Toto Cutugno: «Quando ho visto morire la mia sorellina di 7 anni. L’Italiano scritta al ristorante»

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ITALIANI / INTERVISTA A TOTO CUTUGNO


Il cantautore: mi danno del ruffiano, ma io sono autentico



Cotugno o Cutugno?
«Ogni volta devo precisare. Cotugno è cognome napoletano. Cutugno invece è siciliano. E mio padre Domenico era di Barcellona Pozzo di Gotto. Quindi io mi chiamo Cutugno, Salvatore Cutugno».
Nato però a Fosdinovo, in provincia di Massa Carrara, 75 anni fa.
«Sì, perché papà era un sottufficiale della Marina e lavorava a La Spezia. Aveva la passione per la tromba e faceva parte della banda musicale comunale. E’ stato lui ad avvicinarmi alla musica: il tamburino, la batteria, il pianoforte, la fisarmonica. Mia madre Olga, invece, era toscana. Donna piena di attenzioni, ma severa».
Una famiglia felicemente normale?
«Diciamo di sì. Se non fosse per le disgrazie che ci hanno segnati. Ho visto morire mia sorella Anna, la più grande, sotto i miei occhi, soffocata. Stava mangiando gli gnocchi e uno le andò di traverso. Aveva 7 anni, io 5. Pochi mesi dopo nacque mio fratello Roberto, a cui voglio un bene dell’anima, che si ammalò di meningite e da allora, come previde il medico, ha avuto una vita agitata. E poi l’altra mia sorella, Rosanna, che è stata la prima bambina a essere operata al cuore in Italia, a Torino. Papà si indebitò per quell’intervento. Che finì di pagare a rate nel 1978, due anni prima di morire».
Fermiamoci un attimo. L’Italiano di Toto Cutugno, fra le prime tre canzoni italiane conosciute nel mondo insieme con Volare e ‘O sole mio, è già tutta qui. Gente normale, per bene, che lavora, si sacrifica per i figli, spera sempre in un futuro migliore, non odia, ma al contrario ama: «gli spaghetti al dente e un partigiano come Presidente», «l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra», le «Maria con gli occhi pieni di malinconia» e «la moviola la domenica in tv». Un’Italia popolare, quindi, non populista. Poiché L’Italiano è semplicità, non ovvietà. E’ connessione sentimentale con un popolo, è il nazionale popolare autentico, quello che intendeva Antonio Gramsci, non la sua vulgata, non il nazionalpopolare tuttoattaccato, per indicare qualcosa di categoria inferiore. Non c’è bisogno quindi di «sdoganare» Toto Cutugno, o di «riabilitarlo». Occorre semmai vendicarlo, della supponenza e del disprezzo che senza motivo artistico vero gli sono stati riservati, perché Cutugno è un grande artista. «Sente» la musica. La compone. Scrive i testi. Più di 300 canzoni, eseguite da tutti i più grandi cantanti degli ultimi quarant’anni, in Italia e all’estero. Da Adriano Celentano a Ray Charles, per citare solo due nomi.
Eppure più lei aveva successo e più la criticavano. Perché?
«Mi avessero solo criticato… Mi hanno definito un ruffiano, uno che cerca di vincere facile facendo leva sulle emozioni. Mah! Io penso solo di essere autentico. Per me, una canzone può essere più semplice o più difficile, più bella o meno bella, mai però qualcosa che io non senta e non viva dentro di me».
Un’accusa del genere per esempio le è stata rivolta per la canzone Figli, seconda a Sanremo del 1987.
«Questa canzone dice: “Figli del Duemila/bianchi e neri tutti in fila/per un secolo migliore”. Trent’anni fa. Ruffiana o anticipatrice?».
E’ stato anche l’unico italiano a vincere un Eurofestival, a Zagabria nel 1990, un anno dopo la caduta del Muro di Berlino.
«Sì, con un brano “europeista”, Insieme 1992. Perché credevo, e lo credo ancora, che l’Europa non vada sfasciata, ma fortificata. Ruffiana anche quella canzone?».
Com’è nata L’Italiano?
«Eravamo in Canada, a Toronto. Quella sera, io mi ero esibito in teatro davanti a 3.500 persone e ricordo che a un certo punto realizzai che quei 7.000 occhi che mi guardavano erano tutti occhi di italiani. Pensai: scriverò una canzone per questa gente».
L’ha composta lì, in teatro?
«No. E’ stato nel ristorante italiano “Mamma Rosa”, in cui andavamo sempre a mangiare perché la proprietaria aveva due figlie bellissime. Avevamo con noi le chitarre e abbiamo cominciato a cantare. A un certo punto mi son fatto dare un pezzo di carta e ho messo giù un La minore-Re minore e poi il resto. Quindi ho chiamato Popi Minellono e gli ho detto: scrivimi il testo di questa canzone, vorrei intitolarla Con quegli occhi di italiano».
E Minellono non ha pensato che quella sera lei si fosse solo entusiasmato per le figlie di Mamma Rosa?
«Non credo, perché la prima cosa che mi disse fu che il titolo doveva essere L’Italiano. La seconda venne a dirmela dopo tre giorni: “Toto, ho fatto una bomba”».
Però avete pensato di farla cantare a Celentano. Perché?
«Perché era perfetta per lui. Perché per Celentano avevo già scritto Soli e Il tempo se ne va, due grandi successi».
Invece Celentano fece il gran rifiuto.
«Ci gelò: non ho bisogno di dire che sono un italiano vero, disse, perché io lo sono già».
E poi lei nel 1983 portò L’Italiano a Sanremo?
«No. Prima si pensò di farla eseguire a Gigi Sabani che doveva cantarla imitando Celentano. Solo quando la ascoltò Gianni Ravera e la definì un capolavoro mi decisi a cantarla io a Sanremo. Dove, com’è noto, la canzone arrivò al quarto posto nel voto della giuria e al primo nel voto popolare».
Ha sempre detto di sé di essere timido e di aver persino paura quando sale sul palco. Come mai?
«Timido lo sono sempre stato. A 18 anni, per la prima volta una ragazza mi disse che ero un bel ragazzo, e io arrossii e credo di essere rimasto così, imbambolato, per qualche giorno».
Nemmeno quando vinse Sanremo nel 1980 con Solo noi superò la timidezza?
«Macché. Non manifestai il benché minimo entusiasmo. Me ne andai da solo in macchina a fare un giro verso Bordighera. Mi fermai su una spiaggia, di notte, e mi misi a urlare».
E dopo il successo de L’Italiano, quando le arrivò la consacrazione di Domenico Modugno?
«Modugno era entusiasta. Mi disse: hai fatto una canzone stupenda, continua così, sarai il mio successore. Ero felice, naturalmente, ma nemmeno allora mi riuscì di esternare questa felicità».
Tra i cantanti con i quali ha duettato, chi l’ha emozionata di più?
«Ray Charles. Non solo perché cantò la mia canzone Gli amori a Sanremo, nel 1990. Non solo perché cantare insieme con lui in Versilia è stata una grandissima emozione. Ma anche perché quando ci siamo conosciuti ha voluto sapere tutto di me».
Anche di suo figlio Nico, di sua moglie Carla e della mamma di Nico, Cristina?
«Sì. E io gli ho raccontato che ero e sono sposato con Carla e che volevo un figlio. E che questo figlio, Nico, l’avevo avuto da Cristina. Carla poteva cacciarmi di casa e invece non lo ha fatto. Al contrario, la prima cosa che mi disse fu di riconoscere mio figlio e dargli il mio cognome. Nico Cutugno oggi ha 28 anni, è laureato in Economia ed è uno di quei tanti bravi ragazzi italiani sui quali il nostro Paese dovrebbe puntare».
Dieci anni fa, la scoperta di un cancro che le è costato un rene. Oggi?
«Non gliel’ho data vinta. Ho combattuto e sto meglio. Il 17 dicembre riprendo con un concerto all’Olympia di Parigi. In Francia mi amano».
E la Cutugno-mania esplosa in Russia, come se la spiega?
«Sorprendente, emozionante. Ma è così anche in Ucraina, Albania, Polonia, Georgia, Azerbaigian, Kazakhstan, Egitto, Israele… Credo che la canzone, la melodia, la lingua italiana abbiano un fascino insuperabile».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9/12/2018
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Fu così che Laccabue un giorno diventò Ligabue

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Augusto Agosta Tota aveva 13 anni quando avvicinò per la prima volta il pittore. “Mi disse: lo so che nessuno mi crede, ma andrò nei più grandi musei del mondo”.



Gualtieri, Guastalla (Reggio Emilia) e Lumezzane (Brescia)


Quando arriva a Reggio Emilia nel 1919, espulso per cattiva condotta dalla Svizzera, dov’è nato, ha vent’anni ed è accompagnato da due carabinieri, come Pinocchio. E come Pinocchio è innocente, non ha fatto niente, ma è giudicato pericoloso per la quiete pubblica e la pubblica incolumità. Insomma, è già marchiato come il matto, Al Matt, che sarà il suo secondo nome, anzi il primo, quando si stabilirà in Padanìa. A denunciarlo era stata la coppia che lo aveva adottato, due svizzeri che forse speravano nelle braccia di un maschio giovane, figlio di padre ignoto e la cui unica certezza era di essere stato partorito a Zurigo da Elisabetta Costa, emigrante bellunese.
Quando arriva qui, si chiama ancora Antonio Laccabue come il suo primo papà adottivo Bonfiglio Laccabue – anche lui emigrato in Svizzera, ma da Gualtieri -, dopo essersi chiamato Antonio Costa come la madre. Laccabue atterra sulle rive del Po come un alieno. E’ un alieno. Spaventato. Spaesato. Con una valigia di cartone piena di illustrazioni di animali ritagliate da qualche rivista e di disegni suoi. Abbassa lo sguardo quando gli altri lo osservano con curiosità come una bestia dello zoo, oppure è lui a trapassarli con i suoi occhi spiritati e fuori dalle orbite. Non capisce una parola di italiano, parla molto poco e soltanto il tedesco. Comprende subito che il suo nuovo mondo, nel cuore della pianura padana, più che le strade, le case, le osterie e le cascine di Gualtieri e di Guastalla saranno le golene e i boschi lungo il Po. Il fiume diventa suo padre e sua madre, la sua donna e il suo amico fidato, la sua oasi e la sua giungla, in cui immagina di ritrovarsi di fronte le belve feroci che poi dipinge, ma che in realtà ha visto soltanto al circo e che per lui sono gli uomini, l’umanità che lo deride, lo provoca, lo maltratta, lo rifiuta.
Vive così per dieci, quindici, venti, trent’anni, tra un manicomio e l’altro, tra decine di tentativi di fuga seguiti puntualmente da altrettante «catture», aiutato da qualche anima buona e da due scultori – Marino Mazzacurati e Andrea Mozzali – che ne colgono il talento e lo invogliano a dipingere e a scolpire. Ma è sempre una vita grama, allucinata, alienata. Una vita raccontata magistralmente in Ligabue (regista Salvatore Nocita, sceneggiatori Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco, prodotto dalla Rai nel 1977), in cui esplode tutta la bravura di Flavio Bucci, più Ligabue di Antonio Ligabue.
Una vita che adesso sarà di nuovo raccontata in un altro film su Ligabue che si sta finendo di girare proprio in queste settimane a Gualtieri e dintorni: Volevo nascondermi, di Giorgio Diritti, con Elio Germano chiamato a interpretare il pittore. Aggiungere qualcosa al Ligabue-Bucci però sarà molto difficile, una missione all’apparenza impossibile, ma, a parte questo, la domanda rimasta senza risposta per decenni è un’altra: quand’è che Antonio Ligabue diventa Ligabue? E cioè, chi ha «scoperto» Ligabue e lo ha fatto conoscere a quel mondo della cultura – Zavattini, Argan, De Micheli, Dell’Acqua, De Grada, Solmi, Margonari e tanti altri – che subito dopo lo ha consacrato artista?
«Quell’uomo, anzi quel ragazzo, ero io – dice Augusto Agosta Tota a la Lettura -. Ho incontrato per la prima volta Ligabue nel 1951, avevo 13 anni, e da allora non l’ho più perso di vista, nemmeno dopo la sua morte, avvenuta nel 1965». Agosta Tota oggi ha 80 anni ed è il presidente della Fondazione Archivio Ligabue, con sede a Parma. Dopo 65 anni dal giorno in cui incontrò Ligabue, Agosta Tota ha realizzato il sogno della sua vita, creare una fondazione dedicata a Toni al Matt. Fondazione che oggi è il punto di riferimento in Italia e nel mondo per chiunque voglia conoscere Ligabue ed esporre le sue opere e che è stata «generata» dal Centro studi Ligabue sorto nel 1983 e dalla rivista I naïf italiani, nel 1974.
Ligabue, che nel 1948 era stato finalmente liberato dal manicomio, da qualche anno aveva trovato un luogo in cui dipingere e una motocicletta per girare il mondo, il suo mondo ovviamente, quello intorno al Po della Bassa reggiana. Le moto erano la sua passione, arriverà ad averne 11 uguali, tutte moto Guzzi rosse. Stivali, giubbotto e casco, Ligabue arriva sparato e puntuale al suo «atelier», uno sgabuzzino nella stazione di servizio Agip di via Cisa a Guastalla, che Nullo Gandolfi, il gestore, gli ha messo a disposizione, e si rinchiude lì dentro a dipingere. E quando dipinge lo fa con tutto il corpo, come Keith Jarrett quando suona il pianoforte. Si contorce, imita i versi e le movenze delle belve e degli animali domestici che ritrae su tavola e su tela, arriva a farsi male alle mani e al volto perché, per esempio, come un’aquila graffia e plana, ma sul muro dello stanzino in cui si è trincerato. Il figlio di Nullo, Gianfranco, e il suo amico Augusto Agosta Tota lo spiano dalla porta socchiusa e ogni volta assistono a uno spettacolo incredibile. Ligabue se ne accorge, li caccia via e serra l’uscio, ma quei due tornano sempre lì e in breve tempo diventano il suo pubblico adorante. Antonio allora li accetta e a volte sembra addirittura dipingere grazie a loro, diventati la presenza costante e il sostegno disinteressato degli amici che lui non ha. Un taglio netto con un passato di dolore e Laccabue cambia il cognome in Ligabue, i suoi quadri piacciono e li baratta in cambio di tutto ciò che gli serve. Ma dopo qualche anno, quando Augusto, diventato più grandicello e istintivamente ipnotizzato dall’arte di quell’uomo solitario, chiede a Ligabue di vendergli un quadro, lui non si fa pregare. «Quanto ti devo?», gli chiede Augusto. «Fai te – risponde Ligabue -. Quel che prendi, metà a me e metà a te». Così è stato venduto il primo quadro di Ligabue, per 500 lire, e poi altri e altri ancora, con il giovane Augusto e il vecchio Antonio ormai soci al 50 per cento.
In realtà, il sodalizio tra i due è stato anche l’incontro tra due persone segnate dalla vita, e anche per questa ragione non si è mai spento. Augusto aveva 7 anni quando, nel 1945, a guerra finita, il padre Alfonso e il fratello maggiore Aristodemo, di 45 e 15 anni, saltarono in aria su una di quelle «bombe giocattolo», sganciate indifferentemente da tedeschi e americani, sotto gli occhi della madre Nerina. E se Ligabue era passato da un manicomio all’altro, Agosta Tota entrava ed evadeva dai collegi in cui era costretto dalle ristrettezze di una famiglia di sei figli che una vedova non riusciva a mantenere. I due si capirono subito e al suo giovane «procuratore», che ormai gli vendeva i quadri come un navigato mercante, Ligabue un giorno disse: «So che nessuno mi crede, e forse nemmeno tu, ma io andrò nei più grandi musei del mondo».
Oggi possiamo dire che Al Matt aveva visto lontano e ha avuto ragione, la Fondazione Archivio Ligabue quest’anno lo ha portato a Mosca e si appresta a esporre le sue opere in Qatar, a New York, a Montreal e a Parigi, perché Ligabue è conosciuto e richiesto in tutto il mondo. I suoi quadri (più di mille), le sue sculture (70), i suoi disegni (200) e le sue puntesecche (un centinaio) piacciono («la sua è una pittura che entra nel sangue», dice Agosta Tota) e i visitatori delle sue mostre è raro che non tornino a rivederle anche due o tre volte. Ma in quegli anni Cinquanta in cui Ligabue si legava in spalla il suo ultimo quadro e montava sulla Guzzi rossa per trasportarlo dalla sua casetta di Gualtieri (oggi Casa museo Ligabue) allo sgabuzzino del distributore Agip di Guastalla (dove adesso c’è la palazzina di una banca), o alla trattoria Croce Bianca (un bel palazzo del Cinquecento ristrutturato e ora abitazione di pregio), sempre a Guastalla, in cui andava a mangiare ma soprattutto a corteggiare l’ostessa Cesarina, chiedendole di sposarlo e promettendole di portarla a vivere nel castello di Albinea, sulle colline di Reggio Emilia, in quegli anni lì, se Ligabue non avesse potuto scorazzare lungo il Po con la sua moto, il Caso non lo avrebbe notato e non avrebbe potuto aiutarlo.
Invece, ecco che un giorno del 1956 l’industriale bresciano Vito Gnutti (ministro dell’Industria dal 1994 al 1995) mentre è alla guida della sua auto si incuriosisce a quel motociclista con un quadro in spalla e prende a seguirlo. Lo tallona per 35 chilometri e quando il pedinamento finisce si fa mostrare il dipinto e chiede a Ligabue di venderglielo. Lui si rifiuta. Ma Gnutti dopo 15 giorni torna alla carica e questa volta con una proposta che Ligabue non può rifiutare: trasferimento nella propria villa a Lumezzane, con vitto e alloggio gratuiti, servitù a disposizione e una moto in regalo; i quadri che Ligabue dipingerà saranno acquistati da Gnutti al prezzo deciso dall’artista. Ligabue resta a Lumezzane per nove mesi, vende a Gnutti una ventina di quadri e poi decide di tornare a correre sulle rive del Po. Continuerà a lavorare fino al 1962, quando una paresi gli impedirà di fare la cosa più bella della sua vita. Gli ultimi tre anni, fino all’ultimo giorno, il 27 maggio 1965, li trascorrerà nel ricovero «Carri» di Gualtieri, che ancora oggi è una residenza per anziani. Lascerà 250 mila lire su un libretto di risparmio della Cassa rurale di Gualtieri, tre motociclette Guzzi rosse e due sculture di se stesso in bronzo. L’una è sulla sua lapide al cimitero ed è il suo volto un attimo dopo la morte, che Andrea Mozzali fissò in una maschera di cera. L’altra è l’unico autoritratto in scultura di Ligabue che il pittore Sergio Terzi, noto come Nerone, ha fatto ingigantire con il pantografo dalla fonderia Venturi Arte di Bologna e ha donato al comune di Gualtieri. E tuttavia, benché nessuno saprebbe di Gualtieri se non per Ligabue, la scultura è stata piazzata come un avanzo di magazzino su una impalcatura di tubi Innocenti, seminascosta dopo una curva. Nemmeno fosse quella di un Matt qualunque.


Carlo Vulpio, la Lettura, 11/11/2018

Il Mediterraneo aperto da sempre

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Sono stati gli scambi, le migrazioni, non la chiusura, a produrre le scoperte. “Storia del Mediterraneo in 20 oggetti”, di Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli



Bisogna amarlo davvero molto, il mare Mediterraneo, per poterlo raccontare attraverso alcuni, apparentemente «piccoli» oggetti, e soprattutto per poter dire di lui che non piace così com’è diventato oggi. Non basta tuttavia solo amarlo, occorre anche conoscerlo in profondità, nel tempo e nello spazio, per poterne dire la grandezza, la essenzialità, la insostituibilità nella storia dell’umanità, persino quando con la scoperta dell’America il Mediterraneo sembrava condannato a un destino di marginalità, mentre invece poi è accaduto tutto il contrario, specialmente con il raddoppio del Canale di Suez e con la scoperta di enormi giacimenti di gas metano nelle acque di Cipro, Israele ed Egitto. Ricchezza che potrà affrancare Israele dall’embargo petrolifero dei Paesi produttori di greggio e potrà dare una svolta all’economia dell’Egitto e, chissà, anche diventare un’ottima carta per la pacificazione del Medio Oriente.
Ma nonostante il Mediterraneo non abbia mai deluso le aspettative, in bene, e abbia quasi sempre dimostrato che, in male, al peggio non c’è mai limite, resta pur sempre difficile scegliere attraverso quali «oggetti» raccontare un mare così ricco di cultura e di storia, così simile lungo le sue coste eppure così differente nei suoi popoli e nelle loro usanze, lingue e soprattutto religioni, che sono tre religioni monoteiste, esclusiviste, gelose l’una dell’altra, rivali da sempre e, due di esse, cristianesimo e islam, spesso e volentieri dimostratesi pronte a spargere sangue nel nome di Dio.
La Storia del Mediterraneo in 20 oggetti, di Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli (Laterza), è prima di tutto una attestazione di un grande amore per il proprio oggetto di studio — i due autori sono storici affermati —, accompagnata dal desiderio di raccontarlo come veri e propri cantastorie, dal momento che Feniello e Vanoli si sono anche scoperti capaci di tenere bene il palco del teatro per le loro lezioni «camuffate» da spettacoli.
Storia del Mediterraneo in 20 oggetti è perciò anche il copione di uno spettacolo teatrale ed è un breviario — sull’esempio illustre di Predrag Matvejevic, al quale gli autori dichiarano di essersi ispirati, così come ai documentari di Folco Quilici —, ma è anche qualcosa di più, è cioè una vera «storia», filologicamente rigorosa, che accanto al dettaglio rivelatore propone una visione d’insieme e una chiave di lettura.
Se, per esempio, si narra la storia del calcolo e dei numeri, dal primo computo digitale — cioè quello svolto con l’uso delle dita delle mani — e dall’abaco, fino ai numeri cosiddetti arabi che però erano indiani ma originano dalla Cambogia, e fino alla scoperta dello zero — una novità assoluta, considerato manifestazione dell’ingegno del Maligno tanto da vietarne l’uso — e si arriva al genio del matematico persiano al-Khuwarizmi (da lui, il termine algoritmo) e dell’italiano Leonardo Fibonacci, non è soltanto per dimostrare che nel Mediterraneo dei traffici e dei commerci, «tanto bisognoso di matematica, stava succedendo qualcosa di rivoluzionario che avrebbe reso l’abaco obsoleto». O solo per illuminarci sui progenitori delle macchine calcolatrici, fino agli apparecchi elettronici della Olivetti, ai computer e alle applicazioni dei telefonini. Ma anche per sottolineare che nel Mediterraneo le migrazioni, e non solo quelle causate dalle guerre, sono la regola da almeno tremila anni a questa parte. E anche Leonardo Fibonacci rientra in questa casistica, che è appunto la regola: «Da ragazzino seguì il padre in Nord Africa presso la dogana di Bugia (Béjaïa), per conto dei mercanti pisani — scrivono Feniello e Vanoli —, è uno dei tanti migranti del mare che tentano la sorte sul Mediterraneo, nella speranza che possano prosperare in un mondo più ricco, più avanzato, più evoluto. Solo che allora la direzione era contraria, rispetto a oggi: da nord la gente andava a sud, a partire dai primi italiani, gli amalfitani».
Per l’anfora, come per l’abaco e gli altri 18 oggetti di questa Storia, il discorso non è molto diverso. Sono stati gli scambi, i commerci, l’apertura, non le guerre, l’odio e la chiusura entro le proprie mura, a far sì che l’anfora — in cui si trasportavano derrate, olio, vino — dominasse i mercati per circa duemila anni. Per poi essere soppiantata dalle più leggere botti di legno, che la rendono antieconomica.
Passeranno secoli e il volto dei porti e delle coste del Mediterraneo sarà di nuovo cambiato dalla intuizione semplice e geniale di Malcom McLean («Un uomo che ha cambiato il mondo almeno quanto Steve Jobs e Bill Gates»). McLean nel 1937, nel porto di New Jersey, osserva la spropositata fatica dei facchini nel carico e scarico delle merci e vent’anni dopo la traduce in una scatola, il container, che il 26 aprile 1956 fa il suo esordio nel porto di Newark, di fronte a Manhattan, dove a riempire e a svuotare le navi penseranno le gru. E così anche nel Mediterraneo tutto cambia.
Oggetti, dunque: per le navigazioni e i commerci, come la bussola, la moneta, la lucerna; ma anche per lo spirito e per il corpo, come la chitarra, la coppa, il portaprofumi. E ovviamente la valigia. Quella in cui gli emigranti italiani per l’America, ammassati nei nostri porti, custodivano tutta la loro vita, e quella dei migranti di oggi, con dentro più meno le stesse cose, medicine, cibo, pannolini, acqua, documenti. Più uno scandaloso cellulare e persino un caricabatterie.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/11/2018

Matteo Salvatore cantastorie frainteso

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Un libro di Beppe Lopez sulla vita di uno dei più grandi musicisti folk italiani



Una vita violenta, ma anche una vita violentata, quella di Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie, di Beppe Lopez (Aliberti, 266 pagine, 18 euro), una biografia che è una minuziosa indagine retrospettiva, come se si trattasse di un cold case, su tutto ciò che si credeva di sapere e invece non si conosce di un monumento della musica folk italiana, quel Matteo Salvatore da Apricena, Foggia, lanciato da Claudio Villa, paragonato a Woody Guthrie da Pier Paolo Pasolini, considerato un inventore di parole da Italo Calvino, ammirato come fossero suoi fan da Giovanna Marini e dal colto Otello Profazio – due stelle del folk italiano -, sostenuto e non solo artisticamente da Renzo Arbore e Mariangela Melato, tenuto vivo ancora oggi, a 13 anni dalla sua morte, da Eugenio Bennato, che di fatto ne è l’erede, e da Teresa De Sio, Daniele Sepe, Vinicio Capossela e praticamente tutti i gruppi di musica popolare di Puglia, Basilicata, Calabria, Campania. Cioè, quel profondo Sud che nelle arti e nello sport ha sfornato tanti negri dalla pelle bianca, nessuno dei quali, o quasi, ha avuto una vita facile o anche solo «normale».
Poverissimo, letteralmente morto di fame come «i cafoni all’inferno» ai quali appartiene – raccontati in un insuperabile reportage sociale dal grande meridionalista Tommaso Fiore tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta -, analfabeta, smanioso di scappare via dal suo inferno, Matteo Salvatore ha la voce, la fantasia, la poesia, e ha la chitarra. Compone e canta direttamente. Non scrive le parole, ovviamente, e nemmeno la musica. Trova nella tradizione popolare, raccoglie sonetti e nenie tramandati oralmente, aggiunge, trasforma, inventa e persino «spaccia» per antico ciò che invece ha composto due sere prima. Ma tutto ciò che tira fuori è bellissimo, affascinante, forte, canzonatorio, triste ma anche allegro, appassionato e a volte rabbioso, nonostante il dialetto in cui canta, che non è il napoletano o il romanesco, e nemmeno il calabrese, ma l’ostico dialetto foggiano, in cui le vocali quasi non esistono.
Salvatore ha successo, può assicurare una vita degna a moglie e figli, diventa milionario. Ma diventa anche un assassino, sebbene preterintenzionalmente, quando in un albergo di San Marino, al culmine di un litigio con Adriana Doriani, sua «spalla» per 15 anni, ma soprattutto l’amore della sua vita, la uccide. Sconterà sette anni, dopo una revisione del processo e tornerà sulle scene. Ma nulla sarà come prima. Prima, bastava una sua strofa a innescare recensioni positivissime, soprattutto da sinistra. Apprezzamenti meritati, certo, ma spesso più esilaranti della caricatura che Luciano Bianciardi faceva degli intellettuali che dovevano «educare» il popolo, perché erano «analisi» che volevano far dire a Matteo Salvatore cose che lui non diceva: le sue ballate non erano soltanto di rivendicazione e di rivolta, ma anche di rassegnazione, di amore negato, di esplicita allusione sessuale, di puro e semplice sfottimento. Dopo la «disgrazia», sarà una lenta discesa, umana più che artistica, verso una vecchiaia e una morte in solitudine.
Lopez racconta l’uomo e l’artista senza trascurare nulla. Documenti, testimonianze dirette, ricostruzioni di alcuni fatti affidate al confronto di versioni diverse, indagine psicologica sulle ossessioni, reali, di Matteo: la fame, le donne, il denaro, il sospetto nei confronti del prossimo che è sempre un probabile nemico, la vulnerabilità. Una biografia che sembra quella di un re, il re dei cantastorie.


Carlo Vulpio, 29/9/2018, Corriere della Sera

Campobasso, 20 scuole chiuse. Il sindaco: prima la sicurezza.

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Il Comune ha speso 11 milioni, ma ne servirebbero altri 10. Il primo cittadino: “Decisione impopolare ma necessaria”



Campobasso


E’ triste una città con le scuole chiuse. Non una o due, o cinque. Ma venti edifici scolastici, tra scuole per l’infanzia, primarie e medie. Venti scuole chiuse perché a rischio, non in regola con la normativa antisismica o antincendio o con le altre regole a garanzia della staticità degli edifici e quindi della sicurezza di scolari, studenti, insegnanti.
Campobasso, capoluogo del Molise, ha 50 mila abitanti e quasi 10 mila studenti, 5 mila sono universitari e 4.598 frequentano asili, elementari e medie inferiori e superiori. Ma soprattutto, Campobasso vive nel ricordo e nel timore dei terremoti. Dal più devastante, nel 1805, fino all’ultimo, il 31 ottobre 2002, che terrorizzò la città e la sua provincia e che nel comune di San Giuliano di Puglia mise a nudo le pesanti irregolarità della scuola elementare del paese, che non sarebbe crollata – seppellendo 27 bambini e una maestra – se non fosse stata ampliata con una sopraelevazione scriteriata.
Sono passati 16 anni da quella tragedia e a Campobasso non ne hanno perso la memoria. Gli ultimi due sindaci, di centrodestra e l’attuale di centrosinistra, non hanno potuto far altro che limitare il rischio con ordinanze di chiusura provvisoria degli edifici dei quali si andavano “scoprendo” le falle. Fino a quando, in particolare negli ultimi due anni, non si è più potuto definire “provvisorio” ciò che era un male cronico, endemico.
A quel punto, il sindaco Antonio Battista, un ferroviere macchinista cresciuto alla vecchia ma efficace scuola politica del sindacato e dei vituperati partiti (nel suo caso, il Partito popolare), ha affrontato la situazione in maniera radicale. Certo, i comitati di genitori e alcune associazioni, in particolare Cittadinanza Attiva, si son fatti sentire e hanno anche coinvolto la procura della Repubblica – che ha incaricato i vigili del fuoco delle necessarie verifiche -, ma sono stati il sindaco, la giunta, il Consiglio comunale, cioè la politica, ad assumersi la responsabilità di decidere: non soltanto chiudendo le scuole a rischio, ma anche mettendo mano alla risoluzione complessiva del problema.
“Chiudere una scuola è una cosa molto spiacevole, impopolare, perché a causa dei disagi che crea non incontra l’approvazione di tanta parte della popolazione – dice Battista -, ma non si può vivere nell’angoscia che un evento qualsiasi o anche una scossa di terremoto modesta provochi una tragedia”. Le scuole, aggiunge il consigliere provinciale Beppe D’Elia, “sono i luoghi che tutti consideriamo i più sicuri, perché gli affidiamo i nostri figli e non devono trasformarsi in “bombe a tempo” che prima o poi causano qualche vittima, come se fosse il prezzo da pagare alle criticità accumulate negli anni”.
Così Campobasso, per necessità e per virtù, ha fatto la radiografia completa del patrimonio edilizio scolastico. Si è affidata ai controlli dei tecnici comunali e dei vigili del fuoco e ha incaricato l’Università del Molise di “certificare” lo stato di salute di ciascun edificio.
Su 35 costruzioni, quindi, 20 sono state chiuse e per altre 7 si attende il responso di agibilità. I restanti edifici, tra i quali tre nuovissimi, non potevano però accogliere tutti gli studenti “sfollati”. E allora, dopo una breve fase di doppi turni, il sindaco ha chiesto la collaborazione dell’università, nelle cui aule sono stati sistemati 400 studenti. Altre centinaia sono invece stati distribuiti tra la Casa dello studente (uno stabile dell’ex Istituto case popolari ristrutturato), in un edificio privato affittato per 215 mila euro l’anno e persino in una palazzina della zona industriale e artigianale.
“Le vie del centro senza la vitalità delle scuole sembrano un mortorio, è vero – dice il sindaco – e penalizzano le attività commerciali”, ma il sacrificio richiesto alla popolazione verrà ripagato nel giro di qualche anno dalle nuove scuole che saranno costruite al posto delle vecchie, da abbattere, e dalla certezza di essere al sicuro. I soldi? La giunta ha deciso di dirottare a favore alle scuole 11 milioni di euro destinati alla mobilità e 6 milioni ricavati dalla vendita di alcuni immobili comunali, ai quali vanno aggiunti i 3,3 milioni del bando “scuole innovative” finanziati dall’Inail. In tutto, 20 milioni. Ma ne occorrerebbero altri 10. “I governi da tempo dovevano destinare risorse ai Comuni per le scuole – dicono Battista e D’Elia -. Ecco, lo facciano subito. Dopo la sciagurata cancellazione dei fondi per la riqualificazione delle periferie sarebbe il minimo”.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/9/2018

A Sutri il museo della Tuscia

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Pellizza da Volpedo, Iudice, Mus: dieci mostre nel restaurato palazzo Doebbing



Sutri (Viterbo)


Se ogni città d’Italia avesse un mecenate e un sindaco innamorati del Bello e immuni dal male oscuro della burocrazia, l’Italia rinascerebbe. I suoi borghi, le sue opere d’arte, le sue meraviglie archeologiche, i palazzi, le chiese e le case non verrebbero soltanto conservati e preservati dalla malora, ma risorgerebbero a nuova vita, tornerebbero ad accogliere e non continuerebbero a respingere, spopolandosi, i loro stessi abitanti, scomparendo così pian piano anche dalla memoria dei nativi. Ma per far questo – farlo, non sognarlo o auspicarlo -, nell’Italia di oggi bisogna essere pazzi o irregolari.
Sutri, borgo etrusco risalente al V secolo avanti Cristo e forse anche al VII, stupendo centro della Tuscia – il nome che i Romani diedero all’Etruria -, i suoi due pazzi li ha trovati in Emmanuele Emanuele e Vittorio Sgarbi. Il primo, intellettuale, docente universitario di Scienza delle finanze, mecenate e pioniere del terzo settore non profit; il secondo, critico d’arte senza altri aggettivi e sindaco anomalo di Sutri, con una maggioranza di centrodestra che gli si oppone e una minoranza di centrosinistra che lo sostiene. Sgarbi, diventato sindaco, ha subito nominato Emanuele, che a Sutri ha il suo buen retiro, cittadino onorario poiché il Professore, come lo chiamano tutti, aveva già da solo e in silenzio, con la sua Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale, mirabilmente recuperato e restituito a Sutri la chiesa romanica di San Francesco, fondata nel 1222 dal santo di Assisi. Accanto ai due pazzi però mancava ancora il soggetto irregolare, che è arrivato sei mesi fa «per punizione» da Roma – in seguito alla sua ferma opposizione allo scellerato progetto del nuovo stadio – nella persona esile e coriacea di Margherita Eichberg, soprintendente all’archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.
Con queste tre figure Sutri è ripartita come merita e adesso sta vivendo un momento d’oro, che non si capirebbe senza ciò che abbiamo detto finora, e che le ha permesso di allestire subito, nel restaurato Palazzo Doebbing, quello che è stato già definito da autoctoni e stranieri «il più bel museo della Tuscia», oltre che un esempio per il resto d’Italia.
Se l’anfiteatro romano del I secolo avanti Cristo e la chiesa della Madonna del Parto del XIII secolo, scavata nel tufo e nota come «il Mitreo» per il rinvenimento di un rilievo del dio Mitra, sono la carta d’identità di Sutri, le dieci mostre di Palazzo Doebbing – a cura della Fondazione Arte e Cultura, del Vescovado, del Comune e della Regione e da oggi fino al 13 gennaio 2019 aperte al pubblico (nove da oggi, la decima dal 15 dicembre) – sono la prova generale del futuro di Sutri.
I dipinti e le sculture dei 34 principali artisti della Tuscia fra XIV e XVII secolo parlano della «Bellezza di Dio» con potenza e semplicità. Mentre il mondo classico e pagano rivivono nelle opere di due artisti contemporanei di nudi maschili, Wilhelm Von Gloeden e Roberto Ferri, che «dialogano» tra loro con naturalezza, nonostante l’uno parli attraverso la fotografia, nei primi trent’anni del secolo scorso, e l’altro, che di anni ne ha appena 40, attraverso la pittura, ma con tale «forza caravaggesca» da far dire a Sgarbi che «siamo di fronte a un fenomeno che dipinge come un pittore antico soggetti moderni». E ancora, ecco gli «Animali e Piante Immortali» di Luciano e Ivano Zanoni, le «Icone» di Matteo Basilè, le opere di EVA intitolate «To the wonder» e quelle di Italo Mus, «Sotto il cielo». E poi Luigi Serafini e la sua spettacolare «Altalena Etrusca», ricostruzione fantastica di un ritrovamento archeologico che meglio non potrebbe trasmettere che tipi fossero gli Etruschi, popolo religioso e ludico, e che tipo è Serafini, un artista geniale nel solco di de Chirico e Savinio, ammirato da Italo Calvino e Umberto Eco.
Emozionanti, e non perché «attuali» ma perché «universali», i dipinti di Giovanni Iudice. Con «Il Quarto Stato oggi: migranti», Iudice riempie i barconi di disperati e li fa navigare nei canali di Venezia, non per «buonismo» ma per «realismo» e per quel senso di umanità che non deve mancare mai e che invece si smarrisce facilmente per qualche voto in più e che fa dire a Emanuele: «La cultura e l’arte, così come hanno abbattuto le barriere sociali, abbatteranno quelle etniche e religiose». E questo mentre l’autore del vero Quarto Stato, i proletari in marcia verso l’uguaglianza e la libertà, Giuseppe Pellizza da Volpedo, è qui presente con un dipinto delicato, poetico, Idillio verde, o Passeggiata amorosa, in cui ci sono soltanto lui e lei, incorniciati da una natura rigogliosa che se non è quella di Sutri molto le assomiglia. Un’opera «romantica», cioè propria di un’anima generosa e ardente che, avrebbe detto Stendhal, «è capace di porre più su della felicità dei re il semplice passeggiare sola con l’amante in un bosco remoto».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 15/9/2018

Una quinta via per i giovani africani

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POPOLI / Per Stephen Smith, autore del libro La ruée vers l’Europe. La jeune Afrique en route pour le Vieux Continent, ci sono quattro modi di affrontare l’immigrazione: fare un tutt’uno di Paesi di origine e di destinazione, trasformare l’Europa in fortezza, accettare una «deriva mafiosa», creare protettorati. Ma la soluzione è (forse) un mix tra le ipotesi



Parigi


Alle Olimpiadi di Londra del 2012, l’atleta più giovane era una ragazzina del Togo di 13 anni, quello più vecchio un giapponese di 71 anni. E’ questa la fotografia più fedele della distribuzione e della composizione della popolazione sul pianeta. Il Togo è uno dei tanti Paesi dell’Africa subsahariana, dove la crescita della popolazione è esponenziale ed è la più alta del mondo (230 milioni nel 1960, più di un miliardo nel 2015) e dove si concentrano gli esseri umani più giovani del globo. Una enorme sala d’aspetto, dove tutti e ciascuno, alluvionati e ammaliati dalle immagini di benessere e prosperità del Nord del mondo diffuse dalle tv satellitari e dalla tecnologia 4G dei cellulari, aspettano il proprio turno per partire, anzi per correre verso l’Europa.
Sono moltitudini in marcia di propria iniziativa – il contrario delle deportazioni schiavistiche lungo le rotte atlantiche del XVII e XVIII secolo -, flussi umani di massa irreversibili, il problema più grande con cui deve misurarsi l’umanità, oggi e nelle prossime generazioni. Argomento troppo serio per essere affrontato a colpi di slogan propagandistici, sondaggi elettorali e proclami improntati a una sorta di «irenismo umanitario» o, all’opposto, «all’egoismo nazionalista fondato sul culto del sangue e del suolo», scrive Stephen Smith in La ruée vers l’Europe, da poco pubblicato in Francia dall’editore Grasset e da tradurre al più presto anche in italiano.
Saggista, giornalista di Liberation e di Le Monde per diversi anni dall’Africa – a Lagos, in Nigeria –, oltre che docente alla Duke University di Durham, in North Carolina, Stephen Smith avverte continuamente il lettore che il dibattito sull’immigrazione al quale assistiamo è sbagliato perché «è virulento», inquinato da parole e opere di chi parla e agisce senza prima conoscere e capire.
L’argomento, dice Smith, non può essere affrontato con chiavi «morali»: «Non si tratta di scegliere tra il Bene e il Male, ma di governare le città nell’interesse dei loro cittadini». Ecco, ma quali sono gli «interessi» dei cittadini? Il più importante di tutti, che vale sia per la Vecchia Europa, sia per la Giovane Africa, è che l’immigrazione di massa dall’una all’altra non è nell’interesse né dell’una né dell’altra: «L’Africa ha più da perdere che da guadagnare “esportando” i suoi giovani, come se questi fossero il problema e non la soluzione». E quindi che cosa fare, «aiutarli a casa loro», secondo un altro facile e vuoto slogan molto in voga?
Una possibilità di soluzione, o meglio, di governo di questa grande sfida per l’umanità (l’altro fronte simile a quello mediterraneo, ma non così critico come questo, per le ragioni che Smith esamina, è il confine tra gli Stati Uniti e il Messico) può venire, scrive Smith, prima ancora che dall’economia, dalla demografia, dalla geografia umana. Che significa non soltanto stilare statistiche su incremento e decremento delle popolazioni, ma capacità di comprendere il «profilo demografico» di una società, cioè il peso specifico che al suo interno hanno i diversi gruppi di età e le dinamiche tra questi gruppi. E in Africa, in quella subsahariana in particolare, è in atto, anzi è già avvenuto, uno stravolgimento delle antiche relazioni tra «giovani» e «vecchi» che ha cambiato profondamente quelle società che noi crediamo di conoscere.
Il concetto di «giovane», per esempio, che in Europa indica chi ha tra i 18 e i 25 anni, in Africa è sconosciuto: lì, è considerato giovane chi si oppone agli anziani e alla loro autorità, ed è riferito a tutti coloro che sono in età da lavoro, e perciò può arrivare a 40 anni e anche oltre. Tanto che l’Unione africana ha ritenuto di dover fissare convenzionalmente a 35 anni l’età entro la quale si è giovani.
L’altra novità che ha fatto irruzione nei Paesi dell’Africa subsahariana contemporanea è il rinnovamento religioso: per l’evangelismo pentecostale cristiano e per i musulmani, scrive Smith, «il Sud Sahara è la terra del futuro e quale che sia la religione scelta, essa rappresenta la negazione in blocco dell’autorità tradizionale». Ciò che però è più importante, è che i giovani africani «convertiti» non vivranno la nuova fede solo nei luoghi di culto e nella sfera privata, ma ne impregneranno la loro vita pubblica.
Da un Sud Sahara sotto stress ecologico (la Fao definisce «degradate» l’80% delle sue terre) che li respinge, e con la speranza di ricongiungersi alle comunità insediate all’estero che «ce l’hanno fatta», una marea umana è pronta lanciarsi nella corsa verso l’Europa, l’approdo più vicino. Il viaggio di questa umanità – dice Smith, citando lo storico Fernand Braudel – è un viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo, poiché «l’Africa è certamente sottosviluppata, ma non è arretrata: è altrove».
L’esplosione demografica e la deriva ecologica sono dunque i primi problemi da affrontare. La pianificazione delle nascite, sostiene Smith, è la soluzione più evidente per aumentare la ricchezza pro capite. Ma per l’Europa che si è ritrovata a Lisbona nel 2000 la demografia non era nemmeno all’ordine del giorno e per gli organismi internazionali è ancora un terreno di improvvisazioni. L’Europa, se non vuole finire travolta, deve dunque capire che non può disinteressarsi al sud del Mediterraneo, per la semplice ragione che esso fa parte del suo stesso condominio, e come recita il proverbio, «se la casa del tuo vicino brucia, devi correre ad aiutarlo, altrimenti anche la tua brucerà». E poiché le migrazioni sono vecchie come il mondo e non si fermeranno mai, Smith propone di affrontarle con razionalità, senso di umanità e senza cedere al modello astratto dell’«uomo senza qualità», falsamente universale.
L’ex ministro italiano degli Interni, Marco Minniti, scrive Smith, è riuscito a fare qualcosa del genere: ha delimitato il raggio d’azione delle Ong nel Mediterraneo e ha «dialogato» anche con i signori della guerra libici, e così – aprendo anche il primo corridoio umanitario della storia dalla Libia all’Europa – nel 2017 ha ottenuto il risultato di una netta riduzione degli sbarchi. Occorre lungimiranza però, poiché le vie possibili per affrontare il fenomeno, che secondo Smith sono quattro, hanno tutte dei limiti.
La prima è l’«Eurafrica» dell’accoglienza senza riserve, nella convinzione che gli immigrati possano rendere il Vecchio Continente più giovane e più dinamico; ma questo significherebbe la fine della sicurezza sociale in Europa, dice Smith, che è fondata su un contratto di solidarietà intergenerazionale.
La seconda è «l’Europa fortezza», la via securitaria, quella che fa più presa sulla gente e sugli elettori, che però è una battaglia persa in partenza ed è anche disumana e vergognosa.
La terza via è quella della «deriva mafiosa», l’immigrazione gestita da trafficanti africani e malavita organizzata europea.
La quarta, un «ritorno al protettorato», che non è da escludere, perché le contropartite ai Paesi interessati (come già avviene con Marocco e Libia) possono fermare i flussi alla fonte; ma c’è la controindicazione di un approccio neocoloniale.
La quinta via, che è una combinazione di tutte le opzioni precedenti e che Smith definisce politique de bric et de broc, sarebbe la migliore, sia nell’immediato che in prospettiva: se si riuscisse a mantenerla per un paio di generazioni, si avrebbe il tempo per disilludere i giovani africani su una Terra promessa che non esiste. Ma la Vecchia Europa dovrebbe mobilitare tutte le proprie energie affinché la Giovane Africa possa ritenere più conveniente non assaltare l’altra sponda del mare.



Carlo Vulpio, la Lettura, 2/9/2018

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