di Mario Turco, letteraturaecinema.blogspot.com



L’alienazione dell’artista dal consesso civile è forse requisito necessario alla creazione. Un certo grado di distacco ideologico e comportamentale è richiesto a chi voglia alzarsi dalle masse e non farsi schiacciare dall’insostenibile leggerezza dell’essere umano della propria epoca. Tanti grandi benefattori dell’umanità sono stati oltraggiati in vita dagli stessi che li avrebbero poi glorificati in morte. Se questa è purtroppo una pratica diffusa il caso di Antonio Ligabue ne rappresenta un caso limite.
Alla luce di queste argomentazioni si può allora capire la scelta di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, di raccontarne la difficile vita in Il genio infelice (edizioni chiarelettere, 250 pagine, euro 17,60). Ed è la stessa firma della Terza pagina del quotidiano di via Solferino, quella riservata alla cultura, e di inserti letterari di grande raffinatezza come la Lettura ad esplicitare i motivi della scelta di redigere la biografia del grande pittore, quantomeno esemplificativa dell’insanabile contrasto tra individuo ai margini e società: “Ma ancor di più la mia curiosità nasce per l’Antonio Ligabue uomo, vissuto in un secolo folle, che ha visto il susseguirsi delle due grandi guerre, enormi stravolgimenti economici, politici, sociali. Un secolo della follia in cui per folle si faceva passare, invece, lo stesso Ligabue che piuttosto era solo un “epilettico”, un uomo contro il quale la vita si è accanita terribilmente, in maniera brutale”.
Il genio infelice è infatti prima di ogni cosa un romanzo che parte dai dati oggettivi sulla storia dell’artista per spesso lasciarsi andare a divagazioni anche politiche sull’oggi. Il racconto dei genitori del bambino nato Laccabue e del primo dei tre padri emigrato in Svizzera alla ricerca di lavoro esonda in un’azzeccata comparazione col nostro presente.
Vulpio ricorda infatti con dovizia di dati di come appena un secolo fa i migranti eravamo noi. Non era solo la gente povera del Sud a cercare fortune economiche nella nascente industria ferroviaria svizzera ma anche i contadini delle campagne padane vi si spostavano. Il centro nevralgico del libro rimane però la tormentata esistenza del “Van Gogh italiano”.
L’autore non nasconde nulla delle sofferenze patite dal pittore: internato per tre volte in un manicomio con la poco scientifica motivazione di “ossessione paranoica”, lombrosoniamente tacciato di schizofrenia per la sua bruttezza fisica e infine vittima dei primi feroci esperimenti basati sul barbaro elettroshock. Pur scrivendone con mai nascosta empatia Vulpio è brutale anche nel riportare le follie dell’uomo chiamato dai compaesani di Guastalla con l’epiteto di “Toni al mat“. E così apprendiamo degli atti di autolesionismo per rendere aquilino il suo naso, delle defecazioni all’interno del castello che l’ospitava quando la sua fortuna artistica cominciava a crescere, delle continue frustrazioni sessuali fino a raggiungere questi estremi: “Parlava ad alta voce a se stesso, rimproverandosi o elogiandosi in base al giudizio che dava di ogni sua pennellata, miagolava o abbaiava se stava dipingendo un gatto o un cane…”.
La narrazione a cerchi concentrici del libro si spinge fino all’attore Flavio Bucci che interpretò Ligabue in un famosissimo sceneggiato andato in Rai. Gustosa in tal senso la dichiarazione rilasciata a Vulpio dallo stesso attore: “Nocita (regista dello sceneggiato, ndr) era un sergente di ferro, un rompiballe incredibile, uno che mi faceva girare una scena anche sette volte, una cosa che per me, abituato a lavorare con registi come Elio Petri, era inconcepibile. Petri una scena la girava una volta sola, al massimo due, anche se dopo aver provato tutto il giorno, e quando c’era qualche incertezza o una perplessità mi diceva semplicemente: «A Fla’, fa un po’ come cazzo te pare». Con Nocita invece non era così e quindi accadeva che spesso mi arrabbiavo e abbandonavo il set dove stavamo girando. Me ne andavo per giorni e lo costringevo ad aspettare il mio ritorno per ricominciare le riprese”.
Il genio infelice ha il merito principale di riflettere in modo eterodosso su un pittore come molti artisti del suo calibro amato sempre post mortem, fatto che purtroppo continua a ripetersi ancora ai giorni nostri.