Portiamo i vecchi mestieri nella cittadella militare

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Bologna / Fu Napoleone a requisire i terreni di un ordine religioso che poi divennero fabbrica di armi e veicoli da guerra. Ora la ex Staveco aspetta una riqualificazione che secondo un gruppo di giovani professionisti deve partire dall’artigianato



Bologna


Per un latinista insigne, ma pur sempre comunista, come Ivano Dionigi, ex rettore dell’Università di Bologna, è stato più facile, o meno difficile, essere nominato presidente della Pontificia Accademia di Latinità da papa Benedetto XVI, che non riuscire, da rettore della più antica università d’Europa, nel recupero di una cittadella militare nel centro di Bologna. Dionigi voleva recuperare l’area della ex Staveco (Stabilimento veicoli da combattimento) – 9 ettari e 44 mila metri quadrati di edifici –, ma l’impegno suo e di venticinque docenti e ricercatori del suo stesso ateneo, oltre che di quattordici studi professionali bolognesi, non è bastato. Ed è stato l’ennesima dimostrazione che un apologo, per esempio quello famoso del cammello che passa per la cruna di un ago più facilmente di quanto un ricco possa entrare nel regno dei cieli (Vangelo secondo Matteo 19,24), può reggere molto di più di una «legge economica», per esempio quella famosa (e sbagliata) sulla caduta tendenziale del saggio di profitto (Karl Marx, Il Capitale).
Su viale Panzacchi, proprio ai piedi della collina del santuario di San Michele in Bosco, la facciata e il muro lungo 250 metri dell’ex Pirotecnico ed ex Staveco non lasciano minimamente immaginare «cosa c’è dietro». Quanta storia e quali storie negli edifici di questa cittadella, che è una enclave, come tutte le aree militari del resto, ma nel centro di Bologna. Vi si entra come si entrerebbe in un palazzo incustodito, da una porta d’ingresso sul viale, chiusa ma aperta, e utilizzata dai senzatetto per accedere ognuno al proprio posto-letto, fisso ma provvisorio, un giaciglio ricavato in qualche angolo di una stanza, un padiglione, una ex officina o una ex aula per lezioni di meccanica. Questa cittadella militare infatti è stata anche una delle più importanti caserme del servizio di motorizzazione dell’esercito italiano. Qui, si formavano meccanici e tecnici di prim’ordine e si progettavano, collaudavano e riparavano carri armati, blindati e altri veicoli da combattimento. Le aule erano come quelle delle università e le officine come quelle delle fabbriche, e il salto tra teoria e pratica quasi non c’era, era invece un passaggio naturale, come può esserlo un parto spontaneo.
Fu Napoleone Bonaparte, nel 1796 – erano gli anni della dominazione francese in Italia -, a segnare il destino di quest’area appartenuta ai frati Minori Osservanti fin dal XV secolo. Ne colse la «vocazione militare» per la sua posizione e la requisì. Non sbagliava, visto che in seguito, con la stessa funzione di base difensiva-offensiva, la utilizzeranno gli austriaci (dopo i moti del 1848) e i piemontesi in funzione antiaustriaca (fino al 1860), mentre l’Italia post-unitaria avrà qui uno dei suoi più forniti arsenali, oltre che fabbrica di armi, il Laboratorio pirotecnico.
Il Pirotecnico in pochi anni diventa una delle prime fabbriche di Bologna, con 330 operai nel 1886, 1.100 nel 1903 e 14 mila alla vigilia della Grande Guerra, soprattutto donne, e non solo per l’impegno degli uomini al fronte, ma perché le mani femminili erano le più adatte nella fabbricazione delle munizioni. Cosa che tuttavia non impedisce «l’incidente», un grande incendio causato dall’esplosione di 100 mila cartucce nel marzo del 1920, che venne raccontato con la consueta lezione di giornalismo da Achille Beltrame in una delle sue superbe copertine realizzate per La Domenica del Corriere, in cui l’illustrazione era «spiegata» da due righe: «Durante il panico prodotto dall’esplosione, nell’attigua caserma di artiglieria i quadrupedi abbandonavano le stalle, saltando e nitrendo, incitati dalle detonazioni», in pratica una didascalia che valeva un articolo intero.
La «vocazione militare» dell’area, naturalmente, continua a essere coltivata per tutta la seconda guerra mondiale e anche dopo, con lo stabilimento per la costruzione di veicoli da combattimento, la Staveco appunto, che è stata attiva fino al 1978. La fase finale, dopo la chiusura e prima dell’abbandono, è durata venticinque anni ed è stata scandita da altri due acronimi simili: Stavetra (Stabilimento veicoli da trasporto) fino al 1990, e Stamoto (Stabilimento materiali per la motorizzazione) fino al 2003, anno della definitiva cessazione di ogni attività.
L’idea più naturale di recupero della ex Staveco è stata sempre quella di farne un campus universitario, fin da quando, settant’anni fa, si voleva trasferire qui la facoltà di Ingegneria, la più coerente con le attività meccaniche della cittadella. E di campus si è tornato a parlare anche in anni molto recenti, quando l’ex rettore Dionigi – in base a un accordo con il Comune, che per dieci anni avrebbe agito come «soggetto trasformatore» del recupero, visto che la proprietà è del Demanio – ha messo in moto dipartimenti, docenti, ricercatori dell’Alma Mater Studiorum e professionisti di Bologna, i cui interventi e progetti sono stati raccolti in una pregevole pubblicazione, Progetto Staveco, un nuovo polo universitario tra centro storico e collina (Editrice Compositori). Tutti i lavori, al di là delle differenti soluzioni proposte e della obiezione di costituire, tutti assieme, una sorta di patchwork irrealizzabile, hanno come stella polare il concetto di «integrazione» della ex Staveco con il resto della città e con la collina di San Michele in Bosco: demolizioni parziali e nuove costruzioni con una parte dell’area da destinare a parcheggio per far «respirare» la città, strutture sportive e passeggiata verso la collina, polo per l’infanzia, mercato e spazi commerciali, un centro interreligioso, biblioteca e museo, mensa e scuola di cucina, spazi per eventi e mostre, e ovviamente residenze per gli studenti.
Troppo? Ma come, se all’estero fanno anche di più e di meglio, e in minor tempo? Certo, tra gli ostacoli va ricordato il rifiuto degli studenti di traslocare dalla sede storica di via Zamboni che, secondo loro, in questo modo sarebbe stata lasciata alle mire della speculazione immobiliare. E ne va sottolineato un altro, di natura economica, il fatto cioè che i 100 milioni di euro che si sarebbero potuti ricavare dall’alienazione della vecchia sede probabilmente non sarebbero stati sufficienti per una riqualificazione così ambiziosa della ex Staveco. Però, come scrive Cristiana Bartolomei nel lavoro citato, «in Francia un organo apposito del ministero della Difesa nell’arco di 26 anni ha realizzato un programma di riqualificazione con la cessione di 2 mila immobili», mentre i numeri della Germania sono come sempre impressionanti: dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, i tedeschi hanno chiuso 630 siti militari e hanno riconvertito 15 cittadelle militari, 7 aeroporti, 6 basi aeree, 28 caserme (pari a 2.036 ettari), 83 depositi, 49 campi missilistici e 22 centri di informazione, con quali vantaggi economici, ambientali (grazie alle necessarie bonifiche) e di carattere socioculturale è facile immaginare. Fatto sta che a Bologna, Italia, nel novembre 2016 l’Università – nuovo rettore è Francesco Ubertini – si ritrova a dover abbandonare il campo. Riconsidera l’operazione ex Staveco, la giudica una palla al piede e disdice l’accordo con il Comune. Che fare? Il Demanio fa la cosa più semplice, decide di vendere e stipula un accordo preliminare con Invimit, società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia e Finanze, che tra i suoi compiti ha quello di valorizzare (qualunque sia il significato attribuibile a questo verbo, oggi tra i più coniugati) il patrimonio immobiliare pubblico.
Seguono mesi di sospensione nello spazio-tempo dell’incertezza e della indecisione. Fino a quando arrivano loro, un gruppo di trentenni – Sebastiano Curci, giornalista ed educatore sociale di disabili, Luca Naldi, laurea in Scienze della comunicazione e artigiano del legno, e quattro architetti, Agnese Casadio, Gianmaria Socci, Andrea Cucinotta, Francesca Ciafrè – che elaborano un progetto di recupero forse più semplice, ma non meno concreto e lo lanciano con lo stesso acronimo Staveco, che però adesso ha un nuovo significato, «Saperi Tramandati dell’Artigianato Vecchio e Contemporaneo», poiché lo scopo è quello di rivitalizzare la cittadella militare popolandola di attività artigianali sempre molto ricercate ma in via di estinzione, di botteghe e punti vendita, di laboratori e scuole tecnico-pratiche, dove l’Università mandi i suoi docenti a insegnare e le piccole aziende trovino lo spazio vitale necessario a produrre e a formare artigiani di alto livello. Nella falegnameria, l’oreficeria, la sartoria, la lavorazione dell’argilla, del ferro, del rame e del vetro, ma anche nella cosmesi, la liuteria, la produzione alimentare, fino ai laboratori di cinema, fotografia, scenografia, arti grafiche e design e, naturalmente, nuove tecnologie. La Cna, Confederazione nazionale dell’artigianato, è stata la prima a crederci e a offrire il proprio sostegno al «gruppo Staveco». Poi è stata la volta di alcune piccole imprese, a cui altre si stanno aggiungendo. Ma se Comune, Università, Demanio e Invimit restano a guardare, un giocatore solo non vincerà la partita.


Carlo Vulpio, la Lettura, 11/6/2017
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Nuova vita per gli artigiani nell’antico linificio diventato prigione

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Una ventina di capannoni, dieci ettari: in meno di un secolo sono stati linificio, campo di concentramento, campo profughi, polo per la lavorazione delle pelli, archeologia industriale, speranza per il settore edile, base per i soccorsi dopo il sisma del 2016. E, oggi, spazio per proporre attività produttive e ricreative. A partire dalla costruzione di casette di legno


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Fermo


A pensarci bene, cosa c’è di meglio di un complesso di una ventina di capannoni ordinatamente disposti su un’area di dieci ettari circondata da un alto e solido muro di recinzione, servita dalla strada e da una ferrovia che vi entra dentro, sulla riva di un fiume e a dieci minuti dal mare, per farne qualunque cosa? Qualcosa di buono e utile a tutti, certamente. Ma anche qualcosa di malvagio, che lasci un segno incancellabile, poiché il Male sa organizzarsi come il Bene non saprebbe fare. E sa persino sfruttarne le qualità, i risultati, le intenzioni.
Così può accadere, com’è accaduto a Fermo – città che definire industriosa come il resto delle Marche è quasi un’ovvietà -, che quei capannoni così ordinati, costruiti negli anni Trenta del secolo scorso e destinati a linificio, siano diventati un campo di concentramento in cui stipare i prigionieri di guerra, per lo più inglesi e americani catturati dai tedeschi in Africa – tra la Libia e l’Egitto -, messi sulle navi e spediti qui. A far compagnia ai loro commilitoni, quelli che il Comando tedesco riusciva ad acciuffare (pochi, la gente qui non «collaborava») con l’incentivo di un compenso di 1.800 lire per ogni militare alleato denunciato dalla popolazione locale o con il ricatto di un prigioniero italiano liberato dai tedeschi in cambio della delazione di ogni angloamericano e del suo nascondiglio.
Il linificio ebbe vita breve, Mussolini non fece in tempo a inaugurarlo, nel 1938, con relativa installazione (non rimossa, serve a ricordare meglio) di un’aquila romana affiancata da due fasci littori, che già era scoppiata la guerra. E così i vagoni che sfilavano su quei binari, dal 1942 al 1944 non trasportarono più balle di lino ma prigionieri. In entrata, prevalentemente dall’Africa settentrionale. E in uscita, verso i campi di concentramento nazisti in Polonia e in Germania. La catena funzionava e nel campo, denominato PG70, si arrivò a «sistemare» 7.500 prigionieri. Ciò che non funzionava invece era l’invito alla delazione. Come nel caso di Ken de Souza, ufficiale dell’aviazione britannica catturato a Tobruk. Ken e un suo collega riuscirono a scappare e vennero nascosti e protetti dai coniugi Gino e Stella Brugnoni, contadini, i quali avevano anche loro un figlio militare, Giovanni, che era prigioniero in Scozia e che dopo la guerra sarebbe tornato a casa, come de Souza. Questa storia, raccontata dallo stesso de Souza in un libro tradotto in italiano dalla figlia di un partigiano, Annalise Nebbia, con il titolo Fuga dalle Marche (edizioni Affinità elettive), è ancora oggi molto viva a Fermo, non solo per ciò che significa, ma anche perché ogni anno decine di parenti di quei prigionieri scomparsi o ritrovati, vengono qui a deporre un mazzo di fiori e a ricordare.
Come loro, anche altra gente viene nella ex conceria con le stesse intenzioni. Sono i familiari dei profughi che il Maresciallo Tito scacciò dall’Istria e dalla Dalmazia – quegli sfollati senza patria che in Italia venivano considerati «slavi comunisti» e nella nascente Jugoslavia titina «italiani fascisti» -, in tutto duemila persone. E poi ci sono anche i parenti dei 1.800 ebrei, anch’essi profughi, sfollati, respinti da un luogo all’altro, che come i croati arrivarono nell’ex linificio dal 1945 al 1949, grazie al lavoro dell’Organizzazione internazionale per i rifugiati (poi assorbita dall’attuale Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati).
C’era già stata troppa storia triste, su questi dieci ettari così ben collocati tra il fiume Tenna, il monte Urano e il mare Adriatico. Era il momento di cambiare, e si cambiò. Quel villaggio miserabile che era stato il PG70, nel 1956 diventa la conceria Sacomar (Santori concerie marchigiane, dal cognome dei quattro fratelli fondatori), uno dei «poli» conciari italiani più importanti, insieme con Santa Croce sull’Arno, Solofra in Campania e Arzignano in Veneto. Già dieci anni dopo la nascita della Sacomar, Evoluzione del Lavoro, «rassegna di documentazione sul progresso e sviluppo del lavoro italiano», scrive: «La produzione della conceria cammina accanto a quella straniera e dovrà sempre più imporsi in campo internazionale». Come poi avverrà, almeno nei quarant’anni successivi. Nel 2003 però l’azienda deve chiudere. La concorrenza dei Paesi emergenti, primo fra tutti la Cina, nei quali il lavoro e la materia prima costano molto meno, è insostenibile. Centocinquanta persone restano senza lavoro e proprio i cinesi portano via tutto. «Con un milione di euro hanno comprato le macchine, le presse, le smerigliatrici e 60 bottali per la concia – dice Fiorenzo Fortuna, che nella Sacomar ha lavorato dall’età di 15 anni fino alla pensione -. Un affare. Basti pensare che un solo bottale, nuovo, costa 300 mila euro».
Per la ex conceria comincia il declino. L’usura del tempo e l’abbandono la trasformano in un luogo muto, assente, afasico, e tuttavia non le tolgono fascino e non le impediscono di continuare a trasmettere le sue grandi potenzialità di riuso, come se volesse dire a tutti di non lasciarla morire perché può rinascere. L’Adriatica spa, un gruppo di una decina di società del settore edile, intuisce la opportunità e nel 2006 acquista la ex conceria per 7,4 milioni di euro, spendendone altri 3,5 – come racconta a la Lettura il suo presidente, Paolo Ulissi – per bonifica e manutenzione, e sperando nei fondi che però poi non arrivano di un decreto del 2008 per la riconversione industriale. In più, esplode la crisi economica, che spezza le gambe a ogni progetto di risanamento e ciò che è peggio alimenta una spirale di sfiducia che non si è ancora fermata. Fino al 2015 è il coma, uno stato di pre-morte e di rassegnazione generale. Ma proprio in quel momento comincia un’altra storia.
Casa Comune, una onlus di una trentina di volontari (insegnanti, architetti, ingegneri, piccoli imprenditori, pensionati), lancia l’idea del progetto «Oltre Conceria», che, con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, tra i quali la stessa Adriatica spa, il Comune di Fermo, l’Università delle Marche, Confartigianato e Cna, scuole pubbliche e associazioni culturali, si prefigge l’obiettivo di recuperare l’area e le strutture della ex Sacomar e di farla rivivere attraverso l’insediamento di nuove attività produttive, ricreative, culturali, che creino lavoro e vengano aiutate a farlo con agevolazioni fiscali e creditizie, sostegno nella fase di avvio delle attività e affitto gratuito dei capannoni per un anno.
Sono stati presentati venti progetti e in base al regolamento sarebbero dovuti partire subito i primi cinque classificati: un’azienda di formazione tecnico-pratica e di costruzione di case in legno, una di recupero di materiali di scarto industriale lavorati da persone svantaggiate, un canapificio, una fabbrica di pannelli termici per l’edilizia, un forno-ristorante-pub pronto a trasferirsi dal litorale sulla collina. Di fatto però ne è partito soltanto uno perché nel frattempo si è fatto sentire anche il terremoto, con una serie di scosse quasi a cadenza di calendario, come a voler rallentare e scoraggiare ogni iniziativa. E infatti, quasi la metà dei partecipanti al bando ha rinunciato e qualcuno è emigrato all’estero. Non hanno mollato invece Fabrizio Torresi, Valentina Recchia, Giancarlo Valeriani, Enzo Gullà, Marilena Imbrescia e tutti gli altri che con compiti diversi si sono impegnati in questo cammino di «piccoli passi per un grande obiettivo». E non molla nemmeno Paolo Ulissi, che dopo il sisma sostiene con ancora maggiore convinzione l’idea di portare nella ex conceria anche una sede distaccata della prestigiosa Scuola edile di Ascoli Piceno. «Ma non possiamo fare tutto da soli – dice Ulissi -, abbiamo bisogno che anche lo Stato faccia la sua parte».
I cancelli della ex conceria intanto non sono più chiusi. L’impresa Ligneo, la prima classificata del bando «Oltre Conceria», ha rimesso a nuovo due capannoni e i due soci – due ex compagni di scuola, l’ingegnere Paride Abbruzzetti e il geometra-violinista Stefano Corsi (dieci anni di conservatorio e due bei cd il cui ricavato è destinato alle missioni francescane in Etiopia) – potrebbero presto diventare l’esempio di una delocalizzazione al contrario, se riusciranno a costruire anche a Fermo le case di legno oggi assemblate a Banja Luka, in Bosnia.
Ma la ex Sacomar ha già dimostrato la sua gratitudine in anticipo. Rendendosi utile come base logistica per i soccorsi dopo il sisma del 28 aprile 2016 che ha colpito Amatrice, Arquata del Tronto e altri comuni di Marche, Lazio, Umbria. E’ qui infatti che sono stati immagazzinati gli aiuti e da qui sono partiti i volontari delle Bsa, le Brigate di solidarietà attiva, verso i paesi terremotati, come ci racconta il «brigatista» Enrico Martini, pensionato, ex dirigente commerciale di una multinazionale svedese. Invece il capannone che fungeva da chiesa del campo profughi, con una parete affrescata da una «Madonna croata» e denominato Capannone Zero, non produrrà nulla. Diventerà un museo della memoria. Ma in un villaggio vivo.


Carlo Vulpio, la Lettura, 28/5/2017

Nella grotta di San Michele c’è l’Europa della fede

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La visita / A Monte Sant’Angelo per la veglia pasquale. Un senso mistico che contrasta con la scena mediatica di San Giovanni Rotondo


08022011 –


Monte Sant’Angelo (Foggia)


Grotta di San Michele Arcangelo, basilica di Monte Sant’Angelo, promontorio del Gargano. Ore 22 del 15 aprile 2017. Luci spente, centinaia di candele accese in mano ai fedeli e agli infedeli – qui si viene per pregare ma anche per cercare -, l’odore dell’incenso che sale dal braciere, la fiammella del cero pasquale che nel buio resiste agli spifferi. Comincia la Messa più importante della liturgia cristiano cattolica, «la veglia delle veglie» che celebra la Resurrezione di Cristo. Un mistero. Un’assurdità. Non c’è niente da spiegare, si può solo cercare di capire, se ce n’è voglia, e se qualcosa punge o urge dentro. «La fede – scrive Sören Kierkegaard – è la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano fino ad essa, ma nessuno va oltre». Ecco, tutt’al più è una «questione passionale» chiamata fede, come dice il filosofo danese, l’unica, vera ragione che richiama qui, nella grotta mistica di San Michele Arcangelo (Michele significa «colui che è come Dio»), tanti fedeli e infedeli, ma tutti pellegrini, gente in cammino per le strade d’Europa e su quelle della vita.
Perché proprio qui, a Monte Sant’Angelo? «Perché questa è una mèta di un pellegrinaggio non folkloristico», dice padre Ladislao Suchy, uno dei sei padri micaeliti che da venticinque anni curano la basilica di San Michele. Il pensiero va subito all’altra vicina mèta di pellegrinaggio, il santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo, che un po’ per caso e un po’ per scelta non ha mai smesso di essere un palcoscenico, un luogo mediatico. Da lì, la veglia è stata trasmessa in diretta tv. Qui, non c’era una sola telecamera, nemmeno amatoriale. Ma non c’è bisogno di instaurare paragoni. Era lo stesso Padre Pio a rimarcare la differenza, quando diceva a chi andava da lui che sarebbe stato meglio se fosse andato «dove sta San Michele, l’unico grande santo del Gargano da venerare».
Padre Ladislao Suchy è polacco come la maggior parte dei 400 sacerdoti micaeliti sparsi per il mondo e come Bronislao Markiewicz, che nel 1893 fondò questo ordine religioso – riconosciuto dalla Chiesa nel 1921 – e nel 2005 fu proclamato beato da papa Benedetto XVI. E polacchi sono anche sei sacerdoti sui dodici della basilica di Monte Sant’Angelo. Padre Suchy è di Tarnow, nel sud della Polonia, a un centinaio di chilometri da Wadowice, città natale di papa Karol Woytjla, e altrettanti dal confine con la Slovacchia. Una città, Tarnow, in cui durante la seconda guerra mondiale i nazisti sterminarono 25 mila persone di religione ebraica, la metà della popolazione. Forse la scelta di padre Suchy di diventare proprio un micaelita nasce anche da qui. Di sicuro, San Michele nella Bibbia è descritto come il protettore del popolo ebraico – lo salva dall’assedio degli Assiri e sostiene il braccio di Giuditta quando decapita il generale Oloferne – e come l’Arcangelo che sconfigge l’Anticristo nello scontro finale tra il Bene e il Male. «Quando all’uomo accade di precipitare in questo stato – dice padre Ladislao –, ecco che egli avverte ancora di più il bisogno di San Michele e della sua forza per lottare contro il Male. Una necessità che anche l’uomo contemporaneo, a dispetto delle apparenze, comincia ad avvertire sempre di più».
A differenza di San Giovanni Rotondo, negli ultimi anni progressivamente «saltata» come mèta religiosa rispetto ai tempi belli del boom mediatico (beatificazione e santificazione di Padre Pio, costruzione della nuova basilica, scontro tra il Vaticano e i frati Cappuccini per la gestione del santuario), Monte Sant’Angelo ha sempre vissuto ed espresso tutta un’altra spiritualità, ha raccontato altre storie di fede e di devozione, è stato per millecinquecento anni – dal V secolo in poi -, il luogo in cui si sono riconosciuti cristiani, pagani, bizantini, longobardi, svevi e normanni e in cui, ancora oggi, convergono i pellegrini di tutto il mondo, come accade a Gerusalemme, Roma, Santiago de Compostela, le altre tre grandi mète di pellegrinaggio cristiano.
La basilica di San Michele – in realtà composta dalla grotta e dalle chiese gotica e bizantina sorte su di essa – si raggiungeva percorrendo la Via Traiana, che viene subito ribattezzata Via Sacra Langobardorum quando i Longobardi fanno del culto micaelico la propria «religione nazionale» e di Monte Sant’Angelo la «capitale religiosa» di tutti i longobardi, nel Nord e nel Sud Italia. Per i Longobardi infatti San Michele, santo «guerriero» armato di spada, è come il loro Wodan (Odino). Il quale accoglie i morti nella Valhalla allo stesso modo in cui San Michele, che è «psicopompo», traghetta le anime nel paradiso. La Via Traiana allora diventa il prolungamento verso Oriente della Via Francigena (Roma-Canterbury) e quando arrivano i Normanni, che nell’VIII secolo riproducono la grotta di Monte Sant’Angelo a Mont Saint Michel in Normandia, si afferma un tragitto di pellegrinaggio «alternativo», la Via Micaelica, che nell’XI secolo si arricchisce di una «stazione intermedia» tra il santuario garganico e quello francese: la Sacra di San Michele, l’abbazia benedettina di Avigliana (Torino), uno dei più grandi complessi architettonici di epoca romanica in Europa. Viene così a disegnarsi una suggestiva «linea dell’Angelo», che da Mont Saint Michel si spinge ancora più a nord, fino a Skelling Michael, in Irlanda, e da Monte Sant’Angelo ancora più a sud, fino al Monte Carmelo, in Galilea. E che esorta i pellegrini di oggi a pregare, o anche solo a cercare. Come abbiamo visto fare in questa veglia di Pasqua del 2017.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Il Bello dell’Italia, 21/4/2017

Nuova energia per la città

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Il Battiferro di Bologna, nato nel 1439 e diventato una centrale termoidroelettrica nel 1900, aspetta una destinazione. Due neoarchitetti hanno studiato la Tate Modern di Londra e la Montemartini di Roma, poi hanno allargato l’orizzonte per accogliere qui lavoratori, anziani, famiglie…



Bologna


Andrà a finire che anche quest’altro pezzo lo compreranno i cinesi? Non è detto, anzi forse proprio no, non per il momento almeno. Ma se anche andasse a finire così? Sempre meglio vivere con i cinesi che morire per mano dei connazionali. E se il rischio che corre la ex centrale termoidroelettrica di Bologna è questo, di crollare un po’ alla volta, di sbriciolarsi pian pianino, come dicono qui, allora è meglio che se ne impadroniscano i cinesi della Bolognina, che almeno sapranno cosa farne della ex centrale di mattoni rossi abbandonata nel «loro» quartiere, la Chinatown di Bologna. Dove sono pochi quelli che ricordano «la svolta» del Pci – «il più grande partito comunista dell’Occidente» che nel 1989 qui diventò Pds -, ma dove tutti ricorderanno questo inizio di secolo per un’altra svolta, a opera di un altro Pci, il Partito cinese italiano, che si prepara a governare la Bolognina con i suoi ristoranti eleganti, i suoi negozi di tutti i tipi, i suoi condominii, le auto di grossa cilindrata guidate da perfetti occidentali dagli occhi a mandorla, gli edifici dai quali pendono striscioni con la scritta bilingue «vendesi», prima in cinese e poi in italiano.
La ex centrale termoidroelettrica, chiamata del Battiferro per il rumore continuo della lavorazione dei metalli nell’officina che un paio di secoli fa vi era ospitata, cominciò a funzionare nel 1900 e subito diventò la seconda fabbrica di energia elettrica di Bologna, dopo le Officine del Gas. Ma è stata la prima a produrre elettricità sfruttando contemporaneamente il carbone e il salto d’acqua del canale navigabile Navile, sul quale oggi la centrale, la casa di manovra per l’apertura e chiusura della paratoie e l’alloggio del custode stanno lì come 120 anni fa, quasi che nel frattempo non fosse successo niente. Invece, assieme all’acqua che scorre nel canale (sempre meno, in verità, per ragioni poco chiare di scarichi inquinanti nel fiume Reno), tra queste costruzioni sono scivolati via grandi storie e grandi personaggi. A cominciare da uno dei padri dell’architettura, Jacopo Barozzi detto il Vignola. Fu lui, nel 1548, a completare il Battiferro, nato nel 1439 come edificio fluviale, la «cabina di regia» del canale Navile, la cui biforcazione consentiva la navigazione nel primo ramo (il Canalazzo) e la regolazione del flusso delle acque nel secondo (il Canaletto).
Fino al 1794 il Battiferro fu un opificio dei frati Cappuccini e nell’Ottocento venne acquistato dal marchese Mazzacorati, che ne fece un mulino. Poi, arrivò una società di capitali, la Società dello Sviluppo, che puntò subito a produrre energia idroelettrica scavando un terzo canale che portasse acqua a una turbina, mettesse in moto gli alternatori (erano tre, da 400 kilowatt ciascuno) e restituisse l’acqua al canale. Era nato così il primo nucleo della centrale del Battiferro, quello «idro». Con il carbone arrivò anche il secondo nucleo, il «termo». Per completare l’opera però, l’acqua e il carbone dovettero incontrare la tecnologia ungherese (il materiale elettrico della Ganz), svizzera (la turbina idraulica della Escher Wyss), tedesca (le caldaie della Steinmüller) e italiana (le macchine motrici e i condensatori della Franco Tosi di Legnano). Mezzo secolo di prosperità, poi la progressiva marginalizzazione, a causa dei sempre più numerosi laghi artificiali per la produzione di energia elettrica realizzati sull’Appennino. Nel 1961, la centrale del Battiferro viene dismessa. Sopravviverà fino al 1980 come centro di addestramento del personale Enel. Poi, l’Enel la vende al Comune e questo la affida all’Università, che avrebbe voluto destinarla a dipartimento per le Biotecnologie, ma, accortasi di non avere soldi a sufficienza, la restituisce al Comune. Il quale non sa che farsene e la rimette in vendita, per 1,8 milioni di euro. Ma nessuno la compra e la centrale resta lì, chiusa, abbandonata e pericolante. Tanto che anche la ciminiera, alta 45 metri e a rischio di crollo, dev’essere abbattuta e viene ridotta a un moncone della stessa altezza dei tetti. Fino al giorno della resa, esattamente un anno fa, quando l’intera area (80 mila metri quadrati) e la struttura (quasi altrettanti, distribuiti sopra ed entro terra) vengono dichiarate inagibili.
Inagibilità però non significa morte. E’ vero, a guardarla dall’interno e a percorrerla da un angolo all’altro, e fin nel piano interrato, dove anche tra le rovine il mastodontico alternatore non ha perso la sua predominanza, la centrale del Battiferro sembra uno di quegli edifici di Aleppo spappolati dalle bombe. Però è una struttura ancora viva. E’ un ferito grave, ma vivo. E’ sì uno dei tanti esempi di archeologia industriale – l’espressione fu coniata circa cinquant’anni fa in Inghilterra, patria della rivoluzione industriale -, ma è anche uno di quei manufatti che bisogna sapere riconoscere, come diceva Cesare Brandi, «nella loro duplice polarità, estetica e storica», per poterli reintegrare nel paesaggio e nella vita urbana senza scadere nella banalità. Tra i primi a muoversi in questa direzione – mentre Regione e Comune, proprietari rispettivamente della casa del custode e della ex centrale, sembrano essersi rimessi alla clemenza della sorte – ci sono un giovane geografo con un master in Archeologia industriale, Jacopo Ibello, presidente dell’associazione Save Industrial Heritage e animatore del gruppo Facebook Salviamo la centrale, e Gabriele Bernardi, presidente dell’associazione Vitruvio. Insieme con loro, visto che parlare del Battiferro significa parlare del Navile e del sistema di chiuse, canali e condutture per l’irrigazione e per l’energia, anche l’associazione Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei di Bologna. Tutti vogliono la stessa cosa. Recuperare la ex centrale e sottrarla al non ineluttabile destino di vera e propria Terra di Nessuno, enclave in disfacimento in un’area della città in cui, a due passi dal Battiferro, si è saputo recuperare la ex fornace Galotti, ora sede del Museo del patrimonio industriale, e si è riusciti a far partire il nuovo polo universitario con le facoltà di Chimica e di Astronomia. L’associazione Vitruvio, per esempio, vorrebbe installare una microturbina nel salto del Navile e così far tornare il Battiferro a produrre energia per alimentare l’illuminazione pubblica della rete di piste ciclabili, che a Bologna, beati loro, misura 120 chilometri. E’ un’idea, come quella di destinare una sala della ex centrale a palestra, dotata di attrezzature e macchinari che trasformino in energia elettrica il sudore degli utenti.
La parola chiave del recupero del Battiferro però è, per tutti, coworking. Termine assai di moda, certo, ma anche pratica rivelatasi molto efficace, negli Stati Uniti e in Europa, per sfruttare al massimo gli stessi spazi e gli stessi servizi – pur facendo lavori diversi – senza precludersi le relazioni umane, come per esempio accade con l’isolamento del telelavoro. Sono stati due neoarchitetti del Politecnico di Milano, Marta Grisolia e Martina Lorenzini – con la loro tesi di laurea del 2016, La centrale del coworking. Il Battiferro genera nuove energie per Bologna -, a proporre l’unico progetto organico per far tornare a vivere la ex centrale di mattoni rossi.
Anche la centrale di Bologna, come la Tate Modern di Londra, la Montemartini di Roma e diverse altre nel mondo, potrebbe trasformarsi in museo di se stessa. Ma accanto a questa destinazione, sostengono Grisolia e Lorenzini, potrebbe averne anche altre, «per essere al servizio della città e delle persone che gravitano intorno alla centrale, cioè lavoratori e studenti, turisti e abitanti del quartiere». E poiché a Bologna i turisti non mancano, grazie anche ai 43 musei e a un centro storico tra i più antichi d’Europa, e considerato che con il nuovo polo universitario e la presenza del Cnr il numero di studenti, professori e ricercatori aumenterà fino a 5.500-6.000 persone, il progetto dei due neoarchitetti ha cercato di rispondere alla domanda: cosa manca in prossimità della centrale? Ecco la risposta: «Mancano spazi di aggregazione e di svago per il pubblico, e in vista dell’utenza futura del polo universitario è necessario creare nuovi ambienti multifunzionali». Cioè? Uno spazio coworking polifunzionale, appunto, con ristorante, bar, sale di lettura, auditorium, sala cineforum, palestra, aule per lo studio singolo e di gruppo, spazi espositivi, postazioni internet, officina e parcheggio per le biciclette. Un Battiferro ridisegnato, ma non snaturato né stravolto, che all’interno e all’esterno possa accogliere non soltanto studenti e professori, ma anche famiglie, bambini, anziani. Perché funzionale e perché bello. L’opposto delle orribili e invivibili case popolari costruite proprio di fronte alla ex centrale, loculi bollenti d’estate e umidi d’inverno, che la signora Gina R. ci ha fatto visitare, e che i cinesi della Bolognina, se il Battiferro dovessero acquistarlo e ristrutturarlo loro, potrebbero anche far abbattere. Dando così un esempio virtuoso di ciò che viene definito «urbanistica contrattata».


Carlo Vulpio, la Lettura, 9/4/2017

La strana protesta contro il gasdotto

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E’ strana questa protesta «ambientalista» contro il gasdotto Azerbaigian-Italia. E’ strana perché il metano è il meno inquinante dei combustibili fossili: non c’è paragone con il petrolio o con il carbone, che alimentano, per esempio, le due centrali elettriche di Brindisi (tra le più inquinanti d’Europa) e l’Ilva (la più grande acciaieria europea, produttrice incontrollata di cancerogeni e di diossina).
Il gasdotto – un tubo del diametro di 90 centimetri, a 10 metri di profondità – sboccherà nell’entroterra, a 8 chilometri dalla costa. Ma ci sono gli ulivi sul tracciato e bisogna fare attenzione. Giusto. Infatti ne sono stati espiantati 211, e saranno tutti ripiantati. Ma anche se fossero di più? E’ la Xylella il nemico degli ulivi, non il gasdotto. Come non lo sono i 38 chilometri del nuovo troncone Basilicata-Salento dell’Acquedotto pugliese (diametro del tubo 1,40 metri) che ha comportato l’eradicazione (provvisoria) di 2.500 ulivi e che è stato inaugurato proprio da Michele Emiliano. Con un discorsetto opposto a quelli che egli fa per alzare la temperatura del gas.
Con Emiliano, contro il gasdotto, c’è anche Vendola, che durante il suo «decennio» ha regalato alla Puglia assurde discariche, pale eoliche e pannelli fotovoltaici come da nessun’altra parte, con espianto (perenne) di migliaia di ettari di uliveti e vigneti. Senza che Emiliano, e l’altro caballero della protesta anti-gasdotto, Grillo, abbiano emesso un solo sospiro per le campagne e il paesaggio scempiati.
Si poteva far approdare il gasdotto a Brindisi, dicono Emiliano & Co. Fingendo di non sapere che dire Brindisi significa dire mai, perché per la Direttiva Seveso III, la città è «area a rischio di incidente rilevante». E allora ecco che «in Azerbaigian non vengono rispettati i diritti umani». Come se Cina, Kazakhstan, Arabia Saudita, Nigeria, Algeria e tanti altri nostri partner commerciali fossero democrazie liberali. Infine, la mafia. Poteva mancare la mafia del gas azerbaigiano, con un tubo che attraversa Georgia, Turchia, Grecia, Albania? Certo che no. Ma se anche questo non bastasse, ecco la domanda jolly: chi ha interesse a fare «quel» gasdotto? E se invece ci chiedessimo: chi ha interesse a «non» fare il gasdotto, che, guarda caso, non attraverserà la Russia e perlomeno non farà di Italia e Ue una specie di Ucraina?


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 2/4/2017


(Se ti interessa, vedi anche il reportage e i video dall’Azerbaigian

I matti aspettano un museo

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Granzette (Rovigo) / Concepito nel 1906, inaugurato nel ’30, dismesso nell’80, chiuso nel ’97, l’ospedale psichiatrico è un insieme di padiglioni in un parco di 22 ettari che servirebbe alla città, priva di un polmone verde. Tra le varie ipotesi una sola mette d’accordo tutti: un’istituzione dedicata alla follia


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Rovigo


L’edera avvinghia tutto. Penetra negli edifici attraverso le crepe dei muri, sale lungo le grondaie e vince la residua resistenza delle persiane malandate. Avvolge gli alberi — tigli, pioppi neri e platani maestosi — come un enorme pitone verde, fino a ingerirli completamente. Ricopre con un tappeto fitto e uniforme di rami e di foglie persino i viottoli asfaltati e quelli sterrati. L’edera, quando ci si mette, mangia tutto.
Questo appare l’ex ospedale psichiatrico di Rovigo, frazione di Granzette: non un parco di 22 ettari, non un complesso di 20 edifici che misurano in tutto 16 mila metri quadrati, non una grande prova di architettura destinata alla custodia degli alienati mentali secondo il dogma «scientifico» imperante dal XIX secolo, ma un gigantesco inghiottitoio di edera.
Una volta varcato il cancello e superata la casa del custode, la sensazione è che l’immobilità del luogo sia solo apparente e che quell’edera possa all’improvviso, silenziosamente, allungare i tentacoli e catturare e pian piano ingerire chiunque si muova nei suoi paraggi. Una strana sensazione ma non un’allucinazione. Perché la domanda, alla fine di questo giro in un’altra dimensione, in un altro tempo, attraverso l’eco delle voci strozzate delle migliaia di pazienti-prigionieri che qui sono stati internati e qui hanno non-vissuto fino alla morte, è forse un po’ banale ma molto concreta. La domanda è: quanto tempo manca al giorno in cui questa marea di edera divorerà completamente l’ex manicomio di Granzette? E la risposta è semplice. Manca poco. Di questo passo, molto poco.
Il manicomio di Rovigo, grazie all’applicazione della «Legge Basaglia» del 1978, che finalmente considerava il malato di mente una persona da curare e non semplicemente da rinchiudere, è stato dismesso nel 1980 ma chiuso definitivamente nel 1997, e ha resistito per vent’anni all’incuria e alle avversità atmosferiche, oltre che all’abbraccio mortale dell’edera. Ma per quanto si cerchi di limitare i danni, com’è avvenuto l’anno scorso con l’ultimo intervento di pulizia e potatura parziale costato 105 mila euro, non può resistere ancora a lungo. Eppure è un «bene culturale», vincolato come tale in base al Codice dei Beni culturali del 2004 e vincolato anche come bene paesaggistico. E nonostante le tragedie e il dolore che contiene, è un luogo bellissimo, una di quelle «cittadelle della follia» autosufficienti — dall’approvvigionamento di acqua e di gas fino alle stalle per gli animali, le cucine, i magazzini, l’officina, la sartoria, l’ambulatorio, la chiesa, il campo di calcio — in cui gli edifici sono disposti a ferro di cavallo, secondo il sinistro modello panottico del carcere ideale concepito da Jeremy Bentham alla fine del Settecento, in cui da un solo punto di osservazione si poteva avere il controllo totale di tutto e di tutti.
L’ex manicomio è anche un bene che vale ancora molto proprio in termini economici, tanto che l’ente proprietario, l’azienda sanitaria di Rovigo, aveva fissato in 4 milioni di euro la base d’asta per la sua vendita, ma la decisione si è subito arenata e la gara non si è più svolta perché sembra che il Comune e la Provincia, che volevano acquistarlo ma non avevano un euro per farlo, hanno pensato bene di fare pressione affinché non lo acquistasse nessuno.
Granzette è il polmone verde di Rovigo, il parco che manca alla città e ai suoi 50 mila abitanti, che invece gravitano attorno al solito, anonimo, deprimente centro commerciale fuori le mura e svuotano il centro urbano, intristendolo ancora di più e intristendosi anche loro. Mentre hanno a portata di mano, in casa, proprio a metà strada fra le città d’arte e sedi universitarie di Padova e di Ferrara, un «riassunto» del Polesine, perché Granzette è un simbolo significativo della storia della malattia mentale (nacque per raccogliere tutti i matti polesani sparsi in 41 ospedali italiani) e Rovigo significa Delta del Po, e quindi arte, storia, natura, da Lendinara a Fratta — con Villa Badoer, l’unica villa palladiana del Polesine — e da Arquà, con il suo castello estense, ai gorghi naturali di Trecenta, Pincara e Fiesso Umbertiano.
L’ex manicomio di Granzette, progettato nel 1906 e inaugurato nel 1930, è stato uno dei modelli della visione otto-novecentesca della custodia senza cura dei malati mentali. Pura reclusione, con somministrazione di «cure» quali la insulinoterapia e l’elettrochoc. E i padiglioni della cittadella, alcuni a rischio di crollo e tutti con i tetti di eternit (amianto), lo raccontano attraverso la loro stessa suddivisione semicircolare in quattro grandi sezioni, uguali per maschi e femmine: i paganti, i tranquilli, i semiagitati, gli agitati. Tutti naturalmente iscritti al casellario giudiziario e privati dei diritti civili e politici per il fatto stesso di essere stati internati.
Non ci vuole molta immaginazione per vedere dentro padiglioni come questi persone in camicie di forza, letti di contenzione ed esercizio della chirurgia psichiatrica, cioè la lobotomia. Esattamente ciò che alla fine del film Qualcuno volò sul nido del cuculo vien fatto al protagonista, Jack Nicholson, e che nella visione della cura della malattia mentale fin oltre la metà del XX secolo, cioè prima dell’affermazione degli psicofarmaci, veniva considerata una pratica psichiatrica di alto livello. Tanto che il suo inventore, il neuropsichiatra portoghese Antonio Egas Moniz, nel 1949 vinse il premio Nobel proprio per ciò che successivamente sarebbe stato considerato un crimine contro l’umanità.
Naturale quindi che al primo posto di ogni progetto di recupero dell’ex manicomio rodigino ci sia l’idea di non rimuoverne la storia e di non cancellarne la memoria, destinando almeno un padiglione della cittadella della follia a museo della follia, in cui raccogliere le storie dei degenti contenute nel prezioso archivio dell’ex manicomio e salvare anche gli affreschi del decoratore Leone Bacchiega, che qui trascorse trent’anni della sua vita e fino alla morte regalò ai suoi compagni di sventura 48 dipinti murali — paesaggi montani, campagne, laghi, lungomare — che erano altrettante finestre per guardare quel mondo esterno che a loro era precluso.
Ma che cosa si può fare di questo ex manicomio, alcuni anni fa candidato a diventare quel «Centro internazionale per la lotta al cancro» che incontrò l’entusiasmo di Umberto Veronesi, e che poi Padova ha soffiato a Rovigo? In teoria, Granzette può diventare tutto. E tutti concordano su questo. Tutti per esempio sono d’accordo sul museo della follia e tutti ritengono che i progetti di recupero possano essere diversi e altrettanto validi, chiunque sia il soggetto, privato o pubblico, che dovesse occuparsi di Granzette. L’importante è che prevedano l’uso pubblico del parco e rimuovano e smaltiscano l’amianto. Lo dicono il Wwf e Italia Nostra, il Comune e la Provincia, il dirigente del Servizio tecnico dell’azienda sanitaria, Rodolfo Fasiol, che ebbe il compito di approntare la delibera poi abbandonata di vendita all’asta, e l’«archivio vivente» dell’ex manicomio, il geometra Andrea Piccoli, che vi cominciò a lavorare giovanissimo. Lo dice Roberto Costa, che con l’associazione Biancoenero ha raccolto materiale prezioso e organizza visite guidate nella struttura, e lo sostengono i 130 studenti dello Iuav, la facoltà di Architettura di Venezia, che nell’anno accademico 2014-15 a Granzette hanno dedicato l’intero corso di laurea in Architettura, Costruzione e Conservazione e, guidati dalla professoressa Emanuela Sorbo, hanno tenuto seminari e giornate di studi e poi hanno pubblicato i risultati del loro lavoro anche in una mostra itinerante.
Campus universitario, parco tecnologico, polo delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, villaggio dello sport o cittadella agricola da «abbinare» al confinante Centro di colture industriali (l’unico in Italia autorizzato alla coltivazione della canapa per fini di studio), l’ex manicomio di Granzette potrebbe diventare senza traumi ognuna di queste cose. O anche un centro di ricerca scientifica sul cervello e su malattie come l’Alzheimer, come propone il Fondo sovrano del popolo, un fondo di azionariato popolare che si era fatto avanti «per acquistare e salvare» l’ex manicomio di Granzette, se la gara si fosse tenuta, e che si prefigge — dice la sua rappresentante Adriana Quattrino — di salvaguardare, attraverso un’azione economica redditizia per gli investitori, il patrimonio culturale e naturale italiano, cominciando da Granzette e dal Po, da bonificare e risanare.
Il recupero dell’ex complesso psichiatrico proposto dal Fondo sovrano del popolo potrebbe anche riservare una sorpresa di natura religiosa. E cioè l’insediamento a Granzette della sede di rappresentanza della Chiesa ortodossa italiana, il cui primate è da poco più di un anno lo psichiatra ed ex parlamentare Alessandro Meluzzi. Naturalmente, sempre se questo immobilismo tutto italiano finisse e Granzette non venisse lasciata marcire nell’edera. L’unica cosa da pazzi di questa storia.


Carlo Vulpio, la Lettura, 19/3/2017

Fra i 3.500 nei ghetti della Puglia. “Le aziende chiamano al telefonino”

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Pianura del Tavoliere (Foggia)


Se non fossero neri, li scambierebbero per olandesi o belgi, perché vanno quasi tutti in bicicletta. Mai nel Tavoliere, se non ai tempi dei braccianti di Peppino Di Vittorio, si erano viste tante biciclette scorrazzare per queste strade di campagna pianeggianti e rettilinee, eppure così malandate, come in Bosnia dopo la guerra. E come quei braccianti, anche questi «tulipani neri» non fanno sport, ma vanno a lavorare nei campi o a cercare lavoro, e alla fine della giornata, se la bicicletta non si è sfasciata, tornano a casa. Dove «casa» sta per baracca fatta di pezzi di legno, di plastica e di lamiera. Tutte le loro «case» sono così. È la loro bidonville. Il ghetto.
Sono vent’anni che né lo Stato, né la Regione, né le associazioni dei grandi produttori agricoli e della grande trasformazione e distribuzione agroalimentare sono stati capaci di organizzare per loro villaggi di strutture mobili, prefabbricati come quelli installati dopo un terremoto, che li accolgano per i 7–8 mesi di lavoro agricolo e non li facciano vivere come bestie, tra montagne di rifiuti che nessuno va a raccogliere, e che loro sono costretti a bruciare e a respirare, altrimenti rischiano malattie peggiori, e senza alcun altro servizio minimo che faccia capire al mondo che la schiavitù è finita e non può essere un alibi per nessuna economia.
E infatti, la Ue questo rimprovera all’Italia, le chiede come impiega i soldi che riceve per i suoi «gastarbeiter», i lavoratori ospiti, se i risultati sono questi. E non vale rispondere alla Ue che gli immigrati devono essere distribuiti equamente tra i diversi Paesi dell’Unione, perché qui stiamo parlando di immigrati che vengono in Italia per soddisfare la domanda italiana di lavoro agricolo. Mentre si insiste nel far «accudire» questa gente da costose cooperative di «volontariato», che, appunto perché costose, si occupano di una esigua minoranza di immigrati (ma perché poi, se hanno il permesso di soggiorno e sono persone libere e addirittura cittadini europei?).
Li abbiamo visitati tutti, uno per uno, i cinque ghetti del Tavoliere, che attualmente «ospitano» all’incirca 3.500 persone. In quello di Macchia Rotonda, per esempio, a Stornara, vivono circa 350 Bulgari, tutti di etnia Rom e tutti, ohibò, che lavorano qui da anni, e non fanno più di quello che farebbero foggiani, napoletani, milanesi, italiani che decidessero di non rispettare le leggi.
Pavlov Andonov, per dire, ha la carta d’ identità italiana e viene qui da dieci anni con i suoi tre figli, che frequentano la scuola di Borgo Tressanti – dove c’è un altro ghetto -, in cui abbiamo visto 70 bambini africani, bulgari, polacchi e italiani divertirsi insieme. Stesso discorso nel ghetto «misto» di Borgo Mezzanone e nel ghetto «Ghana» di Borgo Tre Titoli, dove le biciclette e i telefonini consentono ormai una contrattazione diretta tra datori di lavoro e braccianti immigrati che toglie enfasi e spazio all’attività dei «caporali», sempre meno mediatori illegali di manodopera e sempre più simili a una sorta di servizio taxi tipo Uber (5 euro a cranio, la tariffa).
Mentre davvero paradossale, se non agitato ad arte, appare l’allarme per «infiltrazioni della criminalità organizzata nei ghetti», con tanto di new entry costituita ora dalla «mafia nigeriana», quasi che i nativi abbiano da prendere lezioni da personale straniero per attentare al già precario ordine pubblico.
Nel Gran Ghetto di San Severo, «famoso» per gli incendi in cui due ragazzi del Mali sono morti carbonizzati, Akim Djallogara, 34 anni, meccanico del Mali, tornato qui dopo che il ghetto è stato raso al suolo, sta rovistando tra le macerie. Cerca qualche piccolo oggetto personale a cui era affezionato e recupera qualche pezzo di legno e di lamiera per andare a ricostruire la sua capanna da qualche altra parte. Ci guarda e dice: «Ma quale malavita che abbia un po’ di cervello può pensare di venire qui? Se non fosse tutto così tragico, riderei».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 13/3/2017

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