Sono stati gli scambi, le migrazioni, non la chiusura, a produrre le scoperte. “Storia del Mediterraneo in 20 oggetti”, di Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli



Bisogna amarlo davvero molto, il mare Mediterraneo, per poterlo raccontare attraverso alcuni, apparentemente «piccoli» oggetti, e soprattutto per poter dire di lui che non piace così com’è diventato oggi. Non basta tuttavia solo amarlo, occorre anche conoscerlo in profondità, nel tempo e nello spazio, per poterne dire la grandezza, la essenzialità, la insostituibilità nella storia dell’umanità, persino quando con la scoperta dell’America il Mediterraneo sembrava condannato a un destino di marginalità, mentre invece poi è accaduto tutto il contrario, specialmente con il raddoppio del Canale di Suez e con la scoperta di enormi giacimenti di gas metano nelle acque di Cipro, Israele ed Egitto. Ricchezza che potrà affrancare Israele dall’embargo petrolifero dei Paesi produttori di greggio e potrà dare una svolta all’economia dell’Egitto e, chissà, anche diventare un’ottima carta per la pacificazione del Medio Oriente.
Ma nonostante il Mediterraneo non abbia mai deluso le aspettative, in bene, e abbia quasi sempre dimostrato che, in male, al peggio non c’è mai limite, resta pur sempre difficile scegliere attraverso quali «oggetti» raccontare un mare così ricco di cultura e di storia, così simile lungo le sue coste eppure così differente nei suoi popoli e nelle loro usanze, lingue e soprattutto religioni, che sono tre religioni monoteiste, esclusiviste, gelose l’una dell’altra, rivali da sempre e, due di esse, cristianesimo e islam, spesso e volentieri dimostratesi pronte a spargere sangue nel nome di Dio.
La Storia del Mediterraneo in 20 oggetti, di Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli (Laterza), è prima di tutto una attestazione di un grande amore per il proprio oggetto di studio — i due autori sono storici affermati —, accompagnata dal desiderio di raccontarlo come veri e propri cantastorie, dal momento che Feniello e Vanoli si sono anche scoperti capaci di tenere bene il palco del teatro per le loro lezioni «camuffate» da spettacoli.
Storia del Mediterraneo in 20 oggetti è perciò anche il copione di uno spettacolo teatrale ed è un breviario — sull’esempio illustre di Predrag Matvejevic, al quale gli autori dichiarano di essersi ispirati, così come ai documentari di Folco Quilici —, ma è anche qualcosa di più, è cioè una vera «storia», filologicamente rigorosa, che accanto al dettaglio rivelatore propone una visione d’insieme e una chiave di lettura.
Se, per esempio, si narra la storia del calcolo e dei numeri, dal primo computo digitale — cioè quello svolto con l’uso delle dita delle mani — e dall’abaco, fino ai numeri cosiddetti arabi che però erano indiani ma originano dalla Cambogia, e fino alla scoperta dello zero — una novità assoluta, considerato manifestazione dell’ingegno del Maligno tanto da vietarne l’uso — e si arriva al genio del matematico persiano al-Khuwarizmi (da lui, il termine algoritmo) e dell’italiano Leonardo Fibonacci, non è soltanto per dimostrare che nel Mediterraneo dei traffici e dei commerci, «tanto bisognoso di matematica, stava succedendo qualcosa di rivoluzionario che avrebbe reso l’abaco obsoleto». O solo per illuminarci sui progenitori delle macchine calcolatrici, fino agli apparecchi elettronici della Olivetti, ai computer e alle applicazioni dei telefonini. Ma anche per sottolineare che nel Mediterraneo le migrazioni, e non solo quelle causate dalle guerre, sono la regola da almeno tremila anni a questa parte. E anche Leonardo Fibonacci rientra in questa casistica, che è appunto la regola: «Da ragazzino seguì il padre in Nord Africa presso la dogana di Bugia (Béjaïa), per conto dei mercanti pisani — scrivono Feniello e Vanoli —, è uno dei tanti migranti del mare che tentano la sorte sul Mediterraneo, nella speranza che possano prosperare in un mondo più ricco, più avanzato, più evoluto. Solo che allora la direzione era contraria, rispetto a oggi: da nord la gente andava a sud, a partire dai primi italiani, gli amalfitani».
Per l’anfora, come per l’abaco e gli altri 18 oggetti di questa Storia, il discorso non è molto diverso. Sono stati gli scambi, i commerci, l’apertura, non le guerre, l’odio e la chiusura entro le proprie mura, a far sì che l’anfora — in cui si trasportavano derrate, olio, vino — dominasse i mercati per circa duemila anni. Per poi essere soppiantata dalle più leggere botti di legno, che la rendono antieconomica.
Passeranno secoli e il volto dei porti e delle coste del Mediterraneo sarà di nuovo cambiato dalla intuizione semplice e geniale di Malcom McLean («Un uomo che ha cambiato il mondo almeno quanto Steve Jobs e Bill Gates»). McLean nel 1937, nel porto di New Jersey, osserva la spropositata fatica dei facchini nel carico e scarico delle merci e vent’anni dopo la traduce in una scatola, il container, che il 26 aprile 1956 fa il suo esordio nel porto di Newark, di fronte a Manhattan, dove a riempire e a svuotare le navi penseranno le gru. E così anche nel Mediterraneo tutto cambia.
Oggetti, dunque: per le navigazioni e i commerci, come la bussola, la moneta, la lucerna; ma anche per lo spirito e per il corpo, come la chitarra, la coppa, il portaprofumi. E ovviamente la valigia. Quella in cui gli emigranti italiani per l’America, ammassati nei nostri porti, custodivano tutta la loro vita, e quella dei migranti di oggi, con dentro più meno le stesse cose, medicine, cibo, pannolini, acqua, documenti. Più uno scandaloso cellulare e persino un caricabatterie.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/11/2018
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