ITALIANI / INTERVISTA A TOTO CUTUGNO


Il cantautore: mi danno del ruffiano, ma io sono autentico



Cotugno o Cutugno?
«Ogni volta devo precisare. Cotugno è cognome napoletano. Cutugno invece è siciliano. E mio padre Domenico era di Barcellona Pozzo di Gotto. Quindi io mi chiamo Cutugno, Salvatore Cutugno».
Nato però a Fosdinovo, in provincia di Massa Carrara, 75 anni fa.
«Sì, perché papà era un sottufficiale della Marina e lavorava a La Spezia. Aveva la passione per la tromba e faceva parte della banda musicale comunale. E’ stato lui ad avvicinarmi alla musica: il tamburino, la batteria, il pianoforte, la fisarmonica. Mia madre Olga, invece, era toscana. Donna piena di attenzioni, ma severa».
Una famiglia felicemente normale?
«Diciamo di sì. Se non fosse per le disgrazie che ci hanno segnati. Ho visto morire mia sorella Anna, la più grande, sotto i miei occhi, soffocata. Stava mangiando gli gnocchi e uno le andò di traverso. Aveva 7 anni, io 5. Pochi mesi dopo nacque mio fratello Roberto, a cui voglio un bene dell’anima, che si ammalò di meningite e da allora, come previde il medico, ha avuto una vita agitata. E poi l’altra mia sorella, Rosanna, che è stata la prima bambina a essere operata al cuore in Italia, a Torino. Papà si indebitò per quell’intervento. Che finì di pagare a rate nel 1978, due anni prima di morire».
Fermiamoci un attimo. L’Italiano di Toto Cutugno, fra le prime tre canzoni italiane conosciute nel mondo insieme con Volare e ‘O sole mio, è già tutta qui. Gente normale, per bene, che lavora, si sacrifica per i figli, spera sempre in un futuro migliore, non odia, ma al contrario ama: «gli spaghetti al dente e un partigiano come Presidente», «l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra», le «Maria con gli occhi pieni di malinconia» e «la moviola la domenica in tv». Un’Italia popolare, quindi, non populista. Poiché L’Italiano è semplicità, non ovvietà. E’ connessione sentimentale con un popolo, è il nazionale popolare autentico, quello che intendeva Antonio Gramsci, non la sua vulgata, non il nazionalpopolare tuttoattaccato, per indicare qualcosa di categoria inferiore. Non c’è bisogno quindi di «sdoganare» Toto Cutugno, o di «riabilitarlo». Occorre semmai vendicarlo, della supponenza e del disprezzo che senza motivo artistico vero gli sono stati riservati, perché Cutugno è un grande artista. «Sente» la musica. La compone. Scrive i testi. Più di 300 canzoni, eseguite da tutti i più grandi cantanti degli ultimi quarant’anni, in Italia e all’estero. Da Adriano Celentano a Ray Charles, per citare solo due nomi.
Eppure più lei aveva successo e più la criticavano. Perché?
«Mi avessero solo criticato… Mi hanno definito un ruffiano, uno che cerca di vincere facile facendo leva sulle emozioni. Mah! Io penso solo di essere autentico. Per me, una canzone può essere più semplice o più difficile, più bella o meno bella, mai però qualcosa che io non senta e non viva dentro di me».
Un’accusa del genere per esempio le è stata rivolta per la canzone Figli, seconda a Sanremo del 1987.
«Questa canzone dice: “Figli del Duemila/bianchi e neri tutti in fila/per un secolo migliore”. Trent’anni fa. Ruffiana o anticipatrice?».
E’ stato anche l’unico italiano a vincere un Eurofestival, a Zagabria nel 1990, un anno dopo la caduta del Muro di Berlino.
«Sì, con un brano “europeista”, Insieme 1992. Perché credevo, e lo credo ancora, che l’Europa non vada sfasciata, ma fortificata. Ruffiana anche quella canzone?».
Com’è nata L’Italiano?
«Eravamo in Canada, a Toronto. Quella sera, io mi ero esibito in teatro davanti a 3.500 persone e ricordo che a un certo punto realizzai che quei 7.000 occhi che mi guardavano erano tutti occhi di italiani. Pensai: scriverò una canzone per questa gente».
L’ha composta lì, in teatro?
«No. E’ stato nel ristorante italiano “Mamma Rosa”, in cui andavamo sempre a mangiare perché la proprietaria aveva due figlie bellissime. Avevamo con noi le chitarre e abbiamo cominciato a cantare. A un certo punto mi son fatto dare un pezzo di carta e ho messo giù un La minore-Re minore e poi il resto. Quindi ho chiamato Popi Minellono e gli ho detto: scrivimi il testo di questa canzone, vorrei intitolarla Con quegli occhi di italiano».
E Minellono non ha pensato che quella sera lei si fosse solo entusiasmato per le figlie di Mamma Rosa?
«Non credo, perché la prima cosa che mi disse fu che il titolo doveva essere L’Italiano. La seconda venne a dirmela dopo tre giorni: “Toto, ho fatto una bomba”».
Però avete pensato di farla cantare a Celentano. Perché?
«Perché era perfetta per lui. Perché per Celentano avevo già scritto Soli e Il tempo se ne va, due grandi successi».
Invece Celentano fece il gran rifiuto.
«Ci gelò: non ho bisogno di dire che sono un italiano vero, disse, perché io lo sono già».
E poi lei nel 1983 portò L’Italiano a Sanremo?
«No. Prima si pensò di farla eseguire a Gigi Sabani che doveva cantarla imitando Celentano. Solo quando la ascoltò Gianni Ravera e la definì un capolavoro mi decisi a cantarla io a Sanremo. Dove, com’è noto, la canzone arrivò al quarto posto nel voto della giuria e al primo nel voto popolare».
Ha sempre detto di sé di essere timido e di aver persino paura quando sale sul palco. Come mai?
«Timido lo sono sempre stato. A 18 anni, per la prima volta una ragazza mi disse che ero un bel ragazzo, e io arrossii e credo di essere rimasto così, imbambolato, per qualche giorno».
Nemmeno quando vinse Sanremo nel 1980 con Solo noi superò la timidezza?
«Macché. Non manifestai il benché minimo entusiasmo. Me ne andai da solo in macchina a fare un giro verso Bordighera. Mi fermai su una spiaggia, di notte, e mi misi a urlare».
E dopo il successo de L’Italiano, quando le arrivò la consacrazione di Domenico Modugno?
«Modugno era entusiasta. Mi disse: hai fatto una canzone stupenda, continua così, sarai il mio successore. Ero felice, naturalmente, ma nemmeno allora mi riuscì di esternare questa felicità».
Tra i cantanti con i quali ha duettato, chi l’ha emozionata di più?
«Ray Charles. Non solo perché cantò la mia canzone Gli amori a Sanremo, nel 1990. Non solo perché cantare insieme con lui in Versilia è stata una grandissima emozione. Ma anche perché quando ci siamo conosciuti ha voluto sapere tutto di me».
Anche di suo figlio Nico, di sua moglie Carla e della mamma di Nico, Cristina?
«Sì. E io gli ho raccontato che ero e sono sposato con Carla e che volevo un figlio. E che questo figlio, Nico, l’avevo avuto da Cristina. Carla poteva cacciarmi di casa e invece non lo ha fatto. Al contrario, la prima cosa che mi disse fu di riconoscere mio figlio e dargli il mio cognome. Nico Cutugno oggi ha 28 anni, è laureato in Economia ed è uno di quei tanti bravi ragazzi italiani sui quali il nostro Paese dovrebbe puntare».
Dieci anni fa, la scoperta di un cancro che le è costato un rene. Oggi?
«Non gliel’ho data vinta. Ho combattuto e sto meglio. Il 17 dicembre riprendo con un concerto all’Olympia di Parigi. In Francia mi amano».
E la Cutugno-mania esplosa in Russia, come se la spiega?
«Sorprendente, emozionante. Ma è così anche in Ucraina, Albania, Polonia, Georgia, Azerbaigian, Kazakhstan, Egitto, Israele… Credo che la canzone, la melodia, la lingua italiana abbiano un fascino insuperabile».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9/12/2018
Annunci