Le due vocazioni di Gillo Dorfles. Un mitteleuropeo in Magna Grecia

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Maestro / A Castellabate, nel salernitano, una mostra dedicata al critico e artista scomparso lo scorso marzo. Diceva: «L’atmosfera magica di Paestum stimola la mia creatività»



Castellabate (Salerno)


I brutti sogni, gli incubi, non possono che essere cornuti. Non nel senso delle «corna» nel tradimento amoroso, ma nel significato proprio: bricconi, birbanti, capaci di insinuarsi nel cervello dormiente in maniera disonesta. E i personaggi, non i protagonisti di film, opere teatrali e romanzi, ma quelli che siamo abituati a considerare tali, le persone «importanti», i vip, sono sempre accompagnati da almeno due (inutili) assistenti e a chi li guarda appaiono buffi, ridicoli, pretenziosi, deformi, anche se per darsi un tono indossano un papillon.
Basterebbero questi due dipinti, due bellissimi e originali acrilici su tela di Gillo Dorfles, L’incubo cornuto, che è del 1999, e Personaggio con 2 assistenti, del 2007, per cogliere il genio di un artista, un grande intellettuale, un uomo profondo e saggio come Gillo Dorfles e per comprendere il senso delle sue parole, che racchiudono il significato di tutte le sue creazioni pittoriche. «Dipingo quelle forme che mi ossessionano, che mi si agitano dentro», diceva dei suoi quadri (e disegni, e bozzetti, e decorazioni) Gillo Dorfles.
La mostra Oltre lo sguardo dedicata a Dorfles a quattro mesi dalla sua scomparsa, curata da Luigi Sansone in una sala del Castello di Sant’Angelo, che domina il meraviglioso golfo di Castellabate nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è il luogo migliore per accogliere le opere di Dorfles. Per due ragioni. La prima, è che in un luogo come questo non c’è bisogno di spiegare il concetto di «pausa», caro a Dorfles tanto nell’arte quanto nella vita. Il secondo è che negli ultimi vent’anni della sua lunga esistenza, Dorfles, che era nato a Trieste nel 1910, ha trascorso tutte le estati qui vicino, a Paestum.
«L’atmosfera prodigiosa di Paestum — diceva Dorfles — stimola la mia creatività. L’ambiente, la campagna, hanno una qualità talmente eccezionale che incitano alla creazione. Quando vengo a Paestum la voglia di dipingere e di scrivere viene eccitata». E metà della mostra di Castellabate, infatti, compresa ovviamente la litografia del celebre Tuffatore di Paestum in versione dorflesiana, cioè assolutamente non figurativa, appartiene al suo «periodo cilentano». E poiché al Cilento è legata la figura del generale dei carabinieri Pio Alferano — che ideò la Banca dati delle opere d’arte trafugate —, Vittorio Sgarbi e Santino Carta, direttore artistico e presidente del premio intitolato al generale, hanno pensato a Gillo Dorfles e lo hanno onorato della prima mostra dopo la sua morte.
Ma Paestum e il Cilento sono per Dorfles anche i luoghi della nascita, da lui sostenuta, nel 1995, del Museo Materiali Minimi di Arte Contemporanea, che lo entusiasmò e al quale contribuì con dipinti di grandi dimensioni realizzati in loco. E sono i posti in cui nel 2002 conosce Giuseppe Pagano, viticultore e produttore di vini pregiati, ne diventa grande amico e disegna per il suo Aglianico sedici etichette (anch’esse in mostra a Castellabate), che sono altrettanti quadri in dimensioni ridotte, immagini visionarie, ciascuna delle quali Pagano «edita» un anno dopo l’altro sulle proprie bottiglie. Non c’è da meravigliarsi, trattandosi di Dorfles, teorico dell’«arte concreta», nemmeno della sua scoperta musicale, i canti cilentani, antico lascito della Magna Grecia, lamentazioni lunghe, quasi canti gregoriani, sulla vita e il lavoro nelle campagne, che Dorfles studia e trasforma in lezioni tenute in alcune università americane.
Tutto questo è «dentro» i quadri di Dorfles esposti nella mostra Oltre lo sguardo, li pervade e tracima da essi esattamente secondo ciò che Dorfles, psichiatra quasi per caso, diceva del suo «voler essere (o fare?) il pittore», fin da quando, bambino, sentiva «l’atto di disegnare e dipingere come qualcosa di quasi coercitivo, che mi ha obbligato a riempire di sgorbi (o erano mirabili invenzioni) le pagine dei miei libri scolastici, il legno dei duri banchi delle medie, la sabbia delle spiagge estive».
La fantasia, l’ironia, il suo mondo personale segreto, nulla sembra mai risparmiare Dorfles, anche quando decora piatti, vasi, piastrelle. Le stesse forme, gli stessi colori delle decorazioni gli servono per trasportarci nel mondo dei miraggi, dei sogni, dei pensieri confusi o complessi con dipinti che si intitolano Allucinato e Tentacoli e manipedi, oppure nella potenza bioetica di Esseri complementari (con feto) e di Embrioni contesi, per tornare a irridere, a divertirsi, a giocare con Il giocoliere.
Dice Vittorio Sgarbi che Dorfles amava ascoltare, vedere, leggere gli altri, che «era un esteta, certo, ma non nell’accezione più banale del dandy, come credeva chi si limitava a notarne lo stile o la ricercatezza dei modi; l’assunto di partenza di Dorfles corrisponde a una visione etica, non a un capriccio, poiché non c’è nulla di buono dal punto di vista estetico che non sia anche giusto, nel segno del più classico kalòs kai agathòs».
Triestino, mitteleuropeo, mediterraneo, cilentano, quello di Dorfles è stato un secolo lungo, un secolo denso e coloratissimo, nei suoi quadri e nella sua anima.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20/7/2018
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Le case comuni del borgo. Per turismo 4.0

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Il progetto si chiama “Wonder Grottole” e punta a ripopolare il piccolo borgo contro l’emorragia migratoria degli ultimi anni



Grottole (Matera)


Quando muore qualcuno, non costa nulla dire che «sono sempre i migliori quelli che se ne vanno», anche se magari non è vero. Ma per gli italiani che emigrano, questo luogo comune corrisponde alla verità. Quelli che sono andati via e che continuano ad andarsene sono sempre più giovani e sempre più istruiti. Oggi l’emigrazione italiana verso l’estero è tornata ai livelli del secondo dopoguerra: nell’ultimo anno, 250 mila persone sono andate via dall’Italia e due terzi dei nuovi emigrati, dice l’Istat, hanno più di 25 anni e sono diplomati e laureati (rispettivamente il 34 e il 30 per cento). Non solo. In Italia, è riesplosa anche la migrazione interna. Un milione e mezzo di persone, italiani, si sono trasferite dal Sud al Nord e le province che hanno perso più residenti sono quelle di Vibo Valentia, Enna, Caltanissetta, Reggio Calabria e Matera. Siamo ripiombati nella eterna «questione meridionale», altroché.
Che fare?, si chiedeva quel tale. Arrendersi all’idea che in Italia se sei laureato, parli due lingue, hai conseguito due o tre master, e magari ti adatti anche a lavori «altri», più umili, devi emigrare? Mentre se non hai studiato e non ha mai lavorato è probabile che trovi un lavoro da ministro o capo del governo?
Per capire se c’è una terza via, siamo andati a Grottole, 1800 abitanti – cinquant’anni fa erano 4 mila -, in provincia di Matera, una delle cinque province dalle quali si emigra di più.
Carlo Levi, confinato in Basilicata, quando guardava «l’orizzonte sterminato di questa terra spoglia che avevo cominciato ad amare», scrive che Grottole, con Irsina, Grassano, Craco, Montalbano, Salandra, Pisticci, Ferrandina, è uno di quei paesi che stanno «ciascuno in vetta al suo colle, le terre e le grotte dei briganti». Di briganti da queste parti non ce ne sono più, ma le grotte, e nel nostro caso le cryptulae a cui Grottole deve il nome, sono rimaste.
Tra queste piccole grotte, che sono altrettante cavità, stanze, ipogei formatisi l’uno sull’altro anche per cinque o sei livelli verso le profondità della terra; e in superficie, tra le abitazioni del borgo storico affacciate su orridi fascinosamente spaventosi; e ancora più su, tra la Chiesa Diruta e il Castello longobardo che guarda il fiume Basento e custodisce la storia d’amore tra Abufina e Selepino da molto prima che Fabrizio De André componesse la meravigliosa Canzone di Marinella, da questa Grottole, è partita l’idea «Wonder Grottole», che potrebbe dare inizio a una storia nuova per il borgo stesso e per altri simili, lucani e del resto del Mezzogiorno d’Italia.
«Wonder Grottole» è un’idea di recupero del patrimonio abitativo del nucleo storico di Grottole – 629 abitazioni abbandonate – e di rivitalizzazione del borgo. Il progetto, incubato tra le mura della Triennale di Milano con l’eclettico Stefano Mirti, è dell’associazione «Casa Netural», un laboratorio di idee con quartier generale a Matera che conta circa 150 associati in tutta Italia e un team di una decina di giovani architetti, ingegneri e designer, guidati da Andrea Paoletti, 38 anni, di Biella. Tra i 27 project-leader scelti dalla Fondazione Matera 2019, che per questa e altre attività simili ha stanziato 5 milioni e 700 mila euro per la Città dei Sassi capitale europea della Cultura, c’è anche quello di «Casa Netural», finanziato con 240 mila euro.
«L’analisi del grande meridionalista Manlio Rossi Doria, che definì la montagna e le aree interne del Mezzogiorno come “l’osso” del Sud, contrapposto alla “polpa” delle pianure e delle aree agricole più sviluppate e prospere è valida ancora oggi – dice Salvatore Adduce, presidente della Fondazione, ex parlamentare ed ex sindaco di Matera -. Prendersi finalmente cura di questo “osso” significherebbe davvero cambiare in meglio la storia del Sud. Per questa ragione, il progetto generale di Casa Netural ci ha convinto subito e ci ha spinti a patrocinare anche Wonder Grottole, che però camminerà sulle sue gambe, attraverso il crowdfunding».
La raccolta di fondi dai privati è stata un successo: in tre mesi è stato raggiunto l’obiettivo di 50 mila euro, 15 mila dei quali sono venuti da Airbnb, la multinazionale degli alloggi in affitto, segno di un interesse concreto per un esperimento che potrebbe diventare un grande affare e mettere in moto molte risorse, oltre che realizzare l’idea di turismo 4.0 proposta dall’équipe di «Casa Netural». Ma cos’è poi questo turismo 4.0? «C’è il turismo tradizionale, quello del pacchetto all inclusive, il turismo con esperienze “passive”, e poi – dice Paoletti – quello che noi abbiamo chiamato 4.0, che è scambio di conoscenze e di interazione con la comunità in cui si vive, e persino insegnamento e apprendimento di arti e mestieri, in agricoltura, nell’artigianato, nella gastronomia».
Chi ripopolerà Grottole potrà decidere di godersi il panorama e la natura, viaggiare attraverso la Basilicata e scoprirne l’arte e la storia, oppure studiare, progettare, lavorare, e anche imparare lavorando, e se vorrà, potrà persino scambiare la propria manodopera o il proprio tempo con i prodotti agricoli e artigianali del luogo, potrà cioè fare una esperienza turistico-residenziale «attiva» anche se è in vacanza. E così il borgo potrà vivere ed essere vitale tutto l’anno, con gente di tutte le età proveniente da tutto il mondo.
Con i primi 50 mila euro raccolti, «Wonder Grottole» ha potuto acquistare due abitazioni e potrà anche ristrutturarle completamente. Saranno queste due case-pilota a far davvero decollare il progetto. Dopo, si conta che scatti un effetto domino. Sulla Rete, «Wonder Grottole» sta mietendo consensi, richieste di partecipazione e di sottoscrizione. Il sindaco di Grottole, Francesco De Giacomo, che è anche presidente della Provincia (a sua volta membro della Fondazione Matera 2019), ci crede. «Tutta Grottole – dice – comincia a credere che questa idea possa arginare e invertire l’emorragia migratoria». Ma Adduce e De Giacomo insistono anche su un altro aspetto fondamentale, le infrastrutture. Tra le quali ci sono due scuole che Matera sta aspettando di ricevere subito e che insieme con «Wonder Grottole» e gli altri 26 progetti ne onorerebbero, dandogli sostanza, il ruolo di capitale europea della Cultura: l’Istituto primario Bramante, 600 alunni, e il nuovo Istituto tecnico agrario, esempio di «scuola innovativa» voluta dal Miur e finanziata dall’Inail. La Fondazione Matera 2019, il Comune e la Provincia di Matera, insieme, ora possono. La Basilicata, Matera, Grottole al centro del Mediterraneo direbbero che la questione meridionale non è per sempre.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Buone Notizie, 17/7/2018

Versailles, pace gravida di guerra. La profezia lungimirante di Nitti

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Maestri / A centocinquant’anni dalla nascita del grande meridionalista, i suoi moniti sono più attuali che mai



«Oltre due terzi dell’Europa sono in fermento e vi è in tutti un senso vago di inquietudine, che dispone poco alle grandi opere collettive. Si vive giorno per giorno». E poi: «L’Europa si è un poco balcanizzata. Ascoltando alcuni discorsi e assistendo ad alcuni avvenimenti si ha la sensazione di essere a Belgrado o a Sarajevo». E ancora: «Si parla del commercio come di un’arma. In Italia si è discusso seriamente sui danni e sui pericoli di una ripresa del commercio tedesco, se ne vede dovunque la penetrazione. Barriere doganali si elevano ogni giorno: i ceti industriali trovano facile propaganda per il protezionismo. Così le maggiori bestialità del protezionismo si camuffano ormai con il patriottismo».
Non sono commenti sull’ultima riunione del Consiglio d’Europa, ma brani di un libro scritto da Francesco Saverio Nitti nel 1921, L’Europa senza pace (il primo di una trilogia, con La decadenza dell’Europa e La tragedia dell’Europa), che forse ancora oggi è il libro più colto, più denso, più appassionato, più attuale sull’Europa, sulle sue tribolazioni e sulle sue enormi possibilità.
Tra alcuni giorni (il 19 luglio) Francesco Saverio Nitti «compirà» 150 anni e l’anno prossimo ne farà cento il primo governo da lui presieduto. Lucano di Melfi, e soprattutto presidente del Consiglio e più volte ministro tra il 1911 e il 1920, deputato del Regno d’Italia con il Partito radicale italiano (di cui fu fondatore) per cinque legislature e infine deputato dell’Assemblea Costituente e senatore della Repubblica, Nitti potrebbe essere ricordato in tanti modi e per molte cose. Fu un politico di rango, uno studioso serio, un intellettuale brillante, uno scrittore chiaro e godibile, concepì e concretizzò l’intervento pubblico in economia con la creazione dell’Ina, fu un uomo retto che amava l’Italia e amava persino Napoli, la più sciagurata delle sue città (e per rendersi conto di quanto una critica serrata, impietosa, possa essere anche una manifestazione d’amore, se non proprio essenzialmente questo, basta leggere il suo Napoli e la questione meridionale).
Ma ricordare il grande statista e professore di Scienza delle finanze tradotto in tutto il mondo, interlocutore di J.M. Keynes, soltanto per celebrarlo, finirebbe per imbalsamarlo più di quanto non sia già avvenuto nelle scuole e nelle università. O annientarlo definitivamente, come si è già provveduto a fare nella sfera pubblica e specificatamente politica, in cui la domanda più acuta e più frequente che si può ascoltare è la seguente: Nitti? Nitti, chi?
Perciò il modo migliore di parlare oggi di Francesco Saverio Nitti è far parlare di nuovo lui, che ha tante cose da dire. E farlo parlare scegliendo tra le sue opere L’Europa senza pace, che è quella che meglio può illuminare il nostro cammino in un momento in cui esso è oscurato dalla paura, dalla frustrazione, dal pessimismo, dalla rabbia, dalla malinconia dello spirito. Tutta «merce» che sta facendo la fortuna dei nuovi pifferai magici, i quali, euroscettici e sovranisti, ora si cercano l’un l’altro, da Roma a Budapest, da Parigi a Varsavia, da Vienna a Berlino, per allearsi tra loro: «Ma per fare l’Europa o per disfarla?», si è chiesto, retoricamente, Sergio Romano.
Nitti lo sfacelo dell’Europa lo aveva visto con i propri occhi. La prima guerra mondiale – cos’altro, se non una guerra civile europea, tra europei, dopo cinquant’anni in cui l’Europa aveva conosciuto il più grande sviluppo di ricchezza? – si era appena conclusa e già Nitti lanciava l’allarme su quel folle trattato di Versailles del 1919, che, diceva, costituiva il copione di un secondo e più terribile conflitto. Che poi infatti ci fu, e per le ragioni che Nitti aveva analizzato vent’anni prima. «Vi sono altre guerre in preparazione. Il sentimento nazionale, trasformato in nazionalismo – scriveva, inascoltato, Nitti -, mira alla depressione di altri popoli».
La conoscenza delle vicende storiche e interne dei singoli Stati è sempre accompagnata da un’analisi critica, mentalmente libera, che Nitti non limita alla sola Europa, ma estende alla Russia degli zar e poi alla Unione Sovietica – di cui preconizzò la fine già all’indomani del colpo di Stato bolscevico -, agli Stati Uniti, agli imperi britannico, ottomano, austroungarico, per poi «tornare» in Europa, alla Francia e alla Germania, e all’Italia fascista in formazione, che volentieri gli avrebbe fatto fare la fine di Giacomo Matteotti.
Dall’esilio di Parigi, dove visse per vent’anni, Nitti continuò a fare Nitti. Il politico e lo studioso di livello internazionale, l’antifascista militante, il meridionalista. Su quest’ultimo versante, Nitti succedeva cronologicamente a Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Antonio De Viti De Marco e precedeva Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore, Guido Dorso, la nidiata dei grandi meridionalisti meridionali nati dall’inizio alla fine dell’Ottocento, dei quali sono ancora oggi utili e attuali il pensiero e le opere. Come loro, Nitti – lo ha scritto Giuseppe Galasso – era convinto che la questione meridionale non è solo questione del Mezzogiorno e dei meridionali, ma è questione nazionale e di tutti gli italiani. In altre parole, fino a quando il Sud non entrerà in Italia, sarà difficile che l’Italia entri davvero in Europa. Altro che uscirne.
«L’Europa non avrà pace – ammoniva Nitti – fin quando i tre Paesi progressivi del continente europeo, Germania, Francia, Italia, non riuniranno tutte le loro energie in un solo sforzo». Essa invece, cento anni dopo, «è ancora dominata da vecchie anime, che molte volte albergano in corpi giovani».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 6/7/2018

Leonardo Sacco, voce libera del Mezzogiorno

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ADDII / Lo storico scomparso a 94 anni ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale. È stato il più grande interprete dell’opera di Carlo Levi



Se ne è andato anche Leonardo Sacco, ultima grande voce del meridionalismo più intelligente e più critico, appassionato quanto ironico, mai autocommiseratorio, sempre poggiato sulle spalle larghe e forti di studi seri e di una visione del mondo autenticamente democratica e liberalsocialista. Dopo la scomparsa di Giuseppe Galasso, suo amico e autore della prefazione di uno dei suoi libri, Matera contemporanea, cultura e società, la morte di Leonardo Sacco, che fino a 94 anni ha continuato a leggere e a discutere («Vorrei anche scrivere, ma dovrei trovare qualcuno che batta a macchina le cose che dico, da solo non ce la faccio»), apre un vuoto, com’è accaduto nella nostra letteratura quando, uno dopo l’altro, se ne sono andati Pasolini, Calvino, Sciascia.
Leonardo Sacco è stato un uomo, un giornalista e uno storico di cui Matera, la Basilicata e l’intero Mezzogiorno d’Italia devono andare orgogliosi. Dal 1949, da quando conobbe Adriano Olivetti — «sceso» per la prima volta a Matera con l’intento di replicare qui il modello imprenditoriale-comunitario della sua Ivrea nel borgo La Martella, dove, risanati i Sassi, sarebbero andati a vivere una parte di quei 16 mila «cafoni all’inferno» —, Sacco ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale, all’idea cioè della effettiva unità del Paese: una sola Italia al posto di due Italie diverse e spesso contrapposte, certamente non omologata dalle Alpi alla Sicilia, ma necessariamente abilitata ad accedere alle stesse opportunità, ad avere le stesse infrastrutture — scuole, ospedali, strade, ferrovie, acquedotti —, a non emigrare più in massa al Nord e all’estero, come sta accadendo di nuovo oggi, con gli stessi numeri del secondo dopoguerra e soprattutto ai giovani diplomati e laureati.
Sacco è stato grande amico di Adriano Olivetti, di Rocco Scotellaro e dei meridionalisti Manlio Rossi Doria, Guido Dorso, Vittore Fiore, ma di Carlo Levi è stato un fratello, oltre che il migliore interprete in assoluto della sua opera (basti pensare a un altro libro di Sacco, L’Orologio della Repubblica, indispensabile per capire L’Orologio di Levi e i suoi personaggi reali — Alicata, Cancogni, Sereni, Valiani, Foa, Spinelli, Muscetta —, tutti coperti da pseudonimi nel libro e svelati da Sacco). Con Levi, Sacco ha anche discusso e dissentito, ma Levi era troppo intelligente per non capire quando aveva torto, e così per farsi perdonare regalava a Leonardo un suo dipinto. E Leonardo, spina nel fianco di democristiani e comunisti, ma per questioni concrete, non sulla chiacchiera ideologica, se anche si era scontrato con Levi, poi lo difendeva contro tutto e tutti, si chiamassero Mario Pannunzio, direttore de «il Mondo», sul quale Sacco scriveva (ma la gran parte dei suoi articoli li ha pubblicati con «La Gazzetta del Mezzogiorno» e con «Basilicata», da lui fondato), o Giulio Einaudi, quando l’editore disse, a proposito de L’Orologio, che dopo questa prova non sapeva cosa sarebbe rimasto di Levi come scrittore.
Naturalmente, il Mezzogiorno di Leonardo Sacco è anche quello del paesaggio, della buona urbanistica e della speculazione edilizia selvaggia. Se il suo libro Il cemento del potere. Storia di Emilio Colombo e la sua città, pubblicato nel 1982, avesse trovato la sceneggiatura di un Franco Rosi e di un Raffaele La Capria come per il film Le mani sulla città, oggi l’Italia saprebbe non solo del saccheggio edilizio di Napoli e di Palermo, ma anche di quello di Potenza. Leonardo non aveva timore di andare controcorrente. Era uno spirito critico libero e onesto.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22/6/2018

Una vita in rovesciata, il bomber che porta Gesù nel cuore

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Sport / Il volume fotografico di Tony Vece (Zaccara editore) narra le imprese del brasiliano Carlos França, idolo dei tifosi del Potenza, che ha sconfitto anche il cancro


Il gol in rovesciata – il corpo sospeso a mezz’aria, una gamba che sale a fendere l’aria per dare la spinta e vincere la forza di gravità e il piede dell’altra che colpisce la palla nell’unico attimo possibile per compiere il miracolo, come trasformare l’acqua in vino -, è il gesto tecnico più difficile, più rischioso e più spettacolare che possa fare un calciatore. Negli occhi di tutti c’è il gol di Cristiano Ronaldo alla Juventus nel quarto di finale di Champions League, la rovesciata perfetta, e tante altre se ne ricordano di non meno stupefacenti e perfette, da quelle di Gigi Riva e Roberto Boninsegna alle rovesciate di Cruijff e Pelè e Maradona. Ma il gol in rovesciata di Carlos França in Potenza-Cerignola del 15 ottobre 2017, campionato di Serie D, non è meno spettacolare e miracoloso di quello di Ronaldo e degli altri fuoriclasse come lui. E non è l’unico suo gol in rovesciata. Perché Carlos França è brasiliano e fin da bambino è cresciuto nel mito della rovesciata. L’ha provata tante volte in allenamento e persino sul materasso del letto di casa, senza palla e quando non lo vedeva nessuno, poiché il padre gli diceva che la sua vita sarebbe cambiata solo quando avrebbe fatto un gol in rovesciata.
Da dieci anni in Italia, Carlos França ha vinto il Pallone d’oro per la Serie D, grazie a una valanga di gol da Lecco a Legnago, da Rapallo a Cuneo, fino a Trieste e infine a Potenza, che quest’anno, a 38 anni, Carlos ha trascinato in Serie C e dove è diventato non soltanto un idolo calcistico, ma un esempio di vita, un simbolo di fede religiosa fuori e dentro il campo di gioco. Se quella di suo padre fu una profezia, ebbene, come tutte le profezie non va interpretata alla lettera, perché le profezie sono quasi sempre metafore, allegorie, rebus. Il gol in rovesciata che ha cambiato la vita di Carlos França, che l’ha appunto «rovesciata», e in meglio, è stata la sua battaglia contro un tumore alla colonna vertebrale. Doveva morire, invece ha continuato a far gol, con la potenza atletica di un ventenne. E quando ha segnato il duecentesimo, si è tolto la maglietta per mostrare la scritta sulla canotta: «200 volte gloria a Dio», perché per Carlos – che come Kakà, Felipe Melo, David Luiz, Nicola Legrottaglie fa parte degli “Atleti di Cristo” – la sua «rovesciata» è merito di Dio.
La sua storia è raccontata magnificamente nel libro fotografico Carlos França, bomber di Dio (Zaccara editore, 144 pagine, 22 euro) da Tony Vece, fotogiornalista, che chi scrive «pescò» quindici anni fa a Scanzano, in Basilicata, durante le proteste contro il sito unico di scorie nucleari che si voleva fare lì.
Da allora, Vece ha raccontato molte altre cose e molti altri luoghi attraverso la fotografia, soprattutto nei reportage e nelle inchieste del Corriere. E allo stesso modo ha raccontato Carlos França e il calcio, che è il suo grande amore e che Vece, prima di fotografare, ha vissuto in curva da tifoso ultrà del Potenza. Le 110 immagini del libro parlano da sole, non hanno bisogno di aggettivi e perifrasi che le spieghino, e questa è la forza delle fotografie di Vece, che colgono l’attimo fuggente, la prospettiva giusta, la luce che sprigiona solo chi crede che La vita è un miracolo, come in un film di Emir Kusturica.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 12/6/2018

I mangiaspaghetti di Lussemburgo che dopo il turno vincevano a calcio

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Riscatti / L’epopea della Jeunesse, squadra di minatori italiani, nel testo di Tonio Attino edito da Kurumuny



«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri». Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia – la Romagna -, e chi racconta la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani come lui mossi dalla fame è l’ultranovantenne Riccardo Ceccarelli. Il quale, tuttavia, proprio dentro quel «buco» e proprio sotto i fumi delle ciminiere di una delle acciaierie più grandi d’Europa, trovò un lavoro, una «patria» che lo ha rispettato e in cui hanno convissuto persone di centoundici nazionalità diverse, ma soprattutto trovò una vita degna e un futuro possibile per sé, i figli e i nipoti. E questo, nonostante la xenofobia che accolse Ceccarelli e tutti gli altri emigrati negli anni Dieci e Venti del Novecento e nonostante le tragedie della Prima guerra mondiale, della partecipazione alla resistenza contro i nazisti e della prigionia durante la Seconda. Poi, la ricostruzione del dopoguerra e la meritata «felicità» degli anni Sessanta e Settanta, quando, grazie alla fabbrica che marciava a pieno ritmo e al suo acciaio, che garantivano il salario e la serenità, si era ormai formata una vera «comunità», in cui due su tre erano italiani e il terzo forse era lussemburghese.
Questa comunità di italoqualcosa, in cui non c’era spazio per distinguere i nostri meridionali dai nostri settentrionali – tutti spaghettisfréisser und wëlle Bier, mangiaspaghetti e orsi selvatici, quando andava bene, o sbrigativamente tutti delinquenti – diventò essenziale per il piccolo Lussemburgo, perché la comunità italiana lavorava duro e bene. Ma diventò importante e addirittura rappresentativa dello Stato del Lussemburgo quando ebbe una sua squadra di calcio, la Jeunesse, la squadra degli operai e dei minatori.
I bianconeri della Jeunesse non sono soltanto la formazione più blasonata del Paese, ma sono riusciti, quasi senza volerlo, quasi naturalmente, come racconta Tonio Attino ne Il pallone e la miniera (Kurumuny, 160 pagine, 13 euro), a diventare un esempio autentico di agonismo sportivo fatto di turni in fabbrica e di allenamenti alla fine dei turni di lavoro nello stadio attaccato alla fabbrica, di amicizie vere, di mutuo soccorso, di concretezza ricca di sentimenti, di poesia che non ha bisogno di parole in versi.
Con una storia così, che ne contiene tante altre drammatiche e qualcuna persino comica e che si intreccia alla storia dell’industria e del lavoro, delle migrazioni e dell’Europa, del calcio dei poveri e di quello dei ricchi, dei singoli individui e della valigia in cui ognuno porta con sé il proprio sogno o la propria speranza, il rischio è la retorica. Ma Tonio Attino non cade mai nella trappola. Non solo grazie all’esperienza maturata in quarant’anni di giornalismo tra La Stampa e il Corriere del Mezzogiorno, ma anche e soprattutto perché conosce l’argomento, sa di cosa parla. Attino è pugliese di Taranto, dove i contadini e i pescatori, con l’avvento del siderurgico più grande d’Europa, invece di emigrare diventarono, nel felice neologismo di Walter Tobagi, i «metalmezzadri» dell’Ilva. E così, quando ha scovato e ricostruito questa storia, Attino, che aveva già scritto un ottimo libro, Generazione Ilva, sull’acciaieria tarantina, ha capito che doveva andare a Esch-sur-Alzette, la città dell’altro siderurgico, dove ha rintracciato molti dei protagonisti del pallone e della miniera. E dai luoghi visitati, dalle persone incontrate, il suo racconto ha tratto giovamento, freschezza, immediatezza.
I ricordi di chi c’era fanno riaffiorare le gioie, le paure, la conoscenza degli avversari, soprattutto i campioni, anche sul piano umano. Il Real Madrid di Puskas e Di Stefano, per esempio, è la signorilità dei «grandi» che sanno chiedere scusa ai «piccoli». Il Bayern Monaco di Beckenbauer, Maier e Müller è la freddezza dei tedeschi verso una Jeunesse poliglotta e zeppa di emigranti. La Juventus di Cabrini, Laudrup e Platini è l’aristocratica finezza dell’allenatore operaio Trapattoni che chiede ai suoi giocatori di non infierire a risultato abbondantemente acquisito. E poi lo storico risultato di parità, 1 a 1, della Jeunesse contro il Liverpool delle star – Keegan, Clemence, Hughes -, il 19 settembre 1973, al primo turno di Coppa dei Campioni. Non poteva essere raccontato che così, attraverso le testimonianze dirette delle parole di rimprovero che l’allenatore dei Reds, Bill Shankly, rivolse al capitano Hughes, indicandogli come esempio i giocatori della Jeunesse: «Guarda quelli lì, guardali bene. Domani loro andranno a lavorare in fabbrica».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/5/2018

Quelle vite aggredite dalle pale eoliche

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Paesaggi contaminati / Il rumore è assordante, l’intermittenza della luce provoca fastidiosi disturbi: siamo andati a Balvano, Potenza, dove due emigranti sono tornati a vivere. E si sono ritrovati questo davanti alle finestre. Perché qui intorno le turbine sono spuntate come funghi. La Puglia ha il numero maggiore, ma è la Basilicata che ha l’incremento più veloce


Balvano (Potenza)


Perché sulle Dolomiti trivenete non ci sono pale eoliche e sulle Piccole Dolomiti lucane invece sì? Non per il vento, che in Basilicata è molto più debole e in alcune aeree addirittura insufficiente a far ruotare eliche il cui diametro può arrivare a 60 metri. Non per la minore bellezza del paesaggio. Non per la morfologia delle montagne, che risalgono a 15 milioni di anni fa e le fanno molto assomigliare a quelle più famose del Nord, tanto da averne mutuato il nome. E allora perché lì non ci sono torri eoliche, e nessuno si azzarderebbe a piantarne, e invece in Basilicata (e in Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna, Molise, Campania — qui però fino alla legge regionale del 2016, che ha fermato lo scempio) l’eolico selvaggio si sta mangiando la terra e le montagne, riducendole a una wasteland di spettrali foreste di acciaio?
La Basilicata è irriconoscibile. Torri eoliche ovunque, alte anche cento metri, come palazzi di venti piani. O fungaie di pali di 20-30 metri (il cosiddetto «mini» eolico, turbìne al di sotto di 1 megawatt) addossati l’uno all’altro, senza regole né legge. Le torri, poco più di 500 fino all’anno scorso, adesso sono circa 700 e per un altro centinaio sarebbero già pronte le autorizzazioni. La Puglia è la regione italiana più devastata dalle pale eoliche, ma la Basilicata, con appena 10 mila chilometri quadrati di superficie e 560 mila abitanti sparpagliati in 131 Comuni, ha il primato dell’incremento più veloce di impianti in tutto il Sud, isole comprese, dove pure in sole 8 regioni si concentrano 6.400 delle 6.600 pale (dati 2017) che a volte sì, a volte no, girano in Italia.
Da Balvano a Ricigliano, a Ruoti, Pietragalla, Oppido Lucano, Tolve, Cancellara, Melfi, Venosa, Genzano, fino a Montalbano Jonico, una «tempesta di vento» sta stuprando il paesaggio sotto gli occhi di tutti, nonostante tutti sappiano che l’energia prodotta da questa fonte (per la quale lo Stato ha sborsato 1,7 miliardi di euro di sussidi a vario titolo nel solo 2017) incida soltanto per l’1,5 per cento sulla produzione nazionale totale di energia.
Quello della Basilicata è un caso esemplare, quasi perfetto, di convergenza di tutti i «fattori» necessari affinché lo scempio prosegua inarrestabile: i soldi, cioè il meccanismo di incentivi pubblici per l’eolico, che non ha paragoni nel resto del mondo; i poteri pubblici, con autorizzazioni di Comuni e Regione che comportano pesanti trasformazioni urbanistiche e sembrano fatte in serie; i privati, accecati dalle somme pagate dagli «sviluppatori», tra gli 8 e i 10 mila euro all’anno per vent’anni, con l’affitto di mille metri quadrati di terreno agricolo da «far fruttare» grazie alla torre eolica; il senso di inutilità delle denunce, considerata la inconsistente azione degli organi giudiziari; la forza di intimidazione, esercitata con minacce e pestaggi nei confronti di chiunque si opponga, agricoltori, cittadini e da ultimo i (pochi) giornalisti che osano raccontare cosa sta accadendo.
Balvano ha 1.800 abitanti e il 23 novembre 1980 fu uno degli epicentri del devastante terremoto dell’Irpinia (3 mila morti, 9 mila feriti, 280 mila sfollati). Quella sera, per la Messa delle 19.30 nella chiesa di Santa Maria Assunta c’erano 77 persone, 66 delle quali adolescenti. Morirono tutti. Sempre qui, il 3 marzo 1944, avvenne il più grave incidente ferroviario della storia italiana per numero di vittime. Il treno si fermò in una galleria, non riusciva a vincere la pendenza e 517 persone morirono come topi per l’ambiente saturo di monossido di carbonio.
Due tragedie che serve ricordare, perché piegarono la volontà anche di quelli che non volevano andarsene e che invece dopo questi lutti si arresero ed emigrarono in massa. Alcuni di loro, andati via che erano bambini, pur di tornare a vivere nella terra d’origine hanno impiegato i risparmi di decenni di lavoro per costruire qui la propria casa, sfidando la «sfortuna» di Balvano. Come hanno fatto Mario Bagnulo, 46 anni, per ventotto chef nel Nord Italia, e Giovanni Bovino, 56 anni, per trentaquattro ristoratore in Germania, rimpatriati con l’orgoglio di avercela fatta e carichi di ottimismo per il futuro. Ma proprio qui, in contrada Cupolo, in piena campagna, Bagnulo e Bovino invece che in paradiso si sono ritrovati all’inferno.
In un paio d’anni i signori dell’eolico selvaggio hanno circondato le loro case con decine di torri eoliche. I Bovino e i Bagnulo non riescono più a dormire e i loro bambini non vogliono nemmeno uscire a giocare all’aria aperta, soffrono come se vivessero in una metropoli caotica. Il rumore costante degli aerogeneratori — di cui ci siamo resi conto fermandoci qui per una giornata — penetra come un trapano nel cervello per 24 ore al giorno. A questo, si aggiunge l’effetto shadow flickering (sfarfallio dell’ombra): le eliche, girando, provocano una intermittenza luce-ombra che disturba la vista e può causare attacchi di epilessia fotosensibile.
Bagnulo e Bovino hanno denunciato tutto a tutti, all’Arpab (l’Agenzia regionale di protezione ambientale), al prefetto, agli uffici regionali e comunali e anche alla magistratura. Invano. Finora, a parte i cronisti del piccolo ma seguitissimo giornale «Basilicata24», nessuno li ha seriamente presi in considerazione. «Vogliono che ci arrendiamo per stanchezza — dicono a «la Lettura» — e che abbandoniamo le nostre case, o che magari ce ne andiamo di nuovo all’estero, così verranno zittite anche le poche voci che denunciano questa violenza contro la natura, il paesaggio e gli uomini». Ma se Bagnulo è combattivo e non demorde, e intende rivolgersi alla Commissione europea, e chiede che intervenga il capo dello Stato, e vuole scrivere anche al Papa, Bovino è scettico, deluso, stremato. Ci porta sotto a un pero fiorito, mostra il cappio che penzola da un ramo e dice: «Se non si risolve questa storia mi impiccherò qui, sotto le pale eoliche». La sua casa è circondata da 15 pale eoliche. Quindici. Concentrate in un solo ettaro di terra. Una pala ogni 666 metri quadrati.

Balvano, con Ricigliano, Muro Lucano, Bella, Avigliano, fino ad Acerenza, si trova in un luogo meraviglioso. Un’opera d’arte naturale di montagne e valli verdissime e di panorami che possono competere con quelli alpini e andrebbero tutelati allo stesso modo, come vuole l’articolo 9 della Costituzione, e che invece vengono sfregiati senza vergogna, come hanno fatto con Palmira i tagliagole dell’Isis.
Semplice il meccanismo ingannatore: si fraziona un terreno agricolo in tante particelle, che si fanno passare di mano con vorticosi cambi di proprietà, si presenta una Pas (Procedura abilitativa semplificata) o una Dia (Denuncia di inizio attività) e così una trasformazione urbanistica profonda, che cambia la caratteristica di centinaia di ettari di terreno da agricolo a industriale-commerciale, passa come fosse una piccola modifica interna di una abitazione privata. Niente Vas (Valutazione ambientale strategica) e magari una accomodante Via (Valutazione di impatto ambientale) ed ecco che sulle cime di Ricigliano lo sventramento della montagna per piantarci piloni alti 80 metri con fondazioni profonde venti, gli sbancamenti per aprire strade camionabili e tracciare cavidotti possono far nascere un «parco» eolico, pubblicizzato come fosse non un’area deforestata e violata, ma imboschita con nuove piante.

Se c’è una sentenza del Tar Basilicata che impone al sindaco, la massima autorità sanitaria del Comune, di bloccare le turbine che provocano danni acustici, non vale. E se ce n’è un’altra del Tar Marche che vuole l’impianto eolico a una distanza non inferiore a 300 metri dalla più vicina abitazione, non serve. Ma poi, dov’è qui la Regione? Dov’è il sindaco di Balvano? E quello di Tolve? E quello di Cancellara, che è anche un carabiniere in servizio e amministra un paesino di 1.200 abitanti che ha 120 pale eoliche, una ogni 10 persone?
La Regione Basilicata non ha ancora un Piano paesaggistico e una legge regionale e tarda senza motivo a dotarsene, cosicché il bluff della «energia pulita» è al tempo stesso l’El Dorado di piccole società con 10 mila euro di capitale sociale che fanno capo a fondi di investimento anonimi e la ghigliottina (letteralmente) che decapita le specie volatili migratorie e locali, come il nibbio reale, il corvo reale, il falco pellegrino, il rondone, il gheppio. Mentre il sindaco di Balvano, Costantino Di Carlo, e quello di Tolve, Pasquale Pepe — il primo del Pd ma alle ultime elezioni alacre sostenitore dei Cinquestelle, il secondo di An e velocemente passato alla Lega, con cui è diventato anche senatore —, puntano al consenso procurato dai soldi, quelli donati come «compensazioni» dalle imprese ai Comuni e quelli pagati dagli «sviluppatori» alla schiera di proprietari dei terreni agricoli da parcellizzare e riempire di torri eoliche.
Il vicesindaco di Balvano, Domenico Teta, per dire, è un esempio di trinità: da amministratore di «Tegest Energy srl» chiede l’autorizzazione per l’allacciamento dell’Enel agli impianti eolici della sua Tegest, come ingegnere cura la parte tecnica e come vicesindaco presiede la giunta comunale che deve deliberare, e che naturalmente approva: otto belle Pas per otto pale eoliche, esecutività immediata.
Non meraviglia quindi il silenzio generale che ha inghiottito il pestaggio del 15 marzo scorso subìto dall’agricoltore Giuseppe Fidanza e dai cronisti Giusi Cavallo e Michele Finizio di «Basilicata24», che a Tolve erano andati a visitare l’ennesimo cantiere di nuovi impianti eolici. Nemmeno l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa ne hanno parlato. Mentre il servizio pubblico televisivo, il Tgr Basilicata, lo ha addirittura derubricato a «lite», quando invece dalle immagini filmate con uno dei cellulari delle vittime, e messe in Rete, è evidente che si è trattato di una aggressione ancora più grave di quelle di Ostia (la testata di un membro del clan Spada a un giornalista Rai) e di Roma (lo schiaffo dell’ex ministro Landolfi a un cronista de La7). A Tolve infatti i picchiatori, che la Digos avrebbe identificato come i figli del titolare di una delle imprese che sta lavorando al nuovo parco eolico, hanno distrutto uno dei cellulari dei giornalisti — che dalla strada stavano fotografando i luoghi dei lavori — e poi li hanno inseguiti, e a calci e pugni hanno spaccato la testa al povero Giuseppe Fidanza. Un messaggio vigliacco e arrogante, come l’inarrestabile avanzata delle foreste di acciaio che stanno sfigurando il paesaggio lucano. Matera, però, è capitale europea della Cultura 2019.


Scheda / La situazione in Campania
La Campania, terza regione italiana per numero di pale eoliche, nel 2016, con la giunta De Luca, si è dotata di una legge regionale contro l’eolico selvaggio. Le aziende del settore hanno fatto ricorso al Tar, ma la Regione ha resistito in giudizio e ha riaffermato la necessità di evitare l’effetto-selva e di impedire la saturazione per tutelare il paesaggio. Il Tar ha riconosciuto che «il territorio è una risorsa limitata e non riproducibile, sicché se in tali zone è già stato realizzato un considerevole numero di impianti non può essere ritenuto irragionevole un divieto di ulteriori installazioni». La «risposta» è arrivata subito, con 7 attentati di stampo mafioso legati all’eolico selvaggio: mezzi incendiati, bombe e attentati a cabine e sottostazioni elettriche.


Carlo Vulpio, la Lettura, 29/4/2018
(ha collaborato Cosimo Forina)

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