IN SINT[F]ONIA CON IL FUTURO – Arena di Verona, 12 settembre 2014. Dietro le quinte del concerto dell’Azerbaigian per l’Italia

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IN SINT[F]ONIA CON IL FUTURO – Arena di Verona, 12 settembre 2014. Dietro le quinte del concerto dell’Azerbaigian per l’Italia. Le prove dell’Orchestra italiana del Cinema con i maestri Yalchin Adigezalov e Daniele Belardinelli, di Al Bano, Azer Rzazadeh, Aygun Bayramova e il Trio Garabag. Allo spettacolo, condotto da Carlo Vulpio, hanno assistito più di 8.000 persone


L’invaiatura e altri 25 motivi per amare le olive

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Cultura materiale / L’agronomo Cosimo Damiano Guarini con “Lovolio” illustra un patrimonio italiano
cover olio


E’ un prezioso libretto che avrebbe fatto la gioia di Fernand Braudel, centrato com’è sulla «cultura materiale» della coltivazione dell’ulivo e della produzione dell’olio, prima nella Mezzaluna fertile e poi nel Mediterraneo. Ma è anche un libretto che piacerà ai bambini, perché l’ultima parte, VocabOleario, è dedicata a loro, con ventisei voci e altrettanti disegni che li appassionino proprio a quella cultura materiale che non si studia a scuola e che si va perdendo, quando invece è utile e necessario sapere, per esempio, che l’invaiatura, essendo «la fase più importante della maturazione delle olive, quella in cui la buccia passa dal verde al rosso-violaceo», è il periodo in cui si ottiene l’olio migliore per gusto e caratteristiche nutrizionali.
Dell’olio di oliva, fin dall’antichità, si conosce, oltre all’uso alimentare, quello per la filatura e la tessitura delle stoffe, per la produzione di sapone, per la pulizia e la cura del corpo. E si sa anche che è alla base della celebratissima dieta mediterranea, nel 2010 inserita dall’Unesco nel patrimonio immateriale dell’umanità. Ma non si sanno un sacco di altre cose, che invece Lovolio di Cosimo Damiano Guarini pubblicato dalle edizioni Olio Officina di Milano (pp. 173, 15 euro) ci fa scoprire, grazie alla competenza e alla passione dell’autore, un giovane agronomo che lavora nell’Oleificio cooperativo di Ostuni, in Puglia, e grazie ai contributi autorevoli di uomini di scienza quali Massimo Marianetti, Maurizio Servili, Carlo Franchini, Franco Mandelli ed esperti di settore come Luca Crocenzi, responsabile del mercato dell’olio di oliva nella Borsa merci telematica italiana. Dalla polifonia interdisciplinare di Lovolio si capiscono molte cose, che dovrebbero essere patrimonio culturale comune. Invece a malapena sappiamo cos’è l’olio extravergine di oliva, figuriamoci se sapremmo darne la definizione corretta, «l’unico grasso vegetale estratto attraverso processi meccanici», dalla quale passano non solo millenni di cultura agricola e alimentare (fino alla contemporanea «nutraceutica»), ma anche commerci e affari (sia leciti che truffaldini) miliardari. Sapere che la prima raffineria impiantata da Carlo Agnesi a Oneglia, in Liguria, nel 1820, avviò il processo che nel Novecento avrebbe portato alla commercializzazione dell’olio di oliva in lattina, significa capire che ci fu una rivoluzione alimentare, che prima cambiò le abitudini delle popolazioni della Pianura Padana e poi, attraverso l’insegnamento degli emigranti, anche quelle dei «barbari» degli Stati Uniti, dell’Australia e persino della Nuova Zelanda.
Anche l’Italia però, ex primo produttore mondiale di olio di oliva (oggi lo è la Spagna), vive le sue contraddizioni. Una su tutte: è al tempo stesso il primo esportatore e il primo importatore di olio. Come mai? Colpa della rincorsa al ribasso del prezzo dell’olio e dell’invasione di olio comunitario ed extracomunitario, «magari in belle bottiglie dal nome italiano», che di italiano – non solo nell’origine del prodotto, ma anche nel modo di lavorarlo – non hanno nulla, visto che tutti i grandi marchi nazionali sono passati in mani straniere. Gli Etruschi invece non si facevano ingannare, importavano solo olio greco. Mentre i Romani, imparata l’arte, fecero in modo che in ogni villa vi fosse un uliveto e un frantoio.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 15 settembre 2014

Antonio, tradito dalla terra che non voleva abbandonare / La pioggia e il fango devastano il Gargano

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Imprenditore agricolo, si era rifiutato di emigrare. Aveva 24 anni, travolto con la sua auto dentro un canale di scolo


CARPINO (Foggia)
Non è vero che è stato imprudente e che abbia voluto proseguire a tutti i costi, con la sua auto, sulla strada attraversata dal fiume d’acqua per andare a lavorare nell’azienda di famiglia. Antonio Facenna stava semplicemente tornando a casa. L’azienda in cui lavorava con i genitori, infatti, era anche la sua casa e si trova a Carpino, in pieno Parco nazionale del Gargano, sulla strada tra Vico del Gargano, dove Antonio è nato, e Coppa Rossa. Era figlio unico, Antonio, e aveva 24 anni. La sua Renault Clio è stata travolta dall’acqua e ritrovata l’altro ieri a Canale Puntone, trascinata a sei chilometri di distanza, completamente ricoperta di fango. Sono stati i sommozzatori a ritrovare il corpo e, ieri sera, la prefettura di Foggia ha confermato che si trattava proprio di lui, Antonio, quel ragazzo che a Carpino era diventato un esempio da seguire per l’attaccamento alla sua terra.
Studente, Antonio Facenna dopo le superiori aveva deciso di dedicarsi all’allevamento e all’arte della lavorazione del caciocavallo podolico, una prelibatezza da buongustai, perché si ricava dal latte della vacca podolica, razza proveniente dalla regione ucraina della Podolia. Antonio, per questa sua passione e per la determinazione di continuare a tener viva la tradizione di famiglia fino dai suoi bisnonni, si è anche meritato un documentario del Carpino Folk Festival, una manifestazione legata a uno dei più grandi autori di musica popolare, Matteo Salvatore, per il quale Italo Calvino disse: «Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare». Antonio non componeva musica né scriveva canzoni, ma la sua era lo stesso poesia. A rivederlo in quel documentario, la gente si commuove per la leggerezza e la convinzione con cui parla di latte, pascoli, formaggi, mucche e lavoro non come condanna, ma come strada per realizzare se stessi ed essere in qualche modo anche felici.
Non è stato però facile per lui coltivare questa passione e presentarsi al prossimo con queste credenziali. Diceva, per una forma di pudore, di frequentare l’università fuori e di tornare in azienda a lavorare solo durante le vacanze o i periodi in cui gli impegni di studio glielo consentivano. Non voleva che la gente lo burlasse o lo considerasse «non riuscito». Sapeva bene che ancora oggi un ragazzo che si sporca le mani con il lavoro agricolo non è esattamente un ragazzo ambìto e davvero rispettato come tutti gli altri. Colpa dell’ignoranza e dei pregiudizi che ancora resistono e che adesso tutti cercano di negare, come se non ricordassero quanta fatica ci sia voluta a convincere Antonio a prender parte a quel documentario che celebra la sua scelta e la offre come esempio di una emigrazione rifiutata. Anche dicendo la piccola bugia dello «studente fuori sede». Ora si strappano tutti i capelli, e forse è per questo che qualcuno ha tolto quel video da YouTube.


Un morto e un disperso, un migliaio di turisti evacuati. Auto e roulotte trascinate in mare. In cinque giorni è caduta la stessa acqua che in un intero autunno: non accadeva da 80 anni


PESCHICI (Foggia)
Sette anni fa fu il fuoco. Un gigantesco incendio che mise in fuga duemila turisti e fece tre vittime. Adesso è l’acqua, caduta dal cielo come non avveniva da ottant’anni – tanta pioggia in cinque giorni quanta non se n’era vista in tutto l’autunno scorso -, che ha fatto scappare più di mille turisti e ha ingoiato due persone, Antonio Facenna, un ragazzo di 24 anni, e il settantenne Vincenzo Blenxs, ufficialmente ancora «disperso». L’anno scorso e nel 2001, invece, fu la terra a tremare – qui, avviene con una certa frequenza – e a mettere a dura prova la resistenza del promontorio del Gargano con scosse che non hanno ucciso, ma ne hanno lavorato i fianchi e hanno lasciato i segni.
Per sua fortuna il Gargano è geomorfologicamente come un pugile solido, se va al tappeto si rialza e continua a combattere, difficile assestargli il colpo del knock down. Ma anche un boxeur così coriaceo non può resistere all’infinito alla potenza del fuoco, dell’acqua, della terra, e ridursi a sperare che un giorno non venga a saggiarne la fibra anche l’aria, magari con la forza devastante di un uragano. Gli incendi del 2007 furono accidentali ma anche dolosi, con la finalità di bruciare per costruire anche nei posti più improbabili. L’alluvione di questi giorni invece è stata un fenomeno naturale, è vero, ma il deflusso delle acque, l’esondazione di canali e torrenti, le frane e gli smottamenti, le undici strade interrotte, hanno dimostrato che quando non ci si prende cura della terra, dei corsi d’acqua, delle strade, e quando si costruisce fin sotto i costoni delle montagne, una sola pioggia torrenziale basta e avanza a trasformare i punti critici in punti tragici. Anche se a proteggerti hai i tronchi e le radici degli alberi della Foresta Umbra e tutto il sistema boschivo e i pascoli del Parco nazionale del Gargano.
Anche ieri, come sette anni fa, la gente si è sentita in trappola ed è scappata via terrorizzata. I campeggi, gli alberghi, i resort, che già se la son dovuta vedere con una stagione turistica menomata dalla recessione economica, si sono trasformati in luoghi di pena. «Il dissesto non solo uccide e devasta territori ma aumenta il debito pubblico – ha detto Erasmo D’Angelis, coordinatore della task force di Palazzo Chigi -. Solo negli ultimi 7 mesi i nubifragi e gli allagamenti hanno causato vittime e sfollati e prodotto 3,4 miliardi di danni e devastazioni». Le località più colpite – Peschici, San Menaio, Rodi Garganico e Vieste sulla costa, Vico del Gargano, Carpino, San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo all’interno -, hanno vissuto giorni di panico, con l’acqua alla gola è il caso di dire, e gli sfollati a decine, i sindaci in difficoltà, i bambini in lacrime, le auto e le roulotte trascinate in mare, i soccorritori ammirevoli nell’abnegazione, ma impantanati anche loro nel fango e sempre con gli occhi rivolti al cielo nella speranza che smettesse di diluviare. Poi però è andata via anche la corrente (a 5 mila utenze), le linee telefoniche si sono interrotte, in qualche comune l’acqua ha rotto le condotte del gas e persino il segnale dei cellulari si è affievolito. E in tutta l’area colpita dal maltempo è calato un silenzio irreale.
A San Marco in Lamis, dove gli sfollati sono al momento 150, i danni avrebbero potuto essere ancora più gravi, forse catastrofici, se negli anni passati non fossero stati costruiti muri di contenimento nella parte più alta del paese – ecco un esempio di previdenza e di cura dei luoghi – e non si fosse intervenuti con i lavori necessari sul Canale della Schiavonesca. Ma altrove, nelle campagne, nella marine e nei paesi colpiti, le chiacchiere su fratello fuoco del 2007 sono state ripetute uguali e precise di fronte a sorella acqua del 2014. E se ci si lascia tentare dal fracking – quelle robuste iniezioni di acqua nel sottosuolo e nel fondale marino per cercare ed estrarre quello scarso petrolio che forse c’è, ma è spurio, scambiando il Gargano e l’Adriatico per il Nord Dakota – tra qualche anno ascolteremo le stesse chiacchiere anche per sorella terra.
Lo dicono tutti, ma proprio tutti, i geologi che conoscono ogni faglia e ogni budello del Gargano e del mare che lo bagna, due tesori che hanno fatto di questi luoghi una delle più apprezzate mete turistiche d’Europa, e che giustamente adesso tornano a invocare l’istituzione della figura del «geologo condotto», proprio come il veterinario o il medico pubblico per la cura di animali e persone. In questi giorni di pioggia, invece, il Gargano è diventato nero, cupo, disperato, impotente. Gli ombrelloni scaraventati via dal vento, le baie dalla sabbia fina e dorata trasformate in pantani di fango, le roulotte rovesciate e sfasciate dalla furia dell’acqua, e quei due elicotteri della Guardia forestale che ronzavano nell’aria alla ricerca del povero Vincenzo «disperso» e che in tutto questo disastro, se lo rintracciassero, forse non avrebbero nemmeno un punto sicuro sul quale atterrare. Mentre per l’altra vittima, Antonio Facenna, son dovuti intervenire i Vigili del fuoco e i sommozzatori, che lo hanno ritrovato dopo un giorno di ricerche. Le condizioni del tempo sono leggermente migliorate e le previsioni lasciano ben sperare, ma il sindaco di San Marco in Lamis, Angelo Cera, confessa di aver avuto paura, tanta paura. «Non ho vergogna a dirlo – ammette -. A un certo punto non sapevo cosa fare, temevo per la vita delle persone. Ho anche usato le sirene e gli altoparlanti, ma vedevo scendere tanto fango. Una cosa impressionante».
Ma anche questa volta, il Gargano ha resistito.


Carlo Vulpio (ha collaborato Lucia Casamassima)
Corriere della Sera, 7 settembre 2014

LA VIA DEL GAS / Quattromila chilometri dall’Azerbaigian all’Italia: è il corridoio euroasiatico. Dieci miliardi di metri cubi di metano all’anno in arrivo dal 2019

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La realtà romanzesca / Il killer incastrato dal necrologio con i versi di una canzone dei Litfiba

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La morte di Maria Pia, che aspettava un bambino

Fu un necrologio a tradire l’assassino. Quello che lui stesso fece affiggere, nella migliore tradizione dei paesi del Mezzogiorno d’Italia, su tutti i muri di Gravina di Puglia per testimoniare pubblicamente il suo personale, profondo, invincibile dolore per la morte della sua ex fidanzata, Maria Pia Labianca, vent’anni, studentessa di Psicologia a Padova. Un necrologio strano, inconsueto, eccentrico. «Pensieri giganti mi spingono avanti/ Sfiorarsi da amanti è il sogno di tanti/ La voglia che cresce è una spina che esce». Nessuno riuscì a decifrare subito la provenienza di quei versi: erano i suoi, di Giovanni Pupillo, che poi si scoprirà essere stato il carnefice di Maria Pia, o erano una citazione? E da quale poesia, da quale libro era andato a prenderli Giovanni, che nei suoi ventidue anni di vita non era mai stato uno studente brillante, né aveva mai avuto una particolare passione per la letteratura?
Non ci volle molto per esaudire la curiosità che quel necrologio suscitava. Bastò chiedere a qualcuno dei ragazzi che a centinaia quel giorno partecipavano al funerale di Maria Pia. Non si trattava propriamente di versi, ma della strofa di una canzonetta rockeggiante, intitolata Sexy Dreams e cantata dai Litfiba, gruppo in voga tra i ventenni di allora. Che cosa strana quel necrologio. Strana come la rosa blu posata da Pupillo sulla bara bianca di Maria Pia in cattedrale, l’unico fiore, e l’unico di colore blu tra le migliaia di quel giorno, ad aver avuto l’onore di poter essere adagiato sul feretro della ragazza proprio dalle mani di colui che l’aveva uccisa e che adesso, posando quel fiore davanti a tutti, le sussurrava: «Ti ricordi, Maria Pia?». Una frase così semplice e così toccante che non poteva restare appesa nell’aria senza che Giovanni la riportasse sulla terra e la offrisse al suo pubblico. E Giovanni fece esattamente questo, accusando un mancamento e lasciandosi svenire fin quasi a crollare al suolo, ben sapendo di cascare tra le braccia dei suoi parenti, che gli erano sempre accanto per evitare che il dolore gli facesse commettere «qualche fesseria».
La «fesseria», e quale!, Giovanni Pupillo l’aveva già commessa nella notte tra il 24 e il 25 febbraio del 1999, quando telefonò a Maria Pia e le chiese di andare a trovarlo per un chiarimento sulla loro relazione ormai finita e poi la soffocò. Non la strangolò, ma la soffocò, perché non dovevano rimanere segni sul corpo della ragazza. Già cadavere, Maria Pia venne poi trafitta con una precisa coltellata al cuore e fatta ritrovare in una casa abbandonata della periferia, per terra, nuda, supina, e con le braccia aperte come Gesù Cristo in croce. Il rudere, isolato, era conosciuto da tutti come «la casa degli spiriti» e i suoi frequentatori ne imbrattavano le pareti senza risparmio con scritte sconclusionate più che «sataniste». Ma il luogo si rivelò ideale per la messinscena del rito satanico conclusosi con un sacrificio umano. Una rappresentazione perfetta, che confuse le idee a tutti, anche agli investigatori, da quel momento finiti prigionieri di un labirinto senza uscita in cui tutto era un’illusione ottica: le ipotesi, i depistaggi, le testimonianze vere e quelle false, i silenzi e gli indizi, e persino la stessa morte di Maria Pia. Il numero dei possibili assassini aumentava ogni giorno, l’elenco delle persone sospettate di aver avuto un ruolo nell’omicidio di una ragazza così serena e benvoluta da tutti cambiava di ora in ora, ognuno diceva la sua, ma nessuno, tra quelli che potevano e dovevano, pensò di fare la cosa più semplice, e cioè chiedere e ottenere subito i tabulati telefonici, poiché la notte in cui fu uccisa, Maria Pia chiese aiuto con il suo cellulare, che subito dopo uno straziante «Papà aiutami! Aiutatemi» si ammutolì.
Le cose presero un’altra strada quando l’autopsia rivelò che Maria Pia era incinta, al secondo mese, del suo nuovo fidanzato, studente anch’egli, e che aveva progettato di informare della novità i suoi genitori, tornando a sorpresa a Gravina perché era sua intenzione non interrompere la gravidanza. Troppo per Pupillo e per il personaggio che interpretava. Lui era il duro, possessivo, spietato, freddo Giovanni Pupillo, e se voleva ripresentarsi davanti a se stesso a testa alta doveva punire quella ragazza che a lui aveva preferito un altro. Era sua, Maria Pia, e di nessun altro. E tale doveva rimanere. Per sempre. Lei, lui e il suo delirio di «pensieri giganti», di «voglia che cresce» e «spina che esce».
Pupillo prima ha confessato e poi ha ritrattato, ha detto e contraddetto, si è smentito ed è stato incastrato da prove e testimonianze difficili da demolire, ma non è stato giudicato pazzo. Dopo un processo durato ben quattordici anni, un tempo enorme per come stavano le cose, Pupillo è stato condannato a ventuno anni di carcere. Sei anni li aveva scontati, poi è tornato libero per scadenza dei termini e l’anno scorso, dopo la sentenza definitiva, è tornato in prigione per scontare gli altri quindici anni. Uscirà nel 2028, quando avrà 51 anni. E sarà un’altra persona.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14 agosto 2014

La realtà romanzesca / Nadia uccisa dalle compagne dopo un ordine arrivato in sogno

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Un omicidio senza movente studiato per sembrare un suicidio


«Ci vediamo oggi pomeriggio a casa mia», disse Anna Maria Botticelli alle sue compagne di classe Nadia Roccia e Mariena Sica quando le porte dell’autobus si aprirono e gli studenti scesero a Castelluccio dei Sauri, duemila abitanti a mezz’ora di strada da Foggia. Era il 14 marzo 1998. Una giornata come le altre, solo un po’ più fredda. Le tre ragazze studiavano all’istituto magistrale «Poerio», si conoscevano fin da bambine ed erano così unite tra loro da formare un trio compatto, a scuola e fuori. Quel giorno, dovevano vedersi nel garage della casa di Anna Maria per lavorare a una tesina per gli esami di maturità. Nadia non sospettava che invece proprio per quel giorno le sue due amiche del cuore avevano preparato il suo omicidio in ogni particolare, compresa la messinscena che lo avrebbe fatto apparire un suicidio.
Nadia arriva a casa di Anna Maria con i libri sotto il braccio, si siede e comincia a leggere ad alta voce. E’ un attimo. Mariena, come un’ombra, si porta alle spalle di Nadia e stringe la sua sciarpa intorno alla gola dell’amica. Il cappio è perfetto, Mariena ci mette tutta la forza, ma non ce la fa a strangolare Nadia da sola. Per ucciderla, deve intervenire anche Anna Maria, la leader del gruppo, la più bella, lunghi capelli biondi e occhi azzurri che hanno annientato le difese di tanti coetanei. Quando stringe le mani al collo di Nadia, Anna Maria, l’angelo, si trasforma in demone e per Nadia non c’è pietà.
Le due assassine adesso passano a inscenare il suicidio. Una corda, per far credere che Nadia si sia impiccata, e una lettera d’addio dattiloscritta – con la firma autentica di Nadia, che le due amiche le avevano fatto mettere come per gioco su un foglio bianco –, in cui Nadia confessa di essersi tolta la vita perché innamorata di Anna Maria e incapace di sopportare la vergogna della propria omosessualità. Poi, l’allarme: ci siamo assentate per qualche minuto, siamo andate a comprare delle patatine, ma quando siamo tornate Nadia non ci ha risposto, di sicuro si sarà sentita male, presto venite, bisogna aprire il garage. Accorrono tutti, familiari e vicini, forzano la saracinesca del garage e trovano Nadia a terra, senza vita. Accanto a lei, la corda. Sul tavolino, tra i libri, la lettera d’addio.
All’improvviso, Castelluccio dei Sauri, il cui unico diversivo alla noia – come suggerisce il nome del paese – sono le corse dei cavalli all’ippodromo, più o meno truccate da imbroglioni foggiani e napoletani, si riscopre più torbida di Twin Peaks, la apparentemente tranquilla cittadina immaginaria degli Stati Uniti in cui è ambientata la serie tv di David Lynch, fra thriller e soprannaturale, che in quegli anni riscuote un grandissimo successo.
Come a Twin Peaks, anche a Castelluccio dei Sauri tutto – vere o false storie di sesso, di droga, di satanismo balordo, di invidie e piccoli ricatti – si svolge ed è avvolto in un clima di pesante mistero. Ma il mistero dell’assassinio di Nadia è ancora più oscuro e indecifrabile di quelli di Twin Peaks, perché non verrà mai risolto, nemmeno dopo la confessione delle due amiche. La bionda e la bruna, come vennero soprannominate Anna Maria e Mariena quando per loro i criminologi ipotizzarono un caso di «follia a due» – la schizofrenica Anna Maria che plagia la depressa Mariena -, confessano l’omicidio, è vero, ma non le ragioni per cui lo hanno commesso. Prima esaltano la bellezza di Lucifero e il loro legame «forever», come scrivevano nei bigliettini che si scambiavano, e tutti pensano a giochi e riti satanici, anche perché in una intercettazione si lasciano sfuggire che al delitto hanno partecipato cinque persone. Poi raccontano di una presunta e ingombrante omosessualità di Nadia. Poi ancora di una promessa non mantenuta da parte di Nadia, che doveva aiutarle a fare un viaggio in America perché lì aveva uno zio che le avrebbe ospitate. Infine dicono di essersi decise a uccidere Nadia per esaudire il desiderio del papà defunto di Mariena, che compariva spesso in sogno ad Anna Maria e le chiedeva, quasi le ordinava, di uccidere Nadia.
Troppi moventi, e tutti deboli. Ma poiché la sentenza di condanna alla pena dell’ergastolo in primo grado – poi ridotta a 25 anni e, infine, nel 2003, a ventuno anni – non poteva essere priva di un movente, i giudici hanno accolto la tesi del «movente onirico». Cioè proprio il meno credibile, che non svela il segreto di questo delitto e fa di questa storia uno di quei rari casi della letteratura criminale classificati come «delitto senza movente».
Nel 2019, a fine pena, Mariena Sica sarà una donna di 37 anni e tornerà libera. Anna Maria Botticelli invece non è più in carcere da tempo, si è ammalata di sclerosi multipla e sopravvive su una sedia a rotelle in un paese del Nord Italia. Nadia Roccia, lo diceva anche nelle discussioni a scuola, era contraria alla pena di morte, che invece i suoi familiari e quasi tutto il paese invocavano durante il processo. Ora però sarebbe giusto che qualcuno sveli il vero segreto della sua morte.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31 luglio 2014

A ciascuno il suo factotum. Archinà per Vendola. Petronella per Carofiglio. Voti ed elogi a governatori e scrittori per mancanza di prove

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Peccato che si arrivi a conoscere certe cose sempre «dopo», ma ora sappiamo che la Tradeco, azienda leader di raccolta e smaltimento dei rifiuti nel Sud Italia e non solo, consorziata con la Cogeam della signora Emma Marcegaglia (ex presidente Confindustria e attuale presidente Eni), faceva la campagna elettorale non soltanto per Nicola Vendola di Sel (definito dalla Marcegaglia «il miglior governatore regionale d’Italia», e ti credo…), ma anche per il magistrato e poi senatore del Pd, nonché scrittore (per mancanza di prove), Gianrichetto Carofiglio.
Correva l’anno 2008 e c’era la campagna elettorale per le elezioni politiche. E tra Spinazzola e Poggiorsini (Puglia, provincia di Barletta-Andria-Trani) Cogeam-Tradeco voleva a tutti i costi una discarica in contrada Grottelline, tra un sito neolitico, una masseria dei Templari e una sorgente di acqua minerale.
In verità, quella discarica, i soggetti su citati e i loro aedi in Regione Puglia (l’altro magistrato-assessore Lorenzo Nicastro e la irriconoscibile urbanista Angela Barbanente) la vogliono ancora, ma sono tanti gli imbrogli, e le carte truccate, e le perizie contrarie, e persino i furti (intere memorie trafugate dai computer degli uffici regionali), che difficilmente lo sciagurato progetto verrà realizzato. A meno che Vendola&C non mandino lì i carri armati. Ma negli ultimi tempi, vista la mala parata, come e peggio delle sue risatacce a telefono con il factotum dell’Ilva, Girolamo Archinà, a cui faceva i complimenti per aver strappato di mano il microfono a un cronista che chiedeva conto ai Riva dei morti di cancro a Taranto e dell’inquinamento dell’Ilva, Vendola sembra voler tornare sui propri passi e, forse, addirittura fermare il progetto di discarica per il quale si era battuto anima e corpo, fino ad affermare il falso e a lanciare accuse false e infamanti nei confronti di chi osava dissentire e raccontare una storia molto, ma molto diversa da quella che propinava lui. Staremo a vedere. Speriamo.
Ma Gianrichetto Carofiglio, ormai ex magistrato (ecco, questa è forse l’unica cosa buona che ha fatto: dimettersi dalla magistratura) cosa c’entra con la discarica di Grottelline? Diciamolo subito, non c’entra nulla. Né è una colpa che Carofiglio sia molto amico di Vendola, il quale è anche molto amico della moglie di Carofiglio, Romana Pirrelli, un altro magistrato, pm nello stesso distretto giudiziario del marito oltre che nella circoscrizione in cui l’ex magistrato fu eletto. Pirrelli però si teneva per anni nel cassetto le querele contro Vendola (la mia, per esempio, e proprio, ohibò, sui fatti di Grottelline) e le tirava fuori per astenersi dal trattare il caso solo quando costretta da un esposto inviato al procuratore generale. Ma poiché le colpe delle mogli non possono ricadere sui mariti, anche questa non è una colpa dell’ex magistrato, ex senatore e, speriamo, anche ex scrittore. E nemmeno essere stato sostenuto in campagna elettorale da Tradeco è una colpa. Basta saperlo, così magari un elettore si regola e un cittadino comprende meglio la storia e la geografia (politica e non solo).
La colpa di Carofiglio è un’altra. Come apprendiamo solo adesso da alcune intercettazioni telefoniche «sepolte» tra le migliaia di pagine relative all’inchiesta – in verità, alquanto farraginosa – su sanità e rifiuti in Puglia, anche per Gianrichetto, come Archinà per Vendola, durante la campagna elettorale del 2008 si muoveva un altro factotum, Franco Petronella della Tradeco. Il quale, per le “cene autofinanziate” con il candidato Carofiglio rompe le palle via telefono a mezzo mondo affinché si stampino e affiggano manifesti, si mandino in onda spot in radio e in tv e soprattutto si acquistino biglietti a decine «per riempire la sala» e così dar prova di visibile sostegno al candidato-magistrato (allora, lo era ancora), nonché scrittore (sempre per mancanza di prove).
Anche qui, se fai raccolta fondi e lo dichiari (anche se purtroppo in Italia non abbiamo il fund raising come negli Stati Uniti), nessuno obietterebbe. Ma se ricorri, o fai in modo che qualcuno ricorra «a tua insaputa», a questi giochi di sponda, allora rischi di collocarti tra la quarta e la quinta categoria umana de Il giorno della civetta, grande libro del grande scrittore (lui, sì) Leonardo Sciascia (insomma, non è bello oscillare tra i pigliainculo e i quaquaraquà). E tuttavia, nemmeno in questo sta la colpa più grave di Carofiglio. La sua grande, grandissima colpa è nel non aver tenuto conto della «recensione», in questo caso telefonica, di Petronella. E infatti, ecco cosa dice il factotum di Tradeco su Carofiglio: «Domani sera, se non posso portare le persone, la massa a Carofiglio… Ma tu vuoi fare una cosa d’élite…! I libri in campagna elettorale…! Uaglio’…». Ecco. Si fa tanto per diventare scrittore. E poi arriva Petronella.

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