Il progetto di «turismo matrimoniale» lanciato da un gruppo di donne per valorizzare la loro terra. Operazione basata su uno studio universitario: quasi 7 mila coppie ogni anno dall’estero in Italia per le nozze. Il pacchetto comprende i «set» più affascinanti per l’evento e tutti i servizi offerti da professionisti locali



Il dato Istat è eloquente, persino clamoroso. Nel 2013, 4.728 coppie straniere sono venute a sposarsi in Italia e l’anno successivo sono diventate 6.724. Una crescita del 42 per cento, per un valore complessivo del cosiddetto «indotto» di 350 milioni di euro. Ma se è importante notare, non solo a fini meramente statistici, da dove vengano le coppie di sposi (nel 2014, il 27,6 per cento è venuto dal Regno Unito, il 21,2 dagli Stati Uniti, l’8,9 dall’Australia e poi a seguire tedeschi, canadesi, irlandesi, russi, francesi), ancora più importante è capire dove vadano questi sposi (con tutti gli invitati a nozze), cioè quali luoghi dell’Italia scelgano e perché. Se lo sono chiesto, e più avanti vedremo chi e per quali motivi le ha sollecitate, quattro dottorande in Scienze turistiche dell’Università della Calabria (Alessia Berardelli, Alessia Nigro, Federica Pascuzzo e Pamela Russo), che con una ricerca sul «Wedding Tourism» – ovvero su quel fenomeno economico affermatosi negli ultimi anni che si può più dolcemente definire «Turismo Matrimoniale» – hanno scoperto altri dati e molto interessanti: gli stranieri che si uniscono in matrimonio in Italia prediligono la Toscana (32 per cento) e, tra le città, Capri (il 21 per cento), seguita da Matera (17), Tropea (15), Pienza (12) e Lago di Como (10).
Le ragioni di questa scelta dovrebbero esserci familiari e indurci a qualche riflessione più intelligente. Se gli stranieri che vengono da noi, e ora in numero sempre maggiore anche a sposarsi, cercano bellezza (arte, cultura, paesaggio), storia, tradizioni, cibo, romanticismo, vita a misura d’uomo, perché non siamo ancora in grado di offrirglieli in maniera «scientifica», organizzata, attraverso proposte «complete», a cui non manchi niente, per esempio l’emozione di un luogo, legata alla sua storia, alle sue opere d’arte e quasi sempre all’essere quello stesso luogo un’opera d’arte naturale? E perché la Toscana sì e la Calabria no?
Perché la Calabria deve evocare soltanto la ‘ndrangheta, quando invece già Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia la raccontava come una regione di una bellezza prepotente, una Svizzera verde con in più 800 chilometri di coste circondate da mare blu? Davvero la Calabria può essere ridotta a sola ‘ndrangheta e depuratori malfunzionanti? E perché allora non creare un’offerta, questa offerta del turismo matrimoniale, proprio qui, proprio nella regione che nella domanda del «matrimonio altrove» ora è agli ultimi posti, ma ha tutte le potenzialità per salire in vetta alla classifica?
Questi interrogativi hanno a lungo turbato il sonno di Agnese Ferraro – 38 anni, calabrese di Tortora -, dopo la raffica di seminari, corsi e master frequentati a Milano in materia di organizzazione di eventi e, appunto, turismo matrimoniale. Dopo le prime positive esperienze fuori e le difficoltà in casa, Agnese aveva deciso di non puntare sulla Calabria e di realizzare altrove, al Nord, magari proprio in Toscana, il suo progetto. Poi ci ha ripensato, si è confrontata con altre dieci donne come lei indecise sul che fare, e che invece ora sono tutte sue socie e collaboratrici, ne ha parlato con il sindaco di San Nicola Arcella – un’altra donna, Barbara Mele, che sul punto si è dimostrata determinata e lungimirante –, ha chiesto e ottenuto la collaborazione dell’Università della Calabria (la ricerca sul turismo matrimoniale di cui abbiamo detto) e nel giro di un anno ha capovolto lo schema di gioco. Non più in difesa ma in attacco.
Il progetto «Sposiamoci in Calabria», appena partito, sembra aver già rivitalizzato luoghi e persone – che in realtà c’erano e ci sono, hanno solo bisogno, gli uni e le altre, di riscoprire il proprio valore – e promette di essere un ottimo veicolo per produrre reddito (altro che l’umiliante sussidio «di cittadinanza») e rendere così un grande servizio a una regione meravigliosa, in cui la bellezza e la cultura abitano da millenni e non saranno cancellate da quest’ultimo «secolo breve» di barbarie.
«La nostra è una proposta non solo di luoghi, di arte e di storia, ma di identità – dice Agnese Ferraro -. Per dirla con uno slogan, proponiamo matrimoni “made in Calabria al 100 per cento”, utilizzando tutti i canali, dal web al passaparola». Facciamo un esempio. Chi si sposa a San Nicola Arcella (o anche a Tortora, a Praia a Mare, a Orsomarso, a Diamante, a Guardia Piemontese) – incastonata in un tratto del golfo di Policastro che non ha nulla da invidiare ai più ameni anfratti della costiera amalfitana, tra le isolette di Dino e di Cirella -, avrà il mare, la costa modellata dalla natura e punteggiata dalle maestose torri di Carlo V, la letteratura (Francis Marion Crawford, che visse qui e ha dato il suo nome a una di queste torri di avvistamento), il mirto e i limoni, il banchetto nuziale nelle strade del borgo, la musica nel palazzo rinascimentale di Aieta. Ma vedrà arrivare anche le donne della comunità valdese calabrese che in costume d’epoca guideranno sposi e invitati nei luoghi in cui nel Cinquecento i Valdesi – scappati dalle valli piemontesi e rifugiatisi in Calabria come gli ebrei – subirono un massacro tra i più spietati della storia.
L’offerta «identitaria» di «Sposiamoci in Calabria» è anche la libertà di pensiero di Bernardino Telesio e di Tommaso Campanella, oppure, sul versante jonico, la bizantina Cattolica di Stilo del X secolo e Gerace con la sua imponente concattedrale e le altre chiese che sovrastano la piana di Locri Epizefiri, entrambe, Stilo e Gerace, annoverate tra i borghi più belli d’Italia. O ancora, le storie e i miti, l’arte e la natura, dalla magnogreca Sibari fino all’estremità meridionale della mitologica Scilla dell’Odissea. E poi anche la Sila, e l’Aspromonte, dove San Luca non è solo quella San Luca lì, ma è il paese in cui nacque Corrado Alvaro, uno dei più grandi scrittori calabresi e italiani, più attuale che mai, anche se oggi pochi sanno che Alvaro ha scritto il romanzo distopico L’uomo è forte dieci anni prima che George Orwell scrivesse 1984. E si potrebbe continuare.
Anche a non aver voglia di sposarsi, la tentazione di farlo solo per la seduzione di questa offerta identitaria di «Sposiamoci in Calabria» è forte. E ha già cominciato a «girare» dal punto vista economico, perché tutto è rigorosamente a «chilometro zero»: sarti, parrucchieri, elettricisti, commercianti, pasticcieri, ristoratori, albergatori, guide turistiche, contadini, fotografi, filmmaker, e persino i musicisti (tutti ragazzi del Conservatorio) sono calabresi. All’inizio, tenere assieme tanti calabresi, tutti alquanto permalosi, non è stato facile. Poi, è prevalsa la voglia di esserci, ed è venuto fuori il lato migliore di ognuno. E più di uno, pronto a emigrare, ha posato la valigia e ha detto a sé stesso: «Aspetta, forse ha più senso restare qui».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Buone Notizie, 27/8/2019