Romanzo / Retroscena e ricostruzioni sul “Van Gogh italiano” del fiume Po. Il libro di Carlo Vulpio: pittura e follia



Alberto Selvaggi, La Gazzetta del Mezzogiorno 19/5/2019


È un romanzo che si scrive da sé. Parla di un nostro amico che è anche nemico, di un prodigio che turba lo specchio del lago incubo e, secondo principio del sublime, ci porta all’estasi infelice. Siamo tutti Ligabue. Tutti giganti e vermi. Ognuno di noi potrebbe essere questi o quelli. Perciò «Toni al matt» (pazzo), derivato naif, ma che con il naif non c’entra niente, abita le nostre esistenze, freme nell’orrore sopito come nelle aspirazioni assolutistiche. E per lo stesso motivo ci sembrerà di passeggiare nella sua vita estremistica che Carlo Vulpio, firma del Corriere della Sera, cercatore di anomalie artistiche e cronachistiche, racconta in Il genio infelice (Chiarelettere ed., pagg. 250, 17.60 euro), affidandola al fiume Po narrativo e ordinandola in capitoli piacevolmente commestibili.
Ligabue è entrato nelle nostre case attraverso il piccolo schermo con lo straordinario sceneggiato Rai del 1977, Flavio Bucci incarnazione prepotente del pittore di Zurigo (1899). Si è seduto e non è andato più via. Certamente non attraverso le parabole dei critici, snobbati più di oggi, ieri. La società non ha seguito i maestri del pensiero, figure di scienza perbeniste quali Rita Levi Montalcini: si è formata per trasmissione televisiva, quando la Rai produceva cultura, al pari di tutti gli ambiti creativi, musica, lettere, cinema, mancavano soltanto i telefonini.
Nel reticolo di una contestualizzazione storica che esemplifica ciò che gli esperti spesso considerano erroneamente sapere condiviso, questa figura bassa, rachitica, difforme e paranoide, si presenta attraverso le pagine del libro facendo vibrare la lingua a un palmo dal nostro viso, nello spasmo imitativo del verso dei rapaci, spalanca la bocca vuota e scuote le quattro zanne come un rostro orrendo. Elettroshock vivente, «Elephant man» che l’autore cita a più riprese, inquietante, patetico, che stregò da fine ’50 pittori, scultori, mercanti, Renato Marino Mazzacurati, Andrea Mozzali, Vincenzo Zanardelli, rapendo l’anima di personaggi come Romolo Valli, attore straordinario di un altro secolo, che lasciò una testimonianza documentaristica che per il «Van Gogh italiano» vale quanto un monumento.
Da quando la sua esistenza straziata sgusciò dalle nebbie della Bassa reggiana, Guastalla, Gualtieri, l’ometto che patì in una capanna di canne mangiando gatti talvolta, elemosinando al contado minestre acerbe, il tre volte internato per «sindrome maniaco-depressiva» (classificazione che non vuol dir niente), il pazzo parlante alle bestie che dipingeva, gorilla forsennati, tigri allucinate, rapaci ottusi di cattiveria, a se stesso, naso scarnato da manie autolesive, che incise in un tronco la donna nuda fuggiasca dal pube ispido («dam un bès», «dammi un bacio»), l’inventore simbolista espressionista, unico e solo, ligabuesco, che trasformò la sua mente in esperimento, il fottuto figlio di NN schernito dai compagni, allontanato dalla madre naturale emigrata in Svizzera che aspirava a rifarsi una vita, passato da un’adozione a un affido per le braccia di «tre padri», quel Toni conserva il trono traballante nel mercato d’arte per eletti.
Ma finanche qui al di sopra e al di sotto, al di fuori di scuole e maestri, men che mai i pittori montani che lo colpirono e che aberrò nel crogiolo furente del genio. Che era follia. E viceversa. E rievoca l’espressività tipica di chi è passato nei manicomi, le cui pratiche carcerarie, al pari del resto, Carlo Vulpio dettaglia come un anatomista.
Prima che Antonio Laccabue diventasse nel 1942 «Ligabue il pittore», ripudiando il cognome del patrigno emigrato da Gualtieri, Bonfiglio (non gli parlò più fino alla morte), per una ragione non imputabile soltanto ai traumi di vita, per un motivo che non conoscono i neuropsichiatri, gli psichiatri, gli psicoanalisti e gli psicoterapeuti i quali si barcamenano in un tentativo di scienza, covava già il germe che guidò sotto ogni aspetto, arte compresa, il romanzo della sua vita. Il cancro psichico. Era già «Toni al mat», era già classi differenziali a scuola, era già prime tempeste convulsive, gracili furie da malnutrito, bestemmie, «non mi comanda nessuno a me», accattonaggio senza meta, mentre di là dalle Alpi montava il rullio del tamburo fascista.
La madre naturale Elisabetta, bellunese, era morta mangiando carne avariata assieme ai tre fratellastri del Genio infelice. La madre affidataria Elise denunciò un’aggressione alle autorità da parte del figlio, perciò Ligabue ce lo ritroviamo, sparlante tedesco, straniero fra i pioppi a Gualtieri.
Che vita. Sacrificio supremo. L’autore raffigura, lungo un andirivieni di Sisifo, episodi, scene gustose per gli studiosi quanto per noialtri che d’arte al massimo si orecchia. Dal saluto romano con bisticcio alla firma sulla prima insegna, dalla procacità di Marzia donna da circo alla Sinfonia n. 5 di Beethoven intonata per filo e per segno dal Toni imprevisto pianista, dai colori piatiti come un bambino alle patetiche truffe sui quadri ceduti in cambio di lambrusco e polenta. Che potenza, Dio. Che magia disturbante, là per le antiche scale manicomiali, o sugli specchi in cui cercava se stesso solcato dalla cartavetro. La carica portentosa del puro genio, del puro istinto, che non ha altra volontà se non rappresentarsi, da cui tutto il resto, fama o rovina, lucro o miseria, non è che apparenza.
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