Il romanzo. Carlo Vulpio racconta la storia del Van Gogh italiano, «genio infelice», agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca e al tema dell’emigrazione



di Silvia Mazza, La Sicilia, 6/11/2019


Il romanzo “Il genio infelice” di Carlo Vulpio (Ed. Chiarelettere, 250 pagine, euro 17,60), “Il romanzo della vita di Antonio Ligabue”, come recita il sottotitolo, racconta, agganciandola alla cornice sociale e storica dell’epoca (la prima metà del secolo scorso) e al tema di cocente attualità dell’emigrazione, la storia tormentata del pittore, il Van Gogh italiano, riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento. Non c’è niente di più emozionalmente impegnativo di un’arte (quella di Ligabue) e di una scrittura (quella di Vulpio) apparentemente facile. Sin dal titolo: “Il genio infelice”.
Ma quale altra dimensione che l’infelicità conobbero Michelangelo, Monet e De Chirico, affetti da depressione, Munch schizoide, Rousseau masochista o Van Gogh, il “pittore malato” per antonomasia? o anche Hendrix, Morrison, Wolf, Pavese, Baudelaire, depressi e psicotici? Infelici, tutti. Dunque, non lo stereotipo dell’artista folle e maledetto, ma fin da subito per lo scrittore, giornalista del Corriere della Sera, deve essere chiara l’eccezionalità: se il genio non può che essere infelice, allora quello che vuole dirci è che Ligabue è il più infelice tra gli infelici, perché la vita, dell’artista come quella delle belve che raffigura nei suoi dipinti, non è una lotta di sopravvivenza, ma una lotta di sopraffazione in cui si afferma il più forte. Senza scampo. Tranne che sottrarvisi solo grazie a un’altra sopraffazione. Come la Vedova nera che in un dipinto, ribaltando le sorti della battaglia, infligge un colpo mortale al leopardo, avventatosi su uno scimpanzé devastato dal terrore di una morte certa. Questa via di scampo per Ligabue è l’arte. Arte, quindi, come gesto di sopraffazione con cui imporre non solo questa tormentata visone della vita, ma soprattutto se stesso, attraverso l’ossessiva serialità degli autoritratti, con minime variazioni, fatta eccezione per quello nei panni di Napoleone, forse autoironico alla maniera dissacrante di Jean De Buffet.
Ligabue, imitando versi e movenze della belva da dipingere come uno sciamano posseduto, si eleva a quella dimensione super-umana concessa dal furor della creazione artistica e così può stabilire una legge contro natura: la vittima, il perdente, vive in eterno attraverso le sue opere. «Un giorno io sarò nei più grandi musei del mondo» disse una volta: non la proiezione di un desiderio, ma una lucida consapevolezza. Come l’utopia del carnevale di Bachtin, che rovesciando l’ordine esistente diventa condizione per l’esercizio della libertà, Ligabue attraverso la sua arte ha ribaltato il destino che in vita l’ha voluto un vinto, rendendosi libero per sempre dai dogmi e dalle convenzioni sociali.
Per questo il romanzo di Vulpio è un potente antidoto contro il tentativo di annichilimento del pensiero e delle esistenze che si rinnova funesto nella storia, capace di parlare all’umanità attraverso tutte le epoche, come solo i grandi classici sanno fare. Il dramma di questa storia è serrato in una ring composition tra la domanda all’inizio del libro – “Ma lo sai di chi sei figlio, tu?” – che avrebbe accompagnato per tutta la vita Toni al mat (il matto, come veniva chiamato nella Bassa padana), dilaniandolo peggio dei colpi che infliggeva al naso per renderlo simile al rostro di una di quelle aquile che dipingeva, e la frase – “non dovevo nascere” – pronunciata come in un’oratoria epidittica alla fine dei suoi giorni. Di mezzo ci sono il tema dell’emigrazione verso la Svizzera e dei parassiti da cui fuggiva in patria. Pebrine, brusoni, mosche olearie e i ragni diventeranno enormi e letali nei dipinti, sintesi visiva della sua solitudine, catarsi alle crisi provocate dall’alienazione mentale, ma anche ricovero dei ricordi drammatici della sua adolescenza. Ci sono, poi, le sorgenti che hanno alimentato il bagaglio figurativo dell’artista (lo zoo, i musei d’arte e di storia naturale a San Gallo, il circo, i pittori naïf dell’Appenzell, l’incontro con i pittori e scultori Mazzacurati e Mozzali); il ribaltamento del concetto di alienazione, per cui più che il disagio del singolo ad accettare la civilizzazione si assiste al disagio della civiltà a riconoscere l’eccezionalità del singolo; gli ingressi e uscite da un manicomio all’altro; l’isolamento lungo le golene del Po, condizione per garantirsi la libertà, ma anche per sedare l’ansia a contatto con l’acqua; l’atelier nello sgabuzzino dell’Agip; l’incontro col “procuratore” Agosta Tota “tra persone in lotta con la vita”. Il racconto empatico dello scrittore cede al taglio cronachistico del giornalista, che va rintracciando il riflesso della strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 nelle opere “sanguigne” di quel periodo o l’incontro con Cesarina nei dipinti “pacificati”. E che non rinuncia alla polemica con un Montanelli che banalmente incomprese il genio, l’uomo. Tutto.
I dialoghi che interrompono la prosa sono come un coro greco che commenta ciò che avviene sulla scena e talvolta interviene direttamente nell’azione; e in quelle “figure che avevano sempre qualcosa da dire”, alle quali, col Vasari, sembra mancare solo “il moto et il fiato”, rivive il topos dell’arte così rispondente al vero da sembrare viva.