Arte / Il pittore in mostra ora a Ferrara e a Parma sarà protagonista di un’esposizione a Manhanattan

Ferrara

«Un giorno finirò nei più grandi musei del mondo», diceva di sé Antonio Ligabue quando ancora era per tutti Toni al mat, il matto. La sua non era una profezia frutto di presunzione, o come tutti pensavano, di una mente malata, perché Antonio Ligabue non era pazzo, ma era epilettico, nonostante sia stato trattato come un matto anche da un punto di vista sanitario, fino all’elettroshock. Una pratica sperimentata per la prima volta in Italia, e poi anche su di lui nel manicomio di Reggio Emilia. Tuttavia, nemmeno le potenti scariche elettriche di quell’apparecchio infernale riuscirono ad addomesticare l’uomo e a spegnere l’artista, poiché Ligabue era un genio, solo che lui lo sapeva e tutti gli altri no.

Toni al mat, questo è sicuro, percepiva la sua infelicità allo stesso modo del suo originale ed esplosivo talento. Era tanto infelice quanto fiducioso nel proprio genio. È stata questa convinzione a farlo resistere fino alla fine dei suoi giorni e a permettergli di ribadire ovunque, incurante dell’irrisione che gli toccava subire, quella sua profezia.

Le opere di Antonio Ligabue, uno dei più grandi artisti del Novecento, finora sono state esposte nelle principali città italiane e, all’estero, due volte a Parigi, e poi a Strasburgo, a Zurigo, ad Amburgo, a Lugano, a Toronto e a Mosca. «Adesso, finalmente, esporremo Ligabue al Metropolitan Museum di New York», ha annunciato l’altra sera Augusto Agosta Tota dal palco del Teatro comunale di Ferrara, dove si è discusso della figura dell’artista di Gualtieri davanti a quattrocento persone con lo stesso Agosta Tota, presidente della Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Ferrara Arte, il critico d’arte Marzio Dall’Acqua, Moni Ovadia, direttore del Teatro comunale, e l’assessore comunale alla Cultura, Marco Gulinelli. L’annuncio di Agosta Tota è avvenuto «in diretta» appena prima della proiezione del film Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, con Elio Germano nel ruolo di Ligabue, e ha sorpreso gli stessi organizzatori della manifestazione e della mostra Antonio Ligabue. Una vita d’artista allestita a Palazzo dei Diamanti, subito sospesa dopo l’inaugurazione a causa del Covid e ora riaperta e prorogata fino al 18 luglio. Così come è stata prorogata, ma a Parma, a Palazzo Tarasconi fino al 29 agosto, l’altra mostra Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla natura, a riprova del grande interesse e della immediata risposta di pubblico ogni volta che si tratti della figura e delle opere di Ligabue. E questo anche perché, come sostiene Sgarbi, «Ligabue piace alle persone semplici e persino ai bambini e non è inquadrabile in uno stile o in una corrente pittorica».

La mostra di Palazzo dei Diamanti, molto ben curata da Marzio Dall’Acqua e Pietro Di Natale, con i suoi settantasette dipinti, dieci disegni a matita su carta e venti sculture in bronzo, testimonia tutta la grandezza, la potenza e l’unicità di Ligabue, che se non fosse stato tradito da una paralisi al braccio destro a sessantadue anni (morirà tre anni dopo, nel 1965) avrebbe continuato a stupire il mondo con le sue bestie feroci in giungle inventate, i circhi equestri, i suoi autoritratti, gli insetti giganteschi, la campagna padana, i paesaggi alpini, i ritratti di donne che non lo amarono mai e di animali domestici che lui amò molto. Una dimensione tutta sua, raccontata con irrequietezza e tormento, e sempre con colori forti, che potessero esprimere la continua lotta per la sopravvivenza degli animali tra di loro e di Ligabue con sé stesso e con il resto del consorzio umano.

Ligabue, dunque, irrompe a Ferrara con il suo istinto di sopravvivenza, e Ferrara lo accoglie con la voglia di tornare alla vita normale attraverso l’arte, affiancando a quella su Ligabue due affascinanti mostre nel Castello Estense: i giganteschi bronzi di Sara Bolzani e Nicola Zamboni ispirati all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e i dipinti del ferrarese Giovanni Battista Crema. Dopo tutto, i viaggi di Ariosto fin sulla Luna sono gli stessi di Ligabue (e di Salgari) su una Terra di fatto a loro sconosciuta, così come la difficoltà di classificare Crema è la stessa che ha riguardato Ligabue, per lungo tempo ingabbiato tra i pittori naïf. Ma Ligabue è Ligabue e tra qualche mese potrà sbarcare anche a New York. Dove, oltre alla mostra del Metropolitan Museum, per dieci giorni si terranno conferenze e seminari su di lui e su quella assoluta libertà artistica che gli faceva ripetere fino all’ossessione: «A me non mi comanda nessuno».

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 8/7/2021