Avanguardie / Due esposizioni a Rovereto celebrano Fortunato Depero, che cercò in America l’energia inseguita dalla sua poetica. Un terzo allestimento ne mette in relazione i lavori con quelli dell’artista coevo Romolo Romani morto nel 1916

Rovereto (Trento)

Fortunato Depero sbarcò a New York nel 1928 che era già pieno autunno. Da quel momento il tempo non sarebbe mai più cambiato fino all’anno successivo, il 1929 della Grande depressione, quando anche gli uomini sarebbero caduti dai grattacieli come le foglie secche dagli alberi. La crisi economica e finanziaria mondiale di quell’anno pose fine a un’epoca, quella dei «ruggenti anni Venti» del cinema e della radio, dell’automobile, del jazz e del ragtime, e insomma dell’energico ottimismo che aveva attirato anche Depero, il futurista Depero, nella città del futuro, New York.

Qui, Depero fondò la Depero’s Futurist House, l’omologa della Casa d’Arte Futurista che aveva creato nel 1919 a Rovereto, città «deperiana» per eccellenza, anche se lui è nato a Fondo, a più di un’ora d’auto da Rovereto, in Val di Non. Depero, com’è noto, era tra gli artisti che volevano «portare l’arte nella vita» e ritenevano che dovesse essere la strada la vera galleria in cui esporre le opere d’arte, tanto più se convinti, come lo era lui, che l’arte del futuro sarebbe stata «potentemente pubblicitaria». Quale palcoscenico migliore di New York, allora? Un unico grande cartellone pubblicitario, sempre scintillante, di giorno e di notte, in cui le invenzioni coloratissime di Depero in tutte le loro forme e applicazioni avrebbero trionfato perché si sarebbero trovate al posto giusto nel momento giusto.

Fu così, per esempio, per alcune scenografie (Roxy Theatre) e per le ambientazioni di alberghi e ristoranti, o per tante illustrazioni e copertine di riviste di successo («Vogue», «Vanity Fair», «The New Yorker», «Sparks»), ma non fu come Depero si aspettava: c’era anche tanta confusione, tanta miseria, tanta infelicità e disperazione in quella città enorme, e questo non corrispondeva all’idea futurista di New York che aveva il futurismo e che quindi aveva anche Depero. Il quale a New York durò poco, ma abbastanza affinché si potesse parlare di «fase newyorkese» di Depero e, oggi, con questo sguardo allestire al Mart di Rovereto la mostra Depero New Depero (curata da Nicoletta Boschiero), che privilegia proprio il viaggio di Depero dal Trentino agli Stati Uniti e ritorno. Un viaggio che non è stato una cesura, ma un completamento e un perfezionamento di un artista già di suo molto originale e vivace.

A Rovereto però, come già detto, c’è la Casa d’Arte Futurista intitolata a Depero – casa museo unica, riaperta nel 2009 dopo il restauro curato dall’architetto Renato Rizzi – e allora Vittorio Sgarbi, presidente del Mart, ha pensato che sarebbe stato più interessante e più divertente prendersi «tutto» Depero, e così ecco l’altra mostra nella casa-museo, Depero e la sua Casa d’Arte. Da Rovereto a New York (curata da Maurizio Scudiero). Accanto a queste «due mostre in una» Sgarbi ne ha concepita una terza, su Romolo Romani, grandissimo pittore sconosciuto ai più, anche perché morto ad appena 32 anni, e firmatario con Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Aroldo Bonzagni del Manifesto futurista, letto in forma di volantino al Politeama di Torino l’8 marzo del 1910.

Romani fu futurista ben prima di Depero e addirittura futurista fondatore, ma benché accolto entusiasticamente nel movimento dal leader Filippo Tommaso Marinetti, fu anche il primo a uscirne. Troppo intimista, Romani. Troppo attento ai moti dell’anima. Troppo poco incline all’ebbrezza della velocità, del progresso, dei corpi in movimento nello spazio. Il fascismo e il presunto fascismo del futurismo, quindi, non c’entrano niente. Dopo che Romani aveva mollato i futuristi, sul «Popolo d’Italia» Margherita Sarfatti continuò a recensirne le opere con la stessa ammirazione di prima e, alla morte, in un articolo appassionato: lui «genio» e la sua arte «sintesi estetica delle passioni umane». Mai per Depero, pur lodato e spesso considerato un modello, furono usate le stesse parole.

Ben consapevole del fascino che l’accostamento Depero-Romani, in realtà una contrapposizione, avrebbe sprigionato, Sgarbi ha chiesto le opere di Romani a Francesca Bazoli, presidente dei Musei Civici di Brescia (dov’è custodita la collezione del milanese Romani) e le ha fatte esporre «in dialogo», come dice lui, con quelle di Depero. Ed ecco quindi la terza mostra del Mart, Romolo Romani. Anima e visioni (curata da Beatrice Avanzi e Roberta D’Adda), in cui si scopre sia il Romani che come Depero dipinge bozzetti per cartelloni pubblicitari (Il Campari, Il Borsalino), sia il Romani che con la sola matita su carta fa sentire il rumore della Goccia che cade sull’acqua allo stesso modo in cui nello stesso anno (1910) Edvard Munch fa sentire L’urlo.

Le novità e le suggestioni con le quali si esce da queste mostre sono molte di più di quante se ne possano qui riassumere e in ogni caso conducono tutte nella stessa direzione, e cioè che Depero è servito a Sgarbi per far conoscere Romani; che Sgarbi è servito al proto-ex-futurista Romani per affermarne la vocazione simbolista, astratta, e per distinguerlo dal futurista doc Depero; e infine che Romani è servito a Depero affinché non passasse il messaggio che quest’ultimo sia stato essenzialmente il brillante pubblicitario di Campari, Cicli Legnano, Strega, o Cioccolato Fago. E infatti così non è, altrimenti non sarebbe stato possibile esporre circa cinquecento opere di Depero diversissime tra loro, dalle tarsie in panno colorato, cucite dalla moglie Rosetta Amadori, ai giocattoli in legno; dalle scenografie e costumi come quelli di Le chant du Russignol fino alle marionette dei Balli Plastici, uno spettacolo del 1918 che è stato ricostruito in digitale da Franco Sciannameo e Don Marinelli con i loro studenti della Carnegie Mellon University di Pittsburgh e viene proiettato al Mart con altri otto video.

Depero diceva di voler essere «ultramoderno», ma sapeva che per raggiungere questo obiettivo non poteva limitarsi a essere soltanto un pittore. «Scopo di questa mia industria d’arte – affermava -, è in primo luogo di sostituire con intenzioni ultramoderne ogni tipo di arazzo-gobelin, tappeto persiano, turco, arabo, indiano, che oggi invade qualsiasi distinto ambiente; in secondo luogo e di conseguenza al primo, è di iniziare una necessaria e urgente creazione di un ambiente interno, sia salotto, sia salone teatrale o d’hotel, sia palazzo aristocratico, ambiente corrispondente ad una moda contemporanea, atto a ricevere poi tutta l’arte d’avanguardia che oggi è nel suo pieno sviluppo». E che nel 1922 Depero ritenne di ritrovare nei princìpi del Manifesto dell’arte meccanica futurista, al quale aderì, sfoderando una pittura dai caratteri metallici, levigati, che riproporrà anche a New York, che dipingerà come The New Babel, con il groviglio di tubi che si diramano nei tunnel della subway o con quelle vette di cemento chiamate grattacieli che saranno pure ultramoderne, ma, alla fine, gli fanno preferire le sue, quelle delle Dolomiti. Diversamente futuriste.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 31/10/2021