L’inchiesta Terra Rossa della procura di Foggia coinvolge l’imprenditrice agricola Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e Libertà civili del ministero dell’Interno. Per l’accusa, era lei a trattare con i reclutatori e con il “sorvegliante” dei campi. Ai braccianti, tra buste paga fasulle e assegni mai versati, 25 euro per 10 ore di lavoro.

Mattinata (Foggia)

I neri che lavorano come schiavi per quattro soldi pagati in nero. Le fotocopie di assegni mai versati ma compilati solo per eludere i controlli. Le buste paga fasulle come i certificati medici per visite mai effettuate. Gli incontri clandestini nelle stazioni ferroviarie e nei distributori di carburante tra i datori di lavoro e i caporali per i pagamenti delle misere paghe in contanti spettanti agli schiavi. La vita stentata nei ghetti dai nomi tristemente noti da trent’ anni, come il mussoliniano Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia: un sobborgo africano non tanto per gli africani alloggiati nelle baracche, quanto per le condizioni dei luoghi, che, tra rifiuti e strade sfondate come fossero state bombardate, gli amministratori e i poteri pubblici hanno abbandonato a sé stessi.

C’è tutto questo nell’inchiesta «Terra Rossa» della procura di Foggia e dei carabinieri del Nil (Nucleo ispettorato del lavoro) di Manfredonia. Ma non è una novità. Tutto questo, qui, c’è sempre stato. E non è bastata nemmeno la clamorosa rivolta di un altro ghetto, quello di Rignano Garganico – marzo 2017 -, con incendi delle baraccopoli e braccianti immigrati sbandati come quelli di Uomini e topi di John Steinbeck, cento anni fa.

I risultati dell’inchiesta, condotta da luglio a ottobre dell’anno scorso, sono alla base dell’ordinanza del gip di Foggia, Margherita Grippo, che vede sedici persone indagate per sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale di manodopera e dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, cioè un’amministrazione controllata per un periodo di un anno. Dei sedici indagati, due sono finiti in carcere (i caporali neri Bakary Saidy e Kalifa Bayo), tre agli arresti domiciliari (gli imprenditori bianchi Michele Boccia, Emanuele Tonti e Vincenzo De Rosa) e a undici è stata applicata la misura dell’obbligo di dimora. Cinque milioni di euro il volume di affari calcolato, sulla pelle di braccianti istruiti dai caporali a mentire sulla retribuzione: dovevano dire di percepire 65 euro al giorno per 7 ore di lavoro, invece non ne guadagnavano più di 35 per 10 ore, che diventavano 25 perché 5 euro dovevano essere versati per il trasporto e 5 per la intermediazione.

Il clamore suscitato da «Terra Rossa» è tuttavia dovuto non a un sussulto umanitario collettivo, ma al coinvolgimento nell’inchiesta di Rosalba Livrerio Bisceglia, che è moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno, ed è una imprenditrice agricola. La Bisceglia, con le sorelle Antonella e Maria Cristina, conduce l’azienda di famiglia «Sorelle Bisceglia», un nome che nell’agricoltura della Capitanata e del Gargano (uliveti, frutteti, frantoi oleari, l’agriturismo «Giorgio»), e a Mattinata, paese del prefetto Di Bari, è «una istituzione».

Le accuse nei confronti della «moglie del prefetto» sono pesanti: sarebbe stata lei a trattare direttamente con i caporali e con il «sorvegliante» dei campi, Matteo Bisceglia, e a occuparsi delle buste paga fasulle (Matteo Bisceglia lo dice al telefono con Saidy: «Guarda che delle buste paga si occupa la signora»). E questo mentre la carriera di suo marito – per otto anni prefetto vicario di Foggia – procedeva spedita fino all’attuale carica e all’assegnazione di un compito delicato: trasformare l’inferno di Borgo Mezzanone, da cui provengono i braccianti sfruttati, compresi quelli dell’azienda «Sorelle Bisceglia», in una cittadella dell’accoglienza. Valore dei lavori: 3,5 milioni di euro, 150 mila dei quali erogati dal dipartimento di Di Bari. Inizio dei lavori: mai cominciati, causa Covid, nonostante la pomposa dicitura «Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-2027».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11/12/2021

Foto di Lucia Casamassima©

L’ordinanza del gip / “Ecco i contatti tra la moglie del prefetto e il caporale”

Il caporale-mediatore, il factotum-sorvegliante e l’imprenditore-datore di lavoro. Sono queste le tre figure simbolo dell’inchiesta “Terra Rossa” della Procura di Foggia, che vede 16 persone indagate (5 arrestate) e 10 aziende sottoposte a controllo giudiziario. I tre attori protagonisti di questa ennesima storia di sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale di manodopera sono, secondo l’ordinanza del gip di Foggia, il gambiano Saidy Bakary (caporale-mediatore, 33 anni), e gli italiani Matteo Bisceglia (factotum-sorvegliante, 56 anni) e Rosalba Livrerio Bisceglia (imprenditrice agricola-datore di lavoro, 55 anni), quest’ultima anche moglie del prefetto Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno. I tre, dice l’ordinanza, sapevano bene ciò che facevano ed erano sempre in contatto diretto tra loro. Si sentivano per telefono e su WhatsApp, si incontravano anche di persona per i pagamenti – che Rosalba Livrerio Bisceglia effettuava nelle mani del caporale e non dei braccianti – e per sistemare documenti e firmare buste paga definite dagli investigatori non veritiere. Ma i tre si consultavano di continuo anche per scambiarsi informazioni utili a eludere le ispezioni e a rendere efficace quel “serrato controllo” sui braccianti al lavoro nei campi esercitato da Matteo Bisceglia.

Quando le cose si complicavano era la stessa Rosalba che chiamava Saidy. Il 4 ottobre 2020, per esempio, l’imprenditrice chiede al caporale come fare a pagare un bracciante sprovvisto di Iban e gli spiega che è costretta a farlo con un assegno circolare, a causa dei controlli svolti alcuni giorni prima dagli ispettori. Dice Rosalba a Saidy: “Ci sent… domani mattina, noi andiamo in banca… perché l’ispettore del lavoro mi ha detto che non posso fare in altro modo… non posso dare soldi in contanti… perché c’è stata anche l’ispezione…”. E aggiunge: “Senti, poi le busta paga le lascio a Matteo (Bisceglia, ndr) perché me le dovete firmare e ridare”. L’imprenditrice allora prepara un assegno di 395 euro e lo consegna personalmente al caporale, che incontra nella stazione ferroviaria di Foggia. L’importo è il salario per i 5 braccianti e non per i 6 utilizzati, e per questo motivo è superiore alla somma pattuita. Ma bisogna eludere ogni tracciabilità e quindi Matteo spiega a Saidy che “con ciò che avanza” può pagare lui il sesto operaio.

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 12/12/2021