Milo Rau, regista svizzero tra i più capaci di osare in Europa, ha raccontato nelle sue opere il Congo derubato e ha trapiantato a Mosul, nel Kurdistan iracheno, l’Orestea di Eschilo. Negli stessi giorni sbarca a Matera, capitale della Cultura, da dove parte con una personalissima (ma universale) Via Crucis in cinque stazioni E’ la storia di un Cristo nero arrivato fin qui per predicare la “Rivolta della Dignità” contro lo sfruttamento del alvoro, l’umiliazione dei poveri, la persecuzione dei diseredati del XXI secolo.



Matera


Cosa farebbe oggi Gesù Cristo con i braccianti immigrati – per lo più neri, ma non solo neri -, che lavorano come schiavi nelle campagne italiane privati di ogni diritto, e proprio qui, dove facciamo i gargarismi con l’endiadi «diritti umani»? Cosa farebbe Gesù nel vedere donne e uomini trattati come animali, sottopagati, segregati in ghetti malsani e uccisi da un malore, da un rogo accidentale o da un colpo di fucile? Cosa direbbe Gesù a tutti quelli che parlano di «taxi del mare» e di «fine della pacchia» e ai sepolcri imbiancati che allarmano «il popolo» con inesistenti «invasioni» di immigrati, i quali alla prima occasione sarebbero tutti pronti a rubare, assassinare, stuprare?
Gesù, certamente, esorterebbe tutti ad ascoltare la Parola – «ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui straniero e mi accoglieste, fui nudo e mi vestiste, fui ammalato e mi visitaste, fui in prigione e veniste a trovarmi» -, ma forse non si limiterebbe a questo. Probabilmente anche Gesù si incazzerebbe, e non poco, proprio come fa nei versetti del Vangelo (Matteo 25, 31-46) successivi a quelli che avete appena letto, quando mette le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra e a questi ultimi dice: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli… poiché vi dico che ciò che non avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, non l’avete fatto neppure a me».
Ora, si può anche obiettare che Gesù riservasse il premio ai giusti e il castigo agli empi nel momento dell’avvento del suo Regno, il Regno dei Cieli, ma resta il fatto che egli ha predicato la sua Parola in «questo» mondo e ha esortato gli uomini ad essere giusti in «questa» vita. Ancora. Si può altrettanto giustamente osservare che Gesù non era né voleva essere un leader politico, o un sindacalista, o un rivoluzionario pronto alla ribellione armata, nemmeno di fronte alle ingiustizie e ai crimini più efferati, a cominciare da quello subìto da lui stesso, ma resta il fatto che Gesù sia stato sempre dalla parte dei più deboli e degli ultimi e non abbia mai perso occasione per ribadirlo. Nulla dunque impedisce di immaginarlo, oggi, come difensore e persino come guida lato sensu «politica» di quei dannati della terra – ma proprio della terra con la minuscola, intesa come terreni coltivati – che lavorano (lavorano) nelle nostre campagne senza diritti, senza difese, vessati, umiliati, stipati in baracche senza acqua corrente, senza servizi igienici, senza energia elettrica, e per giunta scacciati come cani rognosi dalle loro baraccopoli, i ghetti, dopo essere stati spremuti come limoni.
E’ stato sulla base di queste riflessioni che il regista svizzero Milo Rau, tra i più interessanti e i più capaci di osare nel panorama cinematografico e teatrale europeo, ha avuto l’idea di portare in scena un’opera intitolata Nuovo Vangelo, in cui Gesù Cristo è per la prima volta un nero, predicatore della Rivolta della Dignità in cinque tappe, che sembrano anch’esse altrettante stazioni di una nuova Via Crucis. Le prime tre – ingresso in Gerusalemme, condanna e passione, crocifissione – si svolgeranno a Matera, scenario naturale di decine di film da più di mezzo secolo a questa parte. Qui sono stati girati anche Il Vangelo secondo Matteo di Pierpaolo Pasolini (1964) e The Passion di Mel Gibson (2004), i due lavori ai quali Rau dice di essersi maggiormente ispirato, tanto da aver chiamato Enrique Irazoqui, che con Pasolini interpretò Gesù, per il ruolo di Giovanni Battista, e Maia Morgenstern, la Maria madre di Gesù nel film di Mel Gibson per la stessa parte nel Nuovo Vangelo. Le altre due tappe saranno inscenate nel teatro Argentina di Roma e nella chiesa di Santa Maria dello Spasimo a Palermo: a Roma la Resurrezione, concepita però come un’assemblea politica con tanto di Manifesto della Dignità, e a Palermo la Prima missione, cioè l’avvio della predicazione cristiana nel mondo a opera di Paolo apostolo.
Milo Rau, tra i suoi lavori, ha raccontato anche il Congo derubato delle sue materie prime e abbandonato alla povertà, e ha saputo trapiantare a Mosul, nel Kurdistan iracheno, la tragedia di Eschilo Orestea. Ma sempre, dice Milo a «la Lettura», nel nome di una rappresentazione che non sia mera riproduzione della realtà, ma «sia la più realistica possibile, in quanto frutto di una ricerca sociologica, come faceva Pasolini: una rappresentazione in grado di inquadrare i problemi e aiutarci a cambiare le cose, dunque un vero e proprio progetto politico». Per questa sua ultima opera, che è un progetto per il teatro e per il cinema, prodotto da una serie di soggetti pubblici e privati, tra i quali la Fondazione Matera Basilicata 2019, l’International Institute of Political Murder, il Teatro di Roma e il Teatro Nazionale di Gent, Milo Rau non esita a definire Gesù «un leader politico, un rivoluzionario sociale, uno che duemila anni fa ha cambiato le tradizioni della società in cui viveva e che tra i suoi seguaci non aveva i ricchi, gli accademici, i teologi, i preti, ma i poveri, i senzatetto, i nullatenenti, e ha persino avuto l’ardire di affermare che gli ultimi saranno i primi».
La scelta di Matera è quanto mai opportuna, non solo perché Matera quest’anno è una delle due capitali europee della Cultura, ma anche perché la città dei Sassi è allo stesso tempo periferia d’Europa e centro del Mediterraneo, come l’intero Mezzogiorno d’Italia. Ed è quindi il luogo perfetto delle contraddizioni e delle aberrazioni di un capitalismo che ha vinto, sì, ma sta fallendo com’è fallito il comunismo. Perché si sta rivelando incapace di dar da mangiare a tutti, di garantire a tutti un livello di vita, e di diritti, senza il quale gli uomini non sono più uomini. Tutti lo sanno, e lo vedono con i propri occhi, che i neri, e non solo i neri, che raccolgono i pomodori, l’uva, le olive, la frutta, in tutte le regioni del Sud e quindi anche davanti al tempio di Era e alle Tavole Palatine di Metaponto, provincia di Matera capitale europea della Cultura, non sono uomini, ma schiavi, pagati un terzo per lavorare il triplo, manodopera a bassissimo costo che subisce l’ulteriore taglieggio dei «caporali», garantisce alti profitti ai proprietari disonesti e alla catena di trasformazione e distribuzione dei prodotti agricoli ed è ignorata dalle istituzioni, che intervengono per lo più quando parte l’ordine di sgomberare un ghetto. Magari dopo che c’è scappato il morto. Com’è successo un mese fa proprio a Metaponto, dov’è morta, bruciata viva nel rogo accidentale della baraccopoli, causato dalla fuga di gas di uno dei tanti fornelletti da campo, Omowunmi Bamidele, una giovane nigeriana di 33 anni che non faceva la prostituta, ma era sposata, raccoglieva pomodori ed era mamma di tre bambini. Qual è stata la «soluzione»? Lo sgombero di 500 persone dalla baraccopoli. Per sistemarle dove? In strada, sulla statale 407 Basentana.
Scene già viste. A San Ferdinando in Calabria, a Rignano Garganico e Borgo Mezzanone in Puglia, a Castel Volturno in Campania, a San Calogero in Sicilia e in tanti, tanti altri luoghi di lavoro e povertà, pregiudizi e ipocrisie. Perché un altro punto nevralgico della questione è il seguente: questa gente non ruba il lavoro agli italiani, fa lavori che gli italiani non vogliono fare più. Quindi di cosa li si accusa? Di reclamare un salario previsto dalle leggi e condizioni di vita dignitose? O non bisognerebbe piuttosto organizzarne la vita e il lavoro in maniera civile, con villaggi prefabbricati dotati dei servizi necessari, speditezza nella concessione dei permessi di soggiorno, salari equi, integrazione nei luoghi di lavoro e nelle comunità d’arrivo invece che segregazione nei ghetti?
Questo è ciò che dice il Gesù nero di Milo Rau. Egli non è altro che un capo di quelle leghe dei braccianti che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno assaggiato sia il piombo dei mafiosi sia quello della polizia che ne stroncava le proteste. Egli è quel ragazzo di 30 anni del Mali, Soumayla Sacko, bracciante e sindacalista nero di braccianti neri, padre di una bambina di 5 anni, che un anno fa venne ucciso a fucilate in Calabria. Un martire. Come vogliamo chiamarlo, se no? Ecco, questo Gesù, Rau lo fa entrare a Matera-Gerusalemme per affrontare il governo e il capitalismo sregolato, lo fa processare dai potenti ma allo stesso tempo lo trasforma nell’accusatore dei suoi persecutori, l’Italia e l’Unione europea, e infine lo porta a Roma, dove risorgere significherà affermare la dignità di essere umano attraverso un’assemblea politica, e poi a Palermo, da dove comincerà la sua missione di solidarietà umana e di aggregazione dei disgraziati.
Questo Gesù del Nuovo Vangelo non sarà né di Nazareth né di Betlemme, ma di Douala, Camerun. Lo interpreterà Yvan Sagnet, 35 anni, laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino e poi finito a fare il bracciante nei campi di pomodoro di Nardò, nel Salento, dove nel 2011 organizzò la prima ribellione pacifica degli schiavi neri delle piantagioni di pomodoro, uno sciopero che fu l’inizio del cammino che nel 2016 porterà all’approvazione della legge 199, che inasprisce le pene sia per gli intermediatori illegali di manodopera, i caporali, sia per chi beneficia delle prestazioni dei lavoratori reclutati per questa via. Sarà nero, ma sarà anche il primo Gesù con una croce in più. Quella di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana che nel 2017 il presidente Sergio Mattarella ha appuntato sul petto di Yvan Sagnet.


Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 8/9/2019
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