In memoria di Reyhaneh Jabbari. Perché è giusto che una donna stuprata uccida lo stupratore

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Tutto si può dire sulla morte per impiccagione della ventiseienne iraniana Reyhaneh Jabbari, fuorché “Riposi in pace”. I commenti apparsi sulla Rete e sui giornali improntati a questa sorta di rappacificante «Requiem aeternam» sono ipocriti o, se in buona fede, cretini. Reyhaneh non riposerà mai in pace perché è stata impiccata secondo le leggi e le convinzioni etico-religiose vigenti nella Repubblica islamica dell’Iran, che ne hanno decretato la morte per aver lei resistito e reagito a uno stupro.
La vicenda di Reyhaneh è sconvolgente. Sette anni fa Mortaza Abdoladi Sarbandi, medico e funzionario della Intelligence iraniana (il servizio di spionaggio), attirò con l’inganno Reyhaneh in casa sua – per una consulenza tecnica, poiché la ragazza, allora diciannovenne, era una decoratrice – e cercò di abusare di lei. Secondo una ricostruzione dei fatti, nemmeno esaminata e presa in considerazione dai tribunali iraniani, il medico-agente dei servizi segreti che voleva abusare di Reyhaneh aveva premeditato l’agguato, tanto è vero che prima di incontrare la ragazza si sarebbe «rifornito» di profilattici e sonniferi. Le cose non andarono come previsto e Reyhaneh reagì. Colpì Sarbandi due volte, alla spalla, con un piccolo coltello che era in casa. Poi fuggì a avvertì persino un’ambulanza, ma quando arrivarono i soccorsi Sarbandi fu trovato morto. Un esito eccessivo rispetto alla entità delle due coltellate, tanto che si sospettò anche di una terza persona, un uomo, tale Sheikhy, che avrebbe «chiuso il caso» prima che diventasse uno scandalo.
Da quel momento, Reyhaneh fu per tutti la colpevole di quel delitto, fu arrestata, tenuta in prigione nella speranza che si autoaccusasse, infine condannata a morte. Sua madre, Shole Pakravan, fino all’ultimo ha chiesto che le fosse risparmiata la vita, e i familiari di Sarbandi avrebbero anche accettato di concedere la «grazia», a patto che Reyhaneh «confessasse» che nei suoi confronti non c’era stato alcun tentativo di stupro.
Reyhaneh non ha accettato il ricatto e il giorno della impiccagione Jalal Sarbandi, uno dei figli del medico-agente dei servizi segreti, si è incaricato di togliere lo sgabello sul quale poggiavano i piedi della condannata alla forca.
Naturalmente, non ci aspettiamo da nessuno (basta leggere i giornali, con la eccezione di pochissimi, tra i quali Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 26 ottobre) severe prese di posizione su un fatto del genere. Troppi rapporti commerciali in gioco con l’Iran. Meglio prendersela, come avviene in queste settimane su tutti i media, per fare un nome a caso, con un Paese come l’Azerbaigian e confondere volutamente il disconoscimento dei diritti umani (in Iran, nel 2013 ci sono state 550 impiccagioni) con la compressione dei diritti civili e politici (fondamentali anche questi, ci mancherebbe, ma diversi dai primi), cosicché nel minestrone ipocrita di un Occidente fiacco e senza idee non si distingua più niente: dove vige la pena di morte e dove no, se è riconosciuta la parità uomo-donna oppure no, se Stato e Chiesa sono separati oppure se vige la teocrazia. E magari, a supporto di questa idiota indistinzione, sorbirsi pure le «analisi» del ragioniere Giuseppe Grillo che, forte della sua «conoscenza» dell’Iran grazie a una moglie e a un suocero iraniani, sostiene che tutto ciò che di brutto si viene a sapere dell’Iran e del Medio Oriente è sapientemente filtrato dal Memri, un agenzia di stampa che risponderebbe al Mossad, il servizio segreto israeliano. E già, anche le ragazze arrestate in Iran per aver voluto assistere a una partita di pallavolo maschile sono manovrate dal Mossad.
Queste però sono considerazioni politiche, sebbene in senso lato. Qui invece ci preme farne una di tipo, diciamo così, di politica penale. La seguente. Per lo stupro, che è tra i più odiosi dei delitti, non dovrebbe valere soltanto la scriminante della legittima difesa (che avrebbe salvato la vita a Reyhaneh). Per lo stupro, alle donne che reagissero come Reyhaneh dovrebbe essere dato un premio. In altre parole, lo stupratore merita di essere ucciso e chi lo uccide, soprattutto se a farlo è la stessa vittima, non solo dovrebbe essere assolto, ma dovrebbe ricevere un vero e proprio premio. Magari non una taglia in denaro come quella sui banditi «wanted» dei film western, ma un premio morale, simile a un encomio o a un riconoscimento pubblico, una croce o un titolo al merito. Una misura del genere, che già nei Paesi occidentali sarebbe un colpo micidiale all’omertà e ai «processi alle vittime», nei Paesi islamici ad alto tasso di paranoia sessuofobica, dove la legge è religione e viceversa – e dove ti stuprano, ti lapidano, ti annientano e devi star zitta -, sarebbe una bomba, una rivoluzione, un’implosione più forte di qualsiasi guerra guerreggiata ai vari califfati neri e alle Isis di turno. Perché, come dice Goli Taraghi, scrittrice iraniana settantacinquenne esiliata in Francia, «il vero partito di opposizione in Iran sono le ragazze che non rinunciano a ballare».

Azerbaigian 2015, tra calcio e olimpiadi / I gol azeri “estratti” dai pozzi di petrolio

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Primi a giocare gli operai degli impianti, poi l’Urss infine l’entrata nell’élite europea


Dovremo imparare a pronunciarne il nome e a conoscerlo come merita, l’Azerbaigian, non solo perché è diventato il nostro primo fornitore di petrolio e tra qualche anno lo sarà anche di gas, ma perché la sua cultura e la sua storia sono un concentrato della storia del mondo, in una parte del pianeta, il Caucaso meridionale, che è tra i più grandi crocevia di civiltà. E dovremo imparare a pronunciare anche i nomi delle sue città, perché nel 2015, con i primi Giochi olimpici europei, l’«asiatica» Baku diventerà la capitale dell’Europa sportiva e il Mar Caspio tornerà a essere un po’ Mare Nostrum, come nel I secolo dopo Cristo con i Romani, che avevano qui il punto più estremo dell’impero.
Se i Giochi del 2015 segneranno il suo vero «debutto» nell’Europa dello sport, nel calcio l’Azerbaigian ha una storia centenaria, cominciata con i club fondati dagli inglesi a Baku, in cui giocavano gli operai dei pozzi di petrolio che diedero vita ai primi «cartelli» dei Rothschild, dei Rockfeller, dei Nobel. Il primo torneo «metropolitano» fu disputato nel 1905 a Baku, che già allora contava più di duecentomila abitanti, e a vincerlo fu il British Club, mentre il primo campionato nazionale si tenne nel 1928, anche se si trattò di una parentesi, perché da quel momento in poi il calcio e le altre discipline sportive, assieme al petrolio naturalmente, passarono direttamente nelle mani di Mosca.
L’Azerbaigian entra a far parte dell’Europa calcistica soltanto nel 1992, l’anno successivo alla dichiarazione di indipendenza dall’ex Unione sovietica. Gli inizi sono un calvario, culminato con un maramaldesco 0 a 10 dalla Francia nel 1995 e un pesante 0 a 6 con Israele nel 2004 (nonostante il ct fosse Carlos Alberto, capitano del Brasile campione mondiale 1970). Il primo successo arriva nel 2005, quando l’Azerbaigian supera di misura per 3 a 2 il Kazakistan. Poi, anche qualche bella soddisfazione, come le vittorie contro la Repubblica Ceca e la Turchia e, con Berti Vogts in panchina (campione del mondo con la Germania Ovest nel 1974, campione d’Europa da ct nel 1996), il pareggio con la Russia nelle qualificazioni ai Mondiali del 2010. Con l’Italia, solo due incontri, e due onorevoli sconfitte.
La prima volta dell’Azerbaigian alle Olimpiadi fu invece ad Atlanta nel 1996, con una sola medaglia vinta e il 61° posto in classifica. Da allora, una scalata costante, fino ai Giochi di Londra 2012, in cui la Terra del Fuoco (Azerbaigian significa «custodi del fuoco») conquista otto medaglie e il 30° posto, un piazzamento che meraviglia fino a un certo punto, considerato che l’età media dei suoi dieci milioni di abitanti è di 28 anni.
A far conoscere meglio in Italia l’Azerbaigian, calcistico e non solo, è stato però soprattutto il sorteggio di Europa League, che due anni fa e quest’anno ha contrapposto l’Inter prima al Neftci Baku (2 a 2 «storico» a San Siro) e poi al Qarabag Agdam, che è stato sì sconfitto per 2 a 0, ma ha potuto raccontare al mondo la propria singolare vicenda di squadra condannata a giocare sempre fuori casa. La città di Agdam si trova infatti nella regione del Nagorno Karabakh, che nel 1993 venne occupata dagli armeni. Aveva sessantamila abitanti e oggi è considerata la più grande città fantasma del mondo perché gli armeni, per impedire il ritorno degli azerbaigiani, l’hanno completamente distrutta. E il Qarabag Agdam da allora gioca nella vicina Quzanli. Sperando nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9 ottobre 2014

La sartoria dei sentimenti / “La stoffa per resistere? Me l’ha data la bottega”

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Angelo Inglese ha rifiutato di vendere il marchio delle sue camicie fatte a mano per 10 milioni di sterline. Continuando a lavorare in Puglia


Il profumo del vapore del ferro da stiro sui tessuti. La radiolina sempre accesa. La chiacchiera continua tra i lavoranti. Il gesso che traccia i tessuti da tagliare e le macchine da cucire a pedale che li trasformano in abiti e camicie. E la convivialità, che abbassa quella che gli economisti definiscono la «penosità» del lavoro, di tutti i lavori. Cioè, la bottega. Un luogo di formazione e di trasmissione del sapere artigianale che avrebbe dovuto essere ucciso dalle confezioni industriali fin dagli anni Sessanta, come quasi ovunque è avvenuto, e che invece a Ginosa – venticinquemila abitanti in provincia di Taranto, versante jonico della Puglia ricca di chiese e villaggi rupestri – ha dimostrato non solo di poter sopravvivere, ma addirittura di sapersi imporre nel mondo come stile di vita e di lavoro e come idea di sviluppo.
In questa bottega sulla cui insegna c’era scritto soltanto «Tessuti», aperta nel 1955 dai quattro fratelli Inglese, i figli di «Annunziata la sarta», si è formato Angelo Inglese, quarantadue anni, oggi titolare dell’omonima ditta, contesa (invano) dai grandi gruppi tessili del pianeta e sinonimo di capi di abbigliamento di alto artigianato prodotti esclusivamente a mano.
Grazie a quel profumo di vapore che da ragazzino gli si è fissato nel cervello, secondo quelle leggi che presiedono alle reazioni chimico-sentimentali che poi segnano i destini, Angelo a metà degli anni Novanta ha evitato l’eutanasia della «bottega» e l’ha rimessa in piedi. Aveva ventidue anni, aveva appena perso il papà stroncato a 56 anni da un ictus e partiva con un debito di trecento milioni di lire, poiché vent’anni di lavoro dell’intera famiglia, che aveva venti dipendenti nel periodo migliore, non erano riusciti a scongiurare il declino e poi la resa, nell’ordine, al posto in fabbrica all’Italsider, alla concorrenza impari della sartoria industriale, alla confezione di abiti e camicie per le grandi firme, al miraggio poi subito evaporato della catena di montaggio dei salottifici in cui si punzonavano soltanto sagome di legno e non si imparava nulla.
Angelo invece sosteneva, ma nessuno gli credeva, che come aveva imparato lui dai propri maestri – il papà Giovanni e gli zii -, avrebbero potuto imparare gli altri da lui. Perché ciò che conta prima di ogni altra cosa, ripete oggi Angelo, è proprio imparare, sapere come si fa, conoscere i segreti di un’arte, per poterla poi tramandare a coloro che abbiano le qualità e la passione per fare altrettanto («il vero sogno dell’artigiano è questo»), secondo un ciclo infinito, come quello della natura. E questo non solo per decisione dell’artigiano detentore di quel sapere, ma per le caratteristiche proprie dell’arte insegnata, che non accetta di essere inscatolata e messa sotto chiave, ma chiede di esplodere, di espandersi, di perfezionarsi.
Angelo Inglese ci crede e nel giro di un paio d’anni inverte la tendenza che voleva per lui e per la sua azienda un futuro di macchine da cucire ipertecnologiche, offerte con un «pacchetto» di convenientissimi finanziamenti a tassi agevolati e allettanti commesse per i grandi marchi. Lui dice di no, vuole le tradizionali Singer e procede contromano. Mentre tutti delocalizzano il Made in Italy all’Est, lui lo incardina nel Mezzogiorno d’Italia. Sfonda subito a Milano e a Genova, roccheforti della cultura del «fatto a mano», e subito dopo in Giappone, dove impazziscono per i dettagli delle sue creazioni, lo consacrano come il profeta dell’Italian style, fanno ordinazioni in quantità mai viste prima e, particolare non irrilevante, pagano con una puntualità a lui e a noi sconosciuta. Tutto il resto – le sue camicie su misura per gli uomini di governo del Giappone e per i Reali d’Inghilterra, per i grandi industriali e i personaggi dello spettacolo di tutto il mondo – fa già parte della storia della moda e del costume ed è stato abbondantemente raccontato da giornali e tv. Ciò che invece non è ancora emersa è la parte «forte» di questa storia, che è stata ed è tutt’ora una scelta di vita, in cui il rifiuto di vendere il marchio «Inglese» agli inglesi per dieci milioni di sterline, con l’offerta di continuare a lavorare per loro e quindi di «sistemarsi» per tutta la vita, è solo un capitolo.
Angelo ha in testa sempre la «bottega», quella rinascimentale, né più né meno. E vuole farla rivivere al Sud, a Ginosa, fra le stupende gravine di Casale e La Rivolta scelte da Pasolini, assieme ai Sassi di Matera, per girarvi il «Vangelo secondo Matteo». Non andarsene, rimanere, assumere invece che licenziare, insegnare invece che spremere il limone, significa sfidare i tabù dell’eterna questione meridionale. Ma Angelo ha un progetto, e lo mette in pratica. Acquista un antico edificio e comincia a ristrutturarlo per ospitarvi il negozio, il laboratorio di produzione, le aule per i seminari di «turismo sartoriale» e gli alloggi per gli apprendisti. Subisce l’indolenza della burocrazia, le visite a giorni alterni di zelanti agenti del fisco, ma resiste senza perdere l’ottimismo e lo spirito di iniziativa.
L’alluvione dell’ottobre 2013 però, grave come quella del 1733, e i conseguenti crolli del gennaio successivo (4 morti e 40 famiglie sfollate), sono state un colpo troppo grande. Se nessuno fa niente per Ginosa, e nessuno finora ha fatto niente, anche le idee e le sfide di Angelo e dei suoi amici Mario e Piero, che come lui credono di potercela fare, rischiano di rimanere tristemente imprigionate dietro le transenne sgangherate e semiarrugginite che circondano le macerie del paese e lo isolano ogni giorno di più da tutti, che vestano o no «Inglese».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 24 settembre 2014

IN SINT[F]ONIA CON IL FUTURO – Arena di Verona, 12 settembre 2014. Dietro le quinte del concerto dell’Azerbaigian per l’Italia

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IN SINT[F]ONIA CON IL FUTURO – Arena di Verona, 12 settembre 2014. Dietro le quinte del concerto dell’Azerbaigian per l’Italia. Le prove dell’Orchestra italiana del Cinema con i maestri Yalchin Adigezalov e Daniele Belardinelli, di Al Bano, Azer Rzazadeh, Aygun Bayramova e il Trio Garabag. Allo spettacolo, condotto da Carlo Vulpio, hanno assistito più di 8.000 persone


L’invaiatura e altri 25 motivi per amare le olive

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Cultura materiale / L’agronomo Cosimo Damiano Guarini con “Lovolio” illustra un patrimonio italiano
cover olio


E’ un prezioso libretto che avrebbe fatto la gioia di Fernand Braudel, centrato com’è sulla «cultura materiale» della coltivazione dell’ulivo e della produzione dell’olio, prima nella Mezzaluna fertile e poi nel Mediterraneo. Ma è anche un libretto che piacerà ai bambini, perché l’ultima parte, VocabOleario, è dedicata a loro, con ventisei voci e altrettanti disegni che li appassionino proprio a quella cultura materiale che non si studia a scuola e che si va perdendo, quando invece è utile e necessario sapere, per esempio, che l’invaiatura, essendo «la fase più importante della maturazione delle olive, quella in cui la buccia passa dal verde al rosso-violaceo», è il periodo in cui si ottiene l’olio migliore per gusto e caratteristiche nutrizionali.
Dell’olio di oliva, fin dall’antichità, si conosce, oltre all’uso alimentare, quello per la filatura e la tessitura delle stoffe, per la produzione di sapone, per la pulizia e la cura del corpo. E si sa anche che è alla base della celebratissima dieta mediterranea, nel 2010 inserita dall’Unesco nel patrimonio immateriale dell’umanità. Ma non si sanno un sacco di altre cose, che invece Lovolio di Cosimo Damiano Guarini pubblicato dalle edizioni Olio Officina di Milano (pp. 173, 15 euro) ci fa scoprire, grazie alla competenza e alla passione dell’autore, un giovane agronomo che lavora nell’Oleificio cooperativo di Ostuni, in Puglia, e grazie ai contributi autorevoli di uomini di scienza quali Massimo Marianetti, Maurizio Servili, Carlo Franchini, Franco Mandelli ed esperti di settore come Luca Crocenzi, responsabile del mercato dell’olio di oliva nella Borsa merci telematica italiana. Dalla polifonia interdisciplinare di Lovolio si capiscono molte cose, che dovrebbero essere patrimonio culturale comune. Invece a malapena sappiamo cos’è l’olio extravergine di oliva, figuriamoci se sapremmo darne la definizione corretta, «l’unico grasso vegetale estratto attraverso processi meccanici», dalla quale passano non solo millenni di cultura agricola e alimentare (fino alla contemporanea «nutraceutica»), ma anche commerci e affari (sia leciti che truffaldini) miliardari. Sapere che la prima raffineria impiantata da Carlo Agnesi a Oneglia, in Liguria, nel 1820, avviò il processo che nel Novecento avrebbe portato alla commercializzazione dell’olio di oliva in lattina, significa capire che ci fu una rivoluzione alimentare, che prima cambiò le abitudini delle popolazioni della Pianura Padana e poi, attraverso l’insegnamento degli emigranti, anche quelle dei «barbari» degli Stati Uniti, dell’Australia e persino della Nuova Zelanda.
Anche l’Italia però, ex primo produttore mondiale di olio di oliva (oggi lo è la Spagna), vive le sue contraddizioni. Una su tutte: è al tempo stesso il primo esportatore e il primo importatore di olio. Come mai? Colpa della rincorsa al ribasso del prezzo dell’olio e dell’invasione di olio comunitario ed extracomunitario, «magari in belle bottiglie dal nome italiano», che di italiano – non solo nell’origine del prodotto, ma anche nel modo di lavorarlo – non hanno nulla, visto che tutti i grandi marchi nazionali sono passati in mani straniere. Gli Etruschi invece non si facevano ingannare, importavano solo olio greco. Mentre i Romani, imparata l’arte, fecero in modo che in ogni villa vi fosse un uliveto e un frantoio.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 15 settembre 2014

Antonio, tradito dalla terra che non voleva abbandonare / La pioggia e il fango devastano il Gargano

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Imprenditore agricolo, si era rifiutato di emigrare. Aveva 24 anni, travolto con la sua auto dentro un canale di scolo


CARPINO (Foggia)
Non è vero che è stato imprudente e che abbia voluto proseguire a tutti i costi, con la sua auto, sulla strada attraversata dal fiume d’acqua per andare a lavorare nell’azienda di famiglia. Antonio Facenna stava semplicemente tornando a casa. L’azienda in cui lavorava con i genitori, infatti, era anche la sua casa e si trova a Carpino, in pieno Parco nazionale del Gargano, sulla strada tra Vico del Gargano, dove Antonio è nato, e Coppa Rossa. Era figlio unico, Antonio, e aveva 24 anni. La sua Renault Clio è stata travolta dall’acqua e ritrovata l’altro ieri a Canale Puntone, trascinata a sei chilometri di distanza, completamente ricoperta di fango. Sono stati i sommozzatori a ritrovare il corpo e, ieri sera, la prefettura di Foggia ha confermato che si trattava proprio di lui, Antonio, quel ragazzo che a Carpino era diventato un esempio da seguire per l’attaccamento alla sua terra.
Studente, Antonio Facenna dopo le superiori aveva deciso di dedicarsi all’allevamento e all’arte della lavorazione del caciocavallo podolico, una prelibatezza da buongustai, perché si ricava dal latte della vacca podolica, razza proveniente dalla regione ucraina della Podolia. Antonio, per questa sua passione e per la determinazione di continuare a tener viva la tradizione di famiglia fino dai suoi bisnonni, si è anche meritato un documentario del Carpino Folk Festival, una manifestazione legata a uno dei più grandi autori di musica popolare, Matteo Salvatore, per il quale Italo Calvino disse: «Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare». Antonio non componeva musica né scriveva canzoni, ma la sua era lo stesso poesia. A rivederlo in quel documentario, la gente si commuove per la leggerezza e la convinzione con cui parla di latte, pascoli, formaggi, mucche e lavoro non come condanna, ma come strada per realizzare se stessi ed essere in qualche modo anche felici.
Non è stato però facile per lui coltivare questa passione e presentarsi al prossimo con queste credenziali. Diceva, per una forma di pudore, di frequentare l’università fuori e di tornare in azienda a lavorare solo durante le vacanze o i periodi in cui gli impegni di studio glielo consentivano. Non voleva che la gente lo burlasse o lo considerasse «non riuscito». Sapeva bene che ancora oggi un ragazzo che si sporca le mani con il lavoro agricolo non è esattamente un ragazzo ambìto e davvero rispettato come tutti gli altri. Colpa dell’ignoranza e dei pregiudizi che ancora resistono e che adesso tutti cercano di negare, come se non ricordassero quanta fatica ci sia voluta a convincere Antonio a prender parte a quel documentario che celebra la sua scelta e la offre come esempio di una emigrazione rifiutata. Anche dicendo la piccola bugia dello «studente fuori sede». Ora si strappano tutti i capelli, e forse è per questo che qualcuno ha tolto quel video da YouTube.


Un morto e un disperso, un migliaio di turisti evacuati. Auto e roulotte trascinate in mare. In cinque giorni è caduta la stessa acqua che in un intero autunno: non accadeva da 80 anni


PESCHICI (Foggia)
Sette anni fa fu il fuoco. Un gigantesco incendio che mise in fuga duemila turisti e fece tre vittime. Adesso è l’acqua, caduta dal cielo come non avveniva da ottant’anni – tanta pioggia in cinque giorni quanta non se n’era vista in tutto l’autunno scorso -, che ha fatto scappare più di mille turisti e ha ingoiato due persone, Antonio Facenna, un ragazzo di 24 anni, e il settantenne Vincenzo Blenxs, ufficialmente ancora «disperso». L’anno scorso e nel 2001, invece, fu la terra a tremare – qui, avviene con una certa frequenza – e a mettere a dura prova la resistenza del promontorio del Gargano con scosse che non hanno ucciso, ma ne hanno lavorato i fianchi e hanno lasciato i segni.
Per sua fortuna il Gargano è geomorfologicamente come un pugile solido, se va al tappeto si rialza e continua a combattere, difficile assestargli il colpo del knock down. Ma anche un boxeur così coriaceo non può resistere all’infinito alla potenza del fuoco, dell’acqua, della terra, e ridursi a sperare che un giorno non venga a saggiarne la fibra anche l’aria, magari con la forza devastante di un uragano. Gli incendi del 2007 furono accidentali ma anche dolosi, con la finalità di bruciare per costruire anche nei posti più improbabili. L’alluvione di questi giorni invece è stata un fenomeno naturale, è vero, ma il deflusso delle acque, l’esondazione di canali e torrenti, le frane e gli smottamenti, le undici strade interrotte, hanno dimostrato che quando non ci si prende cura della terra, dei corsi d’acqua, delle strade, e quando si costruisce fin sotto i costoni delle montagne, una sola pioggia torrenziale basta e avanza a trasformare i punti critici in punti tragici. Anche se a proteggerti hai i tronchi e le radici degli alberi della Foresta Umbra e tutto il sistema boschivo e i pascoli del Parco nazionale del Gargano.
Anche ieri, come sette anni fa, la gente si è sentita in trappola ed è scappata via terrorizzata. I campeggi, gli alberghi, i resort, che già se la son dovuta vedere con una stagione turistica menomata dalla recessione economica, si sono trasformati in luoghi di pena. «Il dissesto non solo uccide e devasta territori ma aumenta il debito pubblico – ha detto Erasmo D’Angelis, coordinatore della task force di Palazzo Chigi -. Solo negli ultimi 7 mesi i nubifragi e gli allagamenti hanno causato vittime e sfollati e prodotto 3,4 miliardi di danni e devastazioni». Le località più colpite – Peschici, San Menaio, Rodi Garganico e Vieste sulla costa, Vico del Gargano, Carpino, San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo all’interno -, hanno vissuto giorni di panico, con l’acqua alla gola è il caso di dire, e gli sfollati a decine, i sindaci in difficoltà, i bambini in lacrime, le auto e le roulotte trascinate in mare, i soccorritori ammirevoli nell’abnegazione, ma impantanati anche loro nel fango e sempre con gli occhi rivolti al cielo nella speranza che smettesse di diluviare. Poi però è andata via anche la corrente (a 5 mila utenze), le linee telefoniche si sono interrotte, in qualche comune l’acqua ha rotto le condotte del gas e persino il segnale dei cellulari si è affievolito. E in tutta l’area colpita dal maltempo è calato un silenzio irreale.
A San Marco in Lamis, dove gli sfollati sono al momento 150, i danni avrebbero potuto essere ancora più gravi, forse catastrofici, se negli anni passati non fossero stati costruiti muri di contenimento nella parte più alta del paese – ecco un esempio di previdenza e di cura dei luoghi – e non si fosse intervenuti con i lavori necessari sul Canale della Schiavonesca. Ma altrove, nelle campagne, nella marine e nei paesi colpiti, le chiacchiere su fratello fuoco del 2007 sono state ripetute uguali e precise di fronte a sorella acqua del 2014. E se ci si lascia tentare dal fracking – quelle robuste iniezioni di acqua nel sottosuolo e nel fondale marino per cercare ed estrarre quello scarso petrolio che forse c’è, ma è spurio, scambiando il Gargano e l’Adriatico per il Nord Dakota – tra qualche anno ascolteremo le stesse chiacchiere anche per sorella terra.
Lo dicono tutti, ma proprio tutti, i geologi che conoscono ogni faglia e ogni budello del Gargano e del mare che lo bagna, due tesori che hanno fatto di questi luoghi una delle più apprezzate mete turistiche d’Europa, e che giustamente adesso tornano a invocare l’istituzione della figura del «geologo condotto», proprio come il veterinario o il medico pubblico per la cura di animali e persone. In questi giorni di pioggia, invece, il Gargano è diventato nero, cupo, disperato, impotente. Gli ombrelloni scaraventati via dal vento, le baie dalla sabbia fina e dorata trasformate in pantani di fango, le roulotte rovesciate e sfasciate dalla furia dell’acqua, e quei due elicotteri della Guardia forestale che ronzavano nell’aria alla ricerca del povero Vincenzo «disperso» e che in tutto questo disastro, se lo rintracciassero, forse non avrebbero nemmeno un punto sicuro sul quale atterrare. Mentre per l’altra vittima, Antonio Facenna, son dovuti intervenire i Vigili del fuoco e i sommozzatori, che lo hanno ritrovato dopo un giorno di ricerche. Le condizioni del tempo sono leggermente migliorate e le previsioni lasciano ben sperare, ma il sindaco di San Marco in Lamis, Angelo Cera, confessa di aver avuto paura, tanta paura. «Non ho vergogna a dirlo – ammette -. A un certo punto non sapevo cosa fare, temevo per la vita delle persone. Ho anche usato le sirene e gli altoparlanti, ma vedevo scendere tanto fango. Una cosa impressionante».
Ma anche questa volta, il Gargano ha resistito.


Carlo Vulpio (ha collaborato Lucia Casamassima)
Corriere della Sera, 7 settembre 2014

LA VIA DEL GAS / Quattromila chilometri dall’Azerbaigian all’Italia: è il corridoio euroasiatico. Dieci miliardi di metri cubi di metano all’anno in arrivo dal 2019

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