Uscirà il 4 marzo, venti giorni dopo la scomparsa del suo autore, l’ultimo volume del critico musicale Paolo Isotta. E’ un atto d’amore (scritto con il cuore e con la ragione) verso un attore che fu solista gregoriano, erede di Aristofane e Plauto, sodale di Boccaccio e Molière

«Il Museo Totò, nonostante gli annunci del ministro Franceschini, ancora non c’è; e la casa natale a Santa Maria Antesaecula è in rovina». Si conclude così San Totò (Marsilio, 312 pagine, € 18), l’ultimo libro di Paolo Isotta, in uscita, postumo, il 4 marzo.

Paolo Isotta è stato il più grande musicologo, storico della musica e critico musicale italiano ed europeo degli ultimi trent’anni. Ma ha scritto e ragionato con genio e finezza anche di molto altro. Questo suo preziosissimo libro non è soltanto un tributo al concittadino Antonio de Curtis, l’immenso Totò, ma una vera e propria perorazione per la sua beatificazione. Isotta è più efficace e più documentato di un agguerrito postulatore che debba affrontare l’advocatus diaboli (figura istituita nel 1587 da Papa Sisto V e soppressa nel 1983 da Papa Giovanni Paolo II) in un processo davanti alla Congregazione per le cause dei santi, ed è quindi logico che vinca lui e che il suo antagonista se ne vada scornato e con la coda tra le gambe.

Totò alla fine è dichiarato santo perché con la sua comicità, scrive Isotta, «aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile: che altro fanno i santi?» e perché, come diceva lo stesso Totò, «l’attore deve essere come il medico, come il prete, deve andare dove lo chiamano, dove c’è bisogno di lui». Dal giorno successivo alla sua morte (il 15 aprile 1967, aveva da poco compiuto 69 anni) e ancora fino a poco tempo fa, tanta gente è andata a pregare sulla tomba di Totò, a Santa Maria del Pianto a Napoli, chiamandolo Santo Totò e chiedendogli grazie come fa con San Gennaro. Ma fu Federico Fellini il primo a chiamarlo così, San Totò (da qui il titolo del libro), perché riteneva Totò una maschera così grande che nessun film sarebbe stato in grado di contenerla, anche se poi, scrive Isotta, Fellini «ha sempre rimpianto di non aver mai girato un film con Totò, ma la prima colpa era sua, di Fellini».

Per Isotta, che ha sempre detto di non credere in Dio ma solo nei santi, la spiegazione della santità di Totò è nella sua religiosità arcaica e pagana. Quella che il cristianesimo, diventato religione di Stato grazie a Costantino (editto del 313) e a Teodosio (decreti del 380 e 391), ha annientato con furia iconoclasta talebana, attraverso la distruzione di templi e opere d’arte e l’assassinio di ingegni ribelli (Ipazia). Fino a quando la Chiesa cattolica – qui Isotta cita Ruggero Guarini – ha «recuperato» parte di questo paganesimo con la reintroduzione del dramma liturgico medioevale, al centro del quale stava il canto gregoriano del VI secolo con i suoi cantori solisti, fenomenali improvvisatori. Come Totò. Il quale, afferma Isotta, è stato al tempo stesso un solista gregoriano (l’altro solista era Peppino De Filippo, e «l’adattamento reciproco a velocità supersonica» tra i due è meraviglioso), un erede di Aristofane e di Plauto e un comico naturale, la cui anima «anarchica, eversiva, sulfurea, mercuriale, fallica, acrobatica, ingovernabile» discende direttamente dalla comicità più antica, più remota, che secondo Lucrezio era stata ritualizzata fin nella preistoria e che ha mantenuto sempre le stesse caratteristiche e lo stesso scopo: irridere l’autorità e la stessa realtà, poiché «l’irrisione è l’arma con cui il comico disinnesca il potere, mettendolo di fronte al proprio nulla o alla propria miseria».

Totò però è ancora di più. Non solo Ironia e Umorismo, ma – secondo la tripartizione pirandelliana – anche Facezia, e dunque gli appartengono anche Boccaccio, Rabelais, Moliere. «Questa sua molteplicità – scrive Isotta – non venne compresa dagli intellettuali italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Che non lo capisse Alberto Moravia, va bene. Ma che non lo capisse nemmeno Elsa Morante è grave». Sembrava che tutti volessero ingabbiare Totò nel «personaggio», quando invece egli era una «maschera». Un errore che fece anche Pier Paolo Pasolini, il quale – sostiene Isotta – è un grande intellettuale, ma come regista cinematografico lascia a desiderare, soprattutto quando dirige Totò in Uccellacci e uccellini. «Totò – scrive Isotta – di questo film si disse contentissimo: abituato a esser snobbato dalla critica, si compiacque di esser stato scelto da un grande intellettuale e aver lavorato con lui. Ma a me la pellicola pare davvero scadente». L’argomentazione che Isotta svolge nel libro è robusta ed è avvalorata dal parere di quei pochi ma buoni che in quegli anni non temevano di andare controcorrente. Come Ennio Flaiano, per esempio, o Mario Soldati, che fotografò immediatamente e in maniera fulminante la comicità di Totò. «La molla più potente della risata di Totò è nel suo assoluto non conformismo», scrisse Soldati.

Per queste ragioni, continua a martellare Isotta, Totò è un genio mentre Charlie Chaplin è un grandissimo attore, Totò è un genio mentre Eduardo De Filippo è un grande attore. Non solo. Tra Totò e quest’ultimo vi è una vera e propria «contrapposizione teoretica», poiché in scena essi rappresentano due Napoli diverse. Eduardo, scrive Isotta, è «il piccolo borghese cantore dei buoni sentimenti e dei valori della coesione sociale, conservatore dal punto di vista politico-ideologico», mentre l’aspetto principale della Napoli di Totò «è la sua natura radicalmente antiborghese, al contempo arcaica e dadaista». Ma ha prevalso il più rassicurante modello eduardiano, il cui eroe eponimo è stato consacrato e poi nominato senatore a vita (dal presidente Sandro Pertini), quando invece, polemizza Isotta, quella nomina doveva andare a Salvo Randone o a Giorgio Albertazzi, e ancor prima (presidente Giuseppe Saragat) a Totò.

Tutto questo, e molto altro, Paolo Isotta lo fa anche «vedere» attraverso l’esame dettagliato dei 90 film di Totò, ogni film una scheda, che in realtà è al tempo stesso un riassunto della trama degna del miglior cronista intrecciata alla recensione mai banale del critico e alle erudite e piacevolissime digressioni dell’intellettuale (perdonaci, Paolo, per questa espressione e intercedi per noi presso San Totò).

Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 21/2/2021