«Torri alte 300 metri». Le coste sarde contese dai big dell’eolico

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Il reportage / I progetti per 1.500 nuove pale eoliche. Anche a costo di perdere il progetto Einstein Telescope sulle onde gravitazionali, che creerà 35 mila posti di lavoro. Una regione ridotta “per decreto” a una colonia da spremere in nome della “transizione ecologica”. Lo scrittore Gavino Ledda: «La Sardegna capitale cosmica. Sì Einstein, no Draghi»

Sardegna

«La Sardegna capitale cosmica. Sì Einstein, no Draghi». L’appello di Gavino Ledda, probabile candidato al premio Nobel per la Letteratura, risuona come un verso omerico nella miniera dismessa di Sos Enattos, nel cuore della Barbagia. Siamo tra Lula e Bitti e le parole dell’autore di Padre padrone e di aurumTellus («il poema del XXI secolo», lo ha definito Carlo Ossola) possono essere ascoltate in stereofonia perfetta da un punto qualunque di Sos Enattos, perché questo è un luogo speciale, unico al mondo.

Sos Enattos, dicono tutti gli astrofisici che ne hanno studiato le caratteristiche, è il solo posto sulla Terra in cui è possibile ascoltare alla perfezione i sussurri dell’universo e misurare le onde gravitazionali. Attraverso una complessa strumentazione che va sotto il nome di interferometro, in questo luogo dichiarato «riserva della biosfera» sarà possibile realizzare il progetto europeo ET, Einstein Telescope, un centro di ricerca tra i più importani del pianeta, che creerà 35 mila nuovi posti di lavoro. Senza sporcare la natura, sfondare montagne e fondali marini, stuprare la bellezza dei paesaggi, imporre ancora una volta alla Sardegna lo status di colonia: prima penale, poi militare e ora «energetica».  

Invece no. Proprio in questo angolo della Barbagia è stato presentato, grazie ai veloci decreti del governo Draghi sull’energia green e la transizione ecologica, un progetto della Sardeolica srl (100% della Saras della famiglia Moratti, in Sardegna proprietaria anche della raffineria petrolifera di Sarroch) che prevede sei torri eoliche alte quanto palazzi di 70 piani. Naturalmente, il rumore degli aerogeneratori cancellerebbe il silenzio cosmico necessario all’Einstein Telescope e quindi priverebbe non solo la Sardegna, ma l’Italia del prestigioso progetto.

Com’è possibile che nessuno – al di fuori dell’Isola – abbia capito una cosa così elementare? In realtà, la questione della collocazione di ET a Sos Ettanos, sconosciuta agli italiani, è ben nota all’ex presidente del Consiglio, Draghi, e ai suoi ex ministri Cingolani, Colao e Giovannini. Ma è stata ignorata dai loro decreti, che impongono di far presto, di far tutto, soprattutto in materia di eolico. Non l’hanno ignorata, invece, tedeschi, olandesi e belgi. I quali si sono consorziati e non vedono l’ora di realizzare il progetto ET tra i fiumi Mosa e Reno. E anche se da quelle parti un luogo idoneo come Sos Ettanos possono soltanto sognarlo, i virtuosi Paesi nordeuropei – che hanno giocato un ruolo essenziale nella erogazione dei quattrini del Pnrr anche in materia eolica – si sono già attrezzati per promuovere sé stessi, investendo una decina di milioni di euro per i sondaggi geologici del «loro» sito e per la comunicazione.

«E’ una follia, così ci condannano alla marginalità perpetua – dice Antonio Calia, sindaco di Lula, per 35 anni minatore nelle vene di Sos Enattos -. Faremo di tutto per sventare questa prepotenza, che è solo un grande affare per pochi, con l’alibi dell’energia rinnovabile». A Lula, Bitti, Onanì, Orune, Nùoro, Orgosolo, in tutta la Barbagia e in tutta la Sardegna lo hanno capito, che per far posto alle pale eoliche stanno scippando a questa terra l’Einstein Telescope, la più grande occasione di sviluppo che si sia mai presentata al popolo sardo. A Roma, no. O forse fingono di non aver capito. Altrimenti non si spiegherebbe l’assalto eolico massivo e senza precedenti di pale eoliche gigantesche, soprattutto offshore (onshore, la Sardegna ha già dato, ora è rimasto il mare).

I progetti per eolico e fotovoltaico industriali presentati per la Sardegna sono cento. Millecinquecento nuove pale eoliche, che, aggiunti ai pannelli fotovoltaici (per un megawatt di energia installata occorre tombare con i pannelli un ettaro di terra), significano una potenza complessiva installata (che non è energia «prodotta») per un fabbisogno di 25 milioni di abitanti, quando invece la Sardegna ne ha un milione e 650 mila. «L’Isola è completamente circondata – dice Mauro Pili, ex presidente della Regione ed ex deputato, oggi tornato a fare il giornalista per l’Unione Sarda -, poiché i contributi pubblici di 140 mila euro per ogni megawatt installato, per 20, 30, o anche 40 anni, rendono questo business più remunerativo del narcotraffico, nonostante sia poco utile alla produzione di energia e per niente funzionale a una vera transizione verso l’energia pulita». E i costi per il turismo, per l’economia della pesca e della navigazione, per il paesaggio e la natura? Enormi. Mentre i posti di lavoro creati sarebbero al massimo la ventesima parte di quelli che verrebbero dall’Einstein Telescope.

Un «gioco» che non vale la candela, per di più in Sardegna, dove il mare è tutt’altro che nero come il Mare del Nord e il paesaggio è di imparagonabile bellezza. In Italia, il paesaggio non è una belluria per anime gentili, ma è un bene irriproducibile tutelato dalla Costituzione. E infatti nel 2014, quando era ancora giudice della Corte Costituzionale, Sergio Mattarella firmò una sentenza in cui è scritto di «evitare che una installazione massiva degli impianti eolici possa vanificare gli altri valori coinvolti, tutti afferenti la tutela, soprattutto paesaggistica, del territorio». Mentre oggi Mattarella, che trascorre le vacanze a Capo Caccia di Alghero – ci spiega Mario Bruno, ex sindaco della città e ora all’opposizione, autore di un ordine del giorno condiviso dall’intero consiglio comunale contro l’invasione eolica -, «si ritroverà di fronte agli occhi, proprio sulla Riviera del Corallo, una selva di 54 pale, ognuna di 332 metri di altezza, trenta in più della Torre Eiffel. Il più grande “parco” mai costruito al mondo, con una potenza elettrica installata di 1.350 megawatt». Siamo dunque andati a Capo Caccia, sulla suggestiva Scala del Capriolo, per capire se oltre agli altri danni anche l’impatto visivo sia reale, visto che le torri verrebbero innalzate entro 12 miglia dalla costa, il limite delle acque territoriali. Ebbene, se si vedono agevolmente le navi da crociera, alte 70 metri dalla linea di galleggiamento, perché non dovrebbe vedersi una foresta di cemento e acciaio i cui «alberi» sono cinque volte più alti? E come può questa selva di torri non creare grossi problemi di navigazione nell’area marina che occupa?

La Regione Sardegna ha impugnato il decreto-energia del governo Draghi non solo per il devastante effetto paesaggistico e naturalistico, ma anche perché la Sardegna è una regione a statuto speciale e la sua competenza primaria in materia di paesaggio e di energia non può essere cancellata con un tratto di penna. Su questo deciderà a febbraio prossimo il Consiglio di Stato. Intanto però, la febbre dell’oro eolico produce progetti megalomani su tutta la costa sarda. Davanti a Sant’Antioco e a Carloforte, per esempio, 35 torri da 15 megawatt ciascuna alte 300 metri faranno impazzire i tonni rossi – base e ricchezza dell’economia locale – e faranno smarrire loro la rotta. Franciscu Sedda, docente universitario di Semiologia, che è di Carloforte ed è il leader del movimento indipendentista «A innantis!», dice: «Il caso dell’Einstein Telescope è emblematico e sconvolgente. Lo Stato italiano mette deliberatamente a rischio un progetto che vale 7 miliardi di euro e il 2 per cento del Pil nazionale. Perché?».

La risposta è negli enormi profitti a cui mirano le società proponenti. Per lo più multinazionali con base in Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, cioè proprio quei Paesi che sui soldi del Pnrr all’Italia non hanno mai nascosto la propria ostilità. Rappresentate in loco da piccole società con 4 o 5 mila euro di capitale sociale, queste grandi compagnie appaiono alla fine del procedimento. In alcuni casi sono anche spagnole o britanniche. O italiane, come l’Eni. Oppure americane, come la grande banca d’affari JP Morgan, che le sue pale vuol piantarle nel Golfo degli Angeli e davanti alle aree archeologiche dei centri urbani più antichi del Mediterraneo, Nora e Chia. Ma ci sono anche società direttamente riconducibili alla mafia, come documentato da alcune inchieste partite da Palermo e incardinate a Cagliari.

L’elenco è lungo e qui non può essere riportato interamente. Il capo del governo, Giorgia Meloni, che ha nominato suo consulente personale sulla «transizione» proprio l’ex ministro Cingolani, non potrà far finta di niente. Perché nulla è stato risparmiato all’Isola dei Nuraghi. Centinaia di torri imponenti da La Maddalena e Caprera, fino a tutta la Costa Smeralda (210 torri) e al Golfo Aranci. Torri gigantesche davanti alle coste di Oristano e di Cagliari. E pale eoliche anche a Capo Teulada, che pure è già interdetta alla balneazione e all’ormeggio a causa dei missili e delle bombe delle esercitazioni militari. E ancora, torri assurde anche nelle campagne fertili di grano duro del Campidano. Nemmeno la meravigliosa basilica di Saccargia è stata salvata, pale eoliche anche lì, della Erg, con un altro decreto ad hoc del governo Draghi, bocciato però dal Tar Sardegna il 29 novembre scorso. Eppure, la Sardegna è l’unica regione europea senza gas. Ciò che non ha consentito di convertire a gas le due centrali a carbone di Portovesme e Porto Torres, come invece è avvenuto per le altre centrali dello stesso tipo nel resto d’Italia. Mentre il metano, il meno inquinante tra i combustibili fossili, che qui doveva arrivare con il gasdotto Galsi dall’Algeria (a cui la Regione Sardegna partecipava con una quota del 13 per cento), è ancora trasportato in bombole. Il progetto del Galsi (che, come il gasdotto Tap dall’Azerbaigian, avrebbe potuto rivelarsi fondamentale) rientra tra i «progetti europei strategici», ma è stato affossato a favore del trasporto del gas liquido con navi gasiere dal Mozambico o dall’America, con relativa corsa a costruire enormi e inutili rigassificatori. Eppure, proprio quel metano avrebbe potuto, e ancora potrebbe, assicurare la vera transizione verso l’energia pulita dell’idrogeno. Per questa ragione, a Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, in concomitanza con il progetto Galsi, ne era stato affidato un altro, chiamato «L’Isola dell’idrogeno». Ma senza il metano, sia l’Isola sia l’idrogeno sono stati decapitati dalla ghigliottina delle pale eoliche.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 6/12/2022

Foto ©Lucia Casamassima

Ledda: il mio canto libero

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Maestri / Il 5 novembre l’autore di “Padre padrone” otterrà il Premio Cesare Pavese-Poesia 2022 per il poema “aurumTellus”, uscito nel ’91. Ossola: “E’ un visionario esiodeo”. Ledda: “Scrivo versi che rappresentano la natura”

Siligo (Sassari)

«Abbiamo una poetica per il XXI secolo. Un canto all’impossibile. Chi ne fa più? aurumTellus di Gavino Ledda è una nuova impresa cosmogonica». Carlo Ossola, filologo e critico letterario, docente nelle Università di Padova, Torino, Ginevra e da vent’anni al Collège de France di Parigi, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e di altre istituzioni analoghe in Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna, sta tenendo la lectio magistralis «Maieutica di un testo. Vanni Scheiwiller e Gavino Ledda» nella Sala Napoleonica dell’Università di Milano, in occasione del ventennale del centro Apice (Archivi parola immagine comunicazione editoriale) del Dipartimento di studi storici dell’ateneo milanese.

Seguiamo la lezione del professor Ossola insieme con Gavino Ledda, in collegamento video da casa sua, a Siligo, perché a Ledda è stato assegnato il Premio Cesare Pavese-Poesia 2022 proprio per il suo poema aurumTellus, pubblicato nell’ottobre del 1991 dall’editore Scheiwiller, e proprio grazie alla proposta di Carlo Ossola, «giurato di riferimento» del premio per la sezione poesia.

L’autore di aurumTellus, e nel 1975 del capolavoro Padre padrone – tradotto in 47 lingue e tutt’ora letto in tutto in mondo come se fosse stato pubblicato ieri -, ritirerà il premio il 5 novembre prossimo durante la cerimonia che si terrà a Santo Stefano Belbo (Cuneo), il paese natale di Pavese, dove, dice Ledda mentre ascoltiamo Ossola, «mi hanno chiesto di fare un breve discorso, ma io francamente non so cosa dire, forse potrei recitare, o meglio cantare, qualche pagina di aurumTellus, però dovrei star bene con la voce, che in questo momento non è nelle migliori condizioni».

Il poema aurumTellus va poco recitato, molto cantato e molto pianto, perché – spiega Ledda – non potrebbe essere diversamente per un poema omerico e per un discendente diretto di Omero quale egli si sente. Non è delirio di onnipotenza, e nemmeno delirio semplice, l’accostamento di sé stesso a Omero, perché quasi nello stesso momento Ossola ne fa un altro, fra Ledda e Esiodo: «Ledda è un visionario esiodeo – dice Ossola – e aurumTellus si può paragonare a Le opere e i giorni di Esiodo». Ledda ascolta in silenzio, concentrato, emozionato. Poi dice: «Già da studente, all’Università La Sapienza di Roma, dove come professore di Latino avevo Ettore Paratore, ero convinto che mancasse un Lucrezio degli anni presenti. Ecco, per me aurumTellus è la prova generale di un De rerum natura per gli anni 3000. Ti rendi conto del coraggio che ho avuto allora?».

Ledda ha lavorato al suo poema dal 1978 al 1988. Poi, grazie a due sardi molto colti e influenti – l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, amico di Gavino e suo dirimpettaio di casa a Siligo, e l’economista Paolo Savona -, ecco l’incontro con Vanni Scheiwiller, editore di libri preziosi, sia nel contenuto, sia come oggetti di arte tipografica.

Nel 1991, finalmente, aurumTellus vede la luce. Ed è, dice Ossola, «una vera impresa di arte tipografica, bellissimo, paragonabile al “libro imbullonato” di Fortunato Depero. Ricco di invenzioni ariostesche, il poema di Ledda è un gorgo, un contorcimento di sillabe, una polifonia di crescite e decrescite vocali, segnate anche dall’aumento del corpo tipografico delle lettere, un poema che va da Stéphane Mallarmé ai futuristi». Il libro oggi è introvabile, non lo avevano nemmeno negli archivi del centro Apice, fino a quando Ossola, alla fine della sua lectio, non gliene ha donato l’unica copia in suo possesso.

Gavino Ledda ha sempre detto che questa di aurumTellus doveva essere «una narrazione ad andatura di natura, che segua il bios, la vita», e infatti per comporre il poema ha studiato per dieci anni anche la fisica e la chimica. Tanto che Scheiwiller voleva che a scriverne l’introduzione fosse Carlo Rubbia. Cosa che poi non avvenne (la postfazione invece è di Paolo Savona), ma che non cambiò la vita di Gavino: i protagonisti del poema restarono gli stessi: gli elementi della natura. «aurum, l’oro, è considerato per il suo valore dai venali, non certo dalla natura – dice Ledda -, perciò l’ho scritto in minuscolo, al contrario di Tellus, Terra. Il titolo vuol dir questo, La Terra è oro».

La parola umana, nel poema di Gavino Ledda, è, come dice Ossola, «radice e corolla dell’universo». O del «tuttiverso», come preferisce definirlo l’autore di aurumTellus, che ha scritto la sua opera in quattro lingue – italiano, sardo, latino e greco antico –, arricchendola di partiture musicali scritte da lui, disegni, versi animali, lettere disseminate come asteroidi o inanellate come perle di una collana o incatenate come formule chimiche, fonosimbolismi, illustrazioni tratte da libri sulla materia e sull’energia. Un rigo, un verso. E ogni verso comincia con la congiunzione “e”. Perché? «Tutte quelle “e” sono necessarie, sono la forza di gravità del poema. La “e” in questo poema è la congiunzione tuttiversale», dice Gavino, come se stesse dando la più ovvia e naturale delle risposte. E le pagine di musica? «La parola è musica essa stessa». I versi? I rumori? «Non ci sono solo i versi della voce umana. O solo quelli degli animali, o i rumori della natura e delle piante. Nello spazio, ma anche a dieci, ventimila metri sopra di noi, ci sono suoni e reazioni fisico-chimiche, e non solo. Sono altrettante allitterazioni, una specie di polifonia…».

Per cantare aurumTellus, dice Ledda, «ci vuole una nota continua e un apparato fonatorio adatto, e bisogna essere esuberanti, lussuriosi… Vittorio Gassman e Carmelo Bene sarebbero stati perfetti, ma sono morti». Gavino, dobbiamo chiedertelo: ma alla fine cos’è aurumTellus, cos’hai voluto dire con questo poema? «aurumTellus è la rappresentazione della natura e del tuttiverso – risponde lui serafico -. La natura, da quando esiste, è stata sempre bella, ha cambiato sempre forma ma si è ripetuta in maniera cangiante, a dimostrazione che la forma è importante quanto la sostanza, anzi lo è di più. E’ la forma che può far cambiare la sostanza, non il contrario. Lo dico da poeta: la forma mi ha dato più soddisfazione della sostanza».

Riscoprire, e premiare, un’opera come aurumTellus trent’anni dopo non deve meravigliare, se, come dice Gavino Ledda, «si ha la fortuna, o la grazia, che è toccata a me, di ritrovare quell’opera “più giovane” oggi di trent’anni fa, quando l’ho scritta». Anche perché, come sostiene Carlo Ossola, «se ci limitiamo a descrivere, cosa che la fotografia fa meglio, sarebbe inutile scrivere». Gavino Ledda quindi nel 1991 era semplicemente avanti di trent’anni.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 2/11/2022   

Visioni d’arte per svelare il sogno. Ferrara celebra Carlo Guarienti

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Mostre / Fino al 22 gennaio al Castello Estense l’antologica dedicata al pittore e scultore che il 28 ottobre compie 99 anni

Ferrara

Il più bel regalo che il grande pittore e scultore, e anche medico, Carlo Guarienti potesse ricevere nel giorno del suo novantanovesimo compleanno è la mostra personale delle sue opere, che si inaugura oggi, lui presente, nel Castello Estense di Ferrara (domani 29 ottobre l’apertura al pubblico). Un regalo che non è soltanto una sorta di Oscar alla carriera, ma un riconoscimento vero al merito e al valore dell’indagine artistica di Guarienti sul passato e sul presente, sulla realtà e su ciò che la trascende. Rispetto all’invidiabile traguardo dei 99 anni di Henry Kissinger, per capirci, i 99 anni di Guarienti non sono soltanto il preludio a un naturale epilogo. Sono la continuazione di una storia – quella dell’arte come massima espressione dell’umano – che non finirà mai finché esisterà il mondo, una storia che coinvolge la materia e lo spirito, e sovverte la tendenza comune che vuole il secondo subalterno alla prima, se non una pura e semplice «illusione».

La mostra, ideata da Vittorio Sgarbi e curata da Pietro Di Natale, Vasilij Gusella e Stefano Sbarbaro, non a caso si intitola «La realtà del sogno», con l’esplicito richiamo, sì, alla realtà, ma nel senso in cui l’ha definita William Shakespeare, fatta cioè «della sostanza di cui sono fatti i sogni». Il percorso artistico di Guarienti, raccontato dai 110 dipinti esposti, dimostra che può essere, anzi, che è proprio così: il sogno ha una realtà che la realtà stessa non comprende.

Il cammino di Guarienti, che è nato a Treviso, comincia molto presto, a 23 anni, quando è ancora studente di Medicina a Padova e «applica» alla sua prima grande opera d’arte, San Gerolamo – un olio su tavola che, dice Sgarbi, «è degno di un artista rinascimentale» -, l’esperienza maturata durante gli ultimi due anni della Seconda guerra mondiale (in seguito alla chiamata alle armi) all’Accademia di Belle Arti di Firenze come «preparatore di anatomia artistica». Una esperienza traumatica, come racconterà egli stesso: «Legavo le arterie, toglievo la pelle, ripulivo i muscoli, dipingevo organi color sangue, purché fossero belli rossi, poi, riconoscibili in sala anatomica… Portati dentro direttamente dai bombardamenti, arrivavano dei cadaveri giovani, che soltanto la mia generazione ha avuto il “privilegio” di vedere. Non vecchietti: ma sventrati, sbudellati, magari senza torace… Un puzzo terribile e tu dovevi starci sopra, a contatto, per “preparare” l’anatomia». In questo racconto è già presente il San Gerolamo che Guarienti dipingerà poco tempo dopo, con tutta la sua plasticità, la sua forza espressiva, il suo sguardo allucinato e inquietante. San Gerolamo è un santo il cui corpo, scrive Stefano Sbarbaro, «non è altro che l’insieme dei resti mutilati dei caduti che l’artista ha dovuto artificiosamente ricomporre».

E’ il periodo in cui Guarienti aderisce al Manifesto dei pittori moderni della realtà – con Sciltian, Annigoni, i fratelli Xavier e Antonio Bueno -, ma è solo l’inizio di un cammino che lo porterà un po’ ovunque, dalla tecnica dello strappo degli affreschi e l’uso di intonaci scrostati negli anni Sessanta alla Pop Art negli anni Settanta, e che lo spingerà molto lontano, poiché già in quella sua prima opera Guarienti ha compiuto il salto che gli ha fatto oltrepassare la realtà, con i suoi confini e precetti. Con quel Manifesto, egli avverte il rischio di rimanere intrappolato in un equivoco e così conclude, come afferma Elena Pontiggia, che «non si tratta di dare l’illusione della realtà, come volevano i “pittori moderni”, ma di comprendere che la realtà è una illusione».

Guarienti ormai guarda a Giorgio de Chirico e partecipa all’Antibiennale di Venezia del 1950 organizzata dal Pictor Optimus in polemica con l’arte moderna. E’ curioso sperimentatore di tutto e si incammina verso un proprio surrealismo (ma il San Gerolamo è tanto reale da essere già surreale), cerca una nuova metafisica, punta all’astrazione. Insegue la immaterialità, Guarienti, ma è sempre ancorato alla lezione dei grandi maestri del Quattrocento italiano. Cerca l’essenza della forma, sempre, sia quando dipinge nature morte, sia quando ritrae la figura, prevalentemente di donna, ma anche l’altrui e la propria. Fino a far prevalere lo spazio e le linee geometriche, e a far scomparire l’uomo. Perché è in questa scomparsa la dimostrazione che tutto evapora, tutto sparisce, e di questo bisogna essere consapevoli. Resta solo l’arte, che dalla realtà può condurci al sogno, come il mezzo realizza il fine, poiché la rappresentazione della realtà fine a sé stessa non significa nulla. E Guarienti è un visionario. Un artista che ha sempre parlato poco delle proprie opere, e che una volta, sembra davanti al dipinto Non si deve rimanere troppo a lungo lontani, richiesto di «spiegare», non esitò a dare una risposta unica e definitiva. «Un’opera – disse, e dice tutt’ora Carlo Guarienti – non deve essere spiegata. Va osservata, ammirata, vissuta. Coloro che cercano di parlare delle loro opere, che pretendono di spiegarle, non sono artisti, ma raccontano storie».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 28/10/2022

Di che pasta è fatta la storia lo dice la Giornata del pane

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Civiltà / Il 16 ottobre è l’appuntamento mondiale dedicato all’alimento simbolo dell’umanità stessa

«E’ nato nella cenere, sulla pietra. Il pane è più antico della scrittura e del libro. I suoi primi nomi sono stati incisi su tavolette d’argilla in lingue ormai estinte. Parte del suo passato è rimasta fra le rovine. La sua storia è divisa tra terre e popoli».

Meglio di così, come ha fatto Predrag Matvejević due anni prima della morte, avvenuta nel 2017, nel suo ultimo libro Pane nostro (Garzanti), sarebbe difficile inquadrare la storia del pane e del significato che esso ha per l’umanità. Il testo di Matvejević dovrebbe essere la guida spirituale e materiale sia per la Giornata mondiale del pane che si celebra il 16 ottobre, sia della Giornata internazionale per la eliminazione della povertà, il 17 ottobre.

Le due date e i due temi sono stati deliberati dall’Onu ma, almeno per quanto riguarda il pane, è stata l’Unione Europea a regolamentare bene e dettagliatamente le sue classificazioni «nobili», cioè la dop, denominazione di origine protetta, e la igp, indicazione geografica protetta. E una volta tanto, non per «dare i numeri» e stabilire la lunghezza standard delle zucchine o altre simili amenità, ma per preservare una storia, per tutelare un patrimonio immateriale e al tempo stesso un’arte antichissima, e per garantire il valore di una alimentazione corretta e consapevole. Passa da qui, dunque, anche e forse soprattutto dal pane, alimento primario per eccellenza, quella cultura materiale – come hanno insegnato Fernand Braudel, Jacques Le Goff, Piero Camporesi – senza della quale si capisce poco o nulla dei popoli e della loro storia.

L’Italia non è né l’unico, né il primo, né il più antico «Paese del pane» – visto che la panificazione e la lievitazione così come oggi la pratichiamo risalgono all’antico Egitto -, ma l’Italia è al centro del Mediterraneo e il mare nostrum è anche sinonimo di pane nostrum, pane di questo sesto continente liquido che è appunto il Mediterraneo. In più, l’Italia è ai primi posti al mondo per produzione e consumo di pane (con una netta prevalenza al Sud) e secondo l’Istituto nazionale di Sociologia rurale conta 219 varietà di pane, alle quali sono riconducibili 1.500 varianti create dagli artigiani dell’Arte bianca e dalle tradizioni popolari.

Ottenere dunque una dop o una igp è un fatto serio, sul piano del prestigio e dell’economia, dell’affidabilità e quindi, di nuovo, dell’economia. Tanto è vero che fino a oggi solo tre pani italiani godono del riconoscimento dop: la siciliana pagnotta del Dittaino, il pane toscano e il pugliese pane di Altamura, che è stato il primo, nel 2005, a ottenere il riconoscimento dop. Ed è anche il pane più noto. Altamura infatti è la Città del Pane per antonomasia. Non solo perché su 72 mila abitanti ha più di 50 panifici artigianali, ma perché produce ed «esporta» pane come nessun’altra. In quantità industriali. I panifici però diminuiscono, negli ultimi dieci anni hanno chiuso bottega venti artigiani del pane. Cosa è accaduto? Che il pane continua ad essere buonissimo, ma la dop non ha funzionato, o meglio, è stata tradita, è diventata soltanto un marchio, il veicolo pubblicitario di chi produce pane industriale e non artigianale, cosicché sono andati a farsi benedire la tradizione, la cultura materiale, l’Arte bianca e i tanti piccoli panificatori che, se producessero pane dop come vuole il curatissimo e ottimo disciplinare Ue, sparirebbero.

Cultura ed economia, dicevamo. Ebbene, il pane dop di Altamura, dice il disciplinare, è ottenuto «mediante l’antico sistema di lavorazione (lievito madre o pasta acida o sale marino o acqua) e dall’impiego di semole rimacinate delle varietà di grano duro coltivato nei territori della Murgia nord-occidentale, tra Altamura, Gravina di Puglia, Poggiorsini, Spinazzola e Minervino Murge».

Se lo si produce con il grano canadese, russo, argentino o ucraino, è buono lo stesso, ma non è dop. E costa la metà. Non solo. Matvejević (chi scrive può testimoniarlo in prima persona) esultava di fronte al disciplinare che per il pane dop prescrive di cuocerlo «in forni alimentati a legna e a gas», di impiegare soltanto «semola rimacinata di grano duro delle varietà Appulo, Arcangelo, Duilio, Simeto da sole» e di utilizzare macchine in grado di rompere «le cellule dello strato aleuronico» del chicco di grano, cioè il sottile strato di cellule tra la parte esterna (la crusca) e la parte interna (l’endosperma, o amido) «che permette di impregnare la semola rimacinata di grano duro del prezioso olio di germe».

E poi il tempo e la manualità. Il tempo di cui il lievito madre ha bisogno per riposare e crescere è incompatibile con la produzione industriale. Così come la manualità, che infatti va scomparendo per lasciar posto alla catena di montaggio di un «pane dop» che di dop ha solo il bollino e nemmeno più i fornai. Lo sanno al ministero delle Politiche agricole e dell’Alimentazione? Perché sembra che al Consorzio di tutela e alla Bioagricert, la società che dovrebbe controllare, interessino solo le «carte a posto» in vista di possibili finanziamenti dal Pnrr. Non la realtà, non il patrimonio «pane», ma le carte.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 15/10/2022 

Bibliografia

La mitologia di Matvejevic e le lezioni della farina 

Si può indicare una bibliografia minima sul pane a partire da Predrag Matvejević (Pane nostro, traduzione di Silvio Ferrari, Garzanti, 2015). Ecco i titoli: Heinrich Eduard Jacob, I seimila anni del pane. Storia sacra e storia profana (traduzione di Oreste Rizzini, Bollati Boringhieri, 2019), Nicola Caggiano, Il romanzo del pane. Alimentazione, costumi e società nella costruzione sociale del pane di Altamura (Gelsorosso, 2019), Piero Camporesi, Il pane selvaggio (Il Saggiatore, 1998), a cura di di Corrado Barberis-Istituto nazionale di sociologia rurale, Atlante dei prodotti tipici. Il pane (Rai Libri, 2000), Dario Bressanini, Pane e bugie (Chiarelettere, 2013), Oscar Farinetti, Mangia con il pane. Storia di mio padre, il comandante Paolo (Mondadori, 2015), Fulvio Marino, Dalla terra al pane (Cairo, 2021), Lucia Galasso, Storia e civiltà del pane (Espress, 2022), Enzo Marinato e Leila Salimbeni, Terra di pane. Il grande libro del pane italiano (Gallucci, 2022)

 

Michelangelo sul lago

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Dal 6 agosto al 23 ottobre in esposizione al Mag di Riva del Garda i disegni realizzati dal maestro per la Cappella Sistina. Un progetto che lega Buonarroti al territorio e al Vittoriale di d’Annunzio

Riva del Garda (Trento)

Anche negli anni in cui in totale solitudine, in una posizione innaturale e faticosa – sdraiato sui ponteggi e con la testa rovesciata sempre verso l’alto -, Michelangelo affrescava la volta della Cappella Sistina, si firmava ostinatamente «Michelangelo scultore». E non mancava mai di ribadire un concetto per lui fondamentale: «Io intendo scultura – diceva – quella che si fa per forza di levare; quella che si fa per via di porre è simile alla pittura». Però Michelangelo «dipinge» la Cappella Sistina, e tuttavia si firma «scultore». Un paradosso solo apparente. Se si osservano i suoi disegni, infatti, che furono il suo strumento più potente e versatile, il paradosso non esiste più.

«Il disegno, pur se finalizzato alla pittura, è il fondamento della scultura», dice Vittorio Sgarbi. «Il disegno è il “padre” delle tre arti “sorelle”, pittura, scultura e architettura», sostiene Cristina Acidini. «I disegni preparatori per le pitture della Cappella Sistina sono dei capolavori», afferma Alessandro Cecchi. Sgarbi, Acidini e Cecchi sono rispettivamente l’ideatore e i curatori della mostra Michelangelo e la Cappella Sistina nei disegni autografi di Casa Buonarroti (Museo dell’Alto Garda, dal 6 agosto al 23 ottobre).

Vedere in originale i disegni di Michelangelo esposti al Mag, nella splendida Rocca di Riva del Garda, significa concedersi il privilegio di entrare nella testa di Michelangelo. I disegni autografi del sommo artista provengono dalla Fondazione Buonarroti di Firenze, che in totale ne possiede 203, 75 dei quali con soggetti di figura. Si tratta della collezione grafica più ricca del mondo nonostante tutti gli altri disegni autografi di Michelangelo finiti al Louvre, al British Museum e all’Ashmolean Museum di Oxford.

La mostra del Mag propone i 17 disegni che Michelangelo realizzò per la decorazione della Volta e del Giudizio finale della Cappella Sistina (sono i soli rimasti, perché gli altri, centinaia, si sono persi o sono stati distrutti dallo stesso Michelangelo), due disegni di suoi allievi destinati allo stesso scopo, dieci meravigliose incisioni (la «fotografia» di allora) di scene dell’opera michelangiolesca eseguite da Giorgio Ghisi e una incisione della intera Cappella Sistina di Francesco Barbazza su disegno di Francesco Panini.

Queste opere in Italia sono state esposte una volta sola, nel 2012 a Roma, nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, alla Camera dei Deputati. Riproporli oggi in un museo come il Mag – che ha anche una sezione archeologica molto interessante e una sezione dedicata alle attività dei  bambini – è una precisa scelta di politica culturale: poiché tutto ciò che Michelangelo non terminava, preferiva distruggerlo, diciamo che non sarebbe stato il massimo presentare disegni praticamente sconosciuti senza avvalersi del «sostegno» di studi tradotti in testi chiari ed esaustivi come quelli in catalogo, i cui autori sono Alessandro Brodini, Elena Lombardi, Marcella Marongiu, Pina Ragionieri e i già citati curatori e ideatore della mostra.

C’è però anche un’altra ragione, questa tutta «sgarbiana», che ha voluto Michelangelo in riva al Garda: Sgarbi ha voluto «legarlo» a chi, su questo stesso lago, nell’ultimo secolo, ne aveva in modi diversi fatto il proprio ideale e il proprio oggetto di culto. Com’è avvenuto agli inizi del Novecento a Gardone Riviera, tre quarti d’ora d’auto da Riva del Garda, dove il grande storico dell’arte tedesco Henry Thode – specialista di Michelangelo e del Rinascimento – acquistò Villa Cargnacco, facendone, anche, il proprio tempio michelangiolesco. Dopo la Prima guerra mondiale, nel 1920, il governo italiano sequestrò la villa di Thode, con l’intero patrimonio artistico e librario che conteneva, e la donò a Gabriele d’Annunzio. Il quale la trasformò nel noto Vittoriale, arredandola subito con calchi di Fidia e di Michelangelo e rivelando un particolare amore per quest’ultimo, in verità risalente già agli anni giovanili, al punto di definirlo «mio reale genitore».

La suggestione del «triangolo» Michelangelo-Thode-d’Annunzio sul Garda aiuta a percepire al meglio tutta l’energia che Michelangelo riversava nei suoi disegni e lo studio, il tormento, la solitudine di un artista che era consapevole di aver già tutto disegnato nella propria testa, e cionondimeno combatteva con sé stesso per renderlo alla perfezione fin dal momento in cui usava la matita su un foglio di carta. Ma è anche un «triangolo» che sicuramente si rivelerà utile a ciò che sta più a cuore al Mag e alla Provincia Autonoma di Trento, e cioè attirare qui il turismo culturale grazie ad altre mostre come questa, che non possono che aggiungere fascino all’incanto del lago.

Michelangelo affrescò la Volta Sistina tra il 1508 e il 1512, e solo ventitré anni dopo, tra il 1535 e il 1541, dipinse il Giudizio finale. Tre PapiGiulio II, Leone X e Clemente VII –, in mezzo il Sacco di Roma del 1527, e lui, Michelangelo giovane e poi Michelangelo maturo, sempre lì, fino a quando l’opera non fosse conclusa, i suoi disegni trasferiti sui muri e l’horror vacui della incompiutezza finalmente sconfitto. Dal disegno su un foglio, poi passato in scala perfetta sul cartone da posare sul muro, fino all’affresco grandioso: sempre figure umane impressionanti, nemmeno nei libri di anatomia così incredibilmente plastiche, elastiche, dinamiche, vitali. Lo spiega bene Pina Ragionieri quando, citando Luciano Berti, commenta per esempio il disegno Studio di braccio per una figura della Volta Sistina e ne sottolinea «il tratto assai energico, l’uso plastico del chiaroscuro, il disegnar scolpendo… un avambraccio destro steso in orizzontale che, pur nella sua posizione statica, è carico di vitalità».

In quel «disegnar scolpendo» c’è tutto l’artista Michelangelo e tutto l’uomo Michelangelo: più artista di tutti gli altri artisti, uomo come tutti gli altri uomini.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/8/2022

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