulla produzione nazionale totale di energia.
Quello della Basilicata è un caso esemplare, quasi perfetto, di convergenza di tutti i «fattori» necessari affinché lo scempio prosegua inarrestabile: i soldi, cioè il meccanismo di incentivi pubblici per l’eolico, che non ha paragoni nel resto del mondo; i poteri pubblici, con autorizzazioni di Comuni e Regione che comportano pesanti trasformazioni urbanistiche e sembrano fatte in serie; i privati, accecati dalle somme pagate dagli «sviluppatori», tra gli 8 e i 10 mila euro all’anno per vent’anni, con l’affitto di mille metri quadrati di terreno agricolo da «far fruttare» grazie alla torre eolica; il senso di inutilità delle denunce, considerata la inconsistente azione degli organi giudiziari; la forza di intimidazione, esercitata con minacce e pestaggi nei confronti di chiunque si opponga, agricoltori, cittadini e da ultimo i (pochi) giornalisti che osano raccontare cosa sta accadendo.
Balvano ha 1.800 abitanti e il 23 novembre 1980 fu uno degli epicentri del devastante terremoto dell’Irpinia (3 mila morti, 9 mila feriti, 280 mila sfollati). Quella sera, per la Messa delle 19.30 nella chiesa di Santa Maria Assunta c’erano 77 persone, 66 delle quali adolescenti. Morirono tutti. Sempre qui, il 3 marzo 1944, avvenne il più grave incidente ferroviario della storia italiana per numero di vittime. Il treno si fermò in una galleria, non riusciva a vincere la pendenza e 517 persone morirono come topi per l’ambiente saturo di monossido di carbonio.
Due tragedie che serve ricordare, perché piegarono la volontà anche di quelli che non volevano andarsene e che invece dopo questi lutti si arresero ed emigrarono in massa. Alcuni di loro, andati via che erano bambini, pur di tornare a vivere nella terra d’origine hanno impiegato i risparmi di decenni di lavoro per costruire qui la propria casa, sfidando la «sfortuna» di Balvano. Come hanno fatto Mario Bagnulo, 46 anni, per ventotto chef nel Nord Italia, e Giovanni Bovino, 56 anni, per trentaquattro ristoratore in Germania, rimpatriati con l’orgoglio di avercela fatta e carichi di ottimismo per il futuro. Ma proprio qui, in contrada Cupolo, in piena campagna, Bagnulo e Bovino invece che in paradiso si sono ritrovati all’inferno.
In un paio d’anni i signori dell’eolico selvaggio hanno circondato le loro case con decine di torri eoliche. I Bovino e i Bagnulo non riescono più a dormire e i loro bambini non vogliono nemmeno uscire a giocare all’aria aperta, soffrono come se vivessero in una metropoli caotica. Il rumore costante degli aerogeneratori — di cui ci siamo resi conto fermandoci qui per una giornata — penetra come un trapano nel cervello per 24 ore al giorno. A questo, si aggiunge l’effetto shadow flickering (sfarfallio dell’ombra): le eliche, girando, provocano una intermittenza luce-ombra che disturba la vista e può causare attacchi di epilessia fotosensibile.
Bagnulo e Bovino hanno denunciato tutto a tutti, all’Arpab (l’Agenzia regionale di protezione ambientale), al prefetto, agli uffici regionali e comunali e anche alla magistratura. Invano. Finora, a parte i cronisti del piccolo ma seguitissimo giornale «Basilicata24», nessuno li ha seriamente presi in considerazione. «Vogliono che ci arrendiamo per stanchezza — dicono a «la Lettura» — e che abbandoniamo le nostre case, o che magari ce ne andiamo di nuovo all’estero, così verranno zittite anche le poche voci che denunciano questa violenza contro la natura, il paesaggio e gli uomini». Ma se Bagnulo è combattivo e non demorde, e intende rivolgersi alla Commissione europea, e chiede che intervenga il capo dello Stato, e vuole scrivere anche al Papa, Bovino è scettico, deluso, stremato. Ci porta sotto a un pero fiorito, mostra il cappio che penzola da un ramo e dice: «Se non si risolve questa storia mi impiccherò qui, sotto le pale eoliche». La sua casa è circondata da 15 pale eoliche. Quindici. Concentrate in un solo ettaro di terra. Una pala ogni 666 metri quadrati.

Balvano, con Ricigliano, Muro Lucano, Bella, Avigliano, fino ad Acerenza, si trova in un luogo meraviglioso. Un’opera d’arte naturale di montagne e valli verdissime e di panorami che possono competere con quelli alpini e andrebbero tutelati allo stesso modo, come vuole l’articolo 9 della Costituzione, e che invece vengono sfregiati senza vergogna, come hanno fatto con Palmira i tagliagole dell’Isis.
Semplice il meccanismo ingannatore: si fraziona un terreno agricolo in tante particelle, che si fanno passare di mano con vorticosi cambi di proprietà, si presenta una Pas (Procedura abilitativa semplificata) o una Dia (Denuncia di inizio attività) e così una trasformazione urbanistica profonda, che cambia la caratteristica di centinaia di ettari di terreno da agricolo a industriale-commerciale, passa come fosse una piccola modifica interna di una abitazione privata. Niente Vas (Valutazione ambientale strategica) e magari una accomodante Via (Valutazione di impatto ambientale) ed ecco che sulle cime di Ricigliano lo sventramento della montagna per piantarci piloni alti 80 metri con fondazioni profonde venti, gli sbancamenti per aprire strade camionabili e tracciare cavidotti possono far nascere un «parco» eolico, pubblicizzato come fosse non un’area deforestata e violata, ma imboschita con nuove piante.

Se c’è una sentenza del Tar Basilicata che impone al sindaco, la massima autorità sanitaria del Comune, di bloccare le turbine che provocano danni acustici, non vale. E se ce n’è un’altra del Tar Marche che vuole l’impianto eolico a una distanza non inferiore a 300 metri dalla più vicina abitazione, non serve. Ma poi, dov’è qui la Regione? Dov’è il sindaco di Balvano? E quello di Tolve? E quello di Cancellara, che è anche un carabiniere in servizio e amministra un paesino di 1.200 abitanti che ha 120 pale eoliche, una ogni 10 persone?
La Regione Basilicata non ha ancora un Piano paesaggistico e una legge regionale e tarda senza motivo a dotarsene, cosicché il bluff della «energia pulita» è al tempo stesso l’El Dorado di piccole società con 10 mila euro di capitale sociale che fanno capo a fondi di investimento anonimi e la ghigliottina (letteralmente) che decapita le specie volatili migratorie e locali, come il nibbio reale, il corvo reale, il falco pellegrino, il rondone, il gheppio. Mentre il sindaco di Balvano, Costantino Di Carlo, e quello di Tolve, Pasquale Pepe — il primo del Pd ma alle ultime elezioni alacre sostenitore dei Cinquestelle, il secondo di An e velocemente passato alla Lega, con cui è diventato anche senatore —, puntano al consenso procurato dai soldi, quelli donati come «compensazioni» dalle imprese ai Comuni e quelli pagati dagli «sviluppatori» alla schiera di proprietari dei terreni agricoli da parcellizzare e riempire di torri eoliche.
Il vicesindaco di Balvano, Domenico Teta, per dire, è un esempio di trinità: da amministratore di «Tegest Energy srl» chiede l’autorizzazione per l’allacciamento dell’Enel agli impianti eolici della sua Tegest, come ingegnere cura la parte tecnica e come vicesindaco presiede la giunta comunale che deve deliberare, e che naturalmente approva: otto belle Pas per otto pale eoliche, esecutività immediata.
Non meraviglia quindi il silenzio generale che ha inghiottito il pestaggio del 15 marzo scorso subìto dall’agricoltore Giuseppe Fidanza e dai cronisti Giusi Cavallo e Michele Finizio di «Basilicata24», che a Tolve erano andati a visitare l’ennesimo cantiere di nuovi impianti eolici. Nemmeno l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa ne hanno parlato. Mentre il servizio pubblico televisivo, il Tgr Basilicata, lo ha addirittura derubricato a «lite», quando invece dalle immagini filmate con uno dei cellulari delle vittime, e messe in Rete, è evidente che si è trattato di una aggressione ancora più grave di quelle di Ostia (la testata di un membro del clan Spada a un giornalista Rai) e di Roma (lo schiaffo dell’ex ministro Landolfi a un cronista de La7). A Tolve infatti i picchiatori, che la Digos avrebbe identificato come i figli del titolare di una delle imprese che sta lavorando al nuovo parco eolico, hanno distrutto uno dei cellulari dei giornalisti — che dalla strada stavano fotografando i luoghi dei lavori — e poi li hanno inseguiti, e a calci e pugni hanno spaccato la testa al povero Giuseppe Fidanza. Un messaggio vigliacco e arrogante, come l’inarrestabile avanzata delle foreste di acciaio che stanno sfigurando il paesaggio lucano. Matera, però, è capitale europea della Cultura 2019.


Scheda / La situazione in Campania
La Campania, terza regione italiana per numero di pale eoliche, nel 2016, con la giunta De Luca, si è dotata di una legge regionale contro l’eolico selvaggio. Le aziende del settore hanno fatto ricorso al Tar, ma la Regione ha resistito in giudizio e ha riaffermato la necessità di evitare l’effetto-selva e di impedire la saturazione per tutelare il paesaggio. Il Tar ha riconosciuto che «il territorio è una risorsa limitata e non riproducibile, sicché se in tali zone è già stato realizzato un considerevole numero di impianti non può essere ritenuto irragionevole un divieto di ulteriori installazioni». La «risposta» è arrivata subito, con 7 attentati di stampo mafioso legati all’eolico selvaggio: mezzi incendiati, bombe e attentati a cabine e sottostazioni elettriche.


Carlo Vulpio, la Lettura, 29/4/2018
(ha collaborato Cosimo Forina)
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Viva e sgargiante, l’altra Palermo

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Quattro pittori illuminano il volto più vero di una città ferita ma capace di riscattarsi


Palermo


Tutto ciò che può succedere nella vita di una città e di una comunità è già successo a Palermo. Se fosse vera l’idea della fine della storia, a Palermo la storia sarebbe finita da tempo. Invece non soltanto la storia di Palermo non è stata archiviata – magari presa in consegna dall’arte per essere sublimata e poi nobilmente archiviata -, ma è una storia che non si è mai fermata, non ha mai smesso di essere fertile come una donna feconda, e ha continuato a partorire figli, anche quando fare figli era un azzardo sia per chi li faceva sia per chi nasceva.
Tra i figli di Palermo che l’hanno lasciata perché persuasi – e con quanta ragione – che la «profezia» della fine della storia si era avverata qui, e che poi invece sono tornati a casa, forti della convinzione opposta, ci sono quattro artisti le cui opere vengono esposte fino al 25 aprile a Palazzo Belmonte Riso, sede del museo di arte moderna e contemporanea, con il titolo semplice e significativo «La Scuola di Palermo».
La «Scuola» sono loro, quattro ragazzi degli anni SessantaFrancesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Andrea Di Marco, quest’ultimo morto sei anni fa a 42 anni -, che avevano poco più di vent’anni nel famigerato anno di sangue 1992, picco stragista del terrorismo mafioso. La mostra, curata da Sergio Troisi con la collaborazione di Alessandro Pinto, è una retrospettiva di 80 dipinti dei quattro artisti, i quali raccontano, ognuno a suo modo, Palermo: non soltanto come luogo storico di saccheggio e di morte, di umiliazione e di riscatto, di stupri del paesaggio e di bellezza prepotente, ma anche e soprattutto come luogo universale di vita e di vitalità, di coraggio e viltà, luogo al tempo stesso realistico e visionario, in cui si ritrova a tinte più forti tutto quello che c’è e che accade nel resto del mondo, nel bene e nel male, per cui non si capisce perché debbano prevalere il male, il buio, la morte invece della luce, dei colori sgargianti, del richiamo della vita, come avviene nelle opere in mostra.
Per esempio, ne L’Idrovolante di Fulvio Di Piazza, in cui il velivolo è formato da squali che sorvolano la Conca d’Oro cementificata. O nel Paesaggio inutile di Alessandro Bazan, nel quale lo scenario del sacco edilizio palermitano è alleggerito e schernito dai coloratissimi vagoni di un treno da giostra con passeggeri nudi a bordo. Oppure nell’ironico Condom terrone di Andrea Di Marco, dove la prima parola sta per condominio ma anche per profilattico, con l’evidente allusione al suo utilizzo come copricapo per chi ha regalato alla periferia di Palermo, e per estensione alle periferie del mondo, edilizia kitsch mescolata a decorazioni a mosaico, a interni trash e a palme, cozze e vino bianco. O ancora, nel potente Naufragio di Francesco De Grandi, in cui il barcone in balia della tempesta con il suo carico umano che sta per essere rovesciato in mare mette a tacere ogni bestialità sui soccorsi a chi sta per morire, per qualunque ragione e in qualunque luogo. Mentre Broken Boy Soldier, ancora di Di Piazza, è un soldato in ginocchio fatto di alberi, prati, cespugli, più fantasy e molto più espressivo degli Ent, gli alberi parlanti de Il Signore degli Anelli.
Quest’anno Palermo è capitale italiana della Cultura e questa mostra può benissimo essere il suo biglietto da visita, poiché, dice Vittorio Sgarbi, autore della prefazione del catalogo, «è una imponente testimonianza che il momento più fertile dell’arte italiana in questo inizio di secolo è proprio la Scuola di Palermo». Per affermare il concetto, Sgarbi e la direttrice del museo Riso, Patrizia Valeria Li Vigni, nella sala dedicata alle opere di Jannis Kounellis, morto l’anno scorso, hanno ospitato i dipinti di Enrico Robusti, che è di Parma, ma che con i pittori della Scuola di Palermo, oltre all’età, ha in comune lo stesso «vitalismo sfrenato» che sfida la morte. E con questa trovata hanno resuscitato anche Kounellis e lo hanno iscritto di ufficio alla Scuola di Palermo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29/3/2018

Il velo nero della “Passione” si stende su tutta Ostuni

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Opera-paese / Strade e vicoli, piazze e balconi si animeranno la domenica delle Palme per la messa in scena del dramma del Golgota. Con la drammaturgia di Pietrangelo Buttafuoco



Ostuni (Brindisi)


Sarà impressionante, la domenica delle Palme, vedere e ascoltare migliaia di persone lungo le strade e i vicoli di una delle più belle città del Mediterraneo, Ostuni, scandire l’invocazione «Misericordia» per venti volte almeno, sulle note della famosa marcia funebre tratta dall’opera Jone di Enrico Petrella e quelle della canzone Malarazza, un sonetto di autore siciliano ignoto del XVIII secolo che negli anni Settanta fu riscoperta da Dario Fo nella sua versione originale e cantata da Domenico Modugno nella sua versione migliore.
Sarà impressionante vedere sfilare trecento persone – i musicisti della banda musicale di Ceglie Messapica, i cantori del CorOstuni e dei gruppi folcloristici Città di Ostuni e La Stella, i confratelli del Carmine, del Purgatorio, della Madonna dei Fiori, dello Spirito Santo e di Santa Maria della Stella, le cinque confraternite religiose della città – che suoneranno, canteranno, reciteranno, agiteranno ritmicamente le troccole e percuoteranno i tamburelli. E da sotto i «papamusce», i cappucci bianchi a cono con due fori all’altezza degli occhi, riproporranno E’ spirato, canto per il Venerdì Santo in dialetto ostunese degli ostunesi maestro Antonio Vincenti (musica) e sacerdote Paolo Orlando (versi), risalente ai primi del Novecento, smarrito per lungo tempo e poi ripescato dai giovani «cacciatori» di cultura e tradizioni popolari dell’associazione culturale Terra.
Sarà impressionante vedere tutto il paese, 32 mila abitanti, vivere la Passione di Gesù Cristo «da dentro». «Abbiamo dato vita a una grande “opera-paese” in cui il pubblico diventerà anche attore, nelle strade, nelle piazze, sui balconi», dice Pietrangelo Buttafuoco, autore della drammaturgia. La Via Dolorosa che da piazza della Libertà fino alle croci del Golgota – sul versante della collina che guarda il mare – non potrà essere relazione liturgica Dio-uomo né rito religioso, poiché questa Passione è rappresentazione laica, ma non potrà non essere emozione, sentimento, storia, tradizione, conflitto, mistero e umanissima caducità, fede, spirito, amore, contraddizioni, dubbi e certezze, rabbia, disperazione e solitudine, speranza, e ogni altra cosa che ognuno riesca a trovare nella Bibbia, tanto nell’Antico Testamento, che è la storia del patto tra Dio e il popolo ebraico cominciata con Abramo quattromila anni fa, quanto nel Nuovo, che è la storia della vita dell’ebreo Gesù, nato a Betlemme, in Giudea, e cresciuto a Nazareth, in Galilea.
A leggere il copione di Passione, inscenata dalla Compagnia d’Arte di Pietrangelo Buttafuoco, Mario Incudine e Antonio Vasta (i musicisti), a vedere il fervore con cui tutti lavorano a qualcosa, e a parlare con le decine di protagonisti di questa impresa – per la verità cominciata nel 2015, con la prima messa in scena curata dal regista e attore Vittorio Continelli, che conquistò la città con un appassionato (appunto) monologo -, questa quarta edizione di Passione si preannuncia ricca di altri incroci e suggestioni, di nuove contaminazioni, di affascinanti spunti di riflessione.
Intanto, dicono Beppe Moro, Giusi Pomes e Giunluca Zurlo, dell’attivissima associazione Terra, ci sarà anche una Passione junior, con tutti i bambini della scuola primaria che verranno coinvolti in una serie di attività didattiche durante la Settimana Santa e parteciperanno al coro della rappresentazione la domenica delle Palme. E poi, protagonisti di questa Passione non saranno soltanto i personaggi noti della tradizione biblica, né soltanto persone fisiche, né unicamente la religione cristiano-cattolica.
Protagonista immateriale di questa Passione, per esempio, sarà il dialetto siciliano. Scelta felice, perché, come spiega il bellissimo Dizionario dei dialetti italiani della Utet, il Salento (e Ostuni è in Alto Salento) è «area a vocalismo tonico siciliano», cioè ha un dialetto assai simile al siciliano, al punto da confondersi con quello, cosa che aiutò molto Domenico Modugno (cresciuto a San Pietro Vernotico, non lontano da Ostuni) quando cantava canzoni in siciliano, come la già citata Malarazza. Protagonista immateriale, e di quale importanza, sarà il Misericordia urlato dalla folla, che non è soltanto l’invocazione-Leitmotiv dell’opera, ma è la sintesi del Salmo 51, il Miserere, pietra miliare della teologia della salvezza per grazia di Martin Lutero, padre della Riforma protestante: «Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti».
Protagonista materiale, invece, sarà un enorme velo nero di 300 metri quadrati che alla fine avvolgerà tutta la scena del Golgota, le tre croci con Gesù e i due ladroni e un Ponzio Pilato reticente anche da «pensionato», quando dirà di non ricordare chi fosse Gesù. Il Pilato smemorato è tratto di peso dal racconto Il procuratore della Giudea di Anatole France – con Michail Bulgakov e Giovanni Papini uno dei tre protagonisti «occulti» dello spettacolo -, e risponde proprio così, con un secco «No, non ricordo», quando il «playboy» Elio Lamia, in esilio dorato in Campania per aver insidiato troppe donne patrizie a Roma, chiede a Pilato di Gesù. E glielo chiede, Lamia, non perché interessato a Gesù, che a malapena sa chi sia, ma perché vuol sapere se è vero che la fascinosa «danzatrice siriana» che lo aveva ammaliato in Giudea, Maddalena, avesse davvero mollato tutto per seguire quel «taumaturgo di Nazareth», quel Gesù che Pilato poi avrebbe processato e condannato. Ma a questo punto della conversazione scatta la risposta dell’ormai ex procuratore Pilato, che con il suo «No, non ricordo» chiude il discorso. «In quel medesimo istante – dice Buttafuoco a “la Lettura – si aprirà il grande velo nero che tutto deve ricoprire, nascondere, rinchiudere».
Leonardo Sciascia, che lo tradusse e lo commentò, disse che questo racconto di Anatole France è il racconto perfetto. E Buttafuoco lo utilizza come e più de Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, in cui Pilato è al contrario tormentato e quasi in crisi di coscienza, e della Storia di Cristo di Giovanni Papini, poderosa, lirica, bella, pur con le sue cadute antisemite come «il verminaio di circoncisi», «l’Ebreo dalla molte tasche che raccatta i denari figliati dai trenta sicli di Giuda», o «gli ebrei sui quali deve ricadere, per espressa volontà dei padri, il sangue di Cristo» (ma Papini scriveva negli anni Venti…).
Protagonista di questa Passione è anche lo stesso autore, Pietrangelo Buttafuoco alias Giafar al-Siqilli, cioè Giafar di Sicilia, il nome del condottiero arabo di origine siciliana che nel X secolo conquistò il Nord Africa e che Buttafuoco ha assunto da quando, alcuni anni fa, si è convertito alla fede musulmana, ricavandone ironie e sarcasmi, e finanche accuse e sospetti di fascioislamismo. Tranquilli, in questa Passione non c’è ombra del jihad. Semmai, essa è molto più inquadrabile nel suo opposto, il jadid, la corrente riformatrice islamica che in Asia centrale tra Ottocento e Novecento cercò di avviare una riforma della società islamica dall’interno, con lo studio e la libera interpretazione delle scritture islamiche (e infatti si scontrò con il totalitarismo sovietico, e Stalin nel 1940 fece fucilare uno dei suoi esponenti di spicco, Mirsaid Sultan-Galiev…).
Questo per dire che non è facile, ma è possibilissimo, che un musulmano riesca a mettere in scena una vicenda ebraica e cristiana, «aggregando» i tre monoteismi dal carattere esclusivista che ancora oggi si confrontano e si affrontano soprattutto nel bacino del Mediterraneo, e quindi anche a Ostuni. Dove, dicono i giovani dell’associazione Terra, «non possiamo non dirci, crocianamente, cristiani», e dove, nel 1799, si aderì con tutto il corpo e l’anima alla Rivoluzione napoletana, piantando l’Albero della libertà sull’esempio della Rivoluzione francese, e poi, nel 1833, si costituì una sezione della Giovine Italia, e infine, nel 1860, si fu tra i primi in Puglia ad abbattere i simboli dei Borbone e a combattere, sconfiggendolo, il loro esercito. Questa Passione di Ostuni, dunque, è un’opera-paese in tutti i sensi, perché è anche passione e religione popolare e civile.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/3/2018

Amazon City in Calabria

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Conflenti è (era) un borgo sulle montagne della pre-Sila destinato a sparire. Finché un docente dello Iuav di Venezia (originario di queste parti), un sindaco intraprendente, un vicepresidente del colosso di Seattle (anche lui originario di queste parti e parente del primo) decidono di fare qualcosa…



Conflenti (Catanzaro)


Nessuno sa dov’è, questo paese di millecinquecento persone nascosto sulle montagne della pre-Sila, fra le province di Cosenza e di Catanzaro. Eppure si trova praticamente al centro della Calabria. Dista mezz’ora dal mare Tirreno, tre quarti d’ora dall’aeroporto internazionale di Lamezia Terme, un’ora dal mare Ionio, 160 chilometri da Rocca Imperiale Marina, all’estremità nord della regione, e 170 da Reggio Calabria. Ma è come se questa sua centralità geografica invece di essere un vantaggio ne nascondesse l’esistenza e relegasse Conflenti in fondo al buco nero del mondo ignoto. I casi della vita, le storie personali, i tragitti dell’anima non sono però meno tortuosi delle strade calabresi tutte curve e saliscendi. E dietro ogni tornante possono riservare una sorpresa, alla fine di ogni salita offrire un punto di vista più ampio e suggerire un’idea, una via d’uscita. Anche per un paese che negli ultimi cinquant’anni è stato svuotato dall’emigrazione di due terzi della popolazione, in prevalenza giovani e per lo più «affamati».
Conflenti è due borghi in uno, attaccati l’uno all’altro, ad una altitudine di 550 metri: Conflenti Inferiore e Superiore, ma una sola comunità, accucciata ai piedi del monte Reventino, 1416 metri di boschi e ossigeno.
Insediamento neolitico risalente a duemilacinquecento anni fa, popolato, come racconta nel suo libro Conflenti lo storico Vincenzo Villella, da una parte di quei Brezii, o Bruzii, giunti sulla Sila dalle regioni balcanico-danubiane di Illiria, Tracia, Epiro e Anatolia, Conflenti fu anche rifugio per i monaci basiliani approdati in Italia meridionale tra il IX e il X secolo. Successivamente ospitò quegli ebrei arrivati nel Sud Italia già nel VII e VIII secolo in seguito alla conquista araba di Gerusalemme, i quali, sebbene espulsi dal Regno di Napoli in base all’editto del 1510 voluto dal re Ferdinando il Cattolico, scelsero di non abbandonare il Regno e trovarono in Conflenti Superiore una comunità che non solo non li segregò in un ghetto, ma li accolse e, anche grazie ai matrimoni misti, li integrò. Gli ebrei «ripagarono» la comunità conflentese insegnandole arti e mestieri che le procurarono benessere e ne avrebbero caratterizzato la storia nei secoli successivi, poiché quelle attività diventarono «tipiche» del luogo: cestai, barilai, pettinai, conciatori di pelli, intarsiatori, ebanisti, lavoratori della cera e del miele, coltivatori del gelso e setai.
Conflenti viveva la sua vita, povera come la vita che poteva offrire la civiltà contadina, ma non solo esisteva, era. Con la sua cultura, la sua gente, le sue otto chiese e le sue case in pietra «civata», un’arte nella lavorazione della pietra di cava che rasenta la perfezione e che rendeva superfluo e antiestetico ricoprire i muri con l’intonaco, come dettava il gusto borghese ottocentesco. Conflenti ha resistito fino a quando la povertà, nel primo dopoguerra, non è diventata miseria intollerabile e ha costretto migliaia di persone a emigrare in Germania, negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia. Con il passare del tempo Conflenti ha continuato a esistere, ma quanto a essere, a un certo punto ha scoperto di non sapere più cosa fosse, e anzi ha temuto di non poter essere nulla di più che una entità amministrativa lanciata verso un inarrestabile spopolamento, di cui i duecento abitanti di Conflenti Superiore, la parte di maggiore pregio architettonico e urbanistico del comune, sono la scoraggiante prova.
Poi, più o meno due anni fa, è successa una cosa singolare, che forse solo un astrologo avrebbe potuto azzardare. All’estremità opposta dell’Italia, un docente di Composizione architettonica dello Iuav di Venezia, Pierluigi Grandinetti, che stava conducendo una ricerca sulla conservazione e valorizzazione dei territori rurali del Friuli-Venezia Giulia, sente la voglia irresistibile di un viaggio in Calabria, a Conflenti. Non c’entra il suo lavoro, ma la sua origine. Suo padre Carlo, ultimo di dieci figli, orfano, ebanista intarsiatore, era emigrato da Conflenti a Udine nel 1936, «una scelta dolorosa, che patì per tutta la vita», dice Pierluigi. Il fratello maggiore dei dieci, Rosalbino, scelse invece l’America, gli Stati Uniti. Pierluigi non era mai stato a Conflenti, non ne aveva mai avuto la forza, ma alla fine, nell’estate del 2016, decide che è arrivato il momento di andarci, vuole capire da dove viene, chi è, e com’è quel luogo la cui perdita suo padre «patì per tutta la vita». E ci va incoraggiato anche da un’altra coincidenza «astrale»: suo nipote Russell, il figlio di Rosalbino, quell’estate andrà a Conflenti e lui vuole conoscerlo.
Intanto, mentre Grandinetti torna nel paese del padre per il suo viaggio dentro se stesso, a Conflenti viene eletto sindaco Serafino Paola, all’apparenza un sobrio commercialista, ma in realtà uno di quegli spiriti inquieti che possono fare la differenza. Paola trova il comune a pezzi, ma non dice «mi hanno lasciato in eredità…» per giustificare eventuali insuccessi. Si mette a lavorare per la rinascita del luogo, a cominciare dal recupero della cadente chiesa di San Nicola, un bell’esempio di arte rinascimentale meridionale, e di Conflenti Superiore. Ma non ha soldi e ha appena cominciato ad amministrare un comune che, per dirne una, ha l’auto dei vigili urbani ma non ha nemmeno un vigile. Però Paola ha idee ed è capace di coinvolgere le persone giuste per provare a realizzarle. Incontra e parla con Pierluigi Grandinetti e con suo nipote Russell, che è vicepresidente di Amazon (oggi sono entrambi cittadini onorari di Conflenti), coinvolge i docenti Francesco Cacciatore, Franco Roperto e Franco Rubino delle Università di Venezia, Napoli e Cosenza, il vescovo di Lamezia Terme, Luigi Antonio Cantafora, e una decina di associazioni – tra le quali «Felici&Conflenti» e «Prima che tutto crolli» – che vogliono la stessa cosa molto ambiziosa ma anche molto possibile che vuole lui: fare rivivere Conflenti Superiore attraverso un recupero non soltanto edilizio del borgo, ma anche umano, ripopolandolo e puntando sul turismo rurale «slow», sulle attività artigianali, sulla cultura e le tradizioni popolari. A cominciare dalla musica dell’area del Reventino – tarantelle, marce, pastorali, sonate processionali -, che per la sua singolarità già adesso ogni anno attira qui dal Nord Europa un centinaio di persone, tra musicisti e studenti in demoantropologia.
Nel giro di sei mesi, Iuav e comune firmano un protocollo d’intesa e all’inizio dell’anno scorso parte il «Progetto Conflenti». Pierluigi Grandinetti, con Alberto dal Bò e Niccolò Zennaro, redigono il progetto e illustrano gli interventi-pilota. Lo Iuav stanzia un assegno annuale di ricerca che allarga il campo da Conflenti ai borghi rurali antichi dell’area mediterranea per favorirne «conservazione, riuso e valorizzazione» e poi finanzia un altro contratto di ricerca finalizzata alla ricomposizione per anastilosi della chiesa di San Nicola.
La prima parte dello studio è stata presentata un mese fa e adesso il progetto potrebbe davvero decollare ed essere replicato negli altri borghi e centri storici calabresi abbandonati. Ma occorrono i soldi, che come sempre o non ci sono o non si trovano.
La Regione Calabria ha stanziato seicentomila euro, una cifra, diciamo così, di incoraggiamento, appena sufficiente per la ricostruzione della chiesa. Ma potrebbe fare molto di più, perché in realtà i soldi ci sono. Li hanno trovati spulciando il bilancio regionale i membri dell’associazione «Prima che tutto crolli», capeggiata da Domenico Gimigliano e Mario Bozzo, un ingegnere e un medico in pensione, che hanno fatto ciò che l’intero Consiglio regionale della Calabria non ha mai fatto, e cioè hanno presentato una proposta di legge regionale di iniziativa popolare per il recupero dei centri storici. All’iniziativa hanno aderito 50 comuni (per complessivi 323 mila abitanti) e dall’esame del bilancio – sempre un arnese ambiguo e misterioso, se non lo si studia nei dettagli e lo si lascia nelle sole mani dei burocrati – è venuto fuori che ci sarebbero ben 10 miliardi di euro inutilizzati o da utilizzare meglio, dai quali attingere i soldi necessari per Conflenti e gli altri borghi. La legge sul recupero dei centri storici dovrebbe essere discussa entro la fine di marzo. Sarebbe un delitto se questo non accadesse. Tanto più che Conflenti è la prova di diverse compatibilità: tra cultura ed economia, tra protagonismo dei cittadini e competenze professionali, tra pubblico e privato, tra locale e globale.
A Seattle, sede di Amazon, il «Progetto Conflenti» ha destato curiosità e Russell Grandinetti ha scritto al sindaco Paola: «Ditemi cosa posso fare». E’ semplice, Russell. Voi di Amazon nel 2016 avete fatturato 136 miliardi di dollari, con un utile di 2,3 miliardi. Con appena 10 milioni di euro potreste comprarvi il borgo, con altri 10-15 milioni sistemarlo e con ulteriori 10 milioni, poiché fate business e non beneficenza, creare la prima «Amazon City» della cultura, con consumo di suolo zero, al centro del Mediterraneo. Sarebbe rivoluzionario, e il mondo potrebbe persino volervi un po’ di bene.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/2/2018

Va in Russia la giungla di Ligabue

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Per la prima volta Mosca dedica una mostra antologica all’artista emiliano. Fino all’11 marzo al Museo di Storia contemporanea della capitale le opere del pittore «matto»: animali esotici e feroci, metafora della società violenta



Mosca


Fosse stato per lui, sarebbe arrivato ovunque e quindi anche a Mosca a bordo della sua motocicletta Guzzi di colore rosso, perché quella moto era il suo cavallo, l’animale domesticato che gli permetteva di esplorare il mondo tutt’intorno e che si trasformava in una bestia feroce, «la mia tigre» diceva lui, quando la lanciava su strada e la faceva ruggire. Antonio Ligabue però non si è mai mosso dalla sua Padanìa, Bassa reggiana, lungofiume del Po tra Gualtieri e Guastalla. E tuttavia, come Emilio Salgari e Ludovico Ariosto, Ligabue faceva lo stesso il giro del mondo senza muoversi da casa, con la stessa potenza dell’immaginazione che consentiva ad Ariosto di far viaggiare Orlando furioso fin sulla Luna. Nessuno però considerava matti Ariosto e Salgari, tutt’al più li si nobilitava celebrandone una certa «follia» come espressione del loro genio creativo. Ligabue invece era un matto vero, di quelli che per ogni spostamento, da un manicomio all’altro, da un paese all’altro, erano sempre accompagnati dal certificato medico e da quello di polizia, che, come accadeva per tutti i matti, ne facevano un reo da punire invece di una persona da curare. Era il cosiddetto scemo del villaggio, l’anormale, il fuori posto, ma innocuo per la comunità, di cui anzi diventava, quando dipingeva e scolpiva, la voce liberata, esplosiva e impossibile da contenere e reprimere attraverso le «regole».
La mostra antologica di dipinti e sculture di Antonio Ligabue «Lo specchio dell’anima» – la prima grande antologica dell’artista italiano organizzata in Russia, curata da Marzio Dall’Acqua, Vittorio Sgarbi e Augusto Agosta Tota, quest’ultimo presidente della fondazione Ligabue di Parma – arriva in Russia esattamente a quarant’anni dalla approvazione della legge Basaglia, che ha abolito i manicomi in Italia e ha segnato in tutto il mondo una inversione di tendenza nel modo di affrontare la malattia psichica. Ligabue si sarebbe trovato bene con Franco Basaglia, o almeno avrebbe patito minori disagi umani e forse non avrebbe atteso fino al novembre del 2017 per avere l’onore di entrare nell’Ermitage di San Pietroburgo, con due sculture che Agosta Tota ha donato personalmente al presidente Vladimir Putin. Un gesto di grande significato in un Paese che nel passato ha fatto un ricorso massiccio all’uso della certificazione medica della «follia» per soffocare il dissenso, politico e non. Proprio durante gli ultimi anni di vita di Ligabue, morto nel 1965, in Unione Sovietica uno come Iosif Brodskij per esempio, che nel 1987 avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, entrava e usciva dai manicomi, e senza nemmeno il pretesto della pericolosità sociale del Ligabue che sfreccia con la «tigre» rossa da Gualtieri a Guastalla.
Ligabue non è un pittore naïf. Lo aveva detto subito proprio il «padre» degli artisti naïf, Anatole Jakovsky, che lo considerava «un posseduto, un genio allo stato puro» e lo ribadisce Dall’Acqua, che con due sostantivi, «angoscia e mistero», rende mirabilmente il profilo del pittore padano nato a Zurigo e poi dato in adozione a una coppia svizzera dalla mamma naturale e da un patrigno che di lui non volle saperne nulla. Per Sgarbi, Ligabue è sovversivamente e felicemente «la vita contro la forma», o anche, più didascalicamente, «la versione padana di Van Gogh». In ogni caso, un artista unico, ma proprio in senso assoluto, perché non inquadrabile in alcuna scuola o corrente, che dipinge con tutta la forza che può sprigionare dalla profondità della propria anima un disadattato sociale, una persona che la società non vuole, e che lui rappresenta con le sembianze di belve esotiche, feroci, metafora della violenza degli uomini.
Antonio Ligabue non è sempre piaciuto a tutti, «per lo più non piace ai critici e agli snob – dice Sgarbi -, ma piace ai bambini», e il grande pubblico lo ha conosciuto attraverso la faccia sconvolta di Flavio Bucci nel bellissimo sceneggiato Rai di Salvatore Nocita, del 1977, con testi di Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco. In Russia, Ligabue appare ancora più vivo e vitale, le sue opere, i suoi animali con le fauci spalancate, sembrano voler balzare dai muri e invadere la sala, e ce lo fanno immaginare mentre creava le sue fiere: quando Ligabue lavorava, tremava e si agitava, si contorceva e urlava, ruggiva, e si identificava con le belve che dipingeva e scolpiva. Belve che scovava nella propria anima e poi affidava alle rive silenziose e nebbiose del Po trasformate nella giungla immaginaria di «Toni il matto», dove lui, Ligabue, poteva essere finalmente libero, forse anche un po’ felice.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/1/2018

Droga, vendette, tradimenti. L’intreccio tra dieci famiglie nella mala pugliese

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L’anziana uccisa in una sparatoria a Bitonto: guerra tra clan e terrorismo mafioso di agguati in centro e alle feste patronali


«Ma se cambiano gli assetti a Bari, Bitonto ne risentirà?». Dopo l’ennesimo omicidio e l’ennesima sparatoria tra la gente in stile Chicago anni ’30, ecco che si riparla di «assetti». Come se si parlasse di variazioni delle quotazioni in Borsa, o della mutevolezza delle alleanze politiche, oppure della modifica del sistema di gioco di una squadra di calcio.
Si parla di «assetti» criminali in Puglia, a Bari, e quindi anche a Bitonto – 15 chilometri e 55 mila abitanti nell’hinterland -, come se si parlasse di Cosa Nostra, come se si stesse girando un sequel del Padrino, e a ogni scossone, a ogni mutamento nel borsino del potere e dell’influenza delle famiglie mafiose si debbano ridisegnare gli equilibri, i rapporti di forza, gli «assetti» appunto, e questi a loro volta non possano che riverberarsi sulla costellazione dei gruppi criminali minori, ma non meno cruenti, siano essi storici oppure emergenti.
In realtà, è almeno da un quarto di secolo che la domanda sugli «assetti» è sempre la stessa, come sempre la stessa è la risposta: questi gruppi criminali, queste famiglie, che spesso sono tali in senso stretto, cioè composte da consanguinei, che sparano, ammazzano, strozzano, derubano, estorcono, spacciano droga, e che non si ritraggono se devono azzannarsi tra loro, non sono invincibili, non sono irresistibili, erano e sono schegge, «stidde», gruppuscoli sanguinari autocefali che intimidiscono con sistemi da terrorismo mafioso, ma non sono nulla di fronte al potere dello Stato, che potrebbe disintegrarli quando e come vuole.
Invece, da almeno un quarto di secolo a questa parte, i nomi di queste schegge e le facce di queste «stidde» sono sempre gli stessi e resistono sulla scena come nemmeno le grandi famiglie mafiose della tragica storia nazionale o dell’invenzione letteraria e cinematografica. Ecco perché a Bitonto e non solo, ma in tutta la provincia barese, e a Foggia, e nell’intera Puglia, si interrogano sugli «assetti» di Bari. Il ventenne sparatore rimasto ferito ieri nello scontro a fuoco che è costato la vita alla povera Anna Rosa Tarantino è, dicono, vicino al clan bitontino dei Conte, il quale è in lotta, in una stracittadina del crimine che ha le sue sponde e le sue alleanze negli «assetti» baresi, con i clan bitontini dei Cassano e Cipriano, da qualche tempo alleati tra loro. Lo stesso canovaccio degli ultimi due tentati omicidi, del 17 agosto e 18 ottobre scorsi: sparatoria tra la folla, la prima volta in centro e la seconda al luna park durante la festa patronale, i bersagli dell’agguato che riescono a salvarsi, un passante che viene ferito e il panico generale. Risultato collaterale: fibrillazioni negli «assetti» tra le dieci-dodici eterne famiglie baresi che, secondo le immancabili mappe dei clan diffuse dal ministero dell’Interno, di volta in volta si alleano, si combattono, e addirittura si confederano o dissentono, come se fossero a un congresso di partito.
«In questi giorni tradizionalmente riservati alla spensieratezza e alla pace la città piomba in un clima di surreale violenza», ha detto il sindaco di Bitonto. Purtroppo però, Bitonto – come San Severo, Cerignola, Andria, Barletta, Bisceglie, Altamura, Gravina di Puglia, tutti comuni tra i centomila e i cinquantamila abitanti, per non dire di Foggia che ne ha 160 mila – non è all’improvviso «piombata» nella violenza, ma vi è dentro da tempo, ed è una violenza non «surreale», ma molto reale, dura, pesante, in cui le quotidiane prepotenze impunite di una malavita che spesso non si riesce a contrastare (eppure l’Italia, dice Eurostat, è in cima alla classifica Ue per numero di agenti di polizia, 278 mila contro i 243 mila della Germania e i 203 mila della Francia, senza contare le 100 mila unità tra agenti di polizia urbana, polizia penitenziaria e vigili del fuoco) fanno salire anche la temperatura del «corpo sociale», cosicché persino un banale diverbio per questioni di traffico diventa più facilmente un omicidio, com’è accaduto sempre a Bitonto il 16 agosto scorso, quando un ferroviere in pensione ha accoltellato e ucciso un ragazzo di 25 anni, davanti alla figlia e al nipotino.
E se non sono omicidi, sono rapine. Ancora a Bitonto, tre giorni fa, un benzinaio ha subito la sesta rapina in tre mesi e durante l’ultima è stato derubato anche un automobilista che stava facendo carburante. In compenso però la polizia l’altroieri ha sequestrato ben un chilogrammo di «materiale esplodente», i botti, e Bitonto ha pur sempre un assessorato «al marketing territoriale». Proclamato il lutto cittadino e annullati tutti gli eventi pubblici fino al 7 gennaio, ascoltate le infervorate parole dei rappresentanti istituzionali, resta la domanda: ma se cambiano gli assetti a Bari, Bitonto ne risentirà?


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/12/2017

Giotto, De Chirico, grandi «minori» che sembravano nascosti ma non lo sono

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La mostra «I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico», curata da Vittorio Sgarbi, è allestita fino al 20 maggio 2018 al Castello Ursino. Oltre 120 le opere esposte



Catania


Le elezioni siciliane non si erano ancora tenute quando nell’imponente Castello Ursino di Catania, fatto costruire da Federico II di Svevia, è stata inaugurata la mostra I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico. La premessa non artistica è necessaria perché a patrocinare la mostra è stato il Comune di Catania, amministrato dal centrosinistra, mentre a curarla è Vittorio Sgarbi, dopo le elezioni annunciato quale nuovo assessore alla Cultura dal neogovernatore regionale Sebastiano Musumeci, centrodestra.
La mostra quindi come un’anticipazione di ciò che Sgarbi ha in mente di fare in Sicilia, dopo l’esaltante esperienza come sindaco di Salemi — la prima capitale d’Italia, anche se per un giorno solo — interrotta sei anni fa da un ingiusto scioglimento del consiglio comunale per «infiltrazioni mafiose», poi rivelatesi infondate. Il neoassessore però è stato ripagato dal successo della mostra, allestita sui tre piani del castello — che è anche la sede del Museo Civico di Catania — grazie a un’idea-forza semplice ed efficace. Far vedere ciò che è nascosto o, meglio, ciò che i più non conoscono, nonostante sia di grande valore. Portarlo alla luce e attestarne l’esistenza non solo con un certificato di nascita ma presentarlo secondo un filo logico e cronologico che in centoventi opere, tra Giotto e De Chirico, sette secoli, racconti un’unica storia. Senza la camicia di forza del «tema» o della scuola d’appartenenza e senza «sfruttare» il nome noto, sia Giotto o De Chirico, Caravaggio o Ligabue, El Greco o De Pisis, De Ribera o Pirandello — pure tutti presenti — ma rivelando il nome poco noto, il dipinto ignoto, e dando all’uno e all’altro il palcoscenico che meritano, anche perché in grado, grazie al loro indiscusso valore, di non temere il confronto con i più famosi.
Stefano da Putignano e il suo Angelo con cartiglio, scultura in pietra del 1520 realizzata per la cattedrale di Polignano a Mare, per esempio, sono una testimonianza eccellente del Rinascimento nell’Italia meridionale. Di questo artista non si sa praticamente nulla, se non che ha prodotto tanto tra la Puglia e la Basilicata dopo aver respirato l’aria di Venezia e soprattutto di Padova, che nel XV secolo è stata una delle capitali dell’arte europea.
La stessa cosa si può dire di Jacopo da Valenza e del suo Cristo benedicente, un olio su tavola del 1486, in cui Gesù ha gli occhi azzurri spalancati che guardano fisso chi guarda il quadro e la mano pallida di chi non è in questo mondo. Jacopo fa parte di quei pittori che scelsero come loro maestro Antonello da Messina, quando questi lavorò a Venezia, a dimostrazione di quanto il Rinascimento sia stato anche scambio intenso e continuo tra il nord e il sud della Penisola.
Se poi facciamo un salto nel Seicento, troviamo Matteo Ponzone e il suo strepitoso Tarquinio e Lucrezia, in cui il re di Roma cerca di mettere letteralmente una mano sotto la veste della virtuosa Lucrezia, che lo respinge, segno che le molestie maschili non sono una novità, come pure il libero arbitrio di colei che le subisce, che poteva e può sottrarsi alla meschina insidia. E che dire della potente scena di Elia nutrito dall’angelo nel deserto di Johann Carl Loth, seconda metà del Seicento, con quell’angelo dalle grandi ali che soccorre il profeta sfinito dopo una marcia nel deserto di quaranta giorni e quaranta notti per incontrare Jahvè? Sbalorditiva poi la «fotografia», e siamo a metà dell’Ottocento, di Salvatore Fergola, che con Aurora boreale comparsa in Napoli la sera del 17 novembre 1848, finisce su tutti i giornali dell’epoca. E ascetica, profondamente spirituale, la tensione fisica dell’Arabo in preghiera di Domenico Morelli, del 1880-90, uno che in Oriente non ci era mai stato, ma che riuscì a immaginare la Salah, la Preghiera, così bene grazie alle sue letture e allo studio della Bibbia e del Corano. Il resto, ed è ancora tanto, non è più «nascosto», ma è tutto da scoprire.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29 novembre 2017

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