SOTTOMESSI. CON L’ARMA CHE TUTTI I MASCHI HANNO SEMPRE ADOPERATO SUL NEMICO VINTO: IL POSSESSO DELLE DONNE

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Impadronirsi delle donne del nemico è stato sempre, in tutta la storia della specie umana, il segno e il simbolo della vittoria finale. «Né dei Teucri il rio dolor – esclama Ettore di fronte alla disfatta – né quello d’Ecuba stessa, né del padre antico, né dei fratei, che molti e valorosi sotto il ferro nemico nella polve cadran distesi, non mi accora, o donna, sì di questi il dolor, quanto il crudele tuo destino, se fia che qualche Acheo, del sangue ancor dei tuoi lordo l’usbergo, lacrimosa ti tragga in servitude ma pria morto la terra mi ricopra, ch’ io di te schiava i lai pietosi intenda».
Non è diversa da quella dell’Iliade, anche se senza parole, la disperazione espressa dalla statua del Trace che si consegna ai vincitori Romani portando sul braccio la propria donna dopo averla uccisa. Non può non essere così perché, al di là di qualsiasi differenza di epoca, di religione, di cultura, la donna è un «valore» percepito da tutti i maschi come tale, il primo segno, la prima «moneta», e al tempo stesso la riserva d’ oro su cui viene garantita reciprocamente fra i gruppi la sostanza della loro parola, la sua verità.
«Tu dai una donna a me, io do una donna a te» come dice, con assoluta precisione, Claude Lévi-Strauss nel saggio sulle Strutture elementari della parentela. Con il divieto dell’incesto e scambiandosi le donne fra un gruppo e l’altro i maschi stabiliscono i confini della propria identità, riconoscono le discendenze biologiche, razziali, tribali, familiari. Sono le leggi della natura che guidano la specie umana, come ogni altra specie, verso il mantenimento e la prosecuzione della specie stessa.
Ma nell’Uomo questo compito passa attraverso gli istituti sociali dettati di volta in volta dalle diverse creazioni dovute all’istinto, alla razionalità, alla capacità logica, alla memoria, agli affetti. Il divieto dell’incesto, per esempio, che è esistito ed esiste ovunque, è sicuramente istintuale prima che giuridico, ma nell’Uomo nulla è mai soltanto istintuale perché si cercano e si trovano sempre spiegazioni di tipo mitico, magico, sacrale, senza ricorrere ai dati di fatto che pure tutti i popoli conoscono ossia alle gravi malformazioni e alle malattie dovute alla procreazione fra stretti parenti.
Oggi, però, nell’Occidente europeo, tutto l’impianto significativo cui abbiamo accennato è stato negato da quei pochi ma fortissimi detentori del potere che, alla fine della seconda guerra mondiale, hanno deciso la distruzione degli Stati nazionali e il mescolamento dei popoli, in apparenza per costruire una Europa unita in cui non ci fossero più guerre, in realtà invece avendo come meta l’assimilazione e l’uguaglianza di tutti i popoli, di tutte le strutture sociali, di tutte le religioni, per stabilire così il passo fondamentale per giungere a un governo mondiale.
Non si tratta di ipotesi, ma di dati di fatto. Sembrava allora l’unico ideale veramente tale e che la mondializzazione non fosse difficile da realizzare. Un errore di valutazione della realtà che appare oggi quasi incredibile. Dal 1957 del progetto sono passati molti anni ma gli Stati Uniti d’Europa hanno continuato ad esistere soltanto sulla carta, nelle illusioni dei politici e nella miriade di istituti e di poltrone create appositamente, come il parlamento europeo, per ingannare i popoli.
L’Europa non progredisce agli occhi di nessuno, il suo potere politico è quasi nullo malgrado le immense ricchezze profuse a tale scopo, malgrado l’ imposizione di una moneta unica, malgrado le regole e le norme imposte da Bruxelles per far diventare uguali, se non gli uomini, almeno le zucchine, la curvatura delle banane, i recinti per le galline e, al colmo del grottesco, anche i sedili dei mezzi di trasporto pubblici cui i tedeschi si sono opposti perché «i loro sederi sono più grossi».
Sì, l’unione europea non progredisce. È in base a questa amara constatazione che è partito l’ ordine di dare il via al programma di distruzione della civiltà europea per mezzo dell’ invasione di popoli totalmente diversi: africani e mediorientali.
Un programma che faceva parte del progetto fin dall’inizio, ma che i politici di Bruxelles ritenevano di poter mettere in atto «con le buone», inculcando per anni il dovere e la bellezza dell’accoglienza, predicato da Papi e da Vescovi, da giornalisti e da innumerevoli trasmissioni televisive, senza mai alludere alle differenze fisiche, psicologiche, culturali, religiose, dei milioni di immigrati, differenze che anzi la Merkel una volta ha perfino negato affermando che i musulmani sono della nostra stessa cultura. Mentiva spudoratamente, è chiaro: in Germania esistono già da molti anni i tribunali islamici per gli immigrati, riservati alla gestione della giustizia secondo le leggi coraniche e tanto basta per affermare che appartengono ad un’ altra cultura.
Ma la Merkel in realtà è stata usata fin dall’inizio dai costruttori della Ue per coprire, realizzandoli, i loro scopi. Naturalmente alla Merkel è piaciuto questo ruolo di capo dell’Europa, sia pure molto criticato tanto per la gestione economica e finanziaria indirizzata al rigore nella spesa quanto per l’ eccessiva permissività nei confronti dell’invasione immigratoria. Ma non è stata mai lei a comandare in quanto ha soltanto eseguito, coprendoli, i voleri dei banchieri e dei mondialisti provenienti da Bruxelles. E adesso si trova a fare da capro espiatorio.
Quello che è successo la notte di capodanno a Colonia è il risultato ultimo di tutto questo. L’Europa non è riuscita a raggiungere i suoi scopi? Gli Stati nazionali sono ancora qui, ognuno con la propria lingua, la propria letteratura, la propria musica? Il cristianesimo resiste, malgrado i colpi di piccone dati dagli scandali dei preti e la presenza di un Papa che non smette mai di esortare all’accoglienza?
L’enormità dell’ invasione immigratoria non è stata sufficiente a far crollare le istituzioni politiche, a mettere in pericolo il sistema democratico? Di fronte a tutti questi fallimenti possiamo supporre, anche se non ci sono le prove, che siano state le autorità di Bruxelles a voler dare un’ accelerazione definitiva alla distruzione della civiltà europea. Con una trovata geniale è stato dato il via all’ arma primordiale, quella che tutti i maschi hanno sempre adoperato sul nemico vinto: il possesso delle donne.
L’assalto era organizzato, su questo non ci sono dubbi. Maometto e i suoi compagni rapinavano, stupravano in un contesto bellico, dopo aver conquistato un villaggio o un paese, mai a freddo. A Colonia, invece, in una libera piazza di un giorno di festa come il capodanno, gli immigrati africani hanno finalmente dichiarato a se stessi e agli europei di essere ormai i padroni, sottomettendone le donne alle loro voglie sessuali. I particolari, poi, dimostrano l’ assoluto disprezzo che i musulmani nutrono verso le donne europee perfino nel farne il proprio oggetto sessuale: palpeggiamenti del seno, dita infilate nei pantaloni, gesti, «scherzi», riservati alle prostitute nelle bettole di periferia.
Le reazioni delle nostre istituzioni sono state quasi inesistenti. Non si è sentita la voce né del Papa né dei capi di governo, tutti sempre schierati dalla parte degli immigrati e soprattutto dei musulmani. Anche le donne hanno parlato poco e senza l’aggressività che un simile episodio avrebbe dovuto suscitare.
Dei «maschi», poi, non si sa che dire: il lungo trattamento devirilizzante cui sono stati sottoposti inibendo qualsiasi espressione e qualsiasi comportamento non «politicamente corretto» e incitandoli all’omosessualità, sembra averli ormai ridotti a ombre, a simulacri della mascolinità. Insomma la nostra società è giunta là dove si voleva che giungesse: ha perso l’identità e la forza che proviene soltanto da una forte identità. Ma questo non ha portato a quello che i mondialisti credevano che sarebbe avvenuto: una più facile integrazione e omologazione degli immigrati.
È stata indebolita la cultura europea fino quasi alla morte, ma nessun musulmano abbandona la propria religione in quanto questa è anche la sua cultura. Le culture muoiono, ma non si integrano. E come potrebbero integrarsi visto che sono costruite su un sistema logico di significati?
C’è chi già grida allo scandalo perché alcuni Stati, di fronte all’enorme pericolo per la propria sopravvivenza dell’invasione immigratoria, hanno sospeso la loro adesione a Schengen, impedendo la libera circolazione delle persone all’interno dell’Europa. Sarebbe bene che tutti i politici riflettessero su questa decisione perchè costituisce un primo passo indispensabile per tentare di salvarsi. I politici italiani lo faranno?


Ida Magli, Libero, 13 gennaio 2016

Italia, bellezza struggente e perduta

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La denuncia di Raffaele La Capria: siamo un popolo di scimmie che devasta il paesaggio


Ultimi viaggi nell'Italia perduta


Sapevamo, o credevamo di essere «un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori», com’è scritto (da un discorso di Benito Mussolini del 1935) sulle quattro facciate del Palazzo della Civiltà del Lavoro, a Roma-Eur. Invece siamo «un popolo di scimmie», dedito allo «smantellamento brutale e alla distruzione metodica della bellezza, alla trasformazione di luoghi bellissimi in luoghi senz’anima», scrive, dispiaciuto e adirato come Achille, Raffaele La Capria in Ultimi viaggi nell’Italia perduta (Bompiani).
Il viaggio di La Capria non è il Grand Tour di Montaigne e di Goethe – sempre citati e ovviamente guardati come punti di riferimento – ma è «un» viaggio, che, come quelli compiuti durante tutto il secolo XX dagli scrittori italiani e stranieri innamorati dell’Italia, privilegia un dato, un aspetto, un elemento, o anche soltanto una parola chiave. Quella di La Capria è «bellezza». Intesa non in senso puramente estetico, ma come la principale nota caratteristica della carta d’identità italiana, poiché nessun Paese al mondo ha un paesaggio così bello come quello italiano. E’ quindi naturale che sfregiare questa bellezza, «come accade sistematicamente da quarant’anni», significa devastare anche la vita sociale, «poiché il degrado ambientale è sempre accompagnato da un degrado umano». E anche quando può sembrare che il frenetico attivismo distruttivo di questo popolo di scimmie non riguardi ognuno di noi, dovremmo ricordarci che, volenti o nolenti, di questo popolo di scimmie anche noi facciamo parte. Quindi, «non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te», affermava John Donne nel celebre Nessun uomo è un’isola, che trecento anni dopo avrebbe ispirato a Ernest Hemingway il titolo del suo romanzo Per chi suona la campana. E la campana di La Capria suona a martello, avvertendo tutti dell’imminenza di un pericolo, di una catastrofe, almeno da cinquant’anni, da quando insieme con Francesco Rosi scrisse soggetto e sceneggiatura di un capolavoro del nostro cinema, Le mani sulle città, il cui tema è lo stesso che ricorre in gran parte di questo suo ultimo lavoro, e cioè «l’intreccio perverso di affarismo, politica e incultura».
Ma Ultimi viaggi nell’Italia perduta è anche un libro delicato e struggente, perché è anche un viaggio di La Capria dentro la propria anima, l’unico luogo in cui quei paesaggi così belli da poter essere definiti «sacri» esistono ancora e suscitano emozioni così intense da essere insopportabili. E allora quella Bellezza sempre inseguita, che permea di sé certi luoghi, certe persone, certi momenti di vita quotidiana, può anche far piangere, immalinconire, perché forse non ti sei mai sentito pienamente degno di lei o perché quando riapri gli occhi vedi che quei luoghi non ci sono più o non sono più gli stessi, e nemmeno tu sai bene dove ti trovi e chi sei.
La Capria sa che vale anche per lui ciò che lui dice degli altri suoi «compagni di viaggio» – Douglas, Gissing, D.H. Lawrence, C.S. Lewis, Horne Burns, Ungaretti, Comisso, Malaparte, Brandi, Ceronetti, Pasolini, Piovene, Antonio Cederna – e cioè che «se non si fanno altri danni è soltanto perché non ci sono altri danni da fare». E non nasconde la frustrazione che avvilisce lui, uomo del Sud, più degli altri, di fronte allo stupro del paesaggio, in un Paese che pure dice di volerlo tutelare in un articolo della sua Costituzione, e invece lo avvelena, lo abbruttisce, lo sconvolge con discariche, selve di pale eoliche, edilizia paranoica dentro e fuori le città. Com’è accaduto alla costa da Nisida a Capo Miseno, dove «una lapide nera avrebbe dovuto ricordare i nomi dei sindaci e dei pubblici funzionari che hanno concesso i permessi, per maledirli in nome del popolo italiano e additarli alla pubblica esecrazione». Ma non si dica che questo è l’urlo di un «nostalgico» contro gli stolti (e criminali) «disincantati». Perché se è vero che il popolo di scimmie si congratula con se stesso per la rovina di tutti, e quindi anche per la propria, una funzione il «nostalgico» oggi ce l’ha: «E’ quella di ripetere ostinatamente ai disincantati com’era pulito il mare quand’era pulito, com’era bella la giornata quand’era bella e com’era vivibile la città quand’era vivibile».


Carlo Vulpio
Corriere della Sera, 16 dicembre 2015

Assolto Sgarbi, sbugiardato Vendola. Piccola cronaca di un processo sul business dell’eolico in cui mancava tanto Vittorio De Sica

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«Assolto perché il fatto non sussiste». Con questa formula il tribunale di Bari ha dovuto assolvere oggi Vittorio Sgarbi dalla querela per diffamazione presentata dall’ineffabile ex governatore della Puglia, Nicola Vendola. Il quale ha querelato anche me, sempre per diffamazione, e sempre per lo stesso fatto: avere io «in combutta» con Sgarbi criticato l’affare più che mafioso dell’eolico e del fotovoltaico industriali che hanno devastato la Puglia, e via via il Molise, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Campania, la Sardegna
Sotto accusa, il programma per la tv (Rai Uno) scritto da me e da Sgarbi, che andò in onda per una sola puntata, il 18 maggio 2011, e poi venne subito chiuso (un primato per un programma culturale nella storia della Rai) con il pretesto degli ascolti bassi, quando in realtà lo share fu dell’8,5%, cioè 2 milioni e 400 mila spettatori («numeri» che, da allora in poi, almeno una decina di programmi culturali e persino di intrattenimento non hanno nemmeno lontanamente raggiunto, senza che tuttavia nessuno si sognasse di cancellarli).
Subito dopo la chiusura (chiamiamola pure censura) di quel nostro programma intuimmo le reali ragioni dell’«insano gesto». Oggi, a distanza di quattro anni e mezzo, quelle ragioni ci appaiono ancora più chiare. E confermano le nostre intuizioni di allora. Non dovevamo toccare quell’argomento con la libertà e con lo scrupolo con cui lo abbiamo fatto e non dovevamo osare criticare chi permetteva lo scempio, soprattutto se si trattava di soggetti che su un presunto impegno «antimafia» di professione avevano costruito le proprie carrieruzze politiche e abbellito la propria immagine pubblica. Come il signor Vendola, appunto.
Il mio processo si celebrerà, sempre a Bari, il 10 febbraio prossimo. E in quella sede entreremo anche nel merito della accuse, infondate e pretestuose, dell’ex governatore pugliese.
Per Sgarbi si è proceduto oggi (su richiesta dei suoi avvocati) con rito abbreviato. E io sono stato citato, e ho deposto, come testimone (sono imputato in procedimento connesso, come si dice con il linguaggio della Legge).
Ho detto all’inizio che «hanno dovuto» assolvere Sgarbi perché proprio non ce l’hanno fatta, non ce la potevano fare, a condannarlo, tanto vacui, infondati, assurdi, inconferenti erano gli argomenti accusatori. E tuttavia, nel processo si è ugualmente fatto entrare di tutto: fatti, dichiarazioni, episodi, supposizioni, persino un libro (il mio Un nemico alla Rai, Marsilio), che con il processo non c’entravano nulla e che però dovevano servire a dimostrare che il mio intervento in video, quel 18 maggio 2011, era stato in qualche modo «eterodiretto» da Sgarbi, il quale, a sua volta, doveva essere stato per forza «imbeccato» da Berlusconi(!). Quando invece io non sono stato mai così libero in vita mia, professionalmente parlando, come con Sgarbi, mentre Berlusconi (che allora era presidente del Consiglio), dopo la chiusura del programma, non mosse un dito nemmeno affinché al programma fosse data una seconda chance (in seconda serata anziché in prima, per esempio, o registrando la puntata invece di mandarla in onda in diretta).
Insomma, si è cercato di fare di tutto per trasformare questo processo, che, ripeto, riguarda il business multimiliardario e più che mafioso dell’eolico e del fotovoltaico industriali, con relativo saccheggio di fondi pubblici e quindi rapinando i soldi di tutti i cittadini, in una sorta di «processo delle Olgettine bis», dal quale Vendola uscisse come al solito puro e purificato e Sgarbi e Vulpio venissero additati come mestatori, quando invece l’assalto e lo scempio del paesaggio italiano, e meridionale in particolare, è sotto gli occhi di tutti: centinaia di ettari di ulivi e vigneti espiantati (altro che la Xylella), migliaia di ettari di terreni coltivabili «tombati» per i prossimi decenni e irrorati di potentissimi diserbanti solo per far posto a torri eoliche e pannelli fotovoltaici inutili e truffaldini.
Devo anche dire però che durante questa udienza mi sono divertito. E si è divertito parecchio anche il pubblico presente in aula. L’aver fatto entrare nel processo qualunque cosa, come dicevo, pur di raggiungere un risultato iniquo, non è stata una buona idea. Ha, al contrario, prodotto un effetto boomerang. E ha fatto capire a tutti, ancora una volta, che la Giustizia e la Legge con i suoi processi sono due cose diverse, che spesso non coincidono.
Mi hanno chiesto di tutto. E naturalmente ho risposto. Ma chissà perché, quando rispondevo in maniera, diciamo così, «completa», le mie risposte sembravano non piacere più. Non piaceva, solo per fare qualche esempio, che parlassi di Michele Santoro, che, lui sì, ha ottenuto programmi da Mediaset (lui, che in tv ha sempre trattato Vendola con i guanti gialli, non io), oltre che dalla Rai, La7 e non so quali altre emittenti. Non piaceva che raccontassi di Michele Emiliano, il quale un giorno mi incontrò a Roma, mi chiese del programma in preparazione e mi disse ridendo che «Per questa cosa Vendola sta cacato sotto». Non piaceva che definissi alcuni funzionari Rai «gente messa lì per fare il lavoro sporco» di troncare, sopire, censurare e poi riferire agli amici degli amici la incorreggibile condotta di quei due individui ingovernabili, Sgarbi e Vulpio, che volevano parlare di eolico, Ilva, manicomi giudiziari, paesaggio, patrimonio culturale, magistrati, mafia, addirittura in tv, e in diretta, e in prima serata, e in totale libertà!
Il processo di oggi è andato bene. E ne siamo contenti. Ma siamo ancora più contenti per il modo in cui si è svolto perché ha, involontariamente, dimostrato come davvero stanno le cose. Certo, sarebbe stato perfetto se in aula fosse comparso il grande Vittorio De Sica, l’avvocato difensore della procace Maria Antonia (Gina Lollobrigida) ne «Il processo di Frine», e avesse pronunciato le ultime battute della sua famosa arringa: «Non è questa stessa nostra legge che prescrive siano assolti i minorati psichici? Ebbene, perché non dovrebbe essere assolta una maggiorata fi-si-ca?». Ma non si può avere tutto e subito. La prossima volta, caro Vittorio (De Sica, non Sgarbi).

La bomba più efficace contro l’Isis è il Discorso di Ratisbona di papa Ratzinger

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L’unica bomba che l’Italia dovrebbe sganciare contro il fondamentalismo jihadista e l’ideologia musulmana che punta alla conquista e alla sottomissione degli “infedeli” dell’Occidente è il Discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 di papa Ratzinger. Solo quelle parole, così lucide e così profonde, potrebbero guidarci al di là del momento contingente. Una differenza, abissale, tra noi e loro esiste, e chiunque voglia coglierla può farlo leggendo quel Discorso memorabile. (https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html)
Ma la fregola di unirci a Francia e Stati Uniti nel complicare una situazione internazionale incandescente, proprio no. Dovrebbe esserci bastato l’aver provato a bombardare la Libia, dopo che proprio Francia e Stati Uniti hanno creato lì il caos, assassinando Gheddafi, e non certo per favorire la cosiddetta “primavera araba”.
L’Italia vende armi a Kuwait e Qatar, i quali le girano all’Isis, e questo è male. Ma l’Italia non ha “creato” l’Isis, che invece deve molto all’opera neanche tanto sotterranea degli Stati Uniti d’America, che hanno finanziato e armato il Califfato di Al Baghdadi in funzione anti-siriana, e quindi anti-russa. Gli americani fecero lo stesso gravissimo errore con i Talebani afghani, armandoli e finanziandoli in funzione anti-sovietica. Poi la situazione, come usa dire, sfuggì loro di mano. Esattamente com’è accaduto con l’Isis, cosa che ha trasformato quell’errore grave in errore imperdonabile. Che l’Italia non può e non deve accollarsi.
Niente bombe a casaccio, dunque, né truppe di terra come in Iraq. Ma intelligence militare – rapida e silenziosa -, questo sì, e alleanze le più ampie possibili, con la convinta difesa dello Stato d’Israele, per fermare il jihadismo fanatico e assassino. Più il Discorso di Ratisbona di papa Ratzinger, che molto fece arrabbiare i musulmani perché dice la verità, perché li smaschera e li indebolisce.

L’incredibile fuga del boss dall’ospedale

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Spari e feriti. L’ergastolano sfila l’arma a un poliziotto e ferisce tre persone. Poi minaccia una donna e le ruba l’auto


Lecce
Nemmeno nei film si evade così. Infatti non si ricordano precedenti del genere nella pur varia e fantasiosa storia delle evasioni. Con il galeotto che sorprende tutti e se ne va in 120 secondi, addirittura disarmando due agenti e, sempre facendo tutto da solo, rubando un’auto a una signora minacciandola con la pistola alla tempia.
Ieri (6 novembre, ndr), poco dopo mezzogiorno, Fabio Antonio Perrone, 42 anni, ergastolano, è stato accompagnato all’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, in manette, da due agenti della polizia penitenziaria. Doveva sottoporsi a una colonscopia nel reparto di Chirurgia, terzo piano dell’ospedale. Ma un volta entrato nella saletta in cui doveva fare l’esame medico, appena i due agenti gli hanno tolto le manette, Perrone sarebbe stato più fulmineo di Bruce Lee, mitologico attore e atleta dei primi film di Kung fu, e avrebbe aggredito, stordito e disarmato uno dei due agenti, e poi avrebbe sparato a entrambi, ma alle gambe, ferendo uno, Antonio Caputo, lievemente e l’altro, Enzo Petrachi, un po’ più seriamente, ma per fortuna non in maniera grave.
Poi, pistola in pugno, Perrone è balzato nel corridoio e per sgombrare la strada alla sua fuga ha cominciato a sparare dieci, dodici, forse quindici colpi che hanno terrorizzato medici, infermieri, pazienti e che solo per caso sono finiti sulle pareti e sulla porta divisoria tra il corridoio e il reparto dei degenti, che si sono rintanati nelle proprie stanze.
Un proiettile, di rimbalzo, ha tuttavia colpito un ammalato, che se l’è cavata con una lieve ferita e un enorme spavento.
Perrone si è poi precipitato per le scale e in non più di 50 secondi ha raggiunto il secondo piano interrato, da dove in 10 secondi ha guadagnato l’uscita. Fuori, davanti all’ingresso principale c’è uno dei parcheggi dell’ospedale. Perrone ha puntato la pistola in faccia a una signora che stava parcheggiando la sua auto, una Yaris, e l’ha costretta a scendere. Poi ha impiegato altri 60 secondi per abbondare l’ospedale. Si è messo alla guida dell’auto, ma proprio in quel momento ha visto venire verso di lui, a piedi, un poliziotto e un vigilante. Ha sparato due o tre volte contro di loro, senza colpirli, e ha lanciato l’auto verso l’uscita, evitando per un soffio la prima sbarra, quella del parcheggio, che si stava richiudendo. Infine, quando si è ritrovato davanti uno dei vigilantes del cancello principale, le cui due sbarre erano ben alzate, Perrone non ci ha pensato un secondo di più e ha accelerato: se il vigilante non si fosse scansato non avrebbe certo riportato soltanto una contusione a un ginocchio.
A questo punto, era fatta. Via per la tangenziale, per chissà dove e chissà con chi, visto che forte è il sospetto che ad aspettare fuori Perrone possano esservi stati uno o più complici. I quali devono aver aiutato Perrone a nascondersi, non certo a vagare per le strade del Salento, subito diventate una ragnatela di inutili posti di blocco. È vero che Perrone non ha la “statura” di suo cugino Tonio, boss della Sacra Corona Unita negli anni Ottanta, e che ha preso l’ergastolo a causa di un omicidio per futili motivi (l’anno scorso, in un bar del suo paese, Trepuzzi, ha ammazzato un montenegrino e ha cercato di uccidere anche il figlio sedicenne), ma è anche vero che ha subìto un’altra condanna, a 18 anni, per associazione mafiosa, e quindi qualche “amico” che gli deve qualche “favore” forse ce l’ha ancora. Perché da soli non si va da nessuna parte.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 7 novembre 2015

QUANT’È SOCIAL LA NOSTRA SOLITUDINE.TRALASCIAMO I LEGAMI AUTENTICI PUR DI NON RINUNCIARE AL CAZZEGGIO DI GOOGLE O FACEBOOK

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(Jonathan Franzen, “The New York Times”)


Sherry Turkle è una voce a sé nel dibattito sulla tecnologia. È una scettica con un passato da credente, una psicologa clinica in mezzo a imbonitori aziendali e cassandre letterarie, un’empirica in mezzo ad aneddotisti selettivi, una moderata in mezzo a estremisti, una realista in mezzo a sognatori, un’umanista ma non luddista: un’adulta.
Ha una cattedra sovvenzionata al Mit e lavora a stretto contatto con gli esperti di robotica e affective computing che lavorano da quelle parti. A differenza di Jaron Lanier, che si porta dietro il pesante fardello di essere un dipendente Microsoft, o di Evgenij Morozov, che ha una prospettiva bielorussa, la Turkle è un’insider fidata e rispettata, e questo ne fa una sorta di coscienza del mondo high-tech.


Il suo precedente libro (Insieme ma soli: perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, pubblicato in Italia da Codice) era uno spietato rapporto sulle relazioni umane nell’epoca digitale. Osservando le interazioni delle persone con i robot, e intervistandole sul loro rapporto con computer e telefonini, raccontava come le nuove tecnologie rendano obsoleti i vecchi valori.


Quando sostituiamo i badanti umani con dei robot, o parliamo attraverso i messaggini, cominciamo dicendo che i surrogati sono «meglio di niente», ma arriviamo a considerarli «meglio di qualsiasi altra cosa»: più puliti, meno pericolosi, meno esigenti. Parallela a questo mutamento corre una preferenza crescente per il virtuale rispetto al reale.


I robot non provano sentimenti di affetto per le persone, ma i soggetti intervistati dalla Turkle arrivavano ad accontentarsi, con sconvolgente rapidità, della sensazione di essere accuditi, e allo stesso modo arrivavano a preferire il senso di comunità che i social media trasmettono, perché non è accompagnato dai rischi e dagli impegni di una comunità reale.


Nelle sue interviste la Turkle osservava ripetutamente una profonda delusione nei confronti degli esseri umani, imperfetti, distratti, bisognosi, imprevedibili come le macchine sono programmate per non essere.
Il suo nuovo libro, Reclaiming Conversation, estende la sua analisi critica, spostando l’attenzione dai robot all’insoddisfazione verso la tecnologia espressa dalle persone che ha intervistato di recente.


La Turkle interpreta questa scontentezza come un segnale di speranza, e il suo libro rappresenta una vera e propria chiamata alle armi: la nostra entusiastica sottomissione alle tecnologie digitali ha portato a un’atrofizzazione di capacità umane come l’empatia e l’introspezione, ed è arrivato il momento di riaffermare noi stessi, comportarci da adulti e rimettere la tecnologia al suo posto.


Come in Insieme ma soli, la forza della tesi della Turkle deriva dall’ampiezza della ricerca e dall’acume delle sue osservazioni psicologiche. Le persone intervistate hanno adottato nuove tecnologie perché ricercavano un maggior controllo, ma hanno finito per sentirsi controllate dalle tecnologie.
L’io amabile e idealizzato che hanno creato con i social media lascia ancora più isolato il loro io reale. Comunicano incessantemente, ma hanno paura delle conversazioni faccia a faccia; sono preoccupati, spesso in modo nostalgico, di tralasciare qualcosa di fondamentale. La conversazione è il principio organizzativo della Turkle, perché gran parte degli elementi costitutivi dell’umanità è a rischio quando la sostituiamo con la comunicazione elettronica.


La conversazione presuppone solitudine, per esempio, perché è nella solitudine che impariamo a pensare per conto nostro e sviluppare un senso stabile dell’io, elemento essenziale per accettare gli altri così come sono. (Se non riusciamo a separarci dai nostri smartphone, dice la Turkle, consumiamo le altre persone «a spizzichi e bocconi: è come se le usassimo alla stregua di pezzi di ricambio per sostenere il nostro fragile io».)
Attraverso l’attenzione conversativa dei genitori, i bambini acquisiscono un sentimento duraturo di connessione e l’abitudine di parlare dei loro sentimenti, invece di limitarsi ad agire sulla base di essi. (Turkle è convinta che conversare regolarmente in famiglia contribuisca a «immunizzare» i bambini dal bullismo.)


Quando parli a qualcuno di persona, sei costretto a riconoscere la sua piena realtà umana, ed è qui che inizia l’empatia. (Uno studio recente dimostra un drastico calo dell’empatia, misurato con test psicologici standard, fra gli studenti universitari della generazione degli smartphone.) E la conversazione si porta dietro il rischio di noia, la condizione che gli smartphone ci hanno insegnato a temere sopra ogni altra cosa, ma anche la condizione in cui si sviluppano la pazienza e l’immaginazione.


La Turkle esamina ogni aspetto della conversazione – da soli con se stessi, con parenti e amici, con insegnanti e partner, con colleghi e clienti, con la società in generale – e racconta l’erosione elettronica di ciascuno di essi. Facebook, Tinder, i Mooc, i messaggini compulsivi, la tirannia delle mail di lavoro e la vuotezza dell’attivismo sociale online finiscono tutti nel mirino dell’autrice.
Ma la parte più commovente e rappresentativa del libro riguarda la scomparsa delle conversazioni in famiglia. Il circolo vizioso funziona in questo modo, secondo i giovani intervistati dalla Turkle: «I genitori regalano ai figli il telefono. I figli non riescono a distogliere i genitori dal loro telefono e allora si rifugiano nel loro. Poi i genitori interpretano il fatto che i figli siano assorbiti dal loro telefono come un’autorizzazione a usare a loro volta il telefono quanto vogliono».


Secondo la Turkle la responsabilità è tutta dei genitori: «Il modo più realistico per spezzare questo circolo è fare in modo che i genitori si assumano la loro responsabilità di mentori». Riconosce che può essere difficile, che i genitori hanno paura di rimanere tecnologicamente indietro rispetto ai figli, che per conversare con dei bambini ci vuole pazienza e pratica, che è più facile dimostrare amore genitoriale scattando tonnellate di foto e pubblicandole su Facebook.
Ma a differenza di Insieme ma soli, dove si accontentava di diagnosticare, in Reclaiming Conversation la Turkle usa un tono terapeutico ed esortativo. Invita i genitori a capire cosa c’è in gioco nelle conversazioni familiari – «lo sviluppo della fiducia e dell’autostima», «la capacità di provare empatia, amicizia, intimità» – e a riconoscere la propria vulnerabilità rispetto agli incanti della tecnologia. «Accettate la vostra vulnerabilità», dice. «Rimuovete la tentazione».


Reclaiming Conversation può essere visto come un sofisticato manuale di autoaiuto. Sostiene con argomenti convincenti che i bambini si sviluppano meglio, gli studenti imparano meglio e i dipendenti hanno un rendimento migliore quando i loro mentori danno il buon esempio e ritagliano spazi per interazioni faccia a faccia. Ma suona meno convincente quando esorta all’azione collettiva. È convinta che sia possibile e doveroso progettare una tecnologia «che ci imponga di usarla in modo più consapevole».
Invoca un’interfaccia per smartphone che «invece di incoraggiarci a stare connessi il più a lungo possibile ci incoraggi a staccarci». Ma un’interfaccia del genere metterebbe a rischio quasi tutti i modelli di business della Silicon Valley, dove capitalizzazioni di mercato smisurate sono fondare proprio sulla capacità di tenere i consumatori inchiodati ai loro apparecchi. La Turkle spera che la domanda dei consumatori, che ha costretto l’industria alimentare a creare prodotti più sani, possa alla fine costringere l’industria high-tech a fare altrettanto.


Ma l’analogia è imperfetta: le aziende del comparto alimentare guadagnano vendendo cose essenziali, non inserendo pubblicità mirate in una braciola di maiale o sfruttando i dati che fornisce una persona mentre la addenta. L’analogia è anche politicamente inquietante: dal momento che una piattaforma che scoraggia il coinvolgimento è meno redditizia, per guadagnare dovrebbe far pagare un sovrapprezzo che solo consumatori benestanti e istruiti, del genere di quelli che fanno la spesa nei negozi di prodotti bio, sarebbero disposti a pagare.
Reclaiming Conversation si sofferma sugli aspetti politici della privacy e sui robot che fanno risparmiare lavoro, ma la Turkle si tiene a distanza dalle implicazioni più radicali delle sue scoperte. Quando fa notare che a casa di Steve Jobs tablet e smartphone erano vietati quando si cenava e la famiglia era incoraggiata parlare di libri e di storia, o quando cita Mozart, Kafka e Picasso sull’importanza di una solitudine senza distrazioni, sta descrivendo le abitudini di individui altamente efficaci.


E sì, la famiglia che se la passa abbastanza bene da comprare e leggere il suo nuovo libro forse riuscirà a limitare l’esposizione alla tecnologia e vivrà ancora meglio. Ma che ne sarà della gran massa delle persone, troppo ansiose o troppo sole per resistere alle attrattive della tecnologia, troppo povere o sovraccariche di impegni per sfuggire ai circoli viziosi? Matthew Crawford, in The World Beyond Your Head, mette a confronto il mondo di una sala aeroportuale per «poveri» (saturata di pubblicità, stracolma di schermi magnetici) con il mondo sereno e senza pubblicità di una sala d’aspetto business: «Per dedicarsi a riflessioni allegre e creative, e magari creare ricchezza per se stessi durante quelle ore inoperose trascorse in aeroporto, c’è bisogno di silenzio. Ma la mente degli altri, giù nella sala d’aspetto dei poveri (o alla fermata dell’autobus), può essere trattata come una risorsa, una riserva deambulante di potere d’acquisto».


Le nostre tecnologie digitali non sono politicamente neutre. Il giovane che non riesce a stare o non sta mai da solo, non riesce a conversare con la famiglia, a uscire con gli amici, ad andare a una conferenza o a svolgere un compito senza controllare il suo smartphone è l’emblema di un’economia attaccata come una sanguisuga al nostro corpo. La tecnologia digitale è il capitalismo a velocità iperspaziale, che inietta la sua logica del consumo e della promozione, della monetizzazione e dell’efficienza in ogni minuto che trascorriamo da svegli.
È forte la tentazione di correlare l’ascesa della «democrazia digitale» con il forte incremento della disuguaglianza economica, di vederci qualcosa di più di un semplice paradosso. Ma forse l’erosione dei valori umani è un prezzo che la maggioranza delle persone è disposta a pagare per la comodità «gratuita» di Google, la confortevolezza di Facebook e la compagnia affidabile degli iPhone. Il fascino di Reclaiming Conversation sta nell’evocazione di un’epoca, non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy, le sfumature nelle discussioni non erano beni di lusso. Non è colpa della Turkle se il suo libro può essere letto come un manuale per privilegiati. Si rivolge a una classe media in cui lei stessa è cresciuta, evocando una profondità di potenziale umano che un tempo era diffusa. Ma il medio, come sappiamo, sta scomparendo.

CON I FUNERALI OSCURI DELLA RIZZOLI FINALMENTE SAPPIAMO CHE COSA E’ ‘’LA CASTA’’

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Moralizziamo la “politica marcia”, mentre i proprietari del Corriere portavano a termine la devastazione di un patrimonio culturale, editoriale e industriale


Ora si capiscono meglio le polemiche e le inchieste a schiena dritta contro la “casta”. Rizzoli, la casa editrice che nel 2007 aveva pubblicato il libro di Stella e Rizzo per moralizzare la politica togliendole il vizietto castale, ha appena finito di vendersi il palazzo di via Solferino a Milano, le edizioni Flammarion in Francia, e la divisione libri tutta intera, dopo i periodici.
Appena terminata la devastazione di un antico patrimonio culturale, editoriale e industriale, il capo esecutivo della Ditta, uno con un nome che sembra uscito da un fumetto (Scott Jovane), è stato licenziato su due piedi e senza tante spiegazioni, a parte una mediocre buonuscita che forse vale come spiegazione per lui solo, tenuto com’è a clausole di non concorrenza (già, padroni e manager contrattano “clausole di non concorrenza”: liberismo sfrenato, si dice).
Ecco, di tutta questa storia noi sappiamo quasi niente, i giornali riportano poche stitiche righe, non ci affatichiamo di certo nel tentativo di sapere; nemmeno quelli che schiaffeggiano i leoni per conto delle procure, e vivono di polemiche anticasta e antipolitiche, indagano sul serio: boh, chissà, è la crisi dei libri e dei giornali, che vuoi fare, un investimento sbagliato in Spagna e sai com’è la vita.
La Rizzoli era nata dai Martinitt, era figlia di un orfano, e anche la sua morte è desolatamente orfana. Chi è stato? Chissà. Ferruccio de Bortoli, bravo ragazzo se ce ne sia uno, fa capire la sua rabbia: non ne parlo altrimenti perdo la brocca. Uuuuhhhh, chissà che cosa c’è dietro, si domanderanno invano in tanti. Perfino un ex direttore del Corriere pensa che il suicidio della Rizzoli sia materia da infuriarsi e sbroccare. Eppure silenzio o sussurri, ssssshhhhht, la corporazione dei giornalisti, degli intellettuali, dei militanti e bloggisti antipolitici non ha molto da dire.
Per noi che sappiamo tutto della fine della Repubblica dei partiti, per noi che siamo stati condotti in visita nella camera da letto dell’ex premier Berlusconi, ormai, a casta sistemata, non rimane che assistere smemorati e ignari alle gesta della casta vera, quel complesso manageriale-azionario-bancario che se la suona e se la canta come ad esso piace, e poi senza dare conto di niente prende le sue fughe ed elimina testimoni e prove.
Avevamo già visto con il famigerato papello di Mediobanca e Ligresti, avevamo visto in molte occasioni che il mondo del business è mille volte meno trasparente perfino degli scontrini di un Marino, e in casi in cui è in ballo roba forte e roba privata, ma non senza la mano assistente dei pubblici poteri e delle pubbliche finanze, ma ora la realtà supera la finzione.
Casta? Ma Scott Jovane, chi era costui? Chi ha investito in Spagna e perché? Come si è usciti da quell’investimento? Quale tempio sacerdotale e castale ha protetto nel silenzio le gesta dei censori della politica dei partiti? Sono domande che non avranno risposta. Perché a porle siamo noi, i minuscoli sem terra dell’informazione, mentre procure, redazioni, televisioni e altre tribune del già visto anticorruzione la forza di levarsi e chiedere: diteci la verità, non ce l’hanno e non hanno alcuna voglia di averla.


Giuliano Ferrara, Il Foglio, 12 ottobre 2015

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