L’impeto del collezionista va in mostra. 120 opere dal museo privato di Sgarbi

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A Osimo, splendida città a due passi da Ancona dove nel 1975 venne firmato l’omonimo trattato che ha disegnato gli attuali confini tra l’Italia e la ex Jugoslavia in seguito alla seconda guerra mondiale, domani sarà inaugurata la mostra, aperta fino al 30 ottobre, Lotto, Artemisia, Guercino. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi.
Centoventi opere della collezione privata del critico d’arte, che da Ro Ferrarese – nel delta del Po di Riccardo Bacchelli dov’è la casa di Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, i genitori di Vittorio ed Elisabetta -, hanno percorso trecento chilometri e hanno trovato ospitalità a Osimo, a Palazzo Campana. Qui, Pietro Di Natale, Liana Lippi e Stefano Papetti hanno curato e allestito, con il sostegno della Regione Marche, una mostra straordinaria e affatto singolare, le cui «prove generali», ma con un terzo delle opere esposte a Osimo, si erano tenute nel 2013 e nel 2014 in Spagna (Burgos, Il giardino segreto, e Céceres, Il furore della ricerca) e a Città del Messico (Teoria della bellezza).
Le opere selezionate per Osimo coprono quattro secoli, dal Cinquecento all’Ottocento, e dimostrano quanto sia ricca, complessa, varia, sorprendente la «cartina geografica» dell’Italia artistica, con tutte le sue scuole – veneta ed emiliana, toscana e romagnola, romana e napoletana, umbra e marchigiana – e con tutti i suoi artisti. Non solo i più noti Lorenzo Lotto, Artemisia Gentileschi e Giovanni Francesco Barbieri alias il Guercino, ai quali è intitolata la mostra di Osimo, ma anche tutti «gli altri» – e qui, poiché l’elenco è davvero lungo, ci limiteremo a citare Nicola Pisano, Guido Cagnacci, Simone Cantarini, Jusepe de Ribera, Sebastiano Filippi detto il Bastianino -, sbrigativamente classificati come «minori» da consorterie accademiche stanche e distratte. «Per uno storico dell’arte – dice Sgarbi – il collezionismo è legato anche a un divertimento competitivo: dimostrare che sa riconoscere un’opera e un artista prima degli altri. Ecco perché un vero collezionista non avrà mai un Raffaello in casa, ma per un Bastianino può arrivare a uccidere».
La collezione di Vittorio Sgarbi comprende tutti i dipinti, i disegni, le incisioni e le sculture che egli ha cercato, trovato, riconosciuto, amato, acquistato e persino «immaginato» negli ultimi quarant’anni, «grazie anche a mia madre – dice lui -, che era una donna molto curiosa e comprava per me alle aste». Sono quattromila opere, o forse più, delle quali 650 conferite alla Fondazione Cavallini-Sgarbi e le altre «stipate» nell’abitazione di famiglia a Ro Ferrarese, che Sgarbi ha utilizzato, più che come una casa, come un’Arca di Noè in cui raccogliere tutta l’arte italiana possibile, per salvarla e tramandarla, come se dopo di lui incombesse un altro diluvio universale. Un esempio di ciò che stiamo dicendo è il San Domenico di Niccolò dell’Arca – tra l’altro autore dello strepitoso Compianto sul Cristo morto, in terracotta, che si trova nella chiesa di Santa Maria della Vita, a Bologna -, una scultura che, dice Sgarbi, «avevo prima immaginato e poi trovato, perché questo deve fare un vero collezionista: cercare ciò che non c’è, ciò che è introvabile, o addirittura incercabile». Una sfida senza fine, che continua ad affascinare Sgarbi anche durante la mostra di Osimo, dove esporrà l’ultimo suo acquisto, un’aquila in terracotta, anch’essa opera di Niccolò dell’Arca. Per averne la prova certa, un grande restauratore, Ottorino Nonfarmale, confronterà una impronta digitale presente sul busto del San Domenico con quella rinvenuta sull’aquila.
La mostra di Osimo però non si concluderà a Osimo. Ma si ricongiungerà alla restante, imponente collezione di Sgarbi in un solo luogo, forse per i prossimi dieci anni o forse per sempre. A Venezia, a Firenze, a Padova, o a Roma. Oppure a Verres, in Val d’Aosta, o ad Arco di Trento. O magari al Sud, a Matera, dove in vista dell’appuntamento del 2019, in cui la Città dei Sassi sarà capitale europea della Cultura insieme con la bulgara Plovdiv, la collezione Sgarbi potrebbe dar vita al più grande museo dell’Italia meridionale dopo quello di Capodimonte a Napoli. Per il Sud sarebbe una nuova opportunità di progresso e di riscatto attraverso l’arte e la bellezza.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 17 marzo 2016

L’utero al supermarket, in offerta speciale

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Non è la terminologia utilizzata a fare la differenza – «maternità surrogata» o «utero in affitto» sono già una sconfitta della lingua, e dunque del pensiero -, ma la sostanza, che non cambia anche se si indorano le parole.
Alcuni hanno definito questo contratto «un atto d’amore», altri una «donazione». Evidentemente sono in buona fede, oppure non conoscono le condizioni e le tariffe (ovvero, il prezzo di mercato) per una gravidanza surrogata, che nei Paesi tecnologicamente più avanzati (gli Usa, per esempio), oscillano tra i 130 e 150 mila dollari. Per la felicità dell’industria farmaceutica e biotecnologica, che dispiega tutta la sua potenza ammantandola della «buona causa» di non meglio precisati «diritti».
E allora, quale «atto d’amore» mette in pratica una donna (seppure già madre e in buone condizioni economiche, queste le condizioni richieste) che fornisce questa prestazione, pudicamente qualificata come «volontaria» (e ci mancherebbe anche una qualche forma di costrizione)?
La puerpera per conto terzi lo fa – legittimamente, se vi è una legge che lo consente – per soldi. Per guadagnarne più di quanti già non ne guadagni (stiamo parlando sempre del Primo Mondo) sfruttando la propria capacità riproduttiva. Per «le altre», quelle che non hanno alcun reddito, o ne hanno uno risibile, insomma per quelle povere, c’è soltanto una parola idonea: compravendita. Un mercimonio dovuto soltanto allo stato di necessità di chi non ha abbastanza soldi per vivere, o all’accettazione supina e umiliante di chi pur di sopravvivere affitta un pezzo del proprio corpo, «quel» pezzo che garantisce la riproduzione della specie in favore di chi può pagarsi il «diritto» (che in realtà non esiste) alla maternità/paternità.
Anche la «donazione», come se fossimo di fronte a una donazione di organi, c’entra ben poco. Ti dono un rene se sei un mio stretto congiunto, un mio amico fraterno, o anche uno sconosciuto, ma te lo dono perché tu hai «bisogno» di quel rene, tanto che senza quel dono, moriresti. Ma non possiamo ammettere – per quanto nella realtà ciò accada di frequente – la compravendita di organi, che infatti è vietata in tutto il mondo. Nemmeno nel caso in cui il malato che volesse acquistare l’organo per lui vitale fosse condannato a morte certa.
Tralasciamo il mercato selvaggio che già si è scatenato nel Terzo Mondo, e restiamo nel nostro civilissimo Primo Mondo. Qui, se vuoi adottare un figlio, devi giustamente essere disposto ad accettarlo da qualunque parte provenga e dichiarare in anticipo di essere disposto a prenderlo anche se non fosse «perfetto». Ma la donna che viene pagata per gestire una gravidanza per conto terzi puoi sceglierla tra una «rosa» di candidate, delle quali ti viene fatto sapere più o meno tutto, affinché l’esito eugenetico del contratto non deluda i committenti.
Solo che la donna in questione non cessa di essere madre del bambino che partorisce. E fino a quando, staccato l’assegno, saluta e non fa storie, tutto fila liscio e la «civiltà» è salva. Ma se, come sempre più spesso accade, ci ripensa, restituisce i soldi, vuole rivedere il figlio, o trattenerlo con sé, come la mettiamo? Più facile che le venga ricordato il contratto, seppur diseguale – poiché, perbacco, «pacta sunt servanda!» –, e non che il suo gesto «naturale», in questo mondo alla rovescia, venga riconosciuto come un «atto d’amore».

Reati di opinione. La necessità di una svolta

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Probabilmente Matteo Salvini ha esagerato sostenendo che «la magistratura italiana è una schifezza», quanto meno perché la sua opinione è una generalizzazione troppo ampia per non risultare generica. Ma è la sua opinione ed egli ha il diritto di esprimerla, al di là del fatto che sia condivisa o meno dalla maggioranza (nel caso specifico, poi, siamo certi che la maggioranza degli italiani la pensi diversamente?). Però per aver espresso questa opinione Salvini è indagato dal procuratore di Torino, Armando Spataro, per vilipendio dell’ordine giudiziario.
Una prima riflessione che questa vicenda suggerisce è la seguente: quando una persona, politico o cittadino comune, dice in pubblico – e come tutti sanno ciò accade spesso -, «governo ladro» o «parlamento corrotto», finisce indagato per lo stesso reato di vilipendio, pur essendo il Parlamento e il Governo organi costituzionali? La risposta è no, nella realtà questo non succede, al di là di ciò che è scritto nei codici. E perché? Perché, di fatto, del Legislativo e dell’Esecutivo si può dire di tutto e di più, ma guai a toccare il Giudiziario con i suoi organi e i suoi membri. Questo è un dato difficile da confutare. Lo dimostra in maniera efficace uno studio di Lorenzo Morris Ghezzi, docente di Filosofia del diritto all’università statale di Milano, per la rivista «Sociologia del diritto» (Franco Angeli editore). La ricerca, che esamina il periodo 2000-2006, attesta lo schiacciante «successo», in termini di pene comminate e risarcimenti ottenuti, delle azioni giudiziarie per diffamazione promosse dai magistrati rispetto a quelle di tutti gli altri cittadini, politici compresi.
La seconda riflessione che il caso-Salvini suggerisce è più radicale (anche nel senso di Partito radicale, che da quarant’anni si batte su questo fronte). Poiché tutte le condotte, diciamo così «molto critiche», nei confronti dei poteri pubblici e dei loro rappresentanti, vanno dalla diffamazione al vilipendio, e poiché queste ipotesi rientrano nei cosiddetti «reati di opinione», non sarebbe giunto il momento di «entrare in Europa» depenalizzando tutto ciò che configurerebbe un reato di opinione? Sono passati centocinquant’anni da quando John Stuart Mill, in «Sulla libertà», scriveva: «E’ vero che non condanniamo più a morte gli eretici. Ma non rallegriamoci di essere ormai liberi anche dalla macchia della persecuzione legale. Esistono ancora sanzioni legali contro le opinioni, o perlomeno contro la espressione di opinioni, e la loro applicazione non è così priva di esempi da rendere del tutto impensabile che un giorno tali sanzioni potranno essere ripristinate in tutta la loro forza». Il tema è impegnativo, ma semplice. E trovare in prima fila anche la Lega e Salvini è il minimo che ci si possa aspettare.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26 febbraio 2016

«La mia vita contro i mafiosi. E ora mi arrestano a 81 anni»

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Il caso/La denuncia di collusioni e omertà in Calabria (e non solo), la condanna per diffamazione: parla il giornalista Francesco Gangemi


dal nostro inviato a Reggio Calabria CARLO VULPIO


(la Lettura, Corriere della Sera, 14 febbraio 2016)


Se questo è un giornalista. Se questo è un uomo. Se questa è giustizia. Se questo è un Paese civile e democratico. Nella sua casa, al terzo piano di un qualunque condominio di quell’ammasso di cemento che è Reggio Calabria – il sacco edilizio di questa città non è stato da meno del sacco di Palermo -, vive, o forse sarebbe meglio dire: sopravvive, un distinto signore dai capelli bianchi e dalla parola tagliente. Si chiama Francesco Gangemi, è giornalista da quarant’anni e dirige un periodico, Il Dibattito (ora anche nella versione online Dibattitonews.wix.com), che da quando è nato ha tolto il sonno a mafiosi, corrotti e a molti, moltissimi magistrati, che in questo giornalista – figlio di un regio carabiniere che a Roma sventò un attentato contro il re d’Italia – hanno sempre visto un grandissimo rompicoglioni.
Alla fine, ce l’hanno fatta. Gangemi è stato «impacchettato», come dice lui, con una raffica di condanne per diffamazione a mezzo stampa e una, l’ultima, per essersi rifiutato di rivelare le proprie fonti fiduciarie. Quindi non per aver scritto il falso, ma per aver offeso «l’onore e la reputazione» dei querelanti e, soprattutto, per non avere violato il segreto professionale, che per un giornalista non è meno sacro di quanto lo sia per un medico, un avvocato, un sacerdote, un magistrato.
E così, i magistrati ai quali Gangemi chiedeva conto, hanno presentato a Gangemi un «conto» di due anni e undici mesi di reclusione e alla fine dell’anno scorso lo hanno fatto arrestare. Se farà il bravo, Gangemi otterrà uno «sconto» di tre mesi all’anno e potrà trascorrere in questa umiliante condizione «soltanto» due interi anni, il 2016 e il 2017.
Non era la prima volta che gli mettevano le manette, ma in questo caso hanno dovuto «graziarlo» con l’affidamento ai servizi sociali, perché Gangemi, questo mostro, questo pericolo pubblico, ha 81 anni ed è invalido al cento per cento, a causa di un cancro che ha ostinatamente superato con la radioterapia e di un delicato intervento chirurgico al cuore che lo fa vivere appeso a un filo. «Vengo trattato peggio di Brusca – dice a la Lettura – e di tutti quei criminali sanguinari chiamati “pentiti” e ricompensati con denaro dei cittadini».
E’ evidente e persino scontato che la Corte europea dei diritti dell’uomo farà a pezzi questi provvedimenti, censurando ancora una volta l’Italia che mette in galera i giornalisti e che trova «normale» stare in Europa pur tenendo la stampa sempre sotto schiaffo (tra galera, perquisizioni, sequestri e risarcimenti milionari specialmente quando le presunte parti lese sono loro, i magistrati).
La Legge però sa essere cinica e spietata e dunque Gangemi adesso è recluso in casa perché, dice il provvedimento del giudice di sorveglianza di Reggio Calabria, è «socialmente pericoloso», «ha bisogno di essere rieducato», deve osservare l’assoluto divieto di frequentare «delinquenti, mafiosi e botteghe nelle quali vengono somministrate bevande alcoliche», può uscire di casa «solo dalle ore 7 alle 21, ma limitatamente alla provincia di Reggio Calabria, salvo autorizzazione del magistrato» e «ogni settimana dovrà telefonare al magistrato di sorveglianza», che, ogni tre mesi, relazionerà al ministero della Giustizia sulla sua condotta.
Francesco Gangemi può essere considerato un giornalista più o meno bravo, più o meno chic, ma di sicuro è un giornalista che si è sempre assunto la responsabilità dei propri articoli, ha sempre chiesto che fine facevano certe denunce e certe inchieste quando vedeva evaporarle in nuvole di parole in cui, immancabilmente, «la giustizia deve fare il suo corso», e non si è mai intruppato nelle pelose processioni dei professionisti dell’antimafia.
Gangemi è uno che nella libertà di stampa ci crede. «Non mi arrenderò mai – dice -. Anche se so bene che le mie catene non si sono più allentate da quando ho cominciato a criticare, carte alla mano, mafiosi e magistrati. Questi ultimi non hanno mai tollerato due cose: che indicassi quelli di loro che sono collusi e corrotti, e infatti alcuni di quei magistrati sono stati poi condannati a pene pesanti, e che facessi i nomi di quelli che insabbiavano i processi, sia le grandi inchieste, come l’affondamento delle navi cariche di scorie radioattive nel nostro mare, sia le “ordinarie” storie di appalti truccati, di tangenti, e di favori a magistrati e loro parenti».
I guai di Gangemi cominciano alla fine degli anni ’90, quando diventa di dominio pubblico lo scandalo dell’inabissamento in mare, doloso e danaroso, di almeno una ventina di navi cariche di scorie radioattive. Una torbida vicenda in cui erano coinvolti l’Italia e altri Stati europei e africani, i servizi segreti, la ‘ndrangheta, e che fu la causa dell’assassinio in SomaliaMogadiscio, 20 marzo 1994 – dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e poi – Reggio Calabria, 12 dicembre 1995 – della improvvisa morte, avvenuta per avvelenamento, dell’ufficiale della Capitaneria di Porto, Natale De Grazia, che su questa storia molto bene indagava e troppe cose sapeva. Tanto che nel 2004 il presidente Carlo Azeglio Ciampi lo premiò con la medaglia d’oro alla memoria, elogiandolo per il lavoro svolto «nonostante – disse il capo dello Stato – pressioni e atteggiamenti ostili».
Gli stessi atti ostili e le stesse pressioni che Gangemi ha denunciato per anni, chiamando in causa, insistentemente e a volte anche pesantemente, quasi tutti i magistrati di Reggio Calabria e non solo, i quali secondo lui, «l’ho scritto nel pieno esercizio del diritto di critica garantito dalla Costituzione, e lo ribadisco», erano «colpevoli» di far poco o nulla di fronte a fatti gravi e documentati. «Non hanno mai nemmeno ascoltato i testimoni da me citati – racconta Gangemi -. Invece le querele contro di me, da parte di magistrati e di condannati per mafia, fioccavano. Querele temerarie, ma chi le faceva era sicuro che prima o poi qualche condanna per diffamazione sarebbe arrivata».
Ancora poco, però, in confronto a ciò che gli accadde il 4 novembre del 2004, quando a casa sua alle cinque del mattino arrivarono 17 volanti della polizia. Lo perquisirono, gli sequestrarono tutto e lo arrestarono. Le accuse: articolo 416 bis, associazione mafiosa, e articolo 338, minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Era accaduto che Gangemi avesse pubblicato sul suo giornale, l’unico ad averlo fatto in Italia, i verbali di udienza (pubblici) di un processo per fatti di mafia che si stava svolgendo a Catania e in cui erano pesantemente coinvolti alcuni magistrati calabresi. Con Gangemi, e con le stesse accuse, la procura di Catanzaro (procuratore Lombardi, pm Spagnolo e de Magistris, l’attuale sindaco di Napoli) arrestò anche l’avvocato Ugo Colonna, stimato professionista e testimone di giustizia, e fece persino chiudere il giornale. Colonna e Gangemi furono poi assolti con formula piena. Il presidente Ciampi definì Colonna, che restò in carcere, tra i mafiosi, per una decina di giorni, «l’Ambrosoli del Sud», mentre Gangemi fece un mese in cella, anche lui tra pericolosi mafiosi, e altri nove mesi ai domiciliari, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
A Gangemi è stato successivamente riconosciuto un risarcimento di 625 mila euro per ingiusta detenzione, ma non ha visto un soldo. Quella somma l’ha requisita Equitalia. «Nel 1989 – dice il giornalista -, come dirigente della Usl di Reggio Calabria avevo riconosciuto ad alcuni dipendenti, nel rispetto della legge, qualifiche professionali superiori. Che però sono state giudicate “danno erariale”. Insomma, hanno trovato il modo di tenersi i soldi per il carcere ingiusto che ho patito».
L’ultima parte della sua vita, Gangemi la sta vivendo da carcerato in casa. «Mi hanno fatto male, mi hanno rubato il mio modo di vivere», dice. «Ma finché vivrò, non mi arrenderò».


SCHEDA Il sindaco «breve»


Nel 1992 Francesco Gangemi è stato anche sindaco di Reggio Calabria. Fu definito «il sindaco dei trenta giorni», perché tanto durò il suo mandato, e più di tanto non poteva durare, visti i suoi primi atti da sindaco: fece saltare gli accordi «stipulati a colpi di mazzette per spartirsi 30 miliardi di lire» stanziati con il «decreto Reggio» per la riqualificazione urbana della città, revocò il pagamento di 10 miliardi a progetti inesistenti («erano semplici schizzi su foglietti volanti») e decise di istituire un ufficio legale comunale invece di spendere un miliardo l’anno per incarichi esterni («a un solo avvocato, sempre lo stesso»). La vis polemica di Gangemi lo porta a confliggere con diversi investigatori e molti magistrati calabresi. Qualcuno però Gangemi lo «salva»: il pm Francesco Neri, che avviò le indagini sulle navi radioattive, e il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il più stretto collaboratore di Paolo Borsellino, che – raccontò Gangemi, mai smentito – doveva essere trasferito in Cile, dove avrebbe insegnato nella scuola dei Carabineros e poi «per caso» sarebbe stato ucciso da un commando.

SOTTOMESSI. CON L’ARMA CHE TUTTI I MASCHI HANNO SEMPRE ADOPERATO SUL NEMICO VINTO: IL POSSESSO DELLE DONNE

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Impadronirsi delle donne del nemico è stato sempre, in tutta la storia della specie umana, il segno e il simbolo della vittoria finale. «Né dei Teucri il rio dolor – esclama Ettore di fronte alla disfatta – né quello d’Ecuba stessa, né del padre antico, né dei fratei, che molti e valorosi sotto il ferro nemico nella polve cadran distesi, non mi accora, o donna, sì di questi il dolor, quanto il crudele tuo destino, se fia che qualche Acheo, del sangue ancor dei tuoi lordo l’usbergo, lacrimosa ti tragga in servitude ma pria morto la terra mi ricopra, ch’ io di te schiava i lai pietosi intenda».
Non è diversa da quella dell’Iliade, anche se senza parole, la disperazione espressa dalla statua del Trace che si consegna ai vincitori Romani portando sul braccio la propria donna dopo averla uccisa. Non può non essere così perché, al di là di qualsiasi differenza di epoca, di religione, di cultura, la donna è un «valore» percepito da tutti i maschi come tale, il primo segno, la prima «moneta», e al tempo stesso la riserva d’ oro su cui viene garantita reciprocamente fra i gruppi la sostanza della loro parola, la sua verità.
«Tu dai una donna a me, io do una donna a te» come dice, con assoluta precisione, Claude Lévi-Strauss nel saggio sulle Strutture elementari della parentela. Con il divieto dell’incesto e scambiandosi le donne fra un gruppo e l’altro i maschi stabiliscono i confini della propria identità, riconoscono le discendenze biologiche, razziali, tribali, familiari. Sono le leggi della natura che guidano la specie umana, come ogni altra specie, verso il mantenimento e la prosecuzione della specie stessa.
Ma nell’Uomo questo compito passa attraverso gli istituti sociali dettati di volta in volta dalle diverse creazioni dovute all’istinto, alla razionalità, alla capacità logica, alla memoria, agli affetti. Il divieto dell’incesto, per esempio, che è esistito ed esiste ovunque, è sicuramente istintuale prima che giuridico, ma nell’Uomo nulla è mai soltanto istintuale perché si cercano e si trovano sempre spiegazioni di tipo mitico, magico, sacrale, senza ricorrere ai dati di fatto che pure tutti i popoli conoscono ossia alle gravi malformazioni e alle malattie dovute alla procreazione fra stretti parenti.
Oggi, però, nell’Occidente europeo, tutto l’impianto significativo cui abbiamo accennato è stato negato da quei pochi ma fortissimi detentori del potere che, alla fine della seconda guerra mondiale, hanno deciso la distruzione degli Stati nazionali e il mescolamento dei popoli, in apparenza per costruire una Europa unita in cui non ci fossero più guerre, in realtà invece avendo come meta l’assimilazione e l’uguaglianza di tutti i popoli, di tutte le strutture sociali, di tutte le religioni, per stabilire così il passo fondamentale per giungere a un governo mondiale.
Non si tratta di ipotesi, ma di dati di fatto. Sembrava allora l’unico ideale veramente tale e che la mondializzazione non fosse difficile da realizzare. Un errore di valutazione della realtà che appare oggi quasi incredibile. Dal 1957 del progetto sono passati molti anni ma gli Stati Uniti d’Europa hanno continuato ad esistere soltanto sulla carta, nelle illusioni dei politici e nella miriade di istituti e di poltrone create appositamente, come il parlamento europeo, per ingannare i popoli.
L’Europa non progredisce agli occhi di nessuno, il suo potere politico è quasi nullo malgrado le immense ricchezze profuse a tale scopo, malgrado l’ imposizione di una moneta unica, malgrado le regole e le norme imposte da Bruxelles per far diventare uguali, se non gli uomini, almeno le zucchine, la curvatura delle banane, i recinti per le galline e, al colmo del grottesco, anche i sedili dei mezzi di trasporto pubblici cui i tedeschi si sono opposti perché «i loro sederi sono più grossi».
Sì, l’unione europea non progredisce. È in base a questa amara constatazione che è partito l’ ordine di dare il via al programma di distruzione della civiltà europea per mezzo dell’ invasione di popoli totalmente diversi: africani e mediorientali.
Un programma che faceva parte del progetto fin dall’inizio, ma che i politici di Bruxelles ritenevano di poter mettere in atto «con le buone», inculcando per anni il dovere e la bellezza dell’accoglienza, predicato da Papi e da Vescovi, da giornalisti e da innumerevoli trasmissioni televisive, senza mai alludere alle differenze fisiche, psicologiche, culturali, religiose, dei milioni di immigrati, differenze che anzi la Merkel una volta ha perfino negato affermando che i musulmani sono della nostra stessa cultura. Mentiva spudoratamente, è chiaro: in Germania esistono già da molti anni i tribunali islamici per gli immigrati, riservati alla gestione della giustizia secondo le leggi coraniche e tanto basta per affermare che appartengono ad un’ altra cultura.
Ma la Merkel in realtà è stata usata fin dall’inizio dai costruttori della Ue per coprire, realizzandoli, i loro scopi. Naturalmente alla Merkel è piaciuto questo ruolo di capo dell’Europa, sia pure molto criticato tanto per la gestione economica e finanziaria indirizzata al rigore nella spesa quanto per l’ eccessiva permissività nei confronti dell’invasione immigratoria. Ma non è stata mai lei a comandare in quanto ha soltanto eseguito, coprendoli, i voleri dei banchieri e dei mondialisti provenienti da Bruxelles. E adesso si trova a fare da capro espiatorio.
Quello che è successo la notte di capodanno a Colonia è il risultato ultimo di tutto questo. L’Europa non è riuscita a raggiungere i suoi scopi? Gli Stati nazionali sono ancora qui, ognuno con la propria lingua, la propria letteratura, la propria musica? Il cristianesimo resiste, malgrado i colpi di piccone dati dagli scandali dei preti e la presenza di un Papa che non smette mai di esortare all’accoglienza?
L’enormità dell’ invasione immigratoria non è stata sufficiente a far crollare le istituzioni politiche, a mettere in pericolo il sistema democratico? Di fronte a tutti questi fallimenti possiamo supporre, anche se non ci sono le prove, che siano state le autorità di Bruxelles a voler dare un’ accelerazione definitiva alla distruzione della civiltà europea. Con una trovata geniale è stato dato il via all’ arma primordiale, quella che tutti i maschi hanno sempre adoperato sul nemico vinto: il possesso delle donne.
L’assalto era organizzato, su questo non ci sono dubbi. Maometto e i suoi compagni rapinavano, stupravano in un contesto bellico, dopo aver conquistato un villaggio o un paese, mai a freddo. A Colonia, invece, in una libera piazza di un giorno di festa come il capodanno, gli immigrati africani hanno finalmente dichiarato a se stessi e agli europei di essere ormai i padroni, sottomettendone le donne alle loro voglie sessuali. I particolari, poi, dimostrano l’ assoluto disprezzo che i musulmani nutrono verso le donne europee perfino nel farne il proprio oggetto sessuale: palpeggiamenti del seno, dita infilate nei pantaloni, gesti, «scherzi», riservati alle prostitute nelle bettole di periferia.
Le reazioni delle nostre istituzioni sono state quasi inesistenti. Non si è sentita la voce né del Papa né dei capi di governo, tutti sempre schierati dalla parte degli immigrati e soprattutto dei musulmani. Anche le donne hanno parlato poco e senza l’aggressività che un simile episodio avrebbe dovuto suscitare.
Dei «maschi», poi, non si sa che dire: il lungo trattamento devirilizzante cui sono stati sottoposti inibendo qualsiasi espressione e qualsiasi comportamento non «politicamente corretto» e incitandoli all’omosessualità, sembra averli ormai ridotti a ombre, a simulacri della mascolinità. Insomma la nostra società è giunta là dove si voleva che giungesse: ha perso l’identità e la forza che proviene soltanto da una forte identità. Ma questo non ha portato a quello che i mondialisti credevano che sarebbe avvenuto: una più facile integrazione e omologazione degli immigrati.
È stata indebolita la cultura europea fino quasi alla morte, ma nessun musulmano abbandona la propria religione in quanto questa è anche la sua cultura. Le culture muoiono, ma non si integrano. E come potrebbero integrarsi visto che sono costruite su un sistema logico di significati?
C’è chi già grida allo scandalo perché alcuni Stati, di fronte all’enorme pericolo per la propria sopravvivenza dell’invasione immigratoria, hanno sospeso la loro adesione a Schengen, impedendo la libera circolazione delle persone all’interno dell’Europa. Sarebbe bene che tutti i politici riflettessero su questa decisione perchè costituisce un primo passo indispensabile per tentare di salvarsi. I politici italiani lo faranno?


Ida Magli, Libero, 13 gennaio 2016

Italia, bellezza struggente e perduta

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La denuncia di Raffaele La Capria: siamo un popolo di scimmie che devasta il paesaggio


Ultimi viaggi nell'Italia perduta


Sapevamo, o credevamo di essere «un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori», com’è scritto (da un discorso di Benito Mussolini del 1935) sulle quattro facciate del Palazzo della Civiltà del Lavoro, a Roma-Eur. Invece siamo «un popolo di scimmie», dedito allo «smantellamento brutale e alla distruzione metodica della bellezza, alla trasformazione di luoghi bellissimi in luoghi senz’anima», scrive, dispiaciuto e adirato come Achille, Raffaele La Capria in Ultimi viaggi nell’Italia perduta (Bompiani).
Il viaggio di La Capria non è il Grand Tour di Montaigne e di Goethe – sempre citati e ovviamente guardati come punti di riferimento – ma è «un» viaggio, che, come quelli compiuti durante tutto il secolo XX dagli scrittori italiani e stranieri innamorati dell’Italia, privilegia un dato, un aspetto, un elemento, o anche soltanto una parola chiave. Quella di La Capria è «bellezza». Intesa non in senso puramente estetico, ma come la principale nota caratteristica della carta d’identità italiana, poiché nessun Paese al mondo ha un paesaggio così bello come quello italiano. E’ quindi naturale che sfregiare questa bellezza, «come accade sistematicamente da quarant’anni», significa devastare anche la vita sociale, «poiché il degrado ambientale è sempre accompagnato da un degrado umano». E anche quando può sembrare che il frenetico attivismo distruttivo di questo popolo di scimmie non riguardi ognuno di noi, dovremmo ricordarci che, volenti o nolenti, di questo popolo di scimmie anche noi facciamo parte. Quindi, «non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te», affermava John Donne nel celebre Nessun uomo è un’isola, che trecento anni dopo avrebbe ispirato a Ernest Hemingway il titolo del suo romanzo Per chi suona la campana. E la campana di La Capria suona a martello, avvertendo tutti dell’imminenza di un pericolo, di una catastrofe, almeno da cinquant’anni, da quando insieme con Francesco Rosi scrisse soggetto e sceneggiatura di un capolavoro del nostro cinema, Le mani sulle città, il cui tema è lo stesso che ricorre in gran parte di questo suo ultimo lavoro, e cioè «l’intreccio perverso di affarismo, politica e incultura».
Ma Ultimi viaggi nell’Italia perduta è anche un libro delicato e struggente, perché è anche un viaggio di La Capria dentro la propria anima, l’unico luogo in cui quei paesaggi così belli da poter essere definiti «sacri» esistono ancora e suscitano emozioni così intense da essere insopportabili. E allora quella Bellezza sempre inseguita, che permea di sé certi luoghi, certe persone, certi momenti di vita quotidiana, può anche far piangere, immalinconire, perché forse non ti sei mai sentito pienamente degno di lei o perché quando riapri gli occhi vedi che quei luoghi non ci sono più o non sono più gli stessi, e nemmeno tu sai bene dove ti trovi e chi sei.
La Capria sa che vale anche per lui ciò che lui dice degli altri suoi «compagni di viaggio» – Douglas, Gissing, D.H. Lawrence, C.S. Lewis, Horne Burns, Ungaretti, Comisso, Malaparte, Brandi, Ceronetti, Pasolini, Piovene, Antonio Cederna – e cioè che «se non si fanno altri danni è soltanto perché non ci sono altri danni da fare». E non nasconde la frustrazione che avvilisce lui, uomo del Sud, più degli altri, di fronte allo stupro del paesaggio, in un Paese che pure dice di volerlo tutelare in un articolo della sua Costituzione, e invece lo avvelena, lo abbruttisce, lo sconvolge con discariche, selve di pale eoliche, edilizia paranoica dentro e fuori le città. Com’è accaduto alla costa da Nisida a Capo Miseno, dove «una lapide nera avrebbe dovuto ricordare i nomi dei sindaci e dei pubblici funzionari che hanno concesso i permessi, per maledirli in nome del popolo italiano e additarli alla pubblica esecrazione». Ma non si dica che questo è l’urlo di un «nostalgico» contro gli stolti (e criminali) «disincantati». Perché se è vero che il popolo di scimmie si congratula con se stesso per la rovina di tutti, e quindi anche per la propria, una funzione il «nostalgico» oggi ce l’ha: «E’ quella di ripetere ostinatamente ai disincantati com’era pulito il mare quand’era pulito, com’era bella la giornata quand’era bella e com’era vivibile la città quand’era vivibile».


Carlo Vulpio
Corriere della Sera, 16 dicembre 2015

Assolto Sgarbi, sbugiardato Vendola. Piccola cronaca di un processo sul business dell’eolico in cui mancava tanto Vittorio De Sica

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«Assolto perché il fatto non sussiste». Con questa formula il tribunale di Bari ha dovuto assolvere oggi Vittorio Sgarbi dalla querela per diffamazione presentata dall’ineffabile ex governatore della Puglia, Nicola Vendola. Il quale ha querelato anche me, sempre per diffamazione, e sempre per lo stesso fatto: avere io «in combutta» con Sgarbi criticato l’affare più che mafioso dell’eolico e del fotovoltaico industriali che hanno devastato la Puglia, e via via il Molise, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Campania, la Sardegna
Sotto accusa, il programma per la tv (Rai Uno) scritto da me e da Sgarbi, che andò in onda per una sola puntata, il 18 maggio 2011, e poi venne subito chiuso (un primato per un programma culturale nella storia della Rai) con il pretesto degli ascolti bassi, quando in realtà lo share fu dell’8,5%, cioè 2 milioni e 400 mila spettatori («numeri» che, da allora in poi, almeno una decina di programmi culturali e persino di intrattenimento non hanno nemmeno lontanamente raggiunto, senza che tuttavia nessuno si sognasse di cancellarli).
Subito dopo la chiusura (chiamiamola pure censura) di quel nostro programma intuimmo le reali ragioni dell’«insano gesto». Oggi, a distanza di quattro anni e mezzo, quelle ragioni ci appaiono ancora più chiare. E confermano le nostre intuizioni di allora. Non dovevamo toccare quell’argomento con la libertà e con lo scrupolo con cui lo abbiamo fatto e non dovevamo osare criticare chi permetteva lo scempio, soprattutto se si trattava di soggetti che su un presunto impegno «antimafia» di professione avevano costruito le proprie carrieruzze politiche e abbellito la propria immagine pubblica. Come il signor Vendola, appunto.
Il mio processo si celebrerà, sempre a Bari, il 10 febbraio prossimo. E in quella sede entreremo anche nel merito della accuse, infondate e pretestuose, dell’ex governatore pugliese.
Per Sgarbi si è proceduto oggi (su richiesta dei suoi avvocati) con rito abbreviato. E io sono stato citato, e ho deposto, come testimone (sono imputato in procedimento connesso, come si dice con il linguaggio della Legge).
Ho detto all’inizio che «hanno dovuto» assolvere Sgarbi perché proprio non ce l’hanno fatta, non ce la potevano fare, a condannarlo, tanto vacui, infondati, assurdi, inconferenti erano gli argomenti accusatori. E tuttavia, nel processo si è ugualmente fatto entrare di tutto: fatti, dichiarazioni, episodi, supposizioni, persino un libro (il mio Un nemico alla Rai, Marsilio), che con il processo non c’entravano nulla e che però dovevano servire a dimostrare che il mio intervento in video, quel 18 maggio 2011, era stato in qualche modo «eterodiretto» da Sgarbi, il quale, a sua volta, doveva essere stato per forza «imbeccato» da Berlusconi(!). Quando invece io non sono stato mai così libero in vita mia, professionalmente parlando, come con Sgarbi, mentre Berlusconi (che allora era presidente del Consiglio), dopo la chiusura del programma, non mosse un dito nemmeno affinché al programma fosse data una seconda chance (in seconda serata anziché in prima, per esempio, o registrando la puntata invece di mandarla in onda in diretta).
Insomma, si è cercato di fare di tutto per trasformare questo processo, che, ripeto, riguarda il business multimiliardario e più che mafioso dell’eolico e del fotovoltaico industriali, con relativo saccheggio di fondi pubblici e quindi rapinando i soldi di tutti i cittadini, in una sorta di «processo delle Olgettine bis», dal quale Vendola uscisse come al solito puro e purificato e Sgarbi e Vulpio venissero additati come mestatori, quando invece l’assalto e lo scempio del paesaggio italiano, e meridionale in particolare, è sotto gli occhi di tutti: centinaia di ettari di ulivi e vigneti espiantati (altro che la Xylella), migliaia di ettari di terreni coltivabili «tombati» per i prossimi decenni e irrorati di potentissimi diserbanti solo per far posto a torri eoliche e pannelli fotovoltaici inutili e truffaldini.
Devo anche dire però che durante questa udienza mi sono divertito. E si è divertito parecchio anche il pubblico presente in aula. L’aver fatto entrare nel processo qualunque cosa, come dicevo, pur di raggiungere un risultato iniquo, non è stata una buona idea. Ha, al contrario, prodotto un effetto boomerang. E ha fatto capire a tutti, ancora una volta, che la Giustizia e la Legge con i suoi processi sono due cose diverse, che spesso non coincidono.
Mi hanno chiesto di tutto. E naturalmente ho risposto. Ma chissà perché, quando rispondevo in maniera, diciamo così, «completa», le mie risposte sembravano non piacere più. Non piaceva, solo per fare qualche esempio, che parlassi di Michele Santoro, che, lui sì, ha ottenuto programmi da Mediaset (lui, che in tv ha sempre trattato Vendola con i guanti gialli, non io), oltre che dalla Rai, La7 e non so quali altre emittenti. Non piaceva che raccontassi di Michele Emiliano, il quale un giorno mi incontrò a Roma, mi chiese del programma in preparazione e mi disse ridendo che «Per questa cosa Vendola sta cacato sotto». Non piaceva che definissi alcuni funzionari Rai «gente messa lì per fare il lavoro sporco» di troncare, sopire, censurare e poi riferire agli amici degli amici la incorreggibile condotta di quei due individui ingovernabili, Sgarbi e Vulpio, che volevano parlare di eolico, Ilva, manicomi giudiziari, paesaggio, patrimonio culturale, magistrati, mafia, addirittura in tv, e in diretta, e in prima serata, e in totale libertà!
Il processo di oggi è andato bene. E ne siamo contenti. Ma siamo ancora più contenti per il modo in cui si è svolto perché ha, involontariamente, dimostrato come davvero stanno le cose. Certo, sarebbe stato perfetto se in aula fosse comparso il grande Vittorio De Sica, l’avvocato difensore della procace Maria Antonia (Gina Lollobrigida) ne «Il processo di Frine», e avesse pronunciato le ultime battute della sua famosa arringa: «Non è questa stessa nostra legge che prescrive siano assolti i minorati psichici? Ebbene, perché non dovrebbe essere assolta una maggiorata fi-si-ca?». Ma non si può avere tutto e subito. La prossima volta, caro Vittorio (De Sica, non Sgarbi).

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