Corigliano, il borgo “gioiello” in cui la giunta regionale di Puglia sta facendo costruire una discarica: proprio sopra il più grande serbatoio naturale di acqua potabile del Salento

Corigliano d'Otranto I cittadini contro la discarica. Sullo sfondo, il castello cinquecentesco di Giovan Battista de' Monti

Prendete Corigliano d’Otranto, per esempio: estremo sud della Puglia, nel cuore del Salento, ma all’interno, non sul mare. E’ uno dei borghi più belli d’Italia.


Corigliano d’Otranto ha quasi seimila abitanti e fa parte di quei cinquemila comuni italiani con meno di diecimila abitanti che occupano l’87 per cento del territorio nazionale e in cui vivono 22 milioni di persone, lavorano 180 mila piccole e medie imprese, si degustano ottomila prodotti tipici.
Corigliano d’Otranto significa Grecìa salentina. Cioè un mondo a parte. Per bellezza, mito, tradizione. Qui, nella «Terra del rimorso» raccontata dal grande Ernesto De Martino attraverso i suoi studi sul tarantismo, si parla anche un’altra lingua, il «griko», che in pratica è il greco antico che si studia al liceo e non si parla più nemmeno nella madrepatria.


Di origine romana, per sei secoli dominio greco-bizantino, Corigliano d’Otranto diventa una cittadella inespugnabile nel XVI secolo, con la fortezza di Giovan Battista de’ Monti, un esempio di architettura militare, poiché era considerato un castello che «si difendeva da solo». E infatti, quando i Turchi conquistarono Otranto, nel 1480, non osarono nemmeno avvicinarsi a Corigliano, che sapevano essere inespugnabile.
Cosa vuol dire tutto questo? Che siamo di fronte a una «risorsa identitaria» eccezionale, unica. Ma a Corigliano d’ Otranto ci sono anche altre risorse. Naturali, gastronomiche e urbane, storiche e architettoniche, che si possono classificare tutte insieme sotto la voce «qualità del territorio». Ecco, è questa voce che fa la differenza e fa rientrare il paese – come tanti altri piccoli comuni della Penisola – in una cerchia più ristretta di borghi (in Puglia ne sono stati individuati 20 su 300) a cui è affidato il compito di dimostrare al mondo che una migliore qualità della vita non solo è possibile, ma conviene a tutti.
Naturalmente, occorre intervenire per valorizzare questi posti così belli e accoglienti, per esempio ristrutturando i centri storici fatiscenti, oppure attrezzando palazzi e abitazioni come altrettanti «alberghi diffusi», affinché anche chi non vive qui sia invogliato a venirci per trascorrere vacanze «soft».


Ma come “intervenire” senza speculazioni, senza stravolgere nulla? Il verbo è uno solo: recuperare. «L’ Italia futura può realizzare questa idea solo attraverso il recupero: edilizio, urbano, tecnologico, ambientale» dice Michele Esposto, presidente della «Borghi srl», la società che attraverso una serie di incontri al Made Expo di Milano illustrerà questa idea di «recupero globale».
Per il Sud Italia, un progetto in linea con quanto finora detto c’ è già. È della Regione Puglia e si chiama «Hospitis». Tradotto in quattrini, si tratta di 70 milioni di euro (fondi Cipe) destinati, tra privati ed enti locali, ai 20 borghi selezionati. Alla sola Corigliano d’ Otranto, per esempio, andranno 7 milioni di euro. Tutto molto bello.


Se non fosse per una incredibile, stridente, quasi diabolica contraddizione che non consente, nemmeno questa volta, di gioire. Poiché la stessa Regione che ha sfornato il progetto Hospitis a Corigliano d’ Otranto ha autorizzato, per vent’anni, una discarica per rifiuti urbani di 550 mila metri cubi.
La sta realizzando il consorzio Cogeam (impresa capofila, gruppo Marcegaglia) proprio sopra (cioè in linea perpendicolare) al più grande serbatoio naturale di acqua potabile della Puglia. Un grande lago d’acqua dolce a cento metri di profondità che con 700 litri d’ acqua al secondo disseta 78 comuni, garantendo da cinquant’ anni l’ 80 per cento del fabbisogno idrico del Salento.


Quest’opera, che già negli anni Ottanta venne bocciata dai tecnici dello stesso Acquedotto pugliese (la definirono «una pazzia», «un errore irreparabile»), oggi scatena la rabbia della popolazione di Corigliano d’ Otranto e delle migliaia di persone delle ben cinquanta associazioni salentine riunite in un solo «Coordinamento civico per la tutela del territorio e della salute».
Sette milioni di euro per restituire il massimo splendore a un borgo impreziosito dal castello e dal barocco dei vicoli e delle chiese; un progetto intelligente per attirare turisti, cultura e imprese; e poi, un colpo d’accetta che rovina tutto, la follia della megadiscarica, bocciata dagli studi del Cnr e dell’Università del Salento (ai quali la Regione contrappone le perizie idrogeologiche commissionate dalle stesse ditte appaltatrici).


«Questa scelta – dice Paolo Sansò, docente all’ Università di Lecce – è in palese contraddizione con la normativa nazionale ed europea di tutela delle acque».
Ma far cambiare idea al governo della Regione Puglia sembra impossibile. Le proteste, sebbene «bipartisan», vengono regolarmente ignorate. E allora ecco la battaglia contro la «diabolica» contraddizione tutta italiana di una discarica costruita sull’ acqua potabile.
Una battaglia che impegna Corigliano d’Otranto molto più di quanto non avessero fatto i turchi, cinquecento anni fa, e che li rende orgogliosi. «Perché – dicono – la combattiamo con il cuore». Un cuore è lo stemma cittadino e da «cuore» si dice derivi il nome Corigliano. Ora è tutto un pò più chiaro.
(Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31 gennaio 2010)

Sciopero! L’Anm si scaglia contro il trasferimento dei magistrati nelle sedi disagiate. Eroicamente, convintamente, quantunquamente. Come Laqualunque e Mimì metallurgico.

“Sciopero! Sciopero!”. Uno pensa che sia sbocciata in anticipo la primavera, con il risveglio della classe operaia e con i sindacalisti della Triplice che dismettono il doppiopetto e tornano accanto ai compagni di fatica…
Invece no. Delusione.


E’ soltanto la ditta Palamara&Cascini che fa un po’di casino sul decreto del governo (19 dicembre 2009) che attribuisce al Consiglio superiore della magistratura – in via provvisoria, fino al 2014 – il potere di trasferire d’ufficio i magistrati nelle sedi cosiddette “disagiate”, quelle cioè in cui c’è carenza d’organico (o che sono addirittura “deserte”) e dove non vuole andare nessuno.


Sui problemi della giustizia, non abbiamo mai risparmiato critiche a questo governo e a questo ministro della Giustizia. Dalla disciplina sulle intercettazioni al cosiddetto “processo breve”, che è una felice espressione linguistica per mascherare un infelice tentativo di “chiudere” alcuni processi eccellenti, primi tra tutti i processi che riguardano il presidente del Consiglio.


Ma, francamente, veder salire sulle barricate Luca Palamara e Giuseppe Cascini, rispettivamente presidente e segretario della Associazione nazionale magistrati (il cosiddetto sindacato delle toghe), per invocare lo sciopero contro il decreto del ministro Angiolino “Bugs Bunny” Alfano, ci conferma ciò che da tempo sosteniamo. E cioè che la premiata ditta Palamara&Cascini vende prodotti scaduti e andrebbe messa fuori mercato.
Mai, infatti, da codesta ditta – quando venivano trasferiti ingiustamente magistrati che ficcavano il naso dove non si doveva – udimmo provenire una voce, un fiato, un singulto. Adesso, invece, che c’è una obiettiva necessità di far fronte alle carenze di organico di tante sedi giudiziarie, ecco i titolari della ditta marciare petto in fuori a tutela della “inamovibilità dei magistrati” e chiedere addirittura lo sciopero delle toghe.


Per carità, di magistrati ne mancano a centinaia e qualunque governo serio non dovrebbe ridursi a sottoscrivere lo stato di emergenza e a prorogarlo “ad interim”, al punto da rendere cronicamente drammatico lo stato dell’amministrazione della giustizia. Però, poiché questa emergenza è così antica da esser diventata stabile, cronica, perenne, e poiché da qualche parte bisogna pur cominciare, prima di dar retta alla ditta di cui sopra vediamo un po’ cosa dice su questo argomento il decreto e se davvero costituisce un “attacco” alla magistratura.


Il decreto proroga di un anno i tremila magistrati onorari in carica e prevede il completamento della “digitalizzazione” delle attività di giustizia. E queste sono due cose che sembrano non scontentare nessuno.


Poiché però in alcuni posti mancano i magistrati e l’attività giudiziaria rischia la paralisi “ora”, mentre in altri posti (per esempio, a Crotone, a Enna, o a Gela) non vuole andarci nessuno, nemmeno con lo stipendio raddoppiato, il problema è cosa fare in attesa della grande Riforma della Giustizia, ormai più famosa e più lontana nel tempo della Riforma Protestante.
C’è poi anche un altro scoglio da superare, ed è la norma – giusta, introdotta nel 2006 dal governo di centrosinistra – che vieta ai magistrati di prima nomina (cioè gli “uditori giudiziari”) funzioni di pm o di giudice monocratico.


E allora, dice il decreto Alfano, facciamo in questo modo: stabiliamo criteri “certi e predeterminati” per consentire al Csm di trasferire d’ufficio i magistrati nelle sedi vacanti o disagiate.
Già, ma quali sono i magistrati che potrebbero essere trasferiti d’ufficio dal Csm?


Primo: quelli con più di dieci anni di anzianità e quelli che abbiano ottenuto la prima valutazione di professionalità da non oltre quattro anni.
In pratica, nel rispetto della norma del 2006 che abbiamo ricordato, si evita che magistrati di nessuna esperienza, freschi vincitori di concorso, vadano ad amministrare giustizia in sedi “calde” o svolgano funzioni monocratiche.


Secondo: il trasferimento verso sedi disagiate potrà avvenire soltanto se quella sede dista meno di 100 chilometri dal luogo in cui il magistrato presta servizio.


Terzo: dopo quattro anni, il magistrato potrà chiedere di tornare nella sede originaria.


Quarto: in questo quadriennio, al magistrato trasferito verrà praticamente raddoppiato lo stipendio e riconosciuto un beneficio di carriera.


Quinto: non potranno essere trasferiti i magistrati con figli di età inferiore ai tre anni e quelli che già prestano servizio in sedi disagiate.


Naturalmente, la vera conquista dell’intera comunità nazionale sarebbe che lo stato di stabile emergenza della giustizia, usato come un alibi da tutti i governi, finisse subito, per passare finalmente a qualcosa che assomigli a uno stato di civiltà giuridica accettabile. Nel frattempo, per non smantellare la baracca, il trasferimento d’ufficio così come previsto dal decreto Alfano (che può sempre essere migliorato) non è una bestemmia. Tanto più che non ci sarebbero trasferimenti d’ufficio se fossero gli stessi magistrati a fare domanda per essere assegnati alle benedette sedi disagiate.
Si dirà: grazie, questa è una ovvietà. Mica tanto. La sorpresa (positiva) infatti è che, sui 150 trasferimenti d’ufficio previsti fino al 31 dicembre 2014, ben 50 magistrati hanno già presentato domanda di trasferimento in 80 sedi. Ma c’è anche un’altra sopresa (negativa): mentre si approvava il decreto, il censimento dei posti nelle procure “deserte” ha subìto un aggiornamento ed è passato da 150 a 190 posti.


Di fronte a questi numeri e a queste considerazioni, la ditta Palamara&Cascini ha miracolosamente ritrovato la parola dopo un lungo periodo di coma profondo sui problemi seri (riforma del Csm, tribunali in cui siedono magistrati al di sotto di ogni sospetto che pure amministrano giustizia) e ha “bocciato” il decreto Alfano appellandosi ai peggiori sentimenti egoistici, corporativi e castali dei clan della magistratura. Non solo. Ha anche avanzato una sua “proposta”, e cioè l’abolizione della norma del 2006 che salvaguarda i magistrati di primo pelo (e i cittadini) dall’esercizio della enorme responsabilità di svolgere funzioni monocratiche in sede requirente e giudicante.
Insomma, secondo la premiata ditta nelle sedi disagiate bisogna mandarci i ragazzini, così si fanno le ossa, e non disturbare le loro eccellenze togate che hanno già tanto da fare con arbitrati, consulenze, docenze, doppi e tripli lavori. Altrimenti è sciopero. Sì, sciopero. Eroicamente, convintamente, quantuquamente. Oltre Foa & Di Vittorio. Direttamente a Cetto Laqualunque & Mimì metallurgico. Scio-pe-ro. Firmato: Palamara & Cascini.

La morte ordinaria del “negro” Uzoma Emeka, detenuto modello nella galera di Castrogno, Teramo, sezione di “schifezza media” del Grande Carcere Italia

Quasi tutti i giornali hanno sbagliato a scriverne il nome il giorno dopo la sua morte, avvenuta il 18 dicembre 2009 nel carcere abruzzese di Castrogno, Teramo . Figuriamoci chi potrebbe ricordarsi di lui oggi, quasi un mese dopo, e saprebbe scriverne e pronunciarne correttamente le generalità.


Nelle carceri italiane si continua a morire più che in ogni altro Paese europeo – nei primi dieci giorni dell’anno già quattro decessi, due dei quali suicidi per impiccagione – e non sembra esserci né tempo, né voglia di ricostruire la vita e soprattutto la morte di Uzoma Emeka, 34 anni, nigeriano di Obodoluwu, residente a Martinsicuro, provincia di Teramo, e padre di due bambini, un maschietto di quattro anni e una femminuccia di dieci mesi.


Invece la vicenda di Uzoma Emeka, finita sui giornali perché si sospettava, senza alcun fondamento, che il ragazzo fosse stato vittima di un pestaggio da parte degli agenti penitenziari di Castrogno, è terribile per la sua ordinarietà, e deve fare riflettere perché rappresenta non l’eccezione ma la regola della vita carceraria italiana, persino per la maniera grottesca in cui i “panni sporchi” del carcere teramano sono volati al di là della cinta muraria.


La collina di Castrogno che sovrasta Teramo dà il nome alla prigione ed è una poltrona in prima fila per godersi lo spettacolo delle cime bianche del Gran Sasso. Una immagine che si dimentica appena si oltrepassa la soglia del carcere.
Una galera, questa di Castrogno – ed ecco il primo elemento di preoccupante “ordinarietà” -, che non è peggiore, né migliore di tante altre patrie galere. Le celle e i materassi umidi, il riscaldamento e l’acqua calda un giorno sì e quattro no, il pavimento sempre sporco anche dopo il lavaggio, perché è di cemento e rimuovere lo sporco è impresa vana. Un carcere insomma che fa abbastanza schifo, ma che rientra nella “schifezza media” del Grande Carcere Italia, versione contemporanea della ottomana Corte del Diavolo, la galera di Istanbul raccontata da Ivo Andric.


La nostra “Corte del Diavolo”, dalle Alpi alla Sicilia, dovrebbe accogliere non più di quarantremila detenuti. Invece ne contiene sessantaseimila.
Castrogno, dice il nuovo comandante degli agenti penitenziari, Sabatino De Bellis, è un carcere di media sicurezza, che dovrebbe ospitare 230 detenuti e invece ne ha 400. Ma che non sta peggio del carcere di Bologna, per esempio, da dove De Bellis proviene, poiché la carenza di personale a Teramo (191 agenti invece dei previsti 203) è dell’8 per cento, mentre a Bologna è del 37 per cento. E anche per numero di morti c’è chi sta peggio. E’ vero che a Teramo ci furono 12 morti in un anno solo, nel 1991. Ma nella vicina Sulmona ce ne sono stati 15 negli ultimi dieci anni, e tutti suicidi, compresa la direttrice, Armida Miserere, che si sparò un colpo in bocca il 19 aprile 2003 per una non meglio diagnosticata forma di “depressione”.


Uzoma Emeka stava scontando una pena a due anni e dieci mesi per spaccio di droga. Eroina. Lo avevano arrestato il 27 giugno 2008. Colto in flagrante, con due etti di “roba” e un frullatore per tagliare la droga e “allungarla”.
Ragazzo sempre sorridente, addirittura simpatico e sempre pronto ad aiutare gli altri detenuti, dicono di lui gli agenti penitenziari. E doveva essere così, se il magistrato di sorveglianza di Pescara gli aveva già riconosciuto uno sconto di pena di novanta giorni per buona condotta e gli aveva promesso un permesso premio per Natale. Cose molto importanti per un detenuto, poiché possono fargli ottenere la trasformazione della detenzione in carcere in detenzione domiciliare, che per Uzoma sarebbe scattata già in febbraio.


Uzoma era sbarcato in Italia per lavorare, dice il suo avvocato Giulio Lazzaro , e di lavori e lavoretti, saltuari e sottopagati, ne ha fatti tanti. Ma una volta scaduto il permesso di soggiorno, in base alle regole della legge “Bossi-Fini” doveva smammare. Aveva già due figli, una compagna – Loveth Omorodion, 33 anni, anche lei nigeriana, ma di Benin City -, e così ha deciso di fare il grande salto e si è messo a spacciare droga.
Nessuno vuole giustificare la scelta sciagurata di Uzoma. Se spacciava droga è giusto che sia stato arrestato e condannato. Ma la “condanna a morte”, anche se nella forma “indiretta” di non essersi presi cura di lui fino a lasciarlo crepare, no. Questo esito non può essere giustificato nemmeno dal sovraffollamento e dalla vita grama che tra le mura della “Corte del Diavolo” tocca in sorte anche agli agenti di custodia.


Il 18 dicembre scorso Uzoma Emeka è svenuto e non ha più riaperto gli occhi. Quando lo hanno soccorso era troppo tardi. All’ospedale civile di Teramo, Uzoma è arrivato cadavere. Eppure, erano già quindici giorni che Uzoma stava male, anzi malissimo. L’ultima volta che la compagna Loveth è andata a trovarlo è stato sei giorni prima della sua morte, il 12 dicembre. Loveth uscì sconvolta da quell’incontro. Per due motivi. Il primo, lo stato di salute di Uzoma: non si reggeva in piedi e lo portavano a braccio. Il secondo, le poche parole sussurratele dal suo uomo, che le avrebbe confidato di avere paura perché in carcere aveva visto “qualcosa di brutto” .


Cosa aveva visto Uzoma? Aveva visto una guardia pestare un detenuto, il 22 settembre. E come facciamo a sapere di questo pestaggio (o, come dicono gli agenti, di questa “reazione” della guardia all’aggressione da parte del detenuto)? Lo sappiamo grazie alla registrazione di un colloquio piuttosto animato tra l’ex comandante degli agenti, Giuseppe Luzi (ora sospeso dal Dap , il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e i suoi subalterni, avvenuto tre giorni dopo, il 25 settembre. La registrazione, su cd rom, con una lettera di accompagnamento apparentemente scritta da un detenuto anonimo, è stata inviata al quotidiano di Teramo, “La Città”, che naturalmente ha pubblicato tutto, facendo esplodere lo scandalo, con relativa apertura di un’inchiesta giudiziaria.
In questo colloquio, il comandante Luzi si arrabbia: “Abbiamo rischiato una rivolta eccezionale”, dice Luzi. E poi, rivolgendosi a un agente che dice di non saperne nulla: “Ma come, Micacchioni , soltanto tu non sai che cosa è successo? Non lo sai che ha menato a un detenuto in sezione? Ma se lo sanno tutti!”. E quello: “Io non c’ero. Non so nulla”. Luzi allora pronuncia la frase che gli è costata la sospensione. “In sezione – dice – un detenuto non si massacra. Si massacra sotto”. E aggiunge: “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto…”.


Quel “negro” era Uzoma Emeka. Ecco perché il primo, atroce, ma giustificato sospetto, quando Uzoma è morto, è stato che qualcuno potesse averlo fatto fuori per ciò che aveva visto. Poi l’autopsia accerterà che Uzoma è morto per un tumore al cervello e l’atroce sospetto, per fortuna, svanirà subito. Ma con Uzoma se ne è andato anche il testimone del pestaggio, o della “lite”, che secondo Luzi non doveva avvenire, o meglio: non doveva avvenire davanti agli altri detenuti, poiché “poteva far scoppiare una rivolta eccezionale”. E il fatto che Uzoma sia morto, diciamo la verità, ha acquietato gli animi di tutti coloro che potevano temere il racconto di un testimone scomodo.


Dicevamo però anche dell’aspetto grottesco di questa vicenda tragica. Di Uzoma avremmo letto soltanto due righe liquidatorie nelle agenzie di stampa, se sul carcere di Teramo non si fossero accesi i riflettori a causa di quella registrazione – è il caso di dirlo – galeotta. Registrazione e lettera anonima che però – cosa risultatata subito evidente – non è stato un galeotto a confezionare. E’ stato un agente penitenziario. E non per un sussulto di coscienza. Ma per vendetta. La guardia carceraria che ha registrato le trucide parole del comandante Luzi lo ha fatto solo perché Luzi non lo avrebbe “protetto”. Più in dettaglio: l’anonimo agente aveva una relazione con una collega, e la loro storia si sarebbe svolta all’interno del carcere, tra una pausa e un cambio di turno. Un altro agente avrebbe inviato, dal carcere, una lettera al marito della signora, rivelandogli tutto con abbondanza di particolari e creando così un caso carcerario sì, ma “a luci rosse”.
Cosa c’entra in tutto questo il comandante Luzi? Secondo l’agente anonimo, Luzi doveva impedire che dal carcere uscisse quella lettera. Doveva “filtrarla”, come si fa con tutta la corrispondenza dei detenuti e così schermare lui e la collega amante. Tanto più, dicono in carcere, che Luzi tempo prima aveva avuto una storia simile, sempre all’interno della stessa struttura, con una collega, che poi è diventata la sua seconda moglie, e quindi doveva mostrare particolare “comprensione” per i due secondini amanti…
Come ragionamento è delirante, ma come movente è micidiale.


Poi però Uzoma, “il negro che aveva visto tutto”, muore e quella registrazione finita sui giornali diventa ancora più inquietante. E così all’inchiesta del pm David Mancini su Luzi e altri cinque agenti per il pestaggio, se ne affianca subito un’altra, condotta dal pm Roberta D’Avolio , per la morte di Uzoma Emeka. E sì, perché il caso è tutt’altro che chiuso.


Uzoma, prima di morire, è stato male per giorni. Ma non perché, come pure si è insinuato, fosse tossicodipendente. Non lo era. O perché stesse seguendo una terapia antidepressiva con uso di psicofarmaci. Non aveva di questi problemi. La verità è che quando Uzoma ha cominciato a star male – capogiri, violente emicranie, vomito, svenimenti – le uniche cose che sono state fatte per lui sono quelle che “ordinariamente” si fanno per tutti i detenuti in tutte le carceri: esenzione dal lavoro, se si è “lavoranti” (e Uzoma lo era), trasferimento di cella, e poi pasticche su pasticche (antridepressivi, ansiolitici, calmanti) come rimedi universali per qualsiasi patologia.



Ogni detenuto, e quindi anche Uzoma, ha una cartella biografica in cui viene annotato tutto ciò che fa un carcerato, anche le cose minime. Questa cartella è, o dovrebbe essere, ciò che la “scatola nera” è per un aereo.

La cartella personale di Uzoma è stata sequestrata dal pm D’Avolio e sicuramente conterrà – sarebbe molto grave se così non fosse – la motivazione che ha causato l’esenzione dal lavoro di Uzoma e il suo cambio di cella. E poiché Uzoma si sentiva male, è lecito e logico pensare che la motivazione riguardi il suo stato di salute. Il punto è: con quale diagnosi? Perché se si è scoperto che Uzoma aveva un tumore al cervello soltanto dopo l’esame autoptico vuol dire che nel carcere di Castrogno non c’è nemmeno un mediconzolo in grado di interpretare quei sintomi così evidenti come altrettanti campanelli d’allarme per disporre con urgenza almeno una Tac.


Invece, dalle prime indiscrezioni sul contenuto della cartella biografica di Uzoma trapela che il ragazzo avrebbe avuto una intossicazione da alcol. Strano. Durante i pasti non è ammesso più di un bicchiere di vino. Non ci si intossica con un bicchiere di vino. A meno che non si voglia sostenere che qualcuno abbia passato a Uzoma una bottiglia di whisky… Ma questo sarebbe ancora più “ordinariamente” grave, perché significherebbe che non solo Uzoma non è stato controllato, non solo è stato abbandonato a se stesso, ma addirittura sarebbe stato fatto ubriacare per anestetizzarlo, come si faceva con i pellerossa confinati nelle riserve.



E allora, in attesa che parlamenti e governi potenzino le misure alternative al carcere e migliorino la “legge Gozzini” , chiediamoci: c’è uno sbocco concreto e immediato per la vicenda di ordinario abbandono carcerario di Uzoma Emeka? Sì, c’è. Ed è, semplicemente, l’esercizio di una giusta e ordinaria giustizia.

Come Giano bifronte, Nicola Vendola manovra e Vendola Nicola dice bugie. Mentre con Michele Emiliano si gioca al tiro a segno come sull’orso del Luna park: tre palle un soldo.

Il “laboratorio politico” del centrosinistra che la Puglia, a torto, si vanta di essere, ha già consegnato il governo della Regione al centrodestra. Le elezioni di marzo serviranno soltanto a stabilire le cifre della sconfitta: 35 per cento a 65,oppure 40 a 60, o tutt’al più un 45 a 55.


Non che il centrodestra non sia favorito a prescindere, visto il disastroso risultato complessivo della giunta regionale uscente e, soprattutto, lo scandalo della Sanità (soffocato il più possibile, finora anche in sede giudiziaria, nonostante nei modi e nelle proporzioni si presenti come il più pesante d’Italia), ma insomma, con un po’ di buona volontà e facendo pulizia al suo interno forse il centrosinistra avrebbe potuto emendare se stesso e ripartire con il piede giusto.


Invece no. E tutto questo soprattutto per “merito” di un uomo solo al comando, quel Vendola Nicola da Terlizzi che sta dimostrando di essere ciò che è sempre stato: un lupo travestito da agnello, un membro di apparato sotto le mentite spoglie di politico naif, un commerciante levantino di parole finte e un politicante dalla doppia morale, un pifferaio che porta i topi a morire ma li accarezza prima di farli annegare.


Vendola non è il solo a essersi dimostrato attaccato al potere, è vero. Ma Vendola è peggiore degli altri perché giura e spergiura di non essersi fatto “stravolgere, né mangiare il cuore dal potere”. Lui, il più pagato presidente di giunta regionale d’Italia, con i suoi 25 mila euro al mese. Lui, “l’ambientalista” che vende come una conquista la legge-truffa sui limiti di emissione della diossina a Taranto (come ho dimostrato nel mio libro “La città delle nuvole”), dove si produce il 93 per cento della diossina italiana e dove ogni due settimane un bambino si ammala di leucemia. Lui, che ha firmato sei contratti ventennali per altrettante discariche con la Cogeam, in cui spiccano il gruppo Marcegaglia e la Tradeco, società, quest’ultima, leader nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti al Sud, ma anche grande elettrice di Vendola e dell’ex assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco (Pd, indagato per gravi reati), e soprattutto società i cui vertici sono inquisiti in blocco per quella connection rifiuti-sanità che è il cuore nero delle inchieste sulla Sanità in Puglia.


Nonostante tutto questo e molto altro, compresa la elargizione di denari a pioggia nel periodo pre-elettorale (Con 150 milioni Vendola ha già vinto), il Vendola ligio osservante della democrazia parlamentare all’improvviso si scopre populista e per conservare la cadrega ora si appella direttamente al popolo. Anzi, come dice lui, “il mio popolo”. Ma sì, “mira il tuo popolo, o bella Signora…”, nemmeno fosse la Madonna.
Se c’era una speranza, anche piccola piccola, di poter contendere il governo regionale al centrodestra con una coalizione (Pd, Udc, Idv, Prc, Verdi, ecc.) che sembra la quadratura del cerchio, ma che aveva trovato un accordo sul nome del sindaco di Bari, Michele Emiliano (Pd), questa speranza è evaporata grazie all’accanimento terapeutico di Vendola su se stesso. Il quale magari spera di risuscitare grazie alla possibilità che l’Udc vada da sola e poi, se vince lui, dietro congrua ricompensa (che so, la vicepresidenza), l’Udc si butti a sinistra. Un ragionamento contorto e doppiogiochista? Certo, ma come credete che si ragioni dietro le quinte?


“Mi candido lo stesso, anche se Udc e Idv non sono d’accordo sul mio nome”, ha detto Vendola. Candidarsi a tutti i costi è un suo diritto, per carità, ma significherà pure qualcosa il fatto che, appresa la notizia, nel centrodestra abbiano stappato in anticipo lo spumante? E che anche don Luigi Verzè, il prete fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano, grande amico ed estimatore di Vendola, abbia fatto salti di gioia nonostante i suoi novant’anni?
Don Verzè, un paio di mesi fa, a Milano, dichiarò che i pugliesi avrebbero dovuto votare Vendola, perché, “come Silvio Berlusconi , è una di quelle poche persone che hanno un fondo di santità”.


Se non sarà così, aggiunse il vegliardo, chiamerò Vendola a fare il presidente del nuovo ospedale San Raffaele. Il prete – del quale papa Paolo VI disse che doveva stare un po’ più vicino a Dio e un po’ più lontano dagli affari (che infatti lo hanno portato spesso ad avere a che fare con la giustizia) – non parla tanto per parlare.
Il San Raffaele a cui si riferisce don Verzé è un nuovo ospedale, un affare da 300 milioni di euro, da costruire, guarda un po’, a Taranto, per farne “il San Raffaele del Mediterraneo”.
Come mai, se a Taranto di ospedali ce ne sono già due (grandi e nuovi, ma lasciati andare in malora)? Per farne un centro oncologico – azzarda qualcuno –, così l’acciaieria Ilva e il polo industriale preparerebbero i morti e l’oncologico, alla fine della triste filiera, li accoglierebbe, prima di passarli al camposanto.
Ma no, scemini, no. Il “nuovo San Raffaele”, con i rimborsi per i malati terminali, ci farebbe gli spiccioli per la birra. Il nuovo ospedale invece punterebbe alle protesi (sì, proprio le protesi degli scandali recenti), che sono la vera, nuova frontiera del business sanitario.


Ma torniamo alla cosiddetta “guerra fratricida” che Vendola ha ingaggiato con il suo ex sodale Michele Emiliano, per la candidatura alla presidenza della Regione Puglia.
Vendola ha cominciato con il mandare in giro per la Puglia una pattuglia di 40-50 persone, sempre le stesse, che “in suo nome” interrompono e disturbano le assemblee di altri gruppi politici – non solo del Pd, com’è accaduto a Bari, ma anche di altri gruppi del centrosinistra, quali Verdi, Prc, Idv, associazioni della società civile, com’è accaduto in diverse altre città pugliesi. Poi, con il sostegno di gran parte della stampa e della tv, ha intonato una lamentazione pubblica per dare di sé l’immagine di persona “al di fuori dei partiti” (!) e di politico partorito direttamente dal ventre del popolo. Infine, ha giocato a fare il candidato “anche” del Pd pur senza far parte del Pd. E questo grazie a una “sponda interna” del Pd, in cui si distinguono per l’alacrità dell’impegno a favore di Vendola il segretario regionale Pd, Sergio Blasi , e l’assessore regionale alla Trasparenza, Guglielmo Minervini .

Blasi è sindaco di un piccolo comune del Salento, Melpignano , noto per la “Notte della Taranta”, e non si capisce perché non abbia continuato a occuparsi di “pizzica”, visto che lo aveva fatto così bene. Mentre Minervini, come assessore regionale alla Trasparenza, si è distinto, nonostante i circa 20 mila euro al mese di stipendio per garantire, appunto, trasparenza, per aver sempre fatto orecchio da mercante (come Vendola) con le ventiquattro associazioni di Taranto che gli chiedevano di pubblicare online i risultati delle analisi (autofinanziate) sul latte e sul formaggio contaminati dalla diossina.


In tutta questa faccenda Michele Emiliano, che pure non è un ingenuotto, fa tutt’al più la figura dell’orso del luna park, tre palle un soldo e chi vuol colpire il bersaglio faccia pure, purché colpisca bene. Non che Emiliano sia una “vittima”, dal momento che si è infilato in una lotta di potere diventata ogni giorno più squallida. Ma, contrariamente alle apparenze, è lui l’anello debole adesso, anche perché non ha le malizie di Vendola.
Quest’ultimo, pensate, è riuscito a imporre in agenda il tema “primarie” , quella specie di elezioni che dovrebbero certificare la democraticità della scelta di un candidato. Scrivo “primarie” tra virgolette perché in Italia queste “elezioni” sono una pagliacciata: non c’entrano nulla con il nostro sistema costituzionale ed elettorale e nemmeno con il nostro bipolarismo forzato, che è soltanto una caricatura del bipartitismo americano.
Ma le “primarie” che vuole Vendola sono ancora peggiori. Poiché sono soltanto quelle che piacciono a lui. Come le “primarie” del 2005, per intenderci, quando – lo scrissi, in perfetta solitudine, sul Corriere della Sera – Vendola vinse con il fortissimo sospetto di brogli contro Francesco Boccia (attuale deputato Pd, che solo oggi denuncia pubblicamente quei brogli). Vendola in alcune sezioni raccolse anche percentuali del 90 per cento , con seggi e schede controllati e scrutinati dai suoi sostenitori.


Per la cronaca, anche le elezioni regionali che seguirono, Vendola le vinse sotto la nerissima ombra del sospetto di trucchi e di brogli. Raffaele Fitto , piaccia o no, le perse anche perché migliaia di schede e di verbali erano stati “ritoccati” a suo sfavore. Ci furono ricorsi e controricorsi, ma la decisione finale, contro una giurisprudenza che fino a quel momento si era regolata in senso opposto, bocciò Fitto e promosse Vendola e, soprattutto, stabilì che le schede sospette non dovessero essere ricontrollate.
Le uniche elezioni che le truppe cammellate di Vendola non sono riuscite a condizionare (com’è accaduto in Calabria , per esempio, dove per questi episodi ci sono state denunce degli stessi militanti) sono state quelle per la segreteria del Prc.
Vinse Paolo Ferrero , l’attuale segretario, una persona seria e per bene, ma Vendola non gradì e abbandonò il Prc. Come quelli che giocano a pallone ma se non vincono abbandonano la partita e si portano via pure il pallone.
E tuttavia Vendola invoca “primarie”. Ma di chi, e con chi, nessuno glielo chiede. “Primarie” di coalizione? E di quale coalizione, se nel centrosinistra non ce n’è lo straccio di una che sia una? “Primarie” interne al Pd? Ma allora perché non si iscrive al Pd e la fa finita?
L’idea che Vendola, da portavoce nazionale del suo nuovo partito, Sinistra e Libertà, possa imporre “primarie” a un altro partito, il Pd, e contemporaneamente alzi il ditino per giudicare l’Udc e l’Idv “cattivi” se non lo appoggiano, “buoni” se lo sostengono, o è un’idea da neurodeliri o, più probabilmente, è un modo per stare al centro della scena, per stare a galla comunque vada,. “O io, o nessun altro” insomma, oppure, se preferite, “Dopo di me, il diluvio”.


E Michele Emiliano? A questo punto, o lascia perdere e continua a fare il sindaco di Bari, dove è stato rieletto sei mesi fa, oppure, se ci crede davvero, spariglia le carte e si candida alla guida della Regione. Ma deve farlo senza chiedere di modificare la legge che impone al sindaco di dimettersi preventivamente. Legge che, per quanto fortemente dubbia dal punto di vista della sua costituzionalità, se venisse modificata in corsa apparirebbe come una misura “ad personam”.
Se Emiliano si candidasse senza questo “paracadute” si giocherebbe tutto. Ma andrebbe alla battaglia con argomenti non molto diversi – acqua pubblica, rifiuti, energia - da quelli ripescati da Vendola solo a tre mesi dalle elezioni. Emiliano potrebbe cioè giocarsi un programma elettorale che gli darebbe una statura politica di alto livello, sia per i contenuti, sia perché non sospettabile di essere stato dettato dall’alto o da altri (le ipotesi di “ mani sull’Acquedotto pugliese”, per intenderci, addebitate al quartetto D’Alema-Letta-Casini-Caltagirone).
La candidatura di Emiliano e il suo programma, inoltre, costringerebbero Vendola a uscire allo scoperto. Poiché se Vendola si candidasse lo stesso – come ripete ossessivamente – invece di appoggiare Emiliano, che avrebbe dalla sua la più ampia coalizione possibile, fornirebbe la prova che l’unica “Puglia migliore”, per Vendola, è quella che va meglio a lui. A quel punto, anche gli elettori più ingenui capirebbero e si comporterebbero di conseguenza.


Ma c’è un ma: affinché questo accada, Emiliano dovrebbe avere il coraggio di fare una mossa ardita e inusuale per la palude politica italiana. Che gli darebbe grande solidità e autonomia politica, se gli riuscisse, ma che potrebbe anche scontentare i suoi referenti romani.
Quindi, non se ne farà nulla. Il centrodestra vincerà (o vincerà Vendola, se funziona l’accordo sottobanco con l’Udc), ci saranno un po’ di polemiche post elettorali, e poi Vendola andrà in vacanza in un’isoletta dell’ Egeo. Magari insieme con Emiliano. Ma anche no. Chissà.

Il triangolo maledetto delle Bermuda/2

Dispiace che non potendo attaccare l’argomento, Luigi de Magistris attacchi l’argomentatore. Un classico.
Io, secondo lui, sarei diventato – non so da quando – un cattivo giornalista. Pari pari l’espressione usata dal Csm quando definì lui e la Forleo “cattivi magistrati”.

Non risponderò alle offese – gratuite e pesanti – di de Magistris. Né tornerò sulle vicende elettorali, sulle quali ho detto ciò che avevo da dire, su questo blog, quando era il momento.

Voglio invece continuare a stare ai fatti, che per me non sono mai scomparsi e non scompariranno mai. Per amore di verità e di giustizia.

Rinnovo le mie domande, a cui andrebbero date, per il bene di tutti, risposte concrete.

E dunque: si può lasciare senza alcuna risposta giudiziaria e soprattutto senza alcuna iniziativa politica ciò che è accaduto alcuni giorni fa a Catanzaro nel processo Marinagri?

Lì è accaduta una cosa inedita e senza precedenti: il pm Capomolla, che ha chiesto il rinvio a giudizio degli imputati, è stato sostituito in corsa e senza un motivo chiaro da un altro pm, tale Cianfarini, che invece ha chiesto l’assoluzione per tutti, accordata con rito abbreviato nel giro di due ore dal gup Reillo.

Nemmeno una ispezione ministeriale piccola piccola a Catanzaro, neppure una interrogazioncina, né un comizio, un video, una conferenza?

Perché dobbiamo sperare che a cercare la verità debbano essere i magistrati di Salerno, da soli, dopo i prezzi ingiusti e pesantissimi pagati dai pm Nuzzi, Verasani, Apicella? E, se de Magistris permette, anche da altri, compreso il sottoscritto?

Cosa è cambiato, da quando queste cose de Magistris le diceva da pm aggredito e condannato dalla propria corporazione e dal Csm?

Sono domande provocatorie, infondate, allusive, rancorose, non documentate? E perché, invece di chiederci se questi interrogativi scomodi “spaccano l’opposizione al tiranno”, non ci chiediamo se spaccano “le vite degli altri”, cioè le nostre vite?

Ecco allora che non serve offendere, ma stare ai fatti. Rispondere alle domande e affrontare la discussione, anche la più aspra. Senza scomuniche o appelli ai “fedeli”, ma esercitando, sempre, il proprio senso critico.

Anche nei confronti di ciò che sto dicendo io.

Il triangolo maledetto delle Bermuda, in Italia, è tra Potenza, Catanzaro e Salerno: le domande di Pannella, i guai della Forleo, il silenzio di de Magistris

Marco Pannella: “Settori dello Stato, in Lucania, costituiscono una vera e propria associazione per delinquere.”

Inedito e senza precedenti ciò che è accaduto qualche giorno fa in un’aula di giustizia di Catanzaro. Ma nessuno ne parla, sia a destra sia a sinistra. Né sui giornali di destra, né su quelli di sinistra. E naturalmente nemmeno in tv. Forse perché non è più “soltanto” cronaca giudiziaria, ma un fatto politico enorme, che richiede, se non una interpretazione, almeno un ragionamento politico di livello adeguato.  

Si è discusso, in quell’aula di “giustizia” di Catanzaro, del processo “Marinagri”, il mega villaggio turistico progettato e in parte costruito nella foce del fiume Agri, sulla costa jonica lucana. Un’operazione da 200 milioni di euro con un contributo pubblico di 26 milioni (fondi europei).  

Su questa vicenda, come su altre non meno importanti e clamorose, indagò il pm de Magistris. Questa inchiesta, come le altre, è stata ereditata da altri pm. E, come le altre, è stata “spacchettata” in decine e centinaia di nuovi e diversi fascicoli, non certo per renderla più acuminata e più efficace.

Ma per “Marinagri”, sebbene considerato fuorilegge dalla Corte di Cassazione, è accaduto qualcosa di più, come potete leggere in quest’articolo (Marinagri, la beffa del Dr. Cianfarini e “quella sporca dozzina”).

Come “Tutto il calcio minuto per minuto”, al palazzo di giustizia di Catanzaro è andato in onda “Tutta la giustizia minuto per minuto”.

Nella strana partita di Catanzaro, un pm, che si chiama Capomolla, chiede il rinvio a giudizio degli imputati di Marinagri. Gli imputati si smarcano e chiedono il rito abbreviato. Il gup, che si chiama Reillo, concede il rito abbreviato nel giro di un’ora. Ma ecco che proprio in quel momento il pm Capomolla abbandona il campo e viene sostituto da un altro pm, che si chiama Cianfarini. Questo Cianfarini sbuca dalla panchina all’improvviso e fa il suo ingresso in campo senza nemmeno riscaldarsi. Ciononostante, non perde tempo ed entra subito nel cuore della gara, chiedendo il proscioglimento di tutti gli imputati, richiesta che il gup immantinente accoglie.

Ogni commento, come si dice, è superfluo. Facciamo nostre le parole, le critiche e gli interrogativi mossi, sull’intero “affaire” lucano, da Marco Pannella nel video che vedete all’inizio di questo intervento. E vi proponiamo, per completezza, anche le considerazioni svolte in quest’altro articolo (de Magistris: Toghe Lucane con la “d” minuscola?).

Tutto questo per fare una domanda molto semplice: perché de Magistris non parla di queste cose? Perché dobbiamo sperare che a cercare la verità debbano essere i magistrati di Salerno, da soli?

L’ex pm de Magistris dovrebbe parlarne, crediamo, non certo per amor proprio, ma perché quelle “sue” inchieste non erano solo sue, ma erano di tutti, specialmente di quelle migliaia di persone per bene che a quelle inchieste hanno guardato nutrendo una grande speranza di giustizia.

Da questa domanda, ne scaturisce un’altra.

Perché de Magistris, che pure è ormai un ex magistrato e un politico a tutto tondo, non affronta uno dei “nodi” più delicati della vita politica italiana, e cioè il nodo della magistratura, e di quella “per male” in particolare?

Se lo ha fatto e lo fa Clementina Forleo (e come lei anche altri, bisogna dire), che pur essendo ancora un magistrato, e per questo più “costretta” dal ruolo che ricopre, perché de Magistris – che ora ha le mani libere – non lo fa più?

Cosa è cambiato, da quando queste cose de Magistris le diceva da pm aggredito e condannato dalla propria corporazione e dal Csm?

L’allora pm de Magistris formulò un’ipotesi accusatoria precisa: l’asse delle tangenti e l’assalto ai soldi pubblici che coinvolge tutti trasversalmente – scrisse -, in Calabria e in Basilicata viaggia preferibilmente sul binario Udc-Ds.

Proprio quell’Udc e proprio quei Ds (cioè il Pd) che sono i principali aspiranti azionisti dell’ammucchiata denominata “Santa Alleanza” in funzione anti-Berlusconi (al quale nulla ci accomuna e del quale nulla condividiamo, ma per il quale sentiamo di esprimere solidarietà senza riserve per l’aggressione subìta in piazza Duomo a Milano).

La domanda che stiamo per porre è cattiva, certo, ma solo una risposta chiara – con nomi, cognomi e indirizzi – avrebbe il diritto e il potere di neutralizzarla (della qual cosa saremmo felici). E la domanda è la seguente: lasciando in pace, anche sul piano giudiziario, gli aspiranti azionisti di riferimento di questa sorta di nuova sacra corona, è possibile che un domani – ritenuto prossimo, o che si cerca di approssimare in ogni modo – quegli stessi aspiranti azionisti usino la propria “golden share” per sostenere un nuovo governo, ma soprattutto un nuovo ministro o un nuovo premier (che non è Di Pietro)?