Dialoghi / Il Mart di Rovereto prosegue nel confronto tra i grandi del passato e il presente. Dopo Caravaggio e Raffaello, ora tocca a…

Rovereto (Trento)

Non soltanto Mario Draghi, anche Vittorio Sgarbi non si fa pagare per la carica che ricopre. E tuttavia sarebbe sbagliato dire che il presidente del Consiglio dei ministri e il presidente del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) facciano ciò che fanno «per niente». Lo fanno gratis e in ambiti diversi. Ma non per niente, cioè inutilmente. Se Draghi, nonostante il governo che lo circonda (in tutti i sensi) riuscirà a tirar fuori dalla palude l’Italia, farà ciò che è riuscito in Trentino a Sgarbi, il quale ha trasformato il Mart (bellissima architettura di Mario Botta) in un museo internazionale grazie alle mostre da lui ideate – tre in particolare -, che sono state la migliore risposta «di lotta e di governo» ai continui assalti polemici, ma pretestuosi, nei confronti di iniziative brillanti e intelligenti, oltre che artisticamente di altissimo livello.

La mostra Botticelli, il suo tempo, il nostro tempo, inaugurata il 22 maggio scorso e aperta fino al 29 agosto, è l’ultima di una trilogia dal medesimo filo conduttore: il «dialogo» di grandi artisti del passato con il presente. Dopo fuoriclasse quali Caravaggio, chiamato a confrontarsi con Alberto Burri e Pierpaolo Pasolini, e Raffaello, esibito accanto a Picasso, de Chirico e Dalì, la terza volta del Mart è con Sandro Botticelli, presente con dodici meravigliose opere, incoronate da alcuni magnifici dipinti del Verrocchio, del Pollaiolo, di Filippo e Filippino Lippi. Questa però è la prima parte della mostra, curata con passione ed esperienza da Alessandro Cecchi per MetaMorfosi e già vista alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dove per qualche foto opportunity della influencer Chiara Ferragni, in posa davanti alle più famose opere di Botticelli, si è scatenata una polemica, questa volta sì, «per niente». Senonché su tale polemica di cartone si è fiondato Sgarbi, il quale, per sua stessa ammissione, lo ha fatto «con spirito rapace» (per fortuna, aggiungiamo noi). Ciò che gli ha consentito di telefonare a Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, nel momento stesso in cui stava pensando a come allacciare i fili tra il pittore fiorentino e i trentotto artisti contemporanei che danno vita alla seconda parte della mostra. Nella quale troviamo pittori e scultori, ma anche fotografi, registi cinematografici, la grande creatrice di moda degli inizi del Novecento, Rosa Genoni, la maison Valentino e Marco Lodola, autore di una Venus di lampadine colorate come quelle delle luminarie religiose, che replica La Nascita di Venere del Botticelli e adorna la fontana di Corso Rosmini a Rovereto. Un’opera che è una candela nel buio del coprifuoco e della depressione di massa e che tuttavia ha attirato contro l’autore la canea degli imbecilli da tastiera, non paghi di quelle pretestuose polemiche «per niente» con le quali avevano sperato di azzoppare il presidente del Mart.

Questa seconda parte della mostra, che Denis Isaia ha curato con grande divertimento e abilità, è davvero un’esplosione di idee e riferimenti e citazioni, dal corpo di Venere al corpo di Cristo botticelliani (il Compianto sul Cristo morto è forse l’opera più bella e più forte dell’intera esposizione), e si è rivelata molto più influente della influencer al fine di «promuovere» tra i giovani sia Botticelli sia quella stramba Firenze della fine del Quattrocento. Una città che, scrive Cecchi, «era una Repubblica apparente, retta da otto Priori e un Gonfaloniere di Giustizia» (e chissà a quale Paese assomiglia) e dove un frate domenicano non dissimile da un odierno ayatollah, Girolamo Savonarola, scagliava i suoi anatemi contro l’arte desnuda, riuscendo a far pentire della sua propria opera lo stesso Botticelli, che poi infatti gettò molti suoi dipinti – ormai classificati come «osceni e lascivi» – nei «roghi delle vanità» approntati dal fanatico monaco purificatore.

Savonarola non c’è più, ma ricordiamo tutti le statue di nudi oscenamente coperte in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani ai Musei Capitolini di Roma (governo Renzi, 2016), o i manifesti della mostra di Tamara de Lempicka oscurati per la visita del Papa a Torino (2015), o ancora, il seno della ragazza ritratta ne La verità svelata nel Tempo, dipinto del Tiepolo, nella sala stampa di Palazzo Chigi, che (governo Berlusconi, 2008) venne nascosto alla pubblica vista affinché non recasse turbamento ai telespettatori. Nella mostra ideata da Sgarbi invece non ci sono né censure né falsi pudori. La Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto può mostrare incurante la schiena nuda all’osservatore e Goldfinger/Miss di Mario Ceroli replica otto volte una sull’altra, in legno dorato e a grandezza naturale, la venusiana bellezza della Bond girl dell’omonimo film, mentre il frame di un altro film proiettato su uno degli schermi installati in sala, Le avventure del barone di Munchausen,è un inno alla bellezza perfetta della diciannovenne Uma Thurman, che come la Venere de La Nascita spunta da una enorme conchiglia. E cosa dire della sfrontatezza di Rebirth of Venus di David LaChapelle, che avrà ispirato decine di spot pubblicitari e fa incollare lo sguardo non sul seno nudo della modella, ma sulla composizione coloratissima e lussuriosa del quadro? O della bellezza fascinosa, arruffata, senza trucco, dal seno piccolo, ma penetrante come una stilettata della modella Kate Moss ritratta da Juergen Teller in Kate Moss No. 10, Gloucestershire?

Non possiamo qui citare tutti gli artisti in mostra, possiamo solo garantire che Botticelli è in ognuno di essi con una Idea di Bellezza viva e vitale come la sua Primavera. Un artista però merita una menzione speciale, ed è Adelchi Riccardo Mantovani, che con La sensazionale nascita di Venere surclassa ogni immaginazione e fa spuntare Venere giovinetta, in piedi, da un getto d’acqua simile a un geyser, che erutta dalle gambe aperte della sua gigantesca madre sdraiata supina nel mare. Per lo stupore dei pescatori là intorno.

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 30/5/2021