Fra i 3.500 nei ghetti della Puglia. “Le aziende chiamano al telefonino”

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Pianura del Tavoliere (Foggia)


Se non fossero neri, li scambierebbero per olandesi o belgi, perché vanno quasi tutti in bicicletta. Mai nel Tavoliere, se non ai tempi dei braccianti di Peppino Di Vittorio, si erano viste tante biciclette scorrazzare per queste strade di campagna pianeggianti e rettilinee, eppure così malandate, come in Bosnia dopo la guerra. E come quei braccianti, anche questi «tulipani neri» non fanno sport, ma vanno a lavorare nei campi o a cercare lavoro, e alla fine della giornata, se la bicicletta non si è sfasciata, tornano a casa. Dove «casa» sta per baracca fatta di pezzi di legno, di plastica e di lamiera. Tutte le loro «case» sono così. È la loro bidonville. Il ghetto.
Sono vent’anni che né lo Stato, né la Regione, né le associazioni dei grandi produttori agricoli e della grande trasformazione e distribuzione agroalimentare sono stati capaci di organizzare per loro villaggi di strutture mobili, prefabbricati come quelli installati dopo un terremoto, che li accolgano per i 7–8 mesi di lavoro agricolo e non li facciano vivere come bestie, tra montagne di rifiuti che nessuno va a raccogliere, e che loro sono costretti a bruciare e a respirare, altrimenti rischiano malattie peggiori, e senza alcun altro servizio minimo che faccia capire al mondo che la schiavitù è finita e non può essere un alibi per nessuna economia.
E infatti, la Ue questo rimprovera all’Italia, le chiede come impiega i soldi che riceve per i suoi «gastarbeiter», i lavoratori ospiti, se i risultati sono questi. E non vale rispondere alla Ue che gli immigrati devono essere distribuiti equamente tra i diversi Paesi dell’Unione, perché qui stiamo parlando di immigrati che vengono in Italia per soddisfare la domanda italiana di lavoro agricolo. Mentre si insiste nel far «accudire» questa gente da costose cooperative di «volontariato», che, appunto perché costose, si occupano di una esigua minoranza di immigrati (ma perché poi, se hanno il permesso di soggiorno e sono persone libere e addirittura cittadini europei?).
Li abbiamo visitati tutti, uno per uno, i cinque ghetti del Tavoliere, che attualmente «ospitano» all’incirca 3.500 persone. In quello di Macchia Rotonda, per esempio, a Stornara, vivono circa 350 Bulgari, tutti di etnia Rom e tutti, ohibò, che lavorano qui da anni, e non fanno più di quello che farebbero foggiani, napoletani, milanesi, italiani che decidessero di non rispettare le leggi.
Pavlov Andonov, per dire, ha la carta d’ identità italiana e viene qui da dieci anni con i suoi tre figli, che frequentano la scuola di Borgo Tressanti – dove c’è un altro ghetto -, in cui abbiamo visto 70 bambini africani, bulgari, polacchi e italiani divertirsi insieme. Stesso discorso nel ghetto «misto» di Borgo Mezzanone e nel ghetto «Ghana» di Borgo Tre Titoli, dove le biciclette e i telefonini consentono ormai una contrattazione diretta tra datori di lavoro e braccianti immigrati che toglie enfasi e spazio all’attività dei «caporali», sempre meno mediatori illegali di manodopera e sempre più simili a una sorta di servizio taxi tipo Uber (5 euro a cranio, la tariffa).
Mentre davvero paradossale, se non agitato ad arte, appare l’allarme per «infiltrazioni della criminalità organizzata nei ghetti», con tanto di new entry costituita ora dalla «mafia nigeriana», quasi che i nativi abbiano da prendere lezioni da personale straniero per attentare al già precario ordine pubblico.
Nel Gran Ghetto di San Severo, «famoso» per gli incendi in cui due ragazzi del Mali sono morti carbonizzati, Akim Djallogara, 34 anni, meccanico del Mali, tornato qui dopo che il ghetto è stato raso al suolo, sta rovistando tra le macerie. Cerca qualche piccolo oggetto personale a cui era affezionato e recupera qualche pezzo di legno e di lamiera per andare a ricostruire la sua capanna da qualche altra parte. Ci guarda e dice: «Ma quale malavita che abbia un po’ di cervello può pensare di venire qui? Se non fosse tutto così tragico, riderei».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 13/3/2017

I Mediterranei

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Allestita a Palermo l’ultima parte del progetto “Imago Mundi” di Luciano Benetton, un atlante visivo della contemporaneità, in cui espongono rappresentanti di tutti i Paesi rivieraschi. Compresi palestinesi e curdi


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Palermo


Com’è il mare Mediterraneo visto dalla banchina del porto di Palermo? E come dev’essere, se lo si va a vedere dal porto di Napoli? E da Venezia? E se si esce dall’Italia, e si va a Marsiglia o a Barcellona? E ancora, com’è questo mare visto da Atene, Istanbul e dai porti del Medio Oriente, oppure da Alessandria d’Egitto e da tutta la costa africana? Sempre lo stesso mare? E oltre a essere la «culla della civiltà», con annessa inflazionata metafora di «ponte» e «crocevia» tra i popoli e le culture e «corridoio» per gli scambi commerciali, può essere ancora considerato il Mare Nostrum? Ma poi, nostrum di chi, se questa dei Romani era una definizione per dire che il Mediterraneo era il loro lago, come nel XVIII secolo lo fu degli inglesi?
La lezione di Fernand Braudel è sempre valida. «L’universo mediterraneo – ha scritto il grande storico francese – ha vissuto per lungo tempo suddiviso in spazi autonomi, mal collegati. Tutto il mondo attuale è molto più unito nelle sue diverse parti di quanto lo fosse il Mediterraneo ai tempi di Pericle. E’ una verità che non bisogna mai perdere di vista: esistono dieci, venti, cento Mediterranei, e ognuno di essi è a sua volta suddiviso». Questa affermazione, tutt’ora necessaria per capire che cos’è oggi il Mediterraneo, diventa ancora più illuminante se integrata con il giudizio di Giuseppe De Rita, presidente del Censis (istituto che nel 2010 svolse per la Fondazione Roma-Mediterraneo una interessante ricerca intitolata Il Mediterraneo visto dagli italiani), secondo il quale il Mediterraneo è anche «un oggetto che negli ultimi decenni ci sta cambiando tra le mani», «uno spazio, non più un luogo, che viene attraversato, mangiato, evitato, e sul quale si prendono decisioni che provengono da fuori, come le decisioni americane o la presenza americana nella lotta arabo-israeliana, o come tutta la tematica dell’Europa moderna incentrata sull’energia, che si gioca sugli oleodotti, i gasdotti, Europa Centrale e Russia».
Ecco dunque che torna la domanda. In quale Mediterraneo viviamo? La risposta è che non lo sappiamo, semplicemente perché non conosciamo bene questo mare, non ne abbiamo un racconto fedele e aggiornato. Tutt’al più sappiamo cosa non è, ma definirlo in positivo è difficile, arduo. Di certo, non è il melting pot che caratterizza l’America, perché nel Mediterraneo non ci sono solo «diversità» da tenere assieme, ma ci sono identità, culture profonde, antichissime e sofisticate. E non è nemmeno una casa comune, sia perché camere da letto, servizi e cucina non sono in comune, sia perché ognuno considera gelosamente nostrum, cioè propria, la fetta di mare dalla quale è bagnato. Allora, dove siamo? Più probabilmente e più correttamente ci troviamo in un condominio, in cui dobbiamo convivere con gli altri inquilini, cercando di capire al più presto se il condominio-Mediterraneo possa garantire la convivenza serena o quanto meno la non aggressione tra i diversi Mediterranei che contiene.
Qui ci fermiamo un momento e torniamo sulla banchina del porto di Palermo. Dove incontriamo Luciano Benetton, che da quando ha lasciato la guida dell’impresa da lui fondata si dedica, dice, «a ciò che più mi apre la mente sul mondo, come per esempio l’arte», e ci accompagna ai Cantieri culturali della Zisa (al-Aziza, la Splendida), a due passi dall’omonimo castello arabo-normanno, patrimonio Unesco.
I Cantieri, in una città pur sempre affascinante nonostante gli sfregi del passato e l’incuria del presente, sono una effervescente cittadella di capannoni industriali ristrutturati e in via di recupero, che ospitano l’Accademia di Belle Arti e il Centro sperimentale di cinematografia e dove sorgerà anche un Laboratorio di fotografia. In uno di questi padiglioni, Luciano Benetton ha fatto allestire la mostra Rotte mediterranee. Un inedito ritratto creativo di un mare e delle sue genti. Si tratta dell’ultima parte del più ampio progetto Imago Mundi, la creazione di un atlante mondiale dell’arte visiva, che ha già coinvolto 20 mila artisti appartenenti a 120 tra nazioni, regioni e popoli dei cinque continenti e che a Palermo ha portato i racconti per immagini di tremila artisti provenienti dai 19 Paesi bagnati dal Mediterraneo, che nella mostra sono giustamente 21 perché c’è la Palestina e ci sono anche i curdi.
«Non sono un critico d’arte – dice Luciano Benetton -, ma un viaggiatore come Marco Polo, che ha verso i popoli e le culture la curiosità che Carlo Linneo aveva per la natura e gli organismi viventi. Non so quanto valgano artisticamente queste opere. Lo diranno gli esperti. A me interessava mettere assieme i giovani esordienti e i nomi affermati di tutti i Paesi del Mediterraneo, ma in maniera democratica, anzi direi egualitaria, affinché tutti i punti di vista fossero rispettati e tutti gli artisti potessero esprimersi in totale libertà». L’idea egualitaria si è tradotta anche in uno spazio uguale per ogni dipinto, tutte tele di 10 x 12 centimetri, esposte in contenitori mobili – disegnati dall’architetto Tobia Scarpa – che si aprono e si richiudono come i fogli di un quaderno e vengono infilati come pannelli in casse di legno per migrare altrove. Delle 21 collezioni di Palermo, sette, a maggio prossimo, saranno nella ex Jugoslavia e includeranno anche la Serbia, la Macedonia e il Kosovo, che non si affacciano sul Mediterraneo, e la Bosnia (20 chilometri di costa). Mentre le collezioni del progetto intercontinentale sono in giro per la Cina, dove rimarranno per tutto il 2018.
Insieme con queste opere d’arte, ancora una volta migrano anche i popoli da esse raccontati, perché lo spazio mediterraneo è scenario di migrazioni da sempre, e se adesso soffre ed è in apprensione per flussi incontrollati e poco controllabili è soprattutto perché non si sente al sicuro. E’ avvelenato dalle guerre diffuse e dalla guerra per antonomasia, il conflitto tra Israele e la Palestina, che senza un accordo di pace ipotecherà ancora il futuro del Mediterraneo. E’ spaccato in due, una sponda nord che teme l’invasione e una sponda sud che spera in una vita migliore. E’ spaventato dalle tante ma ovvie differenze, che invece di essere apprezzate come una ricchezza in un condominio di gente che si rispetta e rispetta regole comuni, vengono considerate «requisiti» di altrettanti ghetti multiculturali.
E’ di tutto questo che parlano i dipinti di Rotte mediterranee. Ma non soltanto di questo. I popoli sono formati da individui. E quindi sono raccontati le emozioni, i sogni, gli umori delle persone. Dei bambini. Persino degli animali. Gli artisti hanno anche parlato delle donne e di libertà là dove non si può. Di viaggi e di partenze, dove questi sono vietati o impossibili. Di mare e di tradizioni. Di Dio e di démoni. Di amore e poesia. Di «informazione», che sembra voler togliere anziché dare importanza alla necessità di andare a vedere un luogo, e di crisi economica, quando non di povertà.
Sembra un caso, ma forse non lo è. Nelle opere in mostra a Palermo, il linguaggio e il modo di trattare i diversi temi sono più simili proprio tra coloro che dovrebbero essere più distanti e che nella realtà stentano a rivolgersi la parola, e cioè gli artisti siriani, palestinesi e israeliani. Ma non è poi così sorprendente, in una terra di tanto grande cultura. Diceva Andrea Parrot, ex direttore del Louvre: «Ogni persona civilizzata nel mondo deve ammettere di avere due patrie: quella in cui è nato e la Siria».


Carlo Vulpio, la Lettura, 26/2/2017

Vita di Olivetti, utopista pragmatico

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La lezione dell’imprenditore


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L’urbanistica e la cultura. Dovunque queste due parole si rivelino parole chiave, anche nella politica, là c’è Adriano Olivetti. Uomo di pensiero e di azione, Olivetti era, apparentemente, un ossimoro vivente per quel suo voler essere un grande imprenditore e un vero rivoluzionario, un dichiarato utopista e un serio pragmatico. Ma, appunto, queste contraddizioni in lui erano solo apparenti. Perché non c’è mai stato un tema, un argomento, una iniziativa economica, editoriale o politica, un periodo o un episodio della sua vita, anche quella privata, in cui Adriano Olivetti non abbia impegnato tutto se stesso per raggiungere i traguardi che aveva in mente, non soltanto per sé e per l’azienda di famiglia avviata nel 1908 dal padre Camillo, ingegnere e geniale inventore, ma anche per gli altri, per tutti gli altri, cioè per il prossimo, da intendersi proprio in senso evangelico. Perché alla fine Adriano Olivetti, di papà ebreo e madre di religione valdese, questo era, un socialista non marxista, un proudhoniano, e un cristiano del Concilio Vaticano II già prima del Concilio stesso. E questo era riuscito a essere nella sua vita: la sintesi di un socialismo umanitario e democratico e di un cristianesimo vivo e mai dogmatico.
Olivetti ha anticipato i tempi, per esempio nelle relazioni industriali, innalzando il livello di vita dei dipendenti delle sue aziende prima ancora che arrivassero le rivendicazioni sindacali, convinto della funzione sociale dell’impresa, che non poteva illudersi di prosperare sui soli profitti se contemporaneamente non si prefiggesse di far crescere l’uomo, attraverso l’istruzione, la cultura, la formazione professionale continua e l’educazione al bello e all’equilibrio tra la natura e l’intervento umano.
Un obiettivo che gli riuscì di realizzare nel suo Canavese e che con lo stesso ottimismo e la stessa tenacia tentò di replicare in altre aree d’Italia. Nel Centro e soprattutto al Sud, dove ebbe particolarmente a cuore le aree sottosviluppate, come la Basilicata e Matera, con i Sassi, il meraviglioso ma degradato insediamento trogloditico, e con le campagne tutto intorno, latifondi nei quali le idee e la pratica di Adriano Olivetti e dei suoi collaboratori – una schiera di tecnici e intellettuali di cui ci limitiamo a citare Franco Ferrarotti, Friedrich Friedmann, Ludovico Quaroni, Rocco Mazzarone, Albino e Leonardo Sacco – anticiparono e superarono le realizzazioni della Riforma agraria degli anni Cinquanta, pur tra opposizioni e sabotaggi di ogni tipo, da parte dei democristiani al governo e dei comunisti all’opposizione.
Le Edizioni di Comunità di recente hanno ristampato per la quinta volta (e già questo ha un significato) Adriano Olivetti. La biografia, di Valerio Ochetto (295 pagine, 12 euro), eccellente e minuziosa storia pubblica e privata di Adriano, che morì non ancora sessantenne il 27 febbraio 1960, per una trombosi cerebrale che lo colpì mentre era in viaggio sul direttissimo Milano-Losanna. Adriano è stato «il ragazzo di Ivrea» che fece grande l’Italia persino negli Stati Uniti del capitalismo avanzato, ma è stato anche uno di quegli uomini che tutte le epoche vorrebbero avere e che sarebbero necessari specialmente in tempi «cyber» e «panfinanziari» come i nostri. Fu la prevalenza del fattore umano, infatti, a consentire ad Adriano Olivetti di sfidare, e vincere, l’incredulità e spesso anche le ironie di quelli che di fronte alle sue «visioni» e alla sua capacità di saper guardare le cose con cinquant’anni d’anticipo, opponevano la «saggezza» di chi sta con i piedi per terra. Salvo poi riscoprirsi rinchiusi nel proprio angusto recinto e magari finire sotto quella stessa terra che doveva sorreggerli.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11/2/2017

Il Corriere, Grillo e Vendola. A futura memoria

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Un Blog, anzi il Sacro Blog, l’Oracolo dei Blog, quello di Grillo & Casaleggio Associati, che attacca un giornale e i suoi giornalisti perché costoro fanno semplicemente il proprio lavoro raccontando le gesta di Raggi Virginia sindaco di Roma, è una brutta, bruttissima cosa. E hanno fatto bene il direttore del giornale attaccato, il Corriere della Sera, e il Comitato di redazione a respingere l’attacco e a rivendicare il diritto-dovere di raccontare e informare. Allo stesso modo, hanno fatto bene i giornalisti della testata a esprimere solidarietà attraverso le loro mail alla collega presa di mira, Fiorenza Sarzanini.
Ma questa vicenda me ne ricorda un’altra simile e ben più grave, se permettete. La mia. Per la quale né il direttore del Corriere, né il Comitato di redazione, né i colleghi che oggi solidarizzano senza se e senza ma, né l’Ordine dei giornalisti, né la Federazione nazionale della stampa, spesero una sola parola.
Anch’io sono un giornalista del Corriere, da poco più di un quarto di secolo. A causa di una mia inchiesta sulle discariche in Puglia volute da Vendola in siti di grande valore naturalistico e archeologico, venni violentemente attaccato da costui, su tutte le reti tv nazionali e attraverso le agenzie di stampa, come mandante morale di una bomba (poi rivelatasi finta) ritrovata sul litorale di Brindisi per protesta contro la promessa non mantenuta di costruire un depuratore.
Querelai Vendola, ma i magistrati, suoi amici dichiarati e della sua stessa area politica – come ho già avuto modo di scrivere senza che nessuno potesse smentirmi -, dopo aver tenuto per lunghissimo tempo le querele nei cassetti e alla fine pur riconoscendo che il loro amico mi aveva “gravemente diffamato”, decisero per l’archiviazione, in quanto, sostennero, io con i miei articoli avevo “provocato” Vendola. Articoli mai querelati, mai smentiti, esercizio dell’attività giornalistica garantita dalla Costituzione, i togati farisei la definirono “provocazione” per giustificare la vergognosa archiviazione.
Ora, questa nota non è stata scritta per invocare dai colleghi e dagli organismi sindacali e professionali una inutile e tardiva “solidarietà”.
Serve a ricordare che la doppia morale uccide, e infatti sta uccidendo piano piano l’Italia e l’informazione, o ciò che ne resta.
Serve a ricordare che la giusta reazione nei confronti di Grillo sarebbe stata più credibile se si fosse manifestata anche nei confronti di Vendola. Sia perché entrambi se la sono presa con lo stesso giornale, anche se con giornalisti diversi, sia perché l’accusa di Grillo è oggettivamente meno grave di quella di Vendola. L’accusa dell’ex comico al Corriere è di imbastire “fantasiose ricostruzioni”, quella del locatario di uteri era di mestare nel torbido per creare il clima adatto alle bombe.
Serve, infine, questa nota, soprattutto a me stesso. A futura memoria. Se la memoria ha un futuro, come diceva Leonardo Sciascia.


Carlo Vulpio, Tike.news, 7/2/2017

L’ultima ninna nanna del Gargano

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Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portato nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai intonato. Né qualcuno lo farà ora, perché la bara è stata rubata


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Carpino (Foggia)


«Per ritornare a Monte/ Lucia saliva piano/ Di fronte tramontava/ Il sole del Gargano». Lucia, nella sua «salita» a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che «Non hanno a che fare/ Coi soldi o col potere». La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza? La Luna non dice qual è, ma, prima di sparire, la descrive così: «E’ una ricchezza/ Che viene da lontano/ E fa da sempre ricca/ La terra del Gargano».
Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, Lucia e la Luna. Un sonetto e una canzone che con le altre centinaia della tradizione popolare garganica sono state riscoperte negli ultimi trent’anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato – ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela -, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. A un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all’antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, che con le loro accuratissime ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato. Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l’eredità, e ai tre «vecchi terribili» Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent’anni hanno cantato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. E hanno conquistato ogni tipo di pubblico con la Viestesana, la Rodianella e la Montanara, le tarantelle di Vieste, di Rodi Garganico e di Monte Sant’Angelo.
Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l’ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commovendosi ogni volta che la intonava, «a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori». E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nella grotta della Natività, a Betlemme. Perché lui, Zì Antonio, come lo chiamavano per una regola antica di rispetto tributato alle persone autorevoli, quella ninna nanna e quei sonetti li aveva nel sangue, proprio come dice la Luna a Lucia: «Il passo di chi danza/ La danza tarantata/ Tu ce l’hai nel sangue/ Sei nata già imparata».
Zì Antonio è proprio uno di quelli «nati già imparati». Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Foresta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono canti potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l’amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono «da dentro», non nascono, non possono nascere. Come spiegare altrimenti l’invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel Lamento dei mendicanti dice: «Gesù Cristo mio falli murì (i ricchi, ndr)»? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice Gente, facitevi li cazza vostra, sempre di Matteo Salvatore. «La musica del Gargano – sostiene Eugenio Bennato – è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità. Ma rispetto per esempio alla progressione armonica di una Montanara o alla specialità di una Viestesana, la pizzica salentina è armonicamente più semplice, meno sofisticata».
La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto. In questo senso, le storie che il Gargano racconta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. Ora, tra tutti i patti umani, il patto d’amore è quello più rivoluzionario, più sovversivo, quello per il quale si può osare di più anche in una società rigida, arcaica, e proprio per questa ragione è anche il patto che, se infranto, può con la massima probabilità trasformare l’amore in dolore, tragedia, lutto.
A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent’anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, «La Legge». Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni. E anche se erano tarantelle («La gente – diceva – vuole sentire l’allegria»), la sua faccia era sempre una faccia da ninna nanna, da «sonno ingannatore», quel sonno così simile alla morte che sempre permette al lupo di «magnarse la pecurella».


Carlo Vulpio, la Lettura, 8/1/2017

Il prete e la messa per il boss: «Un diritto di tutti i peccatori»

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Don Michele Delle Foglie, il prete della chiesa madre di Grumo Appula ha organizzato una messa a suffragio di Rocco Sollecito, il boss della mafia di origini pugliesi ucciso in Canada. Il questore: «La funzione religiosa alle 6». Il vescovo: «Grave scandalo»


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Grumo Appula (Bari)


Se un sacerdote deve prendere ordini da un questore per celebrare una Messa in suffragio di una persona, non importa se deceduta di morte naturale o ammazzata in una guerra di mafia, probabilmente si sentirà esautorato del ministero al quale ha votato la propria vita. E probabilmente reagirà nell’unico modo possibile per un prete, e cioè affermando il suo diritto a dir Messa. Ciò che ha fatto don Michele Delle Foglie, parroco di Santa Maria Assunta, la chiesa madre di Grumo Appula, 13 mila abitanti.
Don Michele, oggi pomeriggio, avrebbe voluto celebrare la Messa in suffragio del boss Rocco Sollecito, che il questore di Bari aveva vietato in giugno.
Perciò aveva fatto affiggere ai muri del paese un invito ai fedeli a partecipare al culto.
«Questo funerale s’ha da fare», promise don Michele a se stesso e ai parenti del defunto sei mesi fa, dopo che gli fu notificato un provvedimento con il quale il questore di Bari, Carmine Esposito, gli imponeva di celebrare quella Messa alle sei del mattino e non alle sette di sera, secondo il calendario liturgico. Rocco Sollecito, 62 anni, originario di queste parti e ritenuto un pericoloso boss, è stato ucciso il 28 maggio scorso in Canada, in un agguato inquadrabile in una guerra tra mafia e ‘ndrangheta.
Uno dei figli di Sollecito, Franco, tornato al paese, chiese a don Michele di celebrare una Messa in suffragio del padre. E il parroco fissò la funzione in una delle Messe serali di giugno, il 19 per la precisione, giorno del trigesimo della morte di Sollecito. Ma subito in paese è circolata voce che si volessero fare dei funerali «in pompa magna» per il boss e che la data era stata già fissata per il 6 luglio. A quel punto, ecco il provvedimento del questore che ordinava di spostare quella Messa alle sei del mattino. Ragioni di ordine pubblico, o forse timore di un «caso Casamonica due».
Don Michele si offende, anzi si arrabbia, e scrive al vescovo e allo stesso questore. «Non ho più celebrato alcuna Messa in suffragio – dice il parroco -, né alle sei del mattino, né alla sera. E poi, le Messe in suffragio non onorano, ma ricordano. Tutti i peccatori ne hanno diritto». D’altronde, nella teologia cattolica, il suffragio è pregare per i defunti «per ottenere da Dio la remissione della pena loro inflitta in sconto dei peccati commessi durante la vita terrena» (Devoto-Oli). Ma i manifesti con l’invito ai fedeli, in cui scrive di essere «spiritualmente unito ai famigliari residenti in Canada», forse don Michele poteva evitarli. Il parroco sorride: «E in quale altro modo posso sentirmi unito ai famigliari di una persona defunta? – dice – Il punto vero è un altro: come, quando e dove celebrare una Messa può deciderlo soltanto il sacerdote. E Rocco Sollecito, per me, è un morto come tutti gli altri, ora al cospetto di Dio».
Per il questore evidentemente non è così. E, suffragio o no, ieri sera ha emesso un altro provvedimento, uguale al primo: quella Messa va celebrata alle sei del mattino. E dopo il questore, ecco anche l’arcivescovo, Francesco Cacucci. Che se la prende con don Michele per «lo scandalo» suscitato dalla sua iniziativa di far affiggere i manifesti. Ma il suffragio? «S’ha da fare» o no? La questione, teologica e dottrinaria, difficilmente potrà essere risolta da ammende e scomuniche.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27/12/2016

Gibellina, gran madre di Sicilia

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Mediterraneo / Una performance non stop negli spazi del Museo che, dalla Valle del Belìce, continua a cantare la realizzazione di un’utopia. Quaranta voci, dodici ore di spettacolo: una storia di rinascita si specchia nel mare


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Gibellina (Trapani)


“L’infanzia è un terremoto”, ha scritto Carola Susani, ricordando il suo arrivo, insieme con i genitori, architetti veneti, nella Valle del Belìce un anno dopo il sisma del 15 gennaio 1968. Era lo sguardo di una bambina su paesi sconosciuti – Partanna, Salaparuta, Menfi, Montevago, Poggioreale, Salemi, Santa Margherita di Belìce, Santa Ninfa -, che all’improvviso si riempirono di macerie, di morti (650) e di sfollati (90 mila). Mentre Gibellina, il paese più colpito, fu completamente rasa al suolo. Ricostruire, rinascere, ricominciare, sarebbe stato difficile, complicato, impossibile. Ci sarebbe voluto un miracolo. O forse la forza di un’utopia che soltanto i matti possono coltivare. Soprattutto quando montano la rabbia e la disperazione, e le accuse, spesso ingiuste, per sprechi e malversazioni, avvelenano l’aria ancor più dell’alito della morte. “Come se l’intervento dello Stato centrale dovesse limitarsi alla sola ricostruzione delle case, tutto il resto essendo superfluo”, diceva qualche anno fa, prima di morire, Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina, senatore, uno dei più tenaci sostenitori di quell’utopia di resurrezione concretizzatasi nella nuova Gibellina, che fu salvata dall’arte e dagli artisti, dagli architetti e dagli urbanisti, dagli scrittori e dai poeti, e che al tempo stesso ha salvato la sua gente, diceva sempre Corrao, “dal ripiegamento, dalla depressione, dalla noia, dal fallimento delle vite”.
Ma lo sforzo di immaginazione doveva continuare anche dopo il terremoto, doveva essere permanente, affinché tutta quella gente non abbandonasse la propria terra e trovasse un senso per rimanervi e prendersene cura, nonostante tutte le tragedie, le ingiustizie, le vecchie e nuove povertà, e la consapevolezza che quasi sempre, nella condizione umana, “l’infanzia è un terremoto”. Ecco allora che a Gibellina nasce e si afferma un luogo, il Museo delle Trame mediterranee (ma come, un museo?, sì, un museo affatto singolare), di fronte alla Montagna di sale di Mimmo Paladino e non lontano dal Cretto di Burri, in cui è possibile essere trascinati dentro una performance “esagerata” di quaranta attori che l’altroieri, in dodici ore non stop di musiche, danze, letture e recitazione di testi classici e storie di cronaca, ha tentato (riuscendoci) di centrare un obiettivo, diciamo così, semplice semplice, e cioè “indagare l’essere umano” attraverso una performance di teatro totale.
Nello spettacolo Mothers’ Colors 2 (a cura della Fondazione Terzo Pilastro in collaborazione con la Fondazione Orestiadi) i 40 attori del gruppo Esotheatre di Messina diretti da Sasà Neri – tutti ragazzi fra i 20 e i 30 anni, alcuni dei quali con percorsi di vita e familiari non facili –, rimettono Gibellina, il Belìce, la Sicilia, con i colori dei suoi dolori, le emozioni dolorose delle sue madri, delle sue donne, dei suoi bambini, al centro del Mediterraneo. Non per scelta autoreferenziale, ma perché i colori e i dolori di Gibellina e della Sicilia sono comuni al resto del Mediterraneo, ora che la cronaca ce lo descrive come un mare di sangue, ma anche allora – 2500 anni fa – quando Eschilo (nato in Grecia, ma esiliato e morto a Gela) nell’Orestea raccontava di un figlio (Oreste) che uccideva la madre (Clitennestra), che a sua volta aveva ammazzato il marito (Agamennone) in combutta con il proprio amante nonché cugino (Egisto). E poi di nuovo ora, con i ragazzi dell’Esotheatre che interpretano Euripide, la cui Medea uccide i propri figli, come le donne che li gettano nella spazzatura o in un water.
Infanticidi, donne e ragazze violentate, bambini mai nati. Da testi classici, ma anche da Brecht, Pasolini, Fallaci, Camus, sulle musiche di De André, Morricone, Eurythmics, e di tutto quanto tra pop, jazz, fusion, riesca il più possibile a creare contaminazione, mescolanza, dissolvimento di ogni pretesa “identitaria”, che sarebbe ridicola nel Mediterraneo e specialmente in Sicilia, dove di “identità” ce ne saranno almeno venti, ma dove tuttavia esiste un assessorato regionale all’Identità siciliana (!), benché Apuleio (eccolo qui, un altro cives romanus algerino) già duemila anni fa avvertisse che in Sicilia si parlava greco, latino e anche una terza lingua, il punico o forse l’ebraico.
“Tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”, cantato, danzato, sussurrato e gridato dagli attori di Esotheatre, è però anche un urlo rivolto alla propria terra, affinché non sia più matrigna e “proprietaria” dei figli che mette al mondo, ma diventi capace di essere, appunto, soltanto madre: che affianchi i propri figli, ma li lasci camminare da soli.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9/12/2016

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