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Olivier, il parrucchiere di Hollande costa ai francesi 10 mila euro al mese

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Un giornale satirico pubblica il contratto: a disposizione del presidente 24 ore su 24


Parigi
Forse il presidente François Hollande era troppo preso da chi vorrebbe fargli le scarpe, cioè il giovane ministro dell’Economia Emmanuel Macron, per accorgersi che, intanto, il giornale «Le Canard enchaîné» gli stava facendo lo scalpo. Ieri, 13 luglio, il prestigioso quotidiano satirico – che qualche giorno fa ha compiuto cento anni e ha voluto ricordare «il nostro vecchio abbonato Sandro Pertini, le président socialiste italien» – ha pubblicato un servizio in cui viene minuziosamente descritto e fotograficamente riprodotto il contratto di assunzione del parrucchiere personale di Monsieur le Président, tale Olivier B., che per il suo lavoro di pettinatura, taglio, lavaggio e stiratura dei «quattro peli» che ancora adornano la testa presidenziale percepisce 9.895 euro mensili lordi, più alcune altre indennità, contributi e prebende familiari, che in cinque anni significano più o meno 700 mila euro (sempre lordi).
«L’infelice parrucchiere – ironizza “Le Canard” – non può però esercitare alcun’altra attività professionale», perché dev’essere a disposizione del presidente 24 ore su 24, deve seguirlo ovunque e non può essere sostituito da nessun altro Figaro.
«Si tratta di un lavoro ad alto rischio», punge ancora “Le Canard”, motivo che deve aver consigliato l’apposizione del vincolo di segretezza al contratto. Che però è balzato fuori da solo, o meglio, quando lo stesso Olivier B. lo ha prodotto nella causa che ha intentato a un sito internet che aveva scritto del suo lavoro all’Eliseo.
Per Hollande questo è un altro colpo micidiale. Questa volta sembra che davvero il suo futuro politico sia appeso a un capello. Non solo per le polemiche su un evitabile spreco di denaro pubblico, nemmeno avesse la parrucca di Luigi XIV, mentre chiede sacrifici ai francesi. O per il bassissimo gradimento nei sondaggi (appena il 5%). O ancora, per la «lezione» sullo sforamento del limite del deficit pubblico rivolta al Portogallo, o per non aver egli potuto rilanciarsi con la vittoria dei Blues agli Europei di calcio.
Questa volta Hollande è stato seppellito da una risata mondiale. Sul Web, gliene hanno fatte di tutti i colori, con fotomontaggi di chiome improbabili e accostamenti a pelati e semi-pelati famosi (che però si son pagati da sé il parrucchiere e il chirurgo), come Donald Trump, Silvio Berlusconi, Antonio Conte, Wayne Rooney, Pippo Baudo e persino Ben Affleck.
C’è da scommettere che oggi alle 13, in diretta tv, nella tradizionale intervista (l’ultima del suo quinquennato) per la ricorrenza del 14 luglio 1789 (la presa della Bastiglia) quelli che guarderanno i capelli di Hollande saranno molti di più di quelli che ascolteranno le sue parole. Sarà una mesta uscita di scena. Ma è così che finisce, quando finisce. Nell’amore cantato da Charles Trenet, come in politica: «una vecchia foto… e capelli al vento».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14/7/2016

Quanta “Italia nascosta” c’è anche in Puglia e Basilicata

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Racconti d’arte / Dalla Santa Eufemia del Mantegna a Santa Maria della Croce di Casaranello: splendori da scoprire
Carlo Vulpio svela le bellezze snobbate dai libri di viaggio


ItaliaNascosta


di Alberto Selvaggi, La Gazzetta del Mezzogiorno, 25/6/2016


E’una questione di prospettive. La prospettiva ha cambiato la pittura per gradi, il romanzo, melodia, fisica, filosofia, moda, linguaggio. E adesso anche i racconti di viaggio alla ricerca delle bellezze italiane. Ovvero de L’Italia nascosta (Skira ed. pagg. 215, euro 16,00), come la chiama Carlo Vulpio nel suo libro che cova un che di rivoluzionario. Perché pochi, o nessuno, a quanto afferma in quarta di copertina Vittorio Sgarbi – che andrebbe assunto come guardiano del bello in ogni paesino scempiato – ha svelato e dipinto l’Italia da una prospettiva non frequentata dalla manualistica stereotipata. Per i tipi di Skira, non a caso, una delle ultime editrici che non producono saponette invece che pagine.
Ovvio che Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, autore di inchieste e reportage culturali, spesso anche polemici o aspri, pur forte delle conoscenze acquisite on è un critico d’arte di gioiosa marca pari al Vittorio dal ciuffo fluente o ad altri sapienti di rango. Ma, nelle facoltà spiazzanti del suo mestiere, ha scippato il fuoco della conoscenza agli stessi maestri: “Questo libro avrei dovuto scriverlo io – afferma, cioè grida, Sgarbi -. Mi sono distratto e Carlo Vulpio mi ha rubato il soggetto e l’editore”. E non scherza. Anzi.
Vulpio, segugio di beltà occultate, venne sguinzagliato da Antonio Troiano, “giornalista di razza e uomo con una parola sola”, nocchiero della redazione culturale del Corsera, sulle tracce degli splendori del Belpaese che nessuno finora s’era filati. E, in nome della nostra ignoranza, ne ha fiutati e scovati. Tanti. Ha spostato le lenti, ovvero l’inclinazione della sua testa, di cinque gradi. E tanto è bastato a catturare L’Italia nascosta, mondo straordinario, schermato alla vista di noi muli al basto di guide turistiche e ammaestramenti scolastici.
E’ qui dov’era e dove sarà, svelata su queste pagine occhieggianti di immagini. Lungo l’intera cartina a forma di stivale, carica di miracoli, anche in Puglia, naturalmente, tanto più che l’autore è un corregionale. E in Basilicata, mondo che conosce meglio delle sue tasche. Ed ecco allora, ne I nove cieli di Casaranello, nella chiesa di Santa Maria della Croce, Salento, spuntare il più prezioso dei mosaici bizantini pugliesi, come lo definì Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. Un portento paleocristiano disteso nel borgo storico di Casarano, che deve indirettamente la sua oscura fama a un cronista non blasonato, Enrico Valente, che ne scrisse negli anni Cinquanta. Così che sotto le pennellate degli imbianchini risuscitarono affreschi italo-bizantini del Medioevo, corone fulgenti della “più importante testimonianza d’arte musiva bizantina, nel suo momento d’oro, sotto Ravenna“, li cataloga Sgarbi.
E’ lì dove è stato sempre e mai abbiamo guardato quella specie di stupefacente, assurdo, metafisico vuoto sospeso di ponte d’ingresso al poggio di Civita di Bagnoregio, vicino a Viterbo, che estende la sua fragilità per trecento metri verso un pugno di case che si batte contro un naturale stato di isolamento. Sono là i bui archivolti dei carruggi, vene esangui della vecchia San Remo. La restituita abbazia di Novalesa, Susa, con i suoi restauratori librari, benedettini in saio, l’antifonario gregoriano e una Regola del fondatore dell’ordine, resuscitati. E Vulpio esuma per la nostra delizia anche altri tesori sepolti a un tiro di schioppo dalle nostre case.
Per esempio, quanti fra voi hanno fatto fede davvero dei “quindici secoli di devozione” al San Michele di tutte le fedi, Monte Sant’Angelo, Daunia? Fuori dal turismo religioso in autobus climatizzato, rosario in mano? Lo diceva pure Padre Pio: “Prima di venire a San Giovanni Rotondo dovete andare a trovare San Michele”. E nell’Italia nascosta c’è più di una ragione spesa in favore dell’esortazione del Frate. L’incombente Grotta dell’Arcangelo. I milioni di pellegrini all’anno. La visita timorata nel sentimento di minorità di San Francesco, della quale non tutti sappiamo, le rune, i miti e le testimonianze di altre civiltà. La Basilica, la cappella del Santissimo Sacramento sotto la volta crociata. E catturante è anche la ricostruzione, sottesa di ironia benevola, della un tempo irrisa Montepeloso, che dal 1895 pensò bene di cambiar nome in Irsina, nel Materano.
L’autore riannoda i fili di storia, che danno di favola, dei bovi che portarono dal porto di Trani la inestimabile donazione del prete notaio Roberto de Mabilia, montepelosino spedito a studiare a Padova, che comprendeva, tanto per gradire, l’unica scultura di Andrea Mantegna, la Sant’Eufemia patrona che magnetizza gli incauti nella Cattedrale. Attribuzione che dobbiamo, sulla scorta della Vita Divae Euphemiae dell’umanista Pasquale Verrone , recuperata dal topo di Biblioteca Vaticana don Nicolino di Pasquale negli anni Ottanta, alla storica dell’arte Clara Gelao.
Per non parlare della Cripta dei cento santi o del peccato originale, che dimostra come e perché Matera non sia soltanto Sassi o sanguinamenti del film The Passion. “Nel buio di una delle grotte che, come finestrelle, dalla parete di roccia carsica… Si può vedere come l’uomo, e la donna, persero il Paradiso”.
Un ciclo di affreschi che si condensano nella chiesa rupestre in cui facilmente immagini sbucare ominidi con la clava. Una Bibbia figurata di scene esemplari. Mascherata tra le grinze possenti della gravina, rintracciata dopo le indicazioni di un contadino che usava il luogo come ricovero per le pecore, da Raffaello De Ruggieri, oggi sindaco della città, con moglie e amici che lo supportavano.
Per cui: se amate l’inerzia in vacanza, leggete ‘sto libro per dirvi di non aver visto e saputo niente, da Bolzano a Cefalù, della nazione che abitate. Se vi apprestate a partire dinamici, portatevi appresso ugualmente L’Italia nascosta, ripercorrendone la caccia culturale. A meno che – e perdonateci la chiusa sgarbesca, ma la troviamo fantastica – qualche amministratore caprino non abbia già sepolto con il cemento le bellezze indicate, o non ci abbiano pensato quei furboni dei writer. “Capre, capre, capre, capre..!” (ad libitum).

Le mele dei dinosauri

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Un patrimonio dell’umanità sorto in una regione al confine con il Kirghizistan e la Cina. Da qui ha viaggiato lungo le Vie della Seta, fino alla Mesopotamia, l’antica Roma e poi le Americhe.
Resistono da circa 65 milioni di anni, sono le madri di tutte le specie coltivate, hanno un patrimonio genetico che ha consentito di sopravvivere a choc climatici, fattori inquinanti e parassiti. E anche a Stalin. Che condannò la genetica mendeliana di Nikolaj Vavilov, lo scopritore di questo tesoro biologico. Perciò al «giardino» sulle Montagne Celesti del Kazakhstan è stato assegnato
il premio Carlo Scarpa sulla salvaguardia del paesaggio.


Tien Shan (Kazakhstan)


E’ piccolo e storto, e sembra in equilibrio molto precario sul ciglio di quello sprofondo di quattro o cinquecento metri. Ma ce la farà. Si imporrà e affonderà le radici, e si prenderà lo spazio che gli serve per crescere e fruttificare. Lì, in quella posizione, così isolato, ha poche probabilità di diventare alto e prolifico come i suoi simili, che possono arrivare ai trenta metri di altezza e dare una tonnellata di frutti ogni stagione. Però, come loro, di sicuro crescerà e resisterà. Perché quell’albero è un melo selvatico del Tien Shan, le Montagne Celesti che fanno parte del massiccio del Tarbagatai, e qui, nel sud-est dell’immenso Kazakhstan, al confine con la Cina e il Kirghizistan, resiste da quando esiste, circa 65 milioni di anni, coetaneo degli ultimi dinosauri. Questo melo selvatico si è riprodotto fino a formare grandi foreste che ricoprivano non soltanto le Montagne Celesti, ma anche quelle del Djungarsky Alatau — che con i suoi 11 mila ettari di meli è attualmente il più «folto» — e di altri gruppi montuosi della stessa altitudine, tra i 4 mila e i 7 mila metri. Il melo selvatico kazako (ma anche kirghizo, uzbeko e cinese) cresce ad altitudini minori, non superiori ai 2.500 metri, e si è riprodotto fino a imboschire le montagne grazie alla golosità degli orsi, che ne mangiano i frutti dolci, e agli enzimi dei loro escrementi, capaci di schiudere i semi molto resistenti delle mele selvatiche e quindi di farli germogliare.
Ma questo melo selvatico unico al mondo, che dà mele dolci e succose ed è il padre di tutte le mele del mondo, oltre che agli orsi, dev’essere riconoscente alla Natura, che gli ha dato un codice genetico che rispetto a tutte le altre specie di meli ibridati lo ha reso più resistente ai cambiamenti climatici, ai fattori inquinanti e ai parassiti. Un Dna che nemmeno la presunzione, la stupidità e la follia degli uomini sono riuscite a piegare e a «correggere». Più l’uomo si ingegnava a modificare e a domesticare quel Dna, più quei cromosomi andavano a riprendersi in qualche modo e da qualche altra parte ciò che gli era stato tolto. Ma a questo punto, e da questa precisa area dell’Asia centrale, dobbiamo raccontare anche un’altra storia. Che è la storia secolare dei Galileo Galilei e degli ottusi inquisitori che li hanno perseguitati, dei tormenti e dell’entusiasmo degli spiriti liberi impegnati nella ricerca scientifica e dei loro nemici «per statuto», gli occhiuti custodi della religione che degrada in ideologia e viceversa. Una storia che riguarda il passato e il suo racconto, finalmente riportato su basi di verità, ma anche una storia, come nel nostro caso, fondamentale per affrontare il presente e progettare il futuro.
La mela di cui stiamo parlando si chiama Malus sieversii, dal nome di Johann August Carl Sievers, farmacista tedesco vissuto nella seconda metà del Settecento, che durante uno dei suoi viaggi in Asia come membro dell’Accademia imperiale delle scienze di San Pietroburgo — su incarico della zarina Caterina II, appassionata di botanica —, scoprì quelle mele selvatiche così particolari, «dolci e dalledimensioni di un uovo di gallina». Sei centimetri di diametro, fiori che variano dal bianco al porpora scuro, quelle mele erano esattamente le stesse che oggi riempiono gli alberi delle Montagne Celesti intorno ad Almaty — l’ex capitale del Kazakhstan, il cui nome significa «padre delle mele» — e che la Iucn, l’Unione mondiale per la conservazione della natura, ha incluso nella «Lista rossa» delle specie minacciate. La mela del Kazakhstan, molto prima di diventare Malus sieversii, aveva viaggiato per migliaia di chilometri lungo quella rete di percorsi carovanieri meglio noti come Vie della Seta, e dai massicci montuosi kazaki aveva raggiunto la Mesopotamia, la Grecia, l’antica Roma e poi, con Cristoforo Colombo, le Americhe. Ma è soltanto nel 1929 che questa mela viene individuata come la progenitrice di tutte le mele coltivate. È il genetista russo Nikolaj Vavilov ad annunciare la scoperta. Dopo aver visto le foreste di meli selvatici del Tien Shan, Vavilov ha la conferma delle proprie teorie e dice che qui, su queste montagne, si trova «il centro di origine della mela coltivata».
Vavilov è uno scienziato, viaggia e si confronta con tutti, specialmente con gli americani, e la sua autorevolezza cresce al pari della sua notorietà. Quanto basta per farlo cadere in disgrazia. Trofim Lysenko, direttore dell’Accademia delle Scienze agricole dell’Unione Sovietica e depositario del verbo ufficiale del regime, condanna, nel nome di Stalin e della «nuova biologia» — quella proletaria, che deve opporsi alla «pseudoscienza borghese» — la genetica mendeliana di Vavilov. Il quale viene arrestato nel 1940 con il solito campionario di accuse «anti-sovietiche» e condannato a morte. La sentenza non verrà eseguita solo perché tre anni dopo Vavilov morirà in carcere, nonostante gli accorati appelli ai suoi boia, al capo della polizia politica Berija e al capo supremo Stalin, rimasti senza risposta.
È il trionfo di Lysenko che, per dimostrare che la genetica mendeliana è mendace e Vavilov un traditore del popolo, sfodera il peggio del repertorio per uno scienziato quale egli stesso è: il dogma ideologico. L’Unione Sovietica si fonda sul marxismo-leninismo e sul «materialismo dialettico», dice Lysenko, e poiché essi non prevedono la biologia mendeliana, questa è da considerarsi una falsa scienza che va rimpiazzata con quella vera. Cioè il suo delirio che lo porterà, a metà degli anni Cinquanta, a perseguitare anche il migliore allievo di Vavilov, il kazako Aymak Djangaliev, quando questi si opporrà alla deforestazione massiva dei boschi di meli selvatici ordinata da Lysenko.
Le foreste selvatiche, secondo Lysenko, erano un errore della natura che andava corretto attraverso il lavoro dell’uomo. Dunque, via libera alle motoseghe per eliminare i meli selvatici — che pure erano stati i soli a resistere a cinque inverni consecutivi a 50 gradi sotto zero, altro che errore della natura — e al loro posto nuovi frutteti. Il risultato fu che quei frutteti «ibridati», più deboli, perirono e che il Kazakhstan perse il 70 per cento delle sue foreste di meli selvatici. Djangaliev fu quindi espulso dal Pcus, i suoi libri vennero vietati, il suo dottorato annullato, gran parte del suo materiale documentario bruciato, e furono persino sradicati gli esemplari di Malus sieversii che egli aveva accudito a fini di studio. Di Lysenko, dopo la «destalinizzazione », si sono perse le tracce (morì di vecchiaia nel 1976), ma Djangaliev, nonostante le avversità del regime, proseguite fino alla dissoluzione dell’Urss e anche oltre, ha continuato a percorrere la propria strada fino all’ultimo. È morto nel 2009, giusto un anno prima che il biologo molecolare americano Barry Juniper completasse la sequenza del genoma della mela domestica, la prova definitiva che l’origine del frutto è qui, sul Tien Shan, come aveva intuìto Vavilov e dimostrato Djangaliev. Non si tratta di stabilire dove fosse davvero l’Eden, se fra il Tigri e l’Eufrate, o sulle Montagne Celesti. Ma di capire, traendo insegnamento da questa storia, se per il futuro dovremo puntare al paradiso della ricerca scientifica intellettualmente onesta oppure rassegnarci all’inferno dei dogmi e delle scomuniche, che oggi, ahinoi, inficiano anche la stessa scienza. Ecco perché il comitato scientifico del Premio internazionale Carlo Scarpa per il Giardino (Fondazione Benetton Studi Ricerche), presieduto da Luigi Latini, ha scelto di premiare, per la XXVII edizione, la kazaka Natalya Ogar. Non solo perché il suo lavoro di ricerca accademica sui meli del Tien Shan è nel solco del lascito di Djangaliev, ma anche perché, come spiega bene Francesco Sottile, del dipartimento di Colture arboree dell’università di Palermo, nel volume pubblicato per l’occasione dalla fondazione veneta, il futuro, più che nella transgenica monopolizzata da poche multinazionali, è nella cisgenica, cioè nel trasferimento di geni «amici» da specie selvatiche a specie domestiche per renderle più resistenti. In piena libertà di ricerca, come insegnano le mele del Tien Shan.


L’evento
Il Premio internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, giunto quest’anno alla XXVII edizione, è intitolato al grande architetto veneziano e inventore di giardini Carlo Scarpa (1906-1978) ed è promosso e organizzato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso. Il premio, un sigillo disegnato da Carlo Scarpa, viene consegnato dal direttore della fondazione, Marco Tamaro, alla persona o all’ente che più ha contribuito alla salvaguardia e alla valorizzazione del luogo designato come meritevole di cura e come esempio di governo del paesaggio. Il premio si caratterizza come una campagna di lavoro, di ricerca e di studio che coinvolge amministratori pubblici, architetti, agronomi, poeti, scrittori e specialisti di arti, scienze e tecniche diverse. La doppia cerimonia di premiazione si è svolta prima a Treviso (il 14 maggio) e poi nel luogo premiato (il 27). Quest’anno, per i boschi di meli selvatici delle montagne del Tien Shan, è toccato alla città di Taldykorgan, nella regione di Almaty, Kazakhstan.


Carlo Vulpio, la Lettura, 5/6/2016

Tesori ritrovati, lezioni di civiltà

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Trenta le tappe scelte con originale oculatezza nel libro di Carlo Vulpio “L’Italia nascosta”. Località descritte con competenza dalle persone incontrate durante le peregrinazioni


ItaliaNascosta


di Claudio Strinati, Il Messaggero 6/6/2016


SCOPERTE
Il viaggio per l’Italia nascosta è un genere letterario che attraversa i secoli scoprendo sempre cose nuove. Carlo Vulpio, col suo libro pubblicato da StorieSkira (si chiama proprio così: “L’Italia nascosta”) si iscrive in questa nobile tradizione per una trentina di tappe scelte con originale oculatezza. Sulla copertina c’è Civita di Bagnoregio, la città che scompare, luogo magico, remoto, di fascino imperituro. Poi l’autore si avventura in località, all’opposto, largamente sconosciute come Casaranello (Lecce), Orroli (Cagliari), Torri del Benaco (Verona), Zungri (Vibo Valentia).
GLI ARGOMENTI
L’arte e il paesaggio non sono gli unici argomenti del libro e l’Italia descritta da Vulpio non è soltanto disseminata di capolavori d’arte e squarci incantevoli. Naturalmente il libro comprende questi aspetti e l’autore, giornalista esperto e sensibile, manifesta massimo rispetto per quegli studiosi che aiutano a conoscere e amare la realtà del patrimonio artistico italiano. Ma il testo di Vulpio è soprattutto un manifesto di concretezza e antiretorica, strumenti indispensabili per chi scopre un tesoro.
Non sottoscrive acriticamente l’idea convenzionale per cui l’immensa densità culturale italiana sarebbe in sé questo tesoro nascosto contenente meraviglie che tutto il mondo ci invidierebbe. Vulpio certamente condivide la parte sostanziale e sacrosanta di tale tesi, ma non è questo il punto centrale della sua ispezione nella storia, perché sa bene, e ce lo racconta senza tante teorie ma alla luce di evidenti constatazioni, come i veri tesori nascosti del nostro Paese siano le parole e le cose, per richiamare il sublime titolo di un vecchio e utile libro di Michel Foucault.
Il tesoro è nascosto fino a che non se ne parla e quel qualcuno che ne parla ha potuto e saputo sperimentare di che si tratti. E non è necessariamente il sommo studioso che ci spiega quanto siano importanti il formidabile pittore Saturnino Gatti; l’eletto manierista Niccolò Circignani detto il Pomarancio; il misterioso e potente pittore medievale della Cripta di Adamo ed Eva a Matera; o l’altro, veramente eccelso, di Castelseprio presso Varese. Tutti questi maestri e tanti altri entrano in scena nel libro di Vulpio che ce li racconta con competenza e amorevolezza invero encomiabili. Ma altrettanto, nel suo testo, se non più, contano le persone che lo scrittore incontra nelle sue peregrinazioni. Le incontra o nelle pagine dei libri o in carne ed ossa, ma sempre e soltanto quando ha raggiunto la località di cui narra. E ciascuno gli parla del posto in cui si trova, delle ricerche archeologiche, delle credenze locali, delle scoperte universali che scaturiscono logicamente da quelle terre. Sono le parole degli uomini, colti e appassionati, il vero tesoro, quando queste parole aderiscono alla realtà vivente dei luoghi che hanno generato tradizioni e civiltà.
LA CHIAVE
Qui mi sembra la preziosa chiave di lettura del libro e, a quel punto, non importa se parliamo di una miniera; dei mosaici bellissimi di Monreale; della Villa San Marco a Castellammare di Stabia; del borgo quasi abbandonato, ma stranoto fin negli Stati Uniti d’America, di Beffi in Abruzzo; di papa Benedetto XVI quando racconta dell’abate Autperto che quasi nessuno sa chi sia; dell’avvocato Domenico Romano-Carratelli che ha ritrovato dopo secoli di dispersione l’antico Codice della Calabria Ultra e ci porta a vederlo con l’affetto sconfinato di un uomo che vive la sua realtà, quella di Tropea, in un andirivieni di complessa cultura specialistica e di quotidiano gravame della vita sempre guardandosi intorno con cura e attenzione.
L’ESEMPIO
Il libro di Vulpio è, dunque, una lezione di civiltà ed è un buon motivo per viaggiare, in Italia o in qualunque altra parte del mondo. Ogni capitolo è un buon esempio di tale mentalità. Prendiamo Palermo. L’autore si volge alla Conca d’Oro, un paradiso perduto. E questo lo porta a pensare agli Arabi, ai Normanni, a Goethe che di quelle terre lasciò un ricordo indimenticabile nel suo Viaggio in Italia. Distruggerla è un crimine contro l’Umanità, come è stato per i Buddha di Bamiyan.
E medita con un illustre studioso di colture arboree come Giuseppe Barbera; rilegge un vecchio articolo di Cesare Brandi, strenuo difensore dei beni culturali; rammenta l’altro eletto filosofo Rosario Assunto; si interessa del lavoro del gruppo di studio coordinato dall’architetto Lina Bellanca. Ripensa al Gattopardo, a don Pino Puglisi, al premio Carlo Scarpa. I tesori sono ovunque.

La grande bellezza da (ri)scoprire

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Da Nord a Sud e ritorno: il viaggio di Carlo Vulpio attraverso la storia e l’arte del nostro Paese. I reportage raccolti nel volume «L’Italia nascosta»(Skira)


ItaliaNascosta


di Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera, 20/5/2016


L’Italia nascosta è andato a cercare Carlo Vulpio, e così ha intitolato il suo libro (Skira), dedicato a trenta bellezze del nostro Paese, opere d’arte, capolavori e luoghi poco noti, dimenticati, trascurati, non visitati e perciò, automaticamente, «minori», sebbene questo aggettivo al massimo possa adattarsi alle piccole dimensioni di alcuni dei tesori scovati dall’autore. Quello che era nato come un reportage giornalistico (per la Lettura, supplemento culturale del Corriere) è diventato, prima una vera e propria passione e poi, appunto un libro: non una guida, però, bensì una raccolta di racconti, quasi un diario del molto invidiabile peregrinare attraverso l’Italia, da Sud a Nord e poi di nuovo da Nord a Sud, sulle tracce del bello, di quel bello rimasto in ombra di cui l’Italia è ricchissima e che, forse, dopo questo libro, resterà un po’ meno nascosto.
Città, villaggi, chiese, cappelle, abbazie, affreschi e mosaici ha scoperto e raccontato Carlo Vulpio, per un viaggio attraverso la storia e la storia dell’arte italiana; e non è escluso, come egli stesso scrive nell’introduzione, che l’avventura, da non molto terminata, potrebbe, in qualche modo, aver cambiato i connotati al polemico cronista giudiziario, all’inviato speciale nell’Italia del malaffare qual è stato finora: gli ha insegnato, infatti, che la bellezza bonifica, dà serenità, fiducia, a volte addirittura ottimismo.
Due, si può dire siano stati i suoi Virgilio, uno vivo e vegeto, l’altro letterario. Il primo, naturalmente, Vittorio Sgarbi, infervorato suggeritore di alcune delle trenta tappe; l’altro Guido Piovene che, con il suo Viaggio in Italia, è stato guida fidata che qua e là ha preceduto l’autore nella scoperta di qualche bellezza ora come allora dimenticata, in ombra. Per il resto — spiega Vulpio— è stato un passaparola: il custode di uno di questi tesori nascosti che ne segnala un altro, e via così, catena umana di appassionati del bello che ha contribuito a portare alla luce le tessere del grande mosaico dei nostri capolavori trascurati.
Non soltanto custodi innamorati di quel che custodiscono ha incontrato l’autore nei suoi viaggi, quasi sempre felicemente sorpresi che qualcuno, infine, si interessasse alla «loro» opera d’arte, ma anche, quasi ovunque, dei cultori di storia locale, per lo più insegnanti, bibliotecari, direttori di musei, che ai luoghi in questione hanno dedicato studi, a volte, lunghi una vita, ricerche, pubblicazioni: grande e meritevole stuolo di studiosi semisconosciuti che, grazie alla loro passione, sono diventati salvatori di bellezze. Non fossero esistiti, molti dei tesori raccontati nel libro non sarebbero soltanto dimenticati ma, forse, in rovina completa se non addirittura spariti.
Da cronista scrupoloso Vulpio ha letto le tante pagine dei loro lavori prima di mettersi, lui, al lavoro. Il suo viaggio, seguendo l’ordine alfabetico, comincia ad Asciano, in Toscana, dove sorge l’Abbazia benedettina di Monte Oliveto Maggiore il cui chiostro grande è decorato da trentasei affreschi — opera di Luca Signorelli e del Sodoma — dedicati alla vita di San Benedetto; e termina a Zungri, in Calabria, villaggio di grotte risalenti all’età del Bronzo, un insieme genialmente scavato nel tufo, di case, strade, scale, pozzi, cisterne, fontane, fornaci, magazzini e sfiatatoi per il fumo, dei quali tutto si può dire tranne che siano primitivi.
Ricchissime di questi pregiati luoghi nascosti sono soprattutto le regioni meridionali, a testimonianza di un rigoglio di civiltà — ciascuna delle quali ha lasciato le sue preziose tracce — forse unica al mondo. Ma nessuna delle regioni d’Italia è esclusa dallo straordinario catalogo delle bellezze cosiddette «minori»; ovunque vi è un luogo di cui prendere nota, da mettere tra i buoni propositi, meta di una prossima visita: e, come si vedrà, il viaggio per raggiungerlo potrà essere anche molto breve. Potrebbe anzi essere che accanto a quell’opera d’arte si sia già passati tante volte, senza sapere, senza vedere.
Gran parte dei capolavori raccontati da Carlo Vulpio, sia pure ignorati, non visitati, non pubblicizzati, sono, fortunatamente, stati restaurati, ed è successo quasi sempre in tempi recenti, segno che, magari lentamente, comunque cresce l’attenzione per il nostro patrimonio artistico: buon segno, dunque. Ma non manca quello cattivo, pessimo, quasi delittuoso. Ed è, per esempio, il panorama che l’autore ha trovato nell’ex Conca d’Oro, immensa piana di agrumeti attorno a Palermo, sfigurata negli ultimi cinquant’anni da un ammasso informe di cemento che se l’è mangiata quasi tutta. Perché ci è andato allora? Perché vi si trova, oasi per il momento sopravvissuta, il Castello di Favara Maredolce, di cui re Ruggero II fece, intorno all’anno Mille, il primo nucleo della città giardino che diventerà poi Palermo. E intorno sono rimasti venticinque ettari di agrumeti.

Nelle banlieue agricole del Tavoliere tra lavoro nero e inni al Bataclan

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BORGO LIBERTA’ (Foggia)
Sono banlieue agricole, come altrimenti definire questi ciuffi di case sparse, come barche alla deriva, nel grande mare di terra ben coltivata del Tavoliere? E’ in queste periferie improprie, lontane dai centri abitati e ignorate dagli amministratori, in questi veri e propri ghetti, che sopravvivono, stipati come animali in baracche fatiscenti, gli immigrati di ogni colore ed etnia. «Immigrati» però, è categoria ormai troppo ampia e generica per definire i soli lavoratori agricoli stagionali stranieri. In mezzo a costoro, che lavorano sodo e guadagnano pochissimo, da tempo vivono, e bene, anche tanti individui per i quali l’immigrazione in Italia, e nelle campagne del Sud in particolare, è business. Come dev’essere stato, se le accuse verranno provate, per Gulistan Ahmadzai, il ventinovenne afghano accusato di far soldi con l’immigrazione clandestina e coinvolto (anche se questa imputazione non lo riguarda) nelle indagini sul terrorismo internazionale di matrice islamica della Dda di Bari.
Gulistan Ahmadzai è in Italia da alcuni anni. Appena arrivato ha ottenuto lo status di «protezione sussidiaria», un permesso di soggiorno riconosciuto a chi non può godere delle garanzie della Convenzione di Ginevra perché non in grado di dimostrare di essere un «rifugiato», una persona cioè costretta ad abbandonare il proprio Paese in seguito a una persecuzione personale. Ma ugualmente, la «protezione sussidiaria» scatta in favore di tutti coloro che rischino una condanna a morte, la tortura, o una minaccia alla propria vita in caso di guerra interna o internazionale. Era in pericolo per una di queste ragioni, Gulistan Ahmadzai? A Borgo Libertà, 350 persone, uno dei tanti borghi sorti grazie alla Riforma agraria degli anni Cinquanta per ripopolare e coltivare le campagne trascurate dai latifondisti, non sanno chi sia Gulistan Ahmadzai. Forse lo avranno incrociato qualche volta nell’unico bar del borgo, o forse no, di certo non se lo ricordano come uno degli stagionali che tutti i giorni lavorano nei campi. Eppure, «risulta» che Gulistan avesse qui la sua residenza. «Ma dove? Nel centro di accoglienza del borgo? – sorridono sardonici gli abitanti del Libertà – Ufficialmente il centro è quell’edificio vicino alla Torre Alemanna, ma non è stato mai aperto». E allora dove può aver vissuto in tutto questo tempo Gulistan l’afghano? «E chi lo sa? Provi a chiedere a Borgo Tre Titoli, a cinque chilometri da qui, è lì che vivono tutti».
«Tutti», sarebbero tutti gli immigrati, senza distinzione di status. Ma Borgo Tre Titoli non è Borgo Libertà. E’ una banlieue agricola di baracche senz’acqua e senza fogna, come il ghetto di Rignano Garganico, come Borgo Cannone, come l’agglomerato di baracche nella campagne di Stornarella, tutti luoghi in cui si vive anche in quindici in una stanza, ma dove vige la rigorosa separazione tra gli africani (liberiani, ghanesi, ivoriani, nigeriani) e gli arabi, prevalentemente tunisini, marocchini, algerini, i quali, a differenza dei primi, sono molto più sensibili, per dirla con un eufemismo, alla comune appartenenza all’islam, fattore identitario che in questi anni torbidi li rende più coesi di tutti gli altri. E’ tra questi «correligionari», che a parlarci tirano fuori un armamentario religioso rudimentale e rabbioso, arrivando a giustificare la strage del Bataclan a Parigi «per le vostre offese al Profeta sui giornali», che trovava una sponda Gulistan l’afghano? Omar, almeno così dice di chiamarsi, intuisce la piega che sta prendendo il discorso e placa i suoi più giovani amici. «Afghani – dice -, implicati in fatti di terrorismo qui, a Tre Titoli? Ma no. E’ che purtroppo, quando c’è la guerra, poi succedono tante altre cose. Il mondo va così». E Gulistan l’afghano, cinque anni in Italia, sembra diventato improvvisamente un fantasma.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11 maggio 2016

L’impeto del collezionista va in mostra. 120 opere dal museo privato di Sgarbi

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A Osimo, splendida città a due passi da Ancona dove nel 1975 venne firmato l’omonimo trattato che ha disegnato gli attuali confini tra l’Italia e la ex Jugoslavia in seguito alla seconda guerra mondiale, domani sarà inaugurata la mostra, aperta fino al 30 ottobre, Lotto, Artemisia, Guercino. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi.
Centoventi opere della collezione privata del critico d’arte, che da Ro Ferrarese – nel delta del Po di Riccardo Bacchelli dov’è la casa di Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, i genitori di Vittorio ed Elisabetta -, hanno percorso trecento chilometri e hanno trovato ospitalità a Osimo, a Palazzo Campana. Qui, Pietro Di Natale, Liana Lippi e Stefano Papetti hanno curato e allestito, con il sostegno della Regione Marche, una mostra straordinaria e affatto singolare, le cui «prove generali», ma con un terzo delle opere esposte a Osimo, si erano tenute nel 2013 e nel 2014 in Spagna (Burgos, Il giardino segreto, e Céceres, Il furore della ricerca) e a Città del Messico (Teoria della bellezza).
Le opere selezionate per Osimo coprono quattro secoli, dal Cinquecento all’Ottocento, e dimostrano quanto sia ricca, complessa, varia, sorprendente la «cartina geografica» dell’Italia artistica, con tutte le sue scuole – veneta ed emiliana, toscana e romagnola, romana e napoletana, umbra e marchigiana – e con tutti i suoi artisti. Non solo i più noti Lorenzo Lotto, Artemisia Gentileschi e Giovanni Francesco Barbieri alias il Guercino, ai quali è intitolata la mostra di Osimo, ma anche tutti «gli altri» – e qui, poiché l’elenco è davvero lungo, ci limiteremo a citare Nicola Pisano, Guido Cagnacci, Simone Cantarini, Jusepe de Ribera, Sebastiano Filippi detto il Bastianino -, sbrigativamente classificati come «minori» da consorterie accademiche stanche e distratte. «Per uno storico dell’arte – dice Sgarbi – il collezionismo è legato anche a un divertimento competitivo: dimostrare che sa riconoscere un’opera e un artista prima degli altri. Ecco perché un vero collezionista non avrà mai un Raffaello in casa, ma per un Bastianino può arrivare a uccidere».
La collezione di Vittorio Sgarbi comprende tutti i dipinti, i disegni, le incisioni e le sculture che egli ha cercato, trovato, riconosciuto, amato, acquistato e persino «immaginato» negli ultimi quarant’anni, «grazie anche a mia madre – dice lui -, che era una donna molto curiosa e comprava per me alle aste». Sono quattromila opere, o forse più, delle quali 650 conferite alla Fondazione Cavallini-Sgarbi e le altre «stipate» nell’abitazione di famiglia a Ro Ferrarese, che Sgarbi ha utilizzato, più che come una casa, come un’Arca di Noè in cui raccogliere tutta l’arte italiana possibile, per salvarla e tramandarla, come se dopo di lui incombesse un altro diluvio universale. Un esempio di ciò che stiamo dicendo è il San Domenico di Niccolò dell’Arca – tra l’altro autore dello strepitoso Compianto sul Cristo morto, in terracotta, che si trova nella chiesa di Santa Maria della Vita, a Bologna -, una scultura che, dice Sgarbi, «avevo prima immaginato e poi trovato, perché questo deve fare un vero collezionista: cercare ciò che non c’è, ciò che è introvabile, o addirittura incercabile». Una sfida senza fine, che continua ad affascinare Sgarbi anche durante la mostra di Osimo, dove esporrà l’ultimo suo acquisto, un’aquila in terracotta, anch’essa opera di Niccolò dell’Arca. Per averne la prova certa, un grande restauratore, Ottorino Nonfarmale, confronterà una impronta digitale presente sul busto del San Domenico con quella rinvenuta sull’aquila.
La mostra di Osimo però non si concluderà a Osimo. Ma si ricongiungerà alla restante, imponente collezione di Sgarbi in un solo luogo, forse per i prossimi dieci anni o forse per sempre. A Venezia, a Firenze, a Padova, o a Roma. Oppure a Verres, in Val d’Aosta, o ad Arco di Trento. O magari al Sud, a Matera, dove in vista dell’appuntamento del 2019, in cui la Città dei Sassi sarà capitale europea della Cultura insieme con la bulgara Plovdiv, la collezione Sgarbi potrebbe dar vita al più grande museo dell’Italia meridionale dopo quello di Capodimonte a Napoli. Per il Sud sarebbe una nuova opportunità di progresso e di riscatto attraverso l’arte e la bellezza.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 17 marzo 2016

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