Nella grotta di San Michele c’è l’Europa della fede

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La visita / A Monte Sant’Angelo per la veglia pasquale. Un senso mistico che contrasta con la scena mediatica di San Giovanni Rotondo


08022011 –


Monte Sant’Angelo (Foggia)


Grotta di San Michele Arcangelo, basilica di Monte Sant’Angelo, promontorio del Gargano. Ore 22 del 15 aprile 2017. Luci spente, centinaia di candele accese in mano ai fedeli e agli infedeli – qui si viene per pregare ma anche per cercare -, l’odore dell’incenso che sale dal braciere, la fiammella del cero pasquale che nel buio resiste agli spifferi. Comincia la Messa più importante della liturgia cristiano cattolica, «la veglia delle veglie» che celebra la Resurrezione di Cristo. Un mistero. Un’assurdità. Non c’è niente da spiegare, si può solo cercare di capire, se ce n’è voglia, e se qualcosa punge o urge dentro. «La fede – scrive Sören Kierkegaard – è la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano fino ad essa, ma nessuno va oltre». Ecco, tutt’al più è una «questione passionale» chiamata fede, come dice il filosofo danese, l’unica, vera ragione che richiama qui, nella grotta mistica di San Michele Arcangelo (Michele significa «colui che è come Dio»), tanti fedeli e infedeli, ma tutti pellegrini, gente in cammino per le strade d’Europa e su quelle della vita.
Perché proprio qui, a Monte Sant’Angelo? «Perché questa è una mèta di un pellegrinaggio non folkloristico», dice padre Ladislao Suchy, uno dei sei padri micaeliti che da venticinque anni curano la basilica di San Michele. Il pensiero va subito all’altra vicina mèta di pellegrinaggio, il santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo, che un po’ per caso e un po’ per scelta non ha mai smesso di essere un palcoscenico, un luogo mediatico. Da lì, la veglia è stata trasmessa in diretta tv. Qui, non c’era una sola telecamera, nemmeno amatoriale. Ma non c’è bisogno di instaurare paragoni. Era lo stesso Padre Pio a rimarcare la differenza, quando diceva a chi andava da lui che sarebbe stato meglio se fosse andato «dove sta San Michele, l’unico grande santo del Gargano da venerare».
Padre Ladislao Suchy è polacco come la maggior parte dei 400 sacerdoti micaeliti sparsi per il mondo e come Bronislao Markiewicz, che nel 1893 fondò questo ordine religioso – riconosciuto dalla Chiesa nel 1921 – e nel 2005 fu proclamato beato da papa Benedetto XVI. E polacchi sono anche sei sacerdoti sui dodici della basilica di Monte Sant’Angelo. Padre Suchy è di Tarnow, nel sud della Polonia, a un centinaio di chilometri da Wadowice, città natale di papa Karol Woytjla, e altrettanti dal confine con la Slovacchia. Una città, Tarnow, in cui durante la seconda guerra mondiale i nazisti sterminarono 25 mila persone di religione ebraica, la metà della popolazione. Forse la scelta di padre Suchy di diventare proprio un micaelita nasce anche da qui. Di sicuro, San Michele nella Bibbia è descritto come il protettore del popolo ebraico – lo salva dall’assedio degli Assiri e sostiene il braccio di Giuditta quando decapita il generale Oloferne – e come l’Arcangelo che sconfigge l’Anticristo nello scontro finale tra il Bene e il Male. «Quando all’uomo accade di precipitare in questo stato – dice padre Ladislao –, ecco che egli avverte ancora di più il bisogno di San Michele e della sua forza per lottare contro il Male. Una necessità che anche l’uomo contemporaneo, a dispetto delle apparenze, comincia ad avvertire sempre di più».
A differenza di San Giovanni Rotondo, negli ultimi anni progressivamente «saltata» come mèta religiosa rispetto ai tempi belli del boom mediatico (beatificazione e santificazione di Padre Pio, costruzione della nuova basilica, scontro tra il Vaticano e i frati Cappuccini per la gestione del santuario), Monte Sant’Angelo ha sempre vissuto ed espresso tutta un’altra spiritualità, ha raccontato altre storie di fede e di devozione, è stato per millecinquecento anni – dal V secolo in poi -, il luogo in cui si sono riconosciuti cristiani, pagani, bizantini, longobardi, svevi e normanni e in cui, ancora oggi, convergono i pellegrini di tutto il mondo, come accade a Gerusalemme, Roma, Santiago de Compostela, le altre tre grandi mète di pellegrinaggio cristiano.
La basilica di San Michele – in realtà composta dalla grotta e dalle chiese gotica e bizantina sorte su di essa – si raggiungeva percorrendo la Via Traiana, che viene subito ribattezzata Via Sacra Langobardorum quando i Longobardi fanno del culto micaelico la propria «religione nazionale» e di Monte Sant’Angelo la «capitale religiosa» di tutti i longobardi, nel Nord e nel Sud Italia. Per i Longobardi infatti San Michele, santo «guerriero» armato di spada, è come il loro Wodan (Odino). Il quale accoglie i morti nella Valhalla allo stesso modo in cui San Michele, che è «psicopompo», traghetta le anime nel paradiso. La Via Traiana allora diventa il prolungamento verso Oriente della Via Francigena (Roma-Canterbury) e quando arrivano i Normanni, che nell’VIII secolo riproducono la grotta di Monte Sant’Angelo a Mont Saint Michel in Normandia, si afferma un tragitto di pellegrinaggio «alternativo», la Via Micaelica, che nell’XI secolo si arricchisce di una «stazione intermedia» tra il santuario garganico e quello francese: la Sacra di San Michele, l’abbazia benedettina di Avigliana (Torino), uno dei più grandi complessi architettonici di epoca romanica in Europa. Viene così a disegnarsi una suggestiva «linea dell’Angelo», che da Mont Saint Michel si spinge ancora più a nord, fino a Skelling Michael, in Irlanda, e da Monte Sant’Angelo ancora più a sud, fino al Monte Carmelo, in Galilea. E che esorta i pellegrini di oggi a pregare, o anche solo a cercare. Come abbiamo visto fare in questa veglia di Pasqua del 2017.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Il Bello dell’Italia, 21/4/2017

Nuova energia per la città

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Il Battiferro di Bologna, nato nel 1439 e diventato una centrale termoidroelettrica nel 1900, aspetta una destinazione. Due neoarchitetti hanno studiato la Tate Modern di Londra e la Montemartini di Roma, poi hanno allargato l’orizzonte per accogliere qui lavoratori, anziani, famiglie…



Bologna


Andrà a finire che anche quest’altro pezzo lo compreranno i cinesi? Non è detto, anzi forse proprio no, non per il momento almeno. Ma se anche andasse a finire così? Sempre meglio vivere con i cinesi che morire per mano dei connazionali. E se il rischio che corre la ex centrale termoidroelettrica di Bologna è questo, di crollare un po’ alla volta, di sbriciolarsi pian pianino, come dicono qui, allora è meglio che se ne impadroniscano i cinesi della Bolognina, che almeno sapranno cosa farne della ex centrale di mattoni rossi abbandonata nel «loro» quartiere, la Chinatown di Bologna. Dove sono pochi quelli che ricordano «la svolta» del Pci – «il più grande partito comunista dell’Occidente» che nel 1989 qui diventò Pds -, ma dove tutti ricorderanno questo inizio di secolo per un’altra svolta, a opera di un altro Pci, il Partito cinese italiano, che si prepara a governare la Bolognina con i suoi ristoranti eleganti, i suoi negozi di tutti i tipi, i suoi condominii, le auto di grossa cilindrata guidate da perfetti occidentali dagli occhi a mandorla, gli edifici dai quali pendono striscioni con la scritta bilingue «vendesi», prima in cinese e poi in italiano.
La ex centrale termoidroelettrica, chiamata del Battiferro per il rumore continuo della lavorazione dei metalli nell’officina che un paio di secoli fa vi era ospitata, cominciò a funzionare nel 1900 e subito diventò la seconda fabbrica di energia elettrica di Bologna, dopo le Officine del Gas. Ma è stata la prima a produrre elettricità sfruttando contemporaneamente il carbone e il salto d’acqua del canale navigabile Navile, sul quale oggi la centrale, la casa di manovra per l’apertura e chiusura della paratoie e l’alloggio del custode stanno lì come 120 anni fa, quasi che nel frattempo non fosse successo niente. Invece, assieme all’acqua che scorre nel canale (sempre meno, in verità, per ragioni poco chiare di scarichi inquinanti nel fiume Reno), tra queste costruzioni sono scivolati via grandi storie e grandi personaggi. A cominciare da uno dei padri dell’architettura, Jacopo Barozzi detto il Vignola. Fu lui, nel 1548, a completare il Battiferro, nato nel 1439 come edificio fluviale, la «cabina di regia» del canale Navile, la cui biforcazione consentiva la navigazione nel primo ramo (il Canalazzo) e la regolazione del flusso delle acque nel secondo (il Canaletto).
Fino al 1794 il Battiferro fu un opificio dei frati Cappuccini e nell’Ottocento venne acquistato dal marchese Mazzacorati, che ne fece un mulino. Poi, arrivò una società di capitali, la Società dello Sviluppo, che puntò subito a produrre energia idroelettrica scavando un terzo canale che portasse acqua a una turbina, mettesse in moto gli alternatori (erano tre, da 400 kilowatt ciascuno) e restituisse l’acqua al canale. Era nato così il primo nucleo della centrale del Battiferro, quello «idro». Con il carbone arrivò anche il secondo nucleo, il «termo». Per completare l’opera però, l’acqua e il carbone dovettero incontrare la tecnologia ungherese (il materiale elettrico della Ganz), svizzera (la turbina idraulica della Escher Wyss), tedesca (le caldaie della Steinmüller) e italiana (le macchine motrici e i condensatori della Franco Tosi di Legnano). Mezzo secolo di prosperità, poi la progressiva marginalizzazione, a causa dei sempre più numerosi laghi artificiali per la produzione di energia elettrica realizzati sull’Appennino. Nel 1961, la centrale del Battiferro viene dismessa. Sopravviverà fino al 1980 come centro di addestramento del personale Enel. Poi, l’Enel la vende al Comune e questo la affida all’Università, che avrebbe voluto destinarla a dipartimento per le Biotecnologie, ma, accortasi di non avere soldi a sufficienza, la restituisce al Comune. Il quale non sa che farsene e la rimette in vendita, per 1,8 milioni di euro. Ma nessuno la compra e la centrale resta lì, chiusa, abbandonata e pericolante. Tanto che anche la ciminiera, alta 45 metri e a rischio di crollo, dev’essere abbattuta e viene ridotta a un moncone della stessa altezza dei tetti. Fino al giorno della resa, esattamente un anno fa, quando l’intera area (80 mila metri quadrati) e la struttura (quasi altrettanti, distribuiti sopra ed entro terra) vengono dichiarate inagibili.
Inagibilità però non significa morte. E’ vero, a guardarla dall’interno e a percorrerla da un angolo all’altro, e fin nel piano interrato, dove anche tra le rovine il mastodontico alternatore non ha perso la sua predominanza, la centrale del Battiferro sembra uno di quegli edifici di Aleppo spappolati dalle bombe. Però è una struttura ancora viva. E’ un ferito grave, ma vivo. E’ sì uno dei tanti esempi di archeologia industriale – l’espressione fu coniata circa cinquant’anni fa in Inghilterra, patria della rivoluzione industriale -, ma è anche uno di quei manufatti che bisogna sapere riconoscere, come diceva Cesare Brandi, «nella loro duplice polarità, estetica e storica», per poterli reintegrare nel paesaggio e nella vita urbana senza scadere nella banalità. Tra i primi a muoversi in questa direzione – mentre Regione e Comune, proprietari rispettivamente della casa del custode e della ex centrale, sembrano essersi rimessi alla clemenza della sorte – ci sono un giovane geografo con un master in Archeologia industriale, Jacopo Ibello, presidente dell’associazione Save Industrial Heritage e animatore del gruppo Facebook Salviamo la centrale, e Gabriele Bernardi, presidente dell’associazione Vitruvio. Insieme con loro, visto che parlare del Battiferro significa parlare del Navile e del sistema di chiuse, canali e condutture per l’irrigazione e per l’energia, anche l’associazione Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei di Bologna. Tutti vogliono la stessa cosa. Recuperare la ex centrale e sottrarla al non ineluttabile destino di vera e propria Terra di Nessuno, enclave in disfacimento in un’area della città in cui, a due passi dal Battiferro, si è saputo recuperare la ex fornace Galotti, ora sede del Museo del patrimonio industriale, e si è riusciti a far partire il nuovo polo universitario con le facoltà di Chimica e di Astronomia. L’associazione Vitruvio, per esempio, vorrebbe installare una microturbina nel salto del Navile e così far tornare il Battiferro a produrre energia per alimentare l’illuminazione pubblica della rete di piste ciclabili, che a Bologna, beati loro, misura 120 chilometri. E’ un’idea, come quella di destinare una sala della ex centrale a palestra, dotata di attrezzature e macchinari che trasformino in energia elettrica il sudore degli utenti.
La parola chiave del recupero del Battiferro però è, per tutti, coworking. Termine assai di moda, certo, ma anche pratica rivelatasi molto efficace, negli Stati Uniti e in Europa, per sfruttare al massimo gli stessi spazi e gli stessi servizi – pur facendo lavori diversi – senza precludersi le relazioni umane, come per esempio accade con l’isolamento del telelavoro. Sono stati due neoarchitetti del Politecnico di Milano, Marta Grisolia e Martina Lorenzini – con la loro tesi di laurea del 2016, La centrale del coworking. Il Battiferro genera nuove energie per Bologna -, a proporre l’unico progetto organico per far tornare a vivere la ex centrale di mattoni rossi.
Anche la centrale di Bologna, come la Tate Modern di Londra, la Montemartini di Roma e diverse altre nel mondo, potrebbe trasformarsi in museo di se stessa. Ma accanto a questa destinazione, sostengono Grisolia e Lorenzini, potrebbe averne anche altre, «per essere al servizio della città e delle persone che gravitano intorno alla centrale, cioè lavoratori e studenti, turisti e abitanti del quartiere». E poiché a Bologna i turisti non mancano, grazie anche ai 43 musei e a un centro storico tra i più antichi d’Europa, e considerato che con il nuovo polo universitario e la presenza del Cnr il numero di studenti, professori e ricercatori aumenterà fino a 5.500-6.000 persone, il progetto dei due neoarchitetti ha cercato di rispondere alla domanda: cosa manca in prossimità della centrale? Ecco la risposta: «Mancano spazi di aggregazione e di svago per il pubblico, e in vista dell’utenza futura del polo universitario è necessario creare nuovi ambienti multifunzionali». Cioè? Uno spazio coworking polifunzionale, appunto, con ristorante, bar, sale di lettura, auditorium, sala cineforum, palestra, aule per lo studio singolo e di gruppo, spazi espositivi, postazioni internet, officina e parcheggio per le biciclette. Un Battiferro ridisegnato, ma non snaturato né stravolto, che all’interno e all’esterno possa accogliere non soltanto studenti e professori, ma anche famiglie, bambini, anziani. Perché funzionale e perché bello. L’opposto delle orribili e invivibili case popolari costruite proprio di fronte alla ex centrale, loculi bollenti d’estate e umidi d’inverno, che la signora Gina R. ci ha fatto visitare, e che i cinesi della Bolognina, se il Battiferro dovessero acquistarlo e ristrutturarlo loro, potrebbero anche far abbattere. Dando così un esempio virtuoso di ciò che viene definito «urbanistica contrattata».


Carlo Vulpio, la Lettura, 9/4/2017

La strana protesta contro il gasdotto

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E’ strana questa protesta «ambientalista» contro il gasdotto Azerbaigian-Italia. E’ strana perché il metano è il meno inquinante dei combustibili fossili: non c’è paragone con il petrolio o con il carbone, che alimentano, per esempio, le due centrali elettriche di Brindisi (tra le più inquinanti d’Europa) e l’Ilva (la più grande acciaieria europea, produttrice incontrollata di cancerogeni e di diossina).
Il gasdotto – un tubo del diametro di 90 centimetri, a 10 metri di profondità – sboccherà nell’entroterra, a 8 chilometri dalla costa. Ma ci sono gli ulivi sul tracciato e bisogna fare attenzione. Giusto. Infatti ne sono stati espiantati 211, e saranno tutti ripiantati. Ma anche se fossero di più? E’ la Xylella il nemico degli ulivi, non il gasdotto. Come non lo sono i 38 chilometri del nuovo troncone Basilicata-Salento dell’Acquedotto pugliese (diametro del tubo 1,40 metri) che ha comportato l’eradicazione (provvisoria) di 2.500 ulivi e che è stato inaugurato proprio da Michele Emiliano. Con un discorsetto opposto a quelli che egli fa per alzare la temperatura del gas.
Con Emiliano, contro il gasdotto, c’è anche Vendola, che durante il suo «decennio» ha regalato alla Puglia assurde discariche, pale eoliche e pannelli fotovoltaici come da nessun’altra parte, con espianto (perenne) di migliaia di ettari di uliveti e vigneti. Senza che Emiliano, e l’altro caballero della protesta anti-gasdotto, Grillo, abbiano emesso un solo sospiro per le campagne e il paesaggio scempiati.
Si poteva far approdare il gasdotto a Brindisi, dicono Emiliano & Co. Fingendo di non sapere che dire Brindisi significa dire mai, perché per la Direttiva Seveso III, la città è «area a rischio di incidente rilevante». E allora ecco che «in Azerbaigian non vengono rispettati i diritti umani». Come se Cina, Kazakhstan, Arabia Saudita, Nigeria, Algeria e tanti altri nostri partner commerciali fossero democrazie liberali. Infine, la mafia. Poteva mancare la mafia del gas azerbaigiano, con un tubo che attraversa Georgia, Turchia, Grecia, Albania? Certo che no. Ma se anche questo non bastasse, ecco la domanda jolly: chi ha interesse a fare «quel» gasdotto? E se invece ci chiedessimo: chi ha interesse a «non» fare il gasdotto, che, guarda caso, non attraverserà la Russia e perlomeno non farà di Italia e Ue una specie di Ucraina?


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 2/4/2017


(Se ti interessa, vedi anche il reportage e i video dall’Azerbaigian

I matti aspettano un museo

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Granzette (Rovigo) / Concepito nel 1906, inaugurato nel ’30, dismesso nell’80, chiuso nel ’97, l’ospedale psichiatrico è un insieme di padiglioni in un parco di 22 ettari che servirebbe alla città, priva di un polmone verde. Tra le varie ipotesi una sola mette d’accordo tutti: un’istituzione dedicata alla follia


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Rovigo


L’edera avvinghia tutto. Penetra negli edifici attraverso le crepe dei muri, sale lungo le grondaie e vince la residua resistenza delle persiane malandate. Avvolge gli alberi — tigli, pioppi neri e platani maestosi — come un enorme pitone verde, fino a ingerirli completamente. Ricopre con un tappeto fitto e uniforme di rami e di foglie persino i viottoli asfaltati e quelli sterrati. L’edera, quando ci si mette, mangia tutto.
Questo appare l’ex ospedale psichiatrico di Rovigo, frazione di Granzette: non un parco di 22 ettari, non un complesso di 20 edifici che misurano in tutto 16 mila metri quadrati, non una grande prova di architettura destinata alla custodia degli alienati mentali secondo il dogma «scientifico» imperante dal XIX secolo, ma un gigantesco inghiottitoio di edera.
Una volta varcato il cancello e superata la casa del custode, la sensazione è che l’immobilità del luogo sia solo apparente e che quell’edera possa all’improvviso, silenziosamente, allungare i tentacoli e catturare e pian piano ingerire chiunque si muova nei suoi paraggi. Una strana sensazione ma non un’allucinazione. Perché la domanda, alla fine di questo giro in un’altra dimensione, in un altro tempo, attraverso l’eco delle voci strozzate delle migliaia di pazienti-prigionieri che qui sono stati internati e qui hanno non-vissuto fino alla morte, è forse un po’ banale ma molto concreta. La domanda è: quanto tempo manca al giorno in cui questa marea di edera divorerà completamente l’ex manicomio di Granzette? E la risposta è semplice. Manca poco. Di questo passo, molto poco.
Il manicomio di Rovigo, grazie all’applicazione della «Legge Basaglia» del 1978, che finalmente considerava il malato di mente una persona da curare e non semplicemente da rinchiudere, è stato dismesso nel 1980 ma chiuso definitivamente nel 1997, e ha resistito per vent’anni all’incuria e alle avversità atmosferiche, oltre che all’abbraccio mortale dell’edera. Ma per quanto si cerchi di limitare i danni, com’è avvenuto l’anno scorso con l’ultimo intervento di pulizia e potatura parziale costato 105 mila euro, non può resistere ancora a lungo. Eppure è un «bene culturale», vincolato come tale in base al Codice dei Beni culturali del 2004 e vincolato anche come bene paesaggistico. E nonostante le tragedie e il dolore che contiene, è un luogo bellissimo, una di quelle «cittadelle della follia» autosufficienti — dall’approvvigionamento di acqua e di gas fino alle stalle per gli animali, le cucine, i magazzini, l’officina, la sartoria, l’ambulatorio, la chiesa, il campo di calcio — in cui gli edifici sono disposti a ferro di cavallo, secondo il sinistro modello panottico del carcere ideale concepito da Jeremy Bentham alla fine del Settecento, in cui da un solo punto di osservazione si poteva avere il controllo totale di tutto e di tutti.
L’ex manicomio è anche un bene che vale ancora molto proprio in termini economici, tanto che l’ente proprietario, l’azienda sanitaria di Rovigo, aveva fissato in 4 milioni di euro la base d’asta per la sua vendita, ma la decisione si è subito arenata e la gara non si è più svolta perché sembra che il Comune e la Provincia, che volevano acquistarlo ma non avevano un euro per farlo, hanno pensato bene di fare pressione affinché non lo acquistasse nessuno.
Granzette è il polmone verde di Rovigo, il parco che manca alla città e ai suoi 50 mila abitanti, che invece gravitano attorno al solito, anonimo, deprimente centro commerciale fuori le mura e svuotano il centro urbano, intristendolo ancora di più e intristendosi anche loro. Mentre hanno a portata di mano, in casa, proprio a metà strada fra le città d’arte e sedi universitarie di Padova e di Ferrara, un «riassunto» del Polesine, perché Granzette è un simbolo significativo della storia della malattia mentale (nacque per raccogliere tutti i matti polesani sparsi in 41 ospedali italiani) e Rovigo significa Delta del Po, e quindi arte, storia, natura, da Lendinara a Fratta — con Villa Badoer, l’unica villa palladiana del Polesine — e da Arquà, con il suo castello estense, ai gorghi naturali di Trecenta, Pincara e Fiesso Umbertiano.
L’ex manicomio di Granzette, progettato nel 1906 e inaugurato nel 1930, è stato uno dei modelli della visione otto-novecentesca della custodia senza cura dei malati mentali. Pura reclusione, con somministrazione di «cure» quali la insulinoterapia e l’elettrochoc. E i padiglioni della cittadella, alcuni a rischio di crollo e tutti con i tetti di eternit (amianto), lo raccontano attraverso la loro stessa suddivisione semicircolare in quattro grandi sezioni, uguali per maschi e femmine: i paganti, i tranquilli, i semiagitati, gli agitati. Tutti naturalmente iscritti al casellario giudiziario e privati dei diritti civili e politici per il fatto stesso di essere stati internati.
Non ci vuole molta immaginazione per vedere dentro padiglioni come questi persone in camicie di forza, letti di contenzione ed esercizio della chirurgia psichiatrica, cioè la lobotomia. Esattamente ciò che alla fine del film Qualcuno volò sul nido del cuculo vien fatto al protagonista, Jack Nicholson, e che nella visione della cura della malattia mentale fin oltre la metà del XX secolo, cioè prima dell’affermazione degli psicofarmaci, veniva considerata una pratica psichiatrica di alto livello. Tanto che il suo inventore, il neuropsichiatra portoghese Antonio Egas Moniz, nel 1949 vinse il premio Nobel proprio per ciò che successivamente sarebbe stato considerato un crimine contro l’umanità.
Naturale quindi che al primo posto di ogni progetto di recupero dell’ex manicomio rodigino ci sia l’idea di non rimuoverne la storia e di non cancellarne la memoria, destinando almeno un padiglione della cittadella della follia a museo della follia, in cui raccogliere le storie dei degenti contenute nel prezioso archivio dell’ex manicomio e salvare anche gli affreschi del decoratore Leone Bacchiega, che qui trascorse trent’anni della sua vita e fino alla morte regalò ai suoi compagni di sventura 48 dipinti murali — paesaggi montani, campagne, laghi, lungomare — che erano altrettante finestre per guardare quel mondo esterno che a loro era precluso.
Ma che cosa si può fare di questo ex manicomio, alcuni anni fa candidato a diventare quel «Centro internazionale per la lotta al cancro» che incontrò l’entusiasmo di Umberto Veronesi, e che poi Padova ha soffiato a Rovigo? In teoria, Granzette può diventare tutto. E tutti concordano su questo. Tutti per esempio sono d’accordo sul museo della follia e tutti ritengono che i progetti di recupero possano essere diversi e altrettanto validi, chiunque sia il soggetto, privato o pubblico, che dovesse occuparsi di Granzette. L’importante è che prevedano l’uso pubblico del parco e rimuovano e smaltiscano l’amianto. Lo dicono il Wwf e Italia Nostra, il Comune e la Provincia, il dirigente del Servizio tecnico dell’azienda sanitaria, Rodolfo Fasiol, che ebbe il compito di approntare la delibera poi abbandonata di vendita all’asta, e l’«archivio vivente» dell’ex manicomio, il geometra Andrea Piccoli, che vi cominciò a lavorare giovanissimo. Lo dice Roberto Costa, che con l’associazione Biancoenero ha raccolto materiale prezioso e organizza visite guidate nella struttura, e lo sostengono i 130 studenti dello Iuav, la facoltà di Architettura di Venezia, che nell’anno accademico 2014-15 a Granzette hanno dedicato l’intero corso di laurea in Architettura, Costruzione e Conservazione e, guidati dalla professoressa Emanuela Sorbo, hanno tenuto seminari e giornate di studi e poi hanno pubblicato i risultati del loro lavoro anche in una mostra itinerante.
Campus universitario, parco tecnologico, polo delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, villaggio dello sport o cittadella agricola da «abbinare» al confinante Centro di colture industriali (l’unico in Italia autorizzato alla coltivazione della canapa per fini di studio), l’ex manicomio di Granzette potrebbe diventare senza traumi ognuna di queste cose. O anche un centro di ricerca scientifica sul cervello e su malattie come l’Alzheimer, come propone il Fondo sovrano del popolo, un fondo di azionariato popolare che si era fatto avanti «per acquistare e salvare» l’ex manicomio di Granzette, se la gara si fosse tenuta, e che si prefigge — dice la sua rappresentante Adriana Quattrino — di salvaguardare, attraverso un’azione economica redditizia per gli investitori, il patrimonio culturale e naturale italiano, cominciando da Granzette e dal Po, da bonificare e risanare.
Il recupero dell’ex complesso psichiatrico proposto dal Fondo sovrano del popolo potrebbe anche riservare una sorpresa di natura religiosa. E cioè l’insediamento a Granzette della sede di rappresentanza della Chiesa ortodossa italiana, il cui primate è da poco più di un anno lo psichiatra ed ex parlamentare Alessandro Meluzzi. Naturalmente, sempre se questo immobilismo tutto italiano finisse e Granzette non venisse lasciata marcire nell’edera. L’unica cosa da pazzi di questa storia.


Carlo Vulpio, la Lettura, 19/3/2017

Fra i 3.500 nei ghetti della Puglia. “Le aziende chiamano al telefonino”

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Pianura del Tavoliere (Foggia)


Se non fossero neri, li scambierebbero per olandesi o belgi, perché vanno quasi tutti in bicicletta. Mai nel Tavoliere, se non ai tempi dei braccianti di Peppino Di Vittorio, si erano viste tante biciclette scorrazzare per queste strade di campagna pianeggianti e rettilinee, eppure così malandate, come in Bosnia dopo la guerra. E come quei braccianti, anche questi «tulipani neri» non fanno sport, ma vanno a lavorare nei campi o a cercare lavoro, e alla fine della giornata, se la bicicletta non si è sfasciata, tornano a casa. Dove «casa» sta per baracca fatta di pezzi di legno, di plastica e di lamiera. Tutte le loro «case» sono così. È la loro bidonville. Il ghetto.
Sono vent’anni che né lo Stato, né la Regione, né le associazioni dei grandi produttori agricoli e della grande trasformazione e distribuzione agroalimentare sono stati capaci di organizzare per loro villaggi di strutture mobili, prefabbricati come quelli installati dopo un terremoto, che li accolgano per i 7–8 mesi di lavoro agricolo e non li facciano vivere come bestie, tra montagne di rifiuti che nessuno va a raccogliere, e che loro sono costretti a bruciare e a respirare, altrimenti rischiano malattie peggiori, e senza alcun altro servizio minimo che faccia capire al mondo che la schiavitù è finita e non può essere un alibi per nessuna economia.
E infatti, la Ue questo rimprovera all’Italia, le chiede come impiega i soldi che riceve per i suoi «gastarbeiter», i lavoratori ospiti, se i risultati sono questi. E non vale rispondere alla Ue che gli immigrati devono essere distribuiti equamente tra i diversi Paesi dell’Unione, perché qui stiamo parlando di immigrati che vengono in Italia per soddisfare la domanda italiana di lavoro agricolo. Mentre si insiste nel far «accudire» questa gente da costose cooperative di «volontariato», che, appunto perché costose, si occupano di una esigua minoranza di immigrati (ma perché poi, se hanno il permesso di soggiorno e sono persone libere e addirittura cittadini europei?).
Li abbiamo visitati tutti, uno per uno, i cinque ghetti del Tavoliere, che attualmente «ospitano» all’incirca 3.500 persone. In quello di Macchia Rotonda, per esempio, a Stornara, vivono circa 350 Bulgari, tutti di etnia Rom e tutti, ohibò, che lavorano qui da anni, e non fanno più di quello che farebbero foggiani, napoletani, milanesi, italiani che decidessero di non rispettare le leggi.
Pavlov Andonov, per dire, ha la carta d’ identità italiana e viene qui da dieci anni con i suoi tre figli, che frequentano la scuola di Borgo Tressanti – dove c’è un altro ghetto -, in cui abbiamo visto 70 bambini africani, bulgari, polacchi e italiani divertirsi insieme. Stesso discorso nel ghetto «misto» di Borgo Mezzanone e nel ghetto «Ghana» di Borgo Tre Titoli, dove le biciclette e i telefonini consentono ormai una contrattazione diretta tra datori di lavoro e braccianti immigrati che toglie enfasi e spazio all’attività dei «caporali», sempre meno mediatori illegali di manodopera e sempre più simili a una sorta di servizio taxi tipo Uber (5 euro a cranio, la tariffa).
Mentre davvero paradossale, se non agitato ad arte, appare l’allarme per «infiltrazioni della criminalità organizzata nei ghetti», con tanto di new entry costituita ora dalla «mafia nigeriana», quasi che i nativi abbiano da prendere lezioni da personale straniero per attentare al già precario ordine pubblico.
Nel Gran Ghetto di San Severo, «famoso» per gli incendi in cui due ragazzi del Mali sono morti carbonizzati, Akim Djallogara, 34 anni, meccanico del Mali, tornato qui dopo che il ghetto è stato raso al suolo, sta rovistando tra le macerie. Cerca qualche piccolo oggetto personale a cui era affezionato e recupera qualche pezzo di legno e di lamiera per andare a ricostruire la sua capanna da qualche altra parte. Ci guarda e dice: «Ma quale malavita che abbia un po’ di cervello può pensare di venire qui? Se non fosse tutto così tragico, riderei».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 13/3/2017

I Mediterranei

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Allestita a Palermo l’ultima parte del progetto “Imago Mundi” di Luciano Benetton, un atlante visivo della contemporaneità, in cui espongono rappresentanti di tutti i Paesi rivieraschi. Compresi palestinesi e curdi


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Palermo


Com’è il mare Mediterraneo visto dalla banchina del porto di Palermo? E come dev’essere, se lo si va a vedere dal porto di Napoli? E da Venezia? E se si esce dall’Italia, e si va a Marsiglia o a Barcellona? E ancora, com’è questo mare visto da Atene, Istanbul e dai porti del Medio Oriente, oppure da Alessandria d’Egitto e da tutta la costa africana? Sempre lo stesso mare? E oltre a essere la «culla della civiltà», con annessa inflazionata metafora di «ponte» e «crocevia» tra i popoli e le culture e «corridoio» per gli scambi commerciali, può essere ancora considerato il Mare Nostrum? Ma poi, nostrum di chi, se questa dei Romani era una definizione per dire che il Mediterraneo era il loro lago, come nel XVIII secolo lo fu degli inglesi?
La lezione di Fernand Braudel è sempre valida. «L’universo mediterraneo – ha scritto il grande storico francese – ha vissuto per lungo tempo suddiviso in spazi autonomi, mal collegati. Tutto il mondo attuale è molto più unito nelle sue diverse parti di quanto lo fosse il Mediterraneo ai tempi di Pericle. E’ una verità che non bisogna mai perdere di vista: esistono dieci, venti, cento Mediterranei, e ognuno di essi è a sua volta suddiviso». Questa affermazione, tutt’ora necessaria per capire che cos’è oggi il Mediterraneo, diventa ancora più illuminante se integrata con il giudizio di Giuseppe De Rita, presidente del Censis (istituto che nel 2010 svolse per la Fondazione Roma-Mediterraneo una interessante ricerca intitolata Il Mediterraneo visto dagli italiani), secondo il quale il Mediterraneo è anche «un oggetto che negli ultimi decenni ci sta cambiando tra le mani», «uno spazio, non più un luogo, che viene attraversato, mangiato, evitato, e sul quale si prendono decisioni che provengono da fuori, come le decisioni americane o la presenza americana nella lotta arabo-israeliana, o come tutta la tematica dell’Europa moderna incentrata sull’energia, che si gioca sugli oleodotti, i gasdotti, Europa Centrale e Russia».
Ecco dunque che torna la domanda. In quale Mediterraneo viviamo? La risposta è che non lo sappiamo, semplicemente perché non conosciamo bene questo mare, non ne abbiamo un racconto fedele e aggiornato. Tutt’al più sappiamo cosa non è, ma definirlo in positivo è difficile, arduo. Di certo, non è il melting pot che caratterizza l’America, perché nel Mediterraneo non ci sono solo «diversità» da tenere assieme, ma ci sono identità, culture profonde, antichissime e sofisticate. E non è nemmeno una casa comune, sia perché camere da letto, servizi e cucina non sono in comune, sia perché ognuno considera gelosamente nostrum, cioè propria, la fetta di mare dalla quale è bagnato. Allora, dove siamo? Più probabilmente e più correttamente ci troviamo in un condominio, in cui dobbiamo convivere con gli altri inquilini, cercando di capire al più presto se il condominio-Mediterraneo possa garantire la convivenza serena o quanto meno la non aggressione tra i diversi Mediterranei che contiene.
Qui ci fermiamo un momento e torniamo sulla banchina del porto di Palermo. Dove incontriamo Luciano Benetton, che da quando ha lasciato la guida dell’impresa da lui fondata si dedica, dice, «a ciò che più mi apre la mente sul mondo, come per esempio l’arte», e ci accompagna ai Cantieri culturali della Zisa (al-Aziza, la Splendida), a due passi dall’omonimo castello arabo-normanno, patrimonio Unesco.
I Cantieri, in una città pur sempre affascinante nonostante gli sfregi del passato e l’incuria del presente, sono una effervescente cittadella di capannoni industriali ristrutturati e in via di recupero, che ospitano l’Accademia di Belle Arti e il Centro sperimentale di cinematografia e dove sorgerà anche un Laboratorio di fotografia. In uno di questi padiglioni, Luciano Benetton ha fatto allestire la mostra Rotte mediterranee. Un inedito ritratto creativo di un mare e delle sue genti. Si tratta dell’ultima parte del più ampio progetto Imago Mundi, la creazione di un atlante mondiale dell’arte visiva, che ha già coinvolto 20 mila artisti appartenenti a 120 tra nazioni, regioni e popoli dei cinque continenti e che a Palermo ha portato i racconti per immagini di tremila artisti provenienti dai 19 Paesi bagnati dal Mediterraneo, che nella mostra sono giustamente 21 perché c’è la Palestina e ci sono anche i curdi.
«Non sono un critico d’arte – dice Luciano Benetton -, ma un viaggiatore come Marco Polo, che ha verso i popoli e le culture la curiosità che Carlo Linneo aveva per la natura e gli organismi viventi. Non so quanto valgano artisticamente queste opere. Lo diranno gli esperti. A me interessava mettere assieme i giovani esordienti e i nomi affermati di tutti i Paesi del Mediterraneo, ma in maniera democratica, anzi direi egualitaria, affinché tutti i punti di vista fossero rispettati e tutti gli artisti potessero esprimersi in totale libertà». L’idea egualitaria si è tradotta anche in uno spazio uguale per ogni dipinto, tutte tele di 10 x 12 centimetri, esposte in contenitori mobili – disegnati dall’architetto Tobia Scarpa – che si aprono e si richiudono come i fogli di un quaderno e vengono infilati come pannelli in casse di legno per migrare altrove. Delle 21 collezioni di Palermo, sette, a maggio prossimo, saranno nella ex Jugoslavia e includeranno anche la Serbia, la Macedonia e il Kosovo, che non si affacciano sul Mediterraneo, e la Bosnia (20 chilometri di costa). Mentre le collezioni del progetto intercontinentale sono in giro per la Cina, dove rimarranno per tutto il 2018.
Insieme con queste opere d’arte, ancora una volta migrano anche i popoli da esse raccontati, perché lo spazio mediterraneo è scenario di migrazioni da sempre, e se adesso soffre ed è in apprensione per flussi incontrollati e poco controllabili è soprattutto perché non si sente al sicuro. E’ avvelenato dalle guerre diffuse e dalla guerra per antonomasia, il conflitto tra Israele e la Palestina, che senza un accordo di pace ipotecherà ancora il futuro del Mediterraneo. E’ spaccato in due, una sponda nord che teme l’invasione e una sponda sud che spera in una vita migliore. E’ spaventato dalle tante ma ovvie differenze, che invece di essere apprezzate come una ricchezza in un condominio di gente che si rispetta e rispetta regole comuni, vengono considerate «requisiti» di altrettanti ghetti multiculturali.
E’ di tutto questo che parlano i dipinti di Rotte mediterranee. Ma non soltanto di questo. I popoli sono formati da individui. E quindi sono raccontati le emozioni, i sogni, gli umori delle persone. Dei bambini. Persino degli animali. Gli artisti hanno anche parlato delle donne e di libertà là dove non si può. Di viaggi e di partenze, dove questi sono vietati o impossibili. Di mare e di tradizioni. Di Dio e di démoni. Di amore e poesia. Di «informazione», che sembra voler togliere anziché dare importanza alla necessità di andare a vedere un luogo, e di crisi economica, quando non di povertà.
Sembra un caso, ma forse non lo è. Nelle opere in mostra a Palermo, il linguaggio e il modo di trattare i diversi temi sono più simili proprio tra coloro che dovrebbero essere più distanti e che nella realtà stentano a rivolgersi la parola, e cioè gli artisti siriani, palestinesi e israeliani. Ma non è poi così sorprendente, in una terra di tanto grande cultura. Diceva Andrea Parrot, ex direttore del Louvre: «Ogni persona civilizzata nel mondo deve ammettere di avere due patrie: quella in cui è nato e la Siria».


Carlo Vulpio, la Lettura, 26/2/2017

Vita di Olivetti, utopista pragmatico

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La lezione dell’imprenditore


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L’urbanistica e la cultura. Dovunque queste due parole si rivelino parole chiave, anche nella politica, là c’è Adriano Olivetti. Uomo di pensiero e di azione, Olivetti era, apparentemente, un ossimoro vivente per quel suo voler essere un grande imprenditore e un vero rivoluzionario, un dichiarato utopista e un serio pragmatico. Ma, appunto, queste contraddizioni in lui erano solo apparenti. Perché non c’è mai stato un tema, un argomento, una iniziativa economica, editoriale o politica, un periodo o un episodio della sua vita, anche quella privata, in cui Adriano Olivetti non abbia impegnato tutto se stesso per raggiungere i traguardi che aveva in mente, non soltanto per sé e per l’azienda di famiglia avviata nel 1908 dal padre Camillo, ingegnere e geniale inventore, ma anche per gli altri, per tutti gli altri, cioè per il prossimo, da intendersi proprio in senso evangelico. Perché alla fine Adriano Olivetti, di papà ebreo e madre di religione valdese, questo era, un socialista non marxista, un proudhoniano, e un cristiano del Concilio Vaticano II già prima del Concilio stesso. E questo era riuscito a essere nella sua vita: la sintesi di un socialismo umanitario e democratico e di un cristianesimo vivo e mai dogmatico.
Olivetti ha anticipato i tempi, per esempio nelle relazioni industriali, innalzando il livello di vita dei dipendenti delle sue aziende prima ancora che arrivassero le rivendicazioni sindacali, convinto della funzione sociale dell’impresa, che non poteva illudersi di prosperare sui soli profitti se contemporaneamente non si prefiggesse di far crescere l’uomo, attraverso l’istruzione, la cultura, la formazione professionale continua e l’educazione al bello e all’equilibrio tra la natura e l’intervento umano.
Un obiettivo che gli riuscì di realizzare nel suo Canavese e che con lo stesso ottimismo e la stessa tenacia tentò di replicare in altre aree d’Italia. Nel Centro e soprattutto al Sud, dove ebbe particolarmente a cuore le aree sottosviluppate, come la Basilicata e Matera, con i Sassi, il meraviglioso ma degradato insediamento trogloditico, e con le campagne tutto intorno, latifondi nei quali le idee e la pratica di Adriano Olivetti e dei suoi collaboratori – una schiera di tecnici e intellettuali di cui ci limitiamo a citare Franco Ferrarotti, Friedrich Friedmann, Ludovico Quaroni, Rocco Mazzarone, Albino e Leonardo Sacco – anticiparono e superarono le realizzazioni della Riforma agraria degli anni Cinquanta, pur tra opposizioni e sabotaggi di ogni tipo, da parte dei democristiani al governo e dei comunisti all’opposizione.
Le Edizioni di Comunità di recente hanno ristampato per la quinta volta (e già questo ha un significato) Adriano Olivetti. La biografia, di Valerio Ochetto (295 pagine, 12 euro), eccellente e minuziosa storia pubblica e privata di Adriano, che morì non ancora sessantenne il 27 febbraio 1960, per una trombosi cerebrale che lo colpì mentre era in viaggio sul direttissimo Milano-Losanna. Adriano è stato «il ragazzo di Ivrea» che fece grande l’Italia persino negli Stati Uniti del capitalismo avanzato, ma è stato anche uno di quegli uomini che tutte le epoche vorrebbero avere e che sarebbero necessari specialmente in tempi «cyber» e «panfinanziari» come i nostri. Fu la prevalenza del fattore umano, infatti, a consentire ad Adriano Olivetti di sfidare, e vincere, l’incredulità e spesso anche le ironie di quelli che di fronte alle sue «visioni» e alla sua capacità di saper guardare le cose con cinquant’anni d’anticipo, opponevano la «saggezza» di chi sta con i piedi per terra. Salvo poi riscoprirsi rinchiusi nel proprio angusto recinto e magari finire sotto quella stessa terra che doveva sorreggerli.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11/2/2017

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