La battaglia del borgo contro i parchi eolici. “Il progetto va cambiato”

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La protesta dei cittadini dei comuni del Beneventano

San Bartolomeo in Galdo (Benevento)

San Bartolomeo, l’apostolo, qui è «in Galdo». Da Wald, termine longobardo che significa bosco. Il bosco sul cocuzzolo di Montauro, dove le janare, le streghe del Sannio, secondo la leggenda tenevano i loro «sabba», convegni in cui praticavano riti magici alla presenza del diavolo. Da quando il bosco e la intatta vallata sulla quale affaccia questo paese di cinquemila abitanti sono in pericolo, i devoti del santo e i seguaci delle janare si sono alleati. Il santo, le streghe, il diavolo, tutto il popolo. Anche quello dei comuni vicini. Pur di salvare l’ultimo brandello di paesaggio tra Campania, Puglia e Molise che non sia stato ancora invaso dalle pale eoliche.

Non c’è nemmeno bisogno del satellite, lo scempio si vede percorrendo la statale 369 in direzione Benevento. Il versante sinistro, quello pugliese, è davvero «sinistro». Filari di pale eoliche, che segnano un cammino spettrale di acciaio e cemento lungo il crinale dei monti Dauni, si ergono come enormi guardiani minacciosi sui piccoli comuni di Alberona, Roseto e Celenza Valfortore, Volturara Appula e San Marco la Catola. A destra invece il versante campano mostra tutta la sua bellezza inviolata, con la campagna coltivata e abitata, la vallata, e all’orizzonte i borghi di Baselice e Colle Sannita.

«Qui non le metteranno mai, non possono, sarebbe una follia», dicevano Carmine Agostinelli e Giovanni Pepe, sindaco e vicesindaco di San Bartolomeo in Galdo.

Invece il 16 dicembre scorso un decreto dirigenziale della Regione Campania ha autorizzato la Edelweiss power srl a compiere la follia. Piantare proprio lì 7 torri alte 200 metri con eliche di 136 metri di diametro, per una potenza installata (attenzione: potenza installata, non produzione di energia) di 28 megawatt. A questo «parco» eolico ne vanno aggiunti altri due, in via di autorizzazione. Uno della Edison, altri 30 megawatt e altri 7 alberi di trenta piani, e uno della Irpinia Vento srl, che voleva 16 pali da 2 megawatt, ma pur di vedersi autorizzato il progetto si «accontenterebbe» anche di 4 pali da 4 megawatt. Le tre società per non farsi la guerra hanno scelto tre posti diversi.

A nulla è valso l’intervento di «Italia Nostra»: «E’ in atto una trasformazione industriale che sta rapidamente cambiando il paesaggio del Sud, lo sta piegando all’imperativo della transizione ecologica e all’estrazione industriale di energia». Anche le parole dell’ad di Enel, Francesco Starace, intervistato dal «Corriere», sono cadute nel vuoto: «Per le pale eoliche non vedo molti altri posti in Italia dove si possano mettere». L’assalto invece continua. Fino all’ultimo buco di paesaggio utile alla Causa della Transizione Ecologica. Nel Sud, dice «Italia Nostra», è pronta una nuova invasione di torri eoliche, alte anche 250 metri. E ben 1.065 sono destinate alla sola Puglia, cioè la regione che con 2.500 megawatt è già al primo posto per produzione eolica. Mentre la provincia di Benevento, che ha 280 mila abitanti e una potenza installata di 500 megawatt con cui potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di 320 mila persone, deve subìre questo ulteriore arrembaggio. E tutto questo senza contare lo scempio del fotovoltaico industriale, che per ogni megawatt di energia prodotto richiede di «tombare» con i pannelli solari due ettari di terra, quasi sempre coltivata o coltivabile.

«Ricorreremo al Tar per questo regalo di Natale», dicono sindaco e vice di San Bartolomeo in Galdo. L’amministrazione comunale non vuole nessuno dei tre progetti, ma ha tuttavia indicato un’area diversa dalle tre individuate dalle società proponenti, «quella sul versante pugliese, che è già compromessa dalle pale eoliche». In questa vicenda ministeri e soprintendenze si sono persino scontrati. Però, se vi state ancora chiedendo come sia possibile che aree agricole diventino per decreto aree industriali, sappiate che ciò è previsto dalle Linee Guida Nazionali. In sintesi: si tiene una «conferenza di servizi», alla quale partecipano una cinquantina di soggetti istituzionali, a dimostrazione di quanto ampia e partecipata sia e debba essere la decisione finale. Ma se, come nel nostro caso, i presenti sono solo 11, e in prevalenza contrari, gli assenti vengono conteggiati come favorevoli agli impianti. Una magia. Che consente di cambiare la destinazione dell’area da agricola in industriale tagliando fuori il comune. Nemmeno un sabba di janare avrebbe saputo fare meglio. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14/1/2022

Foto di ©Lucia Casamassima  

Cade l’accusa di caporalato, torna libera la moglie del prefetto

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Revocato l’obbligo di dimora a Rosalba Bisceglia. Il legale: ha chiarito tutto. Ma intanto tra intercettazioni “inequivocabili” e ricostruzioni “inoppugnabili” contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l’una accusata di reati infamanti e l’altra costretta a dimettersi

Foggia

È un classico della giustizia italiana: paga chi non c’entra nulla, e pazienza se i reati per i quali paga chi è innocente continuano a essere commessi tutti i giorni sotto gli occhi di tutti. Meno di un mese fa, il gip di Foggia, Margherita Grippo, con una ordinanza di 117 pagine aveva accolto le conclusioni dell’inchiesta «Terra Rossa» condotta dalla Procura dauna in materia di caporalato, l’odioso sfruttamento del lavoro attraverso la intermediazione illegale di manodopera.

Aveva sostenuto, il gip, che tra le sedici persone indagate (cinque agli arresti) e le dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, meritasse la misura cautelare dell’obbligo di dimora anche l’imprenditrice agricola Rosalba Livrerio Bisceglia. Dello schiavismo nei campi tutti sanno tutto da sempre, quindi nessuno può più simulare «orrore» e «stupore», ma è stato subito chiaro che in questo caso l’inchiesta ha fatto notizia proprio per il coinvolgimento di Rosalba Livrerio Bisceglia. Non soltanto perché la signora appartiene a una storica famiglia di imprenditori agricoli, ma anche e soprattutto perché è la moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno. Il prefetto Di Bari, appena ha appreso che la moglie era indagata con l’accusa di aver trattato direttamente con i caporali si è dimesso. Di Bari è stato prefetto vicario a Foggia per otto anni e da poco era diventato dirigente del dipartimento Immigrazione.

Il fatto che sua moglie fosse accusata di aver sfruttato i braccianti neri in combutta con i caporali – come racconta l’ordinanza del gip – lo ha fatto apparire come Dracula alla guida della Croce rossa. Ieri sera però, dopo l’interrogatorio della «moglie del prefetto» davanti allo stesso gip Grippo, il «contrordine compagni»: poiché Rosalba Livrerio Bisceglia, come riferisce in una nota il suo avvocato Gianluca Ursitti, «ha chiarito la propria posizione anche attraverso la produzione di documenti», le misure cautelari nei suoi confronti sono state revocate.

In altri termini, tra intercettazioni «inequivocabili» e ricostruzioni «inoppugnabili» contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l’una accusata di reati infamanti e l’altra praticamente costretta a dimettersi per la carica pubblica ricoperta. Quando invece, dice sempre il difensore dell’imprenditrice, tutti i pagamenti ai braccianti sono avvenuti con bonifico e nel rispetto dei contratti di lavoro provinciale e nazionale. Domanda: ma verificare tutto questo «prima»? No?

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/1/2022

Foto ©Lucia Casamassima

Via all’abbattimento dei palazzi. Riemerge il Teatro romano

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Tesori / Comincia oggi a Teramo la demolizione dei due edifici costruiti 120 anni fa. Si conclude una battaglia durata decenni per liberare una eccezionale area archeologica. Piano da 23 milioni per tutto il centro storico

Teramo

Il momento è giunto ed è solenne. Oggi pomeriggio a Teramo verrà aperto il cantiere per l’abbattimento di palazzo Adamoli e di palazzo Salvoni, i due edifici di tre piani costruiti centoventi anni fa proprio sopra il Teatro romano, in pieno centro storico. Le due costruzioni verranno finalmente demolite e il più grande bene archeologico dell’Abruzzo, meravigliosa opera in pietra dell’età augustea fatta costruire dall’imperatore Adriano nel II secolo dopo Cristo, rivedrà la luce entro 150 giorni.

Coevo del più famoso Teatro Marcello di Roma, il Teatro romano dell’antica Interamnia era capace di contenere mille persone ed era lì, tutto intero, a tre metri e mezzo sotto la superficie stradale, quando si decise di costruirvi sopra i due palazzi, proprio al centro dell’emiciclo, dando a intendere che tanto, lì sotto, non c’era nulla. Una tesi, questa, ribadita anche quando, nel 1902, lo storico e archeologo teramano Francesco Savini insisteva nell’affermare il contrario, e di nuovo ripetuta quando Savini (al quale è stato meritoriamente intitolato il Museo archeologico di Teramo) non solo non si arrese, ma con tenacia cominciò a sue spese gli scavi, che poi proseguirono grazie all’approvazione del suo progetto da parte dell’Accademia dei Lincei e al finanziamento dell’allora Soprintendenza di Marche, Abruzzo e Dalmazia.

Nel 1937, il ministro della Cultura popolare, Giuseppe Bottai, fa la cosa giusta. Decide che quei due palazzi devono sparire e ne finanzia l’abbattimento. Il regime fascista, a Roma, abbattendo e scavando, sta riportando alla luce i Fori imperiali, e a Teramo non vuol essere da meno. Poi però scoppia la guerra. E, nel dopoguerra, sono altre le rovine a cui dedicare attenzione e risorse. Ma dopo? Cosa è avvenuto dopo, nei tre «ventenni» post-ricostruzione bellica, cioè in quei sessant’anni di edilizia selvaggia che dal 1960 al 2020 ha in vario modo sfigurato l’Italia? Molto poco. Quasi niente. Qualche «ecomostro» abbattuto – come l’albergo Fuenti sulla costiera amalfitana, o i palazzacci di Punta Perotti sul lungomare di Bari -, e il resto della «Grande Bruttezza» architettonica e urbanistica ancora tutta in piedi.

Per il Teatro romano di Teramo le cose sono andate nella stessa direzione. Dopo lo sfregio, l’incuria. E dopo la sfiducia, l’inerzia e la rassegnazione. Ce ne accorgemmo undici anni fa, quando il «Corriere» venne a Teramo e diede voce a un manipolo di irriducibili – l’associazione «Teramo Nostra» e i Radicali del teramano Marco Pannella -, che non avevano mai smesso di battersi e di credere nel recupero del Teatro romano e nella sua funzione di volano per il rilancio di tutto ciò che gli sta intorno: la Domus romana del I secolo avanti Cristo, l’Anfiteatro del I secolo dopo Cristo, la Basilica del VI secolo e il Duomo del XII. Sembrava una sfida impossibile, di pura testimonianza. Addirittura, dopo il sisma del 2009, che rese pericolanti i palazzi Adamoli e Salvoni, a causa di un errato progetto di abbattimento i soldi che dovevano essere utilizzati per demolire i due edifici vennero impiegati per consolidarli.

Marco Pannella, arrabbiato, esausto, arrivò persino a denunciare alla Procura della Repubblica queste stranezze, che definì «frutto della volontà di un’associazione a delinquere che persegue un medesimo disegno criminoso». Ma non accadde nulla. Pannella tuttavia avrebbe vinto anche questa battaglia. Nel 2019, tre anni dopo la sua morte. Quando a Teramo si insedia l’amministrazione comunale di Gianguido D’Alberto, il sindaco in carica, che decide di giocarsi tutto sul recupero del Teatro romano e sulla «rifunzionalizzazione», come la definisce lui, dell’area archeologica circostante, fino al mercato coperto e al Conservatorio «Braga».

I due palazzi sono stati acquisiti dai proprietari per 400 mila euro e la demolizione vera e propria ne costerà 800 mila, ma complessivamente per gli interventi di recupero e di valorizzazione del centro storico di Teramo verranno spesi 23 milioni di euro. «Avremo un nuovo paesaggio urbano bellissimo, di cui andremo fieri», dice il sindaco.

L’entusiasmo e l’emozione di D’Alberto sono gli stessi dell’ingegnere Alessandra di Giuseppe Cafà, che coordinerà i lavori di demolizione dei due palazzi, e di Alberto Melarangelo, presidente del consiglio comunale e figlio di Sandro, il quale, con Renato Ciminà, Piero Chiarini, Cosima Pagano e Alessio Palantrani di «Teramo Nostra», per protesta giunse a incatenarsi davanti ai palazzi che verranno abbattuti. Ma entusiasmo ed emozione sono anche i sentimenti dell’intera città. Tutte le forze politiche hanno sostenuto le singole tappe del veloce cammino di questi ultimi tre anni e i cittadini hanno risposto con una partecipazione mai vista alla conferenza di servizi dell’anno scorso, in cui è stato discusso il progetto di recupero dell’architetto palermitano Girolamo Bellomo e della sua équipe.

La demolizione, per ovvie ragioni, non avverrà in maniera spettacolare, con la dinamite, ma con lo «smontaggio» pezzo per pezzo, a partire dal tetto, dei due edifici. Come si fa con i mattoncini delle costruzioni «Lego». I due palazzi saranno imbragati da catene laterali che ne eviteranno lo «spanciamento», mentre i gradoni e la cavea del Teatro verranno ripuliti dal materiale di deposito delle finte fondamenta.

Per Teramo, che dopo tre terremoti negli ultimi dodici anni ha ancora quattromila sfollati, questo è davvero un gran giorno. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20/12/2021

La morte dei fratellini Hristov e Alina travolti dalle fiamme nella favela italiana di Stornara

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Avevano 2 e 4 anni, vivevano nell’insediamento di Stornara tra lamiere e cumuli di immondizia. Il fuoco divampato da una stufetta a legna. La mamma era appena andata da una «vicina» a chiedere un po’ di caffè

Stornara (Foggia)

Due fratellini di quattro e due anni, un maschietto e una femminuccia, bulgari di Burgas, sono morti carbonizzati ieri mattina in una baracca della favela che sorge a un paio di chilometri dal cimitero di Stornara. Sono morti così, come possono morire soltanto i disperati della Terra. Come morirono Aylan e Galip, i fratellini curdi di tre e cinque anni annegati sulla spiaggia turca di Bodrum nel 2015 nel tentativo di cercare salvezza in quest’altra parte del Mediterraneo. La tragedia dei fratellini curdi era riassunta in quella foto di Aylan riverso sulla spiaggia, che fece il giro del mondo e lo indusse a provvisoria commozione. Per i due fratellini bulgari Hristov e Alina nemmeno questo. Chi li ha visti non aveva niente da fotografare. I due corpicini si potevano a malapena distinguere da due pezzi di legno usati per il fuoco di un camino. E dopo che i pompieri hanno spento l’incendio, e medici e carabinieri hanno svolto i dovuti sopralluoghi, i due bimbi sono stati portati via dal carro funebre, seguito da una macchina in cui c’erano i loro giovani genitori, 25 anni lei e 28 lui. Niente nomi. Nessun commento. Anzi, che tutti mantengano la distanza sociale necessaria, perché c’è il Covid. Invece siamo entrati nella favela, l’abbiamo percorsa in ogni angolo, tra baracche di cartone e montagne di rifiuti, e abbiamo parlato con questa gente.

La tragedia è «semplice», banale. Ieri mattina, intorno alle 8.30, la mamma dei due bambini è andata da una vicina di «casa» a chiederle del caffè e si è trattenuta un po’ con lei. I due bambini dormivano beati nella loro «casa» di cartone pressato e di lamiere, riscaldati da una stufetta a legna. All’improvviso, una colonna di fumo. Poi le fiamme e l’urlo della mamma: «I bambini!». Troppo tardi. Alle 9 la catapecchia era stata già divorata dalle fiamme e quando sono arrivati i vigili del fuoco si è trattato solo di impedire che l’incendio divampasse in tutta la favela, un sobborgo di Quarto Mondo innestato nelle campagne ben curate e molto produttive della Capitanata. Un posto di cui l’Italia dovrebbe vergognarsi, nel quale vivono come animali un migliaio di persone durante l’inverno e, d’estate, almeno tremila. Cioè più della metà degli abitanti di Stornara, ma concentrati su una superficie che non supera i due ettari.

In questo luogo dell’orrore non ci sono né clandestini, né extracomunitari. Gli abitanti di questa favela italiana sono tutti bulgari. Vengono da Burgas, come la famiglia di Hristov e Alina, ma anche da Sofia, da Sliven, da Stara Zagora, e hanno tutti i documenti in regola. Sono braccianti stagionali. Alcuni riescono a trovare lavoro regolare, molti altri soltanto a nero. Ma non si capisce perché ancora adesso molti continuino a ripetere che questo è un «campo nomadi». Non ci sono nomadi nella favela di Stornara, né di etnia Rom né di qualunque altra etnìa. Al contrario, questi ubbidienti braccianti bulgari che vengono qui a lavorare nei campi e si portano dietro i figli piccoli sono più stanziali degli autoctoni. Tanto stanziali che per rimanere in questa discarica chiamata «campo» devono pagare 50 euro a testa a chi passa a riscuotere questa infame «tassa di soggiorno» vantando non meglio specificati «diritti» sull’area della baraccopoli.

Hristov e Alina non sarebbero morti, e a Stornara e altrove non vi sarebbe una emergenza umanitaria, se le istituzioni avessero fatto ciò che da anni chiedono i lavoratori agricoli stagionali stranieri: un insediamento di prefabbricati come quelli per i terremotati, magari incaricandone la Protezione civile, con acqua, corrente elettrica, servizio di raccolta dei rifiuti. Per vivere da umani. Per non morire bruciati vivi.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 18/12/2021

Foto Cosimo Forina©

Lo schiavismo nei campi, una fogna nota da anni di cui tutti sanno tutto fingendo “stupore”

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L’inchiesta Terra Rossa della procura di Foggia coinvolge l’imprenditrice agricola Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e Libertà civili del ministero dell’Interno. Per l’accusa, era lei a trattare con i reclutatori e con il “sorvegliante” dei campi. Ai braccianti, tra buste paga fasulle e assegni mai versati, 25 euro per 10 ore di lavoro.

Mattinata (Foggia)

I neri che lavorano come schiavi per quattro soldi pagati in nero. Le fotocopie di assegni mai versati ma compilati solo per eludere i controlli. Le buste paga fasulle come i certificati medici per visite mai effettuate. Gli incontri clandestini nelle stazioni ferroviarie e nei distributori di carburante tra i datori di lavoro e i caporali per i pagamenti delle misere paghe in contanti spettanti agli schiavi. La vita stentata nei ghetti dai nomi tristemente noti da trent’ anni, come il mussoliniano Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia: un sobborgo africano non tanto per gli africani alloggiati nelle baracche, quanto per le condizioni dei luoghi, che, tra rifiuti e strade sfondate come fossero state bombardate, gli amministratori e i poteri pubblici hanno abbandonato a sé stessi.

C’è tutto questo nell’inchiesta «Terra Rossa» della procura di Foggia e dei carabinieri del Nil (Nucleo ispettorato del lavoro) di Manfredonia. Ma non è una novità. Tutto questo, qui, c’è sempre stato. E non è bastata nemmeno la clamorosa rivolta di un altro ghetto, quello di Rignano Garganico – marzo 2017 -, con incendi delle baraccopoli e braccianti immigrati sbandati come quelli di Uomini e topi di John Steinbeck, cento anni fa.

I risultati dell’inchiesta, condotta da luglio a ottobre dell’anno scorso, sono alla base dell’ordinanza del gip di Foggia, Margherita Grippo, che vede sedici persone indagate per sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale di manodopera e dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, cioè un’amministrazione controllata per un periodo di un anno. Dei sedici indagati, due sono finiti in carcere (i caporali neri Bakary Saidy e Kalifa Bayo), tre agli arresti domiciliari (gli imprenditori bianchi Michele Boccia, Emanuele Tonti e Vincenzo De Rosa) e a undici è stata applicata la misura dell’obbligo di dimora. Cinque milioni di euro il volume di affari calcolato, sulla pelle di braccianti istruiti dai caporali a mentire sulla retribuzione: dovevano dire di percepire 65 euro al giorno per 7 ore di lavoro, invece non ne guadagnavano più di 35 per 10 ore, che diventavano 25 perché 5 euro dovevano essere versati per il trasporto e 5 per la intermediazione.

Il clamore suscitato da «Terra Rossa» è tuttavia dovuto non a un sussulto umanitario collettivo, ma al coinvolgimento nell’inchiesta di Rosalba Livrerio Bisceglia, che è moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno, ed è una imprenditrice agricola. La Bisceglia, con le sorelle Antonella e Maria Cristina, conduce l’azienda di famiglia «Sorelle Bisceglia», un nome che nell’agricoltura della Capitanata e del Gargano (uliveti, frutteti, frantoi oleari, l’agriturismo «Giorgio»), e a Mattinata, paese del prefetto Di Bari, è «una istituzione».

Le accuse nei confronti della «moglie del prefetto» sono pesanti: sarebbe stata lei a trattare direttamente con i caporali e con il «sorvegliante» dei campi, Matteo Bisceglia, e a occuparsi delle buste paga fasulle (Matteo Bisceglia lo dice al telefono con Saidy: «Guarda che delle buste paga si occupa la signora»). E questo mentre la carriera di suo marito – per otto anni prefetto vicario di Foggia – procedeva spedita fino all’attuale carica e all’assegnazione di un compito delicato: trasformare l’inferno di Borgo Mezzanone, da cui provengono i braccianti sfruttati, compresi quelli dell’azienda «Sorelle Bisceglia», in una cittadella dell’accoglienza. Valore dei lavori: 3,5 milioni di euro, 150 mila dei quali erogati dal dipartimento di Di Bari. Inizio dei lavori: mai cominciati, causa Covid, nonostante la pomposa dicitura «Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-2027».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11/12/2021

Foto di Lucia Casamassima©

L’ordinanza del gip / “Ecco i contatti tra la moglie del prefetto e il caporale”

Il caporale-mediatore, il factotum-sorvegliante e l’imprenditore-datore di lavoro. Sono queste le tre figure simbolo dell’inchiesta “Terra Rossa” della Procura di Foggia, che vede 16 persone indagate (5 arrestate) e 10 aziende sottoposte a controllo giudiziario. I tre attori protagonisti di questa ennesima storia di sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale di manodopera sono, secondo l’ordinanza del gip di Foggia, il gambiano Saidy Bakary (caporale-mediatore, 33 anni), e gli italiani Matteo Bisceglia (factotum-sorvegliante, 56 anni) e Rosalba Livrerio Bisceglia (imprenditrice agricola-datore di lavoro, 55 anni), quest’ultima anche moglie del prefetto Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno. I tre, dice l’ordinanza, sapevano bene ciò che facevano ed erano sempre in contatto diretto tra loro. Si sentivano per telefono e su WhatsApp, si incontravano anche di persona per i pagamenti – che Rosalba Livrerio Bisceglia effettuava nelle mani del caporale e non dei braccianti – e per sistemare documenti e firmare buste paga definite dagli investigatori non veritiere. Ma i tre si consultavano di continuo anche per scambiarsi informazioni utili a eludere le ispezioni e a rendere efficace quel “serrato controllo” sui braccianti al lavoro nei campi esercitato da Matteo Bisceglia.

Quando le cose si complicavano era la stessa Rosalba che chiamava Saidy. Il 4 ottobre 2020, per esempio, l’imprenditrice chiede al caporale come fare a pagare un bracciante sprovvisto di Iban e gli spiega che è costretta a farlo con un assegno circolare, a causa dei controlli svolti alcuni giorni prima dagli ispettori. Dice Rosalba a Saidy: “Ci sent… domani mattina, noi andiamo in banca… perché l’ispettore del lavoro mi ha detto che non posso fare in altro modo… non posso dare soldi in contanti… perché c’è stata anche l’ispezione…”. E aggiunge: “Senti, poi le busta paga le lascio a Matteo (Bisceglia, ndr) perché me le dovete firmare e ridare”. L’imprenditrice allora prepara un assegno di 395 euro e lo consegna personalmente al caporale, che incontra nella stazione ferroviaria di Foggia. L’importo è il salario per i 5 braccianti e non per i 6 utilizzati, e per questo motivo è superiore alla somma pattuita. Ma bisogna eludere ogni tracciabilità e quindi Matteo spiega a Saidy che “con ciò che avanza” può pagare lui il sesto operaio.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 12/12/2021

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