Esposizioni / Tre secoli d’arte nella mostra ideata da Vittorio Sgarbi a Sutri, nel Viterbese. Oggi l’inaugurazione, chiuderà il 10 gennaio 2022

Mattia Preti, San Sebastiano

La mostra che si apre oggi a Palazzo Doebbing, una volta fastosa e prestigiosa dimora vescovile, è l’ennesima esposizione ardita e originale ideata da Vittorio Sgarbi per la città di cui è sindaco, Sutri, in provincia di Viterbo. Qui, dove l’imponente patrimonio artistico e la bellezza naturalistica sono in grado di offuscare persino l’importanza nella storia dello Stato della Chiesa di questo meraviglioso borgo della Tuscia, non si possono fare mostre qualunque, magari anche belle e ragionate, ma prive di quel guizzo di estro e di fantasia che nell’arte, nella musica e nella letteratura sono ossigeno per il cervello.

Qui, una mostra deve osare. Ma deve anche saperlo fare. Altrimenti non potrebbe mettere insieme Mattia Preti, che Sgarbi considera, insieme con il Guercino, «il pittore che più di ogni altro è riuscito nella teatralizzazione melodrammatica di Caravaggio», e Fortunato Depero, Julius Evola e Jean Pierre Velly, Casimiro Piccolo e Ottavio Mazzonis, Alberto Magri e Cesare Inzerillo, Nora Kersh e Marilena Manzella, e poi Cristian Avram, Tiziana Rivoni, Agostino Arrivabene, Tullio Garbari, Rosa Maria Estadella, cioè una «squadra» di quindici artisti diversissimi tra loro, e tuttavia accomunati dal tema della luce e dell’ombra. Tema che nella mostra di Sutri non viene proposto soltanto come il risultato di una tecnica pittorica, ma è visibile anche come emozione, non detto, proiezione interiore, e persino come scherzo o sberleffo di un elfo, un troll, un coboldo, o un nano dispettoso come quelli, bellissimi, di Casimiro Piccolo.

L’unico «errore», diciamolo subito, di una mostra come questa è proprio nel titolo, Luci e ombre, che risulta generico rispetto alla ricchezza di opere e di spunti di riflessione, perché se la mostra osa, e vi riesce benissimo, quel titolo frena. Se questa mostra fosse stata un film, sarebbe stato The Blues Brothers, quindi meglio titolarla La luce, quella che nel film vedono John Belushi e Dan Aykroyd, oppure Ombre, che sempre nello stesso film il cieco Ray Charles riesce a squarciare quando si mette al pianoforte. E questo anche per un’altra ragione, e cioè per il profondo sentimento religioso di cui questa mostra così «pagana» è impregnata: proprio come The Blues Brothers, che fra lo stupore generale l’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, definì «un film memorabile e di fatto cattolico».

Prendiamo per esempio Ottavio Mazzonis. Artista del Novecento, morto appena undici anni fa, non «teme» né «si vergogna» di misurarsi con la iconografia cristiana, anzi si fa felicemente coinvolgere dalla «scelta anacronistica» della pittura religiosa e dipinge il Polittico Via Crucis, un’opera che lo colloca fuori dal tempo e che però non gli impedisce, quando si occupa delle due donne della vita di Gesù, Maria e la Maddalena, e specialmente di quest’ultima, di far prevalere la donna reale, il suo fascino, la sua seduzione, il suo pianto e il suo dolore sotto la croce mentre Gesù viene crocifisso, e la sua gioia, la sua commozione quando Cristo le si manifesta risorto. La Maddalena è dunque donna vera, è Silvia, musa e modella di Mazzonis, ed è «la donna», che ritroviamo in Malinconia con sfera e Nudino con sfera. Un realismo che trecento anni prima caratterizzava, e con quale forza, le opere di Mattia Preti, il calabrese di Taverna, nella Sila, che come il «maledetto» Caravaggio – ma con ben altro e fausto destino -, operò a Roma, a Napoli e a Malta.

Preti non è Caravaggio, ma lo porta sulla scena come nessun altro. Le ombre e le luci di Preti sono caravaggesche, ma con un sovrappiù di enfasi, ciò che fa la differenza tra la realtà e il palcoscenico, al punto che Sgarbi definisce Preti «l’equivalente meridionale dei pittori dei Sacri Monti», accostandolo al grande Tanzio da Varallo, al secolo Antonio d’Enrico, tra gli autori della cosiddetta «Gerusalemme sul Sesia». Titolo a parte, quindi, la mostra di Sutri i Blues Brothers non se la sarebbero persa. Se non altro perché si dichiaravano «in missione per conto di Dio».  

Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9/5/2021