Un romanzo che narra senza pietismi una vicenda umana toccante e che è anche una indagine sociologica sulla società italiana ai tempi di Antonio Lugabue



Luisa Debenedetti, Libri e Recensioni.com, 14/6/2019


“Il genio infelice” di Carlo Vulpio (Chiarelettere) è un romanzo, come più volte rimarcato dall’autore, che racconta la storia commovente di un uomo che ha lasciato il suo marchio indelebile nel mondo.
L’autore ci trasporta nella mente di quest’uomo strano, incompreso, inaccettato, “Toni al mat” che entrava e usciva dal manicomio, che preferiva gli animali della stalla alla compagnia degli uomini, che amava la solitudine di un bosco sulle rive del Po piuttosto che le baldorie della locanda, un uomo che non poteva e non sapeva far altro che dipingere e che aveva imparato a fare a meno della felicità.
Vulpio ci presenta la società contemporanea di Ligabue e la raffronta alla nostra: cosa è cambiato? Poco o nulla nei confronti della diversità, nulla per chi si chiama fuori dal pensiero e dagli schemi comuni, nulla per chi rifiuta ciò che gli viene imposto e si rifugia nella fantasia.
Nel raccontare Antonio Ligabue, al secolo Laccabue, il lettore viene messo di fronte alla differenza tra artisti che dipingono ciò che vedono, e altri che dipingono ciò che ricordano o ciò che immaginano. Il cervello si modifica di fronte alla realtà ma, allo stesso tempo, è capace di cambiarla: un cervello “diverso” dovrà pertanto avere un rapporto diverso con la realtà.
Nell’arte questo “processo” può portare alla creazione di nuove realtà, che solo in parte dipenderanno dall’ “informazione sensoriale”; il nostro cervello, infatti, non ha necessariamente bisogno del continuo “flusso informativo” proveniente dai nostri sensi. I sogni, i ricordi che “rivivono” nelle immagini mentali e anche, rappresentazioni “semplicemente” create dalla nostra mente testimoniano questo evento.
In questo senso l’arte di Ligabue amplificò la realtà, creando un nuovo “canale mentale” in cui l’inquietudine, lo smarrimento e la follia ne caratterizzarono in modo incisivo il cammino.
Come se le pagine bianche fossero una tela, l’autore dipinge quest’uomo dallo stato mentale dissociato, ci racconta che dipingesse spesso in riva al Po, nastro d’argento che attraversa la Bassa, terra ardente, intrisa di socialismo romantico e amore per la vita, abitata da un popolo fiero e godereccio, e che di frequente si abbandonasse a strane danze, mimando i movimenti degli animali ed emettendo versi e urla, agitandosi nel fango ed imbrattandosi dei colori con i quali lavorava. Riusciamo a vederlo plasmare le sue opere con foga, ardore, slancio, vediamo l’arte di Ligabue, sempre viva, selvatica e selvaggia, che ha il sapore della terra, del sangue, del coraggio, le sue composizioni aggressive ma non stridenti, tumultuose e tuttavia in equilibrio, la sua pittura – istintiva, passionale, irruente – che riporta in superficie un vecchio quesito irrisolto: qual è il limite tra genialità e pazzia? Qui Vulpio si affida a Montanelli e De Chirico: del primo riconosce l’affermazione di genuinità del personaggio, del secondo l’entusiasmo di fronte ai quadri di Antonio, la critica comune ai due artisti riguardo alla Cappella Sistina e il riferimento a Schopenhauer quando sostiene “che (il genio) fa penetrare un raggio di luce nell’oscurità dell’esistenza”.
A margine della narrazione della vicenda di Ligabue, si percepisce la pietà che l’autore prova per quell’ambiente sociale segnato dalla povertà, dalla durezza di una vita che porta a cancellare gli affetti, ad abbrutirsi nella fatica. Il romanzo diviene anche indagine sociologica in quelle parti descrittive della situazione prima degli emigrati italiani in Svizzera, poi degli italiani durante il regime fascista, infine il primo dopoguerra e il miglioramento della situazione economica generale. Una vicenda umana toccante, che Vulpio narra senza pietismi, rievocando le notti che Toni passava a guardare le stelle sul Po, le sofferenze fisiche che si infliggeva, il costante bisogno, sempre inappagato, di avere una donna accanto a sé.
Un ultimo, dovuto, riconoscimento viene tributato a Flavio Bucci, l’attore che interpretò Ligabue nello sceneggiato Rai diretto da Salvatore Nocita e andato in onda nel 1977. Bucci, bravissimo attore, allora giovanissimo, fu fagocitato dal personaggio, divenne per tutti Ligabue perché come ammise lui stesso era il personaggio adatto a lui.
Ligabue nella vita non ebbe certezze; soltanto di una cosa era sicuro, della forza della sua arte. E quest’idea di colori splendenti, di paesaggi infiniti, di animali favolosi, aleggia nella narrazione di Vulpio, ne diviene il perno estetico e concettuale e così racconta i quadri con sentimento, dà voce ai colori, e a quegli sguardi degli autoritratti che catturano l’anima.