A ciascuno il suo factotum. Archinà per Vendola. Petronella per Carofiglio. Voti ed elogi a governatori e scrittori per mancanza di prove

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Peccato che si arrivi a conoscere certe cose sempre «dopo», ma ora sappiamo che la Tradeco, azienda leader di raccolta e smaltimento dei rifiuti nel Sud Italia e non solo, consorziata con la Cogeam della signora Emma Marcegaglia (ex presidente Confindustria e attuale presidente Eni), faceva la campagna elettorale non soltanto per Nicola Vendola di Sel (definito dalla Marcegaglia «il miglior governatore regionale d’Italia», e ti credo…), ma anche per il magistrato e poi senatore del Pd, nonché scrittore (per mancanza di prove), Gianrichetto Carofiglio.
Correva l’anno 2008 e c’era la campagna elettorale per le elezioni politiche. E tra Spinazzola e Poggiorsini (Puglia, provincia di Barletta-Andria-Trani) Cogeam-Tradeco voleva a tutti i costi una discarica in contrada Grottelline, tra un sito neolitico, una masseria dei Templari e una sorgente di acqua minerale.
In verità, quella discarica, i soggetti su citati e i loro aedi in Regione Puglia (l’altro magistrato-assessore Lorenzo Nicastro e la irriconoscibile urbanista Angela Barbanente) la vogliono ancora, ma sono tanti gli imbrogli, e le carte truccate, e le perizie contrarie, e persino i furti (intere memorie trafugate dai computer degli uffici regionali), che difficilmente lo sciagurato progetto verrà realizzato. A meno che Vendola&C non mandino lì i carri armati. Ma negli ultimi tempi, vista la mala parata, come e peggio delle sue risatacce a telefono con il factotum dell’Ilva, Girolamo Archinà, a cui faceva i complimenti per aver strappato di mano il microfono a un cronista che chiedeva conto ai Riva dei morti di cancro a Taranto e dell’inquinamento dell’Ilva, Vendola sembra voler tornare sui propri passi e, forse, addirittura fermare il progetto di discarica per il quale si era battuto anima e corpo, fino ad affermare il falso e a lanciare accuse false e infamanti nei confronti di chi osava dissentire e raccontare una storia molto, ma molto diversa da quella che propinava lui. Staremo a vedere. Speriamo.
Ma Gianrichetto Carofiglio, ormai ex magistrato (ecco, questa è forse l’unica cosa buona che ha fatto: dimettersi dalla magistratura) cosa c’entra con la discarica di Grottelline? Diciamolo subito, non c’entra nulla. Né è una colpa che Carofiglio sia molto amico di Vendola, il quale è anche molto amico della moglie di Carofiglio, Romana Pirrelli, un altro magistrato, pm nello stesso distretto giudiziario del marito oltre che nella circoscrizione in cui l’ex magistrato fu eletto. Pirrelli però si teneva per anni nel cassetto le querele contro Vendola (la mia, per esempio, e proprio, ohibò, sui fatti di Grottelline) e le tirava fuori per astenersi dal trattare il caso solo quando costretta da un esposto inviato al procuratore generale. Ma poiché le colpe delle mogli non possono ricadere sui mariti, anche questa non è una colpa dell’ex magistrato, ex senatore e, speriamo, anche ex scrittore. E nemmeno essere stato sostenuto in campagna elettorale da Tradeco è una colpa. Basta saperlo, così magari un elettore si regola e un cittadino comprende meglio la storia e la geografia (politica e non solo).
La colpa di Carofiglio è un’altra. Come apprendiamo solo adesso da alcune intercettazioni telefoniche «sepolte» tra le migliaia di pagine relative all’inchiesta – in verità, alquanto farraginosa – su sanità e rifiuti in Puglia, anche per Gianrichetto, come Archinà per Vendola, durante la campagna elettorale del 2008 si muoveva un altro factotum, Franco Petronella della Tradeco. Il quale, per le “cene autofinanziate” con il candidato Carofiglio rompe le palle via telefono a mezzo mondo affinché si stampino e affiggano manifesti, si mandino in onda spot in radio e in tv e soprattutto si acquistino biglietti a decine «per riempire la sala» e così dar prova di visibile sostegno al candidato-magistrato (allora, lo era ancora), nonché scrittore (sempre per mancanza di prove).
Anche qui, se fai raccolta fondi e lo dichiari (anche se purtroppo in Italia non abbiamo il fund raising come negli Stati Uniti), nessuno obietterebbe. Ma se ricorri, o fai in modo che qualcuno ricorra «a tua insaputa», a questi giochi di sponda, allora rischi di collocarti tra la quarta e la quinta categoria umana de Il giorno della civetta, grande libro del grande scrittore (lui, sì) Leonardo Sciascia (insomma, non è bello oscillare tra i pigliainculo e i quaquaraquà). E tuttavia, nemmeno in questo sta la colpa più grave di Carofiglio. La sua grande, grandissima colpa è nel non aver tenuto conto della «recensione», in questo caso telefonica, di Petronella. E infatti, ecco cosa dice il factotum di Tradeco su Carofiglio: «Domani sera, se non posso portare le persone, la massa a Carofiglio… Ma tu vuoi fare una cosa d’élite…! I libri in campagna elettorale…! Uaglio’…». Ecco. Si fa tanto per diventare scrittore. E poi arriva Petronella.

Come uscire da rabbia e disgusto. Ritornare dallo stato di sudditi a quello di cittadini sovrani

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«Il popolo e gli dei» di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo: uno sguardo impietoso sull’Italia di oggi

Il popolo e gli dei

Che l’Italia fosse al penultimo posto in Europa (dopo, c’è solo la Romania) per il livello di istruzione della popolazione e del numero di laureati, è uno dei tanti dati negativi che ci umilia e ci fa rabbia, ma non ci sconvolge, non solo perché siamo quasi assuefatti alle statistiche negative che ci riguardano, ma anche perché, forse, non abbiamo perso definitivamente la voglia di rimboccarci le maniche e di riscattarci. Ma che ogni settimana nel nostro Paese, nonostante la Grande crisi e le imprese che muoiono come mosche, aprano quattro nuove aziende di tatuaggi, mentre siamo saldamente al terzo posto (dopo Corea del Sud e Grecia e davanti agli Stati Uniti) per interventi di chirurgia estetica in rapporto alla popolazione, è – pur non essendoci nulla di male – uno di quei diabolici dettagli rivelatori dello stato di salute (anche mentale) di un’epoca, di un’economia, di un popolo. I dati e le statistiche però, che sono spesso opinabili e a volte anche «truccati», bisogna saperli «leggere» e ricondurre a una visione d’insieme, che sia d’aiuto a capire per poter poi agire. Compito per niente facile, che Giuseppe De Rita e Antonio Galdo – con un volume agile e «tutta polpa», Il popolo e gli dei, edizioni Laterza, 112 pagine, 14 euro -, riescono a svolgere con onestà intellettuale, poiché chiamano ogni cosa con il proprio nome e non risparmiano critiche a nessuno: alla «politica» e al suo contrario, il «disprezzo per la politica», seguito all’operazione Mani pulite e al suo strabismo; alla «dittatura del capitalismo finanziario» e dei «mercati», a loro volta governati dalla téchne di algoritmi che ne sono diventati i veri sovrani (Emanuele Severino); alla forbice, che ormai è un abisso, tra i ricchi e i poveri e tra i lavoratori dipendenti e i top manager, e persino alla presunta immacolatezza della «società civile».
La critica di De Rita e Galdo è serrata, impietosa, ma non è disperante e sfascista, così come non è «contro l’Europa» un altro libro a cui questo assomiglia molto, Il mostro buono di Bruxelles, di Hans Magnus Enzensberger. La tesi di fondo de Il popolo e gli dei, sempre più lontani l’uno dagli altri, è la medesima: la progressiva perdita di sovranità degli Stati nazionali e quindi dei popoli, che gli autori non esitano a definire «furto di sovranità» da parte di pochi dèi, con la conseguente riduzione dei cittadini allo stato di sudditi, degli individui in pubblico per la tv – e per il web, con la sua idiota logica binaria -, dei politici in «una compagnia di giro per i talk show». Sono dunque i risultati di questi processi a essere disperanti, non le analisi e le critiche. E’ per esempio disperante, sostengono gli autori, constatare che mentre la riunificazione della Germania è stata compiuta, il Sud e il Nord d’Italia sono tra loro più distanti di prima, con relativo corollario di una nuova ondata di emigrazione di giovani non più rimpiazzata, come in passato, dalla crescita demografica, perché fare un figlio costa e di politiche per le famiglie (vogliamo aggiungerci anche la scuola, le infrastrutture, la sanità, le imprese, l’ambiente e il paesaggio?) non se ne scorgono nemmeno all’orizzonte.
«La fiducia è ai minimi storici», avvertono De Rita e Galdo, e i sentimenti oggi prevalenti sono rabbia e disgusto. Invertire la rotta al più presto è dunque indispensabile. Già, ma come? Prima di tutto, bisogna «uscire dalle politiche di rigore e di austerity» decise altrove e poi, ecco la proposta coraggiosa, se non altro perché in controtendenza rispetto alla infatuazione del «tutti a casa», riscoprire il gusto e la funzione della politica, che non è né una brutta cosa né una brutta parola. Solo la politica, dicono gli autori, può rilanciare la partecipazione democratica. E a questo scopo occorre rilanciare i partiti. Sì, i «famigerati» partiti, quelle «organizzazioni ancorate a un progetto e a un territorio», magari pensati in una forma nuova, ma di certo migliori sia degli attuali comitati elettorali, poco turbati dal «furto di sovranità» perché sono i primi a praticarlo, sia di quegli dei lontani e avversi.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14 giugno 2014

La responsabilità civile diretta dei magistrati torna a imporsi come questione centrale di una vera riforma della giustizia e non intacca l’indipendenza della magistratura. L’ultima conversazione con Domenico Marafioti e il voto alla Camera di Roberto Giachetti

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Onore al compagno Roberto Giachetti!, verrebbe da dire, dopo che il deputato Pd, radicale, ha votato a favore dell’emendamento proposto dalla Lega Nord sulla responsabilità civile diretta dei magistrati (che ha fatto traballare la maggioranza di governo, alla Camera sconfitta per sette voti). Giachetti, a differenza dei tanti “franchi tiratori”, ha rivendicato il proprio voto con un intervento in Aula. «Io mi auguro – ha detto – che si apra il dibattito anche nel Partito democratico, perché vedendo l’esito del voto non sono il solo che la pensa in un certo modo: vorrei che si aprisse un dibattito anche sulla riforma del Csm e sull’obbligatorietà dell’azione penale, temi che sono nel dibattito pubblico da almeno un ventennio. È ora che il Pd prenda delle decisioni».
Quasi tre anni fa, qualche mese prima della sua morte, abbiamo incontrato, nella sua casa di Roma, il giurista Domenico Marafioti, con il quale abbiamo conversato a lungo. L’articolo che segue affronta quei temi e quel “dibattito” auspicati da Giachetti.


Gli incontri / A casa di Domenico Marafioti*
«I MIEI 86 ANNI DALLA PARTE DEL TORTO»
Garantisti o giustizialisti? Flaubert li avrebbe messi nello «Sciocchezzaio».
Giurista, avvocato, poeta, amico di Pannella e Sciascia, ha alle spalle tante battaglie, e come unico faro l’uso della ragione: “Oggi ci siamo dimenticati che anche Borsellino e Falcone erano per la separazione delle carriere. Amare la Costituzione significa metterla in pratica. Chi giudica o accusa deve essere eletto. Giudici e pm vanno separati come a Londra. E il Csm nominato per sorteggio”


Nel film “Una storia semplice”, di Emidio Greco, tratto dal racconto omonimo di Leonardo Sciascia, un grandissimo Gian Maria Volontè, professore in pensione, viene convocato come testimone dal procuratore della Repubblica, suo ex alunno. Dice il magistrato: «Lei, nei componimenti di italiano mi assegnava sempre un tre, perché copiavo… Poi, una volta, mi ha dato un cinque. Perché»? E il professore: «Perché quella volta aveva copiato da un autore più intelligente». Il procuratore replica: «Eh già, ero piuttosto debole in italiano… Ma come vede non è stato un gran guaio. Adesso sono qui: procuratore della Repubblica». Il professore Volontè lo guarda beffardo e gli dice: «Vede, l’italiano non è l’I-ta-lia-no… L’italiano è il ragionare!». Poi, lo accoppa definitivamente: «Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto».
Questo dialogo sciasciano è la migliore introduzione per capire chi è e cosa pensa Domenico Marafioti, giurista, avvocato, poeta, che a 86 anni non si è stancato di stare sempre dalla parte del torto anche quando, cioè spesso, ha ragione. Per esempio, sul punctum dolens dell’ ultimo ventennio italiano, la giustizia, un tema che ha lacerato il Paese e, dice Marafioti, «viene ancora trattato secondo una contrapposizione artificiosa e strumentale, quella tra garantisti e giustizialisti: cosa vuol dire? Fosse ancora vivo Gustave Flaubert, questa perla sarebbe finita nel suo Sciocchezzaio». Marafioti è stato grande amico di Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi e ha condiviso tutte le battaglie per i diritti civili e la «giustizia giusta» con Mauro Mellini, Marco Pannella, Giorgio Bassani, Alfredo Biondi. Ma i suoi più grandi punti di riferimento, i «fari» che non ha mai perso di vista anche nei momenti più bui del «ragionare», continuano a essere uno scrittore, Leonardo Sciascia; due giuristi, Arturo Carlo Jemolo e Piero Calamandrei, e un giurista-scrittore, Salvatore Satta. Con questi numi tutelari l’italiano, il «ragionare», è salvo. Ma il diritto? Ciò che comunemente chiamiamo «giustizia»? Così come la religione è un argomento troppo serio per essere lasciato in mano ai soli preti, anche la giustizia non può essere lasciata nelle mani dei soli giudici. Anzi, magistrati: poiché una cosa sono, o dovrebbero essere, i pubblici ministeri, un’ altra cosa sono i giudici. Da questa distinzione, non da quella fasulla garantisti-giustizialisti, dice Marafioti, bisogna partire. Perché la madre di tutte le battaglie riformatrici è la separazione e l’ equilibrio dei poteri secondo l’insegnamento di Montesquieu e Tocqueville, non la sovrapposizione quasi fisica di un potere sull’altro e l’egemonia su tutti del potere giudiziario. «Quelli sempre pronti a gridare all’ attentato all’ indipendenza della magistratura appena si parla di separazione delle carriere tra giudici e pm – dice Marafioti – non sanno, o fingono di non sapere, che il magistrato “pendolare” tra funzioni giudicanti e inquirenti, reclutato per concorso, è il magistrato del modello burocratico fascista, disegnato così dalla legge Mussolini-Grandi del 1941».
Oggi, troppo facilmente si dimentica e si omette di dire che anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano per la separazione delle carriere. E che la VII disposizione transitoria della Costituzione prevede una riforma organica dell’ordinamento giudiziario che non c’è mai stata. «Giudici e pm – sostiene Marafioti con la serenità di chi dice una ovvietà – non devono essere più reclutati per concorso, ma eletti, come avviene negli Stati Uniti, e l’obbligatorietà dell’azione penale, che è un simulacro, dovrebbe essere abolita, assieme a quella figura spuria che è il “concorso esterno” nei reati, altrimenti di questo passo, ma ci siamo già, andiamo dritti verso il colpo di Stato, strisciante, silenzioso, effettuato con la tecnica del dominio di cui scriveva Malaparte nel 1931, più che con l’abuso o l’eccesso di potere. Attraverso una gramsciana conquista delle “casematte” il partito giudiziario oggi è egemone. E se c’è egemonia vuol dire che non c’è equilibrio tra i poteri».
Sono trent’anni che Marafioti ripete queste cose, dai tempi in cui le andava elaborando durante le conversazioni con Sciascia, «a Racalmuto e qui a Roma, quando ci fermavamo a chiacchierare in piazza San Silvestro e ci dicevamo che la giustizia è un bene primario, come il mangiare e il bere, non il trastullo di chi ha la pancia piena».
Oggi Marafioti non si compiace d’ avere ragione, anzi sembra quasi dispiaciuto di essere stato un «anticipatore» di problemi che sono esplosi come egli aveva previsto e che considera «giunti a un punto di non ritorno, risolvibili solo con interventi radicali, pena la metastasi». Il Consiglio superiore della magistratura, dice Marafioti per fare un esempio tra i più significativi, è uno dei più sensibili punti critici. È difficile negare che ormai non è altro che un «parlamentino» che ha mutuato tutti i vizi e le negatività della politica, «un sinedrio di clan e correnti da riformare al più presto, scegliendone i membri per sorteggio come nel Duecento si faceva a Venezia per i Dogi». E tuttavia, la forza di attrazione gravitazionale corporativa riesce a tenere saldamente avvinghiate tra loro destra, sinistra e centro, togati e non. Poco importa se poi dal 1989, data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, «è un continuo cammino controriformista, che ha di fatto annacquato il processo accusatorio e lo ha riportato ai suoi momenti di gloria inquisitori», o se si è arrivati a quella che Marafioti definisce «atmosfera gogoliana» (il riferimento letterario preciso non gli manca mai), e cioè l’invasività dell’azione dei magistrati «che decidono persino sul calendario delle partite di calcio o sui palinsesti televisivi», o la loro ubiqua presenza, mentre sono in aspettativa e senza dimettersi dall’ordine giudiziario, «per cooptazione in governi “tecnici” e in commissioni parlamentari, oppure, per elezione, in Parlamento e nei consigli regionali e comunali, o ancora, come sindaci e assessori, facendosi eleggere proprio nei luoghi in cui hanno amministrato e torneranno ad amministrare giustizia».
Naturalmente, Marafioti non può dimenticare il tradimento del referendum del 1987 – promosso da radicali, socialisti e liberali -, in cui quasi 21 milioni di italiani, l’ottanta per cento dei votanti, si pronunciarono a favore della responsabilità civile dei magistrati e per l’abrogazione del sistema elettorale del Csm, un sistema più «blindato» di qualunque legge elettorale bulgara o sovietica. «Già allora – dice Marafioti – era chiaro il “primato” della funzione giudiziaria e la “delega” di indirizzo politico ai gruppi egemoni della magistratura. Ma oggi quel “primato” è spaventoso, perché con il tempo, assieme all’inerzia e alla viltà del ceto politico è cresciuta la sua già dilagante corruzione, ragion per cui la classe politica tace, lascia fare, subisce, si adegua». E la Costituzione, non bisogna intervenire sulla Carta affinché tutto non cambi gattopardescamente? «Non vedo lo scandalo – dice Marafioti -. Il miglior modo di amare la Costituzione è rispettarla e metterla in pratica, non mummificarla, o considerarla un feticcio. Così come un feticcio è la ricorrente invocazione della “unità della magistratura”: in Inghilterra, a Londra, gli uffici della pubblica accusa sono separati da quelli della magistratura giudicante persino fisicamente: stanno a New Scotland Yard, dove sta la polizia. E la pubblica accusa lì non è certo impotente e sotto il giogo del potere esecutivo».
Mezzo secolo di battaglie così, quelle di Domenico Marafioti, comprese le più difficili e impopolari, sulla disumanità delle carceri e sull’uso e l’abuso dei «pentiti». Mezzo secolo di un «ragionare» affidato a mille processi, decine di saggi e chissà quanti versi. Tutto inutile? «Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini; esso è l’elemento diabolico della vita». Questa volta non è Marafioti, ma Salvatore Satta, ne “Il giorno del giudizio”.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 25 settembre 2011


*Domenico Marafioti, oltre che giurista, è studioso della storia della sua regione, la Calabria. Ha studiato e si è affermato a Roma, dove vive. Tra le sue opere, «L’assistenza giudiziaria ai non abbienti» (Giuffrè); «La Repubblica dei procuratori» (Informazioni & Commenti); «Toga sommersa» (Cedam); «A passo di giudice. Democrazia e “rivoluzione giudiziaria”» (Edizioni Scientifiche Italiane); «L’egemonia giudiziaria» (Spirali); «Giustizia e letteratura» (Spirali). È autore della raccolta di versi «Senza attenuanti» (Porfiri Editore) e ha fondato e diretto dal 1989 al 1992 il trimestrale «Il giusto processo»

LA TRAGICA PROFEZIA DI ANDRIC

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Dagli ottomani alla Grande guerra, quattro secoli di storia
La Bosnia osservata dal “Ponte sulla Drina”. Che salterà


Se Il ponte sulla Drina è un capolavoro, e lo è – assieme agli altri due romanzi della trilogia di Ivo Andrić, La cronaca di Travnik e La signorina -, bisogna goderne. Il ponte sulla Drina è un libro da leggere e rileggere, da andare a riprendere quando si vuole approfondire una riflessione, gioire di un ritratto, di una descrizione, di un affresco storico e sentimentale, persino di una parzialissima opinione. Ma il fatto che sia un capolavoro non è sufficiente a soddisfare la domanda più importante: perché è necessario leggere Il ponte sulla Drina, pubblicato nel 1945 e tradotto in italiano nel 1960? Perché con questo libro Andrić nel 1961 ha vinto il premio Nobel? O perché racconta quattro secoli di Bosnia, dal dominio ottomano alla prima guerra mondiale e quindi è «attuale»? Quella del Nobel sarebbe, con tutto il rispetto, l’ultima delle motivazioni, mentre il metro dell’«attualità» è effimero. E allora, perché?
Una delle ragioni, che tra l’altro lo rende familiare in particolar modo a noi italiani, è che Il ponte sulla Drina è un grande romanzo storico, come I promessi sposi, con il quale – singolare coincidenza – condivide l’incipit, da Manzoni dedicato al lago di Como e da Andrić al fiume Drina. E’ impressionante la somiglianza nell’accurata, minuziosa descrizione dei luoghi – due geografi non avrebbero saputo far meglio – che Andrić e Manzoni ci regalano senza sacrificare la poesia, l’empatia, l’emozione, il fluire della vita, che proprio come l’acqua dei fiumi sgorga da sorgenti nascoste e inesauribili e fa di un capolavoro della letteratura («e non della letteratura slava», come non si stancava mai di ripetere Danilo Kiš) un’opera universale, di quelle che hanno il privilegio di appartenere all’umanità e di non essere prigioniere del tempo.
La Drina e il ponte che l’attraversa sono i protagonisti veri del romanzo di Andrić. Apparentemente esseri inanimati, essi invece guardano, parlano, addirittura pensano. Stanno. E stanno sempre. Lì, in quel punto preciso di Višegrad, paesino bosniaco oggi al confine tra Bosnia e Serbia, ma ieri punto di contatto tra due mondi, occidente e oriente, cristianità e islam. Due mondi che il ponte «unisce», ma con le virgolette, che sono di Andrić, perché questa unione – che è comunicazione, confronto, discussione, accordo e disaccordo, e cioè convivenza – non è una fusione nell’indistinto, un’abrogazione delle differenze, che sarebbe quanto di più stupido e di più falso, ma è quotidiana, continua capacità di porre a se stessi tutte le domande, anche e soprattutto dal punto di vista dell’altro. E’ questo continuo esercizio, diventato prassi quotidiana e introiettato come norma generale di condotta, che durante i quattro secoli del dominio ottomano garantisce la pace, che invece finirà quando scoppierà la Grande guerra. Il ponte sulla Drina, fatto costruire nel Cinquecento da Mehmed Pascià Sokolovići, uno di quei ragazzini bosniaci rapiti dagli ottomani e portati a Istanbul per essere educati all’islam e poi diventato visir dell’impero, è il corpo di questa convivenza, mentre le acque del fiume ne sono la linfa, il sangue che scorre nelle sue vene e in quelle delle genti che lo attraversano, oltre che nelle vene di Andrić.
Il bellissimo ponte di pietra con undici arcate, «sotto il quale rumoreggia il fiume verde, rapido e profondo», non è però un inno al bel tempo che fu, né un simbolo di melensa e soporifera quiete, dove si sperimentano gioiosamente a fasi alterne multiculturalismo e assimilazionismo. E’ certamente, «naturalmente», un luogo di commerci e dialoghi, di amori e pettegolezzi, tribuna di dispute filosofiche e punto di osservazione per scrutare l’orizzonte o anche solo il proprio ombelico. Ma è pure patibolo, palcoscenico di orrende esecuzioni, epicentro di odî e congiure, trampolino ideale per tuffarsi nelle acque impetuose della Drina e lasciarsi annegare subito dopo la celebrazione del proprio matrimonio, come fa la bellissima e intelligentissima Fata Avgada, che così mantiene fede sia alla parola data al padre di sposare il suo indesiderato pretendente, sia alla promessa fatta a se stessa di suicidarsi pur di non unirsi a chi non è stato scelto da lei.
Attraverso il ponte sulla Drina genti diverse di fedi e tradizioni diverse con/dividono luoghi e destini perché ognuno ha maturato la consapevolezza che se vuole affermare il diritto di essere se stesso e di conservare la propria identità deve riconoscere all’altro il medesimo diritto. Ciò che è l’esatto contrario dell’omologazione e del conformismo. Ed è il nucleo vero del «sogno panjugoslavo» per il quale Andrić – che era di madrelingua croata, scriveva in serbo ed era nato in Bosnia, a Travnik, nel 1892 – si battè sin da giovanissimo, aderendo a Mlada Bosna (la Giovane Bosnia, sull’esempio mazziniano della Giovine Italia) e finendo anche in prigione.
Ora, mentre i Balcani, e la ex Jugoslavia in particolare, negli ultimi vent’anni si sono sempre più «europeizzati», nel senso che hanno cercato di adottare il modello dello Stato nazionale europeo ma fondandolo su una base etnica, con le conseguenze che conosciamo, l’Europa, che si era prefisso un orizzonte di «unità», si è al contrario «balcanizzata», tenuta in piedi con il nastro adesivo di una sempre più precaria unità monetaria. Anche di questi sviluppi futuri Andrić era stato buon profeta. Nel suo racconto Lettere dal 1928, che voleva intitolare Lettere dal 1992, egli immagina che l’unico modo per sfuggire alla tenaglia est/ovest – l’impero ottomano da un lato e quello austroungarico dall’altro – avrebbe dovuto essere la costruzione di un «mondo» che si frapponesse tra l’uno e l’altro, altrimenti, come poi è avvenuto, quella tenaglia est/ovest avrebbe precipitato gli slavi del sud nell’inferno. Com’è accaduto alla Jugoslavia nel 1991, un anno prima rispetto a quanto preconizzato da Andrić. E come accadde al ponte sulla Drina, che «stava dritto, come condannato, ma in sostanza ancora indenne e intero, tra due mondi in guerra», e poi, all’improvviso, viene bombardato dagli austriaci. I colpi ammazzano anche il povero imano Alihodža, che si trova lì e non capisce bene cosa stia succedendo, e quando lo capisce, troppo tardi, si chiede «se anche l’amor divino è scomparso dal mondo». Ma un attimo prima di chiudere gli occhi si risponde che no, «questo non può succedere».
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27 maggio 2014

Quanto ci assomiglia la Grecia moderna in bancarotta perenne

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117_La Grecia moderna fronte

«I migliori sono privati di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di chiassosa passione». Con queste parole (Il giorno del Giudizio, William Butler Yeats) sull’Europa in rovina del 1920 si chiude La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821 (Argo editrice, 294 pagine, 22 euro, traduzione dal greco di Massimo Cazzulo), di Thanos Veremis e Ioannis Koliopulos, rispettivamente docenti di Storia politica e di Storia moderna nelle Università di Atene e di Salonicco.
Diciamo subito che l’opera non solo non ignora l’attualità – il coma in cui è precipitata la Grecia –, ma la utilizza per far meglio comprendere le cause che hanno «spezzato le reni» a un Paese al quale, come a una madre, tutti dobbiamo qualcosa.
E allora, dal default di oggi è necessario fare subito un salto all’indietro di centoventi anni, al 1893, quando la Grecia fallì per la prima volta, per colpa di «un debito nazionale sette volte più elevato rispetto a diciassette anni prima». Sono passati appena cinquant’anni dalla sua prima Costituzione, che è del 1844, e settanta dall’indipendenza dall’impero ottomano – raggiunta con quella rivoluzione del 1821 che infiammò la meglio gioventù europea di un filellenismo mai visto prima e dopo -, che la giovane Grecia già si trova in bancarotta. Certo, per colpa dello sforzo economico a sostegno delle cause irredentiste, con debiti contratti per pagare altri debiti, e della grave crisi del settore viticolo, che dopo un breve periodo di floridezza viene affossato dai vigneti (e dai dazi) francesi. Ma anche perché «i prestiti stranieri dei primi quarantacinque anni dell’indipendenza erano usati raramente per opere pubbliche legate alle infrastrutture, in quanto la maggior parte di essi finanziava spese di amministrazione, bilancio per la difesa e pagamento dei prestiti».
Il processo di unificazione del Paese e la ricerca di una smarrita «identità greca» erano riusciti a trovare nella lingua e nella continuità culturale con il passato gli elementi più efficaci per neutralizzare tutti coloro che, sulla base delle teorie razziali alla moda, ritenevano i greci moderni soltanto degli «slavi albanesizzati». Ma ciò che la Grecia non è mai riuscita a evitare è stato l’indebitamento incontrollato, quasi una coazione a ripetere lungo due secoli. Già nel 1833, il re Ottone non sapendo come pagare i debiti con l’estero «è pronto a vendere la terra pubblica». Poi ci si mettono anche le guerre balcaniche agli inizi del XX secolo e gli scontri con la Turchia, con il conseguente catastrofico scambio di popolazioni tra i due Paesi (585 mila musulmani ellenofoni cacciati dalla Grecia e un milione e 300 mila ortodossi turcofoni cacciati dalla Turchia), la seconda guerra mondiale seguita da una durissima guerra civile, un golpe con relativa dittatura militare nel 1967, un altro referendum (il sesto) tra monarchia e repubblica nel 1974, una nuova Costituzione nel 1975 e, finalmente, l’agognata ripresa. Che però dura poco, non più di quindici anni, quanto basta per riprendere la folle cavalcata verso l’indebitamento improduttivo che l’ingresso nella Cee prima e nell’euro poi non riescono a frenare e porta la Grecia (dove, per dirne una, la crescita del settore pubblico dal 1980 al 2010 è stata tripla rispetto a quella dell’Austria) al disastro.
Veremis e Koliopulos sono impietosi, non scelgono la via facile di incolpare «gli altri» per «questa sorta di destino greco» e sostengono che i disastri economici, oggi come in passato, sono il frutto della «comunità segmentata, cioè di un sistema premoderno che corrode lo Stato greco fin dalla sua nascita». Un sistema in cui ciò che conta è la protezione dell’unità familiare, del gruppo, del clan, a scapito della meritocrazia nella vita pubblica, e in cui ognuno fa la sua parte, ma in senso negativo: la politica «che attira per lo più persone prive di un sapere politico e personaggi dello spettacolo», l’economia e la cultura «che scelgono secondo il criterio della totale dedizione e non delle capacità», e la stessa società civile «che concorre con zelo a saccheggiare il sistema». Ovviamente, ogni somiglianza con l’Italia è puramente casuale.
(Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22 maggio 2014)

La più bella del mondo (Camillo Sbarbaro – “Padre, se anche tu non fossi il mio”)

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Camillo Sbarbaro
Padre, se anche tu non fossi il mio


Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.


E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.


Padre, se anche tu non fossi il mio padre,
se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

“In Rai comanda il partito dell’Usigrai e dei conduttori tv”. Lo ha detto Renzi. Noi lo avevamo detto già due anni fa. Però va bene lo stesso. Benvenuto tra noi, presidente

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Benvenuto tra noi, Matteo Renzi. Per aver detto, e in tv, e a Ballarò – cioè in uno di quei talk show eterodiretti, i cui conduttori non si sono mai distinti per lealtà, indipendenza, equanimità – che «la Rai non è dei conduttori tv e dell’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai, ndr)».
Benvenuto, per aver ripetuto il concetto alle agenzie di stampa il giorno dopo, ribadendo che la Rai, la tv del servizio pubblico, non è dei partiti e, soprattutto, non è del «partito Rai».
Finalmente. Il presidente del Consiglio punta il dito contro chi comanda davvero in Rai. Sarebbe stato meglio che questa evidente verità fosse diventata patrimonio comune prima. E tuttavia, come si dice, meglio tardi che mai. Anzi, diciamo pure che «Non è mai troppo tardi», così restiamo in ambito Rai e citiamo, omaggiandolo, quel grande programma di alfabetizzazione nazionale condotto da quel grande maestro che fu Alberto Manzi.
Però tocca anche dire che in questi ultimi anni non tutti dormivano. Due anni fa – e non per la serie «noi lo avevamo detto» -, io e l’ex direttore generale Rai, Mauro Masi, abbiamo affermato le stesse, identiche cose nel libro Un nemico alla Rai (Marsilio), in cui abbiamo sostenuto la tesi che chi comanda davvero in Rai è la lobby formata dal sindacato Usigrai, dall’Adrai (l’associazione dei dirigenti Rai) e dalla compagnia di giro dei «bravi presentatori», i quali smerciano per impegno civile la loro fame di notorietà e di quattrini. Tra costoro, guarda caso, c’è anche quel Floris mai distintosi per coraggio – non ne ha e quindi non se lo può dare -, che più che intervistare Renzi, lo ha continuamente interrotto, sfottuto, persino «avvertito» (per conto di chi?) dei rischi che potrebbe correre a mettersi contro Mamma Rai, anzi contro Mammasantissima Rai.
Ancora prima dell’uscita del libro, esattamente a gennaio 2011, come delegato dei giornalisti avevo detto queste stesse cose a Bergamo, dalla tribuna del 26° congresso nazionale della Fnsi (la Federazione nazionale della stampa). Conscio della impermeabilità di quel soviet che è la Fnsi, in quel periodo presieduto da Roberto Natale (segretario, guarda un po’, dell’Usigrai e oggi addetto stampa, guarda un po’, del presidente della Camera, Boldrini) -, dissi che l’unica soluzione per «liberare» il giornalismo italiano era che il soviet supremo della Fnsi facesse come la setta dei 900 seguaci di padre Jim Jones in Guyana nel 1978, e cioè che si suicidasse in massa.
Purtroppo, né quanto scritto nel libro Un nemico alla Rai, né quanto suggerito alla nomenklatura Fnsi durante quel congresso ha avuto seguito. Il libro (nonostante abbia venduto più di diecimila copie) è stato ignorato dai giornali e soprattutto dalla tv, mentre, per evitare che le mie parole al congresso di Bergamo avessero la pur minima eco, il soviet Fnsi e il suo presidente Usigrai, con un giochetto di prestigio, collocarono il mio intervento all’una di notte…
Quindi, caro Matteo Renzi, benvenuto. Davvero.

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