Versailles, pace gravida di guerra. La profezia lungimirante di Nitti

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Maestri / A centocinquant’anni dalla nascita del grande meridionalista, i suoi moniti sono più attuali che mai



«Oltre due terzi dell’Europa sono in fermento e vi è in tutti un senso vago di inquietudine, che dispone poco alle grandi opere collettive. Si vive giorno per giorno». E poi: «L’Europa si è un poco balcanizzata. Ascoltando alcuni discorsi e assistendo ad alcuni avvenimenti si ha la sensazione di essere a Belgrado o a Sarajevo». E ancora: «Si parla del commercio come di un’arma. In Italia si è discusso seriamente sui danni e sui pericoli di una ripresa del commercio tedesco, se ne vede dovunque la penetrazione. Barriere doganali si elevano ogni giorno: i ceti industriali trovano facile propaganda per il protezionismo. Così le maggiori bestialità del protezionismo si camuffano ormai con il patriottismo».
Non sono commenti sull’ultima riunione del Consiglio d’Europa, ma brani di un libro scritto da Francesco Saverio Nitti nel 1921, L’Europa senza pace (il primo di una trilogia, con La decadenza dell’Europa e La tragedia dell’Europa), che forse ancora oggi è il libro più colto, più denso, più appassionato, più attuale sull’Europa, sulle sue tribolazioni e sulle sue enormi possibilità.
Tra alcuni giorni (il 19 luglio) Francesco Saverio Nitti «compirà» 150 anni e l’anno prossimo ne farà cento il primo governo da lui presieduto. Lucano di Melfi, e soprattutto presidente del Consiglio e più volte ministro tra il 1911 e il 1920, deputato del Regno d’Italia con il Partito radicale italiano (di cui fu fondatore) per cinque legislature e infine deputato dell’Assemblea Costituente e senatore della Repubblica, Nitti potrebbe essere ricordato in tanti modi e per molte cose. Fu un politico di rango, uno studioso serio, un intellettuale brillante, uno scrittore chiaro e godibile, concepì e concretizzò l’intervento pubblico in economia con la creazione dell’Ina, fu un uomo retto che amava l’Italia e amava persino Napoli, la più sciagurata delle sue città (e per rendersi conto di quanto una critica serrata, impietosa, possa essere anche una manifestazione d’amore, se non proprio essenzialmente questo, basta leggere il suo Napoli e la questione meridionale).
Ma ricordare il grande statista e professore di Scienza delle finanze tradotto in tutto il mondo, interlocutore di J.M. Keynes, soltanto per celebrarlo, finirebbe per imbalsamarlo più di quanto non sia già avvenuto nelle scuole e nelle università. O annientarlo definitivamente, come si è già provveduto a fare nella sfera pubblica e specificatamente politica, in cui la domanda più acuta e più frequente che si può ascoltare è la seguente: Nitti? Nitti, chi?
Perciò il modo migliore di parlare oggi di Francesco Saverio Nitti è far parlare di nuovo lui, che ha tante cose da dire. E farlo parlare scegliendo tra le sue opere L’Europa senza pace, che è quella che meglio può illuminare il nostro cammino in un momento in cui esso è oscurato dalla paura, dalla frustrazione, dal pessimismo, dalla rabbia, dalla malinconia dello spirito. Tutta «merce» che sta facendo la fortuna dei nuovi pifferai magici, i quali, euroscettici e sovranisti, ora si cercano l’un l’altro, da Roma a Budapest, da Parigi a Varsavia, da Vienna a Berlino, per allearsi tra loro: «Ma per fare l’Europa o per disfarla?», si è chiesto, retoricamente, Sergio Romano.
Nitti lo sfacelo dell’Europa lo aveva visto con i propri occhi. La prima guerra mondiale – cos’altro, se non una guerra civile europea, tra europei, dopo cinquant’anni in cui l’Europa aveva conosciuto il più grande sviluppo di ricchezza? – si era appena conclusa e già Nitti lanciava l’allarme su quel folle trattato di Versailles del 1919, che, diceva, costituiva il copione di un secondo e più terribile conflitto. Che poi infatti ci fu, e per le ragioni che Nitti aveva analizzato vent’anni prima. «Vi sono altre guerre in preparazione. Il sentimento nazionale, trasformato in nazionalismo – scriveva, inascoltato, Nitti -, mira alla depressione di altri popoli».
La conoscenza delle vicende storiche e interne dei singoli Stati è sempre accompagnata da un’analisi critica, mentalmente libera, che Nitti non limita alla sola Europa, ma estende alla Russia degli zar e poi alla Unione Sovietica – di cui preconizzò la fine già all’indomani del colpo di Stato bolscevico -, agli Stati Uniti, agli imperi britannico, ottomano, austroungarico, per poi «tornare» in Europa, alla Francia e alla Germania, e all’Italia fascista in formazione, che volentieri gli avrebbe fatto fare la fine di Giacomo Matteotti.
Dall’esilio di Parigi, dove visse per vent’anni, Nitti continuò a fare Nitti. Il politico e lo studioso di livello internazionale, l’antifascista militante, il meridionalista. Su quest’ultimo versante, Nitti succedeva cronologicamente a Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Antonio De Viti De Marco e precedeva Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore, Guido Dorso, la nidiata dei grandi meridionalisti meridionali nati dall’inizio alla fine dell’Ottocento, dei quali sono ancora oggi utili e attuali il pensiero e le opere. Come loro, Nitti – lo ha scritto Giuseppe Galasso – era convinto che la questione meridionale non è solo questione del Mezzogiorno e dei meridionali, ma è questione nazionale e di tutti gli italiani. In altre parole, fino a quando il Sud non entrerà in Italia, sarà difficile che l’Italia entri davvero in Europa. Altro che uscirne.
«L’Europa non avrà pace – ammoniva Nitti – fin quando i tre Paesi progressivi del continente europeo, Germania, Francia, Italia, non riuniranno tutte le loro energie in un solo sforzo». Essa invece, cento anni dopo, «è ancora dominata da vecchie anime, che molte volte albergano in corpi giovani».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 6/7/2018
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Leonardo Sacco, voce libera del Mezzogiorno

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ADDII / Lo storico scomparso a 94 anni ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale. È stato il più grande interprete dell’opera di Carlo Levi



Se ne è andato anche Leonardo Sacco, ultima grande voce del meridionalismo più intelligente e più critico, appassionato quanto ironico, mai autocommiseratorio, sempre poggiato sulle spalle larghe e forti di studi seri e di una visione del mondo autenticamente democratica e liberalsocialista. Dopo la scomparsa di Giuseppe Galasso, suo amico e autore della prefazione di uno dei suoi libri, Matera contemporanea, cultura e società, la morte di Leonardo Sacco, che fino a 94 anni ha continuato a leggere e a discutere («Vorrei anche scrivere, ma dovrei trovare qualcuno che batta a macchina le cose che dico, da solo non ce la faccio»), apre un vuoto, com’è accaduto nella nostra letteratura quando, uno dopo l’altro, se ne sono andati Pasolini, Calvino, Sciascia.
Leonardo Sacco è stato un uomo, un giornalista e uno storico di cui Matera, la Basilicata e l’intero Mezzogiorno d’Italia devono andare orgogliosi. Dal 1949, da quando conobbe Adriano Olivetti — «sceso» per la prima volta a Matera con l’intento di replicare qui il modello imprenditoriale-comunitario della sua Ivrea nel borgo La Martella, dove, risanati i Sassi, sarebbero andati a vivere una parte di quei 16 mila «cafoni all’inferno» —, Sacco ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale, all’idea cioè della effettiva unità del Paese: una sola Italia al posto di due Italie diverse e spesso contrapposte, certamente non omologata dalle Alpi alla Sicilia, ma necessariamente abilitata ad accedere alle stesse opportunità, ad avere le stesse infrastrutture — scuole, ospedali, strade, ferrovie, acquedotti —, a non emigrare più in massa al Nord e all’estero, come sta accadendo di nuovo oggi, con gli stessi numeri del secondo dopoguerra e soprattutto ai giovani diplomati e laureati.
Sacco è stato grande amico di Adriano Olivetti, di Rocco Scotellaro e dei meridionalisti Manlio Rossi Doria, Guido Dorso, Vittore Fiore, ma di Carlo Levi è stato un fratello, oltre che il migliore interprete in assoluto della sua opera (basti pensare a un altro libro di Sacco, L’Orologio della Repubblica, indispensabile per capire L’Orologio di Levi e i suoi personaggi reali — Alicata, Cancogni, Sereni, Valiani, Foa, Spinelli, Muscetta —, tutti coperti da pseudonimi nel libro e svelati da Sacco). Con Levi, Sacco ha anche discusso e dissentito, ma Levi era troppo intelligente per non capire quando aveva torto, e così per farsi perdonare regalava a Leonardo un suo dipinto. E Leonardo, spina nel fianco di democristiani e comunisti, ma per questioni concrete, non sulla chiacchiera ideologica, se anche si era scontrato con Levi, poi lo difendeva contro tutto e tutti, si chiamassero Mario Pannunzio, direttore de «il Mondo», sul quale Sacco scriveva (ma la gran parte dei suoi articoli li ha pubblicati con «La Gazzetta del Mezzogiorno» e con «Basilicata», da lui fondato), o Giulio Einaudi, quando l’editore disse, a proposito de L’Orologio, che dopo questa prova non sapeva cosa sarebbe rimasto di Levi come scrittore.
Naturalmente, il Mezzogiorno di Leonardo Sacco è anche quello del paesaggio, della buona urbanistica e della speculazione edilizia selvaggia. Se il suo libro Il cemento del potere. Storia di Emilio Colombo e la sua città, pubblicato nel 1982, avesse trovato la sceneggiatura di un Franco Rosi e di un Raffaele La Capria come per il film Le mani sulla città, oggi l’Italia saprebbe non solo del saccheggio edilizio di Napoli e di Palermo, ma anche di quello di Potenza. Leonardo non aveva timore di andare controcorrente. Era uno spirito critico libero e onesto.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22/6/2018

Una vita in rovesciata, il bomber che porta Gesù nel cuore

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Sport / Il volume fotografico di Tony Vece (Zaccara editore) narra le imprese del brasiliano Carlos França, idolo dei tifosi del Potenza, che ha sconfitto anche il cancro


Il gol in rovesciata – il corpo sospeso a mezz’aria, una gamba che sale a fendere l’aria per dare la spinta e vincere la forza di gravità e il piede dell’altra che colpisce la palla nell’unico attimo possibile per compiere il miracolo, come trasformare l’acqua in vino -, è il gesto tecnico più difficile, più rischioso e più spettacolare che possa fare un calciatore. Negli occhi di tutti c’è il gol di Cristiano Ronaldo alla Juventus nel quarto di finale di Champions League, la rovesciata perfetta, e tante altre se ne ricordano di non meno stupefacenti e perfette, da quelle di Gigi Riva e Roberto Boninsegna alle rovesciate di Cruijff e Pelè e Maradona. Ma il gol in rovesciata di Carlos França in Potenza-Cerignola del 15 ottobre 2017, campionato di Serie D, non è meno spettacolare e miracoloso di quello di Ronaldo e degli altri fuoriclasse come lui. E non è l’unico suo gol in rovesciata. Perché Carlos França è brasiliano e fin da bambino è cresciuto nel mito della rovesciata. L’ha provata tante volte in allenamento e persino sul materasso del letto di casa, senza palla e quando non lo vedeva nessuno, poiché il padre gli diceva che la sua vita sarebbe cambiata solo quando avrebbe fatto un gol in rovesciata.
Da dieci anni in Italia, Carlos França ha vinto il Pallone d’oro per la Serie D, grazie a una valanga di gol da Lecco a Legnago, da Rapallo a Cuneo, fino a Trieste e infine a Potenza, che quest’anno, a 38 anni, Carlos ha trascinato in Serie C e dove è diventato non soltanto un idolo calcistico, ma un esempio di vita, un simbolo di fede religiosa fuori e dentro il campo di gioco. Se quella di suo padre fu una profezia, ebbene, come tutte le profezie non va interpretata alla lettera, perché le profezie sono quasi sempre metafore, allegorie, rebus. Il gol in rovesciata che ha cambiato la vita di Carlos França, che l’ha appunto «rovesciata», e in meglio, è stata la sua battaglia contro un tumore alla colonna vertebrale. Doveva morire, invece ha continuato a far gol, con la potenza atletica di un ventenne. E quando ha segnato il duecentesimo, si è tolto la maglietta per mostrare la scritta sulla canotta: «200 volte gloria a Dio», perché per Carlos – che come Kakà, Felipe Melo, David Luiz, Nicola Legrottaglie fa parte degli “Atleti di Cristo” – la sua «rovesciata» è merito di Dio.
La sua storia è raccontata magnificamente nel libro fotografico Carlos França, bomber di Dio (Zaccara editore, 144 pagine, 22 euro) da Tony Vece, fotogiornalista, che chi scrive «pescò» quindici anni fa a Scanzano, in Basilicata, durante le proteste contro il sito unico di scorie nucleari che si voleva fare lì.
Da allora, Vece ha raccontato molte altre cose e molti altri luoghi attraverso la fotografia, soprattutto nei reportage e nelle inchieste del Corriere. E allo stesso modo ha raccontato Carlos França e il calcio, che è il suo grande amore e che Vece, prima di fotografare, ha vissuto in curva da tifoso ultrà del Potenza. Le 110 immagini del libro parlano da sole, non hanno bisogno di aggettivi e perifrasi che le spieghino, e questa è la forza delle fotografie di Vece, che colgono l’attimo fuggente, la prospettiva giusta, la luce che sprigiona solo chi crede che La vita è un miracolo, come in un film di Emir Kusturica.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 12/6/2018

I mangiaspaghetti di Lussemburgo che dopo il turno vincevano a calcio

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Riscatti / L’epopea della Jeunesse, squadra di minatori italiani, nel testo di Tonio Attino edito da Kurumuny



«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri». Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia – la Romagna -, e chi racconta la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani come lui mossi dalla fame è l’ultranovantenne Riccardo Ceccarelli. Il quale, tuttavia, proprio dentro quel «buco» e proprio sotto i fumi delle ciminiere di una delle acciaierie più grandi d’Europa, trovò un lavoro, una «patria» che lo ha rispettato e in cui hanno convissuto persone di centoundici nazionalità diverse, ma soprattutto trovò una vita degna e un futuro possibile per sé, i figli e i nipoti. E questo, nonostante la xenofobia che accolse Ceccarelli e tutti gli altri emigrati negli anni Dieci e Venti del Novecento e nonostante le tragedie della Prima guerra mondiale, della partecipazione alla resistenza contro i nazisti e della prigionia durante la Seconda. Poi, la ricostruzione del dopoguerra e la meritata «felicità» degli anni Sessanta e Settanta, quando, grazie alla fabbrica che marciava a pieno ritmo e al suo acciaio, che garantivano il salario e la serenità, si era ormai formata una vera «comunità», in cui due su tre erano italiani e il terzo forse era lussemburghese.
Questa comunità di italoqualcosa, in cui non c’era spazio per distinguere i nostri meridionali dai nostri settentrionali – tutti spaghettisfréisser und wëlle Bier, mangiaspaghetti e orsi selvatici, quando andava bene, o sbrigativamente tutti delinquenti – diventò essenziale per il piccolo Lussemburgo, perché la comunità italiana lavorava duro e bene. Ma diventò importante e addirittura rappresentativa dello Stato del Lussemburgo quando ebbe una sua squadra di calcio, la Jeunesse, la squadra degli operai e dei minatori.
I bianconeri della Jeunesse non sono soltanto la formazione più blasonata del Paese, ma sono riusciti, quasi senza volerlo, quasi naturalmente, come racconta Tonio Attino ne Il pallone e la miniera (Kurumuny, 160 pagine, 13 euro), a diventare un esempio autentico di agonismo sportivo fatto di turni in fabbrica e di allenamenti alla fine dei turni di lavoro nello stadio attaccato alla fabbrica, di amicizie vere, di mutuo soccorso, di concretezza ricca di sentimenti, di poesia che non ha bisogno di parole in versi.
Con una storia così, che ne contiene tante altre drammatiche e qualcuna persino comica e che si intreccia alla storia dell’industria e del lavoro, delle migrazioni e dell’Europa, del calcio dei poveri e di quello dei ricchi, dei singoli individui e della valigia in cui ognuno porta con sé il proprio sogno o la propria speranza, il rischio è la retorica. Ma Tonio Attino non cade mai nella trappola. Non solo grazie all’esperienza maturata in quarant’anni di giornalismo tra La Stampa e il Corriere del Mezzogiorno, ma anche e soprattutto perché conosce l’argomento, sa di cosa parla. Attino è pugliese di Taranto, dove i contadini e i pescatori, con l’avvento del siderurgico più grande d’Europa, invece di emigrare diventarono, nel felice neologismo di Walter Tobagi, i «metalmezzadri» dell’Ilva. E così, quando ha scovato e ricostruito questa storia, Attino, che aveva già scritto un ottimo libro, Generazione Ilva, sull’acciaieria tarantina, ha capito che doveva andare a Esch-sur-Alzette, la città dell’altro siderurgico, dove ha rintracciato molti dei protagonisti del pallone e della miniera. E dai luoghi visitati, dalle persone incontrate, il suo racconto ha tratto giovamento, freschezza, immediatezza.
I ricordi di chi c’era fanno riaffiorare le gioie, le paure, la conoscenza degli avversari, soprattutto i campioni, anche sul piano umano. Il Real Madrid di Puskas e Di Stefano, per esempio, è la signorilità dei «grandi» che sanno chiedere scusa ai «piccoli». Il Bayern Monaco di Beckenbauer, Maier e Müller è la freddezza dei tedeschi verso una Jeunesse poliglotta e zeppa di emigranti. La Juventus di Cabrini, Laudrup e Platini è l’aristocratica finezza dell’allenatore operaio Trapattoni che chiede ai suoi giocatori di non infierire a risultato abbondantemente acquisito. E poi lo storico risultato di parità, 1 a 1, della Jeunesse contro il Liverpool delle star – Keegan, Clemence, Hughes -, il 19 settembre 1973, al primo turno di Coppa dei Campioni. Non poteva essere raccontato che così, attraverso le testimonianze dirette delle parole di rimprovero che l’allenatore dei Reds, Bill Shankly, rivolse al capitano Hughes, indicandogli come esempio i giocatori della Jeunesse: «Guarda quelli lì, guardali bene. Domani loro andranno a lavorare in fabbrica».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/5/2018

Quelle vite aggredite dalle pale eoliche

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Paesaggi contaminati / Il rumore è assordante, l’intermittenza della luce provoca fastidiosi disturbi: siamo andati a Balvano, Potenza, dove due emigranti sono tornati a vivere. E si sono ritrovati questo davanti alle finestre. Perché qui intorno le turbine sono spuntate come funghi. La Puglia ha il numero maggiore, ma è la Basilicata che ha l’incremento più veloce


Balvano (Potenza)


Perché sulle Dolomiti trivenete non ci sono pale eoliche e sulle Piccole Dolomiti lucane invece sì? Non per il vento, che in Basilicata è molto più debole e in alcune aeree addirittura insufficiente a far ruotare eliche il cui diametro può arrivare a 60 metri. Non per la minore bellezza del paesaggio. Non per la morfologia delle montagne, che risalgono a 15 milioni di anni fa e le fanno molto assomigliare a quelle più famose del Nord, tanto da averne mutuato il nome. E allora perché lì non ci sono torri eoliche, e nessuno si azzarderebbe a piantarne, e invece in Basilicata (e in Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna, Molise, Campania — qui però fino alla legge regionale del 2016, che ha fermato lo scempio) l’eolico selvaggio si sta mangiando la terra e le montagne, riducendole a una wasteland di spettrali foreste di acciaio?
La Basilicata è irriconoscibile. Torri eoliche ovunque, alte anche cento metri, come palazzi di venti piani. O fungaie di pali di 20-30 metri (il cosiddetto «mini» eolico, turbìne al di sotto di 1 megawatt) addossati l’uno all’altro, senza regole né legge. Le torri, poco più di 500 fino all’anno scorso, adesso sono circa 700 e per un altro centinaio sarebbero già pronte le autorizzazioni. La Puglia è la regione italiana più devastata dalle pale eoliche, ma la Basilicata, con appena 10 mila chilometri quadrati di superficie e 560 mila abitanti sparpagliati in 131 Comuni, ha il primato dell’incremento più veloce di impianti in tutto il Sud, isole comprese, dove pure in sole 8 regioni si concentrano 6.400 delle 6.600 pale (dati 2017) che a volte sì, a volte no, girano in Italia.
Da Balvano a Ricigliano, a Ruoti, Pietragalla, Oppido Lucano, Tolve, Cancellara, Melfi, Venosa, Genzano, fino a Montalbano Jonico, una «tempesta di vento» sta stuprando il paesaggio sotto gli occhi di tutti, nonostante tutti sappiano che l’energia prodotta da questa fonte (per la quale lo Stato ha sborsato 1,7 miliardi di euro di sussidi a vario titolo nel solo 2017) incida soltanto per l’1,5 per cento sulla produzione nazionale totale di energia.
Quello della Basilicata è un caso esemplare, quasi perfetto, di convergenza di tutti i «fattori» necessari affinché lo scempio prosegua inarrestabile: i soldi, cioè il meccanismo di incentivi pubblici per l’eolico, che non ha paragoni nel resto del mondo; i poteri pubblici, con autorizzazioni di Comuni e Regione che comportano pesanti trasformazioni urbanistiche e sembrano fatte in serie; i privati, accecati dalle somme pagate dagli «sviluppatori», tra gli 8 e i 10 mila euro all’anno per vent’anni, con l’affitto di mille metri quadrati di terreno agricolo da «far fruttare» grazie alla torre eolica; il senso di inutilità delle denunce, considerata la inconsistente azione degli organi giudiziari; la forza di intimidazione, esercitata con minacce e pestaggi nei confronti di chiunque si opponga, agricoltori, cittadini e da ultimo i (pochi) giornalisti che osano raccontare cosa sta accadendo.
Balvano ha 1.800 abitanti e il 23 novembre 1980 fu uno degli epicentri del devastante terremoto dell’Irpinia (3 mila morti, 9 mila feriti, 280 mila sfollati). Quella sera, per la Messa delle 19.30 nella chiesa di Santa Maria Assunta c’erano 77 persone, 66 delle quali adolescenti. Morirono tutti. Sempre qui, il 3 marzo 1944, avvenne il più grave incidente ferroviario della storia italiana per numero di vittime. Il treno si fermò in una galleria, non riusciva a vincere la pendenza e 517 persone morirono come topi per l’ambiente saturo di monossido di carbonio.
Due tragedie che serve ricordare, perché piegarono la volontà anche di quelli che non volevano andarsene e che invece dopo questi lutti si arresero ed emigrarono in massa. Alcuni di loro, andati via che erano bambini, pur di tornare a vivere nella terra d’origine hanno impiegato i risparmi di decenni di lavoro per costruire qui la propria casa, sfidando la «sfortuna» di Balvano. Come hanno fatto Mario Bagnulo, 46 anni, per ventotto chef nel Nord Italia, e Giovanni Bovino, 56 anni, per trentaquattro ristoratore in Germania, rimpatriati con l’orgoglio di avercela fatta e carichi di ottimismo per il futuro. Ma proprio qui, in contrada Cupolo, in piena campagna, Bagnulo e Bovino invece che in paradiso si sono ritrovati all’inferno.
In un paio d’anni i signori dell’eolico selvaggio hanno circondato le loro case con decine di torri eoliche. I Bovino e i Bagnulo non riescono più a dormire e i loro bambini non vogliono nemmeno uscire a giocare all’aria aperta, soffrono come se vivessero in una metropoli caotica. Il rumore costante degli aerogeneratori — di cui ci siamo resi conto fermandoci qui per una giornata — penetra come un trapano nel cervello per 24 ore al giorno. A questo, si aggiunge l’effetto shadow flickering (sfarfallio dell’ombra): le eliche, girando, provocano una intermittenza luce-ombra che disturba la vista e può causare attacchi di epilessia fotosensibile.
Bagnulo e Bovino hanno denunciato tutto a tutti, all’Arpab (l’Agenzia regionale di protezione ambientale), al prefetto, agli uffici regionali e comunali e anche alla magistratura. Invano. Finora, a parte i cronisti del piccolo ma seguitissimo giornale «Basilicata24», nessuno li ha seriamente presi in considerazione. «Vogliono che ci arrendiamo per stanchezza — dicono a «la Lettura» — e che abbandoniamo le nostre case, o che magari ce ne andiamo di nuovo all’estero, così verranno zittite anche le poche voci che denunciano questa violenza contro la natura, il paesaggio e gli uomini». Ma se Bagnulo è combattivo e non demorde, e intende rivolgersi alla Commissione europea, e chiede che intervenga il capo dello Stato, e vuole scrivere anche al Papa, Bovino è scettico, deluso, stremato. Ci porta sotto a un pero fiorito, mostra il cappio che penzola da un ramo e dice: «Se non si risolve questa storia mi impiccherò qui, sotto le pale eoliche». La sua casa è circondata da 15 pale eoliche. Quindici. Concentrate in un solo ettaro di terra. Una pala ogni 666 metri quadrati.

Balvano, con Ricigliano, Muro Lucano, Bella, Avigliano, fino ad Acerenza, si trova in un luogo meraviglioso. Un’opera d’arte naturale di montagne e valli verdissime e di panorami che possono competere con quelli alpini e andrebbero tutelati allo stesso modo, come vuole l’articolo 9 della Costituzione, e che invece vengono sfregiati senza vergogna, come hanno fatto con Palmira i tagliagole dell’Isis.
Semplice il meccanismo ingannatore: si fraziona un terreno agricolo in tante particelle, che si fanno passare di mano con vorticosi cambi di proprietà, si presenta una Pas (Procedura abilitativa semplificata) o una Dia (Denuncia di inizio attività) e così una trasformazione urbanistica profonda, che cambia la caratteristica di centinaia di ettari di terreno da agricolo a industriale-commerciale, passa come fosse una piccola modifica interna di una abitazione privata. Niente Vas (Valutazione ambientale strategica) e magari una accomodante Via (Valutazione di impatto ambientale) ed ecco che sulle cime di Ricigliano lo sventramento della montagna per piantarci piloni alti 80 metri con fondazioni profonde venti, gli sbancamenti per aprire strade camionabili e tracciare cavidotti possono far nascere un «parco» eolico, pubblicizzato come fosse non un’area deforestata e violata, ma imboschita con nuove piante.

Se c’è una sentenza del Tar Basilicata che impone al sindaco, la massima autorità sanitaria del Comune, di bloccare le turbine che provocano danni acustici, non vale. E se ce n’è un’altra del Tar Marche che vuole l’impianto eolico a una distanza non inferiore a 300 metri dalla più vicina abitazione, non serve. Ma poi, dov’è qui la Regione? Dov’è il sindaco di Balvano? E quello di Tolve? E quello di Cancellara, che è anche un carabiniere in servizio e amministra un paesino di 1.200 abitanti che ha 120 pale eoliche, una ogni 10 persone?
La Regione Basilicata non ha ancora un Piano paesaggistico e una legge regionale e tarda senza motivo a dotarsene, cosicché il bluff della «energia pulita» è al tempo stesso l’El Dorado di piccole società con 10 mila euro di capitale sociale che fanno capo a fondi di investimento anonimi e la ghigliottina (letteralmente) che decapita le specie volatili migratorie e locali, come il nibbio reale, il corvo reale, il falco pellegrino, il rondone, il gheppio. Mentre il sindaco di Balvano, Costantino Di Carlo, e quello di Tolve, Pasquale Pepe — il primo del Pd ma alle ultime elezioni alacre sostenitore dei Cinquestelle, il secondo di An e velocemente passato alla Lega, con cui è diventato anche senatore —, puntano al consenso procurato dai soldi, quelli donati come «compensazioni» dalle imprese ai Comuni e quelli pagati dagli «sviluppatori» alla schiera di proprietari dei terreni agricoli da parcellizzare e riempire di torri eoliche.
Il vicesindaco di Balvano, Domenico Teta, per dire, è un esempio di trinità: da amministratore di «Tegest Energy srl» chiede l’autorizzazione per l’allacciamento dell’Enel agli impianti eolici della sua Tegest, come ingegnere cura la parte tecnica e come vicesindaco presiede la giunta comunale che deve deliberare, e che naturalmente approva: otto belle Pas per otto pale eoliche, esecutività immediata.
Non meraviglia quindi il silenzio generale che ha inghiottito il pestaggio del 15 marzo scorso subìto dall’agricoltore Giuseppe Fidanza e dai cronisti Giusi Cavallo e Michele Finizio di «Basilicata24», che a Tolve erano andati a visitare l’ennesimo cantiere di nuovi impianti eolici. Nemmeno l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa ne hanno parlato. Mentre il servizio pubblico televisivo, il Tgr Basilicata, lo ha addirittura derubricato a «lite», quando invece dalle immagini filmate con uno dei cellulari delle vittime, e messe in Rete, è evidente che si è trattato di una aggressione ancora più grave di quelle di Ostia (la testata di un membro del clan Spada a un giornalista Rai) e di Roma (lo schiaffo dell’ex ministro Landolfi a un cronista de La7). A Tolve infatti i picchiatori, che la Digos avrebbe identificato come i figli del titolare di una delle imprese che sta lavorando al nuovo parco eolico, hanno distrutto uno dei cellulari dei giornalisti — che dalla strada stavano fotografando i luoghi dei lavori — e poi li hanno inseguiti, e a calci e pugni hanno spaccato la testa al povero Giuseppe Fidanza. Un messaggio vigliacco e arrogante, come l’inarrestabile avanzata delle foreste di acciaio che stanno sfigurando il paesaggio lucano. Matera, però, è capitale europea della Cultura 2019.


Scheda / La situazione in Campania
La Campania, terza regione italiana per numero di pale eoliche, nel 2016, con la giunta De Luca, si è dotata di una legge regionale contro l’eolico selvaggio. Le aziende del settore hanno fatto ricorso al Tar, ma la Regione ha resistito in giudizio e ha riaffermato la necessità di evitare l’effetto-selva e di impedire la saturazione per tutelare il paesaggio. Il Tar ha riconosciuto che «il territorio è una risorsa limitata e non riproducibile, sicché se in tali zone è già stato realizzato un considerevole numero di impianti non può essere ritenuto irragionevole un divieto di ulteriori installazioni». La «risposta» è arrivata subito, con 7 attentati di stampo mafioso legati all’eolico selvaggio: mezzi incendiati, bombe e attentati a cabine e sottostazioni elettriche.


Carlo Vulpio, la Lettura, 29/4/2018
(ha collaborato Cosimo Forina)

Viva e sgargiante, l’altra Palermo

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Quattro pittori illuminano il volto più vero di una città ferita ma capace di riscattarsi


Palermo


Tutto ciò che può succedere nella vita di una città e di una comunità è già successo a Palermo. Se fosse vera l’idea della fine della storia, a Palermo la storia sarebbe finita da tempo. Invece non soltanto la storia di Palermo non è stata archiviata – magari presa in consegna dall’arte per essere sublimata e poi nobilmente archiviata -, ma è una storia che non si è mai fermata, non ha mai smesso di essere fertile come una donna feconda, e ha continuato a partorire figli, anche quando fare figli era un azzardo sia per chi li faceva sia per chi nasceva.
Tra i figli di Palermo che l’hanno lasciata perché persuasi – e con quanta ragione – che la «profezia» della fine della storia si era avverata qui, e che poi invece sono tornati a casa, forti della convinzione opposta, ci sono quattro artisti le cui opere vengono esposte fino al 25 aprile a Palazzo Belmonte Riso, sede del museo di arte moderna e contemporanea, con il titolo semplice e significativo «La Scuola di Palermo».
La «Scuola» sono loro, quattro ragazzi degli anni SessantaFrancesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Andrea Di Marco, quest’ultimo morto sei anni fa a 42 anni -, che avevano poco più di vent’anni nel famigerato anno di sangue 1992, picco stragista del terrorismo mafioso. La mostra, curata da Sergio Troisi con la collaborazione di Alessandro Pinto, è una retrospettiva di 80 dipinti dei quattro artisti, i quali raccontano, ognuno a suo modo, Palermo: non soltanto come luogo storico di saccheggio e di morte, di umiliazione e di riscatto, di stupri del paesaggio e di bellezza prepotente, ma anche e soprattutto come luogo universale di vita e di vitalità, di coraggio e viltà, luogo al tempo stesso realistico e visionario, in cui si ritrova a tinte più forti tutto quello che c’è e che accade nel resto del mondo, nel bene e nel male, per cui non si capisce perché debbano prevalere il male, il buio, la morte invece della luce, dei colori sgargianti, del richiamo della vita, come avviene nelle opere in mostra.
Per esempio, ne L’Idrovolante di Fulvio Di Piazza, in cui il velivolo è formato da squali che sorvolano la Conca d’Oro cementificata. O nel Paesaggio inutile di Alessandro Bazan, nel quale lo scenario del sacco edilizio palermitano è alleggerito e schernito dai coloratissimi vagoni di un treno da giostra con passeggeri nudi a bordo. Oppure nell’ironico Condom terrone di Andrea Di Marco, dove la prima parola sta per condominio ma anche per profilattico, con l’evidente allusione al suo utilizzo come copricapo per chi ha regalato alla periferia di Palermo, e per estensione alle periferie del mondo, edilizia kitsch mescolata a decorazioni a mosaico, a interni trash e a palme, cozze e vino bianco. O ancora, nel potente Naufragio di Francesco De Grandi, in cui il barcone in balia della tempesta con il suo carico umano che sta per essere rovesciato in mare mette a tacere ogni bestialità sui soccorsi a chi sta per morire, per qualunque ragione e in qualunque luogo. Mentre Broken Boy Soldier, ancora di Di Piazza, è un soldato in ginocchio fatto di alberi, prati, cespugli, più fantasy e molto più espressivo degli Ent, gli alberi parlanti de Il Signore degli Anelli.
Quest’anno Palermo è capitale italiana della Cultura e questa mostra può benissimo essere il suo biglietto da visita, poiché, dice Vittorio Sgarbi, autore della prefazione del catalogo, «è una imponente testimonianza che il momento più fertile dell’arte italiana in questo inizio di secolo è proprio la Scuola di Palermo». Per affermare il concetto, Sgarbi e la direttrice del museo Riso, Patrizia Valeria Li Vigni, nella sala dedicata alle opere di Jannis Kounellis, morto l’anno scorso, hanno ospitato i dipinti di Enrico Robusti, che è di Parma, ma che con i pittori della Scuola di Palermo, oltre all’età, ha in comune lo stesso «vitalismo sfrenato» che sfida la morte. E con questa trovata hanno resuscitato anche Kounellis e lo hanno iscritto di ufficio alla Scuola di Palermo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29/3/2018

Il velo nero della “Passione” si stende su tutta Ostuni

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Opera-paese / Strade e vicoli, piazze e balconi si animeranno la domenica delle Palme per la messa in scena del dramma del Golgota. Con la drammaturgia di Pietrangelo Buttafuoco



Ostuni (Brindisi)


Sarà impressionante, la domenica delle Palme, vedere e ascoltare migliaia di persone lungo le strade e i vicoli di una delle più belle città del Mediterraneo, Ostuni, scandire l’invocazione «Misericordia» per venti volte almeno, sulle note della famosa marcia funebre tratta dall’opera Jone di Enrico Petrella e quelle della canzone Malarazza, un sonetto di autore siciliano ignoto del XVIII secolo che negli anni Settanta fu riscoperta da Dario Fo nella sua versione originale e cantata da Domenico Modugno nella sua versione migliore.
Sarà impressionante vedere sfilare trecento persone – i musicisti della banda musicale di Ceglie Messapica, i cantori del CorOstuni e dei gruppi folcloristici Città di Ostuni e La Stella, i confratelli del Carmine, del Purgatorio, della Madonna dei Fiori, dello Spirito Santo e di Santa Maria della Stella, le cinque confraternite religiose della città – che suoneranno, canteranno, reciteranno, agiteranno ritmicamente le troccole e percuoteranno i tamburelli. E da sotto i «papamusce», i cappucci bianchi a cono con due fori all’altezza degli occhi, riproporranno E’ spirato, canto per il Venerdì Santo in dialetto ostunese degli ostunesi maestro Antonio Vincenti (musica) e sacerdote Paolo Orlando (versi), risalente ai primi del Novecento, smarrito per lungo tempo e poi ripescato dai giovani «cacciatori» di cultura e tradizioni popolari dell’associazione culturale Terra.
Sarà impressionante vedere tutto il paese, 32 mila abitanti, vivere la Passione di Gesù Cristo «da dentro». «Abbiamo dato vita a una grande “opera-paese” in cui il pubblico diventerà anche attore, nelle strade, nelle piazze, sui balconi», dice Pietrangelo Buttafuoco, autore della drammaturgia. La Via Dolorosa che da piazza della Libertà fino alle croci del Golgota – sul versante della collina che guarda il mare – non potrà essere relazione liturgica Dio-uomo né rito religioso, poiché questa Passione è rappresentazione laica, ma non potrà non essere emozione, sentimento, storia, tradizione, conflitto, mistero e umanissima caducità, fede, spirito, amore, contraddizioni, dubbi e certezze, rabbia, disperazione e solitudine, speranza, e ogni altra cosa che ognuno riesca a trovare nella Bibbia, tanto nell’Antico Testamento, che è la storia del patto tra Dio e il popolo ebraico cominciata con Abramo quattromila anni fa, quanto nel Nuovo, che è la storia della vita dell’ebreo Gesù, nato a Betlemme, in Giudea, e cresciuto a Nazareth, in Galilea.
A leggere il copione di Passione, inscenata dalla Compagnia d’Arte di Pietrangelo Buttafuoco, Mario Incudine e Antonio Vasta (i musicisti), a vedere il fervore con cui tutti lavorano a qualcosa, e a parlare con le decine di protagonisti di questa impresa – per la verità cominciata nel 2015, con la prima messa in scena curata dal regista e attore Vittorio Continelli, che conquistò la città con un appassionato (appunto) monologo -, questa quarta edizione di Passione si preannuncia ricca di altri incroci e suggestioni, di nuove contaminazioni, di affascinanti spunti di riflessione.
Intanto, dicono Beppe Moro, Giusi Pomes e Giunluca Zurlo, dell’attivissima associazione Terra, ci sarà anche una Passione junior, con tutti i bambini della scuola primaria che verranno coinvolti in una serie di attività didattiche durante la Settimana Santa e parteciperanno al coro della rappresentazione la domenica delle Palme. E poi, protagonisti di questa Passione non saranno soltanto i personaggi noti della tradizione biblica, né soltanto persone fisiche, né unicamente la religione cristiano-cattolica.
Protagonista immateriale di questa Passione, per esempio, sarà il dialetto siciliano. Scelta felice, perché, come spiega il bellissimo Dizionario dei dialetti italiani della Utet, il Salento (e Ostuni è in Alto Salento) è «area a vocalismo tonico siciliano», cioè ha un dialetto assai simile al siciliano, al punto da confondersi con quello, cosa che aiutò molto Domenico Modugno (cresciuto a San Pietro Vernotico, non lontano da Ostuni) quando cantava canzoni in siciliano, come la già citata Malarazza. Protagonista immateriale, e di quale importanza, sarà il Misericordia urlato dalla folla, che non è soltanto l’invocazione-Leitmotiv dell’opera, ma è la sintesi del Salmo 51, il Miserere, pietra miliare della teologia della salvezza per grazia di Martin Lutero, padre della Riforma protestante: «Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti».
Protagonista materiale, invece, sarà un enorme velo nero di 300 metri quadrati che alla fine avvolgerà tutta la scena del Golgota, le tre croci con Gesù e i due ladroni e un Ponzio Pilato reticente anche da «pensionato», quando dirà di non ricordare chi fosse Gesù. Il Pilato smemorato è tratto di peso dal racconto Il procuratore della Giudea di Anatole France – con Michail Bulgakov e Giovanni Papini uno dei tre protagonisti «occulti» dello spettacolo -, e risponde proprio così, con un secco «No, non ricordo», quando il «playboy» Elio Lamia, in esilio dorato in Campania per aver insidiato troppe donne patrizie a Roma, chiede a Pilato di Gesù. E glielo chiede, Lamia, non perché interessato a Gesù, che a malapena sa chi sia, ma perché vuol sapere se è vero che la fascinosa «danzatrice siriana» che lo aveva ammaliato in Giudea, Maddalena, avesse davvero mollato tutto per seguire quel «taumaturgo di Nazareth», quel Gesù che Pilato poi avrebbe processato e condannato. Ma a questo punto della conversazione scatta la risposta dell’ormai ex procuratore Pilato, che con il suo «No, non ricordo» chiude il discorso. «In quel medesimo istante – dice Buttafuoco a “la Lettura – si aprirà il grande velo nero che tutto deve ricoprire, nascondere, rinchiudere».
Leonardo Sciascia, che lo tradusse e lo commentò, disse che questo racconto di Anatole France è il racconto perfetto. E Buttafuoco lo utilizza come e più de Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, in cui Pilato è al contrario tormentato e quasi in crisi di coscienza, e della Storia di Cristo di Giovanni Papini, poderosa, lirica, bella, pur con le sue cadute antisemite come «il verminaio di circoncisi», «l’Ebreo dalla molte tasche che raccatta i denari figliati dai trenta sicli di Giuda», o «gli ebrei sui quali deve ricadere, per espressa volontà dei padri, il sangue di Cristo» (ma Papini scriveva negli anni Venti…).
Protagonista di questa Passione è anche lo stesso autore, Pietrangelo Buttafuoco alias Giafar al-Siqilli, cioè Giafar di Sicilia, il nome del condottiero arabo di origine siciliana che nel X secolo conquistò il Nord Africa e che Buttafuoco ha assunto da quando, alcuni anni fa, si è convertito alla fede musulmana, ricavandone ironie e sarcasmi, e finanche accuse e sospetti di fascioislamismo. Tranquilli, in questa Passione non c’è ombra del jihad. Semmai, essa è molto più inquadrabile nel suo opposto, il jadid, la corrente riformatrice islamica che in Asia centrale tra Ottocento e Novecento cercò di avviare una riforma della società islamica dall’interno, con lo studio e la libera interpretazione delle scritture islamiche (e infatti si scontrò con il totalitarismo sovietico, e Stalin nel 1940 fece fucilare uno dei suoi esponenti di spicco, Mirsaid Sultan-Galiev…).
Questo per dire che non è facile, ma è possibilissimo, che un musulmano riesca a mettere in scena una vicenda ebraica e cristiana, «aggregando» i tre monoteismi dal carattere esclusivista che ancora oggi si confrontano e si affrontano soprattutto nel bacino del Mediterraneo, e quindi anche a Ostuni. Dove, dicono i giovani dell’associazione Terra, «non possiamo non dirci, crocianamente, cristiani», e dove, nel 1799, si aderì con tutto il corpo e l’anima alla Rivoluzione napoletana, piantando l’Albero della libertà sull’esempio della Rivoluzione francese, e poi, nel 1833, si costituì una sezione della Giovine Italia, e infine, nel 1860, si fu tra i primi in Puglia ad abbattere i simboli dei Borbone e a combattere, sconfiggendolo, il loro esercito. Questa Passione di Ostuni, dunque, è un’opera-paese in tutti i sensi, perché è anche passione e religione popolare e civile.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/3/2018

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