Volti e corpi, Giotto e Pasolini. Omaggio di Sutri alla bellezza

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La mostra / Da oggi fino al 17 gennaio 2021 al museo di Palazzo Doebbing l’esposizione curata da Vittorio Sgarbi

Gherardo delle Notti, San Sebastiano curato da Irene

Sutri (Viterbo)

Le città d’arte sono ancora deserte «causa Covid». Per allestire mostre, dunque, occorre coraggio. Ma poiché l’arte è vita, e senza vita non c’è arte, a Sutri, Tuscia, in provincia di Viterbo, luogo eccelso di arte e di storia, la mostra «Da Giotto a Pasolini» ha già centrato un obiettivo — di salute e sanitario —, ancor prima di cominciare: irrobustire il sistema immunitario dei corpi fisici e del corpo sociale attraverso il godimento della bellezza.
Come possa una mostra di opere d’arte — ben 250, dal VI secolo a oggi, diversissime tra loro — ottenere un simile risultato è spiegabile se alla bellezza delle opere esposte si aggiungono due parole. La prima è «collisione», la seconda è un nome proprio, Sgarbi, sindaco di Sutri e ideatore degli Incontri a Sutri (che anche quest’anno si tengono al Museo di Palazzo Doebbing, da oggi al 17 gennaio 2021).
Ora, è vero che collisione e Sgarbi non sono un ossimoro, ma qui la collisione «è quella tra esperienze artistiche lontane e diverse — dice Vittorio Sgarbi —, e racconta la vita di persone legate da una originale vocazione alla ricerca del bello». Ed è proprio da questa singolare collisione — attraverso quindici secoli — di dipinti, sculture, oggetti di raffinatissima arte orafa, fotografie, che si libera l’energia ricostituente della mostra «Da Giotto a Pasolini». Nella quale, più delle epoche, contano la storia di Dio e la storia dell’uomo, come avviene per esempio nella felice «collisione» dei Petala aurea, lamine d’oro longobarde e bizantine che adornavano abiti da cerimonia ma anche manufatti di avorio e di cuoio, e due capolavori di Giotto, la Madonna e il Crocifisso della collezione Sgarbossa di Cittadella.
I gioielli degli artigiani longobardi e bizantini, della fondazione Luigi Rovati, testimonianza del potere temporale della Chiesa simbolicamente e formalmente consolidatosi con la Donazione di Sutri del 728, ci parlano di Dio Padre nella sua ieratica maestà, mentre i dipinti di Giotto ci raccontano Dio Figlio, il Cristo, e sua Madre nella loro umana fragilità, che è il dolore, la passione e quindi la vita di tutti gli uomini, dell’Uomo. Ecco perché la mostra parte «da Giotto». Perché è con lui, dice Sgarbi, che comincia il linguaggio moderno nell’arte, è con Giotto che ogni immagine sacra diventa umanissima e arriva al cuore e alla mente degli uomini.
«Da Giotto», dunque, d’accordo. Ma perché, attraverso altri dodici artisti, «a Pasolini»? Qual è il filo comune, oltre alla originale vocazione per il bello, che li tiene assieme? Ancora una volta, la vita, che esiste attraverso il corpo fisico e che fa esperienza di sé attraverso la decomposizione di quel corpo, fino alla morte, alla quale non può sfuggire e che può tutt’al più rappresentare, con uno sforzo mistico, come un corpo sacro o come nostalgia di una bellezza perduta.
Le fotografie degli ultimi giorni di Pier Paolo Pasolini, ritratto da Dino Prediali a ottobre del 1975, sono esattamente questo, il salvataggio del suo corpo intatto prima che il 2 novembre successivo Pasolini venisse assassinato e quel corpo orrendamente sfigurato, diventando, dice Sgarbi, «una scultura dolorosa come un crocefisso».
Con questa chiave si comprendono facilmente anche le altre «collisioni» della mostra di Sutri. L’umanità «imballata» del polacco Tadeusz Kantor, il quale aspira alla vita, vuole la vita, e tuttavia si predispone a incontrare continuamente la morte, specialmente nel suo luogo prediletto, il teatro, ma per poterla esorcizzare, anche con la ribellione dell’uomo costretto negli «imballaggi» del potere. Oppure l’umanità dei cadaveri di Ora d’aria, di Cesare Inzerillo, che sono morti ma non sanno di esserlo e che prendono il sole distesi su un’amaca, come se non fossero già trapassati e tentassero di essere, da morti, ciò che non sono stati da vivi. Si può saltare tranquillamente all’indietro di due secoli e «collidere» con i paesaggi romani del tedesco Franz Ludwig Catel, che trova la vita nell’incantamento della natura e nel suo mistero divino. Oppure risalire ancora di più nel tempo, di quattro secoli, con l’olandese Gherardo delle Notti, che con San Sebastiano curato da Irene dipinge il pathos della vita attraverso un gioco caravaggesco di luci, di sguardi, di emozioni. Mentre Guido Venanzoni, contemporaneo, quasi arriva a identificarsi con Caravaggio, dipingendone tutti i momenti più significativi della vita e anche la morte.
«Di Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Tiziano sono stati dipinti tanti momenti salienti della vita — dice Sgarbi —. Mai però un ciclo così ampio da poter essere definito un film come ha fatto Venanzoni con Caravaggio». Le «collisioni» di Sutri però non finiscono qui. Continuano con Justin Bradshaw, Chiara Caselli, Alessio Deli, Mirna Manni, Massimo Rossetti e Livio Scarpella, in ordine solo alfabetico.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/6/2020

La giapponese di Sicilia

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Palermo / A Palazzo Reale fino al 6 aprile la mostra che celebra la pittrice e suo marito Vincenzo Ragusa. O’Tama Kiryhoara arriva da Tokyo nel 1882. E porta l’arte d’Oriente



Palermo


E’ una storia bellissima di arte, di apertura, di contaminazione, di mondi diversi e opposti che quando si conoscono addirittura si fondono, prendendo il meglio l’uno dall’altro, questa storia della pittrice O’Tama Kiryhoara e dello scultore Vincenzo Ragusa, che sul finire dell’Ottocento riescono a portare il Pacifico nel Mediterraneo, il Giappone in Italia, Tokyo a Palermo, e viceversa.
Dopo oltre due secoli di chiusura del Giappone al mondo, in base a uno specifico editto del 1639, a metà del XIX secolo l’imperatore Mutsuhito decide che può bastare e apre il Paese del Sol Levante all’Occidente, alle sue istituzioni politiche, amministrative, militari, alla sua tecnologia e alla sua arte. E, per l’arte, Mutsuhito in Giappone vuole gli italiani. Scrive al governo, che si rivolge all’Accademia di Brera, che a sua volta seleziona tre persone – lo scultore Vincenzo Ragusa, il pittore Antonio Fontanesi e l’architetto Giovanni Vincenzo Cappelletti – e le invia in Giappone. I tre devono insegnare le tecniche e lo stile dell’arte occidentale, trasmetterne la monumentalità, il naturalismo e il verismo, e nello stesso tempo soddisfare l’obiettivo della nascente «nuova scuola giapponese» che intende legare l’insegnamento dell’arte all’industria.
L’Oriente vuole abbeverarsi all’Occidente, ma inevitabilmente accade anche l’inverso. La fascinazione è reciproca, in Europa si comincia a elogiare il «giapponismo», ma Ragusa ne viene letteralmente folgorato e resta in Giappone per sei anni. Conosce O’Tama, di vent’anni più giovane di lui, la vede dipingere, se ne innamora, la sposa e torna in Italia con lei e con 110 casse in cui ha raccolto 4200 oggetti d’arte e artigianato nipponici: bronzi, armi, kimono, ventagli, disegni, dipinti, tessuti, lacche, smalti, stampe.
Comincia così quella Migrazione di stili – secondo l’azzeccatissimo titolo della mostra aperta fino al 6 aprile 2020 a Palazzo Reale di Palermo, a cura della Fondazione Federico II e con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia – che tanta influenza avrebbe avuto sull’arte europea, a cominciare dall’impressionismo francese, «aiutandola» a scrollarsi di dosso gli statici canoni dell’accademia.
La Palermo in cui O’Tama arriva nel 1882 (e dove rimarrà per cinquantuno anni) è quella dei Florio, dei Whitaker, dei Woodhouse, una città che può paragonarsi a Parigi come seconda capitale dell’Art Noveau, che sta crescendo con i suoi nuovi quartieri, nuovi ospedali, la Biblioteca nazionale, la Scuola per ingegneri, e che riesce a terminare la costruzione di due grandi teatri, il Politeama Garibaldi (1891) e il Massimo (1897) nel volgere di un tempo che oggi per qualunque opera pubblica ci parrebbe da marziani. Ma non è ancora una città pronta ad accogliere l’eclettismo di O’Tama Kiryhoara e i progetti di Vincenzo Ragusa. Il quale a Palermo fonda una scuola di arte orientale con laboratori di tecniche giapponesi, ma incontra enormi difficoltà per mandarla avanti e per far acquisire al patrimonio pubblico la sua collezione, nonostante Luigi Pigorini, direttore del Regio museo preistorico etnografico di Roma che poi avrebbe preso il suo nome, scrivesse ripetutamente a ministri e autorità che si era di fronte a «una raccolta rara e di notevole pregio… che nel museo che presiedo manca completamente e colmerebbe la grave lacuna che concerne l’Estremo Oriente».
O’Tama non fu soltanto la prima pittrice orientale a venire in Europa, o un’artista capace di fondere tecnica e creatività, verismo occidentale ed estetica tradizionale giapponese, ma, dice Patrizia Monterosso, direttore della Fondazione Federico II, «fu anche una pioniera perché abbattè un muro, e quando si abbatte un muro il primo mattone è il più difficile da buttare giù».
Tra le 80 opere esposte a Palermo, con un allestimento nei corridoi e nella sale di Palazzo Reale che sa trasmettere l’emozione di questo incontro di stili e di mondi, vi sono 46 acquerelli visibili per la prima volta, restaurati in modo impeccabile dal Centro regionale per la progettazione e il restauro di Palermo con il quale hanno collaborato, e questa è davvero una bella notizia, i ragazzi del Liceo artistico «Vincenzo Ragusa-O’Tama Kiryhoara», quella scuola cioè che Ragusa e O’Tama non riuscirono a far decollare cento anni fa come scuola-museo e che oggi è a loro meritatamente intitolata.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 17/12/2019

I grattacieli della musica

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Padre del muralismo sardo e scultore Pinuccio Sciola amava le pietre. Le faceva vibrare, ne tirava fuori la “voce”, le trasformava in strumenti. Come nella “Città sonora”, gruppo di torri che “la Lettura” ha potuto vedere a casa dell’artista scomparso nel 2016. Ora una serie di iniziative celebra questo cultore della materia, parola che ha radice comune con “mater”. Madre Natura


Pinuccio Sciola


San Sperate (Sud Sardegna)


«La Sardegna è la più bella scultura al centro del Mediterraneo», diceva Pinuccio Sciola, artista sommo, nato, cresciuto e morto – due anni e mezzo fa – a San Sperate, un paese di 8500 abitanti a venti chilometri da Cagliari, dove i singolari muri di fango e paglia delle case, oggi quasi tutti decorati da murales, non sono più il triste proscenio della povertà di cinquant’anni fa, e gli orti tutt’intorno sono sempre verdi grazie al fiume Mannu, e i pescheti portano ogni anno frutti in abbondanza più che nel resto dell’isola.
Sciola scolpiva le pietre – soprattutto le pietre, ma anche i tronchi di olivo e olivastro, duri come le pietre – perché era convinto di ciò che gli disse, e in verità ancor prima che glielo dicesse, Gillo Dorfles, suo amico e suo grande estimatore. «Sono le pietre – diceva Dorfles – le vere creature dell’isola». Non solo per i settemila nuraghi, per i dolmen e i menhir. Non solo per una scultura che in Sardegna si pratica, e con quale ingegno e finezza, fin dal terzo millennio avanti Cristo. Ma proprio per le pietre così come sono, si tratti delle più «nobili» come il marmo e il granito o delle più «umili» come gli scisti, i basalti, o la trachite di Ozieri e di Serrenti. Tutte queste pietre, la pietra, sono materia viva, fanno parte e sono esse stesse la Natura che ispira Sciola.
Una Natura di pietra sulla quale Sciola, artista singolare, unico, agisce con l’osservazione, il pensiero, e poi con lo scalpello, la fiamma ossidrica, il taglio a getto d’acqua ad alta pressione, e infine con le carezze. Le grosse mani di Sciola che accarezzavano soffici e delicate come piume le sue imponenti sculture di pietra, facendole vibrare quasi fossero corde di un’arpa e suonare come xilofoni, sono state lo spettacolo meraviglioso di una dimostrazione «scientifica» che Sciola aveva inseguito per lungo tempo: scolpire, incidere, sezionare, levigare le pietre per farle esprimere come esseri viventi attraverso le nuove forme in cui lui le modellava, ma soprattutto attraverso la «voce» che riusciva a tirarne fuori, vibrazioni visibili a occhio nudo e note musicali uguali a quelle che emetterebbe qualsiasi strumento ben accordato e ben suonato.
La Città sonora, per esempio, un gruppo di torri e grattacieli che potrebbero essere New York o Chicago, Milano o Francoforte – che «la Lettura» ha potuto vedere insieme con i primi bozzetti dell’opera sul grande tavolo dell’incredibile casa-museo-laboratorio di Pinuccio Sciola a San Sperate, vibra e suona in ogni suo edificio quando Maria Sciola – che con i fratelli Tomaso e Chiara ha costituito una fondazione intitolata al padre – li accarezza nel modo in cui Pinuccio le ha insegnato a fare fin da bambina. La stessa abilità ha maturato Giulia Pilloni, cugina di Maria e nipote di Pinuccio, autrice di una accuratissima tesi di laurea magistrale in Storia dell’Arte all’Università di Cagliari su Pinuccio Sciola e vestale del Giardino sonoro di San Sperate. Un paio di ettari di ulivi, fichi d’India, aranci e limoni tra i quali sono state sistemate le opere di Sciola, ben ottocento megaliti che Giulia e Maria spiegano ogni giorno ai visitatori che giungono fin qui (circa 15 mila all’anno, nonostante l’eterna questione dei costi esosi da e per la Sardegna, che penalizza più di tutti i sardi).
Megaliti sonori, dunque. Ma non solo. Ci sono anche sculture di basalto, che Pinuccio ha ferito e fatto sanguinare con la fiamma ossidrica, lasciando raggrumare in lava la pietra offesa, e sculture in metallo, o addirittura in tubi Innocenti, con le quali Sciola ha voluto rappresentare le «canne al vento» raccontate da Grazia Deledda o riproporre le forme eccentriche e bizzarre delle opere di Antoni Gaudì, benché gli scultori ai quali Sciola deve davvero qualcosa, e ai quali per sua stessa ammissione si è ispirato, siano Arturo Martini, Marino Marini e soprattutto Giacomo Manzù.
Le pietre sonore sono però il punto di arrivo del cammino artistico di Pinuccio Sciola e non si capirebbero fino in fondo, e forse non sarebbero nate, se la sua vita non fosse stata com’è stata, simile a quella di Antonio Ligabue e di Gavino Ledda nella realtà, e al protagonista del romanzo di Giulio Angioni Assandira nella finzione. Sciola fu autodidatta come Ligabue e come lui ripeté tre volte la seconda elementare. E come Ledda, che si iscrisse a 25 anni al liceo classico «Azuni» di Sassari, Sciola arrivò al liceo artistico di Cagliari solo a 18 anni. Mentre nella finzione letteraria Sciola e Saru, il pastore protagonista di Assandira, sembrano la stessa persona, uomini in rivolta contro «il folklore e i suoi panni colorati, che nascondono tutto il resto», come disse Sciola già nel 1976, quando approdò alla Biennale di Venezia con la sua idea di San Sperate «paese-museo». In quella occasione, nonostante i contrasti e le polemiche, Sciola riuscì a imporre il suo racconto: «la vera Sardegna» contro il luogo comune del «paradiso selvaggio» abitato da due tipologie di personaggi, i banditi alla Graziano Mesina e i miliardari alla Aga Khan.
Fece in fretta, Sciola, e recuperò il tempo perduto. A 25 anni era già in Spagna, all’Università madrilena della Moncloa e a studiare le pitture delle grotte rupestri di Altamira. Due anni dopo torna in Sardegna, a San Sperate, e fra la incredulità e la resistenza dei compaesani comincia a ricoprire di calce bianca i tristi muri marroni di paglia e fango del paese e a decorarli con grandi dipinti. Era nato il muralismo sardo. Un fenomeno che da allora non si è mai fermato, dalla versione più politico-ideologica di Orgosolo a quella più squisitamente artistica di San Sperate. E questo grazie anche al fatto che Pinuccio Sciola volle andare in Messico a confrontarsi con il maestro del muralismo sudamericano, David Alfaro Siqueiros, dal quale non avrebbe potuto ricevere un attestato migliore di questo: «Sei un maya che ha solo vissuto lontano da qui», gli disse Siqueiros.
Tornato a casa, Sciola completa l’opera. Questa volta l’intero paese lo segue con entusiasmo, arrivano a dare il loro contributo anche artisti stranieri, persino i bambini vengono lasciati liberi di scatenare la loro fantasia sui muri imbiancati come a scuola non possono fare e addirittura viene cambiato il colore delle strade, che, diventando azzurre, gialle, verdi, rosse, mutano l’umore di chi in paese ci vive e di chi ci passa. Eccolo dunque il paese-museo, quello che, se la Biennale lo voleva, doveva essere così com’era, nei colori, nelle facce e nelle storie dei sardi che poi sbarcarono a Venezia e in quella Biennale del 1976 lasciarono la loro impronta. Esattamente com’era accaduto l’anno prima, quando Sciola volle e ottenne una mostra all’aperto a Nuoro, dove le sue sculture in legno, in grandezza naturale e dai titoli inequivocabili – Cadaveri, Impiccati, Pecore sgozzate – vennero disseminate per terra, nelle strade e nelle piazze della città, per parlare della morte, dalle vittime della strage di Brescia del 1974 all’amico che in preda allo sconforto si era impiccato, fino alla «condizione sarda» di un’agricoltura e di una pastorizia ricacciate indietro dai duecentomila ettari dell’Isola assoggettati a servitù militare.
«La Sardegna, Venezia, il Mediterraneo, è tutto un mondo che è minacciato», disse Pinuccio, precorrendo di decenni attraverso l’arte i temi che la politica non vedeva e che oggi ci ritroviamo tra le mani come i più gravi e i più delicati.
Il centro di gravità della ricerca di Pinuccio Sciola e della sua arte è sempre stato il rapporto tra l’uomo e la natura, la necessità di un rapporto armonico tra loro, pregiudicato dalla ineffabile capacità dell’uomo di creare i propri mali, che finiscono per deformarlo, divorarlo, distruggerlo nel corpo e nella mente. E poiché la natura è madre, e porta in sé stessa il concetto di maternità, la via migliore per conoscerla e rappresentarla è per Sciola la materia. Dalla materia, attraverso la comune radice mater, si arriva alla maternità, cioè ci si ricongiunge alla natura.
Ecco perché la pietra. E’ la pietra la materia per eccellenza, perché è materia vivente. E’ lei che ci riporta alla madre. E’ per questa ragione che Sciola l’ha amata e le ha dato «voce» nel vero senso della parola. Ma allo stesso tempo è anche andato oltre l’arte e, sempre a San Sperate, ha creato una scuola, il Centro internazionale per la lavorazione della pietra, dove formare artisti che fossero anche artigiani, in grado cioè di esercitare un mestiere che in Sardegna nessuno o quasi conosceva, nonostante l’abbondanza di materia prima – granito e trachite – esportata, lavorata fuori e rivenduta a prezzi molto più alti.
Le sculture dell’artista di San Sperate, va detto, non sono state «scoperte» dopo la sua morte e anzi, lui vivo, hanno incontrato l’apprezzamento e i riconoscimenti che meritano. Renzo Piano, nel 2002, scelse per il giardino interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma una delle monumentali pietre sonore di Sciola, e nel 2012 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nominò Sciola commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Adesso i megaliti hanno cominciato a girare il mondo senza il loro artefice. Quest’anno in Inghilterra, l’anno prossimo negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. Se una nuova Età della Pietra toccherà all’umanità, c’è solo da augurarsi che sia quella delle pietre sonore di Pinuccio Sciola.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 1/12/2019

La vita tormentata di Ligabue

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Il romanzo. Carlo Vulpio racconta la storia del Van Gogh italiano, «genio infelice», agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca e al tema dell’emigrazione



di Silvia Mazza, La Sicilia, 6/11/2019


Il romanzo “Il genio infelice” di Carlo Vulpio (Ed. Chiarelettere, 250 pagine, euro 17,60), “Il romanzo della vita di Antonio Ligabue”, come recita il sottotitolo, racconta, agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca (la prima metà del secolo scorso) e al tema di cocente attualità dell’emigrazione, la storia tormentata del pittore, il Van Gogh italiano, riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento. Non c’è niente di più emozionalmente impegnativo di un’arte (quella di Ligabue) e di una scrittura (quella di Vulpio) apparentemente facile. Sin dal titolo: “Il genio infelice”.
Ma quale altra dimensione che l’infelicità conobbero Michelangelo, Monet e De Chirico, affetti da depressione, Munch schizoide, Rousseau masochista o Van Gogh, il “pittore malato” per antonomasia? o anche Hendrix, Morrison, Wolf, Pavese, Baudelaire, depressi e psicotici? Infelici, tutti. Dunque, non lo stereotipo dell’artista folle e maledetto, ma fin da subito per lo scrittore, giornalista del Corriere della Sera, deve essere chiara l’eccezionalità: se il genio non può che essere infelice, allora quello che vuole dirci è che Ligabue è il più infelice tra gli infelici, perché la vita, dell’artista come quella delle belve che raffigura nei suoi dipinti, non è una lotta di sopravvivenza, ma una lotta di sopraffazione in cui si afferma il più forte. Senza scampo. Tranne che sottrarvisi solo grazie a un’altra sopraffazione. Come la Vedova nera che in un dipinto, ribaltando le sorti della battaglia, infligge un colpo mortale al leopardo, avventatosi su uno scimpanzé devastato dal terrore di una morte certa. Questa via di scampo per Ligabue è l’arte. Arte, quindi, come gesto di sopraffazione con cui imporre non solo questa tormentata visone della vita, ma soprattutto se stesso, attraverso l’ossessiva serialità degli autoritratti, con minime variazioni, fatta eccezione per quello nei panni di Napoleone, forse autoironico alla maniera dissacrante di Jean De Buffet.
Ligabue, imitando versi e movenze della belva da dipingere come uno sciamano posseduto, si eleva a quella dimensione super-umana concessa dal furor della creazione artistica e così può stabilire una legge contro natura: la vittima, il perdente, vive in eterno attraverso le sue opere. «Un giorno io sarò nei più grandi musei del mondo» disse una volta: non la proiezione di un desiderio, ma una lucida consapevolezza. Come l’utopia del carnevale di Bachtin, che rovesciando l’ordine esistente diventa condizione per l’esercizio della libertà, Ligabue attraverso la sua arte ha ribaltato il destino che in vita l’ha voluto un vinto, rendendosi libero per sempre dai dogmi e dalle convenzioni sociali.
Per questo il romanzo di Vulpio è un potente antidoto contro il tentativo di annichilimento del pensiero e delle esistenze che si rinnova funesto nella storia, capace di parlare all’umanità attraverso tutte le epoche, come solo i grandi classici sanno fare. Il dramma di questa storia è serrato in una ring composition tra la domanda all’inizio del libro – “Ma lo sai di chi sei figlio, tu?” – che avrebbe accompagnato per tutta la vita Toni al mat (il matto, come veniva chiamato nella Bassa padana), dilaniandolo peggio dei colpi che infliggeva al naso per renderlo simile al rostro di una di quelle aquile che dipingeva, e la frase – “non dovevo nascere” – pronunciata come in un’oratoria epidittica alla fine dei suoi giorni. Di mezzo ci sono il tema dell’emigrazione verso la Svizzera e dei parassiti da cui fuggiva in patria. Pebrine, brusoni, mosche olearie e i ragni diventeranno enormi e letali nei dipinti, sintesi visiva della sua solitudine, catarsi alle crisi provocate dall’alienazione mentale, ma anche ricovero dei ricordi drammatici della sua adolescenza. Ci sono, poi, le sorgenti che hanno alimentato il bagaglio figurativo dell’artista (lo zoo, i musei d’arte e di storia naturale a San Gallo, il circo, i pittori naïf dell’Appenzell, l’incontro con i pittori e scultori Mazzacurati e Mozzali); il ribaltamento del concetto di alienazione, per cui più che il disagio del singolo ad accettare la civilizzazione si assiste al disagio della civiltà a riconoscere l’eccezionalità del singolo; gli ingressi e uscite da un manicomio all’altro; l’isolamento lungo le golene del Po, condizione per garantirsi la libertà, ma anche per sedare l’ansia a contatto con l’acqua; l’atelier nello sgabuzzino dell’Agip; l’incontro col “procuratore” Agosta Tota “tra persone in lotta con la vita”. Il racconto empatico dello scrittore cede al taglio cronachistico del giornalista, che va rintracciando il riflesso della strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 nelle opere “sanguigne” di quel periodo o l’incontro con Cesarina nei dipinti “pacificati”. E che non rinuncia alla polemica con un Montanelli che banalmente incomprese il genio, l’uomo. Tutto.
I dialoghi che interrompono la prosa sono come un coro greco che commenta ciò che avviene sulla scena e talvolta interviene direttamente nell’azione; e in quelle “figure che avevano sempre qualcosa da dire”, alle quali, col Vasari, sembra mancare solo “il moto et il fiato”, rivive il topos dell’arte così rispondente al vero da sembrare viva.

Macedonia del Nord, Europa più grande e in pace

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Skopje ha da poco sanato un contenzioso storico con Atene per l’uso del nome del Paese. Questo ha aperto le porte dell’Unione Europea e contribuito a raffreddare uno dei focolai di tensione nei Balcani. “La Lettura” è venuta fin qui per vedere cosa succede in questa terra ricca di cultura e fascino, che ospita la capitale europea dei Rom



Ocrida, Skopje, Struga, Shuto Orizari (Macedonia del Nord)


«Non torneremo indietro. Noi apparteniamo all’Unione europea e vi prometto che, dopo l’accordo con la Grecia sul nuovo nome del nostro Paese, la Ue ci aprirà le porte». Questo disse, esattamente un anno fa, il capo del governo, il socialdemocratico Zoran Zaev, nella gremitissima piazza centrale di Skopje, la capitale del neonato Stato della Macedonia del Nord, che dal 12 febbraio 2019 porta questo nome. Da quel giorno, grazie a un compromesso intelligente tra lo slavo macedone Zaev e il capo del governo greco Alexis Tsipras siglato il 12 giugno 2018 sul lago di Prespa, che ha risolto un problema all’apparenza impossibile, la Grecia non è stata espropriata del nome della «sua» Macedonia – quella in cui nacquero Filippo II e suo figlio Alessandro Magno – e nei Balcani, o meglio, in Europa, c’è una nazione in più.
La Macedonia del Nord, come il Montenegro e l’Albania, da tempo utilizza l’euro accanto alla propria moneta nazionale e adesso, dopo aver aderito alla Nato, chiede che Bruxelles mantenga la promessa di farla entrare nella Ue. Come del resto dovrebbe avvenire per tutti i Paesi balcanici, che sono e si sentono Europa, non solo per la geografia e la geopolitica, ma per la cultura e, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, per il modo di vivere e di pensare. Non sono più né Europa dell’EstEuropa del Sud, e nemmeno si può scorporarli in Balcani orientali e occidentali, secondo una delle ultime suddivisioni tracciate sulla carta con il solito «sistema del righello» che crea disastri e nuovi problemi invece di risolverne. Se a questo si aggiunge che la Macedonia del Nord era una delle sei repubbliche federate della ex Jugoslavia di Tito (con Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia), che oggi sarebbero sette se si annovera anche il Kosovo (riconosciuto come Stato indipendente da cento Paesi, tra i quali l’Italia, sui 193 che compongono l’Onu) e potrebbero diventare otto se anche la Vojvodina, provincia autonoma della Repubblica di Serbia, facesse domani ciò che il Montenegro ha già fatto ieri, apparirà più chiaro come la nascita di questo nuovo Paese è un avvenimento molto importante per l’Europa.
Grande quanto la Sicilia e con una popolazione (2,1 milione di abitanti) appena più numerosa di quella della Calabria, la Macedonia del Nord è un apparente paradosso: attraverso questo Paese sconosciuto agli europei si può conoscere e capire meglio l’Europa. In altre parole, da qui l’Europa si vede meglio. Mentre dall’Europa si riescono a vedere soltanto la povertà nord-macedone (ma quest’anno il Pil è in crescita del 4 per cento) e la sua distanza dagli standard europei in materia di diritti (l’arresto del giornalista Tomislav Kezarovski è emblematico).
Eppure, siamo così vicini. Innanzi tutto, in chilometri. Brindisi, punto finale della Via Appia, è più vicina a Skopje (500 chilometri) che non a Roma (570). Ed è ancor più vicina a Ocrida (330), che è il luogo simbolo della Macedonia del Nord, dei Balcani e dell’intero mondo slavo, a cominciare dalla lingua e dalla religione. Ocrida è sul lago omonimo, appena superato il confine con l’Albania, e si trova su quella grande arteria di comunicazione che era la Via Egnatia, magnifica intuizione dei Romani per collegare l’Italia, l’Occidente, a Bisanzio e quindi all’Oriente. Approdati a Durazzo, in Albania, i Romani si spinsero all’interno e tra le tante colonie fondarono anche Scupi (l’odierna Skopje), ma Ocrida già esisteva. Tremila anni fa era un villaggio di palafitte – che oggi è stato ben ricostruito come Museo sull’Acqua sulla sponda del lago chiamata Baia delle Ossa – e ancora prima, circa seimila anni fa, era stato il luogo di uno dei più antichi insediamenti umani in Europa.
Ocrida però è legata soprattutto a un avvenimento culturale che ha cambiato la storia: la nascita dell’alfabeto cirillico, che per le popolazioni slave significò potersi capire reciprocamente e poter accedere alla Bibbia e ai Vangeli, anche senza conoscere il greco. Su quei testi tradotti in cirillico poté formarsi un clero, cioè un ceto dirigente, non più soltanto greco e grecofono, ma slavo. L’anno 865, grazie ai due fratelli tessalonicesi (dunque, greci), i monaci Cirillo e Metodio, nacque a Ocrida un nuovo alfabeto di trentotto lettere che sarebbe stato il pilastro della religione cristiana ortodossa. Religione che nell’867 diventò per la prima volta il credo ufficiale di un Paese slavo, la Bulgaria.
Il binomio Grecia-Bulgaria è sempre stato presente nelle vicende nord-macedoni. Ma se la controversia con i greci sul nome del Paese è stata chiusa, ne è rimasta in piedi un’altra, con i bulgari. I quali gradirebbero che i macedoni del nord non chiamino macedone la propria lingua, in quanto, dicono i bulgari, essa è una variante del bulgaro… La risposta, indiretta, a quest’altra seccatura l’ha data il Parlamento della Macedonia del Nord – non meno «multietnica» della Bulgaria membro della Ue -, che riconoscendo l’albanese come seconda lingua ufficiale dello Stato nord-macedone, dove il 30 per cento della popolazione è di lingua albanese, ha dimostrato quell’apertura mentale «europea» che a Ocrida si respirava già nell’893, quando nella meravigliosa chiesa-monastero di San Clemente e San Pantaleone, il vescovo Clemente, discepolo di Cirillo e Metodio, fondò una delle più antiche università del mondo slavo e d’Europa.
Ocrida è piena di chiese ortodosse. E anche se non è vero che esse siano 365, una per ogni giorno dell’anno come vorrebbe la leggenda, si può far finta che sia così, tanto sono belle e ricche dei migliori affreschi bizantini dell’XI e XII secolo, come quelli che decorano le chiese di Santa Sofia, Santa Madre di Dio Peribleptos, San Giovanni Teologo e le altre decine di chiese e monasteri sparsi nel resto del Paese. L’Unesco ha inserito Ocrida e il suo lago, una meraviglia paesaggistica, e la fortezza dell’XI secolo, una delle più imponenti dei Balcani, che fece di Ocrida una roccaforte dell’impero bulgaro, nel Patrimonio dell’umanità fin dal 1979. Ma già l’anno prossimo la città rischia di finire nella lista nera del «patrimonio in pericolo» della stessa Unesco a causa di una generica accusa di speculazione edilizia diffusa. In realtà, grossi interventi di speculazione edilizia, a Ocrida, non se ne vedono, salvo un enorme, orribile cubo di cemento in pieno centro adibito a grande magazzino e un albergo, un palazzaccio di sei piani in riva al lago. Insomma, la lista nera Unesco per Ocrida sarebbe una misura eccessiva, che allontanerebbe la Macedonia del Nord dall’Europa e la farebbe scivolare – come gli altri Paesi balcanici in attesa sull’uscio della Ue – verso la Russia e soprattutto la Cina, che con i prestiti e i capitali investiti in strade e infrastrutture è già qui con un piede e forse anche con tutti e due.
Con il metro di giudizio con cui si vorrebbe punire Ocrida, Skopje, la capitale, dovrebbe essere rasa al suolo, tanto indecente è l’accrocco urbanistico e architettonico che porta la firma di note archistar, che invece di mitigare l’eredità del brutalismo di stampo sovietico hanno sfogato la loro demenza e gonfiato i loro conti in banca. Persino la casa-museo di Madre Teresa di Calcutta, nata a Skopje, premio Nobel per la Pace nel 1979, è un mostro inguardabile di cemento, vetro e acciaio, un guazzabuglio di forme e di colori da incubo.
Meglio Shuto Orizari, detta Shutka, la «capitale» europea dei Rom, 40 mila abitanti (forse) alle porte di Skopje, l’unico comune in Europa con un sindaco Rom. Qui – dove Emir Kusturica girò il film Il tempo dei gitani e dove ci sono cinque moschee, dato che l’80 per cento dei Rom di Shutka sono diventati più o meno musulmani – non c’è nemmeno un medico generico, i bambini li fa nascere una infermiera che non è neanche ostetrica e nelle tre scuole pubbliche i ragazzini ci vanno poco, perché aiutano le loro famiglie povere rovistando tra i rifiuti e raccogliendo plastica (200 bottiglie, 3 euro). Ma almeno le case dei più benestanti hanno l’allegria del kitsch puro e dichiarato e quelle dei più poveri vengono tirate su mattone per mattone con il criterio della necessità. E in ogni caso c’è più vitalità, e i più giovani, come Leon Zekir e sua sorella Silvia, parlano quattro lingue, emigrano, vanno all’estero e studiano, lavorano, si sposano, fanno figli e mandano soldi qui. «Senza essere inseguiti dal pregiudizio nei confronti dei Rom – dicono -. Almeno non in Francia. Non a Lione, dove ci siamo stabiliti». E se, come canta Franco Battiato, li chiami «furbi contrabbandieri macedoni», a loro va bene, perché a Shutka il contrabbando non esiste, è solo commercio, e i più bravi commerciano meglio, soprattutto quando a Shutka è giorno di mercato e chiunque può trovare e comprare qualunque cosa, «da un ago a una locomotiva».
Certo, succede anche che si vada a rubare del rame quando capita o che ci si arrangi in qualche altro modo. «Ma come si fa quando non si ha niente e anche i lavori più umili non bastano per mangiare o comprarti un paio di scarpe? Non è vero però che siamo un popolo di ladri». Non è una excusatio non petita, è ciò che è successo a Struga, poco distante da Ocrida, dove si è appena conclusa la 54.ma edizione del festival internazionale di poesia, vinto in passato da Pablo Neruda, Allen Ginsberg, Josip Brodsky, Eugenio Montale, Edoardo Sanguineti. Ogni anno, una targa con il nome del vincitore viene fissata su un cippo di pietra nel «parco dei poeti», accanto al fiume Drim che attraversa Struga, e quest’anno ha vinto la poetessa romena Ana Blandiana. Ma tutte le targhe, di alcun valore economico, sono state staccate dai cippi. Le hanno rubate, dicono qui. Ma chi? Per farne cosa? Sono stati gli albanesi, dicono i macedoni. Colpa dei macedoni, sostengono i bulgari. Un dispetto dei bulgari, dicono i turchi. L’hanno fatto i turchi, affermano gli albanesi. Nell’incertezza, tutti d’accordo che a rimuovere le targhe del parco dei poeti siano stati – indovinate – i Rom. Niente paura però, la Macedonia del Nord ha solo sette mesi e a quell’età un bambino ancora non cammina e non parla. Se i grandi lo aiutano, non si farà ingannare né da queste né da più gravi fandonie, e non inciamperà.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 22/9/2019

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