Dentro la mente di “Toni al mat” artista geniale

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Un romanzo che narra senza pietismi una vicenda umana toccante e che è anche una indagine sociologica sulla società italiana ai tempi di Antonio Lugabue



Luisa Debenedetti, Libri e Recensioni.com, 14/6/2019


“Il genio infelice” di Carlo Vulpio (Chiarelettere) è un romanzo, come più volte rimarcato dall’autore, che racconta la storia commovente di un uomo che ha lasciato il suo marchio indelebile nel mondo.
L’autore ci trasporta nella mente di quest’uomo strano, incompreso, inaccettato, “Toni al mat” che entrava e usciva dal manicomio, che preferiva gli animali della stalla alla compagnia degli uomini, che amava la solitudine di un bosco sulle rive del Po piuttosto che le baldorie della locanda, un uomo che non poteva e non sapeva far altro che dipingere e che aveva imparato a fare a meno della felicità.
Vulpio ci presenta la società contemporanea di Ligabue e la raffronta alla nostra: cosa è cambiato? Poco o nulla nei confronti della diversità, nulla per chi si chiama fuori dal pensiero e dagli schemi comuni, nulla per chi rifiuta ciò che gli viene imposto e si rifugia nella fantasia.
Nel raccontare Antonio Ligabue, al secolo Laccabue, il lettore viene messo di fronte alla differenza tra artisti che dipingono ciò che vedono, e altri che dipingono ciò che ricordano o ciò che immaginano. Il cervello si modifica di fronte alla realtà ma, allo stesso tempo, è capace di cambiarla: un cervello “diverso” dovrà pertanto avere un rapporto diverso con la realtà.
Nell’arte questo “processo” può portare alla creazione di nuove realtà, che solo in parte dipenderanno dall’ “informazione sensoriale”; il nostro cervello, infatti, non ha necessariamente bisogno del continuo “flusso informativo” proveniente dai nostri sensi. I sogni, i ricordi che “rivivono” nelle immagini mentali e anche, rappresentazioni “semplicemente” create dalla nostra mente testimoniano questo evento.
In questo senso l’arte di Ligabue amplificò la realtà, creando un nuovo “canale mentale” in cui l’inquietudine, lo smarrimento e la follia ne caratterizzarono in modo incisivo il cammino.
Come se le pagine bianche fossero una tela, l’autore dipinge quest’uomo dallo stato mentale dissociato, ci racconta che dipingesse spesso in riva al Po, nastro d’argento che attraversa la Bassa, terra ardente, intrisa di socialismo romantico e amore per la vita, abitata da un popolo fiero e godereccio, e che di frequente si abbandonasse a strane danze, mimando i movimenti degli animali ed emettendo versi e urla, agitandosi nel fango ed imbrattandosi dei colori con i quali lavorava. Riusciamo a vederlo plasmare le sue opere con foga, ardore, slancio, vediamo l’arte di Ligabue, sempre viva, selvatica e selvaggia, che ha il sapore della terra, del sangue, del coraggio, le sue composizioni aggressive ma non stridenti, tumultuose e tuttavia in equilibrio, la sua pittura – istintiva, passionale, irruente – che riporta in superficie un vecchio quesito irrisolto: qual è il limite tra genialità e pazzia? Qui Vulpio si affida a Montanelli e De Chirico: del primo riconosce l’affermazione di genuinità del personaggio, del secondo l’entusiasmo di fronte ai quadri di Antonio, la critica comune ai due artisti riguardo alla Cappella Sistina e il riferimento a Schopenhauer quando sostiene “che (il genio) fa penetrare un raggio di luce nell’oscurità dell’esistenza”.
A margine della narrazione della vicenda di Ligabue, si percepisce la pietà che l’autore prova per quell’ambiente sociale segnato dalla povertà, dalla durezza di una vita che porta a cancellare gli affetti, ad abbrutirsi nella fatica. Il romanzo diviene anche indagine sociologica in quelle parti descrittive della situazione prima degli emigrati italiani in Svizzera, poi degli italiani durante il regime fascista, infine il primo dopoguerra e il miglioramento della situazione economica generale. Una vicenda umana toccante, che Vulpio narra senza pietismi, rievocando le notti che Toni passava a guardare le stelle sul Po, le sofferenze fisiche che si infliggeva, il costante bisogno, sempre inappagato, di avere una donna accanto a sé.
Un ultimo, dovuto, riconoscimento viene tributato a Flavio Bucci, l’attore che interpretò Ligabue nello sceneggiato Rai diretto da Salvatore Nocita e andato in onda nel 1977. Bucci, bravissimo attore, allora giovanissimo, fu fagocitato dal personaggio, divenne per tutti Ligabue perché come ammise lui stesso era il personaggio adatto a lui.
Ligabue nella vita non ebbe certezze; soltanto di una cosa era sicuro, della forza della sua arte. E quest’idea di colori splendenti, di paesaggi infiniti, di animali favolosi, aleggia nella narrazione di Vulpio, ne diviene il perno estetico e concettuale e così racconta i quadri con sentimento, dà voce ai colori, e a quegli sguardi degli autoritratti che catturano l’anima.

Sull’arca incendiaria di Ligabue

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L’arte da riscoprire / Il romanzo “Il genio infelice” di Carlo Vulpio



Vittorio Sgarbi, Panorama, 12/6/2019


“Ridono le carte di Franco Bolognese“: nella felice formula espressa in un solo verso del Purgatorio, Dante ci parla di un grande miniatore del suo tempo. Poco sappiamo di lui, ma nessuno è più vivo (è come se lo vedessimo) di chi è stato illuminato, dopo un’interminabile notte, da parole tanto eloquenti. È più che una metafora: ridono, proprio. Parafrasando potremmo dire: «Urlano i muri di Antonio Ligabue».
Non è una similitudine, o una analoga espressione applicata alle variopinte pitture, ora sui muri accoglienti di palazzo Doebbing a Sutri. È una evidenza. Spalanca le fauci, la tigre, colta come in uno zoom, e urla, senza fermarsi mai, un allarme per i viventi. E ancora ai viventi parla, in un memoriale di giornate uguali, la rappresentazione di soggetti di vita contadina, le aie e i cortili dove si muovono galli e galline, cani da caccia e cavalli, in un ritmo ordinato e regolare, nella natura amica. Un modo immobile, da rimpiangere. Ma, usciti dai cortili e dalle aie, dalle campagne coltivate, si entra in una misteriosa ed esotica foresta, proprio sotto il fiume, in golena, dove Ligabue ha condiviso le notti e i giorni con gli animali. E non erano più quelli reali, ma quelli dei suoi sogni e dei suoi incubi.
D’altra parte era giusto che fossero immaginati lì. Lì, nel 1951, c’era stato il diluvio universale: l’epocale alluvione del Po, che aveva travolto gli uomini e ogni specie di animali. E dopo la quale, lentamente, tutti erano stati accolti nell’arca di Noè, concepita su indicazioni divina per preservare la specie umana e gli altri esseri viventi, dopo il diluvio universale.
Ligabue c’era, nella notte dei tempi, e in questo preciso 1951. Il diluvio durò 40 giorni, e Noè riparò sull’Arca due esemplari di ogni specie animale. Vi erano le tigri? Certamente sì! Vi erano i leoni? Certamente sì! Vi erano le scimmie, vi erano i ragni? Certo! Ed ecco allora che Ligabue dipinge la «vedova nera». La natura non perdona. Gli animali sono in lotta continua, vivono di contrasti. Sempre il più grande è il più forte. Il ragno, velenoso, sconvolge l’ordine della natura.
Intanto si incrociano nella nostra memoria la “Dama dell’ermellino” e la “Vergine delle rocce“, antitetiche, animali comunque difficili per l’uomo, donne furbe e minacciose come la vedova nera.
La vedova nera è un ragno che punge sul dorso un leopardo in procinto di aggredire una scimmia. Ecco la forza della natura, incontrollabile. Le fauci spalancate del felino, i suoi occhi sgranati e spiritati e le zampe sollevate fino all’altezza della testa non ritraggono la postura aggressiva di una belva che sferra la zampata decisiva alla preda ormai inerme. Esprimono invece il dolore e il terrore per la ferita della vedova nera, che il leopardo non riesce ad afferrare né a scuotersi di dosso, e nemmeno a vedere. La scimmia, distesa supina, ormai spacciata, sembra più atterrita dalla paura del suo aggressore che non dal pericolo mortale in cui lei stessa si trova. Sullo sfondo, la luna che si riflette nello stagno. A terra, uno scheletro umano.
Osserva acutamente Carlo Vulpio, nella biografia su Ligabue, “Il genio infelice” (Chiarelettere): «E allora, chi ha paura di chi, nei quadri di Ligabue? Chi sono i più forti, e chi i più deboli? Vince chi attacca frontalmente in campo aperto o chi nascosto nell’ombra prende il nemico alle spalle? E l’innocente può salvarsi solo grazie al nemico del suo nemico? Se l’uomo c’è, è morto. Ne rimane soltanto lo scheletro, che nella Vedova nera è per terra, fatto a pezzi».
Siamo negli anni in cui la critica d’arte riflette su direzioni diverse da quelle della egemonia toscana e veneziana, che hanno dominato il giudizio sugli artisti. Uno studioso, Roberto Longhi, le cui origini sono di Carpi, poco lontano da Gualtieri, dove si è svolta tutta la vicenda umana e artistica di Ligabue, ha iniziato a cercare altri percorsi, soprattutto geografici, e ha identificato un’area di grande creatività, quella padana, studiando prima i grandi maestri ferraresi, poi il lombardo Caravaggio, e la grande scuola di Parma con Correggio e Parmigianino. Ne è nata perfino una nuova denominazione territoriale: la Padanìa (con l’accento sulla i), in una definizione storiografica che identifica un percorso che va dal grande scultore romanico, terragno e selvaggio, Wiligelmo, a Giorgio Morandi.
È una storia nuova, suggestiva e vitalissima, di cui Ligabue è espressione naturale, e d’immediata evidenza, nel cuore della Padanìa, con una energia vitale sconosciuta agli «ultimi naturalisti», pittori sui quali si applicò l’attenzione critica di Francesco Arcangeli. Uno di loro, Mania Moreni, nella sua complessa esperienza, tra vitalismo e psicoanalisi è di certo assai vicino al primitivismo spontaneo di Ligabue.
Come Morlotti e Moreni, Longhi fece di certo in tempo a conoscere Ligabue; non so se ad amarlo. Ma era troppo intelligente per non capirlo, come era toccato a Zavattini, Mazzacurati, Sergio Solmi, Mario de Micheli, Guttuso, Giancarlo Vigorelli; per non intenderne l’energia sconvolgente entro la natura, e non nella direzione deflagrante di Jackson Pollock, amatissimo da Arcangeli, ma in quella che egli aveva, meglio di chiunque, inteso in Vitale da Bologna. Non arrivò a scriverne, ma Ligabue si era conquistato uno spazio originalissimo nella sua Padanìa. Certo, con un fragore fuori da ogni regola, difficile da classificare; ma inequivocabile. Ligabue rappresentava, in questo rumoroso disordine, il grido più alto, all’opposto del sommesso sussurro di Morandi, padano anemico, riservato, anche se, nella intimità del suo cuore segreto, tumultuoso, impetuoso, tremendamente potente.
Ligabue era in un’altra dimensione, esplicita, disperata, fuori dalle regole, l’espressione più alta dell’Art Brut, parallelamente identificata, nella coscienza inquieta e nel dolore del secolo, da Jean Dubuffet. Quello che Longhi non aveva osato dire, e neppure legittimare, avrebbe trovato un singolarissimo interprete a Parma, con gli occhi aperti sul mondo, Franco Maria Ricci, intuendo forse la consonanza profonda di Ligabue, più che con Van Gogh e con il Doganiere Rousseau, con Frida Khalo, con la sua impetuosa misura umana, istintiva, primitiva, in sintonia perfetta con Ligabue. E riconoscendone meglio di tutti il carattere di «caso».
Frida, come avrebbe potuto solo Ligabue, aveva scritto: «Dipingo autoritratti perché sono la persona che conosco meglio». La vita era così forte in Frida che neppure l’ideologia politica, del tutto assente in Ligabue, era riuscita a darle un indirizzo.
Nessuna forma può contenere la vita di Ligabue e di Frida, e con lo spirito della loro ricerca ossessiva, ripetitiva, anche disperata. Il disagio e il dolore hanno generato nella pittura uno scatenamento che è proprio della natura, e il rovesciamento di ogni estetica ragionevole. Così leggiamo, sulla tomba di Ligabue: «Il rimpianto del suo spirito/ che tanto seppe creare attraverso la solitudine/ e il dolore/ è rimasto in quelli che compresero come/ sino all’ultimo giorno della sua vita/ egli desiderasse soltanto libertà e amore».

Ligabue ululava alla luna nella giungla del Po

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L’avvincente romanzo di Carlo Vulpio sul grande pittore “Toni al mat”



Alessandro Moscè, Il Foglio, 12/6/2019


Fino a qualche tempo fa veniva considerato erroneamente un maestro del naif italiano: in realtà Antonio Ligabue è stato un espressionista tragico che ha trasposto, nei dipinti, nelle puntesecche, nei disegni e nelle sculture – con una visionarietà irrefrenabile – la sua tragedia personale di bambino che nessuno voleva, come ebbe a dire più volte. Una ragazza madre, Elisabetta Costa (bellunese), un padre biologico che non conobbe mai, un padre adottivo e un padre affidatario non bastarono a restituirgli quell’affetto e quella considerazione che reclamava con un bisogno pressante. Espulso dalla Svizzera, dove la madre si era trasferita, arrivò in Italia nel 1919 accompagnato da due carabinieri (sembrava un Pinocchio) e fu trasferito da Reggio Emilia a Gualtieri, il paese del padre adottivo che gli aveva dato il cognome (Laccabue) e che si stava spegnendo in un ospizio, dopo la morte della moglie e dei figli legittimi per avvelenamento.
Con una biografia romanzata, ma fedele ai tratti salienti della vita dell’uomo e della sua grande opera, Carlo Vulpio (che si è particolarmente distinto per alcuni reportage dall’Italia e dall’estero) ha pubblicato “Il genio infelice”, dove viene riannodata con asciuttezza e precisione la storia di “al mat”, il pittore pazzo dalla valigia di cartone con dentro ritagli di animali esotici e disegni. Le golene del Po erano l’area dove girovagava e dove incominciò a plasmare la creta e l’argilla per comporre piccole sculture. Oggi è riconosciuto come il Van Gogh italiano, artista celebre in tutto il mondo (ricordiamo lo sceneggiato della Rai, con regista Salvatore Nocita, andato in onda alla fine degli anni Settanta, con lo straordinario interprete Flavio Bucci).
Il libro di Vulpio è avvincente perché supportato da una trama psicologica e non solo dai fatti più curiosi di Ligabue. “Parlava ad alta voce a se stesso, rimproverandosi o elogiandosi in base al giudizio che dava di ogni sua pennellata, miagolava o abbaiava se stava dipingendo un gatto o un cane…”. Assumeva le posture degli animali, immaginava, si immedesimava. Antonio Ligabue si ribellò ai pregiudizi che lo rendevano emarginato. Fu l’artista Marino Mazzacurati di Galliera (appartenente alla Scuola Romana) ad accorgersi di lui e ad aiutarlo, a prestargli i “colori esuberanti, netti, forti, spavaldi” perché il suo fiume diventasse la sua giungla mentre ululava alla luna.
Pativa un tozzo di pane in cambio di un quadro, scansato dalla gente, dalle donne che avevano paura di quell’uomo con il gozzo che spiava le lavandaie quando si piegavano per fare il bucato sulle rive del Po. Il circo, per Ligabue, rimase una meraviglia ineguagliabile come per i bambini, tra le fiere feroci e domate che esaltavano la sua creatività ribollente. Poi arrivò la fama, quando ancora era in vita. Comprò le moto Guzzi, dodici, rosse e tutte uguali, e l’automobile che faceva guidare. Sopravvisse da povero incompreso, tormentato fino al termine dei suoi giorni, innamorato dell’ostessa Cesarina alla quale chiedeva solamente un “piccolo bacio”.

Il cacciatore di capolavori

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In Trentino, al castello di Caldes, dal 6 giugno al 3 novembre, «Da Niccolò dell’Arca a Francesco Hayez», 80 capolavori della collezione d’arte Cavallini-Sgarbi: opere tra Quattro e Ottocento



Nella casa di famiglia a Ro Ferrarese, Polesine, equidistante tra Ferrara e Rovigo, c’è tutto il suo enorme bottino di caccia. Una caccia cominciata quarant’anni fa e ancora non terminata, che se non fosse stata una caccia artistica, con ogni singola opera individuata grazie anche al suo fiuto di cane da tartufi e acquisita con efficienza militare dal suo «generale», la madre Rina Cavallini scomparsa tre anni e mezzo fa, avrebbe molto in comune con il bottino de Il collezionista. Nel famoso thriller, tratto dal romanzo omonimo di James Patterson, il protagonista si fa chiamare Casanova e rapisce belle e giovani donne al solo scopo di collezionarle.
La caccia di Vittorio Sgarbi tuttavia, per quanto maniacale e patologica come quella di ogni collezionista, che sia un bibliofilo o un numismatico, è stata sempre una caccia amorosa. Il suo amore infinito e assoluto per l’arte, al cui confronto quello di Casanova per le donne è puro e semplice collezionismo ripetitivo, non lo acquieta nel possesso dell’opera d’arte tutta per sé, ma lo spinge verso una ulteriore frontiera del desiderio: far conoscere e far ammirare agli altri ciò che lui è riuscito a scovare, ammirare, studiare, classificare, ottenere e infine esporre. Dove? Ma nella casa di famiglia di Ro Ferrarese. In cui gode nel guidare i suoi amici e persino gli sconosciuti che vi capitino di passaggio in un viaggio incredibile, dal piano terra alla soffitta, fino nell’ultimo stambugio, tra centinaia di sculture e dipinti che guarda, tocca, accarezza mentre li spiega e li racconta con la scienza del critico e con la passione dell’affabulatore quale egli è.
Sono anni che Sgarbi vuole condividere il suo bottino artistico con il mondo, in mostre ragionate itineranti come quella che si inaugurerà il 6 giugno (fino al 3 novembre) nel sontuoso castello di Caldes, in provincia di Trento, dove sotto il titolo Da Niccolò dell’Arca a Francesco Hayez saranno esposte 80 opere della collezione Cavallini Sgarbi. E sono anni che spera per loro in una fissa dimora, più consona e più sicura della sua casa di Ro. Dopo promesse e tentativi naufragati per le più varie e futili ragioni – Venezia, Firenze, Padova, Roma, Verres in Val d’Aosta, Arco di Trento e Matera, dove in concomitanza con la nomina a Capitale della Cultura 2019 si sarebbe potuto realizzare il più grande museo dell’Italia meridionale dopo quello di Capodimonte a Napoli – Sgarbi è ripartito dalla mostra di Castel Caldes, voluta dal presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti.
La speranza, che questa volta sembra a un passo dal concretizzarsi, è che le duemila «prede» della sua caccia amorosa conferite alla Fondazione Cavallini Sgarbi (500 delle quali ha fatto vincolare per garantirne la indivisibilità) trovino un definitivo approdo nel castello Estense di Ferrara, dove l’intera collezione in mostra permanente potrà diventare patrimonio collettivo.
Nel castello di Caldes, costruito nel 1230 in Val di Sole e riaperto al pubblico nel 2014 dopo un’accurata opera di restauro, saranno dunque esposti 80 dipinti e sculture, dal Quattrocento all’Ottocento, quale «saggio» della collezione sgarbiana, che segue criteri tutti propri, e che anche in questa mostra rivela quanto meno la sua originalità.
Tra la statua in terracotta di San Domenico che il pugliese Niccolò dell’Arca realizzò nel 1474 e il Ritratto dell’ingegner Giuseppe Clerici che il veneziano Francesco Hayez dipinse nel 1875 intercorrono esattamente 400 anni, ma i due, il monaco e l’ingegnere, si somigliano, e i loro volti, veri, scavati da bellissime rughe, riescono con la loro forza quieta ad aprire e a chiudere la mostra, due pilastri che reggono tutto il resto. E quale «resto». La coppia di Capitelli con figure di Sibilla di Domenico Gagini, la stupenda Madonna con il Bambino di Liberale da Verona, la Sacra Famiglia di Antonio Leonelli da Crevalcore e l’allucinato, ieratico Cristo benedicente di Jacopo da Valenza sono un’incursione nel ‘400 che, con i ferraresi Boccaccio Boccaccino e Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, vira naturalmente nel ‘500 con un’altra Sacra Famiglia di Nicolò Pisano, e un’altra Madonna con il Bambino, di Francesco Zaganelli. Tutti gli artisti presenti a Caldes meriterebbero di essere citati, e qui non si può, ma il Ritratto di giovane di Lorenzo Lotto, con quel ragazzo adulto dallo sguardo interrogativo come quello dei giovani di oggi di fronte a un futuro incerto, andrebbe visto e meditato cento volte. E poi Artemisia Gentileschi, Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, Matteo Loves, lo strepitoso San Girolamo di Jusepe de Ribera, il Guercino, il Baciccio, il gioioso Trionfo di Venere di Ignaz Stern detto Ignazio Stella, e tanti altri. E chi ancora non fosse sazio potrà ammirare, nella cappella di Santa Maria, attigua al castello, gli affreschi Storie della vita di Maria, di Elia Naurizio, e immergersi nel clima della Riforma cattolica, o Controriforma, del Concilio tridentino.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 1/6/2019

Ligabue, vita vera da Genio infelice

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Romanzo / Retroscena e ricostruzioni sul “Van Gogh italiano” del fiume Po. Il libro di Carlo Vulpio: pittura e follia



Alberto Selvaggi, La Gazzetta del Mezzogiorno 19/5/2019


È un romanzo che si scrive da sé. Parla di un nostro amico che è anche nemico, di un prodigio che turba lo specchio del lago incubo e, secondo principio del sublime, ci porta all’estasi infelice. Siamo tutti Ligabue. Tutti giganti e vermi. Ognuno di noi potrebbe essere questi o quelli. Perciò «Toni al matt» (pazzo), derivato naif, ma che con il naif non c’entra niente, abita le nostre esistenze, freme nell’orrore sopito come nelle aspirazioni assolutistiche. E per lo stesso motivo ci sembrerà di passeggiare nella sua vita estremistica che Carlo Vulpio, firma del Corriere della Sera, cercatore di anomalie artistiche e cronachistiche, racconta in Il genio infelice (Chiarelettere ed., pagg. 250, 17.60 euro), affidandola al fiume Po narrativo e ordinandola in capitoli piacevolmente commestibili.
Ligabue è entrato nelle nostre case attraverso il piccolo schermo con lo straordinario sceneggiato Rai del 1977, Flavio Bucci incarnazione prepotente del pittore di Zurigo (1899). Si è seduto e non è andato più via. Certamente non attraverso le parabole dei critici, snobbati più di oggi, ieri. La società non ha seguito i maestri del pensiero, figure di scienza perbeniste quali Rita Levi Montalcini: si è formata per trasmissione televisiva, quando la Rai produceva cultura, al pari di tutti gli ambiti creativi, musica, lettere, cinema, mancavano soltanto i telefonini.
Nel reticolo di una contestualizzazione storica che esemplifica ciò che gli esperti spesso considerano erroneamente sapere condiviso, questa figura bassa, rachitica, difforme e paranoide, si presenta attraverso le pagine del libro facendo vibrare la lingua a un palmo dal nostro viso, nello spasmo imitativo del verso dei rapaci, spalanca la bocca vuota e scuote le quattro zanne come un rostro orrendo. Elettroshock vivente, «Elephant man» che l’autore cita a più riprese, inquietante, patetico, che stregò da fine ’50 pittori, scultori, mercanti, Renato Marino Mazzacurati, Andrea Mozzali, Vincenzo Zanardelli, rapendo l’anima di personaggi come Romolo Valli, attore straordinario di un altro secolo, che lasciò una testimonianza documentaristica che per il «Van Gogh italiano» vale quanto un monumento.
Da quando la sua esistenza straziata sgusciò dalle nebbie della Bassa reggiana, Guastalla, Gualtieri, l’ometto che patì in una capanna di canne mangiando gatti talvolta, elemosinando al contado minestre acerbe, il tre volte internato per «sindrome maniaco-depressiva» (classificazione che non vuol dir niente), il pazzo parlante alle bestie che dipingeva, gorilla forsennati, tigri allucinate, rapaci ottusi di cattiveria, a se stesso, naso scarnato da manie autolesive, che incise in un tronco la donna nuda fuggiasca dal pube ispido («dam un bès», «dammi un bacio»), l’inventore simbolista espressionista, unico e solo, ligabuesco, che trasformò la sua mente in esperimento, il fottuto figlio di NN schernito dai compagni, allontanato dalla madre naturale emigrata in Svizzera che aspirava a rifarsi una vita, passato da un’adozione a un affido per le braccia di «tre padri», quel Toni conserva il trono traballante nel mercato d’arte per eletti.
Ma finanche qui al di sopra e al di sotto, al di fuori di scuole e maestri, men che mai i pittori montani che lo colpirono e che aberrò nel crogiolo furente del genio. Che era follia. E viceversa. E rievoca l’espressività tipica di chi è passato nei manicomi, le cui pratiche carcerarie, al pari del resto, Carlo Vulpio dettaglia come un anatomista.
Prima che Antonio Laccabue diventasse nel 1942 «Ligabue il pittore», ripudiando il cognome del patrigno emigrato da Gualtieri, Bonfiglio (non gli parlò più fino alla morte), per una ragione non imputabile soltanto ai traumi di vita, per un motivo che non conoscono i neuropsichiatri, gli psichiatri, gli psicoanalisti e gli psicoterapeuti i quali si barcamenano in un tentativo di scienza, covava già il germe che guidò sotto ogni aspetto, arte compresa, il romanzo della sua vita. Il cancro psichico. Era già «Toni al mat», era già classi differenziali a scuola, era già prime tempeste convulsive, gracili furie da malnutrito, bestemmie, «non mi comanda nessuno a me», accattonaggio senza meta, mentre di là dalle Alpi montava il rullio del tamburo fascista.
La madre naturale Elisabetta, bellunese, era morta mangiando carne avariata assieme ai tre fratellastri del Genio infelice. La madre affidataria Elise denunciò un’aggressione alle autorità da parte del figlio, perciò Ligabue ce lo ritroviamo, sparlante tedesco, straniero fra i pioppi a Gualtieri.
Che vita. Sacrificio supremo. L’autore raffigura, lungo un andirivieni di Sisifo, episodi, scene gustose per gli studiosi quanto per noialtri che d’arte al massimo si orecchia. Dal saluto romano con bisticcio alla firma sulla prima insegna, dalla procacità di Marzia donna da circo alla Sinfonia n. 5 di Beethoven intonata per filo e per segno dal Toni imprevisto pianista, dai colori piatiti come un bambino alle patetiche truffe sui quadri ceduti in cambio di lambrusco e polenta. Che potenza, Dio. Che magia disturbante, là per le antiche scale manicomiali, o sugli specchi in cui cercava se stesso solcato dalla cartavetro. La carica portentosa del puro genio, del puro istinto, che non ha altra volontà se non rappresentarsi, da cui tutto il resto, fama o rovina, lucro o miseria, non è che apparenza.

Anch’io sono stato Ligabue. Fu infelice, sì, ma genio della pittura

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Esce giovedì 9 il romanzo di Carlo Vulpio sull’artista (Chiarelettere). Il 10 viene presentato al Salone di Torino. Ne scrive l’attore Flavio Bucci, che interpretò il personaggio in tv



di Flavio Bucci, Corriere della Sera, 6/5/2019


Quando nel 1977 Salvatore Nocita mi chiese di interpretare Antonio Ligabue non avrei mai pensato che sarebbe accaduto tutto questo. Premi, fama, successo e un legame così profondo con il pittore di Gualtieri che dura ormai da più di quarant’anni. Da quel momento il grande pubblico mi accosta sempre e inevitabilmente a lui e ancora oggi, in tour con il mio nuovo spettacolo E pensare che ero partito così bene, non c’è uno spettatore che non mi associ a lui e non mi ringrazi per quella interpretazione, che io più volgarmente chiamo esperienza. Sì, per me, far rivivere Antonio Ligabue non è stata soltanto un’interpretazione. E’ stata un’esperienza, sicuramente in assoluto la più faticosa, sia per le lunghissime sedute di trucco, ore e ore interminabili, due fasi di invecchiamento, sia per il complicato rapporto con il regista Salvatore Nocita.
Come ho raccontato a Carlo Vulpio, autore di questo bellissimo e singolare romanzo Il genio infelice (Chiarelettere) sull’artista e sull’uomo Antonio Ligabue, Nocita era un sergente di ferro, un rompiballe incredibile, uno che mi faceva girare una scena anche sette volte, una cosa che per me, abituato a lavorare con registi come Elio Petri, era inconcepibile. Petri una scena la girava una volta sola, al massimo due, anche se dopo aver provato tutto il giorno, e quando c’era qualche incertezza o una perplessità mi diceva semplicemente: «A Fla’, fa un po’ come cazzo te pare». Con Nocita invece non era così e quindi accadeva che spesso mi arrabbiavo e abbandonavo il set dove stavamo girando. Me ne andavo per giorni e lo costringevo ad aspettare il mio ritorno per ricominciare le riprese.
La vera fatica però è stata entrare nel personaggio che dovevo interpretare, o far entrare lui dentro di me. Ligabue era un uomo complesso, singolare, diverso, difficile, considerato pazzo. E a me i pazzi diciamo che mi vengono bene. Dico sempre che se non avessi fatto l’attore sarei finito anche io in manicomio. Interpretare pazzi per me è stato terapeutico e ha funzionato meglio di mille pillole o di cento sedute dall’analista.
Quanti pazzi ho interpretato, dai personaggi di Shakespeare e di Pirandello ad Aksentij Popriščin, protagonista del Diario di un pazzo di Nikolaj Gogol’. Ma questi erano tutti personaggi frutto della fantasia. Con Antonio Ligabue invece è stata la prima e unica volta in cui ho lavorato su un personaggio realmente vissuto. Attraverso Ligabue ho capito che ogni essere umano che voglia lasciare traccia del suo modo di essere, può farlo soltanto dando spazio alla sua parte artistica. E così ho cercato di fare in quel fortunatissimo sceneggiato.
Mi sono interrogato molte volte sul perché io abbia accettato ed interpretato quasi sempre personaggi borderline e oggi, a quasi 72 anni, la risposta che mi do è questa: l’uomo è andato dappertutto, la tecnologia continua ad avanzare, si può andare su altri mondi, scoprire pianeti sconosciuti, conoscere i segreti dell’universo, andare dentro la materia all’infinito, ma c’è un posto che non potrà mai essere completamente accessibile, il cervello. Questa è la grandezza dell’essere umano. «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ce ne sono in tutte le fantasticherie della tua filosofia», diceva Amleto, ed è questa la fortuna di chi interpreta personaggi simili, di chi fa teatro.
Tutto questo l’ho ritrovato e rivissuto ne Il genio infelice, di cui Carlo Vulpio è venuto a parlarmi a gennaio, mentre ero impegnato nell’ultima replica del mio spettacolo al teatro Belli di Roma, dove ho deciso di tornare dopo molti anni. E’ stato bello tornare a casa, lì dove ho cominciato, dal mio amico Antonio Salina. Sono arrivato in teatro tre ore prima. Era molto tempo che non andavo in teatro con così largo anticipo e mi è venuto in mente un aneddoto molto simpatico. Quando recitavo il Diario di un pazzo andavo in teatro tutti i giorni, anche quattro ore prima, e tutti gli addetti ai lavori – direttori, organizzatori, maestranze – pensavano quale grande professionista fossi per questo mio presentarmi in teatro tutti i giorni con ore di anticipo. Ma la verità, che non ho mai raccontato a nessuno, è che io ci andavo così presto nella speranza di poter trovare una scusa, anche banale, pur di non fare lo spettacolo, tanto era lo stress fisico e mentale di cui ero preda. Così, anche quel pomeriggio di una fredda domenica di gennaio, arrivato in teatro con molto anticipo, ho pensato di trovare una scusa per non fare lo spettacolo.
Poi nel mio camerino è entrato Carlo e abbiamo iniziato a parlare. Mi ha raccontato del suo progetto di un libro su Ligabue e mi ha subito convinto. Mi ha colpito molto la sua passione per quello che stava scrivendo e per come lo stava facendo, per le domande che mi poneva, per come anche lui era «entrato» dentro Ligabue. Mi ha anche chiesto se volessi scrivere qualcosa una volta terminato il suo libro e io gli ho risposto che non sono uno scrittore né un giornalista, e che certamente sarebbe stato inusuale che un attore scrivesse di un personaggio che ha interpretato. Ma l’idea era singolare e molto divertente. Lo farò, gli ho detto, solo se il libro mi piacerà, altrimenti non te la prendere. In realtà, avevo accettato di farlo già in quel momento, e con entusiasmo, poiché quella conversazione mi aveva assorbito al punto da farmi dimenticare di cercare una scusa per non fare lo spettacolo, e infatti sono andato in scena.
Quando ho letto il libro, mi sono reso conto per la prima volta di ciò che per decenni mi era sfuggito. Mi sono reso conto della diversità tra me e Ligabue. La mia memoria, la mia vita, le persone intorno a me, la critica e anche il pubblico hanno associato la mia figura a quella di Ligabue, la mia vita alla sua, quasi convincendomi che le nostre vite fossero molto simili.
Il genio infelice, lo ripeto, è un libro molto bello e molto preciso e mi ha fatto «vedere» anche una parte della storia d’Italia attraverso gli occhi di Ligabue. Ma io a differenza di Ligabue non sono né infelice né un genio, come dice il titolo del libro. A 72 anni sono ancora qui, a divertirmi sul palco, al ristorante, con i colleghi, con gli amici, e questo non è poco. Nel libro, Ligabue ripete spesso: «A me non mi vuole nessuno». A me, invece, dopo aver interpretato Ligabue, mi volevano tutti. Produttori e registi mi avrebbero clonato, se avessero potuto. Antonio ha fatto una vita da solitario, mentre io in teatro, e grazie a lui anche in queste righe, sto ancora raccontando la mia. Non ho vissuto una vita solitaria. Ho fatto altri errori, questo sì, ma ho avuto anche tre figli, maschi, e due mogli, femmine. Gioie che la vita, purtroppo, ha negato al genio infelice.

“Il genio infelice”, il romanzo della vita di Antonio Ligabue. A Milano e a Torino

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