Vendola rinviato a giudizio per il disastro ambientale di Taranto non ci fa gioire, ma dovrebbe sparire dalla sfera pubblica insieme con quelli che lo hanno protetto e coccolato come fosse un “giusto”

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Nicola Vendola rinviato a giudizio dal gup di Taranto, Vilma Gilli, per concussione aggravata in concorso con altri in relazione al disastro ambientale di Taranto causato (anche, ma non solo) dall’Ilva, l’acciaieria più grande d’Europa, non è una notizia, almeno non per me.
Sei anni fa, nel mio libro La città delle nuvole, ho scritto questo e altro. Quindi, che oggi si venga a sapere delle “pressioni” dell’ex presidente della giunta regionale di Puglia su Giorgio Assennato, direttore dell’Arpa (Agenzia regionale di protezione ambientale), per “ammorbidire” i controlli (da sempre inesistenti) sulle massicce emissioni cancerogene del siderurgico, non mi stupisce, né mi emoziona, né mi indigna.
Per la semplice ragione che questi sono tutti sentimenti che ho provato a tempo debito, non a scoppio ritardato. Li ho provati quando in compagnia di pochi ho scelto di stare dalla parte dei bambini di Taranto malati di leucemia. Dei bambini, lo confesso, non dalla parte degli adulti, che il diavolo se li porti via. Compreso quel “mite” Assennato, direttore di un organismo inutile, l’Arpa, al quale una sera, durante un incontro pubblico sul tema, nel salone della Provincia di Taranto, dissi pari pari le cose che state leggendo adesso, ricevendone come risposta il balbettio tipico di chi teme per il proprio cadreghino.
Oggi, quindi, non gioisco per il rinvio a giudizio di Vendola, che per me sarà sempre giudiziariamente non colpevole fino a sentenza definitiva, ma che è politicamente, amministrativamente (cioè, come uomo di governo), moralmente e personalmente colpevole per aver sempre saputo del disastro di Taranto, per non aver fatto nulla per affrontarlo, per aver fatto invece tanto per occultarlo e, la cosa peggiore di tutte, per averci “campato” sopra, fingendo di volerlo risolvere, lacrimando come un coccodrillo dovunque ne avesse l’occasione e approvando leggi-truffa come la legge regionale cialtronescamente definita “legge anti-diossina”. Questa legge si è poi rivelata subito un imbroglio, un calcolato abuso della credulità popolare, dato che spacciava una grida manzoniana – prevedendo controlli a ore, o a giorni, o a settimane, o a mesi alterni – per un serrato monitoraggio delle emissioni, 24 ore su 24, che invece non c’è mai stato.
Vendola è un cialtrone, e questo l’ho già detto e scritto tante volte. Un cialtrone che ha potuto impunemente, grazie ai suoi compagnucci magistrati, definirmi “diffamatore professionale”, senza che io abbia mai riportato una condanna una per diffamazione a mezzo stampa (e quand’anche? avrebbe sminuito la sua cialtroneria di un pollice, se da giornalista fossi incappato in una qualche condanna del genere?). Ma Vendola è un cialtrone che ha potuto impunemente agire come fin’ora ha fatto anche grazie ai giornalisti, alle “icone” della libera informazione del piffero, ai randellatori “anti-sistema” secondo convenienza propria e secondo il calendario e le partiture delle alleanze, dei sondaggi e degli emolumenti.
Parlo di Santoro, che a Vendola stendeva il tappetino rosso nella sua trasmissione e sull’Ilva lo faceva passare per martire. Parlo di Travaglio, che a Vendola non faceva le domande che qualunque buon giornalista avrebbe fatto, perché – si giustificava il castigatore di questa cippa -, mica il tema della trasmissione era la Puglia… Parlo di Mieli, che era mio direttore quando Vendola telefonava al mio giornale per farmi dare “una calmata” (le telefonate non le prendeva Mieli, ma un suo vice, però Mieli sa come stanno le cose), lo stesso Mieli che oggi vedo darsi pacche sulle spalle con Vendola sul palco di una delle tante manifestazioni “culturali” estive… Parlo di Di Pietro, che impallidì, un giorno di giugno del 2009, quando dissi queste cose pubblicamente a Terlizzi, il paese di Vendola, e prese le distanze da me proprio fisicamente (meno male, avvertivo già i sintomi della contaminazione)… Parlo di Grillo, che prima attacca Vendola, poi lo appoggia alle Regionali, poi finge di attaccarlo di nuovo, e via così, secondo quanto suggeritogli dai Casaleggios’ per auricolare, come faceva Boncompagni con le ragazzotte di “Non è la Rai”… Parlo di Roberto Natale, sconosciuto ai più, ma già ai vertici della Fnsi, il sindacato dei giornalisti (pfff…), che ebbi modo di sbugiardare, sempre su questi temi, non certo per fatto personale, persino davanti alla platea di un congresso nazionale della Fnsi a Bergamo, qualche anno fa, e che poi è stato premiato come damo di compagnia della Boldrini, prima all’ufficio stampa e poi portavoce della presidente della Camera dei deputati. E parlo anche di Pulcinella, ovviamente (chiedo scusa alla grande maschera partenopea), cioè il sindaco di Napoli, de Magistris, quello che definiva Vendola “Wanda Osiris” (questo sì, un tonfo di stile che la dice lunga su cosa succeda dietro le quinte di qualunque teatro della vita) e che poi assieme a lui ha fatto campagne elettorali e manifesti programmatici e ogni altra ruffianeria acchiappavoti.
Vendola è stato protetto, o trattato con riguardo, o coccolato, fate voi, da parte di tutti costoro (risparmio i nomi dei magistrati, occuperebbero troppo spazio). Che un tribunale della Repubblica italiana oggi – quando non è più “governatore”…- lo rinvii a giudizio, a me non toglie e non aggiunge nulla. E’ un altro “tribunale” (anche se il termine non mi garba) che dovrebbe giudicarlo, per Taranto e per la Puglia. Ma questo tribunale ancora non funziona, perché la politica è a terra, con le gomme sgonfie, e l’uso della ragione degli individui è solo un disperato clic sul web. Se quel “tribunale” funzionasse, senza carcere e senza manette, senza gendarmi e senza vendette, Vendola tornerebbe da dove è venuto. Al nulla. E con lui, tutti gli altri.

Libero calcio in libera Olanda. La rivoluzione kantiana di Michels

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Il gioco rivoluzionario dell’Ajax nasce dall’anima di un Paese che ha conquistato terra al mare


LO-SPAZIO-DELLA-LIBERTA


Se sei un bambino con un pallone, per essere davvero felice hai bisogno di spazio per giocare. E se quello spazio non ce l’hai, te lo vai a cercare, lo occupi. E lo condividi con i tuoi compagni, in maniera tale che in quello spazio, nel tempo a vostra disposizione, tutti possiate giocare e divertirvi al meglio delle vostre possibilità.
Se sei un bambino, non sai nulla di questa relazione spazio/tempo, che appassiona fisici e filosofi. Giochi a pallone e basta. Anche se quella relazione la applichi lo stesso, in modo istintivo.
Ma se sei un ragazzo olandese degli anni Sessanta e giochi nell’Ajax di Amsterdam allenato da Rinus Michels, quel rapporto spazio/tempo si rivela la strada migliore per inseguire un sogno, o per realizzare un’utopia, senza però rinunciare alla fantasia e alla libertà. Esaltandole.
Perché in Olanda? Per la semplice ragione che da sempre, lì, spazio non ne hanno mai avuto tanto e l’hanno dovuto «rubare» al mare, 7 mila chilometri quadrati di acqua salata diventati terreni coltivabili. Sul rettangolo di gioco, da Michels in poi, gli olandesi hanno ragionato allo stesso modo. Occupare lo spazio, «agirlo», rende liberi. E fa felici anche i giocatori, che, vittoriosi o sconfitti, si saranno divertiti lo stesso e avranno di sicuro divertito il pubblico.
E’ in questo l’essenza della rivoluzione olandese nel calcio raccontata con passione e precisione da Fabrizio Tanzilli ne Lo spazio della libertà (ed. Ultra, 160 pagine, 16 euro). Una rivoluzione che dal profeta Michels a oggi ha continuato ininterrottamente a produrre i suoi frutti deliziosi e a far sbocciare campioni, in Olanda, in Inghilterra, in Italia, ma soprattutto in Spagna e, da ultimo, in Germania. Lungo un asse geopolitico-calcistico che in questo mezzo secolo ha reso simili per mentalità Amsterdam, Barcellona, Milano, Nottingham e gravita, oggi, intorno a Monaco di Baviera. Dove predica l’allenatore del Bayern, Pep Guardiola, l’ultimo profeta, ma solo in ordine di tempo, di quella che ormai è una rivoluzione permanente.
Tanzilli la definisce un po’ troppo enfaticamente «rivoluzione kantiana» (secondo il gioco un po’ abusato di trasformare personaggi dello sport in filosofi e scrittori, e viceversa), ma, al di là della non essenziale questione se Michels e gli altri abbiano letto Kant, coglie nel segno quando rappresenta come espressione della medesima scuola di pensiero il lavoro e le idee di gente come Louis Van Gaal, Brian Clough, Johan Cruijff, Arrigo Sacchi, oltre ai già citati Michels e Guardiola e a tutti i campioni che hanno saputo interpretarne gli insegnamenti, da Jan Jongbloed, il portierone «strano» della super nazionale olandese del 1974, a Marco Van Basten, un altro olandese, ma esploso con l’italiano Sacchi.
Certo, i protagonisti de Lo spazio della libertà hanno tutti vinto trofei su trofei, ma avevano a disposizione squadroni e fuoriclasse. Però se si pensa a ciò che è riuscito a fare uno come Zdenek Zeman in posti che si chiamano Foggia e Pescara, ma anche a Roma, con entrambe le squadre cittadine, si capirà fino in fondo il valore della rivoluzione raccontata da Lo spazio della libertà, dove Zeman avrebbe dovuto avere, appunto, un suo, anche piccolo spazio.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20 luglio 2015

Il terribile segreto dei fidanzatini assassinati a Policoro

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CONTROSTORIA / I due ragazzi furono trovati morti il 23 marzo 1988. Varie ipotesi, ma si escluse l’omicidio
Il romanzo-verità “Aspettando giustizia” di Angelo Jannone (edizioni Secop)


Jannone libro


Dal 23 marzo 1988 a oggi sono passati poco più di ventisette anni. Tanti. Troppi. Ma anche un tempo, purtroppo, perfettamente «nella media», almeno per tutti quei delitti italiani ancora avvolti dal mistero e candidati all’oblio. Quel giorno, Luca Orioli e Marirosa Andreotta, «i fidanzatini di Policoro», vent’anni lui e ventuno lei, vennero trovati cadaveri nel bagno della casa della ragazza, a Policoro, Basilicata, sulla costa jonica.
Un incidente, dissero subito medici legali, periti, magistrati, avvocati, polizia, preti, politici, e anche la famiglia della ragazza. Una disgrazia, dissero sempre all’unisono gli stessi soggetti, causata da elettrocuzione, o da folgorazione, o da intossicazione di monossido di carbonio, o insomma da quel che vi pare, purché fosse una qualunque altra causa che non facesse pensare al duplice omicidio.
I genitori di Luca Orioli, Giuseppe e Olimpia, non credono a questa versione e il papà per cinque anni, tutti i giorni, va nella stazione dei carabinieri di Policoro, si siede e aspetta. Finché un giorno arriva il nuovo capitano, Salvino Paternò, e gli chiede chi è, cosa ci fa lì, cosa vuole e perché tutti i giorni aspetta immobile sulla stessa sedia in sala d’attesa.
Il romanzo-verità Aspettando giustizia, di Angelo Jannone (Secop, 208 pagine, 13 euro, vincitore del premio Rosario Livatino 2015) comincia da qui, da un’attesa lunga, infinita, assurda, per una giustizia che non è arrivata mai e chissà se mai arriverà, tra depistaggi acclarati, false testimonianze e false perizie, clamorose manomissioni della scena del delitto e tutto quanto potesse servire a nascondere «un segreto terribile», che Marirosa svela a Luca e che costa la vita a entrambi. Ma la giustizia in questo caso non fa «il suo corso», non ne vuole sapere, non parte e non arriva, si fa attendere, proprio come Godot, mentre il circo della vita propone sempre gli stessi numeri, e anche se acrobati e pagliacci cambiano, l’importante è che recitino sempre la stessa parte.
Si riesumano i cadaveri, una nuova perizia afferma con forza che si tratta di evidente omicidio, del caso si discute anche in Parlamento, il ministro della Giustizia, Piero Fassino, nel 2000 parla di «insufficienza degli accertamenti espletati», e tuttavia non accade nulla. Il papà di Luca intanto muore e ad aspettare giustizia resta sua madre, Olimpia, che nel libro di Jannone compare tra i molti personaggi veri, accanto a quelli ai quali l’autore ha preferito dare nomi «di fantasia». Jannone, un ex carabiniere (colonnello dei Ros, il primo a infiltrarsi nella ‘ndrangheta) non è alla sua prima prova. Si è fatto già apprezzare in Eroi silenziosi per il suo modo di scrivere «pulito» e per la sua capacità di imbastire dialoghi credibili tra i personaggi, i cui ritratti rivelano l’occhio esperto dell’investigatore di professione.
Questa volta però ha fatto anche di meglio. Non solo perché si è misurato con un protagonista che è stato carabiniere come lui senza scadere nella retorica «di corpo» – il capitano Paternò oggi è in congedo e per questa indagine venne trasferito con l’intero nucleo operativo -, ma anche perché è riuscito a raccontare una storia nera di (in)giustizia evitando l’incenso, il martirologio e tutti quei luoghi comuni da antimafia da salotto dei soliti professionisti dal ramo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 29 giugno 2015

Il Gigante di Alliste ferito dalla Xylella e illuso da Bové

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L’europarlamentare Verde tenta un innesto naturale per guarire l’ulivo millenario. Ma punta ai soldi della Ue


Il Gigante di Alliste


Alliste (Lecce)


Come gli Ent, gli alberi parlanti de Il Signore degli Anelli, anche i giganteschi ulivi millenari del Salento parlano e si muovono. Solo che lo fanno così lentamente, nei secoli dei secoli, che l’occhio umano non li vede.
Oggi questi ulivi urlano, ma all’orecchio dell’uomo quest’urlo è arrivato tardi.
L’ulivo più grande, enorme come una sequoia e così ben intarsiato che pare una scultura lignea di Nicolò dell’Arca, lo hanno chiamato il Gigante di Alliste. Con i suoi 1200 o forse 1500 anni di vita è il “primus inter pares” di un bosco di ulivi che sembrano giganti invincibili e che invece sono soldati impauriti, logorati piano piano da un nemico che non avevano mai visto prima.
Il loro nemico si chiama Xylella fastidiosa, un batterio qualunque, che in Sud America è presente da 150 anni e attacca soprattutto i vigneti, ma che nel Mediterraneo era finora sconosciuto. Come gli indigeni delle civiltà precolombiane, che subirono il primo sterminio a causa di batteri ignoti al loro sistema immunitario, così gli ulivi del Salento (ma il discorso vale per tutto il bacino del Mediterraneo) non erano “preparati” alla Xylella perché non la conoscevano. Quando è scoppiata l’epidemia, era ormai troppo tardi. E adesso, misura estrema, si tenta la carta dell’innesto, con José Bové, no global della prima ora e oggi eurodeputato Verde, che vola ad Alliste, invitato dai coltivatori de “La voce dell’ulivo”, per praticare cinque incisioni sulle grandi braccia del Gigante di Alliste e innestarvi le varietà Leccino e Frantoio, che secondo lui, e pochi altri, guariranno gli ulivi. Senza la chimica e senza lo sradicamento degli alberi malati. Almeno così assicura davanti alle telecamere Bové, con il suo baffo alla Asterix, mentre con l’imposizione delle mani, e privo della pozione magica che l’anziano druido prepara per Asterix, “cura” il Gigante di Alliste. Sorvolando sul fatto che molti uliveti, oltre a essere stati colpiti dalla Xylella, sono anche stati maltrattati come querce, nonostante i contributi comunitari erogati, e che quindi chiedere altri soldi alla Ue è fin troppo facile.
La verità è che nessuno sa bene cosa fare per aiutare il Gigante di Alliste, suo fratello quasi gemello, detto il Gigante Buono – che sta nella Valle dei Giganti di Montalbano di Fasano (60 ettari con 2000 ulivi millenari) -, e tutti gli altri ulivi che dal Salento in su rischiano il disseccamento.
La Xylella è arrivata qui viaggiando in prima classe tra i 4 milioni di varietà vegetali entrate in Italia senza alcun controllo fitosanitario. Una cosa che in Australia, per esempio, dove questi controlli sono rigorosi, non sarebbe concepibile. Nell’Europa di Bové, invece, sì.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 23 giugno 2015


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Alliste, gli innesti di Leccino e Frantoio


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(Le foto sono di Lucia Casamassima/Ag.Lara)


Bulgaria, santo nero santo bianco

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vedi anche


Plovdiv, l’altra capitale d’Europa

Tutte le Palmira del mondo (e Cesare Brandi aveva già capito)

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Il viaggio nelle “Città del deserto” (1958) ripubblicato da Elliot


CITTA-NEL-DESERTO elliot


Il rischio è che potremmo non vedere più non soltanto Palmira, che è in Siria, ma anche Leptis Magna, Sabratha e Ghirza, che sono in Libia, oppure Baalbek, che è in Libano, o Amman-Gerasc e Petra, in Giordania. Se il fanatismo jihadista e la barbarie del Califfato nero dell’Isis non verranno fermati, tutto un mondo sparirà e di esso, biblicamente, non rimarrà pietra su pietra. In tal caso, dovremo accontentarci di «vedere» questi luoghi meravigliosi soltanto attraverso gli scritti di chi li ha raccontati meglio di tutti, e cioè Cesare Brandi – storico dell’arte, critico, scrittore, giornalista -, autore del bellissimo e attualissimo, oltre che profetico, Città del deserto, pubblicato nel 1958 e riproposto oggi da Elliot edizioni (178 pagine, € 17.50, con una prefazione di Geno Pampaloni del 1990).
Sarebbe un peccato se questa stolta furia iconoclasta prevalesse, ma se dovesse andare a finire così, ecco una ragione in più per leggere (o rileggere, ancora meglio) questo libro di Brandi, che non solo emoziona, non solo descrive – e con quale finezza -, ma spiega anche il perché, già allora, questo patrimonio dell’umanità era in pericolo, e perché oggi quel pericolo è diventato, direbbero i giuristi, «concreto e attuale». E’ ingiusto affidare a una frase un intero ragionamento – fra l’altro basato su raffinate riflessioni storiche e filosofiche e su brillanti osservazioni urbanistiche, architettoniche e artistiche -, ma la considerazione finale di Cesare Brandi, non sospettabile di anti-islamismo di maniera, come dimostrano le pagine sulla questione israelo-palestinese, è di quelle a cui non ci si può sottrarre. «L’Islam – scrive Brandi – non può esistere nel nostro mondo se non assorbendolo o distruggendolo: nulla ha da sostituire, nulla ha da imprestare se non una forma arcaica della sacralità».
Se questo è vero, non c’è da farsi illusioni che, per esempio, la libica Leptis Magna, «una cannonata anche per chi viene da Roma o da Ostia», «il primo capolavoro della scultura romana», «città lunga tre chilometri, con strade e fognature perfette», «esempio di virtuosismo urbanistico sopraffino e di grande architettura», possa fare una fine diversa da Palmira, le cui tombe costruite in altezza, a quattro o cinque piani, scrive Brandi, ne hanno fatto un caso unico nell’antichità, «la prima città con impresari di pompe funebri e speculatori che compravano in blocco e vendevano a strozzo i loculi». E come Palmira e Leptis Magna, città emporio in mezzo al deserto e tuttavia ricchissime, corrono lo stesso rischio anche Sabratha, che ha una Basilica giustinianea il cui mosaico pavimentale «è la più bella opera d’arte superstite della Tripolitania», e tutti gli altri luoghi in cui Brandi davvero riesce a portare per mano il lettore, conquistandolo con le sue similitudini: «Amman come e peggio dei Sassi di Matera», (ovviamente i Sassi di sessant’anni fa), o le case di Gerico e Damasco come i trulli di Martina Franca, la città vecchia di Gerusalemme come quella di Bari intorno alla Basilica di San Nicola, oppure Betlemme con le strade curve come in Calabria e i mosaici simili a quelli di Cefalù. Mondi e civiltà che hanno attraversato il tempo. «Ma i barbari – avverte Brandi – sono di tutti i tempi». Ricordiamocelo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 30 maggio 2015

GAVINO LEDDA, LA PAROLA NUOVA ELETTROMAGNETICA

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Gavino Ledda, la parola nuova elettromagnetica


Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera, intervista Gavino Ledda, l’ex pastore analfabeta diventato scrittore e glottologo, autore del capolavoro “Padre padrone” (1975). In questo video, che sarà proiettato al Salone del Libro di Torino lunedì 18 maggio 2015 in occasione della presentazione dell’ultimo inedito di Gavino Ledda, lo scrittore parla di sè e della sua ricerca linguistica per creare “la parola nuova letteraria”. E lo fa riuscendo ancora a stupire. L’incontro è avvenuto l’8 febbraio 2015 nella casa di Ledda, a Siligo (Sassari).


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