LA VIA DEL GAS / Quattromila chilometri dall’Azerbaigian all’Italia: è il corridoio euroasiatico. Dieci miliardi di metri cubi di metano all’anno in arrivo dal 2019

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La realtà romanzesca / Il killer incastrato dal necrologio con i versi di una canzone dei Litfiba

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La morte di Maria Pia, che aspettava un bambino

Fu un necrologio a tradire l’assassino. Quello che lui stesso fece affiggere, nella migliore tradizione dei paesi del Mezzogiorno d’Italia, su tutti i muri di Gravina di Puglia per testimoniare pubblicamente il suo personale, profondo, invincibile dolore per la morte della sua ex fidanzata, Maria Pia Labianca, vent’anni, studentessa di Psicologia a Padova. Un necrologio strano, inconsueto, eccentrico. «Pensieri giganti mi spingono avanti/ Sfiorarsi da amanti è il sogno di tanti/ La voglia che cresce è una spina che esce». Nessuno riuscì a decifrare subito la provenienza di quei versi: erano i suoi, di Giovanni Pupillo, che poi si scoprirà essere stato il carnefice di Maria Pia, o erano una citazione? E da quale poesia, da quale libro era andato a prenderli Giovanni, che nei suoi ventidue anni di vita non era mai stato uno studente brillante, né aveva mai avuto una particolare passione per la letteratura?
Non ci volle molto per esaudire la curiosità che quel necrologio suscitava. Bastò chiedere a qualcuno dei ragazzi che a centinaia quel giorno partecipavano al funerale di Maria Pia. Non si trattava propriamente di versi, ma della strofa di una canzonetta rockeggiante, intitolata Sexy Dreams e cantata dai Litfiba, gruppo in voga tra i ventenni di allora. Che cosa strana quel necrologio. Strana come la rosa blu posata da Pupillo sulla bara bianca di Maria Pia in cattedrale, l’unico fiore, e l’unico di colore blu tra le migliaia di quel giorno, ad aver avuto l’onore di poter essere adagiato sul feretro della ragazza proprio dalle mani di colui che l’aveva uccisa e che adesso, posando quel fiore davanti a tutti, le sussurrava: «Ti ricordi, Maria Pia?». Una frase così semplice e così toccante che non poteva restare appesa nell’aria senza che Giovanni la riportasse sulla terra e la offrisse al suo pubblico. E Giovanni fece esattamente questo, accusando un mancamento e lasciandosi svenire fin quasi a crollare al suolo, ben sapendo di cascare tra le braccia dei suoi parenti, che gli erano sempre accanto per evitare che il dolore gli facesse commettere «qualche fesseria».
La «fesseria», e quale!, Giovanni Pupillo l’aveva già commessa nella notte tra il 24 e il 25 febbraio del 1999, quando telefonò a Maria Pia e le chiese di andare a trovarlo per un chiarimento sulla loro relazione ormai finita e poi la soffocò. Non la strangolò, ma la soffocò, perché non dovevano rimanere segni sul corpo della ragazza. Già cadavere, Maria Pia venne poi trafitta con una precisa coltellata al cuore e fatta ritrovare in una casa abbandonata della periferia, per terra, nuda, supina, e con le braccia aperte come Gesù Cristo in croce. Il rudere, isolato, era conosciuto da tutti come «la casa degli spiriti» e i suoi frequentatori ne imbrattavano le pareti senza risparmio con scritte sconclusionate più che «sataniste». Ma il luogo si rivelò ideale per la messinscena del rito satanico conclusosi con un sacrificio umano. Una rappresentazione perfetta, che confuse le idee a tutti, anche agli investigatori, da quel momento finiti prigionieri di un labirinto senza uscita in cui tutto era un’illusione ottica: le ipotesi, i depistaggi, le testimonianze vere e quelle false, i silenzi e gli indizi, e persino la stessa morte di Maria Pia. Il numero dei possibili assassini aumentava ogni giorno, l’elenco delle persone sospettate di aver avuto un ruolo nell’omicidio di una ragazza così serena e benvoluta da tutti cambiava di ora in ora, ognuno diceva la sua, ma nessuno, tra quelli che potevano e dovevano, pensò di fare la cosa più semplice, e cioè chiedere e ottenere subito i tabulati telefonici, poiché la notte in cui fu uccisa, Maria Pia chiese aiuto con il suo cellulare, che subito dopo uno straziante «Papà aiutami! Aiutatemi» si ammutolì.
Le cose presero un’altra strada quando l’autopsia rivelò che Maria Pia era incinta, al secondo mese, del suo nuovo fidanzato, studente anch’egli, e che aveva progettato di informare della novità i suoi genitori, tornando a sorpresa a Gravina perché era sua intenzione non interrompere la gravidanza. Troppo per Pupillo e per il personaggio che interpretava. Lui era il duro, possessivo, spietato, freddo Giovanni Pupillo, e se voleva ripresentarsi davanti a se stesso a testa alta doveva punire quella ragazza che a lui aveva preferito un altro. Era sua, Maria Pia, e di nessun altro. E tale doveva rimanere. Per sempre. Lei, lui e il suo delirio di «pensieri giganti», di «voglia che cresce» e «spina che esce».
Pupillo prima ha confessato e poi ha ritrattato, ha detto e contraddetto, si è smentito ed è stato incastrato da prove e testimonianze difficili da demolire, ma non è stato giudicato pazzo. Dopo un processo durato ben quattordici anni, un tempo enorme per come stavano le cose, Pupillo è stato condannato a ventuno anni di carcere. Sei anni li aveva scontati, poi è tornato libero per scadenza dei termini e l’anno scorso, dopo la sentenza definitiva, è tornato in prigione per scontare gli altri quindici anni. Uscirà nel 2028, quando avrà 51 anni. E sarà un’altra persona.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14 agosto 2014

La realtà romanzesca / Nadia uccisa dalle compagne dopo un ordine arrivato in sogno

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Un omicidio senza movente studiato per sembrare un suicidio


«Ci vediamo oggi pomeriggio a casa mia», disse Anna Maria Botticelli alle sue compagne di classe Nadia Roccia e Mariena Sica quando le porte dell’autobus si aprirono e gli studenti scesero a Castelluccio dei Sauri, duemila abitanti a mezz’ora di strada da Foggia. Era il 14 marzo 1998. Una giornata come le altre, solo un po’ più fredda. Le tre ragazze studiavano all’istituto magistrale «Poerio», si conoscevano fin da bambine ed erano così unite tra loro da formare un trio compatto, a scuola e fuori. Quel giorno, dovevano vedersi nel garage della casa di Anna Maria per lavorare a una tesina per gli esami di maturità. Nadia non sospettava che invece proprio per quel giorno le sue due amiche del cuore avevano preparato il suo omicidio in ogni particolare, compresa la messinscena che lo avrebbe fatto apparire un suicidio.
Nadia arriva a casa di Anna Maria con i libri sotto il braccio, si siede e comincia a leggere ad alta voce. E’ un attimo. Mariena, come un’ombra, si porta alle spalle di Nadia e stringe la sua sciarpa intorno alla gola dell’amica. Il cappio è perfetto, Mariena ci mette tutta la forza, ma non ce la fa a strangolare Nadia da sola. Per ucciderla, deve intervenire anche Anna Maria, la leader del gruppo, la più bella, lunghi capelli biondi e occhi azzurri che hanno annientato le difese di tanti coetanei. Quando stringe le mani al collo di Nadia, Anna Maria, l’angelo, si trasforma in demone e per Nadia non c’è pietà.
Le due assassine adesso passano a inscenare il suicidio. Una corda, per far credere che Nadia si sia impiccata, e una lettera d’addio dattiloscritta – con la firma autentica di Nadia, che le due amiche le avevano fatto mettere come per gioco su un foglio bianco –, in cui Nadia confessa di essersi tolta la vita perché innamorata di Anna Maria e incapace di sopportare la vergogna della propria omosessualità. Poi, l’allarme: ci siamo assentate per qualche minuto, siamo andate a comprare delle patatine, ma quando siamo tornate Nadia non ci ha risposto, di sicuro si sarà sentita male, presto venite, bisogna aprire il garage. Accorrono tutti, familiari e vicini, forzano la saracinesca del garage e trovano Nadia a terra, senza vita. Accanto a lei, la corda. Sul tavolino, tra i libri, la lettera d’addio.
All’improvviso, Castelluccio dei Sauri, il cui unico diversivo alla noia – come suggerisce il nome del paese – sono le corse dei cavalli all’ippodromo, più o meno truccate da imbroglioni foggiani e napoletani, si riscopre più torbida di Twin Peaks, la apparentemente tranquilla cittadina immaginaria degli Stati Uniti in cui è ambientata la serie tv di David Lynch, fra thriller e soprannaturale, che in quegli anni riscuote un grandissimo successo.
Come a Twin Peaks, anche a Castelluccio dei Sauri tutto – vere o false storie di sesso, di droga, di satanismo balordo, di invidie e piccoli ricatti – si svolge ed è avvolto in un clima di pesante mistero. Ma il mistero dell’assassinio di Nadia è ancora più oscuro e indecifrabile di quelli di Twin Peaks, perché non verrà mai risolto, nemmeno dopo la confessione delle due amiche. La bionda e la bruna, come vennero soprannominate Anna Maria e Mariena quando per loro i criminologi ipotizzarono un caso di «follia a due» – la schizofrenica Anna Maria che plagia la depressa Mariena -, confessano l’omicidio, è vero, ma non le ragioni per cui lo hanno commesso. Prima esaltano la bellezza di Lucifero e il loro legame «forever», come scrivevano nei bigliettini che si scambiavano, e tutti pensano a giochi e riti satanici, anche perché in una intercettazione si lasciano sfuggire che al delitto hanno partecipato cinque persone. Poi raccontano di una presunta e ingombrante omosessualità di Nadia. Poi ancora di una promessa non mantenuta da parte di Nadia, che doveva aiutarle a fare un viaggio in America perché lì aveva uno zio che le avrebbe ospitate. Infine dicono di essersi decise a uccidere Nadia per esaudire il desiderio del papà defunto di Mariena, che compariva spesso in sogno ad Anna Maria e le chiedeva, quasi le ordinava, di uccidere Nadia.
Troppi moventi, e tutti deboli. Ma poiché la sentenza di condanna alla pena dell’ergastolo in primo grado – poi ridotta a 25 anni e, infine, nel 2003, a ventuno anni – non poteva essere priva di un movente, i giudici hanno accolto la tesi del «movente onirico». Cioè proprio il meno credibile, che non svela il segreto di questo delitto e fa di questa storia uno di quei rari casi della letteratura criminale classificati come «delitto senza movente».
Nel 2019, a fine pena, Mariena Sica sarà una donna di 37 anni e tornerà libera. Anna Maria Botticelli invece non è più in carcere da tempo, si è ammalata di sclerosi multipla e sopravvive su una sedia a rotelle in un paese del Nord Italia. Nadia Roccia, lo diceva anche nelle discussioni a scuola, era contraria alla pena di morte, che invece i suoi familiari e quasi tutto il paese invocavano durante il processo. Ora però sarebbe giusto che qualcuno sveli il vero segreto della sua morte.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31 luglio 2014

A ciascuno il suo factotum. Archinà per Vendola. Petronella per Carofiglio. Voti ed elogi a governatori e scrittori per mancanza di prove

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Peccato che si arrivi a conoscere certe cose sempre «dopo», ma ora sappiamo che la Tradeco, azienda leader di raccolta e smaltimento dei rifiuti nel Sud Italia e non solo, consorziata con la Cogeam della signora Emma Marcegaglia (ex presidente Confindustria e attuale presidente Eni), faceva la campagna elettorale non soltanto per Nicola Vendola di Sel (definito dalla Marcegaglia «il miglior governatore regionale d’Italia», e ti credo…), ma anche per il magistrato e poi senatore del Pd, nonché scrittore (per mancanza di prove), Gianrichetto Carofiglio.
Correva l’anno 2008 e c’era la campagna elettorale per le elezioni politiche. E tra Spinazzola e Poggiorsini (Puglia, provincia di Barletta-Andria-Trani) Cogeam-Tradeco voleva a tutti i costi una discarica in contrada Grottelline, tra un sito neolitico, una masseria dei Templari e una sorgente di acqua minerale.
In verità, quella discarica, i soggetti su citati e i loro aedi in Regione Puglia (l’altro magistrato-assessore Lorenzo Nicastro e la irriconoscibile urbanista Angela Barbanente) la vogliono ancora, ma sono tanti gli imbrogli, e le carte truccate, e le perizie contrarie, e persino i furti (intere memorie trafugate dai computer degli uffici regionali), che difficilmente lo sciagurato progetto verrà realizzato. A meno che Vendola&C non mandino lì i carri armati. Ma negli ultimi tempi, vista la mala parata, come e peggio delle sue risatacce a telefono con il factotum dell’Ilva, Girolamo Archinà, a cui faceva i complimenti per aver strappato di mano il microfono a un cronista che chiedeva conto ai Riva dei morti di cancro a Taranto e dell’inquinamento dell’Ilva, Vendola sembra voler tornare sui propri passi e, forse, addirittura fermare il progetto di discarica per il quale si era battuto anima e corpo, fino ad affermare il falso e a lanciare accuse false e infamanti nei confronti di chi osava dissentire e raccontare una storia molto, ma molto diversa da quella che propinava lui. Staremo a vedere. Speriamo.
Ma Gianrichetto Carofiglio, ormai ex magistrato (ecco, questa è forse l’unica cosa buona che ha fatto: dimettersi dalla magistratura) cosa c’entra con la discarica di Grottelline? Diciamolo subito, non c’entra nulla. Né è una colpa che Carofiglio sia molto amico di Vendola, il quale è anche molto amico della moglie di Carofiglio, Romana Pirrelli, un altro magistrato, pm nello stesso distretto giudiziario del marito oltre che nella circoscrizione in cui l’ex magistrato fu eletto. Pirrelli però si teneva per anni nel cassetto le querele contro Vendola (la mia, per esempio, e proprio, ohibò, sui fatti di Grottelline) e le tirava fuori per astenersi dal trattare il caso solo quando costretta da un esposto inviato al procuratore generale. Ma poiché le colpe delle mogli non possono ricadere sui mariti, anche questa non è una colpa dell’ex magistrato, ex senatore e, speriamo, anche ex scrittore. E nemmeno essere stato sostenuto in campagna elettorale da Tradeco è una colpa. Basta saperlo, così magari un elettore si regola e un cittadino comprende meglio la storia e la geografia (politica e non solo).
La colpa di Carofiglio è un’altra. Come apprendiamo solo adesso da alcune intercettazioni telefoniche «sepolte» tra le migliaia di pagine relative all’inchiesta – in verità, alquanto farraginosa – su sanità e rifiuti in Puglia, anche per Gianrichetto, come Archinà per Vendola, durante la campagna elettorale del 2008 si muoveva un altro factotum, Franco Petronella della Tradeco. Il quale, per le “cene autofinanziate” con il candidato Carofiglio rompe le palle via telefono a mezzo mondo affinché si stampino e affiggano manifesti, si mandino in onda spot in radio e in tv e soprattutto si acquistino biglietti a decine «per riempire la sala» e così dar prova di visibile sostegno al candidato-magistrato (allora, lo era ancora), nonché scrittore (sempre per mancanza di prove).
Anche qui, se fai raccolta fondi e lo dichiari (anche se purtroppo in Italia non abbiamo il fund raising come negli Stati Uniti), nessuno obietterebbe. Ma se ricorri, o fai in modo che qualcuno ricorra «a tua insaputa», a questi giochi di sponda, allora rischi di collocarti tra la quarta e la quinta categoria umana de Il giorno della civetta, grande libro del grande scrittore (lui, sì) Leonardo Sciascia (insomma, non è bello oscillare tra i pigliainculo e i quaquaraquà). E tuttavia, nemmeno in questo sta la colpa più grave di Carofiglio. La sua grande, grandissima colpa è nel non aver tenuto conto della «recensione», in questo caso telefonica, di Petronella. E infatti, ecco cosa dice il factotum di Tradeco su Carofiglio: «Domani sera, se non posso portare le persone, la massa a Carofiglio… Ma tu vuoi fare una cosa d’élite…! I libri in campagna elettorale…! Uaglio’…». Ecco. Si fa tanto per diventare scrittore. E poi arriva Petronella.

Come uscire da rabbia e disgusto. Ritornare dallo stato di sudditi a quello di cittadini sovrani

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«Il popolo e gli dei» di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo: uno sguardo impietoso sull’Italia di oggi

Il popolo e gli dei

Che l’Italia fosse al penultimo posto in Europa (dopo, c’è solo la Romania) per il livello di istruzione della popolazione e del numero di laureati, è uno dei tanti dati negativi che ci umilia e ci fa rabbia, ma non ci sconvolge, non solo perché siamo quasi assuefatti alle statistiche negative che ci riguardano, ma anche perché, forse, non abbiamo perso definitivamente la voglia di rimboccarci le maniche e di riscattarci. Ma che ogni settimana nel nostro Paese, nonostante la Grande crisi e le imprese che muoiono come mosche, aprano quattro nuove aziende di tatuaggi, mentre siamo saldamente al terzo posto (dopo Corea del Sud e Grecia e davanti agli Stati Uniti) per interventi di chirurgia estetica in rapporto alla popolazione, è – pur non essendoci nulla di male – uno di quei diabolici dettagli rivelatori dello stato di salute (anche mentale) di un’epoca, di un’economia, di un popolo. I dati e le statistiche però, che sono spesso opinabili e a volte anche «truccati», bisogna saperli «leggere» e ricondurre a una visione d’insieme, che sia d’aiuto a capire per poter poi agire. Compito per niente facile, che Giuseppe De Rita e Antonio Galdo – con un volume agile e «tutta polpa», Il popolo e gli dei, edizioni Laterza, 112 pagine, 14 euro -, riescono a svolgere con onestà intellettuale, poiché chiamano ogni cosa con il proprio nome e non risparmiano critiche a nessuno: alla «politica» e al suo contrario, il «disprezzo per la politica», seguito all’operazione Mani pulite e al suo strabismo; alla «dittatura del capitalismo finanziario» e dei «mercati», a loro volta governati dalla téchne di algoritmi che ne sono diventati i veri sovrani (Emanuele Severino); alla forbice, che ormai è un abisso, tra i ricchi e i poveri e tra i lavoratori dipendenti e i top manager, e persino alla presunta immacolatezza della «società civile».
La critica di De Rita e Galdo è serrata, impietosa, ma non è disperante e sfascista, così come non è «contro l’Europa» un altro libro a cui questo assomiglia molto, Il mostro buono di Bruxelles, di Hans Magnus Enzensberger. La tesi di fondo de Il popolo e gli dei, sempre più lontani l’uno dagli altri, è la medesima: la progressiva perdita di sovranità degli Stati nazionali e quindi dei popoli, che gli autori non esitano a definire «furto di sovranità» da parte di pochi dèi, con la conseguente riduzione dei cittadini allo stato di sudditi, degli individui in pubblico per la tv – e per il web, con la sua idiota logica binaria -, dei politici in «una compagnia di giro per i talk show». Sono dunque i risultati di questi processi a essere disperanti, non le analisi e le critiche. E’ per esempio disperante, sostengono gli autori, constatare che mentre la riunificazione della Germania è stata compiuta, il Sud e il Nord d’Italia sono tra loro più distanti di prima, con relativo corollario di una nuova ondata di emigrazione di giovani non più rimpiazzata, come in passato, dalla crescita demografica, perché fare un figlio costa e di politiche per le famiglie (vogliamo aggiungerci anche la scuola, le infrastrutture, la sanità, le imprese, l’ambiente e il paesaggio?) non se ne scorgono nemmeno all’orizzonte.
«La fiducia è ai minimi storici», avvertono De Rita e Galdo, e i sentimenti oggi prevalenti sono rabbia e disgusto. Invertire la rotta al più presto è dunque indispensabile. Già, ma come? Prima di tutto, bisogna «uscire dalle politiche di rigore e di austerity» decise altrove e poi, ecco la proposta coraggiosa, se non altro perché in controtendenza rispetto alla infatuazione del «tutti a casa», riscoprire il gusto e la funzione della politica, che non è né una brutta cosa né una brutta parola. Solo la politica, dicono gli autori, può rilanciare la partecipazione democratica. E a questo scopo occorre rilanciare i partiti. Sì, i «famigerati» partiti, quelle «organizzazioni ancorate a un progetto e a un territorio», magari pensati in una forma nuova, ma di certo migliori sia degli attuali comitati elettorali, poco turbati dal «furto di sovranità» perché sono i primi a praticarlo, sia di quegli dei lontani e avversi.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14 giugno 2014

La responsabilità civile diretta dei magistrati torna a imporsi come questione centrale di una vera riforma della giustizia e non intacca l’indipendenza della magistratura. L’ultima conversazione con Domenico Marafioti e il voto alla Camera di Roberto Giachetti

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Onore al compagno Roberto Giachetti!, verrebbe da dire, dopo che il deputato Pd, radicale, ha votato a favore dell’emendamento proposto dalla Lega Nord sulla responsabilità civile diretta dei magistrati (che ha fatto traballare la maggioranza di governo, alla Camera sconfitta per sette voti). Giachetti, a differenza dei tanti “franchi tiratori”, ha rivendicato il proprio voto con un intervento in Aula. «Io mi auguro – ha detto – che si apra il dibattito anche nel Partito democratico, perché vedendo l’esito del voto non sono il solo che la pensa in un certo modo: vorrei che si aprisse un dibattito anche sulla riforma del Csm e sull’obbligatorietà dell’azione penale, temi che sono nel dibattito pubblico da almeno un ventennio. È ora che il Pd prenda delle decisioni».
Quasi tre anni fa, qualche mese prima della sua morte, abbiamo incontrato, nella sua casa di Roma, il giurista Domenico Marafioti, con il quale abbiamo conversato a lungo. L’articolo che segue affronta quei temi e quel “dibattito” auspicati da Giachetti.


Gli incontri / A casa di Domenico Marafioti*
«I MIEI 86 ANNI DALLA PARTE DEL TORTO»
Garantisti o giustizialisti? Flaubert li avrebbe messi nello «Sciocchezzaio».
Giurista, avvocato, poeta, amico di Pannella e Sciascia, ha alle spalle tante battaglie, e come unico faro l’uso della ragione: “Oggi ci siamo dimenticati che anche Borsellino e Falcone erano per la separazione delle carriere. Amare la Costituzione significa metterla in pratica. Chi giudica o accusa deve essere eletto. Giudici e pm vanno separati come a Londra. E il Csm nominato per sorteggio”


Nel film “Una storia semplice”, di Emidio Greco, tratto dal racconto omonimo di Leonardo Sciascia, un grandissimo Gian Maria Volontè, professore in pensione, viene convocato come testimone dal procuratore della Repubblica, suo ex alunno. Dice il magistrato: «Lei, nei componimenti di italiano mi assegnava sempre un tre, perché copiavo… Poi, una volta, mi ha dato un cinque. Perché»? E il professore: «Perché quella volta aveva copiato da un autore più intelligente». Il procuratore replica: «Eh già, ero piuttosto debole in italiano… Ma come vede non è stato un gran guaio. Adesso sono qui: procuratore della Repubblica». Il professore Volontè lo guarda beffardo e gli dice: «Vede, l’italiano non è l’I-ta-lia-no… L’italiano è il ragionare!». Poi, lo accoppa definitivamente: «Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto».
Questo dialogo sciasciano è la migliore introduzione per capire chi è e cosa pensa Domenico Marafioti, giurista, avvocato, poeta, che a 86 anni non si è stancato di stare sempre dalla parte del torto anche quando, cioè spesso, ha ragione. Per esempio, sul punctum dolens dell’ ultimo ventennio italiano, la giustizia, un tema che ha lacerato il Paese e, dice Marafioti, «viene ancora trattato secondo una contrapposizione artificiosa e strumentale, quella tra garantisti e giustizialisti: cosa vuol dire? Fosse ancora vivo Gustave Flaubert, questa perla sarebbe finita nel suo Sciocchezzaio». Marafioti è stato grande amico di Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi e ha condiviso tutte le battaglie per i diritti civili e la «giustizia giusta» con Mauro Mellini, Marco Pannella, Giorgio Bassani, Alfredo Biondi. Ma i suoi più grandi punti di riferimento, i «fari» che non ha mai perso di vista anche nei momenti più bui del «ragionare», continuano a essere uno scrittore, Leonardo Sciascia; due giuristi, Arturo Carlo Jemolo e Piero Calamandrei, e un giurista-scrittore, Salvatore Satta. Con questi numi tutelari l’italiano, il «ragionare», è salvo. Ma il diritto? Ciò che comunemente chiamiamo «giustizia»? Così come la religione è un argomento troppo serio per essere lasciato in mano ai soli preti, anche la giustizia non può essere lasciata nelle mani dei soli giudici. Anzi, magistrati: poiché una cosa sono, o dovrebbero essere, i pubblici ministeri, un’ altra cosa sono i giudici. Da questa distinzione, non da quella fasulla garantisti-giustizialisti, dice Marafioti, bisogna partire. Perché la madre di tutte le battaglie riformatrici è la separazione e l’ equilibrio dei poteri secondo l’insegnamento di Montesquieu e Tocqueville, non la sovrapposizione quasi fisica di un potere sull’altro e l’egemonia su tutti del potere giudiziario. «Quelli sempre pronti a gridare all’ attentato all’ indipendenza della magistratura appena si parla di separazione delle carriere tra giudici e pm – dice Marafioti – non sanno, o fingono di non sapere, che il magistrato “pendolare” tra funzioni giudicanti e inquirenti, reclutato per concorso, è il magistrato del modello burocratico fascista, disegnato così dalla legge Mussolini-Grandi del 1941».
Oggi, troppo facilmente si dimentica e si omette di dire che anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano per la separazione delle carriere. E che la VII disposizione transitoria della Costituzione prevede una riforma organica dell’ordinamento giudiziario che non c’è mai stata. «Giudici e pm – sostiene Marafioti con la serenità di chi dice una ovvietà – non devono essere più reclutati per concorso, ma eletti, come avviene negli Stati Uniti, e l’obbligatorietà dell’azione penale, che è un simulacro, dovrebbe essere abolita, assieme a quella figura spuria che è il “concorso esterno” nei reati, altrimenti di questo passo, ma ci siamo già, andiamo dritti verso il colpo di Stato, strisciante, silenzioso, effettuato con la tecnica del dominio di cui scriveva Malaparte nel 1931, più che con l’abuso o l’eccesso di potere. Attraverso una gramsciana conquista delle “casematte” il partito giudiziario oggi è egemone. E se c’è egemonia vuol dire che non c’è equilibrio tra i poteri».
Sono trent’anni che Marafioti ripete queste cose, dai tempi in cui le andava elaborando durante le conversazioni con Sciascia, «a Racalmuto e qui a Roma, quando ci fermavamo a chiacchierare in piazza San Silvestro e ci dicevamo che la giustizia è un bene primario, come il mangiare e il bere, non il trastullo di chi ha la pancia piena».
Oggi Marafioti non si compiace d’ avere ragione, anzi sembra quasi dispiaciuto di essere stato un «anticipatore» di problemi che sono esplosi come egli aveva previsto e che considera «giunti a un punto di non ritorno, risolvibili solo con interventi radicali, pena la metastasi». Il Consiglio superiore della magistratura, dice Marafioti per fare un esempio tra i più significativi, è uno dei più sensibili punti critici. È difficile negare che ormai non è altro che un «parlamentino» che ha mutuato tutti i vizi e le negatività della politica, «un sinedrio di clan e correnti da riformare al più presto, scegliendone i membri per sorteggio come nel Duecento si faceva a Venezia per i Dogi». E tuttavia, la forza di attrazione gravitazionale corporativa riesce a tenere saldamente avvinghiate tra loro destra, sinistra e centro, togati e non. Poco importa se poi dal 1989, data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, «è un continuo cammino controriformista, che ha di fatto annacquato il processo accusatorio e lo ha riportato ai suoi momenti di gloria inquisitori», o se si è arrivati a quella che Marafioti definisce «atmosfera gogoliana» (il riferimento letterario preciso non gli manca mai), e cioè l’invasività dell’azione dei magistrati «che decidono persino sul calendario delle partite di calcio o sui palinsesti televisivi», o la loro ubiqua presenza, mentre sono in aspettativa e senza dimettersi dall’ordine giudiziario, «per cooptazione in governi “tecnici” e in commissioni parlamentari, oppure, per elezione, in Parlamento e nei consigli regionali e comunali, o ancora, come sindaci e assessori, facendosi eleggere proprio nei luoghi in cui hanno amministrato e torneranno ad amministrare giustizia».
Naturalmente, Marafioti non può dimenticare il tradimento del referendum del 1987 – promosso da radicali, socialisti e liberali -, in cui quasi 21 milioni di italiani, l’ottanta per cento dei votanti, si pronunciarono a favore della responsabilità civile dei magistrati e per l’abrogazione del sistema elettorale del Csm, un sistema più «blindato» di qualunque legge elettorale bulgara o sovietica. «Già allora – dice Marafioti – era chiaro il “primato” della funzione giudiziaria e la “delega” di indirizzo politico ai gruppi egemoni della magistratura. Ma oggi quel “primato” è spaventoso, perché con il tempo, assieme all’inerzia e alla viltà del ceto politico è cresciuta la sua già dilagante corruzione, ragion per cui la classe politica tace, lascia fare, subisce, si adegua». E la Costituzione, non bisogna intervenire sulla Carta affinché tutto non cambi gattopardescamente? «Non vedo lo scandalo – dice Marafioti -. Il miglior modo di amare la Costituzione è rispettarla e metterla in pratica, non mummificarla, o considerarla un feticcio. Così come un feticcio è la ricorrente invocazione della “unità della magistratura”: in Inghilterra, a Londra, gli uffici della pubblica accusa sono separati da quelli della magistratura giudicante persino fisicamente: stanno a New Scotland Yard, dove sta la polizia. E la pubblica accusa lì non è certo impotente e sotto il giogo del potere esecutivo».
Mezzo secolo di battaglie così, quelle di Domenico Marafioti, comprese le più difficili e impopolari, sulla disumanità delle carceri e sull’uso e l’abuso dei «pentiti». Mezzo secolo di un «ragionare» affidato a mille processi, decine di saggi e chissà quanti versi. Tutto inutile? «Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini; esso è l’elemento diabolico della vita». Questa volta non è Marafioti, ma Salvatore Satta, ne “Il giorno del giudizio”.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 25 settembre 2011


*Domenico Marafioti, oltre che giurista, è studioso della storia della sua regione, la Calabria. Ha studiato e si è affermato a Roma, dove vive. Tra le sue opere, «L’assistenza giudiziaria ai non abbienti» (Giuffrè); «La Repubblica dei procuratori» (Informazioni & Commenti); «Toga sommersa» (Cedam); «A passo di giudice. Democrazia e “rivoluzione giudiziaria”» (Edizioni Scientifiche Italiane); «L’egemonia giudiziaria» (Spirali); «Giustizia e letteratura» (Spirali). È autore della raccolta di versi «Senza attenuanti» (Porfiri Editore) e ha fondato e diretto dal 1989 al 1992 il trimestrale «Il giusto processo»

LA TRAGICA PROFEZIA DI ANDRIC

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Dagli ottomani alla Grande guerra, quattro secoli di storia
La Bosnia osservata dal “Ponte sulla Drina”. Che salterà


Se Il ponte sulla Drina è un capolavoro, e lo è – assieme agli altri due romanzi della trilogia di Ivo Andrić, La cronaca di Travnik e La signorina -, bisogna goderne. Il ponte sulla Drina è un libro da leggere e rileggere, da andare a riprendere quando si vuole approfondire una riflessione, gioire di un ritratto, di una descrizione, di un affresco storico e sentimentale, persino di una parzialissima opinione. Ma il fatto che sia un capolavoro non è sufficiente a soddisfare la domanda più importante: perché è necessario leggere Il ponte sulla Drina, pubblicato nel 1945 e tradotto in italiano nel 1960? Perché con questo libro Andrić nel 1961 ha vinto il premio Nobel? O perché racconta quattro secoli di Bosnia, dal dominio ottomano alla prima guerra mondiale e quindi è «attuale»? Quella del Nobel sarebbe, con tutto il rispetto, l’ultima delle motivazioni, mentre il metro dell’«attualità» è effimero. E allora, perché?
Una delle ragioni, che tra l’altro lo rende familiare in particolar modo a noi italiani, è che Il ponte sulla Drina è un grande romanzo storico, come I promessi sposi, con il quale – singolare coincidenza – condivide l’incipit, da Manzoni dedicato al lago di Como e da Andrić al fiume Drina. E’ impressionante la somiglianza nell’accurata, minuziosa descrizione dei luoghi – due geografi non avrebbero saputo far meglio – che Andrić e Manzoni ci regalano senza sacrificare la poesia, l’empatia, l’emozione, il fluire della vita, che proprio come l’acqua dei fiumi sgorga da sorgenti nascoste e inesauribili e fa di un capolavoro della letteratura («e non della letteratura slava», come non si stancava mai di ripetere Danilo Kiš) un’opera universale, di quelle che hanno il privilegio di appartenere all’umanità e di non essere prigioniere del tempo.
La Drina e il ponte che l’attraversa sono i protagonisti veri del romanzo di Andrić. Apparentemente esseri inanimati, essi invece guardano, parlano, addirittura pensano. Stanno. E stanno sempre. Lì, in quel punto preciso di Višegrad, paesino bosniaco oggi al confine tra Bosnia e Serbia, ma ieri punto di contatto tra due mondi, occidente e oriente, cristianità e islam. Due mondi che il ponte «unisce», ma con le virgolette, che sono di Andrić, perché questa unione – che è comunicazione, confronto, discussione, accordo e disaccordo, e cioè convivenza – non è una fusione nell’indistinto, un’abrogazione delle differenze, che sarebbe quanto di più stupido e di più falso, ma è quotidiana, continua capacità di porre a se stessi tutte le domande, anche e soprattutto dal punto di vista dell’altro. E’ questo continuo esercizio, diventato prassi quotidiana e introiettato come norma generale di condotta, che durante i quattro secoli del dominio ottomano garantisce la pace, che invece finirà quando scoppierà la Grande guerra. Il ponte sulla Drina, fatto costruire nel Cinquecento da Mehmed Pascià Sokolovići, uno di quei ragazzini bosniaci rapiti dagli ottomani e portati a Istanbul per essere educati all’islam e poi diventato visir dell’impero, è il corpo di questa convivenza, mentre le acque del fiume ne sono la linfa, il sangue che scorre nelle sue vene e in quelle delle genti che lo attraversano, oltre che nelle vene di Andrić.
Il bellissimo ponte di pietra con undici arcate, «sotto il quale rumoreggia il fiume verde, rapido e profondo», non è però un inno al bel tempo che fu, né un simbolo di melensa e soporifera quiete, dove si sperimentano gioiosamente a fasi alterne multiculturalismo e assimilazionismo. E’ certamente, «naturalmente», un luogo di commerci e dialoghi, di amori e pettegolezzi, tribuna di dispute filosofiche e punto di osservazione per scrutare l’orizzonte o anche solo il proprio ombelico. Ma è pure patibolo, palcoscenico di orrende esecuzioni, epicentro di odî e congiure, trampolino ideale per tuffarsi nelle acque impetuose della Drina e lasciarsi annegare subito dopo la celebrazione del proprio matrimonio, come fa la bellissima e intelligentissima Fata Avgada, che così mantiene fede sia alla parola data al padre di sposare il suo indesiderato pretendente, sia alla promessa fatta a se stessa di suicidarsi pur di non unirsi a chi non è stato scelto da lei.
Attraverso il ponte sulla Drina genti diverse di fedi e tradizioni diverse con/dividono luoghi e destini perché ognuno ha maturato la consapevolezza che se vuole affermare il diritto di essere se stesso e di conservare la propria identità deve riconoscere all’altro il medesimo diritto. Ciò che è l’esatto contrario dell’omologazione e del conformismo. Ed è il nucleo vero del «sogno panjugoslavo» per il quale Andrić – che era di madrelingua croata, scriveva in serbo ed era nato in Bosnia, a Travnik, nel 1892 – si battè sin da giovanissimo, aderendo a Mlada Bosna (la Giovane Bosnia, sull’esempio mazziniano della Giovine Italia) e finendo anche in prigione.
Ora, mentre i Balcani, e la ex Jugoslavia in particolare, negli ultimi vent’anni si sono sempre più «europeizzati», nel senso che hanno cercato di adottare il modello dello Stato nazionale europeo ma fondandolo su una base etnica, con le conseguenze che conosciamo, l’Europa, che si era prefisso un orizzonte di «unità», si è al contrario «balcanizzata», tenuta in piedi con il nastro adesivo di una sempre più precaria unità monetaria. Anche di questi sviluppi futuri Andrić era stato buon profeta. Nel suo racconto Lettere dal 1928, che voleva intitolare Lettere dal 1992, egli immagina che l’unico modo per sfuggire alla tenaglia est/ovest – l’impero ottomano da un lato e quello austroungarico dall’altro – avrebbe dovuto essere la costruzione di un «mondo» che si frapponesse tra l’uno e l’altro, altrimenti, come poi è avvenuto, quella tenaglia est/ovest avrebbe precipitato gli slavi del sud nell’inferno. Com’è accaduto alla Jugoslavia nel 1991, un anno prima rispetto a quanto preconizzato da Andrić. E come accadde al ponte sulla Drina, che «stava dritto, come condannato, ma in sostanza ancora indenne e intero, tra due mondi in guerra», e poi, all’improvviso, viene bombardato dagli austriaci. I colpi ammazzano anche il povero imano Alihodža, che si trova lì e non capisce bene cosa stia succedendo, e quando lo capisce, troppo tardi, si chiede «se anche l’amor divino è scomparso dal mondo». Ma un attimo prima di chiudere gli occhi si risponde che no, «questo non può succedere».
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27 maggio 2014

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