L’ipocrisia di Vendola e dei suoi compari su eolico e fotovoltaico, su Ilva e discariche, su gas azero e carbone cinese e polacco

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La faccia è di bronzo, lo abbiamo sempre detto. Ma non è colpa della pelle, invecchiata e incartapecorita. Ciò che fa di Nicola Vendola un ipocrita, un fariseo, un sepolcro imbiancato è ciò che egli dice dopo aver fatto ciò che ha fatto. Leggo una sua intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno (doppia pagina, foto a corpo intero) e trasalisco. Vendola sostiene che bisogna dire basta all’eolico e al fotovoltaico industriali, specialmente in Puglia, dove i “parchi” di pali e di pannelli sono il doppio, il triplo, il quadruplo rispetto alle altre regioni italiane. E dove i miliardi di euro di contributi pubblici hanno permesso un business illecito senza eguali. Con aumento delle bollette elettriche, senza la diminuzione dell’uso di combustibili fossili, senza che l’energia prodotta riuscisse a essere trasportata dalla rete insufficiente e senza incremento dell’occupazione. E bisogna dire basta, sostiene l’ineffabile Vendola, in nome della tutela dell’ambiente e della trasparenza.
In altre parole, dopo aver permesso e condiviso lo stupro dell’ambiente e sfregiato l’articolo 9 della Costituzione, dopo aver esultato per questa falsa “green economy” e averla promossa in ogni dove, con viaggi all’estero – dalla California, alla Cina, alla Germania – per predicare il nuovo verbo delle “rinnovabili”, Vendola, nell’intervista di oggi, 30 marzo, alla Gazzetta del Mezzogiorno, scarica le colpe dello stupro del paesaggio pugliese sulle province e sui comuni e rovescia i ruoli, chiamando in causa Renzi, il governo appena insediato, la Corte costituzionale (e tra un po’ magari anche il Parlamento italiano ed europeo, l’Onu e il Papa) affinché intervengano e lo aiutino a fermare lo stupro in atto.
Questo signore (per lui, una parola grossa), voglio ricordarlo, è lo stesso che ha querelato me e Vittorio Sgarbi per aver noi sostenuto in tv (l’unica puntata del nostro programma, su Rai Uno, il 18 maggio 2011, chiusa anche e soprattutto per questa ragione) le stesse, identiche cose dette oggi da lui nell’intervista citata. E ottenendo, con quella querela che smonteremo pezzo per pezzo in tribunale – sebbene a giudicarci sarà Bari, dove sappiamo che Vendola ha ottenuto archiviazioni e assoluzioni in serie – anche il nostro rinvio a giudizio. E’, questa, una vicenda che non solo non può e non deve passare sotto silenzio – altrimenti dovremmo considerare normale che gli assassini condannino gli omicidi, gli stupratori gli stupri, i corrotti la corruzione -, ma che meriterebbe, se ci fossero politici coraggiosi e magistrati onesti e imparziali, che venisse scandagliata in tutta la sua gravità, perché, come dicevamo in quella nostra unica puntata in tv, questo business dell’eolico e del fotovoltaico è più remunerativo e mafioso del narcotraffico.
Invece accade che Vendola e i suoi assessori, mentre il capo finge di stracciarsi le vesti per l’ambiente stuprato, schiaccino come carri armati tutto e tutti (piani territoriali, norme di tutela, buon senso) e impongano discariche da nord a sud della Puglia, come quella di Grottelline a Spinazzola (sito neolitico) e di Corigliano d’Otranto (bacino naturale di acqua potabile più grande della Puglia), guarda caso realizzate da quella Cogeam in cui coabitano il gruppo Marcegaglia e il gruppo Tradeco, due tra i più attivi sponsor di Vendola (Emma Marcegaglia lo ha benedetto come “il miglior governatore d’Italia” e la Tradeco ha sostenuto la sua candidatura alle elezioni regionali).
Per finire, un po’ di fumo negli occhi in nome del solito ambientalismo di facciata. La stessa Regione Puglia che mette discariche ovunque, e soprattutto dove non si può e non si deve, che ha fatto finta di fare la faccia feroce con l’Ilva (e poi Vendola si spanciava dalle risate a telefono con i suoi dirigenti, mentre l’assessore all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, magistrato in aspettativa, ripeteva come un disco rotto che “la situazione è sotto controllo”), quella stessa Regione Puglia che riempie di torri eoliche e pannelli fotovoltaici centinaia e centinaia di ettari di terreni agricoli, eccola pronta, stranamente pronta, a dir di no no al gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline): un tubo che da Baku (Mar Caspio, Azerbaijan), dopo aver attraversato la Turchia, la Grecia e l’Albania, dovrebbe “sboccare” in Puglia con 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno (che poi diventeranno 20 miliardi).
La Regione Puglia e un plotone di tecnici “de sinistra” – che con essa lavorano e hanno frequentazione abituale e mai si sono pronunciati, nemmeno con un singulto, su Ilva, eolico, fotovoltaico, discariche che gli hanno messo fin sotto il culo -, si sono sollevati contro il progetto e lo hanno bocciato con osservazioni molto discutibili, che probabilmente servono solo ad “alzare il prezzo”, visto che se non si vuole che la condotta sbocchi a San Foca di Lecce (come sarebbe anche giusto, considerato il valore della spiaggia e del mare) potrebbe benissimo e senza danni essere spostata altrove. A Brindisi, per esempio, dove una delle centrali elettriche più grandi d’Europa, Cerano, che già dal 2001 doveva funzionare a metano (accordo voluto e sottoscritto dal governo Prodi) va ancora avanti, dopo tredici anni!, a carbone (e della qualità peggiore, polacco, cinese, marziano…). Cioè con il più dannoso dei combustibili possibili, quello che fa crescere inquinamento e tumori.
In tutto questo, c’è qualcosa che non va. Anzi, c’è molto che non va. La faccia di bronzo lo sa bene e forse è per questa ragione che ora, in vista delle elezioni europee e di una sua possibile terza candidatura alla guida della Puglia (ci sta lavorando come una talpa), cerca di correre ai ripari. Ma è e rimarrà solo un fariseo, un sepolcro imbiancato.

LA TERRA BUONA DI SREBRENICA / Bosgnacchi e serbi combattono uniti per recuperare i campi abbandonati

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Srebrenica (Bosnia)
Ai lupi e ai cinghiali si può sparare, appostandosi di notte a difesa del gregge o del campo di grano. Ma contro la felce aquilina che infesta le terre tutt’intorno a Srebrenica non c’è niente da fare. Anche se spari, spari alla luna, come i pazzi. Non servono né il fucile caricato a pallettoni, per sventrare i lupi e i cinghiali che attaccano sempre più numerosi e famelici, né il venerato Kalashnikov, che quasi ogni famiglia – dice la leggenda di questi luoghi – conserverebbe in cantina o sotto il pavimento. La felce aquilina è resistente come e più della gramigna, si impossessa dei terreni e a mille metri di altitudine è la regina maledetta tra le piante selvatiche, capace di ricrescere più abbondante e più forte di prima anche dopo un incendio.
Lupi, cinghiali e felce aquilina nei terreni una volta coltivati e oggi trasformati in radure ostili sono il risultato di vent’anni di espulsione dell’uomo da questi luoghi.
Andò così. L’Onu, nel momento di maggiore crudeltà della guerra che stava sbriciolando la ex Jugoslavia, dichiarò Srebrenica safe area, area sicura, e così tutti i bosniaci musulmani che vi riuscirono, 25 o 30 mila, raggiunsero Srebrenica a dorso di mulo, in motocicletta, in auto, ammassati su vecchi camion e soprattutto a piedi. Invece di trovare «sicurezza», concentrati com’erano in questa cittadina – da sempre una enclave musulmana -, facilitarono il lavoro dei loro carnefici, i serbi di quella autoproclamata Republika Srpska le cui truppe, guidate dal generale Ratko Mladić, «il macellaio dei Balcani», e fedeli al presidente Radovan Karadžić, erano coadiuvate dai paramilitari di Željko Ražnatović, meglio noto come «Arkan la tigre».
C’erano i caschi blu dell’Onu a Srebrenica – gli olandesi guidati dall’ineffabile generale Thom Karremans -, e dovevano proteggere i profughi ammassati nei capannoni della fabbrica Akumulatorka, ma non mossero un dito. Tutti gli sfollati di sesso maschile in età riproduttiva, più o meno dai quattordici anni in su, vennero separati dalle donne e dai bambini. E poi uccisi e seppelliti in fosse comuni. Era l’11 luglio 1995. Una data passata alla storia come il giorno del genocidio di Srebrenica. Diecimila persone o forse più, tutti civili, assassinate a freddo. In questi diciannove anni, grazie agli esami del Dna sui resti ritrovati nelle 88 fosse comuni – le fosse scoperte fino a oggi, ma ve ne sono altre non ancora localizzate -, alle 8.372 vittime accertate è stato dato un nome. Il Memoriale di Potočari però, il grande cimitero musulmano con moschea all’aperto allestito proprio di fronte alla Akumulatorka, contiene solo 6.066 stele funerarie, poiché i familiari di quelle vittime di cui sono stati ritrovati solo miserrimi resti sperano, prima di dar loro una tomba, di ricomporne almeno in parte la salma.
Ricordare cos’è successo a Srebrenica è inevitabile, non solo per sete di giustizia e di verità, e non certo per alimentare la fiamma dell’odio e della vendetta (ce n’è già a sufficienza nel processo di accuse e controaccuse di genocidio tra Serbia e Croazia, il cui dibattimento si concluderà il primo aprile prossimo davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja), ma semplicemente per capire che cos’è oggi questa città, questo luogo immalinconito e spaventato, nel quale tuttavia, contro ogni previsione, contro i lupi che sbranano le pecore, contro i cinghiali che devastano il raccolto, e contro la felce aquilina che ricopre tutto, germoglia la speranza.
E’ vero, Srebrenica aveva quarantamila abitanti e adesso ne ha cinquemila. Aveva una zona industriale, in contrada Zeleni Jadar, in cui lavoravano diecimila persone, che ora è soltanto un ammasso di rovine. Aveva tre facoltà universitarie e oggi ne ha una sola, Giurisprudenza. E persino della squadra di calcio che militava in serie B – la Güber Srebrenica, fondata nel 1924 da un serbo e da un bosniaco, che insieme donarono anche l’area per costruire lo stadio -, è rimasta solo la formazione giovanile. Ma, nonostante tutto, duecento studenti ogni giorno fanno i pendolari come meglio gli riesce dai paesi vicini. Nonostante tutto, nella locanda di Alić si beve il caffè e la slivovitz, la grappa di prugne, immersi in nuvole di fumo, e si discute di cultura, di politica, di futuro. Nel ristorante Misirlije si ritrova il gusto di mangiare, e anche bene, tutti insieme, serbi, bosgnacchi (bosniaci musulmani), croati, musulmani, ortodossi, cristiani, agnostici, atei – manca solo qualche eretico bogomilo (una setta cristiana che si diffuse nei Balcani e riteneva inconciliabili tra loro il mondo spirituale e quello corporale, l’eterno e il contingente) -, e anche qui si discute di tutto. E si capisce, dalle parole di Muhamed Avdic – che ha 32 anni ed è del villaggio bosgnacco di Osmače -, di Nemanja Zekić – 26 anni, nato nel vicino villaggio serbo di Brežani-, e di Damir Moranjek, 29 anni, che viene da Tuzla, come quella del germoglio non sia una metafora, ma un fatto concreto. Perché è da qui, dal germoglio dei semi di grano – varietà: grano saraceno, il più resistente alla felce aquilina e già coltivato con maggiore successo del mais anche nel passato – che sta germogliando la speranza di una città come Srebrenica, che si voleva morta e si riscopre viva.
E’ da qui, da questi semi, dai primi 130 dulum (tredici ettari) di terra dissodata con un vecchio trattore inadeguato e seminati grazie a una donazione di appena tremila euro, e dal primo raccolto mietuto con una mietitrebbia vista soltanto in qualche filmato d’epoca, che piano piano sta cominciando il futuro di Srebrenica, la città che ha saltato una generazione. Qui, dal 1995 al 2005 non è nato nessuno e ora ci si affida a quella generazione di chi ha tra i venti e i trent’anni e ha conosciuto il genocidio quando era bambino, leggendolo negli occhi terrorizzati dei genitori, oppure, diventato più grande, attraverso il racconto di chi è sopravvissuto e gli ha raccontato del papà visto per l’ultima volta.
Ricostruire la memoria. Ricomporre trame familiari strappate. Recuperare il passato anche attraverso un sapere agricolo scomparso con le persone uccise. Ritornare al futuro. E’ questo il senso del progetto Seminando il ritorno, che nei borghi di Osmače e Brežani, sulle montagne di Srebrenica, da dove si vedono le cime di Sarajevo e della Serbia, sta riportando la gente a casa. Nella sola Osmače, dove nel 1991, prima della guerra, vivevano quasi mille persone, ce ne sono a malapena un centinaio. Ma ci sono. Sono tornati. E vogliono rimanere. Mentre la scuola dei due villaggi, che ospitava 540 bambini, e che dopo i bombardamenti e l’abbandono sembrava dover chiudere i battenti per sempre, sta rinascendo con una fiducia e un coraggio eroici. Quando si chiede ad Amina, che fa la quarta elementare, in quanti sono nella sua classe, lei risponde seria: «Siamo in due». E in tutto l’istituto? «Nove».
Per tutti loro, dicono, si è trattato di una vera e propria diaspora. Non possono ritornare tutti e tutti insieme – molti sono a Tuzla, a Sarajevo e molti altri sono all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Australia -, ma quasi tutti vorrebbero ritornare e riunirsi agli altri. Per sempre. Anche se per ora questo accade soltanto in occasione del Kurban-Bajram, il sacrificio del montone, la festa più solenne dell’islam, in cui Abramo come segno di sottomissione a Dio è pronto a sacrificare suo figlio Isacco (Ismaele nell’islam), poi sostituito dal montone. Tornare e rimanere per sempre è un sogno, che per avverarsi richiede tempo e alcune certezze minime. A cominciare da quelle che riguardano le terre da coltivare, ostaggio della felce aquilina. Di chi sono quelle terre? Quali sono i confini? Chi può legittimamente coltivarle, in un Paese in cui non esiste il catasto e i confini e le proprietà devono essere ricostruite affidandosi alla memoria individuale e collettiva? Per fortuna, questa memoria non è andata perduta. E anzi, ricucita anch’essa con pazienza e a volte anche con ostinazione, consente di ridefinire al centimetro ciò che non è custodito in un alcun archivio e di evitare così altri conflitti. Ma consente anche di capire quanta «cura dei luoghi» abbiano avuto queste persone: perciò gli ideatori del progetto Seminando il ritorno le hanno seguite un passo dopo l’altro e le hanno alla fine gratificate con il premio internazionale «Carlo Scarpa per il Giardino», ideato dalla Fondazione Benetton studi ricerche, che ne riconosce anche il valore «etico e poetico».
I bosgnacchi di Osmače e i serbi di Brežani hanno sempre convissuto pacificamente fino a quando non è scoppiata la guerra, con la soldataglia che se l’è presa con i civili inermi, come mai era accaduto prima. Raccontano che la collaborazione tra le due comunità era così stretta che con i capi di bestiame di un villaggio si ingravidavano quelli dell’altro. E le macchine agricole che non avevano i contadini di Osmače venivano prestate da quelli di Brežani, e viceversa. Così i contrasti propri della vita quotidiana: erano più frequenti all’interno di ciascun villaggio, tra persone della stessa etnia, che non tra i due borghi. Non era l’Arcadia. Era semplicemente la vita normale che ora sperano di ritrovare. Che vogliono ritrovare.
(Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della sera, 23 marzo 2014)

“Piazza Rossa o Maidan. L’Occidente è diventato guerriero, la Russia deve difendersi. La riunificazione con la Crimea è naturale. Gli americani non sanno valutare le conseguenze delle loro scelte”

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di Felix Stanevskiy (ex ambasciatore russo in Italia e in Georgia)


Cari amici europei, tutti noi sappiamo che la faziosità a volte sfocia nell’odio (…). Quando si parla anche ironicamente di “Putin tiranno di tutte le Russie” si riconosce che è ormai d’uso trattare la Russia come una specie di Corea del nord. Sorriderei di fronte alla denuncia del “lungo periodo dittatoriale” di Putin se quest’affronto all’imparzialità non fosse divulgato attraverso migliaia di canali tv, giornali e portali web occidentali. Una dama assai influente oltreoceano si è spinta fino a paragonare Putin a Hitler (…), un oltraggio alla ragione di un russo come me che non avrebbe mai votato un dittatore e che insieme a milioni di concittadini e al fior fiore dell’intellighenzia ha votato Putin. Solidale con loro ritengo giusta, anzi l’unica possibile, la sua politica nei confronti dell’occidente e dell’Ucraina (…).
Un dato di fatto: in meno di un quarto di secolo gli stati della Nato e dell’Unione europea hanno scatenato otto guerre. Tre guerre nella ex Yugoslavia sono state particolarmente devastanti. Due invasioni in Iraq, di cui l’ultima con la scusa di un espediente inventato di sana pianta. La guerra in Afghanistan avrebbe una spiegazione se non si fosse protratta fino alle calende greche e se l’occidente, combattendo contro i talebani, allo stesso tempo non incoraggiasse, volenti o nolenti, estremisti islamici in Cecenia, in Libia, in Siria, in Egitto.
L’Europa, distintasi particolarmente in Libia, ha distrutto un paese relativamente benestante per affondarlo in un caos che non finisce mai. Ne è stata logica conseguenza la guerra nella Repubblica Centrafricana e lo sparpagliarsi di bande di terroristi armati nel nord africano e in medio oriente. E se non fosse per Putin, tanto diabolizzato in occidente, la Nato e l’Ue avrebbero ora tra le mani la guerra in Siria dopo la quale si aprirebbe la prospettiva di un conflitto armato in Iran.
Mi dicono: ogni guerra aveva una sua spiegazione differente. Ma è questo che inquieta i russi. Ogni volta l’occidente trova un casus belli, tanto che di pretesti ce ne sono a volontà. Caso mai lo inventa, per esempio, esibendo dalla tribuna dell’Onu una provetta piena di polvere bianca spacciandola per una micidiale arma chimica. Quale altro stato fa guerre oltre alle democrazie occidentali? Nessuno. Tutte sono nell’album di famiglia dell’occidente.
E che c’entrano qui la Russia e la sua politica ucraina? Mi chiedo: come si sentirebbero gli italiani se alle loro frontiere apparisse una potente alleanza di stati che aggredisce di continuo altri paesi? Per l’occidente non c’è neanche bisogno di far entrare l’Ucraina nella Nato. Kiev farà tutto ciò che sarà prescritto da Washington e Bruxelles: nell’accordo capestro sull’associazione ucraina all’Ue, sono incluse clausole di carattere politico e militare. Abbiamo duemila chilometri di frontiera con l’Ucraina che a volte divide una parte di un villaggio dall’altra. Dobbiamo erigerci una Grande muraglia cinese?
I nuovi padroni di Kiev hanno già dichiarato la loro intenzione di cacciare la Russia dalla base navale di Sebastopoli. I russi sono convinti che, se dovessero lasciare il porto, subito ci attraccherebbe la flotta statunitense (…). Nel Mar Nero, essenziale per la stabilità del sud russo, spadroneggerebbe il bellicoso occidente. C’è di più. L’esodo dei russi da Sebastopoli sarebbe un tremendo choc politico e morale. E’ una città simbolo storica alla pari della Piazza Rossa. I russi non sono mai stati d’accordo con il capriccio dell’autocrate comunista Krusciov che aveva regalato la Crimea a Kiev “in segno dell’amicizia russo-ucraina”. La Crimea è troppo legata alla storia e alla cultura russa, ai grandi nomi di Caterina II, Potëmkin, Puskin, Cechov e molti altri.
Un’Ucraina neutrale e amichevole mitigava l’aspirazione russa a porre la questione della Crimea. Se l’Ucraina passa nell’orbita di un’alleanza belligerante, nell’immaginario popolare russo si priva del diritto di amministrarla. Il precedente del Kosovo è citato dai russi per confermare la base giuridica della riunificazione della Crimea alla Russia. I russi scherzano: i referendum sull’autodeterminazione della Catalogna e della Scozia saranno contestati dall’Ue e dagli Stati Uniti con la stessa foga?
Sì, la guerra della Nato contro la Russia nucleare è inconcepibile. Ma l’Ucraina associata al guerriero occidente offrirà una vasta gamma di occasioni per provocazioni di vario genere. Come accade già con la Georgia, del tutto subordinata agli Stati Uniti. In meno di 15 anni essa ha aggredito cinque volte a mano armata abkhazi e osseti prima di scatenare la sesta guerra nel 2008, bombardando di notte la capitale osseta e attaccando le forze russe di peacekeeping. I russi sanno che l’occidente addosserà la colpa alla Russia in una qualsiasi situazione di attriti con l’Ucraina: i media occidentali l’hanno fatto in barba allo stesso rapporto della Commissione dell’Ue sulle responsabilità per la guerra russo-georgiana in Ossezia del sud.
Qui arriviamo al secondo trend occidentale che impensierisce i russi: le rivoluzioni colorate. L’occidente ha imparato come portare a suo vantaggio il malcontento sociale presente in ogni paese per rovesciare governi che non gli piacciono e sostituirli con altri più servili. La Russia è indubbiamente uno degli obiettivi principali. E’ eloquente il caso dell’ultimo ambasciatore americano, Michael McFaul, autore del libro “Advancing Democracy Abroad”. Al suo secondo giorno in Russia, prima di contattare i rappresentanti russi, si è incontrato con l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare. Per la maggioranza dei russi è stata una dimostrazione pubblica delle intenzioni degli Stati Uniti. I diplomatici occidentali si associavano ai manifestanti a Mosca nella turbolenta primavera del 2012. Ci sono dati sui finanziamenti stranieri alle organizzazioni filo occidentali non governative e politicamente attive. L’Ucraina, docile di fronte agli Stati Uniti e l’Ue, moltiplicherebbe le possibilità di finanziare un’eventuale rivoluzione in Russia.
Molti giornalisti occidentali hanno scritto in questi giorni che Putin ha paura di un Maidan a Mosca. Ma la piazza di Kiev con bastoni, bottiglie Molotov, cecchini e kalashnikov, con terribili scene di occupazione di ministeri e uffici pubblici ha fatto orrore ai russi e li ha aiutati ad apprezzare la stabilità del loro paese (…). Gli stessi eventi ucraini hanno introdotto elementi del tutto nuovi: una larghissima partecipazione dei reparti nazionalisti ben preparati e organizzati come forza di combattimento decisiva, il ricorso alla lotta armata, l’uso di tiratori scelti per aumentare la tensione, la presenza di alti rappresentanti dell’Ue e degli Stati Uniti alle manifestazioni di protesta, l’ingresso nel governo di persone e partiti che professano un’ideologia ultranazionalista e antisemita.
Non si sa quale forma di sovversione si prepara per la Russia. E’ chiaro però che la parte più organizzata e battagliera dell’opposizione russa è data dai nazionalisti radicali (…). Di fronte a Putin quasi tutti i nazionalisti si dichiarano fratelli, disponibili pure a ricevere finanziamenti europei e americani (…). I liberali russi, dopo la débâcle della Russia sotto Eltsin, non hanno alcuna prospettiva. Così appoggiando un Alexei Navalny, nazionalista purosangue, l’occidente dovrebbe star attento a non far uscire il Genio nazionalista dalla bottiglia russa. C’è poca speranza: l’occidente si è alleato perfino coi Fratelli musulmani ai danni del suo alleato israeliano.
Ci colpisce l’enorme ed evidente squilibrio tra le conseguenze globali delle guerre e rivoluzioni “made in Usa and Ue” e una palese spensieratezza con cui i paesi della Nato e dell’Ue si fanno coinvolgere in avventure nei territori altrui. L’ex presidente italiano Francesco Cossiga diceva giustamente: “I nostri alleati americani si sono mossi senza conoscere l’Iraq, e senza prevedere” il dopo Saddam (Corriere della Sera, 18. 5. 2004). Posso aggiungere: gli Stati Uniti e l’Ue si sono mossi senza conoscere l’Ucraina e la Russia, senza prevedere le conseguenze di quello che stanno facendo. Dove l’occidente ha raggiunto i suoi obiettivi con le guerre e le rivoluzioni? Dove la democrazia occidentale ha trionfato? Le rivoluzioni colorate in Ucraina del 2004, in Serbia, Georgia, Kirghizistan sono fallite, come pure la tanto decantata “primavera araba”. L’unico risultato evidente è il caos, è la distruzione ed è la morte. La cosa più brutta è che l’occidente non si rende nemmeno conto della disumanità della sua politica. Tante guerre fatte e nessuna discussione sull’abnormità della politica estera belligerante, sull’incapacità della classe dirigente di trovare altri strumenti, sulla ferocia dei media istigatori di guerre sanguinose e rivoluzioni distruttrici. Una bella libertà di parola!
Leggo l’editoriale di un rispettabile quotidiano francese (le Monde, 07. 01. 14) dedicato in parte all’Ucraina: “Les principes cardinaux de l’Europe sont la paix e la démocratie”. Si può capirlo soltanto à la Orwell: “La pace è guerra”, “La guerra è pace”. Mentre la democrazia è “Big Brother is watching you” come abbiamo constatato nel caso Snowden. La democrazia occidentale è selettiva: “Difendere i diritti dei gay? Sì! Quelli degli zingari? Sì! Quelli dei russi? No!”. In 22 anni di indipendenza nei paesi baltici, membri dell’Ue e della Nato, centinaia di migliaia di russi hanno avuto lo status di “non cittadini”, gente di seconda categoria. Sa di razzismo, no?
Con questo occidente Mosca non si aspetta in Ucraina nulla di buono. Bruxelles sta portando avanti una linea che Talleyrand avrebbe commentato così: “E’ peggio di un crimine. E’ un errore”. Si tratta dell’ordine rivolto a Kiev: “O con noi, o con la Russia”. L’occidente l’ha indirizzato agli ucraini storicamente, etnicamente, culturalmente, umanamente legati alla Russia, la cui lingua e più vicina al russo che il veneto al toscano, i cui nomi e cognomi sono quasi sempre gli stessi: 3,5 milioni di ucraini vivono in Russia, mentre più di 8 milioni di russi stanno in Ucraina.
La via d’uscita sarebbe rinunciare a questo principio, coordinare la politica ucraina dell’Ue con la Russia, farla finita con gli inviti all’Ucraina di entrare nella Nato, non ostacolare l’associazione dell’Ucraina sia all’Ue sia all’Unione euroasiatica, non cercare di servirsi di canali ucraini per incoraggiare una rivoluzione in Russia. Non credo, amici miei, di aver chiesto troppo.
(sintesi tratta da Il Foglio del 18.3.2014)

Il Fai recupera Casa Noha a Matera, ma come fa Matera a diventare capitale europea della Cultura se mette pale eoliche tutt’intorno ai Sassi, come ha fatto la Regione Basilicata, che di inutili e sconce pale mangiasoldi (pubblici) ne ha già piantate duemila?

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Matera
«Una metafora gigantesca della storia dell’umanità. Questo è il ripopolamento dei Sassi di Matera e questa è la via da seguire per tutta l’Italia, perché è nella ricchezza dei luoghi il nostro avvenire». Entusiasta come un bambino che da grande sogna di fare l’archeologo, Andrea Carandini – storico dell’arte greca e romana, archeologo, docente universitario e presidente del Fai (il Fondo per l’ambiente italiano) – ha presentato ieri Casa Noha, una bella palazzina secentesca nel cuore dei Sassi, che grazie al Fai che l’ha recuperata e alle famiglie Latorre e Fodale che l’hanno donata, diventerà una vera e propria porta d’ingresso nella storia millenaria di Matera. In Casa Noha, ogni visitatore che voglia avvicinarsi alla conoscenza dei Sassi – meraviglioso insediamento neolitico ed esempio di civiltà rupestre unico al mondo -, potrà vedere proiettate sulle pareti delle stanze riportate all’antico decoro un racconto che in venti minuti (autori Giovanni Carrada e Rosalba Demetrio, ma non vanno dimenticati gli studi di Cosimo Damiano Fonseca e i saggi di Leonardo Sacco e Raffaele Giura Longo) lo farà viaggiare dal Neolitico al Medioevo, dalla «Bibbia dei poveri» della Cripta di Adamo ed Eva – con i suoi affreschi dell’VIII secolo – al IX secolo delle contese tra Longobardi e Bizantini e Saraceni, all’XI dei Normanni «latinizzatori», fino al degrado del XIX e XX secolo, con la povertà più nera, la malaria, il 43 per cento di mortalità infantile, la denuncia di Carlo Levi con il suo «Cristo si è fermato a Eboli» e l’amore di Adriano Olivetti, che tentò di trapiantare qui il suo Progetto Comunità sperimentato nel Canavese poiché credeva che la rinascita dei Sassi e della Basilicata fosse necessaria ed era possibile.
Una rinascita che è la stessa in credono Carandini e il Fai, poiché invece di affidarsi alle ristrutturazioni e alle messe in sicurezza («Basta, bisogna finirla», dice Carandini), cerca invece di invertire il modello negativo di Pompei («Altro luogo abbandonato, come lo furono i Sassi di Matera»), e punta al ripopolamento, realizzando così il miracolo: resuscitare una città, farla rivivere dopo che essa non solo appariva morta, ma lo era. Tutto molto bello, ma Carandini sa che occorre agire anche su un altro piano e allora coglie l’occasione per rivolgersi direttamente al nuovo governo, al nuovo ministro dei Beni culturali, al Parlamento, affinché attui subito la riforma del Titolo V della Costituzione, che fu sciaguratamente manomesso e tanti guasti ha prodotto specialmente in materia ambientale e paesaggistica, «riconsiderando un sano centralismo» che riconsegni allo Stato competenze finite nelle mani di Regioni ed enti locali che agiscono come altrettante repubblichette indipendenti e che, dice Carandini, «in tutti questi anni non hanno mai approvato un solo piano paesaggistico».
Matera, grazie soprattutto ai Sassi – che, non dimentichiamolo, sono stati inseriti dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità nel 1993 –, ambisce legittimamente a essere capitale europea della Cultura nel 2019. Ma non ci riuscirà – nemmeno se il suo sindaco e l’intera giunta si facessero crocifiggere sul set del film «The Passion» (uno dei tanti girati nei Sassi) – se non dirà di no all’installazione di ben tre inutili e orribili parchi eolici. Quaranta torri di oltre cento metri d’altezza che rischiano di sfigurare la città, il Parco della Murgia materana e i Sassi, così come altre duemila torri hanno sfigurato il resto della Basilicata. Carandini e il Fai hanno già promesso che non resteranno chiusi in Casa Noha.
Carlo Vulpio (Corriere della Sera, 1 marzo 2014)

Le pensioni di 500 euro al mese vanno aumentate almeno a 1.200. Dev’essere il primo provvedimento del nuovo governo. Altrimenti, vorrà dire che avremo preso in giro la gente. Questo articolo è dedicato ai super pensionati e ai super pagati, della politica e non solo, specie quelli che “lottano” per i più poveri

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Antichi paradossi e moderne ingiustizie
Dobbiamo difendere chi non arriva a 1.200 euro al mese
DIMMI LA TUA PENSIONE E TI DIRÒ CHI SEI
Chiunque tu sia non devi stupirti se la prima domanda che ti rivolgo è: qual è la tua pensione? Da quel che mi rispondi capirò chi sei e come vivi (Hit parade dei super pensionati).
Capirò se sei sempre afflitto dal pensiero dei soldi che mancano o se sei libero da questa afflizione, se la notte riesci a dormire sonni tranquilli o se l’incertezza economica ti tiene sveglio, se la insopportabile disuguaglianza del Paese ti ha riempito di sconforto e risentimento o sei lontano da questo stato d’animo. Tenendo conto del costo della vita, dell’affitto, degli alimenti, delle normali spese quotidiane, di acqua luce e gas, numero dei familiari a carico, e prime necessità, è certo, è matematicamente certo che 1.200 euro, poco più o poco meno, non bastano, non possono bastare. Eppure c’è più di un milione di persone che se le fa bastare e vive una vita grama. Eroi di sopportazione essi sono. Come fanno io non so, ma vivono male, s’aggrappano sui vetri, in verità io non posso nemmeno immaginare come fanno.
Così vive oggi la maggior parte degli italiani: poveri e infelici. Non così i politici, tutti chi più chi meno stanno meglio, vivono tutti con pensioni due, quattro, dieci volte maggiori. Pensioni, Soldi dello Stato. Questa sproporzione non solo è inaccettabile, è anche pericolosa. Fa nascere cattivi pensieri. Come fa chi ci governa a non capire che occorre urgentemente un gesto, una legge, un provvedimento per ristabilire un più sopportabile equilibrio non solo economico ma anche morale, una maggiore giustizia, un’equità che serve a mantenere la pace sociale. E quale potrebbe essere questo gesto per placare gli animi e la rivolta che già si manifesta nelle piazze e nelle strade in forme sempre più violente?
Io di queste cose poco m’intendo, ma penso che si potrebbe istituire una tassa che colpisse in modo sopportabile e progressivo la differenza tra una pensione medio-bassa e una pensione dorata. Mettiamo per comodità di conteggio che la pensione medio-bassa sia di 5.000 euro, (ma è già troppo alta), la differenza tra questa pensione e una di 10, 20, 30, e perfino 90 mila euro sarebbe di 5, 15, 25 oppure 85 mila euro da tassare. Tassabile di quanto? Questo dovrebbe deciderlo il governo di sua iniziativa, come fece al tempo della Fornero, ma dovrebbe essere una tassa tale da riparare l’infamia morale della situazione attuale. Non una tassa punitiva, ma giustamente consistente, il cui ricavato potrebbe servire in tutti quei casi — e sono tanti — che in modo urgente richiedono di essere riparati.
Quando si fanno questi discorsi di solito non si è ben visti, si pensa che nascano da invidia o risentimento. E vien sempre fuori la questione dei diritti acquisiti. I diritti acquisiti non si dovrebbero toccare, è la legge. Ma a parte il fatto che questi diritti per il modo incontrollato con cui sono stati accumulati non sempre sono ineccepibili, non sarebbe meglio intaccarli appena quel tanto che vuole la decenza? Dopotutto tassandoli non si provocherebbe alcun danno allo stile di vita di chi ne è colpito.
Infine va ripetuto che tutti i super-5.000 di cui sto parlando, appartenendo alla classe politica, hanno quelle pensioni per ragioni politiche e questo fa nascere il sospetto — largamente diffuso — che la politica per gli incarichi che comporta sia una buona occasione per accumulare buone pensioni. E, tanto per fare un esempio, potrebbe capitare che un rappresentante sindacale prenda una pensione di 15.000; con che faccia, stando così le cose, potrebbe perorare la causa di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Che ne sa un super pensionato da 15.000 euro di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Si sente in questo caso una stonatura, un’incongruenza che provoca diffidenza e spesso ira non facilmente controllabile.
Infine è ovvio che quanto finora è stato detto non riguarda minimamente chi per le proprie capacità professionali e la propria intraprendenza è diventato ricco. Chi si arricchisce in modo corretto aiuta lo sviluppo dell’economia, e questo è un bene per tutti. Per i ricchi insomma, da un punto di vista diverso, vale quel che dice il Vangelo: che per loro non è tanto facile entrare in Paradiso, ma non è nemmeno escluso.
Raffaele La Capria
(Corriere della Sera, 15 febbraio 2014)

I soldatini grillini-ini-ini tutti nominati e tutti in fila per tre a fare la volontà dei loro padroni, la nota ditta C&G. E a distogliere, con la loro idiozia, l’attenzione dalle questioni serie

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Ma quanto sono stupidi questi grillini nominati in Parlamento dai loro burattinai Casaleggio e Grillo (in ordine di importanza)? Ripeto: nominati, non eletti, poiché anche loro sono stati nominati e impilati nelle liste come soldatini, solo che lo rinfacciano unicamente agli altri, mai che lo dicano a se stessi davanti allo specchio, magari la mattina prima di uscire di casa.
Perché costoro (in vita grazie alla gente in buona fede che ancora crede in loro e li vota) sono così stupidi, limitati, basici, proprio come gli adepti di una setta?
Ecco perché.
Dovremmo star qui a parlare del contenuto del regalo alle banche (Ecco i tre super regali di Letta alle banche) votato dalla Camera, grazie anche alla “ghigliottina” utilizzata con tempismo da “bancaria” da parte della presidente della Camera, Laura Boldrini (Sel).
Dovremmo parlare dei trenta incarichi in due di Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, e della sua fin qui anonima signora, Maria Giovanna Basile.
Dovremmo parlare di tutti i nostri ragazzi costretti a emigrare come negli anni Cinquanta, magari nella Germania della signora Angela Merkel, dove – inutile chiedersi a spese di chi – hanno appena abbassato l’età pensionabile da 67 a 63 anni.
Dovremmo parlare della porcheria delle Regioni (venti staterelli da abolire, altro che le Province). E, per esempio, dovremmo parlare, oltre che della storiella di letto del governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi (Pdl), che ha “dormito” con la ragazza a cui poi la Regione ha dato un incarico da 200 euro al mese, della norma che come un funghetto l’altro giorno è spuntata nella Regione Puglia, ormai ridotta a un grande feudo clientelare sgovernato da Nicola Vendola (Sel): una norma che rivaluta i vitalizi dei consiglieri regionali, i quali, già beneficiari di superliquidazioni appena terminato il mandato, ora possono anche godere di vitalizi superiori ai 3.000 euro dopo soli tre o quattro anni di “lavoro” (quando per una pensione di tremila euro una persona con un reddito decoroso, per esempio un medico o un giornalista, deve lavorare almeno per trentacinque anni; non parliamo degli operai, con cui il comunista dei mie stivali Vendola, 25 mila euro al mese, il più pagato d’Europa, fa i gargarismi).
Ecco, dovremmo parlare di tutto questo e di molto altro.
E invece cosa fanno i grillini?
- Chiamano boia (boia, eh, manco fosse Stalin o Kim Jong Un) il presidente Giorgio Napolitano (un fatto grave, e lo dice uno come il sottoscritto, che a Napolitano non ha risparmiato critiche e considera obsoleto il reato di “vilipendio”).
- Vanno all’assalto dei banchi del governo, come quella Lupo che dice di aver preso uno schiaffo da quell’altro babbione di magistrato-deputato (un altro!) Dambruoso (Scelta civica), facendo così della modesta Boldrini una “martire della democrazia”.
- Rinfacciano alle deputate del Pd – lo ha detto tal grillino De Rosa – di essere in Parlamento “perché fate bene i pompini”. Si guardi in casa, il grillino, e magari scoprirà che ce ne sono di ancora più brave. (Detto tra noi: che il Cielo le protegga. Anche se è ovvio che questa qualità non dovrebbe interferire con qualsivoglia forma di governo, sia esso monarchico, autoritario o democratico, benché la Storia ci insegni abbondantemente il contrario).
- Fanno gesti osceni mentre cercano di articolare un discorso dal seggio parlamentare – gesti da stadio, si potrebbe dire, ma sarebbe un’offesa per i tifosi delle curve -, come quel Segoni che si porta le mani all’inguine e le muove all’unisono dall’alto in basso, quasi volesse spiegare che il suo cognome è un accrescitivo di quella cosa lì.
- Infine, ubriachi di “democrazia dal basso”, chiedono l’impeachment di Napolitano (un’altra stronzata allo stato puro) con una motivazione balbettata dal noto giurista grillino Crimi che suona così: Napolitano ha attentato alla Costituzione perché, se non avesse avuto nulla da nascondere (nemmeno la Santa Inquisizione era arrivata a questo livello di teorizzazione della colpa presunta), non avrebbe chiesto la distruzione delle intercettazioni eseguite dalla procura di Palermo che lo riguardavano. Chi glielo spiega a questo senatore della Repubblica per mancanza di prove il concetto di immunità del Capo dello Stato?
- Perla finale, la rissa tra grillini seguita all’ubriacatura collettiva di cui sopra. I nominati grillini – “onorevoli” o “cittadini” che dir si voglia – si sono presi a male parole, urlando e quasi menandosi, perché alcuni hanno scoperto di aver firmato per l’impeachment del presidente della Repubblica “a loro insaputa”. Uno vale uno, e democrazia dal basso, una beata cippa. Qui, si son detti, siamo pupazzi nelle mani di pupari (ma va?).
Ecco, volevamo e dovevamo parlare d’altro. Invece, poiché spesso la stupidità umana fa più danni della malvagità, grazie ai grillini parlamentari l’attenzione di tutti è stata dirottata dalle questioni serie alle gesta idiote di omini e donnine che fanno la volontà della ditta commerciale C&G (come tale è registrato il marchio M5S) proprio come farebbero i Compagni di Baal (fu un fortunato sceneggiato tv, ma andate a vedere chi è Baal).

GENOCIDIO NEI BALCANI / La violenza ustascia contro i serbi ortodossi. I crimini poco riconosciuti dei collaborazionisti croati

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Non c’è stato soltanto l’Olocausto degli ebrei. Il primo genocidio dell’età contemporanea è stato quello degli armeni, un milione e 200 mila persone (o forse due milioni) massacrate dagli ottomani. Poi ci sono stati i crimini staliniani, molti milioni di morti, che sono soltanto una parte della tragedia sovietica. Infine, c’è stato l’Olocausto dei serbi ortodossi, ancora oggi praticamente sconosciuto, in cui sono stati eliminati 700 mila persone(o forse un milione).
I carnefici di quest’ultima mattanza – avvenuta durante gli anni del secondo conflitto mondiale e organizzata sul modello nazista, con deportazioni e campi di concentramento e di sterminio -, furono gli ustascia (letteralmente, ribelli) croati, guidati dall’ultranazionalista Ante Pavelić. Il quale si autoproclamò Poglavnik (Duce) dello Stato indipendente di Croazia (in realtà, un satellite della Germania e dell’Italia) e attuò una politica di pulizia etnica nei confronti di “tutti gli altri”, con particolare riguardo, naturalmente, verso zingari, ebrei e gli stessi croati che si opponevano agli ustascia, ma con speciale cura per i serbi. Non tanto e non solo perché costoro erano il nerbo della resistenza guidata dal comunista Tito, il maresciallo della futura Jugoslavia postbellica, ma soprattutto perché i serbi erano cristiani ortodossi e dunque, per un cattolico integralista fanatico come Pavelić, dovevano essere i primi della lista. E così, se agli ebrei toccò di essere “marchiati” con la stella gialla a sei punte, la stella di Davide, cucita sul bavero della giacca, i serbi furono contrassegnati da una fascia infilata al braccio con una lettera P di colore blu. P come pravoslavni, cioè ortodossi.
I lager degli ustascia, fatti costruire alle stesse vittime, erano disseminati per tutta la Croazia, la Bosnia e l’Erzegovina, ma poiché il loro programma era quello di “eliminare quanti più Serbi possibile nel minor tempo possibile”, vennero utilizzati anche i lager che i tedeschi avevano costruito nel resto della ex Jugoslavia.
Soltanto negli ultimi anni però, e non dappertutto, si è cominciato a ricordare le vittime con testimonianze visibili, come per esempio il piccolo monastero alla memoria costruito a Herzeg Novi, in Montenegro, oppure la scultura che dal 2007 sorge a Banja Luka, Republika Srpska di Bosnia Erzegovina, significativamente chiamata Pioppo dell’Orrore. Fino ad allora, fatta eccezione per il monumento del lager principale di Jasenovac (un enorme Fiore di Pietra dello scultore Bogdan Bogdanović, inaugurato nel 1966), il genocidio serbo aveva trovato accoglienza soltanto nell’Holocaust Memorial Museum di Washington e, alcuni anni dopo, all’Holocaust Memorial Park di New York. Al di là dell’Oceano. Mentre è da questa parte, a un centinaio di chilometri da Zagabria, che si trova Jasenovac, centro e luogo simbolo dello sterminio (vi sarebbero state eliminate circa 80 mila persone), e tuttavia un nome che non dice niente se non lo si accompagna con la stolida definizione di “Auschwitz dei Balcani”, quasi che, per essere riconosciuto, il male di casa a Jasenovac avesse bisogno di essere paragonato a quello di Auschwitz.
Jasenovac era un “complesso” di otto campi di sterminio – cinque più grandi e tre più piccoli -, con le camere di tortura e i boia, i quali impiccavano, accoltellavano, strangolavano, bruciavano vivi i deportati. O più “pietosamente” li abbattevano con un colpo alla nuca, senza far differenza tra adulti e bambini, donne e vecchi, ma facendo grande attenzione a eliminare i serbi in quanto serbi, come pure gli ebrei e i rom in quanto tali. Il tutto, spesso e volentieri, davanti a una cinepresa.
Oggi Jasenovac è un luogo silenzioso, impregnato di una tristezza che richiede solo contemplazione. Anche l’acqua dei quattro fiumi che la circondano (Sava, Trebež, Una e Struga) e le fronde degli alberi che colorano la pianura sembrano non voler fare troppo rumore qui, dove persino le SS tedesche inorridivano di fronte agli “eccessi criminali” degli ustascia, con i quali i militari italiani si scontrarono diverse volte per frenarne la furia sanguinaria. Ma c’era poco da fare, quando nel lager di Jasenovac a dispensare la morte con le proprie mani era addirittura un frate francescano, Miroslav Filipovic-Majstorovic, soprannominato Fra’ Satana (espulso dall’ordine appena vennero scoperti i suoi crimini), che guidò il campo dal 1942 e fu giustiziato nel 1945.
Ne nacque anche uno scontro fra la neonata Repubblica federale di Jugoslavia e il Vaticano. La prima accusò l’arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac, di aver coperto e favorito gli ustascia e per questo lo condannò a 16 anni di carcere. La Chiesa di Roma rispose prima con papa Pio XII, che nel 1953 nominò Stepinac cardinale, e poi con papa Giovanni Paolo II, che nel 1998 lo beatificò. Per chi lo accusa, Stepinac è stato un cinico favoreggiatore di Pavelić che non avrebbe esitato financo a praticare la conversione forzata di massa dei serbi. Per chi lo difende, tutto questo sarebbe una montatura, come dimostrerebbero le testimonianze di perseguitati serbi, rom ed ebrei che invece Stepinac avrebbe salvato anche attraverso lo stratagemma della “conversione”.
Resta il fatto che il dolore e la rabbia per Jasenovac sono poi esplosi durante la guerra degli anni Novanta, che ha sancito la dissoluzione della Jugoslavia. Un dolore e una rabbia che ancora covano sotto la cenere, se è bastata, nei mesi scorsi, una intervista di Bob Dylan al giornale Rolling Stone per scatenare una polemica feroce. “Se avete il Ku Klux Klan nel sangue, i neri possono sentirlo, anche oggi. Così come gli ebrei possono sentire il sangue nazista, e i serbi il sangue croato”, ha detto Bob Dylan. Parole che gli sono costate l’incriminazione per ingiurie e istigazione all’odio in seguito a una denuncia presentata dalla Comunità dei croati francesi. Solo che appare difficile immaginare un Bob Dylan razzista. Meravigliose canzoni a parte, il vero nome di Dylan è Robert Allen Zimmerman e i suoi nonni, ebrei ucraini, fuggirono in America per scampare alle persecuzioni antisemite della Russia zarista.
Carlo Vulpio
(La Lettura, Corriere della Sera, 19 gennaio 2014)

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