Il “marrano” Alfonso Marra, il “marrismo” del Csm, il doppiopesismo di una magistratura marcia come la politica e l’economia e le finte amnesie da calura di De Magistris.

Fa molto caldo. E io voglio andare al mare. Ci andrò, naturalmente, e come ogni anno sceglierò un’isola greca. Costano di meno delle località balneari italiane – dove da tempo si sono montati la testa – e sono più belle. E poi, quest’anno in modo particolare, la Grecia ne ha più bisogno.


Però, visto che il caldo fa brutti scherzi a un sacco di gente, e prima che ne faccia anche a me, vi affido qualche riflessione e vi racconto qualche fatterello che non conoscete e che, ovviamente, non ascolterete e non leggerete da nessuna parte.


Mi chiedo, per esempio, perché il presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, tra i sodali della cosiddetta P3 non venga processato e radiato dal Csm, ma soltanto trasferito di sede (come un qualsiasi prete pedofilo mandato a far danni in un’altra parrocchia) con la farisaica formula della “incompatibilità ambientale”, quasi che si stesse discutendo di dissapori e contrasti tra magistrati che – per questo motivo – non possono continuare a prestare servizio nella stessa sede.
Rispondo: se non si scegliesse l’ipocrita formula della “incompatibilità ambientale”, il Csm dovrebbe radiare se stesso. Tutti i consiglieri – tutti –, se avessero un barlume di onestà intellettuale, dovrebbero imputarsi da soli, condannarsi e tornare a casa. Per due ragioni.
La prima è che se sono state fatte pressioni (e non vorremo mica credere che ciò sia accaduto per il solo Marra) vuol dire che c’è chi ha pressato e chi si è fatto pressare. Dunque, anche per i “pressati” andrebbero presi provvedimenti.
La seconda. Non è che chi non ha votato per Marra (per esempio, un Giuseppe Maria Berruti o una Ezia Maccora, per dire di due che sul caso hanno rilasciato interviste e dichiarazioni alla stampa) lo ha fatto perché sapeva delle “pressioni” (altrimenti avrebbe dovuto denunciarle all’autorità giudiziaria e al plenum del Csm). Lo ha fatto perché sosteneva un altro “cavallo”, il proprio. Quindi, la storia è sempre la stessa. Un “partito” di qua e un altro “partito” di là. Come e peggio della politica politicante.
Facciamo una scommessa. A parte le sedi piccole e marginali, trovatemi un procuratore, un presidente di tribunale, un alto pennacchione qualunque, che magari sarà anche una brava persona – che non venga incardinato secondo il rito “marrano” (con minore o maggiore buon gusto nell’esercizio della “pressione”, ma questo è un discorso di stile, non di sostanza) -, e io vi porto a cena per un mese intero nel migliore ristorante della capitale.
Come se ne esce? Riformando il Csm. E come si riforma un sinedrio al cui confronto il concistoro dei cardinali è un‘assemblea più democratica e più credibile? Io, modestamente, una proposta l’ho lanciata (Il sinedrio del Csm e il sorteggio della Serenissima), ma il fatto che l’argomento sia stato attentamente eluso soprattutto dai diretti interessati la dice lunga sulla gara a chi è più marcia tra le diverse caste (giudiziaria, politica, economica).


Passano le ore e il caldo è sempre più insopportabile. Come le finte amnesie di coloro che raccontano la cose a metà. Come fa oggi, sul “Fatto quotidiano”, Luigi de Magistris. L’ex pm chiede alla coppia Giuseppe Cascini e Luca Palamara (segretario e presidente dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati) come mai scoprano solo oggi una “questione morale” all’interno della magistratura, mentre ai tempi delle inchieste che furono ingiustamente scippate al pm di Catanzaro i due “rappresentanti sindacali” delle toghe tennero ben altro comportamento. Fin qui, nessuna obiezione. Personalmente, non ho mai smesso di porre questa stessa domanda – a Cascini, a Palamara e a tutti gli altri -, anche quando l’ex pm la trovava “inopportuna”, preso com’era dalla campagna elettorale (una sera mi disse: “Sì, però… andiamoci piano ‘ngopp ‘e maggistrati…”, consiglio che ovviamente non seguii).
Ma de Magistris scrive anche che i soli “a incalzare” Cascini su questo argomento furono, durante una puntata di Annozero (era il 18 dicembre 2008), Antonio Di Pietro e Michele Santoro.
Eh, no. In quella trasmissione, il solo a “incalzare” Cascini fui io. Basta rivedere la puntata, non si può barare: Di Pietro non era addentro alla questione e non poteva pronunciarsi a fondo e Santoro era troppo occupato (l’ho detto e scritto a tempo debito, non lo sto “rivelando” adesso) a tenermi come il cane alla catena affinché non “debordassi” in tema di giudici e giustizia.
Che de Magistris continui a non nominarmi come ha fatto lungo tutta la sua campagna elettorale e anche dopo, nella speranza (vana) di manipolare gli avvenimenti “sbianchettando” persino le fotografie, non mi sconvolge. Anzi, un po’ lo capisco anche, poverino.
Sono stato suo scomodissimo “compagno di viaggio” alle ultime Europee, e adesso che lui s’è consegnato mani e piedi a un professionista della politica che si spaccia per “homo novus” come Nicola Vendola – uno che tiene tanto alla libertà e a quella di stampa in particolare da aver intrattenuto per ore a telefono membri della direzione del Corriere della Sera affinché mi “calmassero” su alcune inchieste e vicende che lo riguardavano -, adesso dicevo, de Magistris è “costretto” a fornire versioni a metà.
Non può dire, de Magistris, che ad Annozero, il 18 dicembre 2008, fui io a incalzare Cascini (e a difendere lui). Perché se lo dicesse dovrebbe anche spiegare come mai si sia letteralmente spaventato (e abbia mandato a Marco Travaglio, a Di Pietro e a Santoro, sms di scuse non richieste per prendere le distanze da me) quando ho criticato Santoro per avermi impedito di parlare non solo e non tanto di P2 e P3 e P4, ma anche e soprattutto – questo è il punto – di ciò che era accaduto nel “trasparente” Palazzo di Giustizia di Milano ai danni del giudice Clementina Forleo. Che è stata ingiustamente allontanata da lì per “incompatibilità ambientale” dal Csm, non da Berlusconi (come e peggio di Marra, perché alla Forleo i sepolcri imbiancati del Csm “diagnosticarono” scarso equilibrio emotivo e mentale: vergogna).
L’ho scritto in “Roba Nostra” (il Saggiatore), lo ripeto qui e lo ribadirò a costo di sfinirvi: le carte di questa vicenda vennero tenute nascoste nei cassetti di Milano e i “giochi di prestigio” per togliere al gip naturale il caso delle famigerate “scalate bancarie” vennero consumati a Milano. Punto. E vennero “perfezionati” dal Csm, anche da quelli del Csm che oggi fanno la boccuccia a culo di gallina quando si parla di Marra e del “marrismo”.
L’eurodeputato de Magistris conosce bene tutto ciò nei dettagli e fin dal primo momento. Certo, la questione morale nella magistratura esiste ed è enorme. Ma non si può raccontarla con quel solito, maledetto doppiopesismo che finisce sempre per uccidere la speranza e la voglia di conoscenza di tutti e dei più giovani in particolare, che di tutto questo non sanno nulla e hanno diritto che gli si racconti la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.


E’ difficile ragionare di queste cose, me ne rendo conto, è più semplice e tranquillizzante farsi infinocchiare dallo sloganismo parolaio che da destra a sinistra ci seduce e ci tende imboscate. Con questo caldo maiale poi…
Ma se fate un tuffo dove l’acqua è più blu, come il mare greco in cui mi immergerò io (ma vanno bene anche Monopoli, Sciacca o Tropea) ne guadagnerete in lucidità, energia e senso critico. E sarà tutto più chiaro e più facile. Buon bagno.

La lungimiranza della politica finlandese. La trasparenza della tv pubblica inglese. E il solito imbroglio italiano dei fondi pubblici europei, che andrebbero semplicemente eliminati

Tre esempi tre. Tre cose di cui si parla, sì – ma poco e male – in questi giorni di solleone. Ma tre cose molto, molto importanti.
La prima avviene in Finlandia. Dove il governo e il parlamento, insomma “la politica”, hanno deciso che l’accesso a Internet diventerà un diritto costituzionale da subito.
Adombrati perché “soltanto” il 96 per cento della popolazione navigava in Internet, mentre “ben” 4mila famiglie ne erano ancora escluse, i finlandesi hanno eliminato il loro “grave” digital divide garantendo a tutti la possibilità di accedere alla banda larga (1 Megabit) a costi ragionevoli.
Banda larga per tutti, dunque. Una rivoluzione. Per giunta pacifica, e persino più efficace del pur allettante “cchiù pilu pe’ tutti”. Non solo. Dopo il digital divide, i finlandesi sembrano determinati a colmare anche il bandwith divide (divario tra chi naviga in Internet e chi accede alla banda ultra-larga) entro il 2015. Semplicemente garantendo a tutti, quale diritto fondamentale di ognuno, la centuplicazione della velocità di accesso alla rete: da 1 a 100 Megabit.
In Italia invece “la politica” e un po’ tutta la classe dirigente, o digerente (e chissenefrega delle prevedibili critiche di populismo demagogico ecc. ecc.) non amano la rete. La odiano. Infatti quanto a connettività l’Italia, secondo l’Economist Intelligence Unit, è al ventisettesimo posto nel mondo e all’ultimo posto tra i Paesi occidentali.
All’inizio dell’anno, il ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione, Renato Brunetta, aveva promesso che “entro il 2010” anche in Italia tutti avrebbero avuto accesso alla banda larga per 2 Megabit. E che con una spesa di 1,5 miliardi di euro il progetto sarebbe stato completato “entro il 2012”.
Delle buone intenzioni di Brunetta si è persa traccia. Per ora, restano gli 8 milioni di italiani letteralmente tagliati fuori dall’accesso alla rete e la dittatura di “Telecom e le sue sorelle”, che fanno ciò che vogliono come vogliono.


Spostiamoci in Inghilterra e cambiamo argomento. Parliamo di tv. La autorevole BBC, la tv pubblica per eccellenza. La BBC, per rispondere alle richieste di trasparenza, ha deciso di rendere pubblici i compensi dei suoi più noti artisti e conduttori. Ha ricevuto solo applausi. Da tutti. A starnazzare come oche del Campidoglio sono rimasti soltanto i soliti “nani e ballerine”, sì, insomma quella categoria là, che esiste un po’ in tutto il mondo, ma che in Italia è sempre molto più attiva e supponente che non altrove.
La BBC incassa il canone, e il 6,5 per cento del canone, cioè circa 260 milioni di euro l’anno, viene speso in contratti, sia quelli delle star, sia quelli dei collaboratori a 1.000 euro al mese. Quindi è quanto meno normale, ovvio, giusto, che chi paga il canone abbia il diritto di sapere quanto guadagna chi. Tra l’altro è stato così che in Inghilterra sono venuti a sapere che il direttore generale della BBC Mark Thompson (735 mila euro l’anno) e altri 27 dirigenti guadagnavano più del primo ministro Gordon Brown (220 mila euro).
In Italia, anche su questo tema, a suo tempo, intervenne Brunetta, che caldeggiava l’idea della pubblicità dei compensi RAI. Personalmente, non mi interessa più di tanto “perché” Brunetta lo abbia fatto. Mi piace che lo abbia fatto e basta. E come me, credo che milioni di persone abbiano gradito.
Sapere quanto guadagna quel tale conduttore tv, aiuta a capire meglio perché faccia o non faccia certe domande. Aiuta a interpretare meglio i suoi furori o i suoi silenzi, le discese ardite e le risalite. E aiuta anche lo stesso conduttore a essere più professionale e soprattutto più leale con il pubblico, tutto il pubblico, al servizio del quale egli è “per definizione”.
Quindi è giusto sapere per chi, o meglio, per quanto suona la campana il “bravo presentatore” Fabio Fazio (2 milioni di euro l’anno), o l’abbondante Antonella Clerici (1,5 milioni), o l’altro “bravo presentatore” Carlo Conti (1,3 milioni), l’immarcescibile Bruno Vespa (1,2 milioni), l’immortale Pippo Baudo (900 mila), l’eterno Piero Angela e il martire Michele Santoro (entrambi 750 mila), l’immacolata Serena Dandini (700 mila), l’insignificante Giovanni Floris(400 mila), il simpatico Pupo (400 mila), i “gemelli diversi” Massimo Giletti e Alberto Angela (figlio di), entrambi 350 mila, fino all’indispensabile Alda D’Eusanio (300 mila), all’oscuro Osvaldo Bevilacqua (250 mila), al maliardo Lamberto Sposini (250 mila) e alla rampante Monica Setta (200 mila). Chiudono Elisa Isoardi e Milena Gabanelli (entrambe 180 mila, ma giudicate voi a chi li dareste e a chi no).
Poi ci sono i direttori. Quello del Tg1 Augusto Minzolini (600 mila euro l’anno), di Rai1 Mauro Mazza(300 mila), più il direttore generale Mauro Masi (715 mila) e il presidente Rai Paolo Garimberti (450 mila). Il direttore Rai Fiction Fabrizio Del Noce (400 mila), quello apposito per il 150° dell’Unità d’Italia Gianni Minoli (560 mila), i vicedirettori Giancarlo Leone (figlio dell’ex presidente della Repubblica, Giovanni) con 470 mila e Gianfranco Comanducci (440 mila), i vicedirettori Antonio Marano e Lorenza Lei, 400 mila ciascuno.
Ne mancano molti altri, più o meno noti. Ma questo è il punto. Avere i dati non è semplicissimo e in ogni caso la trasparenza è soprattutto una predica, quasi mai una pratica quotidiana.


Dalla Finlandia e dall’Inghilterra torniamo a casa, in Italia. Ma continuando a trattare argomenti europei. Come i fondi comunitari, che nel settennio 2007-2013 continueranno a piovere sull’Italia per complessivi 122 miliardi di euro (19,5 miliardi al Centro-Nord e il resto al Sud).
Ora, tutti avete più o meno seguito la polemica tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e quei governatori regionali da lui definiti “cialtroni” per non essere stati capaci di spendere i fondi Ue del settennio precedente a loro disposizione. Unica eccezione alla cialtroneria governatoriale, sarebbe la Basilicata, che, ci ha informato il coro quanto meno disinformato di stampa e tv, sarebbe la sola Regione meridionale ad avere speso tutto ciò che poteva e, per questa ragione, meriterebbe d’esser definita “virtuosa”.
Le cose in realtà non stanno così.
Tremonti non ha tutti i torti a prendersela con i governatori del Sud. Anzi, diciamo pure che ha ragione. Ma sbaglia a non completare il discorso, perché è vero che i soldi stanziati vanno spesi, ma è altrettanto vero che non basta spenderli comunque, senza chiedersi “come” vengano impiegati. L’esempio “virtuoso” della Basilicata è quindi fuorviante. Da quella regione si continua a emigrare (quattromila persone all’anno, per lo più giovani) come in passato e, allo stesso modo che nelle altre regioni, i “progetti” finanziati con i soldi pubblici dei fondi comunitari servono per lo più ad arricchire i soliti faccendieri ammanigliati alla politica, quando non gli stessi politici in prima (e per interposta) persona.
Ma andiamo, chi può sostenere, senza che gli si secchi la lingua, che nel Mezzogiorno i fondi comunitari siano serviti “a dare centralità all’obiettivo ultimo, che è migliorare il benessere dei cittadini”, come riportato nella “Nota di sintesi” del ministero dello Sviluppo economico?
In questo documento, vengono minuziosamente descritti “il Quadro strategico nazionale per il 2007-2013 e la Proposta di allocazione dei fondi comunitari europei e del fondo aree sottoutilizzate”. Ma vien da ridere a scorrere l’elenco delle “priorità” – come la realizzazione di “reti e collegamenti per la mobilità”, o gli interventi per “accrescere la qualità della vita, la sicurezza e l’inclusione sociale nei territori” – e poi guardarsi intorno e scoprire, per esempio, che nelle “aree interne” di almeno quattro regioni meridionali persone e merci viaggiano come cento anni fa.
Ma c’è di più. La “Nota di sintesi” dice che tra gli obiettivi da conseguire con quei 122 miliardi di fondi europei attraverso “una politica regionale unitaria”, c’è anche quello di “prevenzione e contrasto di fenomeni criminali, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno”. Ecco, qui si apre una contraddizione insanabile: perché se davvero si volesse centrare l’obiettivo di contrastare il crimine, bisognerebbe mettere i criminali nella condizione di non nuocere, e cioè eliminare i fondi Ue. Se la Ue non sganciasse più un euro, “i fenomeni criminali” si ridurrebbero ai soliti, marginali banditi da strada del “pizzo”.
Per esempio, quanti anni sono che parliamo di depuratori delle acque, che non funzionano (nella sola provincia di Caserta, otto) o non esistono nonostante i quattrini destinati a realizzarli? E dopo i depuratori, l’elenco potrebbe continuare, con decine, centinaia di esempi.
L’alternativa è semplice. Eliminare quest’altra cuccagna dei fondi europei, il vero “romanzo criminale” dell’ultimo ventennio, che ha esaltato le peggiori degenerazioni della defunta Cassa del Mezzogiorno. In “Roba Nostra” (il Saggiatore), scrivevo che nel solo periodo 1994-2006 all’Italia meridionale sono arrivati 81 miliardi di euro di fondi europei, cioè il 59 per cento di quanto la Cassa del Mezzogiorno aveva speso in quarant’anni di vita. E adesso che per il Sud i miliardi sono 102? Cosa accadrà secondo voi?
E allora, se la Ue o lo Stato vogliono davvero realizzare un progetto – che so, una nuova ferrovia, di cui il Sud avrebbe tanto bisogno -, lo facciano in prima persona, assumendosene la responsabilità diretta e comunicandone la chiara finalità ai cittadini. Il resto, come dice il Vangelo, viene dal maligno.

Brancher, Lippi, D’Addario. Un ministero, una nazionale di calcio o una concessione edilizia non si negano a nessuno. E’ l’Ads (l’Andazzo di destra e sinistra) conclamato che fa marciare (e marcire) l’Italia

Ci sono due fatti “simmetrici” accaduti in questi giorni quasi in contemporanea, che, molto più della prestazione della nazionale di calcio ai Mondiali di Johannesburg, devono farci pensare e, se non ci facciamo annebbiare la vista come tifosi delusi, devono spingerci a predisporre le giuste difese contro l’Ads conclamato e dilagante. Ads, che non è il noto virus letale, ma il ributtante e non più tollerabile Andazzo di destra e sinistra.
Sulla nazionale di calcio – anche se “dopo”, ma meglio tardi che mai – si sono ritrovati tutti d’accordo, da destra a sinistra, da il Foglio a il manifesto: una ciurma di privilegiati gerontocratica, antimeritocratica, clientelare, fondata sul conflitto di interessi diffuso, sulla mediocrità e sul servilismo. Insomma la nazionale che è come l’Italia. Anzi, la nazionale che è l’Italia. Con tutto il conseguente corredo di cachinni e lamentazioni di circostanza.
Aggiungo io, sommessamente: non l’Italia berlusconiana, ma proprio l’Italia, che sarebbe così com’è anche senza Silvio Berlusconi.


Ma torniamo ai due fatti “simmetrici” di cui dicevamo all’inizio. Su questi due fatti, diversamente dall’unanimità di giudizi sul clan di Giancarlo Abete (presidente federale) e Marcello Lippi (commissario tecnico), registriamo pareri discordi. Il che sarebbe un bene, se non si trattasse il più delle volte di pelosi distinguo, di soliti aggiustamenti di mira a seconda del momentaneo “cui prodest”, di finte guerre “asimmetriche” per difendere ciascuno il suo. Cioè, di nuovo l’Ads.
I due fatti di cui parliamo sono la nomina a ministro di nonsisachecosa dell’ex dirigente Fininvest ed ex prete Aldo Brancher, che appena insediato ha chiesto per sé il “legittimo impedimento” per non farsi processare, e lo “sblocco”, da parte del comune di Bari, dell’iter per il rilascio della concessione edilizia relativa a una costruzione abusiva in area protetta alla signora Patrizia D’Addario.
Brancher, com’è noto, è stato considerato “il Primo Greganti della Fininvest”, la persona fedele che va in galera ma non parla, ed è stato condannato, anche in appello, per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Se ora risulta “pulito” è solo perché il falso in bilancio è stato depenalizzato a opera del governo Berlusconi II (11 giugno 2001 – 23 aprile 2005), compagine in cui Brancher era sottosegretario alle Riforme istituzionali e alla devoluzione. Mentre per il finanziamento illecito Brancher ha usufruito della prescrizione.
Senonché il neoministro a nonsisachecosa è anche indagato per ricettazione nell’inchiesta sulla scalata della Banca Antonveneta (Gianpiero Fiorani & Co.) e ha pensato bene di avvalersi immediatamente del “legittimo impedimento”. Poi è stato costretto a ripensarci, anche per l’intervento del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ma insomma, tomo tomo cacchio cacchio Brancher stava per fare il suo terno al lotto (ahinoi, si è fermato all’ambo, e quindi ha pur sempre vinto qualcosa).
Anche alla signora D’Addario, quella mandata da un manipolo di furbetti (sì, stessa razza dei Fiorani & Co., anche se di colore diverso) a infilarsi nel “lettone di Putin” a Palazzo Grazioli, con registratore nella guêpière, non sta andando male.
La signora D’Addario, dopo aver svolto un compito che non può definirsi né da escort, né da mignotta (la qual cosa sarebbe stata più seria e rispettabile), secondo una delle ipotesi accusatorie al vaglio dei magistrati inquirenti avrebbe tutt’al più giocato un ruolo di abile ricattatrice nei confronti del “pesce grosso”, cioè Silvio Berlusconi, ricavandone un compenso milionario, infilato anch’esso, manco a dirlo, nella guêpière (la stessa del registratore? un’altra? ah, saperlo…).
Non solo. Mentre è sotto processo per aver sfanculato un paio di vigili urbani di Bari che avevano osato multarle l’auto in doppia fila (della serie: “Non sapete chi sono io, ve la faccio pagare”), la signora Patrizia – eletta a eroina da parte dei soliti sinistrati di una sinistra perennemente allo sbando – ha visto miracolosamente finire “la via crucis burocratica” (!) per la costruzione abusiva (poi condonata), che ha ereditato dal padre e che, racconta lei, è all’origine di tutta la sua storia, poiché sarebbe stato il desiderio di trasformare quel manufatto galeotto in residence a spingere Patrizia a scendere in politica e a farle chiedere l’intervento diretto del premier…


Per farla breve, se abbiamo capito bene, il comune di Bari si avvia a regalare alla D’Addario, attraverso una variante di piano paesaggistico, una concessione edilizia che nessun altro potrebbe ottenere. Mentre il sindaco Michele Emiliano (Pd) cerca di cavarsela con una battuta e chiama in causa il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi (Pdl), per scaricare su di lui la gestione della faccenda. Eh, no. Il sindaco è lui. Intervenga e dica che il residence-centro benessere che Patrizia vorrebbe realizzare non si può fare, altro che. Così come non si sarebbe dovuto fare ministro Brancher, prima ancora di permettergli di invocare il legittimo impedimento.
Ma così va l’Italia (altro che la nazionale).
La legge uguale per tutti è una chimera, mentre il doppiopesismo vince e impera (fa pure rima).
Un ministero e una concessione edilizia ormai non si negano a nessuno. Meglio però se ti chiami Brancher o D’Addario. Ancor meglio se sei in credito per aver fatto un favore a qualcuno che conta. Meglio del meglio se, oltre a chiamarti in un certo modo e a essere disponibile per certi favori, sei anche “affiliato” a un clan – o a una cosca, è lo stesso -, politico-giudiziario. Tutto il resto non conta.
Da Johannesburg, per ora è tutto. Vamos Argentina!

Intercettazioni “sporche” e “pulite”, il far west telefonico e il guardonismo senza limitismo, il diritto “creativo” della procura di Matera e i Pulcinella, con bavaglio e non, del teatrino politico. Ma l’abolizione del reato di diffamazione a mezzo stampa come negli Stati Uniti, no, eh?

Cosa sta capendo la gente della discussione sulle intercettazioni telefoniche? Niente.
L’unica cosa “chiara” è che, forse, ci sarebbe un fronte per la libertà (di stampa, di espressione, e di pubblicazione di tutte le intercettazioni) e un fronte per il “bavaglio” (che vuole a tutti i costi questo disegno di legge, tanto da blindarlo con la “questione di fiducia”, e che, se potesse, annienterebbe persino ogni possibilità di pubblicazione di qualsiasi cosa).


Naturalmente, le cose non stanno esattamente così. Però in Italia ci piace semplificarle e rappresentarle così. Per mille ragioni. Non ultima, quella del “teatrino”, in cui ognuno “deve” recitare la propria parte – anche fingendo di non sapere come stanno realmente le cose –, per poter continuare a fidelizzare il proprio pubblico e il proprio elettorato.
Proviamo a dir noi qui qualcosa. Schematicamente. Per capire. Per ragionare. E magari anche per sbagliare, per poi assaporare il piacere di poterci correggere…


Primo. Le intercettazioni telefoniche che attengono alla vita privata (abitudini sessuali, convinzioni politiche e religiose, e così via), anche quella dei criminali, sono cosa diversa da quelle pertinenti a reati? La risposta, ovviamente, è sì. Ma se la risposta è sì, ne consegue che esse vanno “scremate” da quelle attinenti ai reati e distrutte. Punto. Altrimenti, prima o poi, qualcuno le pubblicherà da qualche parte, e non certo per amore della libertà o del diritto-dovere di informare ed essere informati.


Secondo. E’ giusto che le intercettazioni telefoniche pertinenti a reati e non più coperte da segreto (il divieto di pubblicare quelle segrete è già previsto dal codice penale) vengano pubblicate? La risposta è sì. Perché, oltre a essere di evidente interesse pubblico, la loro pubblicazione permetterebbe persino di porre termine a reati in corso e di sventare ulteriori reati (come è accaduto, per esempio, nel caso delle scalate bancarie Unipol-Bnl-Antonveneta).


Terzo. “Quando” una intercettazione pertinente a un reato può ritenersi non più segreta? E’ questo il punto centrale della questione.
Adesso, il momento in cui viene meno il segreto coincide con il deposito degli atti e quindi con la disponibilità che le parti hanno di quegli atti. La nuova legge vuol spostare questo momento più avanti, alla fine delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare: fino al processo, quindi, nessuna pubblicazione di atti, nemmeno di quelli non più coperti da segreto e di interesse pubblico.
Ecco, questa previsione manda in vacca anche le migliori intenzioni di chi si propone di regolare il far west delle intercettazioni. E’ questo, il voler spostare a dopo l’inizio del processo il momento della pubblicabilità delle intercettazioni penalmente rilevanti e non segrete, che fa di questa legge una cattiva legge. (Anche se, va detto, è esattamente ciò che volevano un po’ tutti – Berlusconi, Veltroni, D’Alema, Mastella – fin dal 2007, quindi non cascate nel tranello dei “liberali” dell’ultim’ora. Se potessero, tutti lavorerebbero, contemporaneamente, a silenziare l’informazione e a creare una sorta di grande Ddr telefonica).


Quarto. Se il momento della possibilità di pubblicare atti penalmente rilevanti e non più segreti rimanesse quello attuale, quando cioè gli atti vengono depositati ed entrano nella disponibilità delle parti; o se addirittura quel momento venisse anche posticipato, diciamo, di un mese, per permettere al giudice, presenti le parti, di “scremare” ciò che è “privato” da ciò che è “pubblico”; e ancora, se le sanzioni penali (magari non in detenzione, ma in soldini) colpissero, oltre e più che gli editori e i giornalisti, anche quei pubblici ufficiali (magistrati in primis) che “spifferano” ciò che è “privato”, ecco, allora persino questa legge andata in vacca rischierebbe di diventare (con alcune altre robuste correzioni che qui risparmio) una buona legge.
Ma per giungere a questo risultato non si può porre la “fiducia”, bisogna discutere e venire allo scoperto, affinché sia chiaro a tutti se davvero si voglia regolare il far west, oppure se si voglia, da un lato, mettere la sordina a indagini e cronisti o, dall’altro, accarezzare l’idea di un Potere pervasivo e perverso come quello instaurato nella Ddr e raccontato nel film ne “Le vite degli altri”, che dalla fantasia non ha attinto nulla.


Quinto. Perché dico questo? Perché finora, nella pratica quotidiana – questo è il vero dramma -, abbiamo visto prevalere sempre il meglio del peggio: intercettazioni “sporche” (private, segrete e non pertinenti a reati) sbattute sui giornali e sbandierate come libertà di informazione e diritto-dovere di cronaca, e intercettazioni “pulite” (di interesse pubblico, pertinenti a reati e non più segrete) il più delle volte pubblicate con mille sforzi e tremende difficoltà e tuttavia combattute a colpi di querele e citazioni miliardarie (anche qui, da tutti, compresi quei magistrati e quei “sinistri” che oggi si attaccano il nastro adesivo sulle labbra) come fossero il Male e non la Libertà di Stampa, di Espressione, di Informazione.


Sesto. L’altro punto centrale di questa faccenda, ancor “più” centrale del punto 3, se davvero abbiamo a cuore la libertà di stampa e di informazione, e di cui non si parla, sono le querele per diffamazione a mezzo stampa.
Negli Stati Uniti, puoi pubblicare persino una notizia falsa e non essere condannato, se si prova che lo hai fatto senza la consapevolezza che la notizia fosse falsa e senza “incauto disprezzo” della verità (sentenza 376 U.S. 254 della Corte Suprema).
In Italia, non solo non si ha il coraggio e l’onestà intellettuale di battersi per l’abolizione del reato di diffamazione a mezzo stampa, ma siamo talmente “avanti” in questa materia da aver creato (scusate, ma lo dirò fino alla noia, e non per fatto personale) un reato nuovo, inedito, speciale: l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa con concorso morale esterno di uno degli associati (un giornalista, cioè io).
Questa creatura giuridica mostruosa è stata partorita in Italia, nella procura di Matera, e deve avere in sé qualcosa di grandioso, se pur consentendo di intercettare un giornale intero (il mio, il Corriere della Sera) non ha trovato ancora chi ne faccia un caso nazionale e internazionale (questo sì, da Parlamento, italiano ed europeo, altro che le stronzate retoriche dei tanti, troppi Pulcinella del teatrino politico).


Ecco, se anche quei colleghi (e non) che si sono occupati di intercettazioni con argomentazioni diverse ma ugualmente scrupolose – penso a Ferrara e a Ferrarella, ma anche a Scalfari e a Scalfarotto, a Facci e a Travaglio, a Saviano e ai Casalesi, fino ai Casaleggio, quelli che curano tanti blog in contemporanea, di Beppe Grillo, Di Pietro, del Fatto Quotidiano e dell’IdV ecc. ecc. – si applicassero anche all’abolizione del reato di diffamazione e a qualche caso concreto bello grande come quello di Matera, che hanno sotto gli occhi ed è pure un caso di scuola da far studiare all’università e nelle scuole di giornalismo, ecco, forse una buona legge sulle intercettazioni, che ci risparmi bavagli e far west e guardonismo senza limitismo, riusciamo a spuntarla. Forse.

God bless America!/3 La doppia velocità dei sacri princìpi della democrazia, ovvero il doppiopesismo applicato alla libertà di espressione e di informazione

Questa è la lettera del collega Fulvio Grimaldi, pubblicata il 27 maggio 2010 da “il Giornale”. Grimaldi l’ha inviata a quasi tutti i quotidiani italiani. Nessuno gliel’ha pubblicata.
Se lo ha fatto solo il giornale del “padrone cattivo”, mentre i “paladini della libertà” un tanto al chilo si appassionano soltanto alle liquidazioni e agli stipendi milionari dei mezzibusti tv, evidentemente ci dev’essere qualcosa di molto serio che non funziona alla base di tutti i discorsi (e le chiacchiere) che si fanno sulla libertà di espressione e di informazione.
Ho ritenuto giusto pubblicarla anch’io, per solidarietà con Grimaldi e per tutte le altre mille ragioni che rendono vicende come questa “fatti pubblici essenziali” e non fatti personali o “semplici” controversie di lavoro.


Io, imbavagliato da Bertinotti


Cari Direttori,
siete impegnati in questi giorni contro la famigerata legge sulle intercettazioni, detta “legge-bavaglio”, che intende inibire ai mezzi d’informazione di svolgere il loro diritto di cronaca e che così pone un limite anticostituzionale alla libertà d’espressione e di stampa.
Vi potrà interessare, in questo contesto, che il quotidiano del Prc “Liberazione” ha anticipato nel 2003 questa legge liberticida e persiste tuttora nel medesimo atteggiamento, nonostante il conclamato cambio di linea politica successivo alla fine della segreteria Bertinotti.
Giornalista professionista dal 1970, nel maggio 2003, collaboratore a contratto dal 1999 di “Liberazione” con una rubrica fissa, “Mondocane”, e con reportage sulle situazioni di conflitto in varie parti del mondo, venni licenziato su due piedi, con interruzione immediata del rapporto contrattuale, comunicatami unicamente con una telefonata dall’amministratore Belisario, per aver pubblicato un articolo su Cuba che risultava non gradito all’allora segretario Bertinotti.
Alla mia richiesta di una comunicazione ufficiale scritta, con le motivazioni del provvedimento, non venne data risposta. Alle proteste di migliaia di lettori, iscritti e dirigenti del partito, la direzione del giornale e lo stesso Bertinotti risposero con giustificazioni assolutamente false: non mi sarei attenuto al tema ambientalista affidatomi. Un assurdo, alla luce di cinque anni di articoli che di tutto trattavano, oltreché di ambiente, dalla guerra nei Balcani, ai conflitti in Palestina e in Iraq.
Mi rivolsi alla magistratura del lavoro e ottenni che in primo grado il giornale venisse condannato a pagarmi le retribuzioni dovute e a risarcirmi il danno morale, di immagine, professionale ed economico con 100mila euro. In appello, con Bertinotti presidente della Camera, tale sentenza venne contro ogni consuetudine giurisprudenziale rovesciata nel suo contrario e “Liberazione” pretende ora il pagamento di quella somma, di cui non dispongo, e mi ha già fatto pervenire il precetto esecutivo, pena il pignoramento dei miei beni.
Tutto questo porta al soffocamento di una voce che dal oltre mezzo secolo ha potuto esprimersi liberamente su testate come la “Bbc”, “Paese Sera”, “Giorni”, “Vie Nuove”, “il manifesto”, “Nouvel Observateur”, “The Middle East”, “L’Espresso”, “la Repubblica”, il “Tg1″ e il “Tg3″. In questi ultimi due telegiornali ricorderete forse che svolsi un lavoro, risultato assai popolare, di giornalista ambientalista e inviato di guerra.
Il Prc e “Liberazione” allora sostenevano la lotta in difesa dell’articolo 18 (dello Statuto dei lavoratori, ndr) e oggi sono impegnati in prima linea nella difesa della libertà di stampa e di espressione minacciati dal provvedimento legislativo attualmente in discussione in Parlamento. E’ paradossale che, su questo sfondo, il partito e il giornale insistano nell’imporre a un collega, di nulla colpevole, ma vittima di un inequivocabile abuso, una sentenza e un’inaccettabile punizione finanziaria che concretizzano proprio quella censura che oggi si combatte.
Dov’è la coerenza? da lunedì 31 maggio, ore 11, intendo incatenarmi sotto la sede di “Liberazione”.
Fulvio Grimaldi

God bless America!/2 Il silenzio di tomba su questo blog che due magistrati vorrebbero oscurare è stato finalmente rotto da un bel convegno sulla “legge-bavaglio” tra i cui relatori c’è il magistrato que-relatore Cascini. Più credibili di così…

Come volevasi dimostrare. Nessun giornale italiano, nessun programma radiotv – nemmeno quelli i cui giornalisti si dicono pronti a incatenarsi e a fustigarsi (a chiacchiere) pur di difendere la libertà di stampa e di espressione di tutti e di ognuno – ha dedicato una parola che fosse una al tentativo di chiudere questo blog da parte dei magistrati di Bari (il pm Drago – al cui confronto il nome Caimano mette minor soggezione – e il gip Fanizzi).
Impossibile che nessuno di costoro non abbia dato anche solo una sbirciatina al post in cui racconto l’increscioso caso (pubblico, non personale). Impossibile perché, per molto meno, ricevo decine di mail e sms (molti belli e altri no).
Ugualmente impossibile è che nessuno abbia considerato la gravità di questa vicenda. Anche perché l’ordine di oscurare il sito web, che la Polizia postale non ha potuto eseguire solo perché questo blog ha sede negli Stati Uniti, è stato impartito a seguito di una querela per diffamazione presentata da Giuseppe Cascini, magistrato e segretario dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati.


Lo stesso Cascini – tenetevi dalle risate, se ancora vi viene da ridere – che quelli di Micromega hanno invitato alla manifestazione “No alla legge bavaglio” del 24 maggio, a Roma, assieme ad alcuni giornalisti, qualche editore e alcuni giuristi.
Cioè, per capirci: Cascini, come buona parte dei suoi colleghi, da un lato parla contro “il bavaglio” alle intercettazioni telefoniche, mentre dall’altro spara querele per far chiudere un blog che osa parlare di lui, nella migliore tradizione delle peggiori caste nazionali, quella politica e quella in toga.
Mentre Micromega, che pure sa bene chi è Cascini e chi è Vulpio, non solo fa finta di nulla e non spende una parola sul provvedimento liberticida dei magistrati baresi, ma offre a Cascini un palchetto dal quale il medesimo possa esibirsi come difensore del diritto di informare e di essere informati.
Non farò alcun commento. Mi chiedo solo (retoricamente) perché Michele Santoro non dice nulla. Perché Paolo Flores D’Arcais tace. Perché Marco Travaglio ignora la faccenda. Perché il Fatto Quotidiano non ne fa cenno. Perché Beppe Grillo si gratta l’ombelico. Perché de Magistris si volta dall’altra parte. Perché Di Pietro fa l’indiano.


Parlo di costoro, attenzione, non perché ne implori una improbabile solidarietà, ma più semplicemente perché son quelli con cui in qualche modo ho avuto a che fare “più da vicino” negli ultimi tempi. Ma è ovvio che lo stesso discorso vale per tutti gli altri. Diciamo che questi qui che ho nominato fanno più “effetto” perché un giorno sì e l’altro pure hanno la libertà di stampa e di espressione sempre in punta di lingua. Evidentemente, temono di eccedere e allora di fronte a un caso come questo si moderano.
Anche perché, se davvero dovessero mettere in pratica il principio della libertà di espressione uguale per tutti e senza deroghe, dovrebbero difendere, oltre che me, anche questo blog, e quindi tutti i blog. Ma così si metterebbero contro i magistrati Drago e Fanizzi, e anche contro Cascini e chissà quanti altri… Non so se gli conviene. Meglio un convegno con Cascini (que)relatore, meglio qualche slogan sul “bavaglio” e poi lasciar correre tutto il resto, far finta di niente.
Ma secondo voi, quanto si è credibili in questo modo? Micro o Mega?