Ligabue vola a New York. Le sue opere al Metropolitan Museum

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Arte / Il pittore in mostra ora a Ferrara e a Parma sarà protagonista di un’esposizione a Manhanattan

Ferrara

«Un giorno finirò nei più grandi musei del mondo», diceva di sé Antonio Ligabue quando ancora era per tutti Toni al mat, il matto. La sua non era una profezia frutto di presunzione, o come tutti pensavano, di una mente malata, perché Antonio Ligabue non era pazzo, ma era epilettico, nonostante sia stato trattato come un matto anche da un punto di vista sanitario, fino all’elettroshock. Una pratica sperimentata per la prima volta in Italia, e poi anche su di lui nel manicomio di Reggio Emilia. Tuttavia, nemmeno le potenti scariche elettriche di quell’apparecchio infernale riuscirono ad addomesticare l’uomo e a spegnere l’artista, poiché Ligabue era un genio, solo che lui lo sapeva e tutti gli altri no.

Toni al mat, questo è sicuro, percepiva la sua infelicità allo stesso modo del suo originale ed esplosivo talento. Era tanto infelice quanto fiducioso nel proprio genio. È stata questa convinzione a farlo resistere fino alla fine dei suoi giorni e a permettergli di ribadire ovunque, incurante dell’irrisione che gli toccava subire, quella sua profezia.

Le opere di Antonio Ligabue, uno dei più grandi artisti del Novecento, finora sono state esposte nelle principali città italiane e, all’estero, due volte a Parigi, e poi a Strasburgo, a Zurigo, ad Amburgo, a Lugano, a Toronto e a Mosca. «Adesso, finalmente, esporremo Ligabue al Metropolitan Museum di New York», ha annunciato l’altra sera Augusto Agosta Tota dal palco del Teatro comunale di Ferrara, dove si è discusso della figura dell’artista di Gualtieri davanti a quattrocento persone con lo stesso Agosta Tota, presidente della Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Ferrara Arte, il critico d’arte Marzio Dall’Acqua, Moni Ovadia, direttore del Teatro comunale, e l’assessore comunale alla Cultura, Marco Gulinelli. L’annuncio di Agosta Tota è avvenuto «in diretta» appena prima della proiezione del film Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, con Elio Germano nel ruolo di Ligabue, e ha sorpreso gli stessi organizzatori della manifestazione e della mostra Antonio Ligabue. Una vita d’artista allestita a Palazzo dei Diamanti, subito sospesa dopo l’inaugurazione a causa del Covid e ora riaperta e prorogata fino al 18 luglio. Così come è stata prorogata, ma a Parma, a Palazzo Tarasconi fino al 29 agosto, l’altra mostra Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla natura, a riprova del grande interesse e della immediata risposta di pubblico ogni volta che si tratti della figura e delle opere di Ligabue. E questo anche perché, come sostiene Sgarbi, «Ligabue piace alle persone semplici e persino ai bambini e non è inquadrabile in uno stile o in una corrente pittorica».

La mostra di Palazzo dei Diamanti, molto ben curata da Marzio Dall’Acqua e Pietro Di Natale, con i suoi settantasette dipinti, dieci disegni a matita su carta e venti sculture in bronzo, testimonia tutta la grandezza, la potenza e l’unicità di Ligabue, che se non fosse stato tradito da una paralisi al braccio destro a sessantadue anni (morirà tre anni dopo, nel 1965) avrebbe continuato a stupire il mondo con le sue bestie feroci in giungle inventate, i circhi equestri, i suoi autoritratti, gli insetti giganteschi, la campagna padana, i paesaggi alpini, i ritratti di donne che non lo amarono mai e di animali domestici che lui amò molto. Una dimensione tutta sua, raccontata con irrequietezza e tormento, e sempre con colori forti, che potessero esprimere la continua lotta per la sopravvivenza degli animali tra di loro e di Ligabue con sé stesso e con il resto del consorzio umano.

Ligabue, dunque, irrompe a Ferrara con il suo istinto di sopravvivenza, e Ferrara lo accoglie con la voglia di tornare alla vita normale attraverso l’arte, affiancando a quella su Ligabue due affascinanti mostre nel Castello Estense: i giganteschi bronzi di Sara Bolzani e Nicola Zamboni ispirati all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e i dipinti del ferrarese Giovanni Battista Crema. Dopo tutto, i viaggi di Ariosto fin sulla Luna sono gli stessi di Ligabue (e di Salgari) su una Terra di fatto a loro sconosciuta, così come la difficoltà di classificare Crema è la stessa che ha riguardato Ligabue, per lungo tempo ingabbiato tra i pittori naïf. Ma Ligabue è Ligabue e tra qualche mese potrà sbarcare anche a New York. Dove, oltre alla mostra del Metropolitan Museum, per dieci giorni si terranno conferenze e seminari su di lui e su quella assoluta libertà artistica che gli faceva ripetere fino all’ossessione: «A me non mi comanda nessuno».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 8/7/2021

Uno, cento Botticelli. La (ri)nascita di Venere

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Dialoghi / Il Mart di Rovereto prosegue nel confronto tra i grandi del passato e il presente. Dopo Caravaggio e Raffaello, ora tocca a…

Rovereto (Trento)

Non soltanto Mario Draghi, anche Vittorio Sgarbi non si fa pagare per la carica che ricopre. E tuttavia sarebbe sbagliato dire che il presidente del Consiglio dei ministri e il presidente del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) facciano ciò che fanno «per niente». Lo fanno gratis e in ambiti diversi. Ma non per niente, cioè inutilmente. Se Draghi, nonostante il governo che lo circonda (in tutti i sensi) riuscirà a tirar fuori dalla palude l’Italia, farà ciò che è riuscito in Trentino a Sgarbi, il quale ha trasformato il Mart (bellissima architettura di Mario Botta) in un museo internazionale grazie alle mostre da lui ideate – tre in particolare -, che sono state la migliore risposta «di lotta e di governo» ai continui assalti polemici, ma pretestuosi, nei confronti di iniziative brillanti e intelligenti, oltre che artisticamente di altissimo livello.

La mostra Botticelli, il suo tempo, il nostro tempo, inaugurata il 22 maggio scorso e aperta fino al 29 agosto, è l’ultima di una trilogia dal medesimo filo conduttore: il «dialogo» di grandi artisti del passato con il presente. Dopo fuoriclasse quali Caravaggio, chiamato a confrontarsi con Alberto Burri e Pierpaolo Pasolini, e Raffaello, esibito accanto a Picasso, de Chirico e Dalì, la terza volta del Mart è con Sandro Botticelli, presente con dodici meravigliose opere, incoronate da alcuni magnifici dipinti del Verrocchio, del Pollaiolo, di Filippo e Filippino Lippi. Questa però è la prima parte della mostra, curata con passione ed esperienza da Alessandro Cecchi per MetaMorfosi e già vista alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dove per qualche foto opportunity della influencer Chiara Ferragni, in posa davanti alle più famose opere di Botticelli, si è scatenata una polemica, questa volta sì, «per niente». Senonché su tale polemica di cartone si è fiondato Sgarbi, il quale, per sua stessa ammissione, lo ha fatto «con spirito rapace» (per fortuna, aggiungiamo noi). Ciò che gli ha consentito di telefonare a Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, nel momento stesso in cui stava pensando a come allacciare i fili tra il pittore fiorentino e i trentotto artisti contemporanei che danno vita alla seconda parte della mostra. Nella quale troviamo pittori e scultori, ma anche fotografi, registi cinematografici, la grande creatrice di moda degli inizi del Novecento, Rosa Genoni, la maison Valentino e Marco Lodola, autore di una Venus di lampadine colorate come quelle delle luminarie religiose, che replica La Nascita di Venere del Botticelli e adorna la fontana di Corso Rosmini a Rovereto. Un’opera che è una candela nel buio del coprifuoco e della depressione di massa e che tuttavia ha attirato contro l’autore la canea degli imbecilli da tastiera, non paghi di quelle pretestuose polemiche «per niente» con le quali avevano sperato di azzoppare il presidente del Mart.

Questa seconda parte della mostra, che Denis Isaia ha curato con grande divertimento e abilità, è davvero un’esplosione di idee e riferimenti e citazioni, dal corpo di Venere al corpo di Cristo botticelliani (il Compianto sul Cristo morto è forse l’opera più bella e più forte dell’intera esposizione), e si è rivelata molto più influente della influencer al fine di «promuovere» tra i giovani sia Botticelli sia quella stramba Firenze della fine del Quattrocento. Una città che, scrive Cecchi, «era una Repubblica apparente, retta da otto Priori e un Gonfaloniere di Giustizia» (e chissà a quale Paese assomiglia) e dove un frate domenicano non dissimile da un odierno ayatollah, Girolamo Savonarola, scagliava i suoi anatemi contro l’arte desnuda, riuscendo a far pentire della sua propria opera lo stesso Botticelli, che poi infatti gettò molti suoi dipinti – ormai classificati come «osceni e lascivi» – nei «roghi delle vanità» approntati dal fanatico monaco purificatore.

Savonarola non c’è più, ma ricordiamo tutti le statue di nudi oscenamente coperte in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani ai Musei Capitolini di Roma (governo Renzi, 2016), o i manifesti della mostra di Tamara de Lempicka oscurati per la visita del Papa a Torino (2015), o ancora, il seno della ragazza ritratta ne La verità svelata nel Tempo, dipinto del Tiepolo, nella sala stampa di Palazzo Chigi, che (governo Berlusconi, 2008) venne nascosto alla pubblica vista affinché non recasse turbamento ai telespettatori. Nella mostra ideata da Sgarbi invece non ci sono né censure né falsi pudori. La Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto può mostrare incurante la schiena nuda all’osservatore e Goldfinger/Miss di Mario Ceroli replica otto volte una sull’altra, in legno dorato e a grandezza naturale, la venusiana bellezza della Bond girl dell’omonimo film, mentre il frame di un altro film proiettato su uno degli schermi installati in sala, Le avventure del barone di Munchausen,è un inno alla bellezza perfetta della diciannovenne Uma Thurman, che come la Venere de La Nascita spunta da una enorme conchiglia. E cosa dire della sfrontatezza di Rebirth of Venus di David LaChapelle, che avrà ispirato decine di spot pubblicitari e fa incollare lo sguardo non sul seno nudo della modella, ma sulla composizione coloratissima e lussuriosa del quadro? O della bellezza fascinosa, arruffata, senza trucco, dal seno piccolo, ma penetrante come una stilettata della modella Kate Moss ritratta da Juergen Teller in Kate Moss No. 10, Gloucestershire?

Non possiamo qui citare tutti gli artisti in mostra, possiamo solo garantire che Botticelli è in ognuno di essi con una Idea di Bellezza viva e vitale come la sua Primavera. Un artista però merita una menzione speciale, ed è Adelchi Riccardo Mantovani, che con La sensazionale nascita di Venere surclassa ogni immaginazione e fa spuntare Venere giovinetta, in piedi, da un getto d’acqua simile a un geyser, che erutta dalle gambe aperte della sua gigantesca madre sdraiata supina nel mare. Per lo stupore dei pescatori là intorno.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 30/5/2021

Mattia Preti e gli altri: l’ombra che chiama la luce

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Esposizioni / Tre secoli d’arte nella mostra ideata da Vittorio Sgarbi a Sutri, nel Viterbese. Oggi l’inaugurazione, chiuderà il 10 gennaio 2022

Mattia Preti, San Sebastiano

La mostra che si apre oggi a Palazzo Doebbing, una volta fastosa e prestigiosa dimora vescovile, è l’ennesima esposizione ardita e originale ideata da Vittorio Sgarbi per la città di cui è sindaco, Sutri, in provincia di Viterbo. Qui, dove l’imponente patrimonio artistico e la bellezza naturalistica sono in grado di offuscare persino l’importanza nella storia dello Stato della Chiesa di questo meraviglioso borgo della Tuscia, non si possono fare mostre qualunque, magari anche belle e ragionate, ma prive di quel guizzo di estro e di fantasia che nell’arte, nella musica e nella letteratura sono ossigeno per il cervello.

Qui, una mostra deve osare. Ma deve anche saperlo fare. Altrimenti non potrebbe mettere insieme Mattia Preti, che Sgarbi considera, insieme con il Guercino, «il pittore che più di ogni altro è riuscito nella teatralizzazione melodrammatica di Caravaggio», e Fortunato Depero, Julius Evola e Jean Pierre Velly, Casimiro Piccolo e Ottavio Mazzonis, Alberto Magri e Cesare Inzerillo, Nora Kersh e Marilena Manzella, e poi Cristian Avram, Tiziana Rivoni, Agostino Arrivabene, Tullio Garbari, Rosa Maria Estadella, cioè una «squadra» di quindici artisti diversissimi tra loro, e tuttavia accomunati dal tema della luce e dell’ombra. Tema che nella mostra di Sutri non viene proposto soltanto come il risultato di una tecnica pittorica, ma è visibile anche come emozione, non detto, proiezione interiore, e persino come scherzo o sberleffo di un elfo, un troll, un coboldo, o un nano dispettoso come quelli, bellissimi, di Casimiro Piccolo.

L’unico «errore», diciamolo subito, di una mostra come questa è proprio nel titolo, Luci e ombre, che risulta generico rispetto alla ricchezza di opere e di spunti di riflessione, perché se la mostra osa, e vi riesce benissimo, quel titolo frena. Se questa mostra fosse stata un film, sarebbe stato The Blues Brothers, quindi meglio titolarla La luce, quella che nel film vedono John Belushi e Dan Aykroyd, oppure Ombre, che sempre nello stesso film il cieco Ray Charles riesce a squarciare quando si mette al pianoforte. E questo anche per un’altra ragione, e cioè per il profondo sentimento religioso di cui questa mostra così «pagana» è impregnata: proprio come The Blues Brothers, che fra lo stupore generale l’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, definì «un film memorabile e di fatto cattolico».

Prendiamo per esempio Ottavio Mazzonis. Artista del Novecento, morto appena undici anni fa, non «teme» né «si vergogna» di misurarsi con la iconografia cristiana, anzi si fa felicemente coinvolgere dalla «scelta anacronistica» della pittura religiosa e dipinge il Polittico Via Crucis, un’opera che lo colloca fuori dal tempo e che però non gli impedisce, quando si occupa delle due donne della vita di Gesù, Maria e la Maddalena, e specialmente di quest’ultima, di far prevalere la donna reale, il suo fascino, la sua seduzione, il suo pianto e il suo dolore sotto la croce mentre Gesù viene crocifisso, e la sua gioia, la sua commozione quando Cristo le si manifesta risorto. La Maddalena è dunque donna vera, è Silvia, musa e modella di Mazzonis, ed è «la donna», che ritroviamo in Malinconia con sfera e Nudino con sfera. Un realismo che trecento anni prima caratterizzava, e con quale forza, le opere di Mattia Preti, il calabrese di Taverna, nella Sila, che come il «maledetto» Caravaggio – ma con ben altro e fausto destino -, operò a Roma, a Napoli e a Malta.

Preti non è Caravaggio, ma lo porta sulla scena come nessun altro. Le ombre e le luci di Preti sono caravaggesche, ma con un sovrappiù di enfasi, ciò che fa la differenza tra la realtà e il palcoscenico, al punto che Sgarbi definisce Preti «l’equivalente meridionale dei pittori dei Sacri Monti», accostandolo al grande Tanzio da Varallo, al secolo Antonio d’Enrico, tra gli autori della cosiddetta «Gerusalemme sul Sesia». Titolo a parte, quindi, la mostra di Sutri i Blues Brothers non se la sarebbero persa. Se non altro perché si dichiaravano «in missione per conto di Dio».  

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9/5/2021   

Chiare, fresche e Dolci acque

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Tra la primavera e l’estate di mezzo secolo fa, nel 1971, in Sicilia entrò in funzione la grande diga di Partinico, voluta dallo scrittore e filantropo: Danilo Dolci aveva puntato tutto sul riscatto dei contadini di quelle terre e aveva fondato nel 1952, a Trappeto, la comunità Borgo di Dio. «La Lettura» ha raccolto l’appello del figlio e di chi lavorò con lui: non abbandonate i suoi luoghi

La diga sul fiume Jato (lago Poma) a Partinico, Palermo (foto di Lucia Casamassima©)

Partinico, Trappeto, Piana degli Albanesi (Palermo), Castellammare del Golfo e Contessa Entellina (Trapani)

L’acqua. Indispensabile per fertilizzare i campi, dissetare il bestiame, creare lavoro e benessere. Il lavoro. Indispensabile per combattere la miseria, prosperare e sentirsi uomini, persone, con una propria dignità e un proprio valore. E Danilo Dolci. Il sociologo, il poeta, il pedagogo, che in un giorno lontano degli anni Cinquanta, mai come ora vicinissimo ai nostri giorni, lega insieme tutto questo, e con gli ultimi, i poveri e i contadini, alla fine realizza il suo «sogno fatto in Sicilia»: l’acqua, la diga di Partinico sul fiume Jato, che esattamente cinquant’anni fa, nella primavera-estate del 1971, comincia a trasformare diecimila ettari di terra assetata in una distesa verde di grano, vigneti, ulivi. E di pascoli, in cui si aggirano, liberi, cavalli, pecore, mucche, che qui crescono felici.

Com’è cambiata da allora questa parte della Sicilia occidentale, che oggi non ha nulla da invidiare né ai colli toscani né alla pianura padana. E se ci si spinge fin sotto alle cime delle Madonie – dove si trova un’altra diga, quella di Piana degli Albanesi – non ha nulla da invidiare nemmeno alle valli alpine, anzi, rispetto a quelle ha in più il sole del Mediterraneo.

La diga di Partinico, chiamata anche lago Poma, può contenere 80 milioni di metri cubi di acqua e dista circa 30 chilometri dal lago di Piana degli Albanesi, che è a 600 metri di altitudine e ha una capacità di 32 milioni di metri cubi. Questa venne costruita in due anni, dal 1921 al 1923, e quando entrò in funzione alimentò anche una centrale idroelettrica. Per la diga di Partinico ci volle un po’ più di tempo, otto anni, ma pur sempre nulla in confronto agli interminabili lavori per le opere pubbliche attuali, le famose infrastrutture sempre declamate come necessarie all’Italia e in particolare al Mezzogiorno, ma sempre ferme, immobili come stelle fisse.

Sul tragitto fra le due dighe, ma più vicina alla prima, c’è Portella della Ginestra, il luogo della strage mafiosa del primo maggio 1947, un pianoro ideale per accogliere i contadini dei paesi vicini che reclamavano la terra dei feudi in cui lavoravano come schiavi e perfetto per l’agguato guidato da Salvatore Giuliano. Colpi di lupara, raffiche di mitra e persino granate su duemila persone inermi, tra le quali molti bambini. Ventisette feriti gravi e undici morti sul terreno, che poi diventeranno 14 poiché tre persone non ce la faranno a sopravvivere. Portella della Ginestra, con il memoriale di Ettore De Conciliis, Rocco Falciano e Giorgio Stockel, una composizione di blocchi di roccia con i nomi delle vittime incisi nella pietra, emoziona ancora oggi e fa pensare al come e al perché quella che doveva essere la prima festa dei lavoratori del dopoguerra sia stata trasformata in un bagno di sangue. Con la successiva sceneggiata di Giuliano, assassinato nel sonno dal suo compagno d’infanzia Gaspare Pisciotta, «fatto trovare ucciso» per la maggior gloria delle forze dell’ordine e dei governanti del tempo. 

Questa Sicilia trovò Danilo Dolci quando, nel 1952, decise di stabilirsi a Trappeto, minuscolo comune nel Golfo di Castellammare, a metà strada fra Trapani e Palermo. Era una Sicilia che in qualche modo conosceva già, poiché suo padre Enrico, bresciano, era il capostazione di Trappeto, dove venne trasferito (da Tortona, Alessandria) prima ancora che la guerra finisse. A Trappeto, ancora ragazzo, Danilo veniva a trovare suo padre durante le vacanze estive e poi tornava al Nord, dove frequentava l’università e, a Milano, l’Accademia di Brera. Danilo – nato nel 1924 a Sesana (Trieste), che poi diventerà un comune della Slovenia – prima di stabilirsi in Sicilia aveva vissuto una intensa esperienza a Fossoli, nel Modenese, nella comunità cattolica Nomadelfia, «la città dove la fraternità è legge», fondata da don Zeno Saltini, sacerdote e uomo come pochi, una vita spesa a salvare i bimbi abbandonati, gli ebrei durante le persecuzioni razziali, i poveri e i miserabili. Nomadelfia fu avversata da una parte della gerarchia ecclesiastica e disciolta d’autorità nel 1952 dall’ineffabile Mario Scelba, ministro dell’Interno, democristiano e siciliano di Caltagirone – titolare dello stesso dicastero durante la strage di Portella della Ginestra -, e per tornare a esistere dovette attendere fino al 1962, quando intervenne direttamente Papa Giovanni XXIII.

Danilo Dolci però decise che non poteva aspettare e nel 1952 fondò a Trappeto la comunità Borgo di Dio, che molto deve al «modello» di Nomadelfia, ma che non si definiva cattolica, bensì ispirata a un cristianesimo sociale e aperto al contributo di chiunque volesse rendersi utile. Dolci arriva tra la gente di Partinico e diventa uno di loro, condivide miseria e sofferenze di adulti e bambini, parla, ascolta, capisce che c’è una profonda malattia da guarire se una intera popolazione riceve in regalo dallo Stato una decina di migliaia di anni di carcere e appena qualche centinaio di ore di istruzione, e poi finisce «naturalmente» sulla strada obbligata del «banditismo», e racconta tutto in un libro, Banditi a Partinico (Laterza, poi riproposto da Sellerio), magnifica inchiesta sociale su una Sicilia, un’Italia, sconosciuta. Norberto Bobbio ne scrive la prefazione e coglie la novità che caratterizza l’impegno di Dolci e la fiducia che riscuote: «La gente semplice vuol vedere come razzola colui che predica – scrive Bobbio – e la via presa da Danilo Dolci è stata la via del non accettar la distinzione tra il predicare e l’agire, ma del far risaltare la buona predica dalla buona azione, e del non lasciare ad altri la cura di provvedere, ma di cominciare a pagar di persona».

Una delle prime cose concrete che fa Dolci – a dispetto delle accuse di utopismo, e spesso della irrisione che gli tocca subire, Dolci era concretissimo – è organizzare i braccianti di Partinico nella riparazione di una trazzera malmessa, una via di campagna alle porte del paese, che impedisce ai contadini di raggiungere agevolmente i campi in cui vanno a lavorare. E’ il famoso «sciopero alla rovescia», manifestazione non violenta con il lavoro gratuito di gente assetata di lavoro, che nel 1956 «il sistema» gli fece pagare (assieme agli altri partecipanti) con l’arresto, la galera preventiva per due mesi, un pubblico dibattimento in manette e infine con una condanna a un mese e venti giorni per il reato di «invasione di terreni», più 14 mila lire di multa, 6 mila di ammenda e le spese processuali. Tutti gli atti di quella vicenda assurda e incredibile, comprese le appassionate arringhe dei difensori, tra i quali Piero Calamandrei, sono raccolti in un libro, Processo all’articolo 4 (Sellerio), che tutti gli studenti, in particolare quelli di Giurisprudenza, dovrebbero leggere. In quel processo farsa, a finire sotto accusa fu, appunto, l’articolo 4 della Costituzione, che definisce il lavoro non solo come «diritto», ma anche come «dovere» di ogni cittadino.

Dolci subì la condanna quasi con indifferenza. Aveva da pensare alla diga, all’acqua per i campi. Ma la commentò in modo profetico: «Se attenti non preveniamo, tra poco rivedremo il confino politico, l’esilio e, ancora un po’ più in là, si riaccenderebbero i roghi per coloro che vogliono profondamente la verità, per gli “eretici”, assistenti i prefetti con la candela in mano». Poi, ecco la diga sul fiume Jato, la sua grande vittoria, gestita da un «consorzio democratico» di 800 contadini, diventati nel frattempo piccoli proprietari grazie alla Riforma agraria. Quanta differenza con un’altra, grande e utile diga, costruita 40 chilometri più a sud a metà degli anni Ottanta, il lago Garcia, a Contessa Entellina. Come quella voluta da Dolci a Partinico, la diga Garcia ha una capienza di 80 milioni di metri cubi di acqua. Ma è costata sangue – una guerra di mafia che ha fatto un centinaio di vittime – e una diga di soldi, i profitti miliardari realizzati tra speculazioni sui terreni e fondi pubblici della Cassa per il Mezzogiorno. Un business sporco che costò la vita al giornalista Mario Francese, al quale oggi la diga è intitolata, assassinato davanti a casa sua da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, il 26 gennaio 1979.

Ma prima della diga, per Dolci, c’era stata la trazzera. Fu lì che tutto cominciò. E in quella trazzera, «la Lettura» è tornata con uno dei sette figli di Danilo Dolci, Cielo, e con Pino Lombardo, entrambi impegnati da sempre accanto a Danilo (morto nel 1997) con il «Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci». Quella trazzera è diventata una strada di Partinico e si chiama Via Sciopero alla rovescia. Al civico 8, c’è anche una scuola, l’Istituto comprensivo «Ninni Cassarà», il commissario di polizia trucidato a colpi di kalashnikov dalla mafia il 6 agosto 1985 insieme con l’agente Roberto Antiochia. «La strada e la scuola, insieme, sono trent’anni di storia – dice Pino Lombardo -. Per questo bisogna evitare che Borgo di Dio, di cui l’associazione è proprietaria, venga abbandonato a sé stesso». Il rischio c’è, la struttura, mille metri quadrati di locali – auditorium, alloggi, cucina, sala mensa e sala riunioni – su due ettari di ulivi, eucalipti, aloe e fichi d’India, da qualche anno versa in stato di abbandono, e Cielo Dolci ne soffre: «I semi sono germogliati – dice -, ma la pianta adesso rischia di morire». Ecco, sarebbe bello, utile e necessario che quel mondo della cultura che affiancò Danilo Dolci nelle sue battaglie torni a farsi vivo per salvare Borgo di Dio e la sua storia.

Carlo Vulpio, La Lettura, Corriere della Sera, 18/4/2021

Isotta proclama la santità di Totò

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Uscirà il 4 marzo, venti giorni dopo la scomparsa del suo autore, l’ultimo volume del critico musicale Paolo Isotta. E’ un atto d’amore (scritto con il cuore e con la ragione) verso un attore che fu solista gregoriano, erede di Aristofane e Plauto, sodale di Boccaccio e Molière

«Il Museo Totò, nonostante gli annunci del ministro Franceschini, ancora non c’è; e la casa natale a Santa Maria Antesaecula è in rovina». Si conclude così San Totò (Marsilio, 312 pagine, € 18), l’ultimo libro di Paolo Isotta, in uscita, postumo, il 4 marzo.

Paolo Isotta è stato il più grande musicologo, storico della musica e critico musicale italiano ed europeo degli ultimi trent’anni. Ma ha scritto e ragionato con genio e finezza anche di molto altro. Questo suo preziosissimo libro non è soltanto un tributo al concittadino Antonio de Curtis, l’immenso Totò, ma una vera e propria perorazione per la sua beatificazione. Isotta è più efficace e più documentato di un agguerrito postulatore che debba affrontare l’advocatus diaboli (figura istituita nel 1587 da Papa Sisto V e soppressa nel 1983 da Papa Giovanni Paolo II) in un processo davanti alla Congregazione per le cause dei santi, ed è quindi logico che vinca lui e che il suo antagonista se ne vada scornato e con la coda tra le gambe.

Totò alla fine è dichiarato santo perché con la sua comicità, scrive Isotta, «aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile: che altro fanno i santi?» e perché, come diceva lo stesso Totò, «l’attore deve essere come il medico, come il prete, deve andare dove lo chiamano, dove c’è bisogno di lui». Dal giorno successivo alla sua morte (il 15 aprile 1967, aveva da poco compiuto 69 anni) e ancora fino a poco tempo fa, tanta gente è andata a pregare sulla tomba di Totò, a Santa Maria del Pianto a Napoli, chiamandolo Santo Totò e chiedendogli grazie come fa con San Gennaro. Ma fu Federico Fellini il primo a chiamarlo così, San Totò (da qui il titolo del libro), perché riteneva Totò una maschera così grande che nessun film sarebbe stato in grado di contenerla, anche se poi, scrive Isotta, Fellini «ha sempre rimpianto di non aver mai girato un film con Totò, ma la prima colpa era sua, di Fellini».

Per Isotta, che ha sempre detto di non credere in Dio ma solo nei santi, la spiegazione della santità di Totò è nella sua religiosità arcaica e pagana. Quella che il cristianesimo, diventato religione di Stato grazie a Costantino (editto del 313) e a Teodosio (decreti del 380 e 391), ha annientato con furia iconoclasta talebana, attraverso la distruzione di templi e opere d’arte e l’assassinio di ingegni ribelli (Ipazia). Fino a quando la Chiesa cattolica – qui Isotta cita Ruggero Guarini – ha «recuperato» parte di questo paganesimo con la reintroduzione del dramma liturgico medioevale, al centro del quale stava il canto gregoriano del VI secolo con i suoi cantori solisti, fenomenali improvvisatori. Come Totò. Il quale, afferma Isotta, è stato al tempo stesso un solista gregoriano (l’altro solista era Peppino De Filippo, e «l’adattamento reciproco a velocità supersonica» tra i due è meraviglioso), un erede di Aristofane e di Plauto e un comico naturale, la cui anima «anarchica, eversiva, sulfurea, mercuriale, fallica, acrobatica, ingovernabile» discende direttamente dalla comicità più antica, più remota, che secondo Lucrezio era stata ritualizzata fin nella preistoria e che ha mantenuto sempre le stesse caratteristiche e lo stesso scopo: irridere l’autorità e la stessa realtà, poiché «l’irrisione è l’arma con cui il comico disinnesca il potere, mettendolo di fronte al proprio nulla o alla propria miseria».

Totò però è ancora di più. Non solo Ironia e Umorismo, ma – secondo la tripartizione pirandelliana – anche Facezia, e dunque gli appartengono anche Boccaccio, Rabelais, Moliere. «Questa sua molteplicità – scrive Isotta – non venne compresa dagli intellettuali italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Che non lo capisse Alberto Moravia, va bene. Ma che non lo capisse nemmeno Elsa Morante è grave». Sembrava che tutti volessero ingabbiare Totò nel «personaggio», quando invece egli era una «maschera». Un errore che fece anche Pier Paolo Pasolini, il quale – sostiene Isotta – è un grande intellettuale, ma come regista cinematografico lascia a desiderare, soprattutto quando dirige Totò in Uccellacci e uccellini. «Totò – scrive Isotta – di questo film si disse contentissimo: abituato a esser snobbato dalla critica, si compiacque di esser stato scelto da un grande intellettuale e aver lavorato con lui. Ma a me la pellicola pare davvero scadente». L’argomentazione che Isotta svolge nel libro è robusta ed è avvalorata dal parere di quei pochi ma buoni che in quegli anni non temevano di andare controcorrente. Come Ennio Flaiano, per esempio, o Mario Soldati, che fotografò immediatamente e in maniera fulminante la comicità di Totò. «La molla più potente della risata di Totò è nel suo assoluto non conformismo», scrisse Soldati.

Per queste ragioni, continua a martellare Isotta, Totò è un genio mentre Charlie Chaplin è un grandissimo attore, Totò è un genio mentre Eduardo De Filippo è un grande attore. Non solo. Tra Totò e quest’ultimo vi è una vera e propria «contrapposizione teoretica», poiché in scena essi rappresentano due Napoli diverse. Eduardo, scrive Isotta, è «il piccolo borghese cantore dei buoni sentimenti e dei valori della coesione sociale, conservatore dal punto di vista politico-ideologico», mentre l’aspetto principale della Napoli di Totò «è la sua natura radicalmente antiborghese, al contempo arcaica e dadaista». Ma ha prevalso il più rassicurante modello eduardiano, il cui eroe eponimo è stato consacrato e poi nominato senatore a vita (dal presidente Sandro Pertini), quando invece, polemizza Isotta, quella nomina doveva andare a Salvo Randone o a Giorgio Albertazzi, e ancor prima (presidente Giuseppe Saragat) a Totò.

Tutto questo, e molto altro, Paolo Isotta lo fa anche «vedere» attraverso l’esame dettagliato dei 90 film di Totò, ogni film una scheda, che in realtà è al tempo stesso un riassunto della trama degna del miglior cronista intrecciata alla recensione mai banale del critico e alle erudite e piacevolissime digressioni dell’intellettuale (perdonaci, Paolo, per questa espressione e intercedi per noi presso San Totò).

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 21/2/2021 

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