Vialli e Mihajlovic sono soltanto gli ultimi due casi “sospetti” di iatrogenesi. Cioè di patologie causate dalla stessa cura (iatros, medico). Due casi che obbligano a riflettere sulla deriva della medicina occidentale, ormai sempre più in mano a «una corporazione medica che è diventata una grande minaccia per la salute», come già quarant’anni fa scriveva Ivan Illich e come da ultimo hanno dimostrato Covid e vaccini. Se già nel 2005 l’Istituto Superiore di Sanità rilevava che le morti per tumore al pancreas (Vialli) e per leucemia (Mihajlovic) erano raddoppiate tra i calciatori, forse porsi qualche domanda in più oggi è indispensabile. Anche se non è sufficiente. Magari, chissà, forse, probabilmente, sommessamente – per non urtare i talebani della salute pubblica imposta a forza di decreti – sarebbe il caso di riprendere in mano la questione e ricominciare da quella indagine epidemiologica del 2005 per capire se e come le cure per i calciatori e gli atleti non rischino di portarli alla tomba anzitempo in numeri esponenziali. E se e come, questo epilogo tristo si possa evitare.

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