Palermo / «Terracqueo», la mostra (dal 15 settembre al 31 gennaio 2021) che racconta una storia millenaria di incontri e scambi. In esposizione archeologia, geologia, storia. E l’oggi con il reportage di Carlo Vulpio e Lucia Casamassima in 17 Paesi

di Damiano Fedeli, Corriere della Sera, 15/9/2020

La nave è capovolta. Gli uomini sono in mare, uno sta finendo in pasto ai pesci. È una scena tragica quella che raccontano i disegni del cosiddetto Cratere del naufragio dell’VIII secolo avanti Cristo, il vaso più antico fra quelli ritrovati in Italia a mostrare delle figure umane. Eppure quel reperto riemerso nella necropoli di San Montano, sull’isola di Ischia, racconta una vicenda drammaticamente attuale, 2.700 anni dopo, quella di persone che perdono la vita solcando il Mediterraneo.

È uno degli spunti che legano il passato all’oggi all’interno della grande mostra Terracqueo inaugurata il 15 settembre a Palazzo Reale a Palermo e che rimarrà aperta al pubblico da domani fino al 31 gennaio. L’esposizione palermitana ha proprio il Mediterraneo al suo centro. Un microcosmo dove la terra e il mare si fondono — da qui, appunto, il titolo — e dove la Storia si dipana, fatta delle piccole storie quotidiane degli uomini che ci abitano. Vicende che sembrano ripetersi uguali da secoli. Così un altro vaso, il Cratere del venditore di tonno, della prima metà del IV secolo avanti Cristo, presenta con le sue figure rosse una scena siciliana che potrebbe ripetersi in uno qualunque dei mercati del pesce a Palermo o in un villaggio di pescatori lungo i quarantaseimila chilometri di costa del mare nostrum: un venditore che affetta un tonno per il suo cliente, pronto con la moneta in mano.

L’esposizione non vuole essere una mostra classica ma una narrazione, il racconto di uno spazio, il Mediterraneo appunto, fatto di terra, di mare e di uomini che si muovono per commerci o in cerca di una vita migliore. Un mare dove si intrecciano vite, dolori, speranze. Lo sottolineano gli organizzatori della Fondazione Federico II e il comitato scientifico che si è creato appositamente con Dipartimento dei beni culturali e Centro regionale per il restauro, musei e soprintendenze: 324 i reperti in mostra fra sculture, rostri di nave, monete, anfore. Con collaborazioni e prestiti da importanti collezioni, come quelle del Mann, il Museo archeologico nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, i Musei Capitolini o il Museo etrusco di Volterra.

Una mostra che, nelle sue otto sezioni, tocca la geologia, l’archeologia (quella subacquea in particolare), le guerre, le migrazioni e i commerci, la navigazione e le risorse. Oggetti preziosi e anche tanta multimedialità, con installazioni virtuali, video, modelli. Fino ad arrivare al Mediterraneo oggi, con il reportage realizzato dal giornalista Carlo Vulpio e dalla fotografa Lucia Casamassima che in otto mesi hanno toccato diciassette Paesi del Mediterraneo, mare che Vulpio definisce «il più grande condominio del mondo». Infatti è un ambiente che è «ponte, crocevia, culla, spazio geografico e mentale, area commerciale e culturale, mare di religioni, di migrazioni e di guerre, e persino, suggestiva immagine, continente liquido». Un «sesto continente» difficile da inquadrare in un’unica definizione, «tanto è vero che si parla a giusta ragione di tanti e differenti Mediterranei all’interno dello stesso mare», conclude Vulpio.

Il percorso della mostra comincia con l’Atlante Farnese, marmo del secondo secolo, il gigante che regge sulle spalle il globo della volta celeste con la raffigurazione delle costellazioni, importante riferimento per i naviganti. Una scultura, in prestito dal Mann di Napoli, dove si fondono arte e scienza. Altro pezzo forte è il marmo del primo secolo che rappresenta la ninfa Nereide mentre cavalca Pistrice, mostro marino dalla testa di drago. Ritrovato a metà Ottocento a Posillipo nella villa di Publio Vedio Pollione, ricco cavaliere romano, anche questo pezzo è un prestito dell’Archeologico di Napoli. E, ancora, sarà in mostra il Louterion, altare rituale di bordo con cui si chiedeva protezione durante la navigazione. Preghiere non andate a buon fine visto che l’oggetto è stato ritrovato nel relitto chiamato Panarea III, un naufragio del terzo secolo prima di Cristo.

«Terracqueo rappresenta il complesso e articolato racconto storico del Mediterraneo», sottolinea il presidente della Fondazione Federico II di Palermo, Gianfranco Miccichè. «L’arte è il migliore strumento contro l’indifferenza, richiama emozioni e anima lo spirito che conduce alla riflessione, poiché provare a immedesimarsi nelle produzioni artistiche dell’antichità può essere la chiave per comprendere meglio il presente». Se il Mediterraneo è oggi luogo di contrasti, fra ricchezza e povertà, come nota Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, la mostra palermitana — e lo sottolinea Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana — «è l’occasione per una riflessione che tutti dovremmo fare, quella di rileggere questo piccolo mare, scrigno di bellezze e sorprese, alla luce dell’attualità».