Amazon City in Calabria

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Conflenti è (era) un borgo sulle montagne della pre-Sila destinato a sparire. Finché un docente dello Iuav di Venezia (originario di queste parti), un sindaco intraprendente, un vicepresidente del colosso di Seattle (anche lui originario di queste parti e parente del primo) decidono di fare qualcosa…



Conflenti (Catanzaro)


Nessuno sa dov’è, questo paese di millecinquecento persone nascosto sulle montagne della pre-Sila, fra le province di Cosenza e di Catanzaro. Eppure si trova praticamente al centro della Calabria. Dista mezz’ora dal mare Tirreno, tre quarti d’ora dall’aeroporto internazionale di Lamezia Terme, un’ora dal mare Ionio, 160 chilometri da Rocca Imperiale Marina, all’estremità nord della regione, e 170 da Reggio Calabria. Ma è come se questa sua centralità geografica invece di essere un vantaggio ne nascondesse l’esistenza e relegasse Conflenti in fondo al buco nero del mondo ignoto. I casi della vita, le storie personali, i tragitti dell’anima non sono però meno tortuosi delle strade calabresi tutte curve e saliscendi. E dietro ogni tornante possono riservare una sorpresa, alla fine di ogni salita offrire un punto di vista più ampio e suggerire un’idea, una via d’uscita. Anche per un paese che negli ultimi cinquant’anni è stato svuotato dall’emigrazione di due terzi della popolazione, in prevalenza giovani e per lo più «affamati».
Conflenti è due borghi in uno, attaccati l’uno all’altro, ad una altitudine di 550 metri: Conflenti Inferiore e Superiore, ma una sola comunità, accucciata ai piedi del monte Reventino, 1416 metri di boschi e ossigeno.
Insediamento neolitico risalente a duemilacinquecento anni fa, popolato, come racconta nel suo libro Conflenti lo storico Vincenzo Villella, da una parte di quei Brezii, o Bruzii, giunti sulla Sila dalle regioni balcanico-danubiane di Illiria, Tracia, Epiro e Anatolia, Conflenti fu anche rifugio per i monaci basiliani approdati in Italia meridionale tra il IX e il X secolo. Successivamente ospitò quegli ebrei arrivati nel Sud Italia già nel VII e VIII secolo in seguito alla conquista araba di Gerusalemme, i quali, sebbene espulsi dal Regno di Napoli in base all’editto del 1510 voluto dal re Ferdinando il Cattolico, scelsero di non abbandonare il Regno e trovarono in Conflenti Superiore una comunità che non solo non li segregò in un ghetto, ma li accolse e, anche grazie ai matrimoni misti, li integrò. Gli ebrei «ripagarono» la comunità conflentese insegnandole arti e mestieri che le procurarono benessere e ne avrebbero caratterizzato la storia nei secoli successivi, poiché quelle attività diventarono «tipiche» del luogo: cestai, barilai, pettinai, conciatori di pelli, intarsiatori, ebanisti, lavoratori della cera e del miele, coltivatori del gelso e setai.
Conflenti viveva la sua vita, povera come la vita che poteva offrire la civiltà contadina, ma non solo esisteva, era. Con la sua cultura, la sua gente, le sue otto chiese e le sue case in pietra «civata», un’arte nella lavorazione della pietra di cava che rasenta la perfezione e che rendeva superfluo e antiestetico ricoprire i muri con l’intonaco, come dettava il gusto borghese ottocentesco. Conflenti ha resistito fino a quando la povertà, nel primo dopoguerra, non è diventata miseria intollerabile e ha costretto migliaia di persone a emigrare in Germania, negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia. Con il passare del tempo Conflenti ha continuato a esistere, ma quanto a essere, a un certo punto ha scoperto di non sapere più cosa fosse, e anzi ha temuto di non poter essere nulla di più che una entità amministrativa lanciata verso un inarrestabile spopolamento, di cui i duecento abitanti di Conflenti Superiore, la parte di maggiore pregio architettonico e urbanistico del comune, sono la scoraggiante prova.
Poi, più o meno due anni fa, è successa una cosa singolare, che forse solo un astrologo avrebbe potuto azzardare. All’estremità opposta dell’Italia, un docente di Composizione architettonica dello Iuav di Venezia, Pierluigi Grandinetti, che stava conducendo una ricerca sulla conservazione e valorizzazione dei territori rurali del Friuli-Venezia Giulia, sente la voglia irresistibile di un viaggio in Calabria, a Conflenti. Non c’entra il suo lavoro, ma la sua origine. Suo padre Carlo, ultimo di dieci figli, orfano, ebanista intarsiatore, era emigrato da Conflenti a Udine nel 1936, «una scelta dolorosa, che patì per tutta la vita», dice Pierluigi. Il fratello maggiore dei dieci, Rosalbino, scelse invece l’America, gli Stati Uniti. Pierluigi non era mai stato a Conflenti, non ne aveva mai avuto la forza, ma alla fine, nell’estate del 2016, decide che è arrivato il momento di andarci, vuole capire da dove viene, chi è, e com’è quel luogo la cui perdita suo padre «patì per tutta la vita». E ci va incoraggiato anche da un’altra coincidenza «astrale»: suo nipote Russell, il figlio di Rosalbino, quell’estate andrà a Conflenti e lui vuole conoscerlo.
Intanto, mentre Grandinetti torna nel paese del padre per il suo viaggio dentro se stesso, a Conflenti viene eletto sindaco Serafino Paola, all’apparenza un sobrio commercialista, ma in realtà uno di quegli spiriti inquieti che possono fare la differenza. Paola trova il comune a pezzi, ma non dice «mi hanno lasciato in eredità…» per giustificare eventuali insuccessi. Si mette a lavorare per la rinascita del luogo, a cominciare dal recupero della cadente chiesa di San Nicola, un bell’esempio di arte rinascimentale meridionale, e di Conflenti Superiore. Ma non ha soldi e ha appena cominciato ad amministrare un comune che, per dirne una, ha l’auto dei vigili urbani ma non ha nemmeno un vigile. Però Paola ha idee ed è capace di coinvolgere le persone giuste per provare a realizzarle. Incontra e parla con Pierluigi Grandinetti e con suo nipote Russell, che è vicepresidente di Amazon (oggi sono entrambi cittadini onorari di Conflenti), coinvolge i docenti Francesco Cacciatore, Franco Roperto e Franco Rubino delle Università di Venezia, Napoli e Cosenza, il vescovo di Lamezia Terme, Luigi Antonio Cantafora, e una decina di associazioni – tra le quali «Felici&Conflenti» e «Prima che tutto crolli» – che vogliono la stessa cosa molto ambiziosa ma anche molto possibile che vuole lui: fare rivivere Conflenti Superiore attraverso un recupero non soltanto edilizio del borgo, ma anche umano, ripopolandolo e puntando sul turismo rurale «slow», sulle attività artigianali, sulla cultura e le tradizioni popolari. A cominciare dalla musica dell’area del Reventino – tarantelle, marce, pastorali, sonate processionali -, che per la sua singolarità già adesso ogni anno attira qui dal Nord Europa un centinaio di persone, tra musicisti e studenti in demoantropologia.
Nel giro di sei mesi, Iuav e comune firmano un protocollo d’intesa e all’inizio dell’anno scorso parte il «Progetto Conflenti». Pierluigi Grandinetti, con Alberto dal Bò e Niccolò Zennaro, redigono il progetto e illustrano gli interventi-pilota. Lo Iuav stanzia un assegno annuale di ricerca che allarga il campo da Conflenti ai borghi rurali antichi dell’area mediterranea per favorirne «conservazione, riuso e valorizzazione» e poi finanzia un altro contratto di ricerca finalizzata alla ricomposizione per anastilosi della chiesa di San Nicola.
La prima parte dello studio è stata presentata un mese fa e adesso il progetto potrebbe davvero decollare ed essere replicato negli altri borghi e centri storici calabresi abbandonati. Ma occorrono i soldi, che come sempre o non ci sono o non si trovano.
La Regione Calabria ha stanziato seicentomila euro, una cifra, diciamo così, di incoraggiamento, appena sufficiente per la ricostruzione della chiesa. Ma potrebbe fare molto di più, perché in realtà i soldi ci sono. Li hanno trovati spulciando il bilancio regionale i membri dell’associazione «Prima che tutto crolli», capeggiata da Domenico Gimigliano e Mario Bozzo, un ingegnere e un medico in pensione, che hanno fatto ciò che l’intero Consiglio regionale della Calabria non ha mai fatto, e cioè hanno presentato una proposta di legge regionale di iniziativa popolare per il recupero dei centri storici. All’iniziativa hanno aderito 50 comuni (per complessivi 323 mila abitanti) e dall’esame del bilancio – sempre un arnese ambiguo e misterioso, se non lo si studia nei dettagli – è venuto fuori che ci sarebbero ben 10 miliardi di euro inutilizzati o da utilizzare meglio, dai quali attingere i soldi necessari per Conflenti e gli altri borghi. La legge sul recupero dei centri storici dovrebbe essere discussa entro la fine di marzo. Sarebbe un delitto se questo non accadesse. Tanto più che Conflenti è la prova di diverse compatibilità: tra cultura ed economia, tra protagonismo dei cittadini e competenze professionali, tra pubblico e privato, tra locale e globale.
A Seattle, sede di Amazon, il «Progetto Conflenti» ha destato curiosità e Russell Grandinetti ha scritto al sindaco Paola: «Ditemi cosa posso fare». E’ semplice, Russell. Voi di Amazon nel 2016 avete fatturato 136 miliardi di dollari, con un utile di 2,3 miliardi. Con appena 10 milioni di euro potreste comprarvi il borgo, con altri 10-15 milioni sistemarlo e con ulteriori 10 milioni, poiché fate business e non beneficenza, creare la prima «Amazon City» della cultura, con consumo di suolo zero, al centro del Mediterraneo. Sarebbe rivoluzionario, e il mondo potrebbe persino volervi un po’ di bene.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/2/2018
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Va in Russia la giungla di Ligabue

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Per la prima volta Mosca dedica una mostra antologica all’artista emiliano. Fino all’11 marzo al Museo di Storia contemporanea della capitale le opere del pittore «matto»: animali esotici e feroci, metafora della società violenta



Mosca


Fosse stato per lui, sarebbe arrivato ovunque e quindi anche a Mosca a bordo della sua motocicletta Guzzi di colore rosso, perché quella moto era il suo cavallo, l’animale domesticato che gli permetteva di esplorare il mondo tutt’intorno e che si trasformava in una bestia feroce, «la mia tigre» diceva lui, quando la lanciava su strada e la faceva ruggire. Antonio Ligabue però non si è mai mosso dalla sua Padanìa, Bassa reggiana, lungofiume del Po tra Gualtieri e Guastalla. E tuttavia, come Emilio Salgari e Ludovico Ariosto, Ligabue faceva lo stesso il giro del mondo senza muoversi da casa, con la stessa potenza dell’immaginazione che consentiva ad Ariosto di far viaggiare Orlando furioso fin sulla Luna. Nessuno però considerava matti Ariosto e Salgari, tutt’al più li si nobilitava celebrandone una certa «follia» come espressione del loro genio creativo. Ligabue invece era un matto vero, di quelli che per ogni spostamento, da un manicomio all’altro, da un paese all’altro, erano sempre accompagnati dal certificato medico e da quello di polizia, che, come accadeva per tutti i matti, ne facevano un reo da punire invece di una persona da curare. Era il cosiddetto scemo del villaggio, l’anormale, il fuori posto, ma innocuo per la comunità, di cui anzi diventava, quando dipingeva e scolpiva, la voce liberata, esplosiva e impossibile da contenere e reprimere attraverso le «regole».
La mostra antologica di dipinti e sculture di Antonio Ligabue «Lo specchio dell’anima» – la prima grande antologica dell’artista italiano organizzata in Russia, curata da Marzio Dall’Acqua, Vittorio Sgarbi e Augusto Agosta Tota, quest’ultimo presidente della fondazione Ligabue di Parma – arriva in Russia esattamente a quarant’anni dalla approvazione della legge Basaglia, che ha abolito i manicomi in Italia e ha segnato in tutto il mondo una inversione di tendenza nel modo di affrontare la malattia psichica. Ligabue si sarebbe trovato bene con Franco Basaglia, o almeno avrebbe patito minori disagi umani e forse non avrebbe atteso fino al novembre del 2017 per avere l’onore di entrare nell’Ermitage di San Pietroburgo, con due sculture che Agosta Tota ha donato personalmente al presidente Vladimir Putin. Un gesto di grande significato in un Paese che nel passato ha fatto un ricorso massiccio all’uso della certificazione medica della «follia» per soffocare il dissenso, politico e non. Proprio durante gli ultimi anni di vita di Ligabue, morto nel 1965, in Unione Sovietica uno come Iosif Brodskij per esempio, che nel 1987 avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, entrava e usciva dai manicomi, e senza nemmeno il pretesto della pericolosità sociale del Ligabue che sfreccia con la «tigre» rossa da Gualtieri a Guastalla.
Ligabue non è un pittore naïf. Lo aveva detto subito proprio il «padre» degli artisti naïf, Anatole Jakovsky, che lo considerava «un posseduto, un genio allo stato puro» e lo ribadisce Dall’Acqua, che con due sostantivi, «angoscia e mistero», rende mirabilmente il profilo del pittore padano nato a Zurigo e poi dato in adozione a una coppia svizzera dalla mamma naturale e da un patrigno che di lui non volle saperne nulla. Per Sgarbi, Ligabue è sovversivamente e felicemente «la vita contro la forma», o anche, più didascalicamente, «la versione padana di Van Gogh». In ogni caso, un artista unico, ma proprio in senso assoluto, perché non inquadrabile in alcuna scuola o corrente, che dipinge con tutta la forza che può sprigionare dalla profondità della propria anima un disadattato sociale, una persona che la società non vuole, e che lui rappresenta con le sembianze di belve esotiche, feroci, metafora della violenza degli uomini.
Antonio Ligabue non è sempre piaciuto a tutti, «per lo più non piace ai critici e agli snob – dice Sgarbi -, ma piace ai bambini», e il grande pubblico lo ha conosciuto attraverso la faccia sconvolta di Flavio Bucci nel bellissimo sceneggiato Rai di Salvatore Nocita, del 1977, con testi di Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco. In Russia, Ligabue appare ancora più vivo e vitale, le sue opere, i suoi animali con le fauci spalancate, sembrano voler balzare dai muri e invadere la sala, e ce lo fanno immaginare mentre creava le sue fiere: quando Ligabue lavorava, tremava e si agitava, si contorceva e urlava, ruggiva, e si identificava con le belve che dipingeva e scolpiva. Belve che scovava nella propria anima e poi affidava alle rive silenziose e nebbiose del Po trasformate nella giungla immaginaria di «Toni il matto», dove lui, Ligabue, poteva essere finalmente libero, forse anche un po’ felice.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/1/2018

Droga, vendette, tradimenti. L’intreccio tra dieci famiglie nella mala pugliese

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L’anziana uccisa in una sparatoria a Bitonto: guerra tra clan e terrorismo mafioso di agguati in centro e alle feste patronali


«Ma se cambiano gli assetti a Bari, Bitonto ne risentirà?». Dopo l’ennesimo omicidio e l’ennesima sparatoria tra la gente in stile Chicago anni ’30, ecco che si riparla di «assetti». Come se si parlasse di variazioni delle quotazioni in Borsa, o della mutevolezza delle alleanze politiche, oppure della modifica del sistema di gioco di una squadra di calcio.
Si parla di «assetti» criminali in Puglia, a Bari, e quindi anche a Bitonto – 15 chilometri e 55 mila abitanti nell’hinterland -, come se si parlasse di Cosa Nostra, come se si stesse girando un sequel del Padrino, e a ogni scossone, a ogni mutamento nel borsino del potere e dell’influenza delle famiglie mafiose si debbano ridisegnare gli equilibri, i rapporti di forza, gli «assetti» appunto, e questi a loro volta non possano che riverberarsi sulla costellazione dei gruppi criminali minori, ma non meno cruenti, siano essi storici oppure emergenti.
In realtà, è almeno da un quarto di secolo che la domanda sugli «assetti» è sempre la stessa, come sempre la stessa è la risposta: questi gruppi criminali, queste famiglie, che spesso sono tali in senso stretto, cioè composte da consanguinei, che sparano, ammazzano, strozzano, derubano, estorcono, spacciano droga, e che non si ritraggono se devono azzannarsi tra loro, non sono invincibili, non sono irresistibili, erano e sono schegge, «stidde», gruppuscoli sanguinari autocefali che intimidiscono con sistemi da terrorismo mafioso, ma non sono nulla di fronte al potere dello Stato, che potrebbe disintegrarli quando e come vuole.
Invece, da almeno un quarto di secolo a questa parte, i nomi di queste schegge e le facce di queste «stidde» sono sempre gli stessi e resistono sulla scena come nemmeno le grandi famiglie mafiose della tragica storia nazionale o dell’invenzione letteraria e cinematografica. Ecco perché a Bitonto e non solo, ma in tutta la provincia barese, e a Foggia, e nell’intera Puglia, si interrogano sugli «assetti» di Bari. Il ventenne sparatore rimasto ferito ieri nello scontro a fuoco che è costato la vita alla povera Anna Rosa Tarantino è, dicono, vicino al clan bitontino dei Conte, il quale è in lotta, in una stracittadina del crimine che ha le sue sponde e le sue alleanze negli «assetti» baresi, con i clan bitontini dei Cassano e Cipriano, da qualche tempo alleati tra loro. Lo stesso canovaccio degli ultimi due tentati omicidi, del 17 agosto e 18 ottobre scorsi: sparatoria tra la folla, la prima volta in centro e la seconda al luna park durante la festa patronale, i bersagli dell’agguato che riescono a salvarsi, un passante che viene ferito e il panico generale. Risultato collaterale: fibrillazioni negli «assetti» tra le dieci-dodici eterne famiglie baresi che, secondo le immancabili mappe dei clan diffuse dal ministero dell’Interno, di volta in volta si alleano, si combattono, e addirittura si confederano o dissentono, come se fossero a un congresso di partito.
«In questi giorni tradizionalmente riservati alla spensieratezza e alla pace la città piomba in un clima di surreale violenza», ha detto il sindaco di Bitonto. Purtroppo però, Bitonto – come San Severo, Cerignola, Andria, Barletta, Bisceglie, Altamura, Gravina di Puglia, tutti comuni tra i centomila e i cinquantamila abitanti, per non dire di Foggia che ne ha 160 mila – non è all’improvviso «piombata» nella violenza, ma vi è dentro da tempo, ed è una violenza non «surreale», ma molto reale, dura, pesante, in cui le quotidiane prepotenze impunite di una malavita che spesso non si riesce a contrastare (eppure l’Italia, dice Eurostat, è in cima alla classifica Ue per numero di agenti di polizia, 278 mila contro i 243 mila della Germania e i 203 mila della Francia, senza contare le 100 mila unità tra agenti di polizia urbana, polizia penitenziaria e vigili del fuoco) fanno salire anche la temperatura del «corpo sociale», cosicché persino un banale diverbio per questioni di traffico diventa più facilmente un omicidio, com’è accaduto sempre a Bitonto il 16 agosto scorso, quando un ferroviere in pensione ha accoltellato e ucciso un ragazzo di 25 anni, davanti alla figlia e al nipotino.
E se non sono omicidi, sono rapine. Ancora a Bitonto, tre giorni fa, un benzinaio ha subito la sesta rapina in tre mesi e durante l’ultima è stato derubato anche un automobilista che stava facendo carburante. In compenso però la polizia l’altroieri ha sequestrato ben un chilogrammo di «materiale esplodente», i botti, e Bitonto ha pur sempre un assessorato «al marketing territoriale». Proclamato il lutto cittadino e annullati tutti gli eventi pubblici fino al 7 gennaio, ascoltate le infervorate parole dei rappresentanti istituzionali, resta la domanda: ma se cambiano gli assetti a Bari, Bitonto ne risentirà?


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/12/2017

Giotto, De Chirico, grandi «minori» che sembravano nascosti ma non lo sono

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La mostra «I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico», curata da Vittorio Sgarbi, è allestita fino al 20 maggio 2018 al Castello Ursino. Oltre 120 le opere esposte



Catania


Le elezioni siciliane non si erano ancora tenute quando nell’imponente Castello Ursino di Catania, fatto costruire da Federico II di Svevia, è stata inaugurata la mostra I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico. La premessa non artistica è necessaria perché a patrocinare la mostra è stato il Comune di Catania, amministrato dal centrosinistra, mentre a curarla è Vittorio Sgarbi, dopo le elezioni annunciato quale nuovo assessore alla Cultura dal neogovernatore regionale Sebastiano Musumeci, centrodestra.
La mostra quindi come un’anticipazione di ciò che Sgarbi ha in mente di fare in Sicilia, dopo l’esaltante esperienza come sindaco di Salemi — la prima capitale d’Italia, anche se per un giorno solo — interrotta sei anni fa da un ingiusto scioglimento del consiglio comunale per «infiltrazioni mafiose», poi rivelatesi infondate. Il neoassessore però è stato ripagato dal successo della mostra, allestita sui tre piani del castello — che è anche la sede del Museo Civico di Catania — grazie a un’idea-forza semplice ed efficace. Far vedere ciò che è nascosto o, meglio, ciò che i più non conoscono, nonostante sia di grande valore. Portarlo alla luce e attestarne l’esistenza non solo con un certificato di nascita ma presentarlo secondo un filo logico e cronologico che in centoventi opere, tra Giotto e De Chirico, sette secoli, racconti un’unica storia. Senza la camicia di forza del «tema» o della scuola d’appartenenza e senza «sfruttare» il nome noto, sia Giotto o De Chirico, Caravaggio o Ligabue, El Greco o De Pisis, De Ribera o Pirandello — pure tutti presenti — ma rivelando il nome poco noto, il dipinto ignoto, e dando all’uno e all’altro il palcoscenico che meritano, anche perché in grado, grazie al loro indiscusso valore, di non temere il confronto con i più famosi.
Stefano da Putignano e il suo Angelo con cartiglio, scultura in pietra del 1520 realizzata per la cattedrale di Polignano a Mare, per esempio, sono una testimonianza eccellente del Rinascimento nell’Italia meridionale. Di questo artista non si sa praticamente nulla, se non che ha prodotto tanto tra la Puglia e la Basilicata dopo aver respirato l’aria di Venezia e soprattutto di Padova, che nel XV secolo è stata una delle capitali dell’arte europea.
La stessa cosa si può dire di Jacopo da Valenza e del suo Cristo benedicente, un olio su tavola del 1486, in cui Gesù ha gli occhi azzurri spalancati che guardano fisso chi guarda il quadro e la mano pallida di chi non è in questo mondo. Jacopo fa parte di quei pittori che scelsero come loro maestro Antonello da Messina, quando questi lavorò a Venezia, a dimostrazione di quanto il Rinascimento sia stato anche scambio intenso e continuo tra il nord e il sud della Penisola.
Se poi facciamo un salto nel Seicento, troviamo Matteo Ponzone e il suo strepitoso Tarquinio e Lucrezia, in cui il re di Roma cerca di mettere letteralmente una mano sotto la veste della virtuosa Lucrezia, che lo respinge, segno che le molestie maschili non sono una novità, come pure il libero arbitrio di colei che le subisce, che poteva e può sottrarsi alla meschina insidia. E che dire della potente scena di Elia nutrito dall’angelo nel deserto di Johann Carl Loth, seconda metà del Seicento, con quell’angelo dalle grandi ali che soccorre il profeta sfinito dopo una marcia nel deserto di quaranta giorni e quaranta notti per incontrare Jahvè? Sbalorditiva poi la «fotografia», e siamo a metà dell’Ottocento, di Salvatore Fergola, che con Aurora boreale comparsa in Napoli la sera del 17 novembre 1848, finisce su tutti i giornali dell’epoca. E ascetica, profondamente spirituale, la tensione fisica dell’Arabo in preghiera di Domenico Morelli, del 1880-90, uno che in Oriente non ci era mai stato, ma che riuscì a immaginare la Salah, la Preghiera, così bene grazie alle sue letture e allo studio della Bibbia e del Corano. Il resto, ed è ancora tanto, non è più «nascosto», ma è tutto da scoprire.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29 novembre 2017

Così Echaurren scalò per primo i muri della street art in Italia

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Estro linguistico e paradosso creativo: al Palazzo della Cultura di Catania fino al 14 gennaio 2018 la mostra «Soft Wall» organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro e curata da Francesca Mezzano



Catania


Può essere, come diceva Pierre-Joseph Proudhon in Che cos’è la proprietà?, che la proprietà sia un furto. Ma può anche essere che la proprietà sia libertà, se per esempio nasce dal lavoro — dell’artigiano, del contadino, di chiunque. E questo lo diceva sempre Proudhon, nello stesso libro appena citato.
Ora, se sei un artista e rubi le parole dai muri e persino dai manifesti stradali per creare le tue opere d’arte irriverenti, e fai questo in maniera sistematica dal 1989, caduta del Muro di Berlino, dopo che nei due decenni precedenti più o meno con lo stesso sistema di appropriazione creativa, di rovesciamento del senso delle parole, di sovversione ironica e persino goliardica dei ruoli, hai preso in giro la seriosità del mondo — politico e non —, e se fai tutto questo scagliandolo anche contro sant’Enrico Berlinguer e san Luciano Lama che parlano di «questione morale», tu artista, commetti un furto o compi un atto di libertà?
La risposta più naturale sarebbe «la seconda che hai detto» (copyright Corrado Guzzanti), specialmente se si tratta degli anni Settanta (ma fino al ’77 degli Indiani metropolitani, poi con il ’78 e il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro quegli anni diventeranno di piombo). Invece nemmeno la seconda risposta è esatta. Perché nel nostro caso — che fingendo serietà potremmo sintetizzare come il caso «street art ieri e oggi» —, la «questione morale» è più semplicemente una «questione murale».
La mostra Soft Wall, inaugurata ieri al Palazzo della Cultura di Catania, è la questione murale che batte la questione morale, l’ironia e il sarcasmo che battono la prosopopea delle mani pulite che poi pulite non erano, la sovversione non violenta — ma appunto affidata all’estro linguistico e al paradosso artistico — dei poteri costituiti e costituendi, delle maggioranze e delle minoranze, e senza risparmiare nessuno, né i ricchi, ovvio, ma nemmeno i poveri. Soft Wall sono centocinquanta opere così, tutte del signor Pablo Miguel Papageno Matta Echaurren, alias Echaurren e basta. Ma, riveliamolo, Pablo come Neruda per volere del papà Roberto Sebastian, artista cileno, e Papageno come il protagonista del Flauto magico di Mozart per desiderio della mamma, l’attrice Angela Faranda.
La mostra di Pablo Echaurren è curata da Francesca Mezzano, che ha «drasticamente selezionato», come dice lei stessa, le centocinquanta opere da una produzione quarantennale in cui acrilico, stencil, lettering, segni e scritte si sono mescolati e sovrapposti, come si vede in maniera evidente, voluta, insistita, nelle pitture Muro contro muro, le più recenti. Mentre Emmanuele Emanuele, che da presidente della Fondazione Terzo Pilastro ha voluto e finanziato questa mostra, ricorre ai suoi ricordi americani degli anni Sessanta, «quando nelle città della California vidi per la prima volta questi muri decorati da graffiti e pitture incredibili», per definire Echaurren «padre putativo della street art in Italia». Street art, che, sempre per il gioco di parole che non manca mai nel lavoro di questo artista dadaista e futurista — che per questa ragione non era molto ben accolto tra gli ortodossi della sinistra e tra i compagni della sinistra più a sinistra —, non può e non deve diventare una «Wall Street» Art.
Soft Wall è un muro soffice, di tela, sul quale si può scrivere e dipingere e attraverso il quale si può comunicare a tutti un’idea, raccontare una storia, esprimere un’emozione, fare una battuta, rappresentare un sogno, esternare un pensiero importante o importante soltanto per chi lo ha pensato.
Sui giornali per i quali ha lavorato — primi tra tutti «Lotta Continua», «Frigidaire», «Il Male» — nei fumetti che ha ideato e disegnato e in tutte le altre sue opere, Echaurren non ha mai perso di vista questi «fondamentali», e soprattutto non ha mai perso di vista non tanto la necessità o l’opportunità che la cultura sia anche «contaminazione di alto e basso», questo è un po’ un luogo comune, quanto la convinzione che la cultura è nella strada, tra la gente, nella vita, persino quando la vita si dimostra un non senso.
La stessa idea del Muro, soft ma pur sempre un Muro, scelta come tema di questa mostra, non si limita alla disumanità dei «muri che dividono» — ecco un altro luogo comune, cos’altro possono fare i muri se non separare? —, ma suggerisce persino di accettarlo il Muro — brutto, spiacevole, opprimente — se è una necessità difensiva, se sono in gioco vite umane. Perché il Muro di Berlino era una cosa, quello tra Israele e i Territori palestinesi, purtroppo, è un’altra.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 24 novembre 2017

Portiamo i vecchi mestieri nella cittadella militare

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Bologna / Fu Napoleone a requisire i terreni di un ordine religioso che poi divennero fabbrica di armi e veicoli da guerra. Ora la ex Staveco aspetta una riqualificazione che secondo un gruppo di giovani professionisti deve partire dall’artigianato



Bologna


Per un latinista insigne, ma pur sempre comunista, come Ivano Dionigi, ex rettore dell’Università di Bologna, è stato più facile, o meno difficile, essere nominato presidente della Pontificia Accademia di Latinità da papa Benedetto XVI, che non riuscire, da rettore della più antica università d’Europa, nel recupero di una cittadella militare nel centro di Bologna. Dionigi voleva recuperare l’area della ex Staveco (Stabilimento veicoli da combattimento) – 9 ettari e 44 mila metri quadrati di edifici –, ma l’impegno suo e di venticinque docenti e ricercatori del suo stesso ateneo, oltre che di quattordici studi professionali bolognesi, non è bastato. Ed è stato l’ennesima dimostrazione che un apologo, per esempio quello famoso del cammello che passa per la cruna di un ago più facilmente di quanto un ricco possa entrare nel regno dei cieli (Vangelo secondo Matteo 19,24), può reggere molto di più di una «legge economica», per esempio quella famosa (e sbagliata) sulla caduta tendenziale del saggio di profitto (Karl Marx, Il Capitale).
Su viale Panzacchi, proprio ai piedi della collina del santuario di San Michele in Bosco, la facciata e il muro lungo 250 metri dell’ex Pirotecnico ed ex Staveco non lasciano minimamente immaginare «cosa c’è dietro». Quanta storia e quali storie negli edifici di questa cittadella, che è una enclave, come tutte le aree militari del resto, ma nel centro di Bologna. Vi si entra come si entrerebbe in un palazzo incustodito, da una porta d’ingresso sul viale, chiusa ma aperta, e utilizzata dai senzatetto per accedere ognuno al proprio posto-letto, fisso ma provvisorio, un giaciglio ricavato in qualche angolo di una stanza, un padiglione, una ex officina o una ex aula per lezioni di meccanica. Questa cittadella militare infatti è stata anche una delle più importanti caserme del servizio di motorizzazione dell’esercito italiano. Qui, si formavano meccanici e tecnici di prim’ordine e si progettavano, collaudavano e riparavano carri armati, blindati e altri veicoli da combattimento. Le aule erano come quelle delle università e le officine come quelle delle fabbriche, e il salto tra teoria e pratica quasi non c’era, era invece un passaggio naturale, come può esserlo un parto spontaneo.
Fu Napoleone Bonaparte, nel 1796 – erano gli anni della dominazione francese in Italia -, a segnare il destino di quest’area appartenuta ai frati Minori Osservanti fin dal XV secolo. Ne colse la «vocazione militare» per la sua posizione e la requisì. Non sbagliava, visto che in seguito, con la stessa funzione di base difensiva-offensiva, la utilizzeranno gli austriaci (dopo i moti del 1848) e i piemontesi in funzione antiaustriaca (fino al 1860), mentre l’Italia post-unitaria avrà qui uno dei suoi più forniti arsenali, oltre che fabbrica di armi, il Laboratorio pirotecnico.
Il Pirotecnico in pochi anni diventa una delle prime fabbriche di Bologna, con 330 operai nel 1886, 1.100 nel 1903 e 14 mila alla vigilia della Grande Guerra, soprattutto donne, e non solo per l’impegno degli uomini al fronte, ma perché le mani femminili erano le più adatte nella fabbricazione delle munizioni. Cosa che tuttavia non impedisce «l’incidente», un grande incendio causato dall’esplosione di 100 mila cartucce nel marzo del 1920, che venne raccontato con la consueta lezione di giornalismo da Achille Beltrame in una delle sue superbe copertine realizzate per La Domenica del Corriere, in cui l’illustrazione era «spiegata» da due righe: «Durante il panico prodotto dall’esplosione, nell’attigua caserma di artiglieria i quadrupedi abbandonavano le stalle, saltando e nitrendo, incitati dalle detonazioni», in pratica una didascalia che valeva un articolo intero.
La «vocazione militare» dell’area, naturalmente, continua a essere coltivata per tutta la seconda guerra mondiale e anche dopo, con lo stabilimento per la costruzione di veicoli da combattimento, la Staveco appunto, che è stata attiva fino al 1978. La fase finale, dopo la chiusura e prima dell’abbandono, è durata venticinque anni ed è stata scandita da altri due acronimi simili: Stavetra (Stabilimento veicoli da trasporto) fino al 1990, e Stamoto (Stabilimento materiali per la motorizzazione) fino al 2003, anno della definitiva cessazione di ogni attività.
L’idea più naturale di recupero della ex Staveco è stata sempre quella di farne un campus universitario, fin da quando, settant’anni fa, si voleva trasferire qui la facoltà di Ingegneria, la più coerente con le attività meccaniche della cittadella. E di campus si è tornato a parlare anche in anni molto recenti, quando l’ex rettore Dionigi – in base a un accordo con il Comune, che per dieci anni avrebbe agito come «soggetto trasformatore» del recupero, visto che la proprietà è del Demanio – ha messo in moto dipartimenti, docenti, ricercatori dell’Alma Mater Studiorum e professionisti di Bologna, i cui interventi e progetti sono stati raccolti in una pregevole pubblicazione, Progetto Staveco, un nuovo polo universitario tra centro storico e collina (Editrice Compositori). Tutti i lavori, al di là delle differenti soluzioni proposte e della obiezione di costituire, tutti assieme, una sorta di patchwork irrealizzabile, hanno come stella polare il concetto di «integrazione» della ex Staveco con il resto della città e con la collina di San Michele in Bosco: demolizioni parziali e nuove costruzioni con una parte dell’area da destinare a parcheggio per far «respirare» la città, strutture sportive e passeggiata verso la collina, polo per l’infanzia, mercato e spazi commerciali, un centro interreligioso, biblioteca e museo, mensa e scuola di cucina, spazi per eventi e mostre, e ovviamente residenze per gli studenti.
Troppo? Ma come, se all’estero fanno anche di più e di meglio, e in minor tempo? Certo, tra gli ostacoli va ricordato il rifiuto degli studenti di traslocare dalla sede storica di via Zamboni che, secondo loro, in questo modo sarebbe stata lasciata alle mire della speculazione immobiliare. E ne va sottolineato un altro, di natura economica, il fatto cioè che i 100 milioni di euro che si sarebbero potuti ricavare dall’alienazione della vecchia sede probabilmente non sarebbero stati sufficienti per una riqualificazione così ambiziosa della ex Staveco. Però, come scrive Cristiana Bartolomei nel lavoro citato, «in Francia un organo apposito del ministero della Difesa nell’arco di 26 anni ha realizzato un programma di riqualificazione con la cessione di 2 mila immobili», mentre i numeri della Germania sono come sempre impressionanti: dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, i tedeschi hanno chiuso 630 siti militari e hanno riconvertito 15 cittadelle militari, 7 aeroporti, 6 basi aeree, 28 caserme (pari a 2.036 ettari), 83 depositi, 49 campi missilistici e 22 centri di informazione, con quali vantaggi economici, ambientali (grazie alle necessarie bonifiche) e di carattere socioculturale è facile immaginare. Fatto sta che a Bologna, Italia, nel novembre 2016 l’Università – nuovo rettore è Francesco Ubertini – si ritrova a dover abbandonare il campo. Riconsidera l’operazione ex Staveco, la giudica una palla al piede e disdice l’accordo con il Comune. Che fare? Il Demanio fa la cosa più semplice, decide di vendere e stipula un accordo preliminare con Invimit, società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia e Finanze, che tra i suoi compiti ha quello di valorizzare (qualunque sia il significato attribuibile a questo verbo, oggi tra i più coniugati) il patrimonio immobiliare pubblico.
Seguono mesi di sospensione nello spazio-tempo dell’incertezza e della indecisione. Fino a quando arrivano loro, un gruppo di trentenni – Sebastiano Curci, giornalista ed educatore sociale di disabili, Luca Naldi, laurea in Scienze della comunicazione e artigiano del legno, e quattro architetti, Agnese Casadio, Gianmaria Socci, Andrea Cucinotta, Francesca Ciafrè – che elaborano un progetto di recupero forse più semplice, ma non meno concreto e lo lanciano con lo stesso acronimo Staveco, che però adesso ha un nuovo significato, «Saperi Tramandati dell’Artigianato Vecchio e Contemporaneo», poiché lo scopo è quello di rivitalizzare la cittadella militare popolandola di attività artigianali sempre molto ricercate ma in via di estinzione, di botteghe e punti vendita, di laboratori e scuole tecnico-pratiche, dove l’Università mandi i suoi docenti a insegnare e le piccole aziende trovino lo spazio vitale necessario a produrre e a formare artigiani di alto livello. Nella falegnameria, l’oreficeria, la sartoria, la lavorazione dell’argilla, del ferro, del rame e del vetro, ma anche nella cosmesi, la liuteria, la produzione alimentare, fino ai laboratori di cinema, fotografia, scenografia, arti grafiche e design e, naturalmente, nuove tecnologie. La Cna, Confederazione nazionale dell’artigianato, è stata la prima a crederci e a offrire il proprio sostegno al «gruppo Staveco». Poi è stata la volta di alcune piccole imprese, a cui altre si stanno aggiungendo. Ma se Comune, Università, Demanio e Invimit restano a guardare, un giocatore solo non vincerà la partita.


Carlo Vulpio, la Lettura, 11/6/2017

Nuova vita per gli artigiani nell’antico linificio diventato prigione

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Una ventina di capannoni, dieci ettari: in meno di un secolo sono stati linificio, campo di concentramento, campo profughi, polo per la lavorazione delle pelli, archeologia industriale, speranza per il settore edile, base per i soccorsi dopo il sisma del 2016. E, oggi, spazio per proporre attività produttive e ricreative. A partire dalla costruzione di casette di legno


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Fermo


A pensarci bene, cosa c’è di meglio di un complesso di una ventina di capannoni ordinatamente disposti su un’area di dieci ettari circondata da un alto e solido muro di recinzione, servita dalla strada e da una ferrovia che vi entra dentro, sulla riva di un fiume e a dieci minuti dal mare, per farne qualunque cosa? Qualcosa di buono e utile a tutti, certamente. Ma anche qualcosa di malvagio, che lasci un segno incancellabile, poiché il Male sa organizzarsi come il Bene non saprebbe fare. E sa persino sfruttarne le qualità, i risultati, le intenzioni.
Così può accadere, com’è accaduto a Fermo – città che definire industriosa come il resto delle Marche è quasi un’ovvietà -, che quei capannoni così ordinati, costruiti negli anni Trenta del secolo scorso e destinati a linificio, siano diventati un campo di concentramento in cui stipare i prigionieri di guerra, per lo più inglesi e americani catturati dai tedeschi in Africa – tra la Libia e l’Egitto -, messi sulle navi e spediti qui. A far compagnia ai loro commilitoni, quelli che il Comando tedesco riusciva ad acciuffare (pochi, la gente qui non «collaborava») con l’incentivo di un compenso di 1.800 lire per ogni militare alleato denunciato dalla popolazione locale o con il ricatto di un prigioniero italiano liberato dai tedeschi in cambio della delazione di ogni angloamericano e del suo nascondiglio.
Il linificio ebbe vita breve, Mussolini non fece in tempo a inaugurarlo, nel 1938, con relativa installazione (non rimossa, serve a ricordare meglio) di un’aquila romana affiancata da due fasci littori, che già era scoppiata la guerra. E così i vagoni che sfilavano su quei binari, dal 1942 al 1944 non trasportarono più balle di lino ma prigionieri. In entrata, prevalentemente dall’Africa settentrionale. E in uscita, verso i campi di concentramento nazisti in Polonia e in Germania. La catena funzionava e nel campo, denominato PG70, si arrivò a «sistemare» 7.500 prigionieri. Ciò che non funzionava invece era l’invito alla delazione. Come nel caso di Ken de Souza, ufficiale dell’aviazione britannica catturato a Tobruk. Ken e un suo collega riuscirono a scappare e vennero nascosti e protetti dai coniugi Gino e Stella Brugnoni, contadini, i quali avevano anche loro un figlio militare, Giovanni, che era prigioniero in Scozia e che dopo la guerra sarebbe tornato a casa, come de Souza. Questa storia, raccontata dallo stesso de Souza in un libro tradotto in italiano dalla figlia di un partigiano, Annalise Nebbia, con il titolo Fuga dalle Marche (edizioni Affinità elettive), è ancora oggi molto viva a Fermo, non solo per ciò che significa, ma anche perché ogni anno decine di parenti di quei prigionieri scomparsi o ritrovati, vengono qui a deporre un mazzo di fiori e a ricordare.
Come loro, anche altra gente viene nella ex conceria con le stesse intenzioni. Sono i familiari dei profughi che il Maresciallo Tito scacciò dall’Istria e dalla Dalmazia – quegli sfollati senza patria che in Italia venivano considerati «slavi comunisti» e nella nascente Jugoslavia titina «italiani fascisti» -, in tutto duemila persone. E poi ci sono anche i parenti dei 1.800 ebrei, anch’essi profughi, sfollati, respinti da un luogo all’altro, che come i croati arrivarono nell’ex linificio dal 1945 al 1949, grazie al lavoro dell’Organizzazione internazionale per i rifugiati (poi assorbita dall’attuale Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati).
C’era già stata troppa storia triste, su questi dieci ettari così ben collocati tra il fiume Tenna, il monte Urano e il mare Adriatico. Era il momento di cambiare, e si cambiò. Quel villaggio miserabile che era stato il PG70, nel 1956 diventa la conceria Sacomar (Santori concerie marchigiane, dal cognome dei quattro fratelli fondatori), uno dei «poli» conciari italiani più importanti, insieme con Santa Croce sull’Arno, Solofra in Campania e Arzignano in Veneto. Già dieci anni dopo la nascita della Sacomar, Evoluzione del Lavoro, «rassegna di documentazione sul progresso e sviluppo del lavoro italiano», scrive: «La produzione della conceria cammina accanto a quella straniera e dovrà sempre più imporsi in campo internazionale». Come poi avverrà, almeno nei quarant’anni successivi. Nel 2003 però l’azienda deve chiudere. La concorrenza dei Paesi emergenti, primo fra tutti la Cina, nei quali il lavoro e la materia prima costano molto meno, è insostenibile. Centocinquanta persone restano senza lavoro e proprio i cinesi portano via tutto. «Con un milione di euro hanno comprato le macchine, le presse, le smerigliatrici e 60 bottali per la concia – dice Fiorenzo Fortuna, che nella Sacomar ha lavorato dall’età di 15 anni fino alla pensione -. Un affare. Basti pensare che un solo bottale, nuovo, costa 300 mila euro».
Per la ex conceria comincia il declino. L’usura del tempo e l’abbandono la trasformano in un luogo muto, assente, afasico, e tuttavia non le tolgono fascino e non le impediscono di continuare a trasmettere le sue grandi potenzialità di riuso, come se volesse dire a tutti di non lasciarla morire perché può rinascere. L’Adriatica spa, un gruppo di una decina di società del settore edile, intuisce la opportunità e nel 2006 acquista la ex conceria per 7,4 milioni di euro, spendendone altri 3,5 – come racconta a la Lettura il suo presidente, Paolo Ulissi – per bonifica e manutenzione, e sperando nei fondi che però poi non arrivano di un decreto del 2008 per la riconversione industriale. In più, esplode la crisi economica, che spezza le gambe a ogni progetto di risanamento e ciò che è peggio alimenta una spirale di sfiducia che non si è ancora fermata. Fino al 2015 è il coma, uno stato di pre-morte e di rassegnazione generale. Ma proprio in quel momento comincia un’altra storia.
Casa Comune, una onlus di una trentina di volontari (insegnanti, architetti, ingegneri, piccoli imprenditori, pensionati), lancia l’idea del progetto «Oltre Conceria», che, con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, tra i quali la stessa Adriatica spa, il Comune di Fermo, l’Università delle Marche, Confartigianato e Cna, scuole pubbliche e associazioni culturali, si prefigge l’obiettivo di recuperare l’area e le strutture della ex Sacomar e di farla rivivere attraverso l’insediamento di nuove attività produttive, ricreative, culturali, che creino lavoro e vengano aiutate a farlo con agevolazioni fiscali e creditizie, sostegno nella fase di avvio delle attività e affitto gratuito dei capannoni per un anno.
Sono stati presentati venti progetti e in base al regolamento sarebbero dovuti partire subito i primi cinque classificati: un’azienda di formazione tecnico-pratica e di costruzione di case in legno, una di recupero di materiali di scarto industriale lavorati da persone svantaggiate, un canapificio, una fabbrica di pannelli termici per l’edilizia, un forno-ristorante-pub pronto a trasferirsi dal litorale sulla collina. Di fatto però ne è partito soltanto uno perché nel frattempo si è fatto sentire anche il terremoto, con una serie di scosse quasi a cadenza di calendario, come a voler rallentare e scoraggiare ogni iniziativa. E infatti, quasi la metà dei partecipanti al bando ha rinunciato e qualcuno è emigrato all’estero. Non hanno mollato invece Fabrizio Torresi, Valentina Recchia, Giancarlo Valeriani, Enzo Gullà, Marilena Imbrescia e tutti gli altri che con compiti diversi si sono impegnati in questo cammino di «piccoli passi per un grande obiettivo». E non molla nemmeno Paolo Ulissi, che dopo il sisma sostiene con ancora maggiore convinzione l’idea di portare nella ex conceria anche una sede distaccata della prestigiosa Scuola edile di Ascoli Piceno. «Ma non possiamo fare tutto da soli – dice Ulissi -, abbiamo bisogno che anche lo Stato faccia la sua parte».
I cancelli della ex conceria intanto non sono più chiusi. L’impresa Ligneo, la prima classificata del bando «Oltre Conceria», ha rimesso a nuovo due capannoni e i due soci – due ex compagni di scuola, l’ingegnere Paride Abbruzzetti e il geometra-violinista Stefano Corsi (dieci anni di conservatorio e due bei cd il cui ricavato è destinato alle missioni francescane in Etiopia) – potrebbero presto diventare l’esempio di una delocalizzazione al contrario, se riusciranno a costruire anche a Fermo le case di legno oggi assemblate a Banja Luka, in Bosnia.
Ma la ex Sacomar ha già dimostrato la sua gratitudine in anticipo. Rendendosi utile come base logistica per i soccorsi dopo il sisma del 28 aprile 2016 che ha colpito Amatrice, Arquata del Tronto e altri comuni di Marche, Lazio, Umbria. E’ qui infatti che sono stati immagazzinati gli aiuti e da qui sono partiti i volontari delle Bsa, le Brigate di solidarietà attiva, verso i paesi terremotati, come ci racconta il «brigatista» Enrico Martini, pensionato, ex dirigente commerciale di una multinazionale svedese. Invece il capannone che fungeva da chiesa del campo profughi, con una parete affrescata da una «Madonna croata» e denominato Capannone Zero, non produrrà nulla. Diventerà un museo della memoria. Ma in un villaggio vivo.


Carlo Vulpio, la Lettura, 28/5/2017

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