IERI / Un documento del 1317, finora inedito, documenta l’interesse del famoso viaggiatore e mercante per gli affari legati al Ponte. OGGI/ L’associazione «Rialto Nuovo» sostiene il progetto di tre accademici per ridare vita al mercato ittico e all’area circostante – cuore di una città che fu cuore del Mediterraneo – con un intervento commerciale e insieme culturale, attraverso un museo e un polo gastronomico



Venezia


Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. E l’anima di Venezia è Rialto. Il mercato di Rialto. Che secondo Marin Sanudo – il diarista più attento e completo di Venezia, costretto dal governo della Serenissima a cedere i suoi scritti a Pietro Bembo, più bravo di lui a scrivere in latino – era «di tutto il mondo la più ricchissima parte», cuore di un sistema internazionale di affari, e che per Fernand Braudel era il centro di una «economia-mondo».
Rialto, cioè Rivoaltus, cioè il nucleo originario di Venezia sul Canal Grande, era il punto di approdo e di partenza delle più importanti rotte commerciali tra l’Occidente e l’Oriente fin dal X secolo. Rialto ha fatto di Venezia – la città-stato più libera e cosmopolita tra le città-stato italiane – una città-porto in cui l’accoglienza di mercanti, navi e lavoratori stranieri non era soltanto la regola, ma è stato il principio fondante della città e l’origine della sua fortuna. Tanto che in una Europa quasi interamente agricola i veneziani risultavano «strani», perché – come racconta Frederic Lane nella sua superba Storia di Venezia (Einaudi) – «non seminavano e non raccoglievano, ma si procuravano il cibo in cambio di trasporti e di sale».
Nel commercio del sale in particolare, ma, di fatto, anche in quello dei cereali e delle spezie, Venezia riuscì a imporre il proprio controllo nel mare Adriatico, che dalla «linea» Ancona-Zara in su diventò vero e proprio monopolio. Attuato non tanto attraverso l’impiego della forza militare della propria flotta, alla quale pure non di rado ricorreva per fare rispettare gli accordi, quanto attraverso la capacità di individuare rotte e mercati e di saperne mantenere un controllo efficiente e affidabile. Mentre «gli altri» puntavano alle conquiste territoriali, Venezia badava a impadronirsi delle vie commerciali marittime quando ancora queste venivano viste come qualcosa di «virtuale» rispetto al valore «reale» della terra.
Ma qual era la peculiarità del mercato di Rialto, e perché lungo mille anni per tutti i mercanti e gli uomini di affari, grandi e piccoli, è valsa la massima «Se non vai a Rialto sei tagliato fuori»?
Innanzi tutto perché il monopolio veneziano consisteva in due obblighi: che gli scambi all’ingrosso avvenissero a Rialto, dove i veneziani erano i soli mediatori, e che le merci straniere giungessero qui solo su navi veneziane o su navi del Paese di origine delle merci, quindi senza alcun altro intermediario. In secondo luogo, perché Rialto non era soltanto un mercato di ogni genere di merce, ma era una importantissima piazza di affari, in cui nel tempo si erano affermati e perfezionati gli strumenti basilari del diritto commerciale e della contabilità: i codici marittimi, la partita doppia, la polizza di carico, lo scrivano di bordo, le assicurazioni marittime, la cambiale e la banca di giro, che consentiva di effettuare i pagamenti sui libri dei banchieri mediante il trasferimento di crediti invece che in contanti.
Era così essenziale non rimanere «tagliati fuori» da Rialto che anche Marco Polo a un certo punto della sua vita prestò ben 400 ducati, all’epoca una somma ingente, a uno dei tanti mercanti veneziani che da viaggiatori erano diventati residenti o sedentari, affinché li investisse a Rialto e dopo un anno glieli restituisse con un profitto legato all’andamento degli affari. La prova documentale di questo business è un atto notarile del 2 settembre 1317, che è stato scovato recentemente nell’Archivio di Stato di Venezia da Luca Molà, docente di Storia del Rinascimento all’università di Warwick. Molà ha anche trovato una transazione conclusa dallo stesso Marco Polo il 19 luglio 1317 in seguito a una controversia relativa a una proprietà immobiliare. Si tratta di due documenti inediti, pubblicati per la prima volta da «la Lettura», che hanno un grande valore, se si considera che le testimonianze d’archivio in cui compare direttamente Marco Polo, da vivo, erano finora non più di una decina.
Oggi il mercato di Rialto, sotto l’arcata del ponte omonimo, conserva intatto il suo fascino ma, appunto, vive, o meglio sopravvive, solo di questo. La sua vitalità, e dunque la sua ricchezza, si affievolisce di giorno in giorno. I banchi del pesce, della frutta e della verdura, delle spezie, si sono più che dimezzati. Il trionfo di colori delle merci, la sovrapposizione delle voci della gente che compra e dei banconisti che vendono, l’incontro tra tutti coloro che non hanno nulla da comprare, e tuttavia si danno appuntamento al mercato per sapere cosa succede e riferire cosa si viene a sapere, sono tutte immagini sbiadite che rischiano di scomparire e rimanere soltanto nei ricordi, o nei rimpianti.
A Venezia però qualcosa di bello è accaduto. La gente, la famosa gente, i residenti, rivogliono la loro Rialto e non accettano più di essere soltanto le figurine di una cartolina, o di un set cinematografico, o del Carnevale, mentre pian piano l’eutanasia del mercato isterilisce la città e spegne anche loro.
L’associazione «Rialto Nuovo», finora 4.500 aderenti, cioè il 10 per cento della popolazione, insomma un «partito», vuole che la Loggia della Pescheria, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le Fabbriche Nuove, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550 che ospitava i Tribunali, cioè i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto, vengano recuperati e l’attività commerciale di Rialto rilanciata. E lo chiede non attraverso la inconcludente caciara populista che sembra aver scocciato persino i piccioni di piazza San Marco, ma sostenendo il progetto di tre accademici che amano Venezia. Uno è Molà, di cui abbiamo già detto. Gli altri due sono Donatella Calabi, docente di Storia della Città, e Paolo Morachiello, docente di Storia dell’Architettura, entrambi allo Iuav, coautori di Rialto: le fabbriche e il ponte, 1514-1591 (Einaudi), affascinante «biografia» del ponte e di una città sempre alle prese con due maree, quella «piccola», lunare, che fa variare di 90 centimetri il livello dell’acqua, e quella provocata da venti, piogge, fiumi e correnti dell’Adriatico settentrionale, altri 90 centimetri d’acqua in su o in giù.
Fu, questo, uno dei rompicapi più difficili da risolvere quando, dopo l’incendio del ponte in legno nel 1514, si decise di ricostruirlo in pietra e ai due progetti delle «archistar» di allora, il fiorentino Jacopo Tatti detto il Sansovino e il vicentino Andrea Palladio, venne preferito quello più funzionale e non meno bello, a una sola arcata, del proto (cioè, il perito) del Provveditore al sale Antonio da Ponte, che con quel nome non poteva certo arrendersi alla illustre concorrenza. I lavori per il nuovo ponte durarono due anni, dal 1589 al 1591 (tanto per capirci sui tempi necessari a rifare i ponti distrutti) e il costo totale fu di 240 mila ducati.
L’idea del progetto Calabi-Morachiello-Molà per il mercato di Rialto è di creare nella Loggia della Pescheria, che è vuota da sei anni, è di proprietà del Comune e ha già come destinazione d’uso quella di «edificio museale», un «Museo di Venezia nel Commercio Internazionale», che faccia conoscere e sappia raccontare anche ai bambini la grandezza commerciale e culturale di Venezia. Mentre nelle Fabbriche Nuove, di proprietà demaniale, al piano terra si riorganizzerebbe e rilancerebbe il mercato ittico e al primo piano si allestirebbe un padiglione gastronomico in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata.
Il Comune, la Regione, le imprese, oltre al mondo della cultura nazionale e internazionale, sembrano tutti interessati a questo progetto, che comporterebbe una spesa complessiva di circa sei milioni di euro. Il primo febbraio questa «storia materiale» di Rialto e il progetto di recupero verranno presentati al pubblico nell’aula magna dell’Ateneo Veneto, che vedrà «intellettuali» e «popolo» finalmente non scollegati, con la band Ground Zero dei pescivendoli-musicisti di Rialto – all’alba sono al mercato del pesce e la sera diventano gruppo musicale – che intonerà la canzone-simbolo della rinascita di Rialto. «Venexia xe un pesse/ Rialto el suo cuor/ e col xe ferma/ Venexia muor», dice il ritornello. Che naturalmente non traduciamo.


Carlo Vulpio, la Lettura, 20/1/2019
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