a) “La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata”. b) Sulla vicenda della telefonata “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti”. c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con me “non trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica”.
Saviano il moralista perde la causa per due articoli su Peppino Impastato usciti su Liberazione. Il gomorroico aveva querelato Persichetti che lo ha sbugiardato per una telefonata mai avvenuta tra la madre di Impastato e la rockstar antimafia pret-à-porter
13 maggio 2013
di Mario Lucio per http://www.polisblog.it
“Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Robberto? Sono la signora Impastato!”. A stento risposi, ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.
Quello che riportiamo sopra è un passo di un articolo, successivamente pubblicato nel libro “La bellezza e l’inferno”, scritto da Roberto Saviano in occasione della morte della mamma di Peppino Impastato, Felicia. Tuttavia la telefonata, di cui Saviano riporta la conversazione, per Felicia Vitale, moglie di Giovanni, fratello di Peppino, e nuora di Felicia Impastato, non è mai avvenuta.
Proprio ieri, in occasione dell’anniversario della morte del militante di Democrazia proletaria, il sito baruda.net ha pubblicato una dichiarazione, datata 14 novembre 2012, depositata agli atti del procedimento penale scaturito dalla querela di Saviano contro Paolo Persichetti, nel quale si legge: “La madre di Peppino non aveva il telefono e faceva le telefonate tramite me. Non mi risulta che abbia telefonato a Roberto Saviano. Faccio notare che mia suocera è morta nel 2004 e il libro Gomorra è uscito nel 2006″.
Questa dichiarazione va contestualizzata in una vicenda singolare. Paolo Persichetti, giornalista ed ex br, scrisse due articoli su Liberazione, pubblicati tre anni fa, che non furono graditi all’autore di Gomorra. Dagli articoli di Persichetti emergono due fatti di rilevanza giornalistica. Il primo è inerente alla notizia della diffida inviata all’editore Einaudi da parte di Umberto Santino, Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”. In essa si lamentavano gravi inesattezze storiche e superficialità presenti nel volume di Saviano, “La parola contro la camorra”, riguardanti la ricostruzione della vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio di Impastato avvenuto su ordine del boss Tano Badalamenti.
In alcuni passaggi del libro, infatti, si avvalora l’idea che il merito di aver fatto cadere il muro dell’omertà sulla tragica vicenda di Peppino debba essere interamente attribuito al film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, omettendo così il ruolo giocato dai familiari e dal Centro Impastato. Il secondo fatto di rilievo, riportato da Persichetti, è stato il parere di Santino proprio sulla vicenda della telefonata, che, dopo delle verifiche, ha dichiarato non essere mai avvenuta.
Saviano ha giudicato gli articoli usciti su Liberazione diffamatori, e non ha nemmeno gradito i commenti del giornalista alla sua performance nella trasmissione “Vieni Via Con Me”. Per questo ha scelto di querelare Persichetti il 12 gennaio 2011. Dopo la richiesta di archiviazione, il 15 gennaio 2013, lo scrittore napoletano ha deciso di presentarsi in tribunale e di rilasciare una dichiarazione spontanea nella quale descrive gli articoli di Persichetti come “un attacco teso a svilire il mio stesso impegno sociale e civile”. Ma queste parole non sono bastate affinché la vicenda avesse un buon esito per Saviano. Il Gip, Barbara Càllari gli ha dato torto, stabilendo nell’ordinanza che:
a) “La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata”. b) Sulla vicenda della telefonata “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti”. c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con me “non trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica”.
a) “La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata”. b) Sulla vicenda della telefonata “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti”. c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con me “non trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica”.
Ci abbiamo tenuto a presentare questa vicenda perché non ha avuto la giusta rilevanza nel circuito dell’informazione, mentre gli articoli e perfino i tweet e gli aggiornamenti su Facebook di Saviano ne hanno quotidianamente. Non vogliamo, infine, proporre una riflessione sul “savianesimo” connesso a logiche mediatiche e spettacolari. Piuttosto ci teniamo a rimarcare un aspetto legato anche alla vicenda della querela a Persichetti. Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuovere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto. Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo.
Sequestro Aldo Moro, il mistero del triplo negoziato fallito
27 aprile 2013
Terrorismo/Alessandro Forlani si addentra nei meandri di una delle vicende più oscure della nostra storia, oltre il velo delle versioni ufficiali
Trentacinque anni dopo, ecco Aldo Moro. Cosa sappiamo? Cosa ricordiamo? A malapena, che lo statista democristiano – più volte presidente del Consiglio, ministro e sicuro prossimo Capo dello Stato – fu sequestrato a Roma il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse e fu poi ritrovato cadavere, sempre a Roma, il 9 maggio dello stesso anno. Forse i più “informati” sapranno che in quei 55 giorni di prigionia si fronteggiarono un “partito della fermezza” (tutte le formazioni politiche, Pci in testa), contrario a ogni negoziato con i terroristi, e un “partito della trattativa” (i radicali, ai quali poi si aggiunsero i socialisti), che invece voleva salvare l’ostaggio. Poi, più nulla. Tutto sepolto da quei luoghi comuni che, ripetuti dalla tv fino allo stremo e tradotti in carta stampata di libri e giornali, diventano “storia” e, come nel caso Moro, sanciscono che l’omicidio del presidente Dc fu l’esito tragico e inevitabile di quella contrapposizione. Punto. E che non se ne parli e non se ne dubiti più.
Ecco, proprio quest’ultima tesi è la prima delle falsità messe in circolazione trentacinque anni fa e da allora sempre riproposta come “verità storica”. Pur tra depistaggi, doppi e tripli giochi di spie dell’Est e dell’Ovest e persino sedute spiritiche (celebre quella a cui partecipò Romano Prodi e che attende ancora una spiegazione) che indicavano in Gradoli (la via di Roma, non il comune del Viterbese nel quale vennero indirizzate le ricerche) la prigione dello statista, Aldo Moro non doveva essere ucciso, ma doveva essere liberato. Anzi, stava per essere liberato, e grazie non a una, ma a ben tre trattative, condotte su tre piani e da tre soggetti diversi: i nostri servizi, che trattavano “con Tito, i palestinesi e altri gruppi arabi; Paolo VI (che chiede la liberazione di Moro senza condizioni, ma tratta riservatamente); e poi la trattativa coordinata da Leone e Fanfani”. Solo che all’ultimo momento, proprio il giorno prima della “esecuzione”, la decisione di risparmiare la vita di Moro cambiò. Cosa accadde di preciso, e perché, nessuno è ancora in grado di dirlo con certezza. Di sicuro però c’è che Moro, con la sua visione lunga di creare in Italia le condizioni per l’alternanza politica alla guida del Paese (non per il coinvolgimento puro e semplice del Pci nel governo) alterava gli equilibri di Yalta, poiché l’ingresso dei comunisti al governo di un Paese nell’area di influenza americana sarebbe stato un pericoloso precedente che avrebbe legittimato gli americani a fare altrettanto nei Paesi dell’area sovietica, creando il pluripartitismo e sostenendo le forze a loro più vicine.
Questa lettura del caso Moro, ben raccontata da Alessandro Forlani ne “La zona franca” (Castelvecchi, 321 pagine, euro 19,50), non è un esercizio di dietrologia, ma di critica, diciamo pure di critica “sciasciana”, nel senso che non si accontenta delle facili ricostruzioni “storiche”, né delle presunte “verità processuali”, ma si affida al ragionamento, alla logica, alle testimonianze dirette dei protagonisti, ai fatti. E un fatto, tra i tanti riportati alla memoria e messi in relazione logica tra loro, era, scrive Forlani, “la contrarietà di Moro alla dismissione delle grandi industrie, lo statista non voleva che l’Italia diventasse a breve un Paese in cui l’economia fosse basata sul terziario (insomma, un grande supermercato)”. Come un fatto era pure l’avversione di Moro all’idea di un’Italia trasformata in base strategica per destabilizzare il Medio Oriente e consentire alle compagnie petrolifere occidentali di assicurarsi più facilmente il petrolio di quelle aree.
Il libro di Forlani, infine (ma forse soprattutto), ha il grande merito di riabilitare la parola “trattativa”. Che quando viene effettuata per salvare vite umane – di leader o di gente comune – non è una brutta parola, ma risponde a un’idea di ragion di Stato che mette al primo posto la vita umana, come dicevano in quei giorni lo stesso Moro, Bettino Craxi, Giuliano Vassalli e poi anche il figlio di Aldo Moro, Giovanni. Si trattò con i palestinesi nel 1973, dopo l’attentato che costò la vita a 32 persone a Fiumicino. La stessa magistratura italiana si disse pronta a trattare per Mario Sossi, sequestrato dalle Br nel 1974, allentando le misure carcerarie per i detenuti politici. E nel 1977, lo stesso Paolo VI (anche la Chiesa ha, per fortuna, sempre trattato in questi casi) si offrì come ostaggio quando i terroristi tedesci della Raf dirottarono un aereo. E poi si trattò ancora nel 1980, per il giudice Giovanni D’Urso, e nel 1981 per l’assessore regionale della Campania, Ciro Cirillo. Come pure si è trattato con mafie e poteri vari, e non una volta sola, per salvare vite umane innocenti. Anche per Moro si trattò, ma non andò come doveva andare. Moro doveva morire.
Carlo Vulpio
Corriere della Sera, 24 aprile 2013
Un miliardo e 300 milioni di euro per un “mediatore” sono la prova che il business eolico rende più del narcotraffico (con buona pace di Saviano), come sostenevano Vulpio e Sgarbi nel loro programma del 18/5/2011 soppresso da Rai Uno dopo una sola puntata. Il ministro Cancellieri non si accorgeva della mafia eolica di Alcamo e sciolse il comune di Salemi, mentre la Lei (ex dg Rai) sciolse il programma tv. Le due signore faranno ancora carriera. E senza bunga bunga
6 aprile 2013
E’ sempre antipatico dire: avevo ragione. Ma se (purtroppo) avevo ragione, avevo ragione.
Se un “facilitatore” o “sviluppatore” (termini che già di per sé fanno vomitare), come quel Vito Nicastri arrestato nei giorni scorsi ad Alcamo, in Sicilia, è riuscito a mettere da parte una somma di un miliardo e trecento milioni di euro grazie alla sua attività di mediazione (in pratica, questi è il soggetto “pagatore” che, per conto degli “investitori”, unge politici e funzionari di comuni ed enti pubblici per ottenere autorizzazioni a installare pale eoliche e paga l’affitto – superiore a quanto i fondi agricoli possano rendere coltivandoli – ai proprietari dei terreni in cui le pale vengono issate), se, dicevo, un sensale del genere intasca un miliardo e trecento milioni di euro, vuol dire che non ha guadagnato tanto, o tantissimo. Ma di più. Vuol dire che se al posto del business dell’eolico avesse scelto quello del narcotraffico non avrebbe guadagnato così tanto. (Con buona pace della rockstar dell’antimafia da notte, Saviano, e della sua tesi “inedita”, che vorrebbe la cocaina come il motore turbocapitalista del mondo).
Questo esempio fa capire un po’ meglio qual è stato il reale motivo della chiusura, dopo una sola puntata, del programma “Ora ci tocca anche Vittorio Sgarbi”, andato in onda il 18 maggio 2011 su Rai Uno. Non fu lo share (8,3 per cento, 2 milioni e mezzo di spettatori), visto che Roberto Benigni leggendo (male) Dante e per questo guadagnando (bene) - 6 milioni di euro – è andato sotto il 2,5 per cento, senza che nessuno lo abbia mandato a casa. Non furono i “fuori programma” di Sgarbi che mandò all’aria la scaletta del programma poiché decise di replicare (sbagliando la sede, non nel merito) agli attacchi falsi e scientifici di collusione mafiosa rivoltigli da Fatto quotidiano e Repubblica alla vigilia e poi il giorno stesso della messa in onda del programma. No. Furono i nostri interventi sulla tutela del paesaggio e in particolare sul business dell’eolico a determinare la chiusura del programma. Fu la nostra fondata ostinazione a dimostrare che l’eolico industriale (e anche il fotovoltaico industriale) sono un business concettualmente mafioso, secondo il seguente felice slogan (concepito da decine di associazioni del Salento stuprato da pale e pannelli): “Dove si devasta il paesaggio là c’è mafia”.
Avevo ragione anche sul “parco eolico” off shore progettato nel Canale d’Otranto, al largo di Tricase, per il quale la signora Grazia Francescato, ex leader dei Verdi, ex assessore al comune di Tricase (ohibo’, proprio quello delle pale eoliche) e da qualche tempo gloriosamente trasmigrata nella Sel del paleologo (nel senso delle pale, di cui ha riempito la Puglia) Vendola, ha perso la causa milionaria che aveva intentato nei miei confronti per un mio servizio pubblicato su questa vicenda dal Corriere della Sera. Francescato ha perso la causa ed è stata anche condannata a pagare 7 mila euro di spese legali.
Avevo ragione, d’accordo. Ma è servito a qualcosa? In questi due brevi/lunghi anni invece cosa è accaduto? Che il governo tecnico e il ministro tecnico dell’Interno, Cancellieri, sciogliessero per mafia il comune di Salemi, il cui sindaco era lo stesso Vittorio Sgarbi (qui di seguito, trovate un suo appassionato articolo sul tema) che con me denunciava la mafia eolica nelle piazze e in tv. Alla signora Cancellieri in quei giorni io stesso inviai una lettera aperta, pubblicata anche da il Giornale, in cui la invitavo a verificare, a soppesare, a sciogliere non Salemi, ma altri comuni, dove le infiltrazioni mafiose erano ben più evidenti e pericolose. Niente da fare. La signora prefetto doveva sciogliere Salemi, così come la signora Lei (allora direttore generale della Rai) sciolse quel programma tv, libero e impossibile, di Sgarbi e Vulpio. Complimenti. Queste due signore faranno ancora carriera. E senza bunga bunga.
Aria pulita e affari sporchi: la mafia fa soldi con l’eolico
Ambiente e criminalità/La vera trattativa Stato-mafia
di Vittorio Sgarbi
(il Giornale, 4 aprile 2013)
Ecco la trattativa tra Stato e mafia. Eccola oggi, non vent’anni fa. La prova della complicità. Il favoreggiamento. Si è accusato il generale Mori di non avere perquisito il covo di Riina. Di avere perso tempo? Ed ecco qui la dimostrazione del tempo perso per favorire gli affari della mafia e distruggere il paesaggio.
Da anni denuncio lo stupro, la violenza, gli affari criminali dietro l’eolico e il fotovoltaico, in nome di una fantomatica energia pulita. Nelle regioni meridionali, nelle più belle per il paesaggio, la Sicilia, la Puglia, ovunque le immonde torri dominano crinali di colline e montagne con impercettibili e inutili movimenti e, nella maggior parte, sono ferme. Sono il
trionfo delle spese inutili, fintamente deprecate dai partiti e favorite da norme europee, da incentivi dieci volte superiori al gettito dell’Imu.
trionfo delle spese inutili, fintamente deprecate dai partiti e favorite da norme europee, da incentivi dieci volte superiori al gettito dell’Imu.
Il signor Vito Nicastri di Alcamo ha raccolto un tesoretto di un miliardo e trecento milioni di euro e, per favorirlo, il ministero dell’Interno e il presidente Napolitano hanno sciolto per mafia il comune di Salemi, a pochi chilometri da Alcamo, dove c’era un sindaco che gridava e denunciava lo sporco affare, che in ogni
modo ne bloccava lo sviluppo e rifiutava le tangenti legali offerte ai comuni per potere continuare a distruggere il paesaggio.
modo ne bloccava lo sviluppo e rifiutava le tangenti legali offerte ai comuni per potere continuare a distruggere il paesaggio.
Come rifiutarle, essendo i comuni alla canna del gas? Io quei danari sporchi li ho respinti, gli attuali Commissari di Stato, lautamente pagati (diecimila euro a testa più rimborsi spese e indennità varie), hanno continuato a promuovere l’eolico e il fotovoltaico favorendolo in ogni modo. Il ministro Maroni, oggi sconfessato dal Consiglio di Stato, ha sciolto il Comune di Bordighera (sic!), il ministro Cancellieri, con la complicità del prefetto di Trapani, Magno, ha sciolto il comune di Salemi. E intanto la mafia faceva i suoi affari poco lontano, ad Alcamo, infettando tutta la Sicilia.
E chissà perché tutta questa urgenza di energia pulita prevalentemente nel Meridione. Ieri ho visto la città di Catanzaro sconvolta da torri eoliche tutte ferme. Il giornalista Carlo Vulpio me ne ha indicato l’espansione in uno dei luoghi più sublimi d’Italia: il lago di Bolsena. Ma le pale si vedono anche a Montalcino e sono minacciate a Pontremoli, nella Lunigiana, sublime sintesi di paesaggio emiliano, ligure e toscano.
Napolitano le ha viste a Gibellina e ha taciuto. Pure da me chiamato a garantire l’efficacia dell’ articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica … tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Grillo manda le sue truppe in val di Susa, ma tace sull’eolico, e non l’ho mai visto in Sicilia, a Mazara del Vallo o a Marsala, dove io denunciavo l’orrore a un procuratore inerme e indifferente, Alberto Di Pisa, con esposti e circostanziati riferimenti, e lui rispondeva rendendomi in candidabile alle elezioni amministrative di Cefalù. Intanto il prefetto di Trapani, una delle province più umiliate dalla truffa dell’eolico, non si preoccupava delle mie denunce, non me ne chiedeva ragione, non interveniva ad Alcamo, ma promuoveva e otteneva lo scioglimento del comune di Salemi, da cui la protesta era partita e dove nessun appalto, nessun incentivo
e nessuna autorizzazione erano stati concessi.
e nessuna autorizzazione erano stati concessi.
Si cercava la mafia a Salemi ed era ad Alcamo. Carabinieri, questori e poliziotti sentivano ovunque i miei comizi e le mie conferenze senza reagire. Intanto il poliziotto Linares corteggiava il mio vicesindaco, Antonella Favuzza, mentre ne indicava remote e impossibili contiguità con una mafia letteraria. Agnese Borsellino veniva a Salemi, mi lodava, mi chiamava «missionario» e veniva costretta dai suoi figli e parenti a sconfessarmi, mentre la mafia divorava il paesaggio che io tentavo di difendere. La trattativa era chiara, e lo è anche nel depistaggio, anche nel cercare di farmi tacere. Magistrati, ministri, prefetti, questori, poliziotti, parlamentari, tutti a parole contro la mafia, si occupavano di altro; e oggi, a babbo morto, lui e il paesaggio, irreparabilmente distrutto, invocano Manganelli, gli rendono omaggio.
Troppo tardi. La mafia ha innescato una metastasi. L’Europa e il governo hanno discusso di incentivi, non di tutela del paesaggio. Il presidente della regione Puglia ha consentito lo sconvolgimento del paesaggio a Sant’Agata, ad Accadia, a Troia, a Foggia, a Lucera, a Melpignano. Milleseicento pale in Puglia e altre migliaia autorizzate. Pensate a quanto danaro buttato, se solo un facilitatore ha raccolto,negli anni dell’indifferenza e della complicità dello Stato, un miliardo e trecentomilioni di euro nella piccola Alcamo.
Troppo tardi. La mafia ha innescato una metastasi. L’Europa e il governo hanno discusso di incentivi, non di tutela del paesaggio. Il presidente della regione Puglia ha consentito lo sconvolgimento del paesaggio a Sant’Agata, ad Accadia, a Troia, a Foggia, a Lucera, a Melpignano. Milleseicento pale in Puglia e altre migliaia autorizzate. Pensate a quanto danaro buttato, se solo un facilitatore ha raccolto,negli anni dell’indifferenza e della complicità dello Stato, un miliardo e trecentomilioni di euro nella piccola Alcamo.
Chi lo diceva doveva essere cacciato e così è stato. Condannando a morte e alla desolazione Salemi con commissari che con il loro programma di malgoverno, per conto del ministero dell’Interno e dello Stato, hanno indicato prioritariamente lo sviluppo dell’eolico e del fotovoltaico. Altro che siti archeologici di Mokarta e monte Polizo, e il barocco, i musei del paesaggio e di arte sacra, e Caravaggio, Rubens, Lotto, Guercino, Cézanne, Picasso, Modigliani, Pirandello, la Biennale di Venezia, il festival della cultura ebraica, incontri, dibattiti, conferenze, tutto all’aria. Morte e silenzio, e altre pale eoliche. Salemi è stata uccisa perché c’era un sindaco indipendente. Alcamo ha prosperato con un’amministrazione di centrosinistra e la complicità di Stato e mafia. Arrivano adesso e cantano vittoria.
Hanno ucciso una città, distrutto la Sicilia e cercato di far tacere, e allontanato, il «grillo parlante», in attesa di quello «silente». Non è una vittoria; è, anche per me,una sconfitta. Mentre la trattativa si svolgeva, nei modi che ho denunciato, Ingroia andava a cercarla nel ’92-93, inseguendo Mancino e Napolitano. Perché non si è occupato di Maroni e della Cancellieri? O del suo collega Di Pisa? Anche lui ha applaudito allo scioglimento di Salemi, dove pure era stato. Nessun informatore gli ha detto che la mafia faceva affari ad Alcamo. Mentre io ero sindaco,caso unico in Sicilia, sono stato aggredito, in un’assemblea di cinquecento persone, da imprenditori e agricoltori che volevano diffondere l’eolico e il fotovoltaico. I carabinieri e la polizia c’erano, hanno visto, nessuno ha fatto niente. E se vedremo torri eoliche anche nel centro Italia vorrà dire che, grazie alla (vera) trattativa con lo Stato, la mafia ha vinto.
Un analfabeta miliardario genovese s’aggira per l’Italia. Vorrebbe eliminare l’articolo 67 della Costituzione che vieta il “vincolo di mandato”. Dopo anni passati a difenderci da stalinismi e fascismi vari, eccoci costretti a doverci proteggere dallo spettro di Mao Tse Tung
4 marzo 2013
Non volevo, giuro, assegnare a lui il premio di Scienziato del Mese. Non volevo, se non altro per non fargli ulteriore e gratuita pubblicità . Ma come si fa? Come si fa, dopo decenni passati a combattere ogni forma di stalinismo e di fascismo a non assegnare questo premio a Beppe Grillo, che attacca l’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”)?
Abbiamo passato la vita, tutti, da destra a sinistra, a elogiare quei (pochi) uomini politici – dai parlamentari all’ultimo, oscuro consigliere comunale – che avevano il coraggio di votare secondo coscienza, liberamente, anche mettendosi contro la linea del partito di appartenenza poiché, appunto, il “vincolo di mandato”, un vincolo imperativo, era un fatto negativo, retaggio dei parlamenti di origine feudale (tanto che già la Costituzione francese del 1791 lo spazzò via senza tentennamenti), e ora ci siamo ridotti a dover prestare ascolto a un analfabeta miliardario genovese che vuole abolire il divieto del vincolo di mandato previsto dalla nostra Costituzione con la scusa che per questa via si evitano i trasformismi e le compravendite di politici.
Ci siamo ridotti a prestare ascolto a uno (anzi due, poiché il sodale e mandante di Grillo è l’uomo d’affari Gianroberto Casaleggio) che vorrebbe i “suoi” parlamentari ridotti a soldatini ubbidienti, tanto che in Sicilia, prima del voto, ha fatto firmare a tutti i neodeputati regionali (lì si chiamano così) un documento in cui i rappresentanti del popolo eletti democraticamente devono presentarsi ogni sei mesi davanti agli “attivisti del movimento” costituiti in una sorta di “tribunale di partito” per dar conto del loro operato che, se giudicato negativamente, comporta non solo l’obbligo di dimissioni dalla carica, ma anche la “liberatoria” per la pubblicazione sui giornali di un atto di autoaccusa: “Io, Tal dei Tali, sono un traditore…”. Pazzesco. Siamo a Koestler, a Orwell, anzi oltre. Siamo alla gogna di Mao Tse Tung e della politica dei “cento fiori” degli anni Sessanta riservata ai dissidenti cinesi, al cui confronto le conquiste democratiche del divieto di dimissioni in bianco e del divieto di vincolo di mandato sbiadiscono come il tentativo di opporsi con le buone maniere a chi ti prendi a calci in culo.
Non solo. Ci riscopriamo afasici di fronte a un miliardario analfabeta genovese che con la scusa di voler evitare la “circonvenzione di elettore”, come furbescamente la chiama lui, pratica la “circonvenzione di incapaci” (questo sì, un reato) inculcando nella testa dei propri adepti prima, e della gente poi, l’idea che i rappresentanti del popolo (cioè dell’organo costituzionalmente sovrano, il Parlamento) siano “dipendenti” dei cittadini (e questi, di conseguenza, siano i loro “datori di lavoro”).
Infine, come dimenticare che l’analfabeta miliardario genovese era un accanito oppositore della volgare legge elettorale passata alla storia come Porcellum, ma appena ha sentito profumo di vittoria ha fatto un’improvvisa inversione di marcia e ha difeso il Porcellum con la scusa che “adesso vogliono cambiarlo per non farci vincere”?
Con il grande Dino Risi (che lo ha definito “scarso” nella recitazione cinematografica, anche se in realtà sul palco è un animale da comizio), Grillo recitava la parte dello Scemo di guerra (titolo del film, 1985). Ma noi, per riabilitare l’analfabeta miliardario genovese di fronte agli occhi dei suoi seguaci e del mondo, abbiamo deciso di attribuirgli il premio di Scienziato del Mese, il primo che egli abbia ottenuto dopo l’affermazione elettorale del suo movimento (ma “suo” – e di Casaleggio – in tutti sensi).
Ah, Susanna-Susanna-Susanna mon amour! (A. Celentano) O, se preferite: Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più (J. Dorelli). Oppure: Non è Francescaaa! (L. Battisti). ll banchetto di Vendola con il giudice De Felice che lo ha assolto, con il pm Pirrelli che lascia per anni le querele contro Nichi nei cassetti e con il resto dell’allegra compagnia giudiziaria
21 febbraio 2013
In questa foto VENDOLA A PRANZO CON LA GIUDICE CHE LO HA ASSOLTO potete vedere dieci persone sedute e due in piedi. Si tratta di sei magistrati (uno poi è stato eletto parlamentare), un poliziotto, una commercialista, una giornalista, due designer e Nichi Vendola.
Ecco, dopo giorni di conferme e smentite, la foto della festa privata a cui parteciparono sia il governatore della Puglia sia il giudice, Susanna De Felice, che lo ha assolto il 31 ottobre scorso da un’accusa di abuso di ufficio (e che Vendola dice di non aver mai conosciuto).
L’occasione, nell’aprile 2006, è il party per i quarant’anni di Paola Memola, cugina commercialista del presidente della Puglia. Vendola, il primo a destra nell’inquadratura, siede vicino al compagno Ed Testa, designer canadese. Due posti più in là (li separa il capo della Squadra mobile di Foggia, già alla Mobile di Bari, Alfredo Fabbrocini) si riconosce il volto sorridente del giudice Susanna De Felice.
In piedi dietro di lei, bionda e occhiali da sole, la festeggiata, Memola. A sinistra di De Felice, il compagno Achille Bianchi, all’epoca pm a Trani e oggi distaccato alla presidenza del Consiglio come “esperto” di diritto societario.
Posto di capotavola per Teresa Iodice, altro sostituto procuratore barese (titolare delle indagini aperte alla fine del 2009 sul presunto complotto contro l’allora premier Silvio Berlusconi). Alla sua destra Michele De Francesco, architetto e designer, affiancato dalla compagna Carmela Formicola, nella foto con grandi orecchini rotondi, giornalista di cronaca giudiziaria della Gazzetta del Mezzogiorno. Dietro di lei, sempre con gli occhiali da sole, Emma Manzionna, giudice del tribunale civile di Trani (compagna dell’avvocato Andrea Moreno, difensore di Gianluca Guerrieri, compagno della suddetta pm Iodice, arrestato nel 2010 per presunte frodi fiscali).
Infine, a sinistra dell’immagine, Gianrico Carofiglio, oggi senatore Pd, all’epoca pm, insieme con la moglie Francesca Pirrelli, sostituto procuratore presso la procura di Bari, entrambi grandi amici di Vendola e della coppia De Felice-Bianchi.
(Giacomo Amadori, “Panorama.it” 21/2/2013)
p.s.
Ogni altro commento, specialmente su questo blog, in cui tutto è stato detto a tempo debito, è davvero superfluo. Soprattutto dopo la patetica e scontata “autodifesa” del ciarlatano, che ha evocato la fazian-santorian-savianesca “macchina del fango” (cioè gli amici suoi che lo hanno tenuto “alto” in tv in tutto questo periodo). Una cosa soltanto: quando il ministero della Giustizia disporrà un’ispezione seria nel palazzo di Giustizia di Bari? E magari anche in quello di Trani, visto che la distanza è poca e la litoranea molto bella?.
Uno al mese. E non ci sarà che l’imbarazzo della scelta. Ecco a voi il premio SdM, lo Scienziato del Mese, il trofeo che aiuterà a capire meglio di qualsiasi saggio accademico la storia d’Italia mentre la stiamo vivendo. Questo mese vince Michel Martone!
2 febbraio 2013
Mi stavo annoiando troppo, tra banchieri di partito e partiti di banchieri, primarie e secondarie e parlamentarie e minchiate varie, più una campagna elettorale vasectomizzata dal Porcellum e corredata dall’indecente spaccio – e nemmeno in modica quantità per uso personale, ma a fini elettoralistici – dei nomi passepartout di Giovani Falcone e Paolo Borsellino. E così ho preso una decisione. Ho deciso di indire un premio.
Ogni mese, questo blog assegnerà il premio SdM, ovvero lo Scienziato del Mese, a chi si sarà distinto per impegno o per naturale talento in uno dei tanti ambiti della sfera pubblica.
Questo mese the winner is Michel Martone, viceministro del Lavoro.
E’ lui lo Scienziato del Mese. Per aver affermato che l’emorragia di studenti italiani dalle patrie università (-58 mila ragazzi che rinunciano a laurearsi pur essendo bravi studenti, o che scelgono di farlo all’estero) è colpa “dell’idea diffusa che la laurea sia inutile e di modelli negativi come Fabrizio Corona”. Questa affermazione fa il paio con un’altra di qualche tempo fa, sempre dell’ineffabile Michel, occhialino tondo e ciuffetto finto ribelle, che definì “sfigati” gli studenti che non si fossero laureati entro il ventottesimo anno d’età.
Lo Scienziato – quasi nessuno sa che ricopre la carica di viceministro del Lavoro, ma basta dire “Michel” e tutti dicono “Ah, sì, Michel” – dimostra di non conoscere un beneamato fico secco della realtà disastrosa degli atenei italiani, della popolazione studentesca italiana e del mondo del lavoro (precario) giovanile italiano. Michel è il solito figlio di papà assiso su una poltrona ministeriale a soli 39 anni (naturalmente egli è anche docente universitario) senza conoscere nulla della materia oggetto della sua azione (?) di governo, senza essere stato eletto da nessuno e senza avere la minima idea di quanto Fabrizio Corona, pur tra i mille casini e le mille cazzate commesse, rispetto a lui sia mille volte più “autentico”, anche perché, in ogni caso, dei suoi comportamenti risponde di persona (e persino in maniera esagerata, poiché sette anni di carcere per ciò che gli si imputa sono una bestialità, ci toccherà dar vita a un movimento per amnistiarlo).
Ma Michel? Ha mai lavorato davvero, Michel? E come è diventato prof all’università? E ora che vive il brivido della cadreghina ministeriale (speriamo sia l’ultima volta), a chi risponde Michel per le cose che dice e che fa?
Questa Giuria non ha dubbi, attribuire – con pieno merito – a Michel Martone il premio Scienziato del Mese è il migliore degli esordi possibili.
Non c’è moneta senza Stato (Vulpio recensisce un libro di Barnard sugli euri). A seguire, la profezia di Craxi – del 1997! – sul “radioso” futuro dell’Europa di Maastricht e di Lisbona
2 dicembre 2012
Una scuola di studiosi eretici considera un enorme sbaglio la rinuncia alla sovranità da parte dei Paesi della zona euro
Non è più questione di dispute (eterne) tra liberisti (neo o post) e keynesiani (neo o post), quando uno Stato sovrano non batte più moneta propria, come accade nei 17 Paesi dell’Eurozona. Se uno Stato non batte moneta, e se deve addirittura prenderla in prestito da una banca che si chiama Banca centrale europea, ma che della «banca centrale» non ha nulla – poiché non fa capo ad alcuna entità statale (nemmeno in forma federale, come la Federal Reserve Bank per gli Usa) e non è banca di ultima istanza -, quello Stato è destinato a smorzarsi e, con esso, sono destinati all’estinzione o alla pura irrilevanza i suoi cittadini (il popolo «sovrano») e la sua democrazia. Né questo esito sciagurato può essere giustificato con la superiore necessità di ripianare il debito che uno Stato ha, perché quel debito, ogni Stato sovrano, se ce l’ha, ce l’ha soltanto con se stesso – in quanto soltanto lo Stato ha il potere, la sovranità appunto, di battere moneta, e cioè di crearla e metterla in circolazione senza doverla prendere in prestito da altri per poi dovergliela restituire con gli interessi. E questo perché uno Stato (sovrano) non è una famiglia o un’impresa o una persona fisica e quindi non può fallire come questi ultimi quando le uscite superano le entrate e non si possono più soddisfare i creditori.
In teoria, e anche in pratica, uno Stato potrebbe spendere denaro senza limiti e indebitarsi senza che ciò costituisca un problema. Al contrario. Se costruisce una strada o un ospedale o una scuola, il debito che lo Stato farà (con se stesso) è una «spesa a deficit positiva», ovvero è creazione di «una ricchezza finanziaria netta», cioè non impoverisce i cittadini ma li arricchisce. Stesso discorso per le tasse. La convinzione comune è che esse servano a pagare il funzionamento dello Stato. Ebbene, è così soltanto per gli Stati senza sovranità monetaria, come i 17 dell’Eurozona. Non per quelli a moneta sovrana (Usa, Giappone, Gran Bretagna, l’Italia prima del 2002), perché i soldi delle tasse che tornano allo Stato sono sempre (notevolmente) di meno dei soldi che lo Stato stesso ha messo in circolazione. Quindi lo Stato con i soldi delle tasse non paga un bel niente. Le tasse servono a regolare l’inflazione e a sancire il monopolio statale di emettere moneta.
Questi, in sintesi, i capisaldi di una teoria economica nata nelle università dell’Australia e degli Stati Uniti – la Mmt, Modern Money Theory -, che si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo grazie agli studi, ai libri e alle conferenze degli economisti che di questa teoria possono considerarsi i «padri fondatori», gente del calibro di Warren Mosler e Randall Wray, Stephanie Kelton, Bill Mitchell e Alain Parguez, John F. Henry, Mario Seccareccia e Joseph Halevi, William K. Black, Olivier Giovannoni e Pavlina Tcherneva.
Li citiamo tutti perché ognuno di loro ha dato il proprio originale contributo al lavoro di Paolo Barnard, che li ha intervistati a lungo ricavandone un libro, Il più grande crimine, il cui titolo obiettivamente un po’ troppo forte, è bilanciato dal contenuto, rigoroso nella citazione delle fonti. Il testo, in formato digitale, si può scaricare liberamente in Rete, ma il suo vero successo, oltre al milione e mezzo di download, è stato sancito da incontri pubblici (veri e propri seminari di tre giorni a Rimini, a Cagliari, a Reggio Calabria e prossimamente a L’Aquila) ai quali hanno partecipato alcuni degli economisti citati. Gli studiosi si sono «esibiti» di fronte a migliaia di persone (paganti, 40 euro a testa) rispondendo a tutte le domande e fornendo tutte le spiegazioni possibili.
I seminari – proprio come il saggio – hanno sfatato i tabù del prodotto interno lordo, del debito pubblico, del deficit pubblico, del debito estero, di tasse e moneta, inflazione e deflazione, banche commerciali e d’investimento, agenzie di rating e circoli finanziari internazionali, e li hanno riportati sulla Terra, spiegandoli a tutti, sottoponendo ogni tesi alla sua possibile confutazione e proponendo anche delle soluzioni, sintetizzate in un Manifesto di salvezza economica nazionale – che si può condividere o meno, ma che sicuramente merita considerazione, visto che ormai è rimasta quasi solo Angela Merkel a sostenere che la crisi è figlia della «dissolutezza fiscale» e di un tenore di vita «al di sopra delle proprie possibilità» (insomma, i soliti vizi dei soliti Piigs, Portogallo-Irlanda-Italia-Grecia-Spagna).
Un limite del saggio di Barnard invece è aver fatto ricorso alla stampella del presunto Grande Complotto avvolto dal mistero e messo in atto dalle élite finanziarie internazionali da settant’anni a questa parte. Una spiegazione che proverebbe troppo, come suol dirsi, oltre a essere un «déjà vu» piuttosto abusato. Infatti, non è un «mistero» che i Paesi a sovranità monetaria (Usa e Giappone, per esempio, ma anche nella Ue: Gran Bretagna e Svezia) vivano la crisi globale senza l’ansia e l’isteria dei Paesi che invece quella sovranità hanno perso. Così come non sono «misteri» la mancata rinegoziazione del Trattato di Maastricht (per coloro che sanno di cosa si tratta), il chilometrico Trattato di Lisbona fatto passare per «Costituzione europea» (idem come sopra), il continuo richiamo alla cessione di «quote di sovranità nazionale», quasi fossero «quote latte» che si possono contrattare in base al numero delle vacche allevate, e altro ancora. Il «mistero» semmai è un altro: perché per questo tipo di scelte i popoli interessati vengono informati poco o nulla e interpellati mai?
Carlo Vulpio
(la Lettura, Corriere della Sera, 2/12/2012)




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