La protesta dei cittadini dei comuni del Beneventano

San Bartolomeo in Galdo (Benevento)

San Bartolomeo, l’apostolo, qui è «in Galdo». Da Wald, termine longobardo che significa bosco. Il bosco sul cocuzzolo di Montauro, dove le janare, le streghe del Sannio, secondo la leggenda tenevano i loro «sabba», convegni in cui praticavano riti magici alla presenza del diavolo. Da quando il bosco e la intatta vallata sulla quale affaccia questo paese di cinquemila abitanti sono in pericolo, i devoti del santo e i seguaci delle janare si sono alleati. Il santo, le streghe, il diavolo, tutto il popolo. Anche quello dei comuni vicini. Pur di salvare l’ultimo brandello di paesaggio tra Campania, Puglia e Molise che non sia stato ancora invaso dalle pale eoliche.

Non c’è nemmeno bisogno del satellite, lo scempio si vede percorrendo la statale 369 in direzione Benevento. Il versante sinistro, quello pugliese, è davvero «sinistro». Filari di pale eoliche, che segnano un cammino spettrale di acciaio e cemento lungo il crinale dei monti Dauni, si ergono come enormi guardiani minacciosi sui piccoli comuni di Alberona, Roseto e Celenza Valfortore, Volturara Appula e San Marco la Catola. A destra invece il versante campano mostra tutta la sua bellezza inviolata, con la campagna coltivata e abitata, la vallata, e all’orizzonte i borghi di Baselice e Colle Sannita.

«Qui non le metteranno mai, non possono, sarebbe una follia», dicevano Carmine Agostinelli e Giovanni Pepe, sindaco e vicesindaco di San Bartolomeo in Galdo.

Invece il 16 dicembre scorso un decreto dirigenziale della Regione Campania ha autorizzato la Edelweiss power srl a compiere la follia. Piantare proprio lì 7 torri alte 200 metri con eliche di 136 metri di diametro, per una potenza installata (attenzione: potenza installata, non produzione di energia) di 28 megawatt. A questo «parco» eolico ne vanno aggiunti altri due, in via di autorizzazione. Uno della Edison, altri 30 megawatt e altri 7 alberi di trenta piani, e uno della Irpinia Vento srl, che voleva 16 pali da 2 megawatt, ma pur di vedersi autorizzato il progetto si «accontenterebbe» anche di 4 pali da 4 megawatt. Le tre società per non farsi la guerra hanno scelto tre posti diversi.

A nulla è valso l’intervento di «Italia Nostra»: «E’ in atto una trasformazione industriale che sta rapidamente cambiando il paesaggio del Sud, lo sta piegando all’imperativo della transizione ecologica e all’estrazione industriale di energia». Anche le parole dell’ad di Enel, Francesco Starace, intervistato dal «Corriere», sono cadute nel vuoto: «Per le pale eoliche non vedo molti altri posti in Italia dove si possano mettere». L’assalto invece continua. Fino all’ultimo buco di paesaggio utile alla Causa della Transizione Ecologica. Nel Sud, dice «Italia Nostra», è pronta una nuova invasione di torri eoliche, alte anche 250 metri. E ben 1.065 sono destinate alla sola Puglia, cioè la regione che con 2.500 megawatt è già al primo posto per produzione eolica. Mentre la provincia di Benevento, che ha 280 mila abitanti e una potenza installata di 500 megawatt con cui potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di 320 mila persone, deve subìre questo ulteriore arrembaggio. E tutto questo senza contare lo scempio del fotovoltaico industriale, che per ogni megawatt di energia prodotto richiede di «tombare» con i pannelli solari due ettari di terra, quasi sempre coltivata o coltivabile.

«Ricorreremo al Tar per questo regalo di Natale», dicono sindaco e vice di San Bartolomeo in Galdo. L’amministrazione comunale non vuole nessuno dei tre progetti, ma ha tuttavia indicato un’area diversa dalle tre individuate dalle società proponenti, «quella sul versante pugliese, che è già compromessa dalle pale eoliche». In questa vicenda ministeri e soprintendenze si sono persino scontrati. Però, se vi state ancora chiedendo come sia possibile che aree agricole diventino per decreto aree industriali, sappiate che ciò è previsto dalle Linee Guida Nazionali. In sintesi: si tiene una «conferenza di servizi», alla quale partecipano una cinquantina di soggetti istituzionali, a dimostrazione di quanto ampia e partecipata sia e debba essere la decisione finale. Ma se, come nel nostro caso, i presenti sono solo 11, e in prevalenza contrari, gli assenti vengono conteggiati come favorevoli agli impianti. Una magia. Che consente di cambiare la destinazione dell’area da agricola in industriale tagliando fuori il comune. Nemmeno un sabba di janare avrebbe saputo fare meglio. 

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 14/1/2022

Foto di ©Lucia Casamassima