Identità / La collezione di Stefano e Anna Pia De Montis nell’esposizione curata da Vittorio Sgarbi nel Cilento



Castellabate (Salerno)


Appartengono al Novecento, ma soltanto cronologicamente. In realtà sono molto più antichi. E quindi molto più moderni. Perché esistono da tempo immemorabile, e non ha importanza se essi stessi ne siano stati coscienti oppure no. Loro, questi venti artisti sardi della collezione di Stefano e Anna Pia De Montis (in mostra nel Castello dell’Abate fino al 30 settembre, a cura di Vittorio Sgarbi per la fondazione Alferano-Ippolito), erano artisti custoditi dall’Isola prima che nascessero e da essa hanno continuato a essere protetti anche dopo la morte. Sono antichi come la Sardegna e la sua storia. Ma sono moderni come la modernità della Sardegna di cui sono figli, quella, appunto, del Novecento. Persino quando sono sbarcati ufficialmente in «continente», negli anni Venti del secolo scorso – e attraverso una inevitabile e a volte voluta «contaminazione» con altri modi di sentire e di esprimersi sarebbero stati considerati artisti non solo sardi, ma «nazionali» -, non hanno mai smarrito, finanche nelle opere più «metafisiche», il loro significato profondo e autentico, il loro pensiero semplice e diretto, che ne è una delle peculiarità più apprezzabili. Questi artisti, sardi ma italiani, sardi ma universali, e le decine di oggetti di artigianato artistico (tessuti, brocche, costumi, ori, coralli, monili) che arricchiscono la mostra di Castellabate, non c’è bisogno di interpretarli troppo, si rivelano subito a chiunque sappia osservarli con sufficiente attenzione, vengono fuori con la naturalezza di ciò che raccontano e per il modo in cui intendono raccontarlo.
La madre sarda e la speranza del figlio meraviglioso, scultura del 1986 in marmo bianco di Carrara, di Costantino Nivola, riassume tutto ciò che abbiamo detto finora. Ma lo stesso si può dire del Ritratto di Sebastiano Satta, scultura del 1932 in stucco a marmo, di Francesco Ciusa, che rende in maniera eccellente la figura del poeta-pittore-avvocato di Nùoro. Oppure, con un salto alla pittura, de La via dell’Ortobene, olio su cartone del 1927, di Antonio Ballero. O ancora, de Lo sposalizio a Nule, tempera su cartoncino del 1914, di Giuseppe Biasi, e della terracotta Il bacio, datata anni Venti, di Ciriaco Piras. Nivola per esempio, sostiene Sgarbi, è stato non soltanto uno dei massimi scultori italiani degli ultimi cento anni, ma anche un artista di respiro internazionale che ha svolto la maggior parte della sua attività a New York, e che tuttavia è rimasto sempre un barbaricino, un nativo di Orani, Barbagia. Nativo come lo è un pellerossa d’America. Appartenente cioè a una civiltà precisa, che non è «arretrata», ma antica. E «il prodotto di questa antica vita ed educazione – ha scritto Franco Cagnetta nella sua insuperata inchiesta etnoantropologica del 1954 Banditi a Orgosolo (edita da Ilisso, con una immagine di copertina, guarda caso, di Nivola) – sono il carattere, la fiducia in sé, la forza di saper rimanere solo come l’istinto di solidarietà famigliare, la generosità verso gli altri, la fratellanza».
Ora, è vero che dire barbaricino è una cosa e dire genericamente sardo è un’altra. Ma è anche vero che, per ciò che qui interessa, in questa mostra gli artisti – e gli oggetti – sono tutti «sardi». Vengono, cioè, tutti dalla stessa antica storia di invasioni dell’Isola. Cartaginesi, romani, bizantini. Poi mille anni di autonomia, fino al 1410, senza conoscere il feudalesimo come nel resto dell’Occidente, ma governati da organizzazioni di tipo tribale-statale, i Giudicati. E poi di nuovo altri invasori: per tre secoli gli spagnoli, seguiti dai piemontesi nel 1721 e dagli italiani nel 1848. E’ naturale dunque che anche nell’arte le tradizioni popolari dovessero avere un ruolo primario. La stessa Grazia Deledda, prima di diventare scrittrice (e Nobel per la letteratura nel 1926), fu ricercatrice di tradizioni popolari. E in questo stesso solco vanno considerati il dipinto Processione notturna del giovedì santo a Nùoro, di Antonio Ballero, o la Donna di Orani di Mario Delitala e le mattonelle di Melkiorre Melis, le cui Donne hanno gli stessi occhi neri dell’attrice sarda Caterina Murino, Bond girl in Casino Royale, un film che Melis e Delitala, morti prima, purtroppo non hanno potuto vedere.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 28/7/2019