Mediterraneo senza imperi

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Intervista allo storico francese Maurice Aymard: “Questo mare non è mai stato così instabile. Anche Usa e Russia sono in affanno”. “I porti chiusi e il sovranismo antieuropeo non risolvono alcun problema”.



Parigi


«Il fatto radicalmente nuovo è che il Mediterraneo oggi è diventato un moltiplicatore mondiale di instabilità, e questo sarà un grande problema per le nuove generazioni».
Maurice Aymard, 82 anni, storico di fama mondiale, è direttore di ricerca dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e amministratore della Maison des Sciences de l’Homme dell’università La Sorbona. Allievo, amico e collega di Fernand Braudel, ne ha raccolto l’eredità alla guida della Scuola Superiore.
Professor Aymard, il mare Mediterraneo che dalla scoperta dell’America in poi sembrava sempre sul punto di diventare marginale è invece tornato centrale. Ma, sostiene lei, questa volta come mai era successo prima. Perché?
«Perché oggi il Mediterraneo è molto frammentato e non è controllato da nessuno. Io stesso pensavo che con la decolonizzazione tutti i problemi sarebbero stati risolti, compresa la questione israelo-palestinese. Invece è accaduto di tutto e nella maniera più imprevedibile. Dopo la caduta del Muro del Berlino è stato un crescendo: l’assassinio di Yitzhak Rabin (il 4 novembre 1995, a Tel Aviv), la dissoluzione del Sud-est europeo e l’esplosione della Federazione jugoslava, con l’emergere di nazionalismi che nessuno avrebbe mai immaginato, e il Medio Oriente di nuovo in fiamme dopo l’intervento di Bush jr in Iraq. Ecco, quest’ultima era forse l’unica cosa che si poteva prevedere, e cioè che le guerre coloniali si perdono sempre. I russi hanno perso la loro guerra coloniale in Afghanistan, gli americani in Iraq. Per fortuna la Francia ne è rimasta fuori e l’Italia avrebbe fatto meglio a fare la stessa cosa. Adesso, con la Siria e l’intervento della Turchia il quadro è completamente a pezzi: nessuno controlla la situazione, nemmeno Putin che ha sostenuto Bashar al-Assad».
Cos’è diventato il Mediterraneo negli ultimi vent’anni?
«Un sistema di equilibrio politico-militare molto precario e allo stesso tempo una frontiera assoluta per i flussi migratori. I migranti non vengono più dalle periferie immediate, cioè dall’Algeria o dal Marocco, ma dall’Africa subsahariana. Non vengono più dal Medio Oriente, ma dall’Asia. Ciò vuol dire che c’è una dilatazione del Mediterraneo oltre le fasce costiere, che arriva fino al ventre dell’Africa e all’Estremo Oriente. Un fenomeno di dimensioni intercontinentali, mondiale».
Cosa significa che il Mediterraneo è diventato un problema mondiale, che riassume in sé le grandi questioni del mondo irrisolte?
«Di più. E’ esso stesso un fattore dinamico di questa crescente frammentazione, ne è un moltiplicatore. E’ questo il fatto radicalmente nuovo. E sarà un grande problema per le nuove generazioni, che non troverà una risposta adeguata nel breve periodo. Per ora, credo che l’unica cosa che si possa fare a breve scadenza sia cercare di limitare i guasti e, a più lunga scadenza, di costruire qualcosa di più complesso e incisivo».
Finita la guerra fredda, i decisori forti, i russi e gli americani, sono rimasti. Come mai allora questa instabilità?
«Oggi la situazione è un po’ diversa. Non credo ci sia alcuna possibilità di una qualche “pax imperiale”. Per esempio, Putin ha potuto approfittare della situazione di debolezza americana dopo l’Afghanistan e il fallimento in Iraq, ma nonostante questo non controlla la situazione. E chi ne esce più forte è Assad, non lui».
Il Mediterraneo è da tremila anni scenario di migrazioni. Anche Erodoto parlava della sua migrazione, ma come quella di una persona che cercava un posto in cui vivere meglio, non per sfuggire a una guerra. Perché dunque dovremmo essere allarmati dalle migrazioni più di quanto non avvenisse allora? E perché dobbiamo credere di non poter affrontare questo problema come esso merita?
«Lo dobbiamo affrontare. Il problema non è nuovo per il Mediterraneo, certamente, ma ci sono diversi tipi di immigrazione. La prima è stata quella che ha prodotto la nostra umanità, che, non dimentichiamolo, viene dall’Africa. In epoca antica, la popolazione di origine asiatica, dal Sud-est asiatico, non arriva nel Mediterraneo. Bisogna giungere fino al primo millennio dopo Cristo per una immigrazione di origine germanica che si spinge verso il Sud, ma le due grandi correnti migratorie sono quella africana – degli schiavi africani – e quella transoceanica degli europei, e siamo fra i 12-13 milioni di persone durante tre secoli e mezzo. Ma attenzione, per quanto riguarda i neri parliamo sempre di schiavi. Persone che non avevano alcuna intenzione di spostarsi e che sono morte in gran numero nel tragitto o per lo sfruttamento cui erano sottoposte, anche se poi i sopravvissuti hanno acquistato la libertà. Adesso, anche se si parla di “nuova schiavitù”, perché parliamo di gente trattata male, in realtà siamo di fronte a persone che vengono a lavorare come “liberi” salariati, che cercano di inserirsi nella nuova società e di fare arrivare qui le loro famiglie, e questa è una situazione del tutto nuova, basti considerare le cifre enormi del potenziale demografico subsahariano».
Come si affronta questa situazione inedita, chiudendo le frontiere e i porti?
«Ma no. Chiudere le frontiere significa solo favorire il contrabbando. E’ come il proibizionismo per l’alcol. Più lo vieti, più l’attività rende. Senza considerare il problema reale delle pensioni da pagare ai cittadini europei di oggi, che senza il lavoro degli immigrati, la cui incidenza è sempre più importante, corre un grande rischio. Bisogna pensare a una stabilizzazione, affrontando questo argomento con razionalità e intelligenza. Diceva Braudel: “Ho bisogno di pensare la totalità”. Questa è la sua vera lezione. Mentre oggi di fronte a questo quadro inedito ci si limita ad adattare analisi logore e logiche vecchie. Se c’è stata una emigrazione europea che è durata 100-150 anni e ha popolato il resto del mondo, dobbiamo accettare che si creino movimenti in senso contrario e cercare di governarli. Non serve a nulla rieditare i nazionalismi di fronte alle migrazioni».
E l’Europa, cosa può fare? Dobbiamo lasciare che si sfaldi o è la nostra unica ancora di salvezza?
«Resto favorevole alla costruzione europea, soprattutto per le nuove generazioni, che ormai vivono non solo in ambienti europei ma transnazionali, in una società in cui ci saranno sempre più matrimoni tra persone di diversa origine e nazionalità… Mi sembra difficile e non auspicabile tornare indietro. Evidentemente l’Europa che ha inventato gli Stati nazionali ha qualche problema a inventare una nuova forma di cooperazione politica che conservi anche gli Stati nazionali… Una cosa è sicuramente irreversibile. La stragrande maggioranza dei cittadini europei non accetterebbe un ritorno a un sistema di controllo dei passaporti e dei visti per circolare in Europa».
Lo stesso discorso vale per l’euro?
«Se ci fosse un referendum contro l’euro, persino in Italia dove oggi avete questo governo strano, i no-euro perderebbero. Esattamente come in Grecia, dove ho visto i miei colleghi del ceto medio intellettuale che hanno investito i loro risparmi in Belgio. Insomma, la gente vive sempre di più in modo europeo, lo vediamo dall’acquisto di macchine, dalle tecnologie, dalla pluralità di lingue parlate. Questi sono stati negli ultimi sessant’anni i veri cambiamenti “dal basso”, introiettati dalla gente, e quindi irreversibili. E dimostrano che la strada da seguire è quella di una Europa che non agisca solo dall’alto».
E’ arrivato o no il tempo per l’Europa di agire politicamente per rendere più stabile il Mediterraneo?
«C’è una cultura, artistica e letteraria, che possiamo definire europea, anche se le diverse popolazioni vivono in modo diverso e hanno persino cucine diverse. E ciò è un bene. Ma certe regole politiche, i diritti politici, individuali, i diritti dell’uomo, che sono valori europei, ora vengono più o meno accettati ovunque».
Ma sull’altra sponda del Mediterraneo non è così.
«E’ vero, ma le migrazioni hanno anche avuto proprio questo merito, di diffondere la cultura europea dei diritti umani».
La Ue cosa può fare concretamente?
«Intanto, può evitare di fare sciocchezze, come quella di Sarkozy di bombardare la Libia, o di Lega e M5S di chiudere i porti. E poi scegliere per sé una evoluzione prudente, senza imporre dall’alto ciò che in basso non viene accettato, e chiarire che solo l’accettazione di regole comuni dà diritto ai relativi vantaggi. In caso contrario, come per l’Inghilterra della Brexit o la Polonia e l’Ungheria del gruppo di Visegrad, questi vantaggi non spettano e non possono essere rivendicati».
Infine, cos’è dunque il Mediterraneo?
«Non è una piccola provincia, come si poteva pensare un secolo fa. Perciò l’Europa non deve mai perdere di vista che il Mediterraneo ci aiuta, più che a capire, a formulare i problemi sul mondo di oggi».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/8/2018
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Le due vocazioni di Gillo Dorfles. Un mitteleuropeo in Magna Grecia

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Maestro / A Castellabate, nel salernitano, una mostra dedicata al critico e artista scomparso lo scorso marzo. Diceva: «L’atmosfera magica di Paestum stimola la mia creatività»



Castellabate (Salerno)


I brutti sogni, gli incubi, non possono che essere cornuti. Non nel senso delle «corna» nel tradimento amoroso, ma nel significato proprio: bricconi, birbanti, capaci di insinuarsi nel cervello dormiente in maniera disonesta. E i personaggi, non i protagonisti di film, opere teatrali e romanzi, ma quelli che siamo abituati a considerare tali, le persone «importanti», i vip, sono sempre accompagnati da almeno due (inutili) assistenti e a chi li guarda appaiono buffi, ridicoli, pretenziosi, deformi, anche se per darsi un tono indossano un papillon.
Basterebbero questi due dipinti, due bellissimi e originali acrilici su tela di Gillo Dorfles, L’incubo cornuto, che è del 1999, e Personaggio con 2 assistenti, del 2007, per cogliere il genio di un artista, un grande intellettuale, un uomo profondo e saggio come Gillo Dorfles e per comprendere il senso delle sue parole, che racchiudono il significato di tutte le sue creazioni pittoriche. «Dipingo quelle forme che mi ossessionano, che mi si agitano dentro», diceva dei suoi quadri (e disegni, e bozzetti, e decorazioni) Gillo Dorfles.
La mostra Oltre lo sguardo dedicata a Dorfles a quattro mesi dalla sua scomparsa, curata da Luigi Sansone in una sala del Castello di Sant’Angelo, che domina il meraviglioso golfo di Castellabate nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è il luogo migliore per accogliere le opere di Dorfles. Per due ragioni. La prima, è che in un luogo come questo non c’è bisogno di spiegare il concetto di «pausa», caro a Dorfles tanto nell’arte quanto nella vita. Il secondo è che negli ultimi vent’anni della sua lunga esistenza, Dorfles, che era nato a Trieste nel 1910, ha trascorso tutte le estati qui vicino, a Paestum.
«L’atmosfera prodigiosa di Paestum — diceva Dorfles — stimola la mia creatività. L’ambiente, la campagna, hanno una qualità talmente eccezionale che incitano alla creazione. Quando vengo a Paestum la voglia di dipingere e di scrivere viene eccitata». E metà della mostra di Castellabate, infatti, compresa ovviamente la litografia del celebre Tuffatore di Paestum in versione dorflesiana, cioè assolutamente non figurativa, appartiene al suo «periodo cilentano». E poiché al Cilento è legata la figura del generale dei carabinieri Pio Alferano — che ideò la Banca dati delle opere d’arte trafugate —, Vittorio Sgarbi e Santino Carta, direttore artistico e presidente del premio intitolato al generale, hanno pensato a Gillo Dorfles e lo hanno onorato della prima mostra dopo la sua morte.
Ma Paestum e il Cilento sono per Dorfles anche i luoghi della nascita, da lui sostenuta, nel 1995, del Museo Materiali Minimi di Arte Contemporanea, che lo entusiasmò e al quale contribuì con dipinti di grandi dimensioni realizzati in loco. E sono i posti in cui nel 2002 conosce Giuseppe Pagano, viticultore e produttore di vini pregiati, ne diventa grande amico e disegna per il suo Aglianico sedici etichette (anch’esse in mostra a Castellabate), che sono altrettanti quadri in dimensioni ridotte, immagini visionarie, ciascuna delle quali Pagano «edita» un anno dopo l’altro sulle proprie bottiglie. Non c’è da meravigliarsi, trattandosi di Dorfles, teorico dell’«arte concreta», nemmeno della sua scoperta musicale, i canti cilentani, antico lascito della Magna Grecia, lamentazioni lunghe, quasi canti gregoriani, sulla vita e il lavoro nelle campagne, che Dorfles studia e trasforma in lezioni tenute in alcune università americane.
Tutto questo è «dentro» i quadri di Dorfles esposti nella mostra Oltre lo sguardo, li pervade e tracima da essi esattamente secondo ciò che Dorfles, psichiatra quasi per caso, diceva del suo «voler essere (o fare?) il pittore», fin da quando, bambino, sentiva «l’atto di disegnare e dipingere come qualcosa di quasi coercitivo, che mi ha obbligato a riempire di sgorbi (o erano mirabili invenzioni) le pagine dei miei libri scolastici, il legno dei duri banchi delle medie, la sabbia delle spiagge estive».
La fantasia, l’ironia, il suo mondo personale segreto, nulla sembra mai risparmiare Dorfles, anche quando decora piatti, vasi, piastrelle. Le stesse forme, gli stessi colori delle decorazioni gli servono per trasportarci nel mondo dei miraggi, dei sogni, dei pensieri confusi o complessi con dipinti che si intitolano Allucinato e Tentacoli e manipedi, oppure nella potenza bioetica di Esseri complementari (con feto) e di Embrioni contesi, per tornare a irridere, a divertirsi, a giocare con Il giocoliere.
Dice Vittorio Sgarbi che Dorfles amava ascoltare, vedere, leggere gli altri, che «era un esteta, certo, ma non nell’accezione più banale del dandy, come credeva chi si limitava a notarne lo stile o la ricercatezza dei modi; l’assunto di partenza di Dorfles corrisponde a una visione etica, non a un capriccio, poiché non c’è nulla di buono dal punto di vista estetico che non sia anche giusto, nel segno del più classico kalòs kai agathòs».
Triestino, mitteleuropeo, mediterraneo, cilentano, quello di Dorfles è stato un secolo lungo, un secolo denso e coloratissimo, nei suoi quadri e nella sua anima.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20/7/2018

Le case comuni del borgo. Per turismo 4.0

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Il progetto si chiama “Wonder Grottole” e punta a ripopolare il piccolo borgo contro l’emorragia migratoria degli ultimi anni



Grottole (Matera)


Quando muore qualcuno, non costa nulla dire che «sono sempre i migliori quelli che se ne vanno», anche se magari non è vero. Ma per gli italiani che emigrano, questo luogo comune corrisponde alla verità. Quelli che sono andati via e che continuano ad andarsene sono sempre più giovani e sempre più istruiti. Oggi l’emigrazione italiana verso l’estero è tornata ai livelli del secondo dopoguerra: nell’ultimo anno, 250 mila persone sono andate via dall’Italia e due terzi dei nuovi emigrati, dice l’Istat, hanno più di 25 anni e sono diplomati e laureati (rispettivamente il 34 e il 30 per cento). Non solo. In Italia, è riesplosa anche la migrazione interna. Un milione e mezzo di persone, italiani, si sono trasferite dal Sud al Nord e le province che hanno perso più residenti sono quelle di Vibo Valentia, Enna, Caltanissetta, Reggio Calabria e Matera. Siamo ripiombati nella eterna «questione meridionale», altroché.
Che fare?, si chiedeva quel tale. Arrendersi all’idea che in Italia se sei laureato, parli due lingue, hai conseguito due o tre master, e magari ti adatti anche a lavori «altri», più umili, devi emigrare? Mentre se non hai studiato e non ha mai lavorato è probabile che trovi un lavoro da ministro o capo del governo?
Per capire se c’è una terza via, siamo andati a Grottole, 1800 abitanti – cinquant’anni fa erano 4 mila -, in provincia di Matera, una delle cinque province dalle quali si emigra di più.
Carlo Levi, confinato in Basilicata, quando guardava «l’orizzonte sterminato di questa terra spoglia che avevo cominciato ad amare», scrive che Grottole, con Irsina, Grassano, Craco, Montalbano, Salandra, Pisticci, Ferrandina, è uno di quei paesi che stanno «ciascuno in vetta al suo colle, le terre e le grotte dei briganti». Di briganti da queste parti non ce ne sono più, ma le grotte, e nel nostro caso le cryptulae a cui Grottole deve il nome, sono rimaste.
Tra queste piccole grotte, che sono altrettante cavità, stanze, ipogei formatisi l’uno sull’altro anche per cinque o sei livelli verso le profondità della terra; e in superficie, tra le abitazioni del borgo storico affacciate su orridi fascinosamente spaventosi; e ancora più su, tra la Chiesa Diruta e il Castello longobardo che guarda il fiume Basento e custodisce la storia d’amore tra Abufina e Selepino da molto prima che Fabrizio De André componesse la meravigliosa Canzone di Marinella, da questa Grottole, è partita l’idea «Wonder Grottole», che potrebbe dare inizio a una storia nuova per il borgo stesso e per altri simili, lucani e del resto del Mezzogiorno d’Italia.
«Wonder Grottole» è un’idea di recupero del patrimonio abitativo del nucleo storico di Grottole – 629 abitazioni abbandonate – e di rivitalizzazione del borgo. Il progetto, incubato tra le mura della Triennale di Milano con l’eclettico Stefano Mirti, è dell’associazione «Casa Netural», un laboratorio di idee con quartier generale a Matera che conta circa 150 associati in tutta Italia e un team di una decina di giovani architetti, ingegneri e designer, guidati da Andrea Paoletti, 38 anni, di Biella. Tra i 27 project-leader scelti dalla Fondazione Matera 2019, che per questa e altre attività simili ha stanziato 5 milioni e 700 mila euro per la Città dei Sassi capitale europea della Cultura, c’è anche quello di «Casa Netural», finanziato con 240 mila euro.
«L’analisi del grande meridionalista Manlio Rossi Doria, che definì la montagna e le aree interne del Mezzogiorno come “l’osso” del Sud, contrapposto alla “polpa” delle pianure e delle aree agricole più sviluppate e prospere è valida ancora oggi – dice Salvatore Adduce, presidente della Fondazione, ex parlamentare ed ex sindaco di Matera -. Prendersi finalmente cura di questo “osso” significherebbe davvero cambiare in meglio la storia del Sud. Per questa ragione, il progetto generale di Casa Netural ci ha convinto subito e ci ha spinti a patrocinare anche Wonder Grottole, che però camminerà sulle sue gambe, attraverso il crowdfunding».
La raccolta di fondi dai privati è stata un successo: in tre mesi è stato raggiunto l’obiettivo di 50 mila euro, 15 mila dei quali sono venuti da Airbnb, la multinazionale degli alloggi in affitto, segno di un interesse concreto per un esperimento che potrebbe diventare un grande affare e mettere in moto molte risorse, oltre che realizzare l’idea di turismo 4.0 proposta dall’équipe di «Casa Netural». Ma cos’è poi questo turismo 4.0? «C’è il turismo tradizionale, quello del pacchetto all inclusive, il turismo con esperienze “passive”, e poi – dice Paoletti – quello che noi abbiamo chiamato 4.0, che è scambio di conoscenze e di interazione con la comunità in cui si vive, e persino insegnamento e apprendimento di arti e mestieri, in agricoltura, nell’artigianato, nella gastronomia».
Chi ripopolerà Grottole potrà decidere di godersi il panorama e la natura, viaggiare attraverso la Basilicata e scoprirne l’arte e la storia, oppure studiare, progettare, lavorare, e anche imparare lavorando, e se vorrà, potrà persino scambiare la propria manodopera o il proprio tempo con i prodotti agricoli e artigianali del luogo, potrà cioè fare una esperienza turistico-residenziale «attiva» anche se è in vacanza. E così il borgo potrà vivere ed essere vitale tutto l’anno, con gente di tutte le età proveniente da tutto il mondo.
Con i primi 50 mila euro raccolti, «Wonder Grottole» ha potuto acquistare due abitazioni e potrà anche ristrutturarle completamente. Saranno queste due case-pilota a far davvero decollare il progetto. Dopo, si conta che scatti un effetto domino. Sulla Rete, «Wonder Grottole» sta mietendo consensi, richieste di partecipazione e di sottoscrizione. Il sindaco di Grottole, Francesco De Giacomo, che è anche presidente della Provincia (a sua volta membro della Fondazione Matera 2019), ci crede. «Tutta Grottole – dice – comincia a credere che questa idea possa arginare e invertire l’emorragia migratoria». Ma Adduce e De Giacomo insistono anche su un altro aspetto fondamentale, le infrastrutture. Tra le quali ci sono due scuole che Matera sta aspettando di ricevere subito e che insieme con «Wonder Grottole» e gli altri 26 progetti ne onorerebbero, dandogli sostanza, il ruolo di capitale europea della Cultura: l’Istituto primario Bramante, 600 alunni, e il nuovo Istituto tecnico agrario, esempio di «scuola innovativa» voluta dal Miur e finanziata dall’Inail. La Fondazione Matera 2019, il Comune e la Provincia di Matera, insieme, ora possono. La Basilicata, Matera, Grottole al centro del Mediterraneo direbbero che la questione meridionale non è per sempre.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Buone Notizie, 17/7/2018

Versailles, pace gravida di guerra. La profezia lungimirante di Nitti

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Maestri / A centocinquant’anni dalla nascita del grande meridionalista, i suoi moniti sono più attuali che mai



«Oltre due terzi dell’Europa sono in fermento e vi è in tutti un senso vago di inquietudine, che dispone poco alle grandi opere collettive. Si vive giorno per giorno». E poi: «L’Europa si è un poco balcanizzata. Ascoltando alcuni discorsi e assistendo ad alcuni avvenimenti si ha la sensazione di essere a Belgrado o a Sarajevo». E ancora: «Si parla del commercio come di un’arma. In Italia si è discusso seriamente sui danni e sui pericoli di una ripresa del commercio tedesco, se ne vede dovunque la penetrazione. Barriere doganali si elevano ogni giorno: i ceti industriali trovano facile propaganda per il protezionismo. Così le maggiori bestialità del protezionismo si camuffano ormai con il patriottismo».
Non sono commenti sull’ultima riunione del Consiglio d’Europa, ma brani di un libro scritto da Francesco Saverio Nitti nel 1921, L’Europa senza pace (il primo di una trilogia, con La decadenza dell’Europa e La tragedia dell’Europa), che forse ancora oggi è il libro più colto, più denso, più appassionato, più attuale sull’Europa, sulle sue tribolazioni e sulle sue enormi possibilità.
Tra alcuni giorni (il 19 luglio) Francesco Saverio Nitti «compirà» 150 anni e l’anno prossimo ne farà cento il primo governo da lui presieduto. Lucano di Melfi, e soprattutto presidente del Consiglio e più volte ministro tra il 1911 e il 1920, deputato del Regno d’Italia con il Partito radicale italiano (di cui fu fondatore) per cinque legislature e infine deputato dell’Assemblea Costituente e senatore della Repubblica, Nitti potrebbe essere ricordato in tanti modi e per molte cose. Fu un politico di rango, uno studioso serio, un intellettuale brillante, uno scrittore chiaro e godibile, concepì e concretizzò l’intervento pubblico in economia con la creazione dell’Ina, fu un uomo retto che amava l’Italia e amava persino Napoli, la più sciagurata delle sue città (e per rendersi conto di quanto una critica serrata, impietosa, possa essere anche una manifestazione d’amore, se non proprio essenzialmente questo, basta leggere il suo Napoli e la questione meridionale).
Ma ricordare il grande statista e professore di Scienza delle finanze tradotto in tutto il mondo, interlocutore di J.M. Keynes, soltanto per celebrarlo, finirebbe per imbalsamarlo più di quanto non sia già avvenuto nelle scuole e nelle università. O annientarlo definitivamente, come si è già provveduto a fare nella sfera pubblica e specificatamente politica, in cui la domanda più acuta e più frequente che si può ascoltare è la seguente: Nitti? Nitti, chi?
Perciò il modo migliore di parlare oggi di Francesco Saverio Nitti è far parlare di nuovo lui, che ha tante cose da dire. E farlo parlare scegliendo tra le sue opere L’Europa senza pace, che è quella che meglio può illuminare il nostro cammino in un momento in cui esso è oscurato dalla paura, dalla frustrazione, dal pessimismo, dalla rabbia, dalla malinconia dello spirito. Tutta «merce» che sta facendo la fortuna dei nuovi pifferai magici, i quali, euroscettici e sovranisti, ora si cercano l’un l’altro, da Roma a Budapest, da Parigi a Varsavia, da Vienna a Berlino, per allearsi tra loro: «Ma per fare l’Europa o per disfarla?», si è chiesto, retoricamente, Sergio Romano.
Nitti lo sfacelo dell’Europa lo aveva visto con i propri occhi. La prima guerra mondiale – cos’altro, se non una guerra civile europea, tra europei, dopo cinquant’anni in cui l’Europa aveva conosciuto il più grande sviluppo di ricchezza? – si era appena conclusa e già Nitti lanciava l’allarme su quel folle trattato di Versailles del 1919, che, diceva, costituiva il copione di un secondo e più terribile conflitto. Che poi infatti ci fu, e per le ragioni che Nitti aveva analizzato vent’anni prima. «Vi sono altre guerre in preparazione. Il sentimento nazionale, trasformato in nazionalismo – scriveva, inascoltato, Nitti -, mira alla depressione di altri popoli».
La conoscenza delle vicende storiche e interne dei singoli Stati è sempre accompagnata da un’analisi critica, mentalmente libera, che Nitti non limita alla sola Europa, ma estende alla Russia degli zar e poi alla Unione Sovietica – di cui preconizzò la fine già all’indomani del colpo di Stato bolscevico -, agli Stati Uniti, agli imperi britannico, ottomano, austroungarico, per poi «tornare» in Europa, alla Francia e alla Germania, e all’Italia fascista in formazione, che volentieri gli avrebbe fatto fare la fine di Giacomo Matteotti.
Dall’esilio di Parigi, dove visse per vent’anni, Nitti continuò a fare Nitti. Il politico e lo studioso di livello internazionale, l’antifascista militante, il meridionalista. Su quest’ultimo versante, Nitti succedeva cronologicamente a Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Antonio De Viti De Marco e precedeva Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore, Guido Dorso, la nidiata dei grandi meridionalisti meridionali nati dall’inizio alla fine dell’Ottocento, dei quali sono ancora oggi utili e attuali il pensiero e le opere. Come loro, Nitti – lo ha scritto Giuseppe Galasso – era convinto che la questione meridionale non è solo questione del Mezzogiorno e dei meridionali, ma è questione nazionale e di tutti gli italiani. In altre parole, fino a quando il Sud non entrerà in Italia, sarà difficile che l’Italia entri davvero in Europa. Altro che uscirne.
«L’Europa non avrà pace – ammoniva Nitti – fin quando i tre Paesi progressivi del continente europeo, Germania, Francia, Italia, non riuniranno tutte le loro energie in un solo sforzo». Essa invece, cento anni dopo, «è ancora dominata da vecchie anime, che molte volte albergano in corpi giovani».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 6/7/2018

Leonardo Sacco, voce libera del Mezzogiorno

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ADDII / Lo storico scomparso a 94 anni ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale. È stato il più grande interprete dell’opera di Carlo Levi



Se ne è andato anche Leonardo Sacco, ultima grande voce del meridionalismo più intelligente e più critico, appassionato quanto ironico, mai autocommiseratorio, sempre poggiato sulle spalle larghe e forti di studi seri e di una visione del mondo autenticamente democratica e liberalsocialista. Dopo la scomparsa di Giuseppe Galasso, suo amico e autore della prefazione di uno dei suoi libri, Matera contemporanea, cultura e società, la morte di Leonardo Sacco, che fino a 94 anni ha continuato a leggere e a discutere («Vorrei anche scrivere, ma dovrei trovare qualcuno che batta a macchina le cose che dico, da solo non ce la faccio»), apre un vuoto, com’è accaduto nella nostra letteratura quando, uno dopo l’altro, se ne sono andati Pasolini, Calvino, Sciascia.
Leonardo Sacco è stato un uomo, un giornalista e uno storico di cui Matera, la Basilicata e l’intero Mezzogiorno d’Italia devono andare orgogliosi. Dal 1949, da quando conobbe Adriano Olivetti — «sceso» per la prima volta a Matera con l’intento di replicare qui il modello imprenditoriale-comunitario della sua Ivrea nel borgo La Martella, dove, risanati i Sassi, sarebbero andati a vivere una parte di quei 16 mila «cafoni all’inferno» —, Sacco ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale, all’idea cioè della effettiva unità del Paese: una sola Italia al posto di due Italie diverse e spesso contrapposte, certamente non omologata dalle Alpi alla Sicilia, ma necessariamente abilitata ad accedere alle stesse opportunità, ad avere le stesse infrastrutture — scuole, ospedali, strade, ferrovie, acquedotti —, a non emigrare più in massa al Nord e all’estero, come sta accadendo di nuovo oggi, con gli stessi numeri del secondo dopoguerra e soprattutto ai giovani diplomati e laureati.
Sacco è stato grande amico di Adriano Olivetti, di Rocco Scotellaro e dei meridionalisti Manlio Rossi Doria, Guido Dorso, Vittore Fiore, ma di Carlo Levi è stato un fratello, oltre che il migliore interprete in assoluto della sua opera (basti pensare a un altro libro di Sacco, L’Orologio della Repubblica, indispensabile per capire L’Orologio di Levi e i suoi personaggi reali — Alicata, Cancogni, Sereni, Valiani, Foa, Spinelli, Muscetta —, tutti coperti da pseudonimi nel libro e svelati da Sacco). Con Levi, Sacco ha anche discusso e dissentito, ma Levi era troppo intelligente per non capire quando aveva torto, e così per farsi perdonare regalava a Leonardo un suo dipinto. E Leonardo, spina nel fianco di democristiani e comunisti, ma per questioni concrete, non sulla chiacchiera ideologica, se anche si era scontrato con Levi, poi lo difendeva contro tutto e tutti, si chiamassero Mario Pannunzio, direttore de «il Mondo», sul quale Sacco scriveva (ma la gran parte dei suoi articoli li ha pubblicati con «La Gazzetta del Mezzogiorno» e con «Basilicata», da lui fondato), o Giulio Einaudi, quando l’editore disse, a proposito de L’Orologio, che dopo questa prova non sapeva cosa sarebbe rimasto di Levi come scrittore.
Naturalmente, il Mezzogiorno di Leonardo Sacco è anche quello del paesaggio, della buona urbanistica e della speculazione edilizia selvaggia. Se il suo libro Il cemento del potere. Storia di Emilio Colombo e la sua città, pubblicato nel 1982, avesse trovato la sceneggiatura di un Franco Rosi e di un Raffaele La Capria come per il film Le mani sulla città, oggi l’Italia saprebbe non solo del saccheggio edilizio di Napoli e di Palermo, ma anche di quello di Potenza. Leonardo non aveva timore di andare controcorrente. Era uno spirito critico libero e onesto.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22/6/2018

Una vita in rovesciata, il bomber che porta Gesù nel cuore

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Sport / Il volume fotografico di Tony Vece (Zaccara editore) narra le imprese del brasiliano Carlos França, idolo dei tifosi del Potenza, che ha sconfitto anche il cancro


Il gol in rovesciata – il corpo sospeso a mezz’aria, una gamba che sale a fendere l’aria per dare la spinta e vincere la forza di gravità e il piede dell’altra che colpisce la palla nell’unico attimo possibile per compiere il miracolo, come trasformare l’acqua in vino -, è il gesto tecnico più difficile, più rischioso e più spettacolare che possa fare un calciatore. Negli occhi di tutti c’è il gol di Cristiano Ronaldo alla Juventus nel quarto di finale di Champions League, la rovesciata perfetta, e tante altre se ne ricordano di non meno stupefacenti e perfette, da quelle di Gigi Riva e Roberto Boninsegna alle rovesciate di Cruijff e Pelè e Maradona. Ma il gol in rovesciata di Carlos França in Potenza-Cerignola del 15 ottobre 2017, campionato di Serie D, non è meno spettacolare e miracoloso di quello di Ronaldo e degli altri fuoriclasse come lui. E non è l’unico suo gol in rovesciata. Perché Carlos França è brasiliano e fin da bambino è cresciuto nel mito della rovesciata. L’ha provata tante volte in allenamento e persino sul materasso del letto di casa, senza palla e quando non lo vedeva nessuno, poiché il padre gli diceva che la sua vita sarebbe cambiata solo quando avrebbe fatto un gol in rovesciata.
Da dieci anni in Italia, Carlos França ha vinto il Pallone d’oro per la Serie D, grazie a una valanga di gol da Lecco a Legnago, da Rapallo a Cuneo, fino a Trieste e infine a Potenza, che quest’anno, a 38 anni, Carlos ha trascinato in Serie C e dove è diventato non soltanto un idolo calcistico, ma un esempio di vita, un simbolo di fede religiosa fuori e dentro il campo di gioco. Se quella di suo padre fu una profezia, ebbene, come tutte le profezie non va interpretata alla lettera, perché le profezie sono quasi sempre metafore, allegorie, rebus. Il gol in rovesciata che ha cambiato la vita di Carlos França, che l’ha appunto «rovesciata», e in meglio, è stata la sua battaglia contro un tumore alla colonna vertebrale. Doveva morire, invece ha continuato a far gol, con la potenza atletica di un ventenne. E quando ha segnato il duecentesimo, si è tolto la maglietta per mostrare la scritta sulla canotta: «200 volte gloria a Dio», perché per Carlos – che come Kakà, Felipe Melo, David Luiz, Nicola Legrottaglie fa parte degli “Atleti di Cristo” – la sua «rovesciata» è merito di Dio.
La sua storia è raccontata magnificamente nel libro fotografico Carlos França, bomber di Dio (Zaccara editore, 144 pagine, 22 euro) da Tony Vece, fotogiornalista, che chi scrive «pescò» quindici anni fa a Scanzano, in Basilicata, durante le proteste contro il sito unico di scorie nucleari che si voleva fare lì.
Da allora, Vece ha raccontato molte altre cose e molti altri luoghi attraverso la fotografia, soprattutto nei reportage e nelle inchieste del Corriere. E allo stesso modo ha raccontato Carlos França e il calcio, che è il suo grande amore e che Vece, prima di fotografare, ha vissuto in curva da tifoso ultrà del Potenza. Le 110 immagini del libro parlano da sole, non hanno bisogno di aggettivi e perifrasi che le spieghino, e questa è la forza delle fotografie di Vece, che colgono l’attimo fuggente, la prospettiva giusta, la luce che sprigiona solo chi crede che La vita è un miracolo, come in un film di Emir Kusturica.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 12/6/2018

I mangiaspaghetti di Lussemburgo che dopo il turno vincevano a calcio

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Riscatti / L’epopea della Jeunesse, squadra di minatori italiani, nel testo di Tonio Attino edito da Kurumuny



«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri». Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia – la Romagna -, e chi racconta la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani come lui mossi dalla fame è l’ultranovantenne Riccardo Ceccarelli. Il quale, tuttavia, proprio dentro quel «buco» e proprio sotto i fumi delle ciminiere di una delle acciaierie più grandi d’Europa, trovò un lavoro, una «patria» che lo ha rispettato e in cui hanno convissuto persone di centoundici nazionalità diverse, ma soprattutto trovò una vita degna e un futuro possibile per sé, i figli e i nipoti. E questo, nonostante la xenofobia che accolse Ceccarelli e tutti gli altri emigrati negli anni Dieci e Venti del Novecento e nonostante le tragedie della Prima guerra mondiale, della partecipazione alla resistenza contro i nazisti e della prigionia durante la Seconda. Poi, la ricostruzione del dopoguerra e la meritata «felicità» degli anni Sessanta e Settanta, quando, grazie alla fabbrica che marciava a pieno ritmo e al suo acciaio, che garantivano il salario e la serenità, si era ormai formata una vera «comunità», in cui due su tre erano italiani e il terzo forse era lussemburghese.
Questa comunità di italoqualcosa, in cui non c’era spazio per distinguere i nostri meridionali dai nostri settentrionali – tutti spaghettisfréisser und wëlle Bier, mangiaspaghetti e orsi selvatici, quando andava bene, o sbrigativamente tutti delinquenti – diventò essenziale per il piccolo Lussemburgo, perché la comunità italiana lavorava duro e bene. Ma diventò importante e addirittura rappresentativa dello Stato del Lussemburgo quando ebbe una sua squadra di calcio, la Jeunesse, la squadra degli operai e dei minatori.
I bianconeri della Jeunesse non sono soltanto la formazione più blasonata del Paese, ma sono riusciti, quasi senza volerlo, quasi naturalmente, come racconta Tonio Attino ne Il pallone e la miniera (Kurumuny, 160 pagine, 13 euro), a diventare un esempio autentico di agonismo sportivo fatto di turni in fabbrica e di allenamenti alla fine dei turni di lavoro nello stadio attaccato alla fabbrica, di amicizie vere, di mutuo soccorso, di concretezza ricca di sentimenti, di poesia che non ha bisogno di parole in versi.
Con una storia così, che ne contiene tante altre drammatiche e qualcuna persino comica e che si intreccia alla storia dell’industria e del lavoro, delle migrazioni e dell’Europa, del calcio dei poveri e di quello dei ricchi, dei singoli individui e della valigia in cui ognuno porta con sé il proprio sogno o la propria speranza, il rischio è la retorica. Ma Tonio Attino non cade mai nella trappola. Non solo grazie all’esperienza maturata in quarant’anni di giornalismo tra La Stampa e il Corriere del Mezzogiorno, ma anche e soprattutto perché conosce l’argomento, sa di cosa parla. Attino è pugliese di Taranto, dove i contadini e i pescatori, con l’avvento del siderurgico più grande d’Europa, invece di emigrare diventarono, nel felice neologismo di Walter Tobagi, i «metalmezzadri» dell’Ilva. E così, quando ha scovato e ricostruito questa storia, Attino, che aveva già scritto un ottimo libro, Generazione Ilva, sull’acciaieria tarantina, ha capito che doveva andare a Esch-sur-Alzette, la città dell’altro siderurgico, dove ha rintracciato molti dei protagonisti del pallone e della miniera. E dai luoghi visitati, dalle persone incontrate, il suo racconto ha tratto giovamento, freschezza, immediatezza.
I ricordi di chi c’era fanno riaffiorare le gioie, le paure, la conoscenza degli avversari, soprattutto i campioni, anche sul piano umano. Il Real Madrid di Puskas e Di Stefano, per esempio, è la signorilità dei «grandi» che sanno chiedere scusa ai «piccoli». Il Bayern Monaco di Beckenbauer, Maier e Müller è la freddezza dei tedeschi verso una Jeunesse poliglotta e zeppa di emigranti. La Juventus di Cabrini, Laudrup e Platini è l’aristocratica finezza dell’allenatore operaio Trapattoni che chiede ai suoi giocatori di non infierire a risultato abbondantemente acquisito. E poi lo storico risultato di parità, 1 a 1, della Jeunesse contro il Liverpool delle star – Keegan, Clemence, Hughes -, il 19 settembre 1973, al primo turno di Coppa dei Campioni. Non poteva essere raccontato che così, attraverso le testimonianze dirette delle parole di rimprovero che l’allenatore dei Reds, Bill Shankly, rivolse al capitano Hughes, indicandogli come esempio i giocatori della Jeunesse: «Guarda quelli lì, guardali bene. Domani loro andranno a lavorare in fabbrica».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/5/2018

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