Padre del muralismo sardo e scultore Pinuccio Sciola amava le pietre. Le faceva vibrare, ne tirava fuori la “voce”, le trasformava in strumenti. Come nella “Città sonora”, gruppo di torri che “la Lettura” ha potuto vedere a casa dell’artista scomparso nel 2016. Ora una serie di iniziative celebra questo cultore della materia, parola che ha radice comune con “mater”. Madre Natura


Pinuccio Sciola


San Sperate (Sud Sardegna)


«La Sardegna è la più bella scultura al centro del Mediterraneo», diceva Pinuccio Sciola, artista sommo, nato, cresciuto e morto – due anni e mezzo fa – a San Sperate, un paese di 8500 abitanti a venti chilometri da Cagliari, dove i singolari muri di fango e paglia delle case, oggi quasi tutti decorati da murales, non sono più il triste proscenio della povertà di cinquant’anni fa, e gli orti tutt’intorno sono sempre verdi grazie al fiume Mannu, e i pescheti portano ogni anno frutti in abbondanza più che nel resto dell’isola.
Sciola scolpiva le pietre – soprattutto le pietre, ma anche i tronchi di olivo e olivastro, duri come le pietre – perché era convinto di ciò che gli disse, e in verità ancor prima che glielo dicesse, Gillo Dorfles, suo amico e suo grande estimatore. «Sono le pietre – diceva Dorfles – le vere creature dell’isola». Non solo per i settemila nuraghi, per i dolmen e i menhir. Non solo per una scultura che in Sardegna si pratica, e con quale ingegno e finezza, fin dal terzo millennio avanti Cristo. Ma proprio per le pietre così come sono, si tratti delle più «nobili» come il marmo e il granito o delle più «umili» come gli scisti, i basalti, o la trachite di Ozieri e di Serrenti. Tutte queste pietre, la pietra, sono materia viva, fanno parte e sono esse stesse la Natura che ispira Sciola.
Una Natura di pietra sulla quale Sciola, artista singolare, unico, agisce con l’osservazione, il pensiero, e poi con lo scalpello, la fiamma ossidrica, il taglio a getto d’acqua ad alta pressione, e infine con le carezze. Le grosse mani di Sciola che accarezzavano soffici e delicate come piume le sue imponenti sculture di pietra, facendole vibrare quasi fossero corde di un’arpa e suonare come xilofoni, sono state lo spettacolo meraviglioso di una dimostrazione «scientifica» che Sciola aveva inseguito per lungo tempo: scolpire, incidere, sezionare, levigare le pietre per farle esprimere come esseri viventi attraverso le nuove forme in cui lui le modellava, ma soprattutto attraverso la «voce» che riusciva a tirarne fuori, vibrazioni visibili a occhio nudo e note musicali uguali a quelle che emetterebbe qualsiasi strumento ben accordato e ben suonato.
La Città sonora, per esempio, un gruppo di torri e grattacieli che potrebbero essere New York o Chicago, Milano o Francoforte – che «la Lettura» ha potuto vedere insieme con i primi bozzetti dell’opera sul grande tavolo dell’incredibile casa-museo-laboratorio di Pinuccio Sciola a San Sperate, vibra e suona in ogni suo edificio quando Maria Sciola – che con i fratelli Tomaso e Chiara ha costituito una fondazione intitolata al padre – li accarezza nel modo in cui Pinuccio le ha insegnato a fare fin da bambina. La stessa abilità ha maturato Giulia Pilloni, cugina di Maria e nipote di Pinuccio, autrice di una accuratissima tesi di laurea magistrale in Storia dell’Arte all’Università di Cagliari su Pinuccio Sciola e vestale del Giardino sonoro di San Sperate. Un paio di ettari di ulivi, fichi d’India, aranci e limoni tra i quali sono state sistemate le opere di Sciola, ben ottocento megaliti che Giulia e Maria spiegano ogni giorno ai visitatori che giungono fin qui (circa 15 mila all’anno, nonostante l’eterna questione dei costi esosi da e per la Sardegna, che penalizza più di tutti i sardi).
Megaliti sonori, dunque. Ma non solo. Ci sono anche sculture di basalto, che Pinuccio ha ferito e fatto sanguinare con la fiamma ossidrica, lasciando raggrumare in lava la pietra offesa, e sculture in metallo, o addirittura in tubi Innocenti, con le quali Sciola ha voluto rappresentare le «canne al vento» raccontate da Grazia Deledda o riproporre le forme eccentriche e bizzarre delle opere di Antoni Gaudì, benché gli scultori ai quali Sciola deve davvero qualcosa, e ai quali per sua stessa ammissione si è ispirato, siano Arturo Martini, Marino Marini e soprattutto Giacomo Manzù.
Le pietre sonore sono però il punto di arrivo del cammino artistico di Pinuccio Sciola e non si capirebbero fino in fondo, e forse non sarebbero nate, se la sua vita non fosse stata com’è stata, simile a quella di Antonio Ligabue e di Gavino Ledda nella realtà, e al protagonista del romanzo di Giulio Angioni Assandira nella finzione. Sciola fu autodidatta come Ligabue e come lui ripeté tre volte la seconda elementare. E come Ledda, che si iscrisse a 25 anni al liceo classico «Azuni» di Sassari, Sciola arrivò al liceo artistico di Cagliari solo a 18 anni. Mentre nella finzione letteraria Sciola e Saru, il pastore protagonista di Assandira, sembrano la stessa persona, uomini in rivolta contro «il folklore e i suoi panni colorati, che nascondono tutto il resto», come disse Sciola già nel 1976, quando approdò alla Biennale di Venezia con la sua idea di San Sperate «paese-museo». In quella occasione, nonostante i contrasti e le polemiche, Sciola riuscì a imporre il suo racconto: «la vera Sardegna» contro il luogo comune del «paradiso selvaggio» abitato da due tipologie di personaggi, i banditi alla Graziano Mesina e i miliardari alla Aga Khan.
Fece in fretta, Sciola, e recuperò il tempo perduto. A 25 anni era già in Spagna, all’Università madrilena della Moncloa e a studiare le pitture delle grotte rupestri di Altamira. Due anni dopo torna in Sardegna, a San Sperate, e fra la incredulità e la resistenza dei compaesani comincia a ricoprire di calce bianca i tristi muri marroni di paglia e fango del paese e a decorarli con grandi dipinti. Era nato il muralismo sardo. Un fenomeno che da allora non si è mai fermato, dalla versione più politico-ideologica di Orgosolo a quella più squisitamente artistica di San Sperate. E questo grazie anche al fatto che Pinuccio Sciola volle andare in Messico a confrontarsi con il maestro del muralismo sudamericano, David Alfaro Siqueiros, dal quale non avrebbe potuto ricevere un attestato migliore di questo: «Sei un maya che ha solo vissuto lontano da qui», gli disse Siqueiros.
Tornato a casa, Sciola completa l’opera. Questa volta l’intero paese lo segue con entusiasmo, arrivano a dare il loro contributo anche artisti stranieri, persino i bambini vengono lasciati liberi di scatenare la loro fantasia sui muri imbiancati come a scuola non possono fare e addirittura viene cambiato il colore delle strade, che, diventando azzurre, gialle, verdi, rosse, mutano l’umore di chi in paese ci vive e di chi ci passa. Eccolo dunque il paese-museo, quello che, se la Biennale lo voleva, doveva essere così com’era, nei colori, nelle facce e nelle storie dei sardi che poi sbarcarono a Venezia e in quella Biennale del 1976 lasciarono la loro impronta. Esattamente com’era accaduto l’anno prima, quando Sciola volle e ottenne una mostra all’aperto a Nuoro, dove le sue sculture in legno, in grandezza naturale e dai titoli inequivocabili – Cadaveri, Impiccati, Pecore sgozzate – vennero disseminate per terra, nelle strade e nelle piazze della città, per parlare della morte, dalle vittime della strage di Brescia del 1974 all’amico che in preda allo sconforto si era impiccato, fino alla «condizione sarda» di un’agricoltura e di una pastorizia ricacciate indietro dai duecentomila ettari dell’Isola assoggettati a servitù militare.
«La Sardegna, Venezia, il Mediterraneo, è tutto un mondo che è minacciato», disse Pinuccio, precorrendo di decenni attraverso l’arte i temi che la politica non vedeva e che oggi ci ritroviamo tra le mani come i più gravi e i più delicati.
Il centro di gravità della ricerca di Pinuccio Sciola e della sua arte è sempre stato il rapporto tra l’uomo e la natura, la necessità di un rapporto armonico tra loro, pregiudicato dalla ineffabile capacità dell’uomo di creare i propri mali, che finiscono per deformarlo, divorarlo, distruggerlo nel corpo e nella mente. E poiché la natura è madre, e porta in sé stessa il concetto di maternità, la via migliore per conoscerla e rappresentarla è per Sciola la materia. Dalla materia, attraverso la comune radice mater, si arriva alla maternità, cioè ci si ricongiunge alla natura.
Ecco perché la pietra. E’ la pietra la materia per eccellenza, perché è materia vivente. E’ lei che ci riporta alla madre. E’ per questa ragione che Sciola l’ha amata e le ha dato «voce» nel vero senso della parola. Ma allo stesso tempo è anche andato oltre l’arte e, sempre a San Sperate, ha creato una scuola, il Centro internazionale per la lavorazione della pietra, dove formare artisti che fossero anche artigiani, in grado cioè di esercitare un mestiere che in Sardegna nessuno o quasi conosceva, nonostante l’abbondanza di materia prima – granito e trachite – esportata, lavorata fuori e rivenduta a prezzi molto più alti.
Le sculture dell’artista di San Sperate, va detto, non sono state «scoperte» dopo la sua morte e anzi, lui vivo, hanno incontrato l’apprezzamento e i riconoscimenti che meritano. Renzo Piano, nel 2002, scelse per il giardino interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma una delle monumentali pietre sonore di Sciola, e nel 2012 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nominò Sciola commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Adesso i megaliti hanno cominciato a girare il mondo senza il loro artefice. Quest’anno in Inghilterra, l’anno prossimo negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. Se una nuova Età della Pietra toccherà all’umanità, c’è solo da augurarsi che sia quella delle pietre sonore di Pinuccio Sciola.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 1/12/2019