Carlo Vulpio ospite fisso a “Il Graffio” su TeleNorba

Da oggi, lunedi’ 30 novembre 2009, Carlo Vulpio sara’ ospite fisso alla trasmissione “Il Graffio” in onda tutti i lunedi, in diretta, alle ore 21.15 su Telenorba 7 e tutti i martedì, in replica, alle ore 21.15 su Telenorba 8.

Il tema della prima puntata e’: “Il procuratore Laudati”.

Acqua, bugia “europea” e porcata italiana

La cosa più sconvolgente di questa storia della privatizzazione dell’acqua, che nessun giornale o canale radiotv dice, è il continuo richiamo alla necessità che l’Italia “si adegui” all’Europa.
“L’Europa lo vuole!”, dicono, e fanno passare per verità assoluta una solenne bugia. Proprio come il famigerato “Dio lo vuole!” dei crociati.


Il decreto-legge Ronchi approvato (con l’ennesimo voto di fiducia) anche dalla Camera dei deputati il 19 novembre 2009, all’articolo 15, ribadisce proprio questo concetto, e cioè che è necessario privatizzare il servizio idrico “per adeguarsi alle direttive europee”.

Peccato che nessuno si prenda la briga di andare a controllare e che un po’ tutti – per abitudine, per pigrizia, per inettitudine o malcelato interesse – diano per scontata una “verità” che non esiste, e che quindi è una bugia.

Quanti parlamentari, quante persone hanno letto – per dire dell’esempio più famoso – il Trattato di Lisbona? Non più di una decina, forse. Ecco, più o meno tanti sono gli individui che hanno letto queste benedette direttive europee a cui l’Italia dovrebbe adeguarsi privatizzando i servizi idrici.
La verità è che si è votato (in Parlamento) e si sta accettando (nel Paese) qualcosa che non esiste, perché le due direttive europee in questione (92/50/CEE e 93/38/CEE) si limitano a chiedere che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato proprio il servizio idrico.


L’Unione europea non si è mai sognata di chiedere a nessun Paese membro di privatizzare l’acqua e i servizi idrici. Almeno non attraverso il proprio Parlamento e i propri atti ufficiali. Al contrario: la cosiddetta “direttiva Bolkestein” tiene fuori dalla libera circolazione dei servizi proprio il servizio idrico e affida ai singoli Stati membri il compito di stabilire quali siano i servizi “a interesse economico” e quali quelli “intrinsecamente non a scopo di lucro”.


Per questi ultimi, ogni singolo Stato può sancire il divieto totale di apertura al mercato .


A tre anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva, però, l’Italia resta uno dei pochi Paesi a non aver ancora scelto quali servizi inserire tra quelli “a interesse economico” e quali considerare “non a scopo di lucro”. E sta procedendo allegramente, e voracemente, verso la privatizzazione di tutti i servizi. Tutto in mano ai privati, dunque, e, solo in via eccezionale, in mano pubblica. Questa è la linea. Del governo in carica e di tanti suoi sodali dell’opposizione.


Questa storia della privatizzazione dell’acqua è tutta nostra, tutta italiana, e l’Europa c’entra poco o niente. In Italia si sta facendo, in nome dell’Europa, ciò che l’Europa non ci ha chiesto di fare. Fantastico. Le lobbies economiche non potrebbero avere partner più fedele e solerte. Come fedeli e solerti furono, nel marzo 2006, al quarto Forum mondiale dell’acqua di Città del Messico, i membri della Commissione europea.
Nonostante il Parlamento europeo avesse definito l’acqua un diritto dell’umanità e non un semplice bene economico, i commissari europei ignorarono completamente la risoluzione del Parlamento europeo e tornarono a definire l’acqua un bene economico.
Non solo. Quando i parlamentari di Strasburgo chiesero conto della loro condotta, i commissari risposero di aver agito su mandato del Consiglio dei ministri della Ue , che in maggioranza erano favorevoli alla liberalizzazione dell’acqua. E così – questa è una di quelle “magie” europee a cui bisognerebbe rimediare prima che sia troppo tardi – un organo eletto dai popoli degli Stati membri, il Parlamento, è stato surclassato e messo alla berlina da un manipolo di signori nominati dai singoli governi.


L’Italia però ha qualcosa in più. L’Italia ha le facce di bronzo. Del governo e della cosiddetta opposizione. Capaci di votare tutti insieme appassionatamente – come hanno fatto Pd, Pdl, Udc e Lega Nord – a favore dell’emendamento presentato dalla coppia Filippo Bubbico- Giovanni Procacci (senatori del Pd).
L’emendamento dice che l’acqua, come risorsa, resta pubblica, ma la gestione dev’essere privata. Esattamente ciò che voleva il governo. Tanto è vero che il senatore Gasparri e il ministro Ronchi hanno elogiato e applaudito il duo Bubbico-Procacci, che si è poi vantato di aver scongiurato con il proprio emendamento la privatizzazione dell’acqua.


Non l’hanno bevuta, è il caso di dirlo, non solo i parlamentari Idv, che hanno votato contro, ma anche tre senatori del Pd – Luigi Zanda, Francesca Marinaro e Paolo Nerozzi – che non hanno votato.


Nel frattempo, mentre sta maturando l’idea di un referendum abrogativo, alcune Regioni hanno preannunciato ricorsi alla Corte Costituzionale contro il decreto-legge Ronchi. Tra queste, anche la Puglia, che ha l’acquedotto più grande d’Europa.
Nel 1999, il governo presieduto da Massimo D’Alema voleva vendere l’acquedotto pugliese all’Enel per 3.100 miliardi di lire, ma l’affare saltò anche per l’opposizione del “governatore” pugliese Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari regionali.
Oggi, il “governatore” Nichi Vendola, all’improvviso, sotto elezioni e con addosso la voglia matta di ricandidarsi alla guida della Puglia, riscopre l’importanza dell’acqua pubblica.
Peccato che Vendola si svegli solo ora, dopo aver cacciato in malo modo dalla presidenza dell’Aqp Riccardo Petrella, membro del comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua, e averlo sostituito con l’ennesimo dirigente politicamente lottizzato. E dopo aver fatto il sordo con chi gli chiedeva di muoversi per proporre una legge regionale che scongiurasse il rischio di lucrare sull’acqua. Ora, probabilmente, vuol far credere che lui, almeno sull’acqua – non dico la Sanità, ma l’acqua -, è diverso da Ronchi, Gasparri, Bubbico e Procacci. Ah, be’… Sì, be’…

Chi si appende al crocifisso? / 2

Mani in alto

Mani in alto! Angelino Alfano, Ciccio Giorgino, un tizio di Rinnovamento nello spirito e Richetto Letta si esibiscono sul palco in uno show di preghiera

Quando ho trovato questa foto di questa gente con le mani alzate, non per l’arrivo dei carabinieri ma perché in preghiera, come quei democristianoni schierati in chiesa sempre in prima fila, ho capito che dovevo scrivere un altro post sul crocifisso.
La religione, in questo caso il cristianesimo, è affare troppo serio per esser lasciato soltanto ai preti (e a tutti i ministri di tutti i culti), o a tipi come quelli ritratti in foto. Ecco perché ho fatto mio quel “coglioni” usato da Sandro Pertini. Per scongiurare il rischio di far assumere a tutta questa bella gente il ruolo di “defensor fidei” e, quindi, il ruolo di difensore di un comune sentire “popolare”, che da sempre bene o male tiene insieme i pezzi di “individui in pezzi” e quelli di intere comunità.
Ma forse sono stato eccessivamente sintetico e non mi sono espresso bene.

Volevo e voglio dire una cosa molto semplice. La Corte europea si è espressa contro l’obbligo di esporre il crocifisso, non a favore dell’obbligo di toglierlo, ma vedrete, la pratica quotidiana sarà tutt’altra musica. Per questa ragione, fare una “guerra” per togliere un simbolo che in Italia e in Europa è dovunque, sui campanili, nei quadri, nelle bandiere nazionali, nella storia collettiva e individuale, e persino nei monili e negli stemmi comunali, mi pare un po’ una sciocchezza. Tanto più quando su tutti gli altri temi, più seri, di quattrini e potere, di vita e di morte, siano essi “vaticani” o più genericamente “religiosi”, non c’è, o almeno non scatta, il medesimo impegno e la medesima capacità di analisi sottile.

Volevo e voglio dire anche un’altra cosa. Circa la presunta “offesa” che la croce arrecherebbe a chi pratica altre religioni (all’Islam e non solo), mi aspetterei almeno una condizione di reciprocità, che non vedo esservi laddove questi altri culti sono praticati.
E in ogni caso, anche se questa condizione di reciprocità fosse rispettata, non credo che, per esempio, un Paese islamico (o buddista, o di altro orientamento) per dimostrare di voler realizzare la parità formale tra le diverse confessioni si orienterebbe a togliere quei simboli (anche con la formula della non obbligatorietà a esporli) che rappresentano la propria storia.
Sarebbe come dire a chi indossa il velo di toglierlo perché è un simbolo che potrebbe offendere chi non lo indossa.
Recentemente, com’è noto, casi del genere sono accaduti anche in Italia. E quando su queste vicende ho intervistato la scrittrice marocchina Fatima Mernissi, lei mi ha risposto – e io ho condiviso la sua opinione – che la polemica sul velo è una polemica stupida, superata, inutile.
In uno dei commenti sul crocifisso, Daniela, “cristiana protestante e praticante”, come lei stessa si definisce, mi affida, tra le altre opinioni, le parole del decano della Chiesa evangelica luterana in Italia (Celi), il pastore Holger Milkau.
Dice Milkau: “Lo spazio pubblico non è il luogo dove esprimere prepotenze. Ovviamente la croce e il crocifisso sono simboli fondamentali del cristianesimo, ma non devono diventare motivo per oppressioni o liti”.
Ecco, “adotto” anche queste parole, e le aggiungo alla colorita espressione di Pertini. Se su tutto questo ci si soffermasse a riflettere un attimo in più con la necessaria serenità non si troverebbero contraddizioni, né motivi per sentirsi offesi (lo dico a quelli che hanno preso l’epiteto pertiniano come una offesa personale).

Chi si appende al crocifisso?

Sono per la separazione tra Stato e Chiesa e quindi mi viene facile essere anticoncordatario. Sì, proprio come un uomo dell’Ottocento.


Considero un errore e un pasticcio la “costituzionalizzazione” dei Patti lateranensi, cioè l’aver introdotto nella Costituzione gli accordi tra lo Stato (italiano) e la Chiesa (cattolica) attraverso l’articolo 7 della Carta.


Ritengo, al contrario dell’opinione comune dominante, miope quella scelta, che era di stampo democristiano-comunista e che era avversata da molti altri: socialisti, liberali, azionisti e, in particolare, da Gerardo Bruni , unico deputato cristiano-sociale dell’Assemblea Costituente.


Sono credente e nel mio piccolo mi sforzo di essere un buon cristiano.


Ma sono laico e in questa materia di Stati e Chiese, se permettete, mi rifaccio agli insegnamenti di un grande maestro, Arturo Carlo Jemolo.


Va da sé che considero prioritaria la scuola pubblica su quella privata (che in Italia vuol dire scuola cattolica), la quale ha sì diritto di vivere e prosperare, ma, come dice la Costituzione, “senza oneri per lo Stato”.


Dirò di più. Sono contro l’imposizione del celibato ai preti e sostituirei l’ora di religione a scuola con un’ora di Storia delle religioni, senza che a nominare l’insegnante sia il vescovo (o altro capo religioso) e a pagarlo sia lo Stato.


Rivedrei anche il meccanismo truffaldino dell’otto per mille e lo adeguerei ai più trasparenti sistemi di finanziamento volontario ed esentasse in vigore in altri Paesi.


Dirò ancora di più. Se ci fosse oggi una Porta Pia da sbrecciare, due colpi andrei a tirarglieli anch’io.


Ma su questa storia del crocifisso da rimuovere dalle pareti degli uffici pubblici risponderei come Sandro Pertini , presidente della Repubblica, ateo e socialista: “Solo un coglione può pensare di fare una cosa del genere”.

Stefano Cucchi, la licenza di uccidere e il Trattato di Lisbona

L’assassinio di Stefano Cucchi è stato definito, non senza ragione, “pena di morte all’italiana”. Ma una “pena” viene in qualche modo comminata con una sentenza alla fine di un processo, persino se si tratta di un processo farsa.

L’assassinio di Stefano, invece, a essere precisi, è la “licenza di uccidere” che alcuni banditi travestiti da poliziotti o da carabinieri, con sempre maggiore frequenza, si autoattribuiscono.

Uccidono sottraendo allo Stato il monopolio punitivo, senza processo e senza sentenza, e nonostante l’ordinamento giuridico ripudi la pena di morte.

Figuriamoci cosa accadrebbe, è l’interrogativo che sorge spontaneo e sul quale tutti dovremmo riflettere, se in qualche piega dell’ordinamento, magari in maniera surrettizia, si nascondesse la previsione di poter irrogare una qualche forma di “pena di morte”, o peggio, di poter esercitare impunemente – in quanto protetti da un articolo di legge, un comma, un inciso, un allegato, un protocollo – il “diritto” di sopprimere la vita altrui, insomma cosa accadrebbe se fosse una norma a prevedere la “licenza di uccidere”.

Non meravigliatevi, ma purtroppo quella norma, quella “clausola” oggi esiste. E si trova nel fatidico Trattato di Lisbona, da ultimo approvato con referendum anche dall’Irlanda.

Ma prima di scovarla e di denunciarla (ma come ci è finita dentro il Trattato di Lisbona senza che nessuno se ne sia accorto?), affinché venga cancellata, andiamo per un attimo a ritroso nel tempo e, assieme alla fine di Stefano, ricordiamo i casi simili degli ultimi anni. I più eclatanti, o almeno quelli più noti, perché hanno avuto la “fortuna” di finire sui giornali.
Vedremo che come hanno ucciso Stefano Cucchi, così hanno fatto fuori anche “gli altri”. E allo stesso modo potrebbero eliminare chiunque, soprattutto se forti di una norma che lo preveda.

Il 14 ottobre 2007, Aldo Bianzino, 44 anni, falegname, finisce in carcere a Capanne, Perugia, per aver coltivato qualche pianta di marijuana. Pestato a morte, ne uscirà cadavere. Il processo, dopo mille difficoltà, è riuscito a partire ed è tutt’ora in corso, nonostante il pm Petrazzini avesse chiesto l’archiviazione del caso.

Il 25 settembre 2005, a Ferrara, Federico Aldrovandi, 18 anni, fermato per strada dalla polizia per un controllo, viene ammazzato a manganellate.

Il 6 luglio 2009, per l’omicidio di Federico quattro poliziotti – Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri – sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per “eccesso colposo nell’omicidio”. Grazie all’indulto del 2006, non hanno scontato un solo giorno di carcere. Dei quattro, oggi non si hanno notizie. Cos’ha fatto il ministero dell’Interno, li ha radiati, sospesi, trasferiti o premiati?

L’11 luglio 2003 viene ucciso nel carcere di Livorno, dov’era rinchiuso per un furto, Marcello Lonzi, 28 anni. Il pm Roberto Pennisi dice che Marcello è morto per infarto e chiede l’archiviazione del caso. La madre del ragazzo denuncia il pm e il caso (con l’imputazione di omicidio per due agenti penitenziari e un detenuto) viene riaperto nel 2006.

La sera del 19 marzo 1999, a Matera, Angelo Raffaele De Palo, 31 anni, viene arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e accompagnato in Questura, dove viene ucciso a craniate contro il muro. Per omicidio preterintenzionale l’ispettore di polizia Francesco Ambrosino viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Il 7 ottobre 1997, Francesco Romeo, 28 anni, viene pestato con bastoni e manganelli nel carcere di Reggio Calabria fino a perdere la vita. In un procedimento pieno di punti oscuri e di domande lasciate senza risposta, il pm Roberto Pennisi (lo stesso di Livorno) chiede l’assoluzione di 19 dei 21 imputati (agenti penitenziari) perché avrebbero reso le loro dichiarazioni in assenza dei legali.

E ora torniamo alla “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona. Nel quale sono state assorbite pari pari non una, ma due norme “mortuarie”.

La prima norma “mortuaria” è l’articolo 2 della Convenzione europea sui diritti umani (CEDU) approvata dal Consiglio d’Europa nel 1950 (il Consiglio d’Europa nasce nel 1949 per promuovere la democrazia e i diritti umani, conta 47 Stati membri ed è organizzazione diversa dall’Unione Europea).

L’articolo 2 della CEDU si legge in fretta:

“Paragrafo 1. Il diritto alla vita di ciascuno sarà protetto dalla legge. Nessuno sarà intenzionalmente privato della sua vita eccetto che in esecuzione di una sentenza di un tribunale che faccia seguito a una condanna che preveda legalmente quella pena.

Paragrafo 2. La privazione della vita non sarà considerata una violazione di questo articolo quando essa risulti dall’uso della forza in condizioni assolutamente necessarie:
a) In difesa di una qualunque persona soggetta a violenza illegale;
b) Al fine di eseguire un arresto legale o di prevenire la fuga di una persona legalmente detenuta;
c) Nel corso di un’azione legale intrapresa per sedare una rivolta o una insurrezione”.

E’ vero che questo articolo venne scritto sessant’anni fa, quando ancora diversi Paesi prevedevano la pena di morte nei rispettivi ordinamenti, ma è altrettanto vero che va rivisto al più presto, anche perché qui si tratta di riconoscere il potere di “privazione della vita” non al boia che esegua una sentenza, ma a chi in quel momento (un ufficiale di polizia, per esempio) giudica di essere di fronte a una rivolta o a una insurrezione – di cui tra l’altro la CEDU non fornisce alcuna nozione - e ordina di sparare. Insomma, 10, 100, 1000 possibili repliche di “Bolzaneto” e del G8 di Genova, edizione 2001.

La seconda norma “mortuaria” si trova nascosta all’interno del “memorandum esplicativo” del protocollo numero 6, poi diventato numero 11, approvato sempre dal Consiglio d’Europa nel 1983.

Quel protocollo numero 6 è stato oggi ratificato da tutti gli Stati membri del medesimo Consiglio d’Europa, eccetto la Russia.
Dice l’articolo 1 (Abolizione della pena di morte) del protocollo numero 6: ”La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena, o giustiziato”.
Bene.
Però, subito dopo, c’è l’articolo 2 (Pena di morte in tempo di guerra), che dice: “Uno Stato può introdurre la pena di morte nella sua legislazione rispetto ad atti commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra; tale pena verrà applicata solo nei casi previsti dalla legge e in accordo con le sue norme”.
Queste due “cosine” (articolo 2 della CEDU e articolo 2 del protocollo numero 6) sono un pericolosissimo cavallo di Troia per i diritti umani e per la promessa di democrazia dell’Europa unita, e vanno subito abrogati da ogni convenzione o trattato, tanto più da quelli che hanno l’aspirazione di diventare base di “costituzioni” europee.
La cosa migliore che si può dunque fare, immediatamente, dopo l’assassinio di Stefano Cucchi, è asciugarsi le lacrime, poiché gli occhi lucidi non aiutano a leggere.
Invece, se riusciremo a leggere, nonostante il profondo dolore e il grande smarrimento, potremo tener viva la vicenda di Stefano e di tutti gli altri crepati in corpo a manganellate e bastonate chiedendo a tutti i parlamentari europei di correre ai ripari e di cancellare la “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona.

Carlo Vulpio su “Mucchio Selvaggio” e “Voce del Popolo”

Intervista a Carlo Vulpio

Intervista a Carlo Vulpio


Segnaliamo un’intervista a Carlo Vulpio uscita su “Il Mucchio Selvaggio“, Anno XXXIII, numero 663 dell’Ottobre 2009 ed un intervento inedito su “La Voce del Popolo”.