Sono africani ed europei i nuovi schiavi nei campi: un euro a quintale

1 commento

Quindici province assorbono il 50,6% della manodopera agricola straniera: Foggia al primo posto. A maggio via libera all’ingresso di 13 mila stagionali non comunitari


FOGGIA
Lavorare in nero, cioè senza uno straccio di contratto, o in grigio, con un contratto finto, da cui risulti un salario doppio o triplo di quello reale è una pratica molto ben collaudata nei grandi lavori stagionali agricoli. Specialmente nel Sud Italia.
Nelle campagne questo sfruttamento grigio-nero è molto più «nero» che grigio. Per il colore della pelle della maggioranza dei lavoratori. Per la fatica bestiale che richiede, non meno di 10-12 ore sotto il sole cocente, con paga «a cottimo», 3 euro per ogni cassone di 3 quintali di pomodori. Per gli abusi d’ogni tipo sulle persone, che nei confronti delle donne sono ovviamente abusi sessuali. Per il taglieggiamento continuo sui lavoratori: la percentuale di 50 centesimi per ogni cassone di pomodori; il «biglietto» di 5 euro a cranio per il trasporto sul luogo di lavoro, stipati anche in quindici in furgoni e in utilitarie; il «contributo» di un euro su ogni bottiglia di acqua per dissetarsi.
Secondo i dati dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, 15 province italiane assorbono il 50,6 per cento della manodopera agricola straniera e, tra queste, la provincia di Foggia è al primo posto, con il 6,4 per cento. Il Tavoliere è dunque soltanto il picco più alto di questo infinito dramma, che nonostante i proclami è l’unica «filiera» agricola che funzioni davvero. Una «filiera» in cui vengono triturati non solo i neri africani concentrati in ghetti come quello di Rignano Garganico, che è solo il più grande e il più mediaticamente efficace, ma anche i bianchi europei della ex Europa dell’Est – romeni e bulgari su tutti -, che fanno i «pendolari» e terminata la stagione «da neri» tornano in patria, con qualche euro e molte umiliazioni in più.
L’emergenza quindi è stabile, endemica, aggravata dall’aumento di offerta di manodopera dovuta ai sempre più numerosi arrivi di clandestini e di rifugiati richiedenti asilo in cerca di lavoro. Tutto questo è manna per i «caporali» e per la grande distribuzione agroalimentare. Anche per i produttori, certo, ma questi, se non sono latifondisti, sono in qualche modo anch’essi vittime della «filiera», perché i prezzi del prodotto li fa la distribuzione, e il produttore, «per stare nei costi», si risolve a impiegare la manodopera arruolata dai caporali. Non solo. C’è poi la burocrazia, che spesso e volentieri, per concedere agli immigrati il permesso di soggiorno si ostina a chiedere loro «la residenza» (che non c’entra nulla), così da alimentare tutta una compagnia di giro – composta da avvocati, consulenti, cooperative di servizi vari – che procaccia e vende contratti di affitto e documenti di varia natura che gli immigrati comprano per non diventare «fuorilegge».
E così un altro giro di giostra ricomincia. Fino al prossimo «caso umano», alla «scoperta» del prossimo ghetto, alla solenne istituzione del prossimo «Tavolo istituzionale interforze permanente contro l’illegalità e il lavoro nero» (nientedimeno). Ma strutture da campo mobili e temporanee per i lavoratori stagionali, con permesso di soggiorno e garanzia del diritto alla salute, con costi di residenza e trasporto anche a carico della grande distribuzione e delle organizzazioni dei produttori, no? Una cosa del genere, la fece Jacob Fugger ad Augusta, nel 1516. Non era Mao Zedong, ma uno dei più grandi capitalisti dell’età moderna.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27 agosto 2015

“BEATO CHI HA FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA PERCHÉ SARÀ GIUSTIZIATO”

2 commenti

Ex giornalista del Manifesto lancia un sito per tenere sotto tiro i magistrati. «Fui il primo al mondo a venir querelato da Di Pietro e dal pool Mani Pulite».
Già manovale nelle Fs, è stato per 36 anni cronista in tribunale a Milano. «So di giudici che copulano in camera di consiglio».


Nonostante le generalità da boss mafioso italoamericano, peraltro conformi al luogo di nascita (New Haven, Connecticut), Frank Cimini è riuscito a vivere per 36 anni a piede libero all’ interno del Palazzo di giustizia di Milano, esercitandovi l’ arte di cronista giudiziario. Il prolungato contatto con i magistrati lo ha indotto a coniare una massima su calco del Discorso della Montagna, il che è sorprendente, trattandosi di un ateo: «Beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato». Forte di questo convincimento, ha fondato su Internet un seguitissimo blog dal titolo coerente, Giustiziami.it, in cui la sigla automobilistica del capoluogo lombardo trasforma il potere del diritto in un imperativo robespierriano.
Nell’ avventura ha coinvolto Manuela D’Alessandro, che da otto anni batte il tribunale per conto dell’Agenzia Italia: «Bravissima. Insieme con Jari Pilati, collega della Rai, la mia più degna erede. Eppure è ancora precaria, l’Agi non si decide ad assumerla con regolare contratto». Giustiziami.it è cliccatissimo da quando ha narrato la guerra fra il procuratore generale Edmondo Bruti Liberati e il pm Alfredo Robledo, meritandosi una menzione speciale del premio Guido Vergani.
Lo scoop più sapido servito di recente riguarda il processo iniziato il 19 giugno a carico di Selvaggia Lucarelli, la blogger transitata dalle pagine di Libero a quelle del Fatto Quotidiano, ribattezzato Manette Daily da Cimini.
Una brutta storia che vede alla sbarra anche la giornalista Guia Soncini e Gianluca Neri, alias Macchianera, curatore dell’omonimo blog, e che sulla stampa sarebbe passata sotto silenzio se Giustiziami.it non avesse pubblicato sul Web capi d’ imputazione e retroscena.
Secondo l’accusa, ci sarebbero in ballo password violate e accessi abusivi alle caselle di posta elettronica di Mara Venier, Sandra Bullock, Scarlett Johansson, Federica Fontana e altre star, per conseguire «un profitto consistente nella vendita di fotografie e di informazioni o conversazioni personali» o «comunque al fine di arrecare danno a Elisabetta Canalis».
Irrimediabilmente in preda alla sindrome di Stoccolma, invece di godersi la pensione agguantata dopo un tormentato percorso professionale, Cimini continua a frequentare il fascistissimo tempio razionalista in corso di Porta Romana, eretto negli anni Trenta da Marcello Piacentini, l’architetto prediletto dal Duce.
Del primo giorno in cui vi mise piede, ricorda la parola d’ordine (ancor oggi richiesta in sala stampa a tutti, uomini e donne indistintamente) coniata da Annibale Carenzo, il decano dei cronisti di giudiziaria, che ha lavorato una vita per l’Ansa e che a 82 anni ancora bazzica il tribunale dal lunedì al venerdì: «Come ce l’hai?». La risposta di rito fu purtroppo usurpata da Umberto Bossi in un comizio pronunciato nel febbraio 1991 a Pieve Emanuele: «La Lega ce l’ha duro».
Ciò consentì allo sfrontato Cimini di chiedere allo stesso Bossi, reduce da un interrogatorio sulle tangenti Enimont: «Ma fra lei e Antonio Di Pietro, chi ce l’ha più duro?». La risposta del segretario leghista, madido di sudore, fu: «Ce l’abbiamo duro uguale».
Ecco, se c’ è una benemerenza di cui Frank Cimini va orgoglioso è quella di essere stato il primo giornalista al mondo a venir querelato dal pubblico ministero molisano e dall’intero pool di Mani pulite, nelle persone di Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo.


«Era il 28 aprile 1993. Avevo scritto che Cesare Romiti non era stato arrestato perché i manager della Fiat si erano accordati con i magistrati per non finire in galera. Il pool reagì con causa civile e richiesta di danni: 400 milioni di lire. Vinse in primo grado. L’astuto Di Pietro preferì incassare un adeguato indennizzo dal mio editore. I suoi colleghi persero in appello. Come sia finita in Cassazione, non lo so».


Come finì dal Connecticut a Milano?
«Mio nonno Francesco andò negli Stati Uniti a estrarre carbone. Nel 1930 mio padre Luigi emigrò a sua volta da Minori, costiera amalfitana, a New Haven, per fare il parrucchiere. Nel 1952 tornò al paesello e conobbe Trofimena. Si sposarono e partirono per gli Usa, dove l’ anno dopo nacqui io. Rimanemmo là fino al 1959, quando papà rientrò per sempre in patria. Nel 1975, con 70.000 lire in tasca, salii a Milano perché avevo vinto un concorso nelle Ferrovie».


Qualifica?
«Manovale. Ma, più che per i treni, stravedevo per i giornali. Ero sempre nella redazione del Manifesto, in via Valtellina. Alla fine il povero Walter Tobagi, che era mio amico, mi suggerì di fare causa. Vinsi e fui liquidato con 400.000 lire al mese per due anni».


Stipendiato per non lavorare.
«Militando nella sinistra extraparlamentare, cominciai a occuparmi di carceri. Entrai in Soccorso rosso. Dirigevo Controinformazione. Dopo l’arresto del responsabile Emilio Vesce, prestai anche la firma ad Autonomia, la testata del gruppo padovano di Toni Negri».


Ma nei giornali veri come ci arrivò?
«Con una sostituzione estiva di due mesi al Gazzettino di Venezia, diretto dal democristiano Gianni Crovato. E poi con un contratto come corrispondente da Milano per l’Aga, l’agenzia di stampa legata a Confindustria».


Bella serpe in seno, si sono allevati.
«Scopro la giudiziaria grazie a Marco Borsa, che mi assume nel neonato Italia Oggi. Primo scoop: un paginone dedicato a ex militanti di Lotta continua che aprivano locali sui Navigli, tipo Le Scimmie, pagando in nero i dipendenti. Pasquale Nonno nel 1987 mi assume al Mattino di Napoli, dove rimango, con base a Milano, fino al 2012».


Il suo barbone è anarchico o cheguevariano?
«Tutt’e due. Non lo taglio dal 1986».


Come manovale prestato al giornalismo che studi ha avuto?
«Ho abbandonato il liceo scientifico in quarta. Per iscrivermi all’albo ho dovuto sostenere l’ esame di cultura generale. E dire che Di Pietro è meno intelligente di me. Stiamo parlando di un arrampicatore sociale che s’è trovato al posto giusto nel momento giusto. Ambiva a far carriera ed è stato usato dalla sua corporazione per accontentare le masse, vogliose di vedere in prigione i politici ladri. La magistratura ne ha approfittato per prendersi il potere. Dopodiché, Di Pietro si è candidato guardacaso nell’unico partito uscito indenne dalle sue indagini. I magistrati non sono meglio dei politici. Anzi, la mia personale opinione, dopo averli visti all’opera, è che siano molto peggio».


Se ho ben capito, secondo lei certa magistratura non sarebbe faziosa per pregiudizio politico bensì per avidità di potere.
«Esatto. Non c’ entrano né le toghe rosse né l’ideologia. I magistrati puntano solo ad avere un potere superiore a quello dei parlamentari. Per conquistarlo, hanno ottenuto lo stravolgimento dello stato di diritto con la legge sui pentiti, una vergogna che ha esteso i suoi effetti perversi dai processi di mafia a quelli politici. Persino Alfredo Rocco, guardasigilli del governo Mussolini e autore del codice penale tuttora vigente, era contrario alle leggi premiali perché sosteneva che non bisogna favorire la delazione nemmeno fra scellerati. Che poi ‘sti pentiti sono furbissimi. Leggono i giornali, guardano la tv, capiscono al volo ciò di cui i magistrati hanno bisogno e gli scodellano su un piatto d’argento che dietro le stragi c’erano Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri».


Ha seguito tutte le traversie giudiziarie del Cavaliere?
«Fin dai tempi della contesa con Carlo De Benedetti per la Mondadori. Avevo chiesto che fosse affidato in prova ai servizi sociali presso il nostro sito. Almeno in sala stampa ci saremmo divertiti a parlare di figa. Ma lui ha preferito andare dai vecchietti».


Dovrebbe moderare il linguaggio.
«È lo stesso invito che mi rivolse Bruti Liberati, sorridendo, in giorno in cui gli dissi che stava processando Berlusconi per un pelo di quella cosa lì».


Ha un buon rapporto con il procuratore capo di Milano?
«Lo conosco da quando simpatizzava per il Manifesto. Però non mi ha invitato alla festa di compleanno nel giardino di casa sua, dove c’era solo la metà dei pm, e senza coniugi, perché tutti non ci stavano. Si è bevuto benissimo, mi dicono».


Giustiziami.it descrive il Palazzo di giustizia come un lupanare.
«Racconto ciò che ho visto. Come in tutti i luoghi di sofferenza, in tribunale si tromba. Anche negli ospedali, sa?».


So, so.
«C’era un collega che tutti i pomeriggi fornicava nella cabina di regia della postazione Rai in sala stampa. E quante chiavate in camera di consiglio, dove il giudice presidente, il giudice a latere e i sei giurati popolari hanno a disposizione le brande per quei processi in cui la sentenza va per le lunghe».


Non starà romanzando?
«Potrei farle i nomi di un presidente che copulò in camera di consiglio con la sua giudice a latere, ma a che servirebbe? Mica li può pubblicare. È accaduto anche fra due giudici, uomo e donna, in un processo di primo grado a Berlusconi. Non lo dica all’ interessato».


E lei?
«Ho sempre resistito alle tentazioni, a cominciare da quella per una pm dai capelli ramati che anni fa, in Sardegna, ebbi la fortuna di vedere in bikini. Proprio una bella topa».


Qui finisce con una querela.
«Se usa l’imperfetto, scrivendo che “era” una bella topa, può giurarci».


Una pagina del sito s’intitola Camera di coniglio anziché di consiglio.
«Ci piace lo sberleffo. Ma i contenuti sono seri. Siamo stati gli unici a scrivere che la Procura ha applicato una moratoria sull’Expo, con tanti saluti all’esercizio obbligatorio dell’azione penale.
Eppure si tratta di un’inchiesta ben più rilevante di Mafia capitale. È evidente che, a Expo in corso, i magistrati hanno preferito astenersi per carità di patria in base a una valutazione di tipo politico».


Che cosa glielo fa dire?
«Non lo dico io. Se lo dicono fra di loro. Di recente la Procura di Brescia ha prosciolto Bruti Liberati per aver archiviato l’esposto di un esponente della Lista Bonino-Pannella, scrivendo che “alcune remore del procuratore appaiono caratterizzate da valutazioni di natura squisitamente politica”. Più chiaro di così».


Esiste una categoria che abbia più potere dei magistrati?
«No, neppure l’alta finanza, perché loro sono gli unici che possono sbatterti in galera e tenertici a vita. Usano i codici come se fossero carta igienica. Colpa della sinistra, la quale da decenni pensa che il mondo debba cambiarlo la magistratura. Ma quando mai il diritto ha modellato la società? Tocca alla politica farlo. Invece la politica è assente. È un gravissimo deficit di democrazia».


Mi sembra puerile ritenere che le toghe spadroneggino solo in Italia.

«Infatti la giustizia ha i suoi problemi ovunque. Ma la politicizzazione che esiste da noi non ha paragoni in Occidente. Con l’aggravante che viene negata. Negli Stati Uniti i magistrati sono eletti, quindi rispondono al popolo. Ma qui a chi rendono conto, visto che sono assunti per concorso?».


Rimedi?
«Abolire l’ obbligatorietà dell’azione penale e separare le carriere di pubblici ministeri e giudici. Campa cavallo».


L’avrà pure incontrato un magistrato simpatico, in tanti anni di lavoro.
«Antonio Bevere. Adesso è in Cassazione. A Milano invitava i cronisti a casa sua e ci cucinava pizza e pasta».


Che doti deve avere un cronista giudiziario?
«Deve pensare con la propria testa, essere autonomo dai magistrati. Oltre a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, bisognerebbe separare quelle di magistrati e giornalisti, che spesso procedono di pari passo. Tant’è che i processi si celebrano prima sulla stampa che in tribunale».


Comoda la vita del cronista che può attingere ai faldoni della Procura.

«Basterebbe una riformina semplice semplice: se da una Procura escono carte che sono a disposizione della sola accusa, il magistrato titolare dell’indagine subisce un procedimento disciplinare davanti al Csm. E poi si dovrebbe proibire la pubblicazione dei nomi dei pm sui giornali. Così cesserebbero le smanie di protagonismo di certe toghe».


Che cosa consiglia a un giovane agli esordi in questa professione?
«Di avercelo duro».


Stefano Lorenzetto, il Giornale, 14 agosto 2015

La fine di tre braccianti tra uva e pomodori nei campi della Puglia

1 commento

Polignano a Mare (Bari)
Sono tutti deboli di cuore e di salute cagionevole i braccianti che in Puglia muoiono come le mosche, come nemmeno ai tempi di Peppino Di Vittorio e delle sanguinose lotte per i diritti dei braccianti e per l’occupazione delle terre incolte? In meno di un mese, ne sono morti tre. Due stranieri e un’italiana. Abdullah Mohammed, sudanese, 47 anni, muore per infarto a Nardò (Lecce) mentre raccoglie pomodori. Paola, tarantina, 49 anni, muore ad Andria in una vigna, durante la “acinellatura” dell’uva, le mani che come macchinette tolgono gli acini piccoli ai grappoli per farli cresce più grandi e più belli. E l’altro ieri Zaccaria, tunisino, 52 anni e quattro figli, da trenta in Italia, affettuosamente ribattezzato Zaccaro a Fasano, dove viveva, morto pure lui per infarto a Polignano, il paese del “Blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, subito dopo aver finito di caricare cassette di uva su un tir. Tutti e tre morti sotto un sole che avrebbe fatto stramazzare anche i leoni della savana.
Nonostante un secolo di battaglie a tutela della salute e dei diritti dei lavoratori, nelle campagne pugliesi e in tutto il Sud sembra di essere tornati all’Ottocento. I contratti collettivi di lavoro sono grida manzoniane. Si lavora senza contratto, in nero, come Abdullah. O in grigio, con buste paga in cui è dichiarato un salario doppio o triplo di quello realmente percepito. Oppure, se si muore come Paola, è sufficiente il responso dei medici del 118, “cause naturali”, affinché il pm, senza nemmeno disporre l’autopsia, chiuda il caso. Poi, succede che muoia anche Zaccaria, ma lì è subito chiaro che si tratta d’infarto, e allora qualcosa bisogna pur fare: vertici, incontri, dichiarazioni angosciate, indagini com’è d’uopo, e poi anche la verifica della regolarità dell’assunzione di Zaccaria. Giuseppe De Leonardis, segretario regionale della Flai-Cgil, dice che in Puglia, e cita proprio Polignano, “impera il lavoro sommerso e nessuno assume e paga come dovrebbe”. Vedremo. Intanto, snocciola dati che provengono dal ministero del Lavoro e qui c’è poco da fare gli struzzi, si può nascondere la testa sotto la sabbia fin che si vuole, ma se i lavoratori agricoli iscritti negli elenchi anagrafici sono 185 mila e quelli arruolati nelle campagne non sono meno di 250 mila, vuol dire che ce ne sono 65 mila che o lavorano in nero oppure sono fantasmi.
Allo stesso modo, risulta difficile spiegarsi come mai, su 40 mila aziende agricole con meno di 5 dipendenti, le Direzioni territoriali del lavoro (gli ex Ispettorati, soppressi nel 1997) abbiano effettuato solo 1.818 ispezioni, mentre sono molto più solerti, e diciamolo pure: vessatori, nello stangare la bottega, il negozietto, la microazienda se sgarrano di un millimetro, che si tratti del famigerato scontrino di pochi euro o di altre risibili minuzie. D’altra parte, la Puglia è la regione in cui per anni l’Ilva, il siderurgico più grande d’Europa, non ha pagato un euro di Ici, evadendola per centinaia di milioni, e nessuno s’è preso mai la briga di andare a controllare.
Che tutto questo, poi, accada in una Regione che negli ultimi dieci anni è stata governata dalla sinistra “radicale”, è ancora più singolare. E infatti De Leonardis non lo nega e non si sottrae.
“Purtroppo – dice il sindacalista – i provvedimenti legislativi contro il lavoro nero e sottopagato adottati dalle giunte Vendola si sono rivelati inefficaci. Le aziende che non applicano i contratti, per esempio, non dovrebbero avere diritto a finanziamenti pubblici, e invece continuano a percepirli”. E così la giostra continua. Le grida manzoniane per la propaganda e l’ipocrisia sociale per i voti e il quieto vivere. Anche perché questi lavori pesanti gli italiani non vogliono farli più. E nemmeno i meridionali, visto che c’è sempre qualcun altro, ancora più meridionale di loro, che per sopravvivere accetta 52 euro al giorno sulla carta e 25 nella realtà. Se va bene. E se è ancora vivo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 7 agosto 2015

Vendola rinviato a giudizio per il disastro ambientale di Taranto non ci fa gioire, ma dovrebbe sparire dalla sfera pubblica insieme con quelli che lo hanno protetto e coccolato come fosse un “giusto”

3 commenti

Nicola Vendola rinviato a giudizio dal gup di Taranto, Vilma Gilli, per concussione aggravata in concorso con altri in relazione al disastro ambientale di Taranto causato (anche, ma non solo) dall’Ilva, l’acciaieria più grande d’Europa, non è una notizia, almeno non per me.
Sei anni fa, nel mio libro La città delle nuvole, ho scritto questo e altro. Quindi, che oggi si venga a sapere delle “pressioni” dell’ex presidente della giunta regionale di Puglia su Giorgio Assennato, direttore dell’Arpa (Agenzia regionale di protezione ambientale), per “ammorbidire” i controlli (da sempre inesistenti) sulle massicce emissioni cancerogene del siderurgico, non mi stupisce, né mi emoziona, né mi indigna.
Per la semplice ragione che questi sono tutti sentimenti che ho provato a tempo debito, non a scoppio ritardato. Li ho provati quando in compagnia di pochi ho scelto di stare dalla parte dei bambini di Taranto malati di leucemia. Dei bambini, lo confesso, non dalla parte degli adulti, che il diavolo se li porti via. Compreso quel “mite” Assennato, direttore di un organismo inutile, l’Arpa, al quale una sera, durante un incontro pubblico sul tema, nel salone della Provincia di Taranto, dissi pari pari le cose che state leggendo adesso, ricevendone come risposta il balbettio tipico di chi teme per il proprio cadreghino.
Oggi, quindi, non gioisco per il rinvio a giudizio di Vendola, che per me sarà sempre giudiziariamente non colpevole fino a sentenza definitiva, ma che è politicamente, amministrativamente (cioè, come uomo di governo), moralmente e personalmente colpevole per aver sempre saputo del disastro di Taranto, per non aver fatto nulla per affrontarlo, per aver fatto invece tanto per occultarlo e, la cosa peggiore di tutte, per averci “campato” sopra, fingendo di volerlo risolvere, lacrimando come un coccodrillo dovunque ne avesse l’occasione e approvando leggi-truffa come la legge regionale cialtronescamente definita “legge anti-diossina”. Questa legge si è poi rivelata subito un imbroglio, un calcolato abuso della credulità popolare, dato che spacciava una grida manzoniana – prevedendo controlli a ore, o a giorni, o a settimane, o a mesi alterni – per un serrato monitoraggio delle emissioni, 24 ore su 24, che invece non c’è mai stato.
Vendola è un cialtrone, e questo l’ho già detto e scritto tante volte. Un cialtrone che ha potuto impunemente, grazie ai suoi compagnucci magistrati, definirmi “diffamatore professionale”, senza che io abbia mai riportato una condanna una per diffamazione a mezzo stampa (e quand’anche? avrebbe sminuito la sua cialtroneria di un pollice, se da giornalista fossi incappato in una qualche condanna del genere?). Ma Vendola è un cialtrone che ha potuto impunemente agire come fin’ora ha fatto anche grazie ai giornalisti, alle “icone” della libera informazione del piffero, ai randellatori “anti-sistema” secondo convenienza propria e secondo il calendario e le partiture delle alleanze, dei sondaggi e degli emolumenti.
Parlo di Santoro, che a Vendola stendeva il tappetino rosso nella sua trasmissione e sull’Ilva lo faceva passare per martire. Parlo di Travaglio, che a Vendola non faceva le domande che qualunque buon giornalista avrebbe fatto, perché – si giustificava il castigatore di questa cippa -, mica il tema della trasmissione era la Puglia… Parlo di Mieli, che era mio direttore quando Vendola telefonava al mio giornale per farmi dare “una calmata” (le telefonate non le prendeva Mieli, ma un suo vice, però Mieli sa come stanno le cose), lo stesso Mieli che oggi vedo darsi pacche sulle spalle con Vendola sul palco di una delle tante manifestazioni “culturali” estive… Parlo di Di Pietro, che impallidì, un giorno di giugno del 2009, quando dissi queste cose pubblicamente a Terlizzi, il paese di Vendola, e prese le distanze da me proprio fisicamente (meno male, avvertivo già i sintomi della contaminazione)… Parlo di Grillo, che prima attacca Vendola, poi lo appoggia alle Regionali, poi finge di attaccarlo di nuovo, e via così, secondo quanto suggeritogli dai Casaleggios’ per auricolare, come faceva Boncompagni con le ragazzotte di “Non è la Rai”… Parlo di Roberto Natale, sconosciuto ai più, ma già ai vertici della Fnsi, il sindacato dei giornalisti (pfff…), che ebbi modo di sbugiardare, sempre su questi temi, non certo per fatto personale, persino davanti alla platea di un congresso nazionale della Fnsi a Bergamo, qualche anno fa, e che poi è stato premiato come damo di compagnia della Boldrini, prima all’ufficio stampa e poi portavoce della presidente della Camera dei deputati. E parlo anche di Pulcinella, ovviamente (chiedo scusa alla grande maschera partenopea), cioè il sindaco di Napoli, de Magistris, quello che definiva Vendola “Wanda Osiris” (questo sì, un tonfo di stile che la dice lunga su cosa succeda dietro le quinte di qualunque teatro della vita) e che poi assieme a lui ha fatto campagne elettorali e manifesti programmatici e ogni altra ruffianeria acchiappavoti.
Vendola è stato protetto, o trattato con riguardo, o coccolato, fate voi, da parte di tutti costoro (risparmio i nomi dei magistrati, occuperebbero troppo spazio). Che un tribunale della Repubblica italiana oggi – quando non è più “governatore”…- lo rinvii a giudizio, a me non toglie e non aggiunge nulla. E’ un altro “tribunale” (anche se il termine non mi garba) che dovrebbe giudicarlo, per Taranto e per la Puglia. Ma questo tribunale ancora non funziona, perché la politica è a terra, con le gomme sgonfie, e l’uso della ragione degli individui è solo un disperato clic sul web. Se quel “tribunale” funzionasse, senza carcere e senza manette, senza gendarmi e senza vendette, Vendola tornerebbe da dove è venuto. Al nulla. E con lui, tutti gli altri.

Libero calcio in libera Olanda. La rivoluzione kantiana di Michels

Lascia un commento

Il gioco rivoluzionario dell’Ajax nasce dall’anima di un Paese che ha conquistato terra al mare


LO-SPAZIO-DELLA-LIBERTA


Se sei un bambino con un pallone, per essere davvero felice hai bisogno di spazio per giocare. E se quello spazio non ce l’hai, te lo vai a cercare, lo occupi. E lo condividi con i tuoi compagni, in maniera tale che in quello spazio, nel tempo a vostra disposizione, tutti possiate giocare e divertirvi al meglio delle vostre possibilità.
Se sei un bambino, non sai nulla di questa relazione spazio/tempo, che appassiona fisici e filosofi. Giochi a pallone e basta. Anche se quella relazione la applichi lo stesso, in modo istintivo.
Ma se sei un ragazzo olandese degli anni Sessanta e giochi nell’Ajax di Amsterdam allenato da Rinus Michels, quel rapporto spazio/tempo si rivela la strada migliore per inseguire un sogno, o per realizzare un’utopia, senza però rinunciare alla fantasia e alla libertà. Esaltandole.
Perché in Olanda? Per la semplice ragione che da sempre, lì, spazio non ne hanno mai avuto tanto e l’hanno dovuto «rubare» al mare, 7 mila chilometri quadrati di acqua salata diventati terreni coltivabili. Sul rettangolo di gioco, da Michels in poi, gli olandesi hanno ragionato allo stesso modo. Occupare lo spazio, «agirlo», rende liberi. E fa felici anche i giocatori, che, vittoriosi o sconfitti, si saranno divertiti lo stesso e avranno di sicuro divertito il pubblico.
E’ in questo l’essenza della rivoluzione olandese nel calcio raccontata con passione e precisione da Fabrizio Tanzilli ne Lo spazio della libertà (ed. Ultra, 160 pagine, 16 euro). Una rivoluzione che dal profeta Michels a oggi ha continuato ininterrottamente a produrre i suoi frutti deliziosi e a far sbocciare campioni, in Olanda, in Inghilterra, in Italia, ma soprattutto in Spagna e, da ultimo, in Germania. Lungo un asse geopolitico-calcistico che in questo mezzo secolo ha reso simili per mentalità Amsterdam, Barcellona, Milano, Nottingham e gravita, oggi, intorno a Monaco di Baviera. Dove predica l’allenatore del Bayern, Pep Guardiola, l’ultimo profeta, ma solo in ordine di tempo, di quella che ormai è una rivoluzione permanente.
Tanzilli la definisce un po’ troppo enfaticamente «rivoluzione kantiana» (secondo il gioco un po’ abusato di trasformare personaggi dello sport in filosofi e scrittori, e viceversa), ma, al di là della non essenziale questione se Michels e gli altri abbiano letto Kant, coglie nel segno quando rappresenta come espressione della medesima scuola di pensiero il lavoro e le idee di gente come Louis Van Gaal, Brian Clough, Johan Cruijff, Arrigo Sacchi, oltre ai già citati Michels e Guardiola e a tutti i campioni che hanno saputo interpretarne gli insegnamenti, da Jan Jongbloed, il portierone «strano» della super nazionale olandese del 1974, a Marco Van Basten, un altro olandese, ma esploso con l’italiano Sacchi.
Certo, i protagonisti de Lo spazio della libertà hanno tutti vinto trofei su trofei, ma avevano a disposizione squadroni e fuoriclasse. Però se si pensa a ciò che è riuscito a fare uno come Zdenek Zeman in posti che si chiamano Foggia e Pescara, ma anche a Roma, con entrambe le squadre cittadine, si capirà fino in fondo il valore della rivoluzione raccontata da Lo spazio della libertà, dove Zeman avrebbe dovuto avere, appunto, un suo, anche piccolo spazio.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20 luglio 2015

Il terribile segreto dei fidanzatini assassinati a Policoro

Lascia un commento

CONTROSTORIA / I due ragazzi furono trovati morti il 23 marzo 1988. Varie ipotesi, ma si escluse l’omicidio
Il romanzo-verità “Aspettando giustizia” di Angelo Jannone (edizioni Secop)


Jannone libro


Dal 23 marzo 1988 a oggi sono passati poco più di ventisette anni. Tanti. Troppi. Ma anche un tempo, purtroppo, perfettamente «nella media», almeno per tutti quei delitti italiani ancora avvolti dal mistero e candidati all’oblio. Quel giorno, Luca Orioli e Marirosa Andreotta, «i fidanzatini di Policoro», vent’anni lui e ventuno lei, vennero trovati cadaveri nel bagno della casa della ragazza, a Policoro, Basilicata, sulla costa jonica.
Un incidente, dissero subito medici legali, periti, magistrati, avvocati, polizia, preti, politici, e anche la famiglia della ragazza. Una disgrazia, dissero sempre all’unisono gli stessi soggetti, causata da elettrocuzione, o da folgorazione, o da intossicazione di monossido di carbonio, o insomma da quel che vi pare, purché fosse una qualunque altra causa che non facesse pensare al duplice omicidio.
I genitori di Luca Orioli, Giuseppe e Olimpia, non credono a questa versione e il papà per cinque anni, tutti i giorni, va nella stazione dei carabinieri di Policoro, si siede e aspetta. Finché un giorno arriva il nuovo capitano, Salvino Paternò, e gli chiede chi è, cosa ci fa lì, cosa vuole e perché tutti i giorni aspetta immobile sulla stessa sedia in sala d’attesa.
Il romanzo-verità Aspettando giustizia, di Angelo Jannone (Secop, 208 pagine, 13 euro, vincitore del premio Rosario Livatino 2015) comincia da qui, da un’attesa lunga, infinita, assurda, per una giustizia che non è arrivata mai e chissà se mai arriverà, tra depistaggi acclarati, false testimonianze e false perizie, clamorose manomissioni della scena del delitto e tutto quanto potesse servire a nascondere «un segreto terribile», che Marirosa svela a Luca e che costa la vita a entrambi. Ma la giustizia in questo caso non fa «il suo corso», non ne vuole sapere, non parte e non arriva, si fa attendere, proprio come Godot, mentre il circo della vita propone sempre gli stessi numeri, e anche se acrobati e pagliacci cambiano, l’importante è che recitino sempre la stessa parte.
Si riesumano i cadaveri, una nuova perizia afferma con forza che si tratta di evidente omicidio, del caso si discute anche in Parlamento, il ministro della Giustizia, Piero Fassino, nel 2000 parla di «insufficienza degli accertamenti espletati», e tuttavia non accade nulla. Il papà di Luca intanto muore e ad aspettare giustizia resta sua madre, Olimpia, che nel libro di Jannone compare tra i molti personaggi veri, accanto a quelli ai quali l’autore ha preferito dare nomi «di fantasia». Jannone, un ex carabiniere (colonnello dei Ros, il primo a infiltrarsi nella ‘ndrangheta) non è alla sua prima prova. Si è fatto già apprezzare in Eroi silenziosi per il suo modo di scrivere «pulito» e per la sua capacità di imbastire dialoghi credibili tra i personaggi, i cui ritratti rivelano l’occhio esperto dell’investigatore di professione.
Questa volta però ha fatto anche di meglio. Non solo perché si è misurato con un protagonista che è stato carabiniere come lui senza scadere nella retorica «di corpo» – il capitano Paternò oggi è in congedo e per questa indagine venne trasferito con l’intero nucleo operativo -, ma anche perché è riuscito a raccontare una storia nera di (in)giustizia evitando l’incenso, il martirologio e tutti quei luoghi comuni da antimafia da salotto dei soliti professionisti dal ramo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 29 giugno 2015

Il Gigante di Alliste ferito dalla Xylella e illuso da Bové

1 commento

L’europarlamentare Verde tenta un innesto naturale per guarire l’ulivo millenario. Ma punta ai soldi della Ue


Il Gigante di Alliste


Alliste (Lecce)


Come gli Ent, gli alberi parlanti de Il Signore degli Anelli, anche i giganteschi ulivi millenari del Salento parlano e si muovono. Solo che lo fanno così lentamente, nei secoli dei secoli, che l’occhio umano non li vede.
Oggi questi ulivi urlano, ma all’orecchio dell’uomo quest’urlo è arrivato tardi.
L’ulivo più grande, enorme come una sequoia e così ben intarsiato che pare una scultura lignea di Nicolò dell’Arca, lo hanno chiamato il Gigante di Alliste. Con i suoi 1200 o forse 1500 anni di vita è il “primus inter pares” di un bosco di ulivi che sembrano giganti invincibili e che invece sono soldati impauriti, logorati piano piano da un nemico che non avevano mai visto prima.
Il loro nemico si chiama Xylella fastidiosa, un batterio qualunque, che in Sud America è presente da 150 anni e attacca soprattutto i vigneti, ma che nel Mediterraneo era finora sconosciuto. Come gli indigeni delle civiltà precolombiane, che subirono il primo sterminio a causa di batteri ignoti al loro sistema immunitario, così gli ulivi del Salento (ma il discorso vale per tutto il bacino del Mediterraneo) non erano “preparati” alla Xylella perché non la conoscevano. Quando è scoppiata l’epidemia, era ormai troppo tardi. E adesso, misura estrema, si tenta la carta dell’innesto, con José Bové, no global della prima ora e oggi eurodeputato Verde, che vola ad Alliste, invitato dai coltivatori de “La voce dell’ulivo”, per praticare cinque incisioni sulle grandi braccia del Gigante di Alliste e innestarvi le varietà Leccino e Frantoio, che secondo lui, e pochi altri, guariranno gli ulivi. Senza la chimica e senza lo sradicamento degli alberi malati. Almeno così assicura davanti alle telecamere Bové, con il suo baffo alla Asterix, mentre con l’imposizione delle mani, e privo della pozione magica che l’anziano druido prepara per Asterix, “cura” il Gigante di Alliste. Sorvolando sul fatto che molti uliveti, oltre a essere stati colpiti dalla Xylella, sono anche stati maltrattati come querce, nonostante i contributi comunitari erogati, e che quindi chiedere altri soldi alla Ue è fin troppo facile.
La verità è che nessuno sa bene cosa fare per aiutare il Gigante di Alliste, suo fratello quasi gemello, detto il Gigante Buono – che sta nella Valle dei Giganti di Montalbano di Fasano (60 ettari con 2000 ulivi millenari) -, e tutti gli altri ulivi che dal Salento in su rischiano il disseccamento.
La Xylella è arrivata qui viaggiando in prima classe tra i 4 milioni di varietà vegetali entrate in Italia senza alcun controllo fitosanitario. Una cosa che in Australia, per esempio, dove questi controlli sono rigorosi, non sarebbe concepibile. Nell’Europa di Bové, invece, sì.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 23 giugno 2015


Alliste 2


Alliste 3


Alliste 4


Alliste, gli innesti di Leccino e Frantoio


Alliste 6


Alliste 7


Alliste 8


Alliste 9


Alliste 10
(Le foto sono di Lucia Casamassima/Ag.Lara)


Older Entries

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 210 follower