In Trentino, al castello di Caldes, dal 6 giugno al 3 novembre, «Da Niccolò dell’Arca a Francesco Hayez», 80 capolavori della collezione d’arte Cavallini-Sgarbi: opere tra Quattro e Ottocento



Nella casa di famiglia a Ro Ferrarese, Polesine, equidistante tra Ferrara e Rovigo, c’è tutto il suo enorme bottino di caccia. Una caccia cominciata quarant’anni fa e ancora non terminata, che se non fosse stata una caccia artistica, con ogni singola opera individuata grazie anche al suo fiuto di cane da tartufi e acquisita con efficienza militare dal suo «generale», la madre Rina Cavallini scomparsa tre anni e mezzo fa, avrebbe molto in comune con il bottino de Il collezionista. Nel famoso thriller, tratto dal romanzo omonimo di James Patterson, il protagonista si fa chiamare Casanova e rapisce belle e giovani donne al solo scopo di collezionarle.
La caccia di Vittorio Sgarbi tuttavia, per quanto maniacale e patologica come quella di ogni collezionista, che sia un bibliofilo o un numismatico, è stata sempre una caccia amorosa. Il suo amore infinito e assoluto per l’arte, al cui confronto quello di Casanova per le donne è puro e semplice collezionismo ripetitivo, non lo acquieta nel possesso dell’opera d’arte tutta per sé, ma lo spinge verso una ulteriore frontiera del desiderio: far conoscere e far ammirare agli altri ciò che lui è riuscito a scovare, ammirare, studiare, classificare, ottenere e infine esporre. Dove? Ma nella casa di famiglia di Ro Ferrarese. In cui gode nel guidare i suoi amici e persino gli sconosciuti che vi capitino di passaggio in un viaggio incredibile, dal piano terra alla soffitta, fino nell’ultimo stambugio, tra centinaia di sculture e dipinti che guarda, tocca, accarezza mentre li spiega e li racconta con la scienza del critico e con la passione dell’affabulatore quale egli è.
Sono anni che Sgarbi vuole condividere il suo bottino artistico con il mondo, in mostre ragionate itineranti come quella che si inaugurerà il 6 giugno (fino al 3 novembre) nel sontuoso castello di Caldes, in provincia di Trento, dove sotto il titolo Da Niccolò dell’Arca a Francesco Hayez saranno esposte 80 opere della collezione Cavallini Sgarbi. E sono anni che spera per loro in una fissa dimora, più consona e più sicura della sua casa di Ro. Dopo promesse e tentativi naufragati per le più varie e futili ragioni – Venezia, Firenze, Padova, Roma, Verres in Val d’Aosta, Arco di Trento e Matera, dove in concomitanza con la nomina a Capitale della Cultura 2019 si sarebbe potuto realizzare il più grande museo dell’Italia meridionale dopo quello di Capodimonte a Napoli – Sgarbi è ripartito dalla mostra di Castel Caldes, voluta dal presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti.
La speranza, che questa volta sembra a un passo dal concretizzarsi, è che le duemila «prede» della sua caccia amorosa conferite alla Fondazione Cavallini Sgarbi (500 delle quali ha fatto vincolare per garantirne la indivisibilità) trovino un definitivo approdo nel castello Estense di Ferrara, dove l’intera collezione in mostra permanente potrà diventare patrimonio collettivo.
Nel castello di Caldes, costruito nel 1230 in Val di Sole e riaperto al pubblico nel 2014 dopo un’accurata opera di restauro, saranno dunque esposti 80 dipinti e sculture, dal Quattrocento all’Ottocento, quale «saggio» della collezione sgarbiana, che segue criteri tutti propri, e che anche in questa mostra rivela quanto meno la sua originalità.
Tra la statua in terracotta di San Domenico che il pugliese Niccolò dell’Arca realizzò nel 1474 e il Ritratto dell’ingegner Giuseppe Clerici che il veneziano Francesco Hayez dipinse nel 1875 intercorrono esattamente 400 anni, ma i due, il monaco e l’ingegnere, si somigliano, e i loro volti, veri, scavati da bellissime rughe, riescono con la loro forza quieta ad aprire e a chiudere la mostra, due pilastri che reggono tutto il resto. E quale «resto». La coppia di Capitelli con figure di Sibilla di Domenico Gagini, la stupenda Madonna con il Bambino di Liberale da Verona, la Sacra Famiglia di Antonio Leonelli da Crevalcore e l’allucinato, ieratico Cristo benedicente di Jacopo da Valenza sono un’incursione nel ‘400 che, con i ferraresi Boccaccio Boccaccino e Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, vira naturalmente nel ‘500 con un’altra Sacra Famiglia di Nicolò Pisano, e un’altra Madonna con il Bambino, di Francesco Zaganelli. Tutti gli artisti presenti a Caldes meriterebbero di essere citati, e qui non si può, ma il Ritratto di giovane di Lorenzo Lotto, con quel ragazzo adulto dallo sguardo interrogativo come quello dei giovani di oggi di fronte a un futuro incerto, andrebbe visto e meditato cento volte. E poi Artemisia Gentileschi, Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, Matteo Loves, lo strepitoso San Girolamo di Jusepe de Ribera, il Guercino, il Baciccio, il gioioso Trionfo di Venere di Ignaz Stern detto Ignazio Stella, e tanti altri. E chi ancora non fosse sazio potrà ammirare, nella cappella di Santa Maria, attigua al castello, gli affreschi Storie della vita di Maria, di Elia Naurizio, e immergersi nel clima della Riforma cattolica, o Controriforma, del Concilio tridentino.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 1/6/2019
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