L’arte da riscoprire / Il romanzo “Il genio infelice” di Carlo Vulpio



Vittorio Sgarbi, Panorama, 12/6/2019


“Ridono le carte di Franco Bolognese“: nella felice formula espressa in un solo verso del Purgatorio, Dante ci parla di un grande miniatore del suo tempo. Poco sappiamo di lui, ma nessuno è più vivo (è come se lo vedessimo) di chi è stato illuminato, dopo un’interminabile notte, da parole tanto eloquenti. È più che una metafora: ridono, proprio. Parafrasando potremmo dire: «Urlano i muri di Antonio Ligabue».
Non è una similitudine, o una analoga espressione applicata alle variopinte pitture, ora sui muri accoglienti di palazzo Doebbing a Sutri. È una evidenza. Spalanca le fauci, la tigre, colta come in uno zoom, e urla, senza fermarsi mai, un allarme per i viventi. E ancora ai viventi parla, in un memoriale di giornate uguali, la rappresentazione di soggetti di vita contadina, le aie e i cortili dove si muovono galli e galline, cani da caccia e cavalli, in un ritmo ordinato e regolare, nella natura amica. Un modo immobile, da rimpiangere. Ma, usciti dai cortili e dalle aie, dalle campagne coltivate, si entra in una misteriosa ed esotica foresta, proprio sotto il fiume, in golena, dove Ligabue ha condiviso le notti e i giorni con gli animali. E non erano più quelli reali, ma quelli dei suoi sogni e dei suoi incubi.
D’altra parte era giusto che fossero immaginati lì. Lì, nel 1951, c’era stato il diluvio universale: l’epocale alluvione del Po, che aveva travolto gli uomini e ogni specie di animali. E dopo la quale, lentamente, tutti erano stati accolti nell’arca di Noè, concepita su indicazioni divina per preservare la specie umana e gli altri esseri viventi, dopo il diluvio universale.
Ligabue c’era, nella notte dei tempi, e in questo preciso 1951. Il diluvio durò 40 giorni, e Noè riparò sull’Arca due esemplari di ogni specie animale. Vi erano le tigri? Certamente sì! Vi erano i leoni? Certamente sì! Vi erano le scimmie, vi erano i ragni? Certo! Ed ecco allora che Ligabue dipinge la «vedova nera». La natura non perdona. Gli animali sono in lotta continua, vivono di contrasti. Sempre il più grande è il più forte. Il ragno, velenoso, sconvolge l’ordine della natura.
Intanto si incrociano nella nostra memoria la “Dama dell’ermellino” e la “Vergine delle rocce“, antitetiche, animali comunque difficili per l’uomo, donne furbe e minacciose come la vedova nera.
La vedova nera è un ragno che punge sul dorso un leopardo in procinto di aggredire una scimmia. Ecco la forza della natura, incontrollabile. Le fauci spalancate del felino, i suoi occhi sgranati e spiritati e le zampe sollevate fino all’altezza della testa non ritraggono la postura aggressiva di una belva che sferra la zampata decisiva alla preda ormai inerme. Esprimono invece il dolore e il terrore per la ferita della vedova nera, che il leopardo non riesce ad afferrare né a scuotersi di dosso, e nemmeno a vedere. La scimmia, distesa supina, ormai spacciata, sembra più atterrita dalla paura del suo aggressore che non dal pericolo mortale in cui lei stessa si trova. Sullo sfondo, la luna che si riflette nello stagno. A terra, uno scheletro umano.
Osserva acutamente Carlo Vulpio, nella biografia su Ligabue, “Il genio infelice” (Chiarelettere): «E allora, chi ha paura di chi, nei quadri di Ligabue? Chi sono i più forti, e chi i più deboli? Vince chi attacca frontalmente in campo aperto o chi nascosto nell’ombra prende il nemico alle spalle? E l’innocente può salvarsi solo grazie al nemico del suo nemico? Se l’uomo c’è, è morto. Ne rimane soltanto lo scheletro, che nella Vedova nera è per terra, fatto a pezzi».
Siamo negli anni in cui la critica d’arte riflette su direzioni diverse da quelle della egemonia toscana e veneziana, che hanno dominato il giudizio sugli artisti. Uno studioso, Roberto Longhi, le cui origini sono di Carpi, poco lontano da Gualtieri, dove si è svolta tutta la vicenda umana e artistica di Ligabue, ha iniziato a cercare altri percorsi, soprattutto geografici, e ha identificato un’area di grande creatività, quella padana, studiando prima i grandi maestri ferraresi, poi il lombardo Caravaggio, e la grande scuola di Parma con Correggio e Parmigianino. Ne è nata perfino una nuova denominazione territoriale: la Padanìa (con l’accento sulla i), in una definizione storiografica che identifica un percorso che va dal grande scultore romanico, terragno e selvaggio, Wiligelmo, a Giorgio Morandi.
È una storia nuova, suggestiva e vitalissima, di cui Ligabue è espressione naturale, e d’immediata evidenza, nel cuore della Padanìa, con una energia vitale sconosciuta agli «ultimi naturalisti», pittori sui quali si applicò l’attenzione critica di Francesco Arcangeli. Uno di loro, Mania Moreni, nella sua complessa esperienza, tra vitalismo e psicoanalisi è di certo assai vicino al primitivismo spontaneo di Ligabue.
Come Morlotti e Moreni, Longhi fece di certo in tempo a conoscere Ligabue; non so se ad amarlo. Ma era troppo intelligente per non capirlo, come era toccato a Zavattini, Mazzacurati, Sergio Solmi, Mario de Micheli, Guttuso, Giancarlo Vigorelli; per non intenderne l’energia sconvolgente entro la natura, e non nella direzione deflagrante di Jackson Pollock, amatissimo da Arcangeli, ma in quella che egli aveva, meglio di chiunque, inteso in Vitale da Bologna. Non arrivò a scriverne, ma Ligabue si era conquistato uno spazio originalissimo nella sua Padanìa. Certo, con un fragore fuori da ogni regola, difficile da classificare; ma inequivocabile. Ligabue rappresentava, in questo rumoroso disordine, il grido più alto, all’opposto del sommesso sussurro di Morandi, padano anemico, riservato, anche se, nella intimità del suo cuore segreto, tumultuoso, impetuoso, tremendamente potente.
Ligabue era in un’altra dimensione, esplicita, disperata, fuori dalle regole, l’espressione più alta dell’Art Brut, parallelamente identificata, nella coscienza inquieta e nel dolore del secolo, da Jean Dubuffet. Quello che Longhi non aveva osato dire, e neppure legittimare, avrebbe trovato un singolarissimo interprete a Parma, con gli occhi aperti sul mondo, Franco Maria Ricci, intuendo forse la consonanza profonda di Ligabue, più che con Van Gogh e con il Doganiere Rousseau, con Frida Khalo, con la sua impetuosa misura umana, istintiva, primitiva, in sintonia perfetta con Ligabue. E riconoscendone meglio di tutti il carattere di «caso».
Frida, come avrebbe potuto solo Ligabue, aveva scritto: «Dipingo autoritratti perché sono la persona che conosco meglio». La vita era così forte in Frida che neppure l’ideologia politica, del tutto assente in Ligabue, era riuscita a darle un indirizzo.
Nessuna forma può contenere la vita di Ligabue e di Frida, e con lo spirito della loro ricerca ossessiva, ripetitiva, anche disperata. Il disagio e il dolore hanno generato nella pittura uno scatenamento che è proprio della natura, e il rovesciamento di ogni estetica ragionevole. Così leggiamo, sulla tomba di Ligabue: «Il rimpianto del suo spirito/ che tanto seppe creare attraverso la solitudine/ e il dolore/ è rimasto in quelli che compresero come/ sino all’ultimo giorno della sua vita/ egli desiderasse soltanto libertà e amore».