Rovereto / Il Mart espone fino al 18 settembre cinquanta opere d’arte (ancora poco note) del filosofo

Rovereto (Trento)

Insomma, questo Julius Evola, al secolo Giulio Cesare Andrea Evola, morto nel 1974 a 76 anni, come pittore, com’è? I suoi quadri come sono? Sono belli o no? Oppure dire Evola è come dire Ebola, il virus, per sostenere neanche tanto surrettiziamente che i suoi dipinti, prima di essere apprezzati o magari anche criticati, vanno «sanificati» perché contagiati e contagiosi? E da cosa sarebbero poi contagiati, i quadri di Evola, ai quali il Mart dedica la mostra Julius Evola. Lo spirituale nell’arte, ideata da Vittorio Sgarbi e curata da Beatrice Avanzi e Giorgio Calcara? Dall’aver Evola aderito al fascismo e alle teorie della razza?

Evola ha dipinto solo per un breve periodo della sua vita, dal 1915 al 1921, cioè dai 17 ai 23 anni. E questo è ciò che a noi, e alla mostra, interessa. Il pittore. D’altra parte, come poteva sapere, Evola, negli anni in cui ha dipinto questi quadri molto belli (diciamolo subito) e al tempo stesso inquietanti e profondi, che sarebbe diventato fascista, se il fascismo ancora non esisteva e prese il potere nel 1922? Non lo sapeva di sé stesso nemmeno Mussolini che sarebbe diventato fascista, dato che in quegli anni il futuro Duce era ancora il convinto socialista rivoluzionario direttore dell’Avanti!, ilquotidiano del Psi. Quindi cosa vogliamo imputare, per giunta retroattivamente, al pittore Julius Evola e ai suoi quadri esposti in una mostra che tra l’altro è la più ricca e la più significativa tra tutte quelle (poche) fin qui allestite? E nemmeno si può sostenere che Evola non meriti il titolo della mostra, Lo spirituale nell’arte, solo perché questo è il titolo di un saggio di Vasilij Kandinskij del 1910, poiché Kandinskij in questo libro non mette al centro l’arte, ma la spiritualità. Esattamente come Evola, il quale non è solo un pittore astratto e affine a Kandinskij – lo intuì per primo il critico e storico dell’arte Enrico Crispolti -, ma è stato tra i primi in Italia a parlare di «arte astratta». Ed è anche, Evola, un artista il cui astrattismo, dice Sgarbi, «è mistico, non si acquieta nemmeno nel dadaismo, a cui pure egli aderì con entusiasmo, ma va “oltre”, è arte pura che può dirsi preludio alla magia».

E’ la trascendenza assoluta, che lo stesso Evola cercava nell’arte e non solo in essa, e che gli faceva dire che «tutto quel che è umano e pratico può essere superato» per poi, come logica conseguenza, determinarsi ad annunciare il proprio «suicidio artistico». Che infatti avvenne nel 1922, quando Evola smise di dipingere, coerentemente con la sua idea di arte, che deve autodissolversi in un superiore stato di libertà. Proprio come la morte per l’uomo: uno stato superiore di libertà, inizio e non fine del suo destino. Tutti aspetti che dopo una breve adesione al futurismo portarono Evola a ripudiarlo «per il suo sensualismo, la mancanza di interiorità, il suo lato chiassoso ed esibizionistico». Già nei dipinti accostabili a quelli dei futuristi Giacomo Balla e Fortunato Depero, per i colori sfavillanti, le forme fluide e aeree, le libere associazioni mentali – come Fucina, studio di rumori e Five o’clock Tea – Evola dimostra di avere un linguaggio proprio, anzi nessun linguaggio prestabilito, ma pura arbitrarietà di colori e linee, assoluto irrazionalismo e distacco totale dal mondo materiale. Non poteva essere diversamente, se ciò che colpì il pittore futurista Arnaldo Ginna, quando per la prima volta vide un dipinto di Evola, fu «l’odore di forze occulte trascendentali». Come sottolinea in maniera ineccepibile Guido Andrea Pautasso, «idealismo sensoriale» è la definizione che permette a Evola di individuare «una forma di astrattismo distante dall’estetica meccanica futurista, quasi misticheggiante e con un particolare retroterra sensoriale» e che lo porta a definire Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del movimento futurista, «un pappagallo impagliato, che crede di essere moderno quando invece è un passatista un po’ travestito». Evola dunque approda presto sulle sponde del dadaismo, ed è un dadaismo iniziatico, dice ancora Pautasso, «esoterico, atarassico, per una vera “arte aumana”, che superi la stessa necessità di espressione perché esprimersi è come uccidere».

I dipinti Nel bosco e Fiori, per esempio, non hanno nulla di un paesaggio e di una vegetazione quieti, immobili, «belli», ma sono turbolenti, conflittuali, resi con un cromatismo acceso, rumorosi, o anche, come La parola oscura, impulsivi e al tempo stesso meditativi. Il dadaismo di Evola e il suo astrattismo sono rintracciabili in gran parte della pittura italiana contemporanea, da Achille Perilli e tutti gli artisti del gruppo Forma 1 fino a Ugo Nespolo e Pablo Echaurren. Di quest’ultimo, sono in mostra le tavole del fumetto Evola in Dada, del 1994, un omaggio a Evola, il quale, scrive Echaurren, «tra nichilismo e idealismo resta ritto tra le macerie del pensiero e spera di attizzare il fuoco interno, sempre ignorato dall’uomo economico, l’uomo banconota». Anche a fumetti, dunque, per «entrare» nei quadri di Evola, meglio i neuroni di Pico de Paperis, o il guizzo di Archimede, e persino il candore di Pippo e l’ingenuità di Paperino. Mentre Paperone, con il suo pragmatismo, non lo capirà mai.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 24/7/2022 

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