Augusto Agosta Tota aveva 13 anni quando avvicinò per la prima volta il pittore. “Mi disse: lo so che nessuno mi crede, ma andrò nei più grandi musei del mondo”.



Gualtieri, Guastalla (Reggio Emilia) e Lumezzane (Brescia)


Quando arriva a Reggio Emilia nel 1919, espulso per cattiva condotta dalla Svizzera, dov’è nato, ha vent’anni ed è accompagnato da due carabinieri, come Pinocchio. E come Pinocchio è innocente, non ha fatto niente, ma è giudicato pericoloso per la quiete pubblica e la pubblica incolumità. Insomma, è già marchiato come il matto, Al Matt, che sarà il suo secondo nome, anzi il primo, quando si stabilirà in Padanìa. A denunciarlo era stata la coppia che lo aveva adottato, due svizzeri che forse speravano nelle braccia di un maschio giovane, figlio di padre ignoto e la cui unica certezza era di essere stato partorito a Zurigo da Elisabetta Costa, emigrante bellunese.
Quando arriva qui, si chiama ancora Antonio Laccabue come il suo primo papà adottivo Bonfiglio Laccabue – anche lui emigrato in Svizzera, ma da Gualtieri -, dopo essersi chiamato Antonio Costa come la madre. Laccabue atterra sulle rive del Po come un alieno. E’ un alieno. Spaventato. Spaesato. Con una valigia di cartone piena di illustrazioni di animali ritagliate da qualche rivista e di disegni suoi. Abbassa lo sguardo quando gli altri lo osservano con curiosità come una bestia dello zoo, oppure è lui a trapassarli con i suoi occhi spiritati e fuori dalle orbite. Non capisce una parola di italiano, parla molto poco e soltanto il tedesco. Comprende subito che il suo nuovo mondo, nel cuore della pianura padana, più che le strade, le case, le osterie e le cascine di Gualtieri e di Guastalla saranno le golene e i boschi lungo il Po. Il fiume diventa suo padre e sua madre, la sua donna e il suo amico fidato, la sua oasi e la sua giungla, in cui immagina di ritrovarsi di fronte le belve feroci che poi dipinge, ma che in realtà ha visto soltanto al circo e che per lui sono gli uomini, l’umanità che lo deride, lo provoca, lo maltratta, lo rifiuta.
Vive così per dieci, quindici, venti, trent’anni, tra un manicomio e l’altro, tra decine di tentativi di fuga seguiti puntualmente da altrettante «catture», aiutato da qualche anima buona e da due scultori – Marino Mazzacurati e Andrea Mozzali – che ne colgono il talento e lo invogliano a dipingere e a scolpire. Ma è sempre una vita grama, allucinata, alienata. Una vita raccontata magistralmente in Ligabue (regista Salvatore Nocita, sceneggiatori Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco, prodotto dalla Rai nel 1977), in cui esplode tutta la bravura di Flavio Bucci, più Ligabue di Antonio Ligabue.
Una vita che adesso sarà di nuovo raccontata in un altro film su Ligabue che si sta finendo di girare proprio in queste settimane a Gualtieri e dintorni: Volevo nascondermi, di Giorgio Diritti, con Elio Germano chiamato a interpretare il pittore. Aggiungere qualcosa al Ligabue-Bucci però sarà molto difficile, una missione all’apparenza impossibile, ma, a parte questo, la domanda rimasta senza risposta per decenni è un’altra: quand’è che Antonio Ligabue diventa Ligabue? E cioè, chi ha «scoperto» Ligabue e lo ha fatto conoscere a quel mondo della cultura – Zavattini, Argan, De Micheli, Dell’Acqua, De Grada, Solmi, Margonari e tanti altri – che subito dopo lo ha consacrato artista?
«Quell’uomo, anzi quel ragazzo, ero io – dice Augusto Agosta Tota a la Lettura -. Ho incontrato per la prima volta Ligabue nel 1951, avevo 13 anni, e da allora non l’ho più perso di vista, nemmeno dopo la sua morte, avvenuta nel 1965». Agosta Tota oggi ha 80 anni ed è il presidente della Fondazione Archivio Ligabue, con sede a Parma. Dopo 65 anni dal giorno in cui incontrò Ligabue, Agosta Tota ha realizzato il sogno della sua vita, creare una fondazione dedicata a Toni al Matt. Fondazione che oggi è il punto di riferimento in Italia e nel mondo per chiunque voglia conoscere Ligabue ed esporre le sue opere e che è stata «generata» dal Centro studi Ligabue sorto nel 1983 e dalla rivista I naïf italiani, nel 1974.
Ligabue, che nel 1948 era stato finalmente liberato dal manicomio, da qualche anno aveva trovato un luogo in cui dipingere e una motocicletta per girare il mondo, il suo mondo ovviamente, quello intorno al Po della Bassa reggiana. Le moto erano la sua passione, arriverà ad averne 11 uguali, tutte moto Guzzi rosse. Stivali, giubbotto e casco, Ligabue arriva sparato e puntuale al suo «atelier», uno sgabuzzino nella stazione di servizio Agip di via Cisa a Guastalla, che Nullo Gandolfi, il gestore, gli ha messo a disposizione, e si rinchiude lì dentro a dipingere. E quando dipinge lo fa con tutto il corpo, come Keith Jarrett quando suona il pianoforte. Si contorce, imita i versi e le movenze delle belve e degli animali domestici che ritrae su tavola e su tela, arriva a farsi male alle mani e al volto perché, per esempio, come un’aquila graffia e plana, ma sul muro dello stanzino in cui si è trincerato. Il figlio di Nullo, Gianfranco, e il suo amico Augusto Agosta Tota lo spiano dalla porta socchiusa e ogni volta assistono a uno spettacolo incredibile. Ligabue se ne accorge, li caccia via e serra l’uscio, ma quei due tornano sempre lì e in breve tempo diventano il suo pubblico adorante. Antonio allora li accetta e a volte sembra addirittura dipingere grazie a loro, diventati la presenza costante e il sostegno disinteressato degli amici che lui non ha. Un taglio netto con un passato di dolore e Laccabue cambia il cognome in Ligabue, i suoi quadri piacciono e li baratta in cambio di tutto ciò che gli serve. Ma dopo qualche anno, quando Augusto, diventato più grandicello e istintivamente ipnotizzato dall’arte di quell’uomo solitario, chiede a Ligabue di vendergli un quadro, lui non si fa pregare. «Quanto ti devo?», gli chiede Augusto. «Fai te – risponde Ligabue -. Quel che prendi, metà a me e metà a te». Così è stato venduto il primo quadro di Ligabue, per 500 lire, e poi altri e altri ancora, con il giovane Augusto e il vecchio Antonio ormai soci al 50 per cento.
In realtà, il sodalizio tra i due è stato anche l’incontro tra due persone segnate dalla vita, e anche per questa ragione non si è mai spento. Augusto aveva 7 anni quando, nel 1945, a guerra finita, il padre Alfonso e il fratello maggiore Aristodemo, di 45 e 15 anni, saltarono in aria su una di quelle «bombe giocattolo», sganciate indifferentemente da tedeschi e americani, sotto gli occhi della madre Nerina. E se Ligabue era passato da un manicomio all’altro, Agosta Tota entrava ed evadeva dai collegi in cui era costretto dalle ristrettezze di una famiglia di sei figli che una vedova non riusciva a mantenere. I due si capirono subito e al suo giovane «procuratore», che ormai gli vendeva i quadri come un navigato mercante, Ligabue un giorno disse: «So che nessuno mi crede, e forse nemmeno tu, ma io andrò nei più grandi musei del mondo».
Oggi possiamo dire che Al Matt aveva visto lontano e ha avuto ragione, la Fondazione Archivio Ligabue quest’anno lo ha portato a Mosca e si appresta a esporre le sue opere in Qatar, a New York, a Montreal e a Parigi, perché Ligabue è conosciuto e richiesto in tutto il mondo. I suoi quadri (più di mille), le sue sculture (70), i suoi disegni (200) e le sue puntesecche (un centinaio) piacciono («la sua è una pittura che entra nel sangue», dice Agosta Tota) e i visitatori delle sue mostre è raro che non tornino a rivederle anche due o tre volte. Ma in quegli anni Cinquanta in cui Ligabue si legava in spalla il suo ultimo quadro e montava sulla Guzzi rossa per trasportarlo dalla sua casetta di Gualtieri (oggi Casa museo Ligabue) allo sgabuzzino del distributore Agip di Guastalla (dove adesso c’è la palazzina di una banca), o alla trattoria Croce Bianca (un bel palazzo del Cinquecento ristrutturato e ora abitazione di pregio), sempre a Guastalla, in cui andava a mangiare ma soprattutto a corteggiare l’ostessa Cesarina, chiedendole di sposarlo e promettendole di portarla a vivere nel castello di Albinea, sulle colline di Reggio Emilia, in quegli anni lì, se Ligabue non avesse potuto scorazzare lungo il Po con la sua moto, il Caso non lo avrebbe notato e non avrebbe potuto aiutarlo.
Invece, ecco che un giorno del 1956 l’industriale bresciano Vito Gnutti (ministro dell’Industria dal 1994 al 1995) mentre è alla guida della sua auto si incuriosisce a quel motociclista con un quadro in spalla e prende a seguirlo. Lo tallona per 35 chilometri e quando il pedinamento finisce si fa mostrare il dipinto e chiede a Ligabue di venderglielo. Lui si rifiuta. Ma Gnutti dopo 15 giorni torna alla carica e questa volta con una proposta che Ligabue non può rifiutare: trasferimento nella propria villa a Lumezzane, con vitto e alloggio gratuiti, servitù a disposizione e una moto in regalo; i quadri che Ligabue dipingerà saranno acquistati da Gnutti al prezzo deciso dall’artista. Ligabue resta a Lumezzane per nove mesi, vende a Gnutti una ventina di quadri e poi decide di tornare a correre sulle rive del Po. Continuerà a lavorare fino al 1962, quando una paresi gli impedirà di fare la cosa più bella della sua vita. Gli ultimi tre anni, fino all’ultimo giorno, il 27 maggio 1965, li trascorrerà nel ricovero «Carri» di Gualtieri, che ancora oggi è una residenza per anziani. Lascerà 250 mila lire su un libretto di risparmio della Cassa rurale di Gualtieri, tre motociclette Guzzi rosse e due sculture di se stesso in bronzo. L’una è sulla sua lapide al cimitero ed è il suo volto un attimo dopo la morte, che Andrea Mozzali fissò in una maschera di cera. L’altra è l’unico autoritratto in scultura di Ligabue che il pittore Sergio Terzi, noto come Nerone, ha fatto ingigantire con il pantografo dalla fonderia Venturi Arte di Bologna e ha donato al comune di Gualtieri. E tuttavia, benché nessuno saprebbe di Gualtieri se non per Ligabue, la scultura è stata piazzata come un avanzo di magazzino su una impalcatura di tubi Innocenti, seminascosta dopo una curva. Nemmeno fosse quella di un Matt qualunque.


Carlo Vulpio, la Lettura, 11/11/2018
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