L’ultima ninna nanna del Gargano

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Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portato nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai intonato. Né qualcuno lo farà ora, perché la bara è stata rubata


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«Per ritornare a Monte/ Lucia saliva piano/ Di fronte tramontava/ Il sole del Gargano». Lucia, nella sua «salita» a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che «Non hanno a che fare/ Coi soldi o col potere». La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza? La Luna non dice qual è, ma, prima di sparire, la descrive così: «E’ una ricchezza/ Che viene da lontano/ E fa da sempre ricca/ La terra del Gargano».
Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, Lucia e la Luna. Un sonetto e una canzone che con le altre centinaia della tradizione popolare garganica sono state riscoperte negli ultimi trent’anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato – ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela -, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. A un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all’antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, che con le loro accuratissime ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato. Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l’eredità, e ai tre «vecchi terribili» Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent’anni hanno cantato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. E hanno conquistato ogni tipo di pubblico con la Viestesana, la Rodianella e la Montanara, le tarantelle di Vieste, di Rodi Garganico e di Monte Sant’Angelo.
Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l’ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commovendosi ogni volta che la intonava, «a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori». E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nella grotta della Natività, a Betlemme. Perché lui, Zì Antonio, come lo chiamavano per una regola antica di rispetto tributato alle persone autorevoli, quella ninna nanna e quei sonetti li aveva nel sangue, proprio come dice la Luna a Lucia: «Il passo di chi danza/ La danza tarantata/ Tu ce l’hai nel sangue/ Sei nata già imparata».
Zì Antonio è proprio uno di quelli «nati già imparati». Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Foresta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono canti potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l’amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono «da dentro», non nascono, non possono nascere. Come spiegare altrimenti l’invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel Lamento dei mendicanti dice: «Gesù Cristo mio falli murì (i ricchi, ndr)»? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice Gente, facitevi li cazza vostra, sempre di Matteo Salvatore. «La musica del Gargano – sostiene Eugenio Bennato – è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità. Ma rispetto per esempio alla progressione armonica di una Montanara o alla specialità di una Viestesana, la pizzica salentina è armonicamente più semplice, meno sofisticata».
La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto. In questo senso, le storie che il Gargano racconta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. Ora, tra tutti i patti umani, il patto d’amore è quello più rivoluzionario, più sovversivo, quello per il quale si può osare di più anche in una società rigida, arcaica, e proprio per questa ragione è anche il patto che, se infranto, può con la massima probabilità trasformare l’amore in dolore, tragedia, lutto.
A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent’anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, «La Legge». Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni. E anche se erano tarantelle («La gente – diceva – vuole sentire l’allegria»), la sua faccia era sempre una faccia da ninna nanna, da «sonno ingannatore», quel sonno così simile alla morte che sempre permette al lupo di «magnarse la pecurella».


Carlo Vulpio, la Lettura, 8/1/2017

Il prete e la messa per il boss: «Un diritto di tutti i peccatori»

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Don Michele Delle Foglie, il prete della chiesa madre di Grumo Appula ha organizzato una messa a suffragio di Rocco Sollecito, il boss della mafia di origini pugliesi ucciso in Canada. Il questore: «La funzione religiosa alle 6». Il vescovo: «Grave scandalo»


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Grumo Appula (Bari)


Se un sacerdote deve prendere ordini da un questore per celebrare una Messa in suffragio di una persona, non importa se deceduta di morte naturale o ammazzata in una guerra di mafia, probabilmente si sentirà esautorato del ministero al quale ha votato la propria vita. E probabilmente reagirà nell’unico modo possibile per un prete, e cioè affermando il suo diritto a dir Messa. Ciò che ha fatto don Michele Delle Foglie, parroco di Santa Maria Assunta, la chiesa madre di Grumo Appula, 13 mila abitanti.
Don Michele, oggi pomeriggio, avrebbe voluto celebrare la Messa in suffragio del boss Rocco Sollecito, che il questore di Bari aveva vietato in giugno.
Perciò aveva fatto affiggere ai muri del paese un invito ai fedeli a partecipare al culto.
«Questo funerale s’ha da fare», promise don Michele a se stesso e ai parenti del defunto sei mesi fa, dopo che gli fu notificato un provvedimento con il quale il questore di Bari, Carmine Esposito, gli imponeva di celebrare quella Messa alle sei del mattino e non alle sette di sera, secondo il calendario liturgico. Rocco Sollecito, 62 anni, originario di queste parti e ritenuto un pericoloso boss, è stato ucciso il 28 maggio scorso in Canada, in un agguato inquadrabile in una guerra tra mafia e ‘ndrangheta.
Uno dei figli di Sollecito, Franco, tornato al paese, chiese a don Michele di celebrare una Messa in suffragio del padre. E il parroco fissò la funzione in una delle Messe serali di giugno, il 19 per la precisione, giorno del trigesimo della morte di Sollecito. Ma subito in paese è circolata voce che si volessero fare dei funerali «in pompa magna» per il boss e che la data era stata già fissata per il 6 luglio. A quel punto, ecco il provvedimento del questore che ordinava di spostare quella Messa alle sei del mattino. Ragioni di ordine pubblico, o forse timore di un «caso Casamonica due».
Don Michele si offende, anzi si arrabbia, e scrive al vescovo e allo stesso questore. «Non ho più celebrato alcuna Messa in suffragio – dice il parroco -, né alle sei del mattino, né alla sera. E poi, le Messe in suffragio non onorano, ma ricordano. Tutti i peccatori ne hanno diritto». D’altronde, nella teologia cattolica, il suffragio è pregare per i defunti «per ottenere da Dio la remissione della pena loro inflitta in sconto dei peccati commessi durante la vita terrena» (Devoto-Oli). Ma i manifesti con l’invito ai fedeli, in cui scrive di essere «spiritualmente unito ai famigliari residenti in Canada», forse don Michele poteva evitarli. Il parroco sorride: «E in quale altro modo posso sentirmi unito ai famigliari di una persona defunta? – dice – Il punto vero è un altro: come, quando e dove celebrare una Messa può deciderlo soltanto il sacerdote. E Rocco Sollecito, per me, è un morto come tutti gli altri, ora al cospetto di Dio».
Per il questore evidentemente non è così. E, suffragio o no, ieri sera ha emesso un altro provvedimento, uguale al primo: quella Messa va celebrata alle sei del mattino. E dopo il questore, ecco anche l’arcivescovo, Francesco Cacucci. Che se la prende con don Michele per «lo scandalo» suscitato dalla sua iniziativa di far affiggere i manifesti. Ma il suffragio? «S’ha da fare» o no? La questione, teologica e dottrinaria, difficilmente potrà essere risolta da ammende e scomuniche.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27/12/2016

Gibellina, gran madre di Sicilia

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Mediterraneo / Una performance non stop negli spazi del Museo che, dalla Valle del Belìce, continua a cantare la realizzazione di un’utopia. Quaranta voci, dodici ore di spettacolo: una storia di rinascita si specchia nel mare


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Gibellina (Trapani)


“L’infanzia è un terremoto”, ha scritto Carola Susani, ricordando il suo arrivo, insieme con i genitori, architetti veneti, nella Valle del Belìce un anno dopo il sisma del 15 gennaio 1968. Era lo sguardo di una bambina su paesi sconosciuti – Partanna, Salaparuta, Menfi, Montevago, Poggioreale, Salemi, Santa Margherita di Belìce, Santa Ninfa -, che all’improvviso si riempirono di macerie, di morti (650) e di sfollati (90 mila). Mentre Gibellina, il paese più colpito, fu completamente rasa al suolo. Ricostruire, rinascere, ricominciare, sarebbe stato difficile, complicato, impossibile. Ci sarebbe voluto un miracolo. O forse la forza di un’utopia che soltanto i matti possono coltivare. Soprattutto quando montano la rabbia e la disperazione, e le accuse, spesso ingiuste, per sprechi e malversazioni, avvelenano l’aria ancor più dell’alito della morte. “Come se l’intervento dello Stato centrale dovesse limitarsi alla sola ricostruzione delle case, tutto il resto essendo superfluo”, diceva qualche anno fa, prima di morire, Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina, senatore, uno dei più tenaci sostenitori di quell’utopia di resurrezione concretizzatasi nella nuova Gibellina, che fu salvata dall’arte e dagli artisti, dagli architetti e dagli urbanisti, dagli scrittori e dai poeti, e che al tempo stesso ha salvato la sua gente, diceva sempre Corrao, “dal ripiegamento, dalla depressione, dalla noia, dal fallimento delle vite”.
Ma lo sforzo di immaginazione doveva continuare anche dopo il terremoto, doveva essere permanente, affinché tutta quella gente non abbandonasse la propria terra e trovasse un senso per rimanervi e prendersene cura, nonostante tutte le tragedie, le ingiustizie, le vecchie e nuove povertà, e la consapevolezza che quasi sempre, nella condizione umana, “l’infanzia è un terremoto”. Ecco allora che a Gibellina nasce e si afferma un luogo, il Museo delle Trame mediterranee (ma come, un museo?, sì, un museo affatto singolare), di fronte alla Montagna di sale di Mimmo Paladino e non lontano dal Cretto di Burri, in cui è possibile essere trascinati dentro una performance “esagerata” di quaranta attori che l’altroieri, in dodici ore non stop di musiche, danze, letture e recitazione di testi classici e storie di cronaca, ha tentato (riuscendoci) di centrare un obiettivo, diciamo così, semplice semplice, e cioè “indagare l’essere umano” attraverso una performance di teatro totale.
Nello spettacolo Mothers’ Colors 2 (a cura della Fondazione Terzo Pilastro in collaborazione con la Fondazione Orestiadi) i 40 attori del gruppo Esotheatre di Messina diretti da Sasà Neri – tutti ragazzi fra i 20 e i 30 anni, alcuni dei quali con percorsi di vita e familiari non facili –, rimettono Gibellina, il Belìce, la Sicilia, con i colori dei suoi dolori, le emozioni dolorose delle sue madri, delle sue donne, dei suoi bambini, al centro del Mediterraneo. Non per scelta autoreferenziale, ma perché i colori e i dolori di Gibellina e della Sicilia sono comuni al resto del Mediterraneo, ora che la cronaca ce lo descrive come un mare di sangue, ma anche allora – 2500 anni fa – quando Eschilo (nato in Grecia, ma esiliato e morto a Gela) nell’Orestea raccontava di un figlio (Oreste) che uccideva la madre (Clitennestra), che a sua volta aveva ammazzato il marito (Agamennone) in combutta con il proprio amante nonché cugino (Egisto). E poi di nuovo ora, con i ragazzi dell’Esotheatre che interpretano Euripide, la cui Medea uccide i propri figli, come le donne che li gettano nella spazzatura o in un water.
Infanticidi, donne e ragazze violentate, bambini mai nati. Da testi classici, ma anche da Brecht, Pasolini, Fallaci, Camus, sulle musiche di De André, Morricone, Eurythmics, e di tutto quanto tra pop, jazz, fusion, riesca il più possibile a creare contaminazione, mescolanza, dissolvimento di ogni pretesa “identitaria”, che sarebbe ridicola nel Mediterraneo e specialmente in Sicilia, dove di “identità” ce ne saranno almeno venti, ma dove tuttavia esiste un assessorato regionale all’Identità siciliana (!), benché Apuleio (eccolo qui, un altro cives romanus algerino) già duemila anni fa avvertisse che in Sicilia si parlava greco, latino e anche una terza lingua, il punico o forse l’ebraico.
“Tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”, cantato, danzato, sussurrato e gridato dagli attori di Esotheatre, è però anche un urlo rivolto alla propria terra, affinché non sia più matrigna e “proprietaria” dei figli che mette al mondo, ma diventi capace di essere, appunto, soltanto madre: che affianchi i propri figli, ma li lasci camminare da soli.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9/12/2016

Il ministro iraniano Nematzadeh: “L’accordo sul nucleare non è solo con gli Usa”

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L’intervista / “Credo che gli Stati Uniti spesso sbaglino a individuare i loro nemici. Che non siamo noi”


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Roma
Per la prima volta dopo la fine dell’embargo, durato 37 anni, l’Iran torna in Occidente con il proprio “paese reale”, 200 imprese di tutti i settori che fino al 26 novembre saranno alla Fiera di Roma. “La circostanza è storica – dice il “numero 2” del governo iraniano, Mohammad Reza Nemathzadeh, ministro dell’Industria, miniere e commercio -, perché la fine dell’embargo è un successo per noi e per il resto del mondo”.


Ministro Nemathzadeh, in realtà questa non è la prima volta che l’Iran sceglie l’Italia. Anche l’allora premier Mussavi, dopo la fine della guerra con l’Iraq nel 1988, venne a Roma a dire che “abbiamo scelto l’Italia per riallacciare i rapporti con l’Europa”. Perché l’Iran sceglie sempre l’Italia?
“Perché i rapporti tra Italia e Iran sono antichi, millenari, come le loro culture. E poi perché l’Italia è stata presente in Iran anche nei momenti più difficili.


Quanto ha contato in questo senso l’esperienza in Iran dell’Eni di Enrico Mattei, che voleva per il vostro Paese non solo il 70% delle royalties del petrolio ma anche la partnership tra le vostre imprese e quelle italiane?
“Moltissimo. La nostra gente se ne ricorda e gliene è riconoscente. Anzi, ci auguriamo che l’idea di Mattei della partnership venga ripresa, è questo che vogliamo fare con l’Italia e vogliamo che l’Eni torni a lavorare in Iran”.


Lo storico iraniano Ervand Abrahamian scrive che “l’Iran è entrato nel ‘900 con i buoi e l’aratro di legno e ne esce con un programma nucleare”. Ma non sono trascorse 24 ore dall’elezione di Donald Trump, che il direttore nominato della Cia, Mike Pompeo, ha detto che una delle prime cose da fare è rivedere l’accordo con l’Iran sul nucleare. Cosa ne pensa?
“Credo che Trump sia più preoccupato per il muro alla frontiera del Messico e non abbia il tempo di occuparsi anche del nucleare iraniano (sorride, ndr). L’accordo sul nucleare è stato raggiunto tra l’Iran e la comunità internazionale, non solo con gli Stati Uniti, e l’Iran ha rispettato tutte le condizioni. L’Iaea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) ha riconosciuto che l’Iran lavora a un uso civile dell’energia atomica”.


L’Iran ha una lunga storia di ingerenze: britannica, russa, americana. Gli stessi Stati Uniti hanno riconosciuto che il colpo di Stato del 1953 che rovesciò Mossadeq fu opera della Cia. Ritiene che oggi esista il rischio di ingerenze straniere?
“Il motto principale dell’Iran e degli iraniani è “indipendenza, libertà e tolleranza”. Le nostre sono elezioni libere. Dunque, non le temiamo”.


Lei pensa che nonostante il mezzo milione di iraniani trapiantati negli Stati Uniti, ci siano ancora resistenze da parte americana?
“Credo che gli Stati Uniti spesso sbaglino a individuare i loro nemici. Che non siamo noi, ma, come dimostrano i fatti, quelli che io definisco gruppi perversi, come l’Isis e i Taliban. Noi lo abbiamo sempre detto agli USA e all’Europa che questi erano terroristi. Ma gli Usa appoggiavano Bin Laden e il presidente Bush (nel 2002, ndr) includeva l’Iran nel cosiddetto “asse del male”. Eppure, nello stesso periodo, erano iraniani i film più incisivi che con linguaggio artistico facevano conoscere al mondo le “imprese” dei Taliban, come per esempio Viaggio a Kandahar, del regista Makhmalbaf. Evidentemente, gli americani non hanno appreso la lezione dai loro errori e hanno permesso che crescesse l’Isis. Oggi, con ritardo, tutto il mondo ha capito che avevamo ragione, e che aveva ragione il nostro presidente Rouhani quando tre anni fa, all’Onu, disse che il mondo è in pericolo e bisognava combattere il virus della violenza e del terrorismo”.


Finito l’embargo, tornerete ad avere relazioni commerciali con tutto il mondo. Questa opportunità varrà anche nei confronti di Israele?
“Noi abbiamo e vogliamo avere relazioni amichevoli con tutti i Paesi del mondo, tranne con quelli razzisti e che non rispettano le convenzioni internazionali. Con il Sud Africa, per esempio, non avevamo rapporti. Ma, caduta l’apartheid, li abbiamo riallacciati. Persino con l’Iraq, che pure ci ha invaso e tenuto sotto attacco per otto anni, abbiamo ripreso i rapporti una volta che l’Iraq ha cambiato atteggiamento nei nostri confronti. Tanto che recentemente due milioni di sciiti iraniani sono andati in pellegrinaggio in Iraq, alla moschea dell’imam Alì. Per Israele vale lo stesso principio. Quindi, finché non rispetterà il popolo palestinese noi non avremo relazioni commerciali con Israele”.


Questo vale anche per l’Arabia Saudita?
“No. Anche se Arabia Saudita e Israele sono d’accordo tra loro su molte cose. Per esempio sono entrambi contrari all’accordo sul programma nucleare iraniano. Ma speriamo che anche loro riconoscano i propri errori”.


Ritiene che in Iran vengano rispettati i diritti umani, per noi europei valore inderogabile?
“Ritengo di sì. Certo, non tutto è stato perseguito con la necessaria forza e determinazione, ma sono convinto che la strada è quella riformista tracciata dall’ex presidente Khatami, che ideò e avviò anche il dialogo interculturale e il dialogo interreligioso. Ma le dirò di più. La nostra Costituzione e le nostre leggi prevedono la totale uguaglianza tra uomo e donna, tra musulmani e non musulmani. E mentre noi abbiamo ratificato la Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, gli Stati Uniti non lo hanno ancora fatto”.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 24/11/2016

Erika e le altre pioniere. “Noi nel sottomarino”

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Taranto


Segni particolari: lo chignon. Tutte, hanno i capelli tirati e raccolti dietro la nuca, in una crocchia. E’ l’acconciatura di ordinanza per le donne delle Forze armate, d’accordo. Ma lo chignon, le donne lo usano per sottolineare la propria eleganza in occasione di cerimonie importanti, oppure come misura di emergenza, pratica e veloce, quando non hanno potuto lavare i capelli. E poiché loro, le prime donne sommergibiliste della Marina militare italiana – cinque le incontriamo nella base dell’Arsenale di Taranto, le altre due sono impegnate in mare, anzi sotto – mostrano capelli curati, è facile immaginare che abbiano accolto di buon grado l’idea dello chignon. Elegante, femminile, ma anche pratico e «militare».


L’ultimo fortilizio maschile
Diciamolo subito, le sette ragazze (la più «anziana» ha 28 anni), sono state accolte come una benedizione dai militari uomini. Ma non nel modo in cui qualche facile battuta «da caserma», appunto, potrebbe far pensare, bensì nel modo in cui meno ci si aspetterebbe: «Ingentiliscono le forze armate – dicono alcuni marinai di lungo corso, di cui ovviamente non facciamo i nomi -. Che non significa renderle meno militari, ma meno rozze e meno monomaniacali sì, perché la presenza delle donne tra i propri ranghi rende gli uomini più attenti e li costringe a essere più gentili». Fosse soltanto questo il risultato dell’ingresso di personale femminile nella flotta sommergibili, l’ultimo fortilizio maschile, ce ne sarebbe da far contenti sia il capitano di vascello Stefano Russo – al comando dei sommergibilisti e quindi anche delle sette ragazze -, sia il ministro Roberta Pinotti, che di quest’ultima conquista ha fatto un punto d’onore, forse anche perché è la prima donna alla guida del ministero della Difesa della storia repubblicana.
Invece, le sottotenenti di vascello Erika Benemerito, 26 anni, di Napoli, ed Elena Varagnolo, 25, di Chioggia (Venezia); la radarista, capo di terza classe Domenica Ruggiero, 27, di Bari, e il sottocapo elettricista Valeria Fedele, 26, di Brindisi; e ancora, il sottotenente di vascello, ingegnere navale Iole Boccia, 28 anni, napoletana, e le due «aspiranti sommergibiliste» (stanno per concludere il corso trimestrale) Martina Petrucci, 24 anni, di Camaiore (Lucca) e Francesca De Filippis, 23, di Lecce, sono già una squadra affiatata, efficiente, che sembra perfettamente integrata con i colleghi a terra (200) e con quelli (30) che di volta in volta formano l’equipaggio di un sommergibile U212 (i nuovi, perché sui vecchi «Nazario Sauro», che andrebbero tutti dismessi e sostituiti, ci si sta anche in 55).


Ingegnere navale
Tutte, manco a dirlo, sono unite e compatte nella dichiarazione che più sta loro a cuore: «Non ci sono incompatibilità tra questo lavoro e l’essere donna. E’ una scelta di vita. Come gli altri, anche noi siamo prima di tutto militari». Tutte, e si vede, vengono dall’Accademia o dalla Scuola della Marina. Tutte, e si vede anche questo, hanno prima frequentato buone scuole superiori, i licei classico, scientifico, linguistico, biologico e, solo in un caso, la Petrucci, il prestigioso istituto nautico di Viareggio. E tutte, infine, sono consapevoli che «nella Marina, il sommergibile è un’eccellenza», come dice Iole Boccia, la prima ingegnere navale donna, una figura che, quando è dentro a un sottomarino, viene chiamata «direttore», perché «è dalle sue indicazioni tecniche che dipendono le decisioni che prende il comandante del sommergibile», spiegano il tenente di vascello Carlo Faggiana e il comandante del sommergibile «Todaro», Giorgio Marini Bettolo.


“Perché nei sottomarini noi no?”
In principio, fu l’ostinazione di Erika Benemerito ad aprire la strada verso l’inclusione delle donne nella flotta sommergibili. Al terzo anno di accademia, nel 2012, Erika cominciò a martellare i vertici con la domanda più semplice e più imbarazzante: «Perché nei sottomarini noi no?». La presero tre anni dopo, forse per stanchezza – scherzano i suoi colleghi -, ma dopo di lei arrivarono le altre, e fu subito chiaro che sarebbe stato un buon affare. Test fisici e psicologici prima di essere avviate al corso di tre mesi con esame finale non hanno scoraggiato nessuna di queste ragazze. Che non si sono trovate in imbarazzo nemmeno quando hanno dovuto condividere cucina, docce e brande a bordo del sottomarino, in spazi angusti e per missioni che durano almeno un mese. «L’unica vera regola per stare sulla stessa barca quando si hanno esigenze diverse – dicono – è il buon senso. Un esempio è la doccia. Ci si va vestiti, non in accappatoio».
Le motivazioni, come sempre, sono le più diverse. Il mistero degli abissi marini, la maggiore sicurezza che si avverte stando sott’acqua, la sfida di governare un mezzo di cui si sa poco più di quanto si è potuto leggere nei romanzi di Jules Verne, ma anche l’idea molto concreta di avere un lavoro, in cui però c’è spazio per l’avventura, per la solidarietà (quanti naufragi di disperati evitati grazie al pattugliamento dei sottomarini) e perché no, anche per dire: cari uomini, possiamo farlo anche noi.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/10/2016

Zapponeta, il paese che fallisce per 17 milioni di debiti (di cui 10 per i mutui)

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ZAPPONETA (Foggia)


E’ colpa della Merkel, della Bce, dell’euro, della recessione internazionale, delle tempeste finanziarie mondiali, il dissesto – chiamatelo pure fallimento – di Zapponeta, 3.400 abitanti, che non può garantire nemmeno il servizio di scuolabus a una decina di alunni delle elementari? E’ colpa loro se il nuovo sindaco, Vincenzo D’Aloisio, eletto quattro mesi fa con una lista civica che va dal Pd a Forza Italia, deve accompagnare a scuola di persona, con la propria Panda, ogni mattina, quattro di questi alunni? Com’è possibile che in un paese in cui l’agricoltura è un giardino dei migliori ortaggi e il mare quasi sempre bandiera blu, incastonato tra le riserve naturali delle Paludi di Lago Salso e delle Saline di Margherita di Savoia, dove i colori sono magici e i fenicotteri rosa hanno stabilito il proprio regno, com’è possibile che un paese così fallisca sotto il peso di 7 milioni di euro di debiti e 10 milioni di mutuo con la Cassa depositi e prestiti da restituire con rate semestrali da 350 mila euro fino al 2040?
Il sindaco-autista, che in realtà è agronomo e insegnante di catechismo, è nuovo alla politica, ma non alle azioni di volontariato. La lista con cui è stato eletto si chiama «Cambiamo Zapponeta» e lui, 47 anni, assieme a quattro assessori la cui età media è 31 anni, questo vuol fare: cambiare Zapponeta.
La nuova «squadra» ha cominciato col munirsi di ramazza e tirare a lucido il municipio e con le motoseghe ha potato le circa trecento palme del paese. Ma, causa dissesto, al Comune è vietato indebitarsi anche di un centesimo. Quindi, anche se la Regione Puglia ha stanziato 25 mila euro per l’acquisto di uno scuolabus, che costa quasi il doppio, si è dovuto rinunciare all’idea.
Il sindaco allora si è trasformato in autista di scuolabus. Ma di fronte alle esclamazioni di meraviglia dei funzionari regionali per questa sua decisione ha capito che per accendere i riflettori su Zapponeta, come quando il concittadino Nicola di Bari vinceva Canzonissime e Sanremi, doveva giocarsi questa carta con foto e video su Internet. Ha visto giusto, e ora può raccontare a tutti che «il sindaco che va a prendere i bambini dalle loro case e li accompagna a scuola» è una bella cosa, che fa volentieri, ma ciò che interessa a lui e alla sua giunta non è tanto la storia edificante di un volontariato che da solo non basterà mai, quanto spiegare come è potuto accadere affinché si comprendano anche i casi simili (che in Italia sono tanti) e soprattutto trovare una soluzione.
Fino al 2001, le cose andavano bene. Il sindaco Savino Di Noia, comunista e poi pidiessino, che ha amministrato ininterrottamente dal 1982 per 18 anni, lasciò un avanzo di cassa di 300 milioni di lire. Poi gli è succeduto Francesco D’Aluisio, maresciallo dei carabinieri nella vicina Margherita di Savoia, «uno che andava in municipio, a fare il sindaco, in divisa!», racconta Di Noia. Con il sindaco-maresciallo, in carica per dieci anni, il crac di 7 milioni, «e con i due sindaci successivi, ancora altri debiti per 1,3 milioni», dice l’attuale sindaco.
Le denunce, alla magistratura contabile e anche a quella penale, sembra siano servite a poco o a nulla. Ma cosa è stato fatto con tutti quei soldi? Il Comune dovrebbe avere 23 dipendenti e ne ha solo 5, di cui uno vigile urbano. Quindi, non è stato assunto nemmeno il personale necessario. Assessori e sindaco tirano fuori carte su carte e mostrano che «semplicemente» non si pagavano i fornitori di beni e servizi, mentre per esempio lo staff del sindaco-maresciallo costava 100 mila euro, una parcella legale 200 mila, potare 10 pini 40 mila, e via con altre amenità.
La soluzione però, c’è. Il ministero dell’Interno ha nominato un liquidatore che ha concordato con i creditori un dimezzamento del debito. Certo, non basta. Ma se la Regione Puglia aiutasse Zapponeta con 7-800 mila euro, come ha fatto con il comune di Castellaneta, Taranto, a cui ha dato 2 milioni, si uscirebbe dallo stato di dissesto. E allora, altro che scuolabus. Si potrebbe ricominciare da capo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 1/10/2016

Tanto peccatrice, quasi santa: la passione della Maddalena in 54 volti

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Una mostra a cura di Vittorio Sgarbi a Loreto (Ancona)


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Sette secoli di Maria Maddalena attraverso cinquantaquattro opere in mostra a Loreto (Ancona) – dalla Santa Maria Maddalena di Simone Martini a La Maddalena di Ottavio Mazzonis, che è del 1986 – per capire chi era, chi è, questa donna e perché ha affascinato così tanti artisti e continui a far parlare di sé anche oggi. Soprattutto dopo il decreto della Congregazione del culto divino, che tre mesi fa, su impulso di papa Francesco, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha individuato nel 22 luglio il giorno in cui d’ora in avanti la commemorazione di Maria Maddalena non sarà più un giorno in sua memoria, ma un giorno di «festa». E poiché nel cattolicesimo la «festa» è riservata ai santi, si potrà ben chiamare «santa» proprio «quella» Maria Maddalena, la ex prostituta, che Tommaso d’Aquino aveva definito «la apostola degli apostoli» e Gregorio Magno «la peccatrice perfetta e assoluta, che diviene discepola di Cristo», come scrive Antonio D’Amico nel saggio tanto breve quanto efficace che accompagna la mostra ideata e curata da Vittorio Sgarbi.
Ecco, la mostra, che s’intitola La Maddalena, tra peccato e penitenza, ha due grandi meriti. Il primo è di avere scelto come protagonista assoluta Maddalena, che è figura controversa, imbarazzante, difficile da immaginare come prototipo della donna angelicata, quali sono quasi tutte le altre sante e le madonne rappresentate nell’arte. Il secondo, ma non per ordine di importanza, è di avere raccolto – da artisti così diversi tra loro, e da epoche così differenti – una tale varietà di Maddalene da legittimarle tutte. Quelle «ammesse», raccontate dai Vangeli canonici, e quelle «non ammesse» dei Vangeli apocrifi.
Tra le ultime merita di essere ricordata la Maria di Magdala de Il Vangelo secondo Gesù Cristo, del Nobel portoghese José Saramago, un libro che quando venne pubblicato, vent’anni fa, venne duramente attaccato dalla Chiesa come sacrilego e blasfemo. E che invece sembra essere il sottotesto della mostra di Loreto, in cui la donna «passata dai falsi amori all’amore di Gesù», ma in tutti i sensi (Saramago), non è mai la stessa. Carlo Crivelli, veneziano, nella seconda metà del Quattrocento la ritrae come una maliziosa ed elegante cortigiana nel Polittico di Montefiore dell’Aso. Mentre il ferrarese Ercole de’ Roberti, alla fine dello stesso secolo, fa esplodere in lacrime la sua Maddalena piangente, il cui «verismo» ricorda le Maddalene disperate e «urlanti», in terracotta, dei Compianti sul Cristo morto di Guido Mazzoni e di Nicolò dell’Arca. Le lacrime che il pisano Orazio Gentileschi fa versare, nella prima metà del Seicento, alla sua Santa Maria Maddalena penitente, invece, sono di tutt’altro tipo rispetto a quelle che, causa uno stato di estasi, imperlano gli occhi della Maddalena in estasi e un angelo, dipinta dall’austriaco Ignazio Stern, detto Stella, nel 1725.
E si potrebbe continuare, con il Noli me tangere di Gregorio de Ferrari, che mette in scena il Cristo risorto che appare alla Maddalena – è lei la prima persona a cui Gesù si manifesta, chiamandola per nome: «Maria!» – e le dice di non avvicinarsi, di non toccarlo, perché non è ancora asceso al Cielo, o con la Cena in casa di Simone Fariseo, di Benedetto Luti, in cui gli occhi di Gesù sono tutti per lei, inginocchiata nel tentativo di raccogliere un vasetto che è caduto e preoccupata per il prezioso contenuto – forse un unguento per Gesù – che si è versato. E poi ancora, Cenni di Francesco, Guido Reni, Guido Carracci, Mattia Preti, Tintoretto, Antonio Cavallucci, Antonio Canova… Chi era dunque la Maddalena? Maria di Magdala o Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro? O entrambe? O nessuna delle due? Di sicuro, era molto bella.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 16 settembre 2016

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