Banksy costruisce castelli in aria e a Parma incontra l’anima di Ligabue

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Dal 18 settembre al 16 gennaio 2022 oltre cento opere dell’artista senza volto, in parte mai esposte in pubblico

Parma

Quanto più si nega, tanto più esiste ed è presente. Fino a essere pervasivo. Banksy è sui muri, su carta, su tela, sulle magliette e sui sacchetti per la spesa. E’ ormai la serigrafia di sé stesso in tutto il mondo, è ubiquo come i santi ed è ovunque come lo spirito divino, che è in cielo in terra e in ogni luogo, e quindi è anche nel luogo più importante e prezioso di ognuno, la testa. E’ nella testa della gente che l’arte di Banksy (un uomo? una donna? un nome collettivo?) ha conseguito il suo vero successo ed è sempre lì, nella testa, che ogni volta si gioca la sua ragion d’essere: tener vivo lo spirito critico e la libertà di pensiero degli uomini a tutte le latitudini, contro l’omologazione ai pensieri unici di volta in volta dominanti e contro la riduzione degli esseri umani a merci, numeri, automi, codici a barre.

L’arte di Banksy è diretta, si fa capire da tutti, esempio forse unico di tutta l’arte cosiddetta concettuale, è ironica e sarcastica, irriverente e compassionevole, sempre dichiaratamente anticapitalistica – sia il capitalismo finanziario odierno, sia quello di Stato in versione cinese, sia quello «della sorveglianza» delle grandi compagnie hi-tech – ed è sempre contro la guerra, sempre per una ecologia vera, non solo genericamente dell’ambiente (se no è soltanto moda), ma prima di tutto dell’uomo (e qui Banksy piacerebbe a papa Ratzinger, e viceversa). Forse per lui (o lei? o loro?), meglio che per tanti altri, andrebbe ripescato ciò che lo scrittore Vladimir Nabokov definiva arte quando Banksy non era ancora nato, e cioè «curiosità, tenerezza, bontà, estasi». Forse è anche per questo che la mostra che si apre domani, nei suggestivi sotterranei del cinquecentesco Palazzo Tarasconi, è stata intitolata felicemente Building Castles in the Sky dai suoi organizzatori – la Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, il cui presidente Augusto Agosta Tota è anche supervisore dell’esposizione, l’associazione Metamorfosi di Pietro Folena e Vittorio Sgarbi, il più autorevole fan di Banksy – e dai curatori Stefano Antonelli, Gianluca Marziani, Acoris Andipa e Marzio Dall’Acqua, i quali hanno tutti argomentato acutamente sull’artista misterioso (uno solo? un gruppo?).

Banksy è il diminutivo di uno pseudonimo, Robin Banks, storpiato in Robbing Banks, che vuol dire «rapinare banche». Ciò che a Banksy è riuscito perfettamente e per via legale, con il paradosso della singolare gara tra banche e banchieri per assicurarsi le opere del «rapinatore di banche», anche quelle più ferocemente critiche verso «il sistema». Che però, va detto, sembra grato a uno come Banksy, che ne mostra le crepe, le patologie, le follie e così gli ricorda che per non perire, per non saltare in aria, «il sistema» deve curarsi, emendarsi, ritornare umano.

Ed è in questo aspetto che Augusto Agosta Tota, uno dei pochissimi veri amici di Antonio Ligabue, individua un’origine comune tra le prime prove di Banksy con i suoi murales a Bristol e i graffiti che Ligabue disegnava con i pezzi di carbone sui muri di Gualtieri, Reggio Emilia, disegni che impressionarono Renato Mazzacurati, il pittore poi mentore di Toni al mat, e sua moglie Pia. «Ligabue e Banksy lanciano entrambi messaggi pubblici forti, che si tratti di un grido di dolore o di un ironico sberleffo», dice Agosta Tota. E Sgarbi approva e certifica, citando alla lettera uno dei più efficaci aforismi di Banksy: «Un muro è un’arma molto potente, è la cosa più dura con cui puoi colpire qualcuno». Naturale quindi anche il collegamento immediato con i progenitori di questo «graffitismo», e cioè con il muralismo delle periferie metropolitane statunitensi e sudamericane e con quello sardo, che a Orgosolo negli anni Sessanta si fa dichiaratamente politico (lo disse subito Emilio Lussu) e diventa l’arma più efficace per contrastare la trasformazione di migliaia di ettari di terre e pascoli in poligoni militari.        

Sono più di cento le opere di Banksy in mostra – senza la sua autorizzazione perché tutte appartenenti a collezionisti privati, ma anche senza la sua disapprovazione perché in ciò consiste la sua presenza assente – e molte di esse vengono esposte in pubblico per la prima volta. Un degno «risarcimento» alla città di Parma (il Comune è tra i partner della mostra), che a causa dell’eterna emergenza Covid non ha potuto vivere come avrebbe voluto il suo ruolo di capitale italiana della Cultura 2021.

Building Castles in the Sky, dunque, costruire castelli nel cielo, e quindi in aria, anche se non si potrebbe, anche se va contro le regole. Nessun problema, «non hai bisogno di una concessione edilizia per costruire castelli in aria», scrive Banksy nel 2011 su un muro dei magazzini del porto di Bristol, poiché, spiega in un altro aforisma che accompagna un’altra sua opera, «i più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che seguono le regole».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 18/9/2021

Abruzzo, anni Quaranta. Il mondo retto dalle donne

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Narrativa / Nell’esordio di Flora Fusarelli (4 Punte Edizioni) la storia di un dramma e della forza femminile. Tre generazioni, dalle nonne alle nipoti, affrontano la guerra e la violenza maschile

Decidere di avere ugualmente un figlio dopo uno stupro, forse soltanto una donna può pensarlo. E forse nemmeno una donna in quanto tale, ma unicamente la donna stuprata. Dev’essere un atto d’amore immenso, insondabile,
inconcepibile per pura razionalità o per una impennata di orgoglio titanico. Ne ha parlato una decina di anni fa Margaret Mazzantini nel suo bel libro Venuto al mondo (Mondadori) — dal quale il marito Sergio Castellitto ha poi tratto l’omonimo film — nel quale l’autrice racconta di uno stupro di guerra, gli infami «stupri etnici» della guerra dei Balcani negli anni Novanta. Ma quella era la guerra, che abitua il cervello umano, i lettori, gli spettatori, ad aspettarsi qualsiasi turpitudine, salvo poi inorridire e denunciarla a cose fatte, e magari a urlarla in un libro o in un film.
Uno stupro consumato nel silenzio, invece, in un borgo minuscolo, sbrigato come una pratica burocratica, premeditato dal giovane e rampante notabile del luogo per punire la ragazza — la più bella del paese, povera, onesta — che non lo vuole e ama un altro, è, se possibile, uno stupro ancora peggiore di quelli «di guerra». Ma rivela ancora meglio, come racconta Flora Fusarelli nel suo romanzo d’esordio, Le deboli (4 Punte), tutta la forza delle donne, specialmente quando vivono in condizioni di sottomissione o subiscono violenze quotidiane, fino alla violenza più vile e più odiosa, che senza dubbio è lo stupro.
Ne Le deboli — che come si intuisce subito è un titolo usato in senso antifrastico, poiché vuol significare l’opposto di ciò che afferma — viene ribadita per l’intero racconto, attraverso la voce delle donne più anziane, quasi coréute che si esprimono in dialetto abruzzese, un’idea molto netta e probabilmente molto vera, e cioè che «sono le donne a reggere il mondo». Le deboli racconta le storie di tre generazioni di donne, dalle nonne alle nipoti, in un paesino tra le montagne abruzzesi durante gli anni Quaranta, quando alla povertà endemica si aggiunge la guerra e alla sciatteria di un mondo maschile remissivo con chi comanda e protervo con chi manda avanti la famiglia — badando ai figli, lavorando in casa e fuori — supplisce il sacrificio e la forza delle donne. Le quali hanno piena consapevolezza della loro condizione, che infatti non accettano passivamente, ma non potendo cambiare il mondo se ne fanno carico, lo «reggono», nonostante o forse grazie alla loro debolezza, che diventa la loro forza.
L’autrice è di Avezzano (L’Aquila), nella Marsica, terra di Ignazio Silone, e l’influenza del grande scrittore di Pescina in questo romanzo si sente, se non altro per la scelta di raccontare un mondo di oppressi e di «vinti», ma senza alcuna scimmiottatura né pretesa pedagogica o, peggio, senza cadere nella tentazione di applicare schemi tardofemministi a una storia che è vera storia di donne, narrata dal loro punto di vista, e sicuramente costruita anche attraverso i racconti orali ascoltati dalle donne che ottant’anni fa quella storia hanno fatto. Così può accadere che persino «l’infelicità rabbiosa» di Vincenza, costretta dal padre a sposare un uomo al quale è stata promessa, si tramuti in «felicità arresa e disperata» quando Luigi, l’uomo che ama veramente e dal quale è riamata, sposa un’altra donna del suo stesso ceto sociale. Perché quel matrimonio significherà per Vincenza poter andare a servizio in casa di Luigi, dove accadrà ciò che doveva accadere, «una unione tanto spudorata e sbagliata da essere inevitabile». Inevitabile come la figlia che metteranno al mondo. Per amore. Lo stesso amore che fa decidere ad Anna, stuprata, di infischiarsene del giudizio degli altri e di far nascere la sua bambina. Deboli?

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 23/8/2021

Nella terra della taranta (dove l’arte sposò il cyborg)

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I tesori di Galatina, dai dipinti dell’800 alle foto delle donne colpite dal morso del ragno, fino all’avanguardia di Giovanni Valentini

Galatina (Lecce)

La terra della taranta e del tarantismo, «La terra del rimorso» studiata e raccontata dall’antropologo Ernesto De Martino e dalla sua équipe (lo psichiatra Giovanni Jervis, l’etnomusicologo Daniele Carpitella, l’antropologa culturale Amalia Signorelli e il fotografo Franco Pinna), più che quella dei raduni folk della «pizzica» a loop – che pure servono perché fanno stare insieme e fanno ballare tanta gente e portano un po’ di soldi – è questa di Galatina, che si mescola con i 12 comuni limitrofi della Grecìa Salentina, una sorta di enclave linguistica chiamata così perché vi si parla il griko, antico idioma bizantino.

Galatina, 25 mila abitanti, è uno dei centri più belli e più importanti della Terra d’Otranto, che una volta comprendeva, oltre a quella di Lecce, anche le attuali province di Taranto e di Brindisi. La Terra d’Otranto, assieme alla Terra di Bari e alla Capitanata (Gargano, Tavoliere e Subappenino dauno), sono state «le Puglie» fino all’Unità d’Italia, quando diventarono «la Puglia», al singolare, che così venne battezzata anche nell’articolo 131 della Costituzione repubblicana. Una dimostrazione pratica che la teoria dei «confini naturali», molto utilizzata per fare le guerre, è quella che è. Ideologia. E infatti anche un Grande Pugliese come Gaetano Salvemini, che pure durante la Prima guerra mondiale era interventista, ma accettava l’irredentismo «solo come difesa della lingua e della nazionalità italiana», si scagliava contro tutti coloro che «sbraitano di confini naturali». Figuriamoci poi se ai «naturali» si aggiungono e si sovrappongono i confini «amministrativi», come quelli che delimitano le regioni. Non si colgono più né le similitudini né le differenze. E nemmeno la singolarità dei luoghi, che sono come gli individui, l’uno diverso dall’altro, unici.

A «Galatina città d’arte», dunque, ci vieni se vuoi capire com’è profondo e vario il mare, anche se qui il mare non c’è, poiché Galatina è equidistante o equivicina mezz’ora di auto da Gallipoli, mare Jonio, e da Otranto, mare Adriatico.

«L’unicità di Galatina riguarda non solo l’arte e la storia antica, indispensabili, ma anche l’arte e la storia contemporanea, che qui hanno trovato un centro propulsore originale e sono ancora tutte da scoprire», dice Salvatore Luperto, direttore artistico del museo «Pietro Cavoti», in cui sono custodite molte opere di tre galatinesi che tra l’Ottocento e il Novecento hanno lasciato il segno: acquerelli e disegni dello stesso Pietro Cavoti, dipinti di Gioacchino Toma e sculture di Gaetano Martinez, autore dell’inquietante Caino che troneggia in una sala del museo, oltre che della più nota Lampada senza luce, detta La Pupa, una sirena in bronzo che adorna la fontana del centro cittadino. Al «Cavoti» sono esposti anche i quadri di Luigi Caiuli, galatinese, e le fotografie del grande Franco Pinna, sardo – che fu anche fotografo di scena di Federico Fellini -, sul fenomeno delle tarantate, le donne che il morso del ragno, la taranta, secondo la tradizione popolare trasformerebbe in ossessi. Donne che per guarire dalla «possessione», il 29 giugno, giorno dei santi Pietro e Paolo, da ogni angolo della Terra d’Otranto dovevano venire a Galatina, nella cappella di San Paolo, dove si «liberavano» contorcendosi per terra come indemoniate e ballando in maniera sfrenata, persino sull’altare, e davanti a tutti. «Le foto di Pinna sono degli anni Cinquanta, ma questo “rito”, qui, è andato avanti fino a tutti gli anni Settanta – dice Luperto -, come documentano le foto, inedite, e che adesso accosteremo a quelle di Pinna, di un altro artista di Galatina, Giovanni Valentini, non certo uno sconosciuto al mondo dell’arte italiana, morto appena un mese fa».

Valentini è stato esponente di un’avanguardia che nella seconda metà degli anni ‘70 si era spinta molto addentro nei rapporti tra arte e natura, tra naturale e artificiale, e fu anche il primo a usare il termine cyborg, tanto da aderire in seguito al gruppo Ghen, il «movimento arte genetica», che da qui, da Sud, suggerì, dice Luperto, «di guardare alle implicazioni genetiche dell’arte, a quel codice primario che è il battito materno e che il bambino apprende già nel ventre della madre». Con le relative interazioni tra arte, religione e vita sessuale. Esattamente ciò che era stato portato alla luce da De Martino con la riscoperta e lo studio del tarantismo. E che oggi consente al viaggiatore che osservi i nove cicli di affreschi della meravigliosa basilica di Santa Caterina d’Alessandria, di fine Trecento, di comprendere perché – nonostante la «cristianizzazione» dei miti greci e successivamente la «latinizzazione» del cristianesimo greco-bizantino – Galatina non ha mai perso il suo vitale fascino pagano, che ne ha fatto l’epicentro della Terra del rimorso.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 2/8/2021

(Foto di ©Lucia Casamassima)

L’acqua di Bill Viola e le acquasantiere: atti di purificazione

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Palazzo dei Normanni ospita una sorprendente mostra che fa reagire la videoarte del maestro americano con edicole in pietra, maioliche, paliotti della tradizione culturale siciliana. Una conversazione che unisce sacro e umano

Palermo

Dimentichiamo per un attimo tutto ciò che pensiamo sia «arte concettuale» ed entriamo a Palazzo dei Normanni, dove, nelle sale del Duca di Montalto, dal 9 luglio scorso è aperta al pubblico una mostra affatto particolare, intitolata Purification. Art and Spirituality. Diciamo subito che il titolo e i testi del catalogo in inglese sono una scelta precisa: la mostra tratta temi assoluti e universali, e affinché la comprendano tutti è stato scelto l’inglese, la lingua del mondo. E diciamo anche che si tratta di una mostra che in realtà ne contiene due: la prima, dominata dalle cinque videoinstallazioni di un nome «sacro» dell’arte contemporanea, Bill Viola, maestro della videoarte e della slow-motion; e poi, senza soluzione di continuità, la seconda, allestita con i louterion e le edicole in pietra del V secolo avanti Cristo, le acquasantiere e i bacili in argento cesellato del XV secolo, le maioliche policrome del XVI, i meravigliosi paliotti del XVII, più un’altra grande videoinstallazione – la riproduzione in digitale del mosaico Fiat firmamentu in medio aquarum dalle scene della Creazione della Cappella Palatina – che con un gioco di specchi in alto e in basso proietta lo spettatore nell’alto dei cieli o all’inferno, in entrambi i casi in uno spazio misterioso e infinito. Un’opera che è stata realizzata dai giovani videoartisti siciliani della Sinergie Group e «regge» la presenza di quelle del Maestro Viola.

Senza queste «avvertenze per l’uso» non si capirebbe perché questa è una mostra unica, e perché l’orientamento della Fondazione Federico II, diretta da Patrizia Monterosso, sia quello di preferire l’ideazione e la produzione di grandi mostre «in house» (l’ultima è stata Terracqueo, sul mare Mediterraneo) alla importazione di «mostre pacchetto», suggerite quasi per inerzia attraverso quelle vie che usiamo definire circuiti culturali.

La purificazione è tema spirituale e religioso, ma anche troppo umano, e nelle opere di Bill Viola esposte a Palazzo Reale si compie sempre con l’uomo o con la donna (sette miliardi di Adamo ed Eva) per mezzo dei quattro elementi cosmici, l’Acqua, l’Aria, la Terra, il Fuoco, che annichiliscono l’essere umano ma al contempo lo trasportano in un’altra dimensione, lo trasformano, lo purificano. Di questo «passaggio» l’individuo è testimone diretto, cioè, letteralmente, «martire», e quindi le quattro opere – interpetrate da quattro attori diversi – sono altrettanti martirii e per questa ragione sono intitolate Water, Air, Earth, Fire Martyrs. La quinta opera è il video Tristan’s Ascension, forse il più bello, che riprende il mito dell’infelice amante della regina Isotta morto come lei di dolore a causa del loro amore impossibile. Viola però fa «risorgere» Tristano, che dalla tomba ascende al cielo «al rallentatore» a mano a mano che la pioggia si fa sempre più fitta, fino a quando diventa torrenziale e Tristano esce dallo schermo, sparisce.

I video di Bill Viola sono realizzati come veri e propri film, girati negli studi cinematografici di Los Angeles con cura maniacale per ogni dettaglio e forti della pregressa formazione «classica» che Viola, nato a New York da genitori italiani, ha maturato e introiettato a Firenze negli anni Settanta, quando cominciò ad applicare la tecnica della neonata moviola (ironia dei neologismi e dei nomi propri) ai capolavori del Rinascimento italiano, da Pontormo a Mantegna, ricreandoli dal vivo e «animandoli» con le tecniche sempre più sofisticate a disposizione del cinema, fino a quelle sofisticatissime dell’attuale era digitale che permettono la riproducibilità tecnica di qualunque cosa. La differenza, naturalmente, oltre alla perizia tecnica, la fanno l’idea e il modo in cui opere come queste di Viola giungono allo spettatore. Se poi il contesto in cui vengono esposte è quello di una mostra che fa dialogare la videoarte contemporanea con opere d’arte del passato di un’isola smodatamente ricca di storia e di arte come la Sicilia, attraverso, per esempio, l’elemento cosmico Acqua che per Talete è il principio di tutte le cose, l’effetto spirituale, purificatore, e dunque artistico, è innegabile.

Ma lo è anche l’effetto «digitale», nel duplice senso che il termine evoca, e cioè sia quello della perfezione tecnologica elettronico-informatica di un video di Viola, realizzato da équipe di 30-40 persone, sia nel senso proprio, di qualcosa cioè fatto con le dita delle mani da un numero non minore di artisti del XVII secolo che insieme realizzano – per citare solo un paio dei meravigliosi pezzi in mostra – il Paliotto con belvedere e fons vitae, in taffetas di seta ricamato con fili di seta policromi, grani di corallo e tessuto dipinto, o l’Acquasantiera con Santa Rosalia e il Genio del fiume Oreto,in rame dorato, filigrana d’argento e corallo. Il «concetto» è lo stesso, e l’arte pure.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 25/7/2021

(foto ©Lucia Casamassima)

«Il mare ci salva». I turisti in Salento affollano il paese del gasdotto

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Melendugno (Lecce)

«Solo il mare ci può salvare. Non ci ha mai tradito. Qui in Salento è stato sempre così, e oggi lo è ancora di più». In queste parole di un vecchietto seduto su una panchina di fronte al mare, che non nuota più da tempo ma viene qui tutte le mattine «a respirare il mare per continuare a star bene», è contenuta la storia passata e presente di Melendugno. Un comune di novemila abitanti che si trova a cinque chilometri dalla costa adriatica e quindi non è bagnato dal mare, ma che grazie alle sue marine – Torre Specchia, San Foca, Roca, Torre Sant’Andrea, Torre Saracena, Torre dell’Orso – è da sempre un simbolo del mare pulito, bello, salutare, magico, oltre che naturalmente preziosa risorsa economica, del Salento e dell’Italia. Un mare che quest’anno ha vinto per la undicesima volta la Bandiera Blu della Fee (Foundation for Environmental Education, organizzazione non profit e non governativa con sede in Danimarca) e anche la Bandiera Verde dei Pediatri italiani perché «a misura di bambino».

Il tratto di costa che va dalle marine di Melendugno a Otranto, la città in cui il sole sorge prima che altrove perché è quella più a Oriente della penisola italiana, e poi a Porto Badisco, Santa Cesarea Terme, Castro Marina, fin giù a Santa Maria di Leuca, fu quello che ammaliò i Turchi, ai quali apparve come un giardino pensile affacciato sul Mediterraneo, che quindi andava assaltato e conquistato. Cosa che avvenne nell’estate del 1480, come racconta il magnifico romanzo L’ora di tutti di Maria Corti, con il massacro per decapitazione di ottocento giovani maschi, i santi martiri di Otranto, le cui reliquie sono custodite nella cattedrale idruntina, decorata dal più grande mosaico pavimentale d’Europa, L’albero della vita, opera del monaco Pantaleone.

La meraviglia di questa fascia costiera è però intaccata dagli spettrali scheletri degli ulivi uccisi dalla Xylella ed è insidiata dal terrore per il Covid, che l’estate scorsa ha tenuto lontani i turisti, anche quelli che qui venivano da trent’anni. Colpiti gli ulivi, Melendugno non sa se potrà ancora dirsi «la città del miele e dell’olio». Vedremo. La lotta con la Xylella non è ancora finita e nessuno si sente già sconfitto. Ma tutti qui, a cominciare dal vecchio seduto di fronte al mare, sanno che assieme a Otranto e all’intero Salento questo non ha mai smesso e non smetterà mai di essere «il posto del mare». Nessun allarme Covid potrà mai mutarne il patrimonio genetico. Esattamente com’è accaduto con l’allarme infondato per il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline), che attraverso una condotta sottomarina nel Canale di Otranto trasporta il metano dell’Azerbaigian dal Mar Caspio alla marina di San Foca, dove nessun bagnante ne avverte la presenza e chiunque può con i propri occhi rendersi conto dell’inesistente «impatto ambientale», per la semplice ragione che il «tubo del gas» è interrato a venti metri e, sempre a questa profondità, raggiunge la stazione di decompressione costruita nell’entroterra di Melendugno.

Questa è dunque l’estate della rinascita per il mare delle undici Bandiere Blu. Rinascita economica e psicologica, ritorno della fiducia che sconfigge la paura e affermazione della forza della natura che sconfigge la malattia, come dice il vecchio seduto di fronte al mare, e come testimoniano le spiagge affollate e i volti scoperti e sorridenti degli adulti e dei bambini che si immergono nelle acque verdi e blu dei «Caraibi del Salento», i ristoranti e gli alberghi pieni, le strade dei borghi non più deserte, le feste patronali e le sagre di nuovo brulicanti di gente, le file delle bancarelle. La vita. Il Salento, questa estate, è dopo la Sardegna la meta preferita dagli italiani. Nonostante tutto. Nonostante l’allarme lanciato da Antonella De Gregorio di Federalberghi: «E’ una situazione fantozziana questa che ci permette di andare a Ibiza ma non di muoverci liberamente in Italia». E nonostante il brusio fastidioso delle nuove parole entrate di forza nelle conversazioni quotidiane – sì vax, no vax, sì mask, no mask, lockdown, coprifuoco, dpcm, tampone, positivo, negativo, dose, greenpass… – che adesso, forse, per fortuna, le onde del mare porteranno via dolcemente, come il canto delle sirene.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 17/7/2021

(foto @Lucia Casamassima)

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