Palermo / A Palazzo Reale fino al 6 aprile la mostra che celebra la pittrice e suo marito Vincenzo Ragusa. O’Tama Kiryhoara arriva da Tokyo nel 1882. E porta l’arte d’Oriente



Palermo


E’ una storia bellissima di arte, di apertura, di contaminazione, di mondi diversi e opposti che quando si conoscono addirittura si fondono, prendendo il meglio l’uno dall’altro, questa storia della pittrice O’Tama Kiryhoara e dello scultore Vincenzo Ragusa, che sul finire dell’Ottocento riescono a portare il Pacifico nel Mediterraneo, il Giappone in Italia, Tokyo a Palermo, e viceversa.
Dopo oltre due secoli di chiusura del Giappone al mondo, in base a uno specifico editto del 1639, a metà del XIX secolo l’imperatore Mutsuhito decide che può bastare e apre il Paese del Sol Levante all’Occidente, alle sue istituzioni politiche, amministrative, militari, alla sua tecnologia e alla sua arte. E, per l’arte, Mutsuhito in Giappone vuole gli italiani. Scrive al governo, che si rivolge all’Accademia di Brera, che a sua volta seleziona tre persone – lo scultore Vincenzo Ragusa, il pittore Antonio Fontanesi e l’architetto Giovanni Vincenzo Cappelletti – e le invia in Giappone. I tre devono insegnare le tecniche e lo stile dell’arte occidentale, trasmetterne la monumentalità, il naturalismo e il verismo, e nello stesso tempo soddisfare l’obiettivo della nascente «nuova scuola giapponese» che intende legare l’insegnamento dell’arte all’industria.
L’Oriente vuole abbeverarsi all’Occidente, ma inevitabilmente accade anche l’inverso. La fascinazione è reciproca, in Europa si comincia a elogiare il «giapponismo», ma Ragusa ne viene letteralmente folgorato e resta in Giappone per sei anni. Conosce O’Tama, di vent’anni più giovane di lui, la vede dipingere, se ne innamora, la sposa e torna in Italia con lei e con 110 casse in cui ha raccolto 4200 oggetti d’arte e artigianato nipponici: bronzi, armi, kimono, ventagli, disegni, dipinti, tessuti, lacche, smalti, stampe.
Comincia così quella Migrazione di stili – secondo l’azzeccatissimo titolo della mostra aperta fino al 6 aprile 2020 a Palazzo Reale di Palermo, a cura della Fondazione Federico II e con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia – che tanta influenza avrebbe avuto sull’arte europea, a cominciare dall’impressionismo francese, «aiutandola» a scrollarsi di dosso gli statici canoni dell’accademia.
La Palermo in cui O’Tama arriva nel 1882 (e dove rimarrà per cinquantuno anni) è quella dei Florio, dei Whitaker, dei Woodhouse, una città che può paragonarsi a Parigi come seconda capitale dell’Art Noveau, che sta crescendo con i suoi nuovi quartieri, nuovi ospedali, la Biblioteca nazionale, la Scuola per ingegneri, e che riesce a terminare la costruzione di due grandi teatri, il Politeama Garibaldi (1891) e il Massimo (1897) nel volgere di un tempo che oggi per qualunque opera pubblica ci parrebbe da marziani. Ma non è ancora una città pronta ad accogliere l’eclettismo di O’Tama Kiryhoara e i progetti di Vincenzo Ragusa. Il quale a Palermo fonda una scuola di arte orientale con laboratori di tecniche giapponesi, ma incontra enormi difficoltà per mandarla avanti e per far acquisire al patrimonio pubblico la sua collezione, nonostante Luigi Pigorini, direttore del Regio museo preistorico etnografico di Roma che poi avrebbe preso il suo nome, scrivesse ripetutamente a ministri e autorità che si era di fronte a «una raccolta rara e di notevole pregio… che nel museo che presiedo manca completamente e colmerebbe la grave lacuna che concerne l’Estremo Oriente».
O’Tama non fu soltanto la prima pittrice orientale a venire in Europa, o un’artista capace di fondere tecnica e creatività, verismo occidentale ed estetica tradizionale giapponese, ma, dice Patrizia Monterosso, direttore della Fondazione Federico II, «fu anche una pioniera perché abbattè un muro, e quando si abbatte un muro il primo mattone è il più difficile da buttare giù».
Tra le 80 opere esposte a Palermo, con un allestimento nei corridoi e nella sale di Palazzo Reale che sa trasmettere l’emozione di questo incontro di stili e di mondi, vi sono 46 acquerelli visibili per la prima volta, restaurati in modo impeccabile dal Centro regionale per la progettazione e il restauro di Palermo con il quale hanno collaborato, e questa è davvero una bella notizia, i ragazzi del Liceo artistico «Vincenzo Ragusa-O’Tama Kiryhoara», quella scuola cioè che Ragusa e O’Tama non riuscirono a far decollare cento anni fa come scuola-museo e che oggi è a loro meritatamente intitolata.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 17/12/2019