Pellizza da Volpedo, Iudice, Mus: dieci mostre nel restaurato palazzo Doebbing



Sutri (Viterbo)


Se ogni città d’Italia avesse un mecenate e un sindaco innamorati del Bello e immuni dal male oscuro della burocrazia, l’Italia rinascerebbe. I suoi borghi, le sue opere d’arte, le sue meraviglie archeologiche, i palazzi, le chiese e le case non verrebbero soltanto conservati e preservati dalla malora, ma risorgerebbero a nuova vita, tornerebbero ad accogliere e non continuerebbero a respingere, spopolandosi, i loro stessi abitanti, scomparendo così pian piano anche dalla memoria dei nativi. Ma per far questo – farlo, non sognarlo o auspicarlo -, nell’Italia di oggi bisogna essere pazzi o irregolari.
Sutri, borgo etrusco risalente al V secolo avanti Cristo e forse anche al VII, stupendo centro della Tuscia – il nome che i Romani diedero all’Etruria -, i suoi due pazzi li ha trovati in Emmanuele Emanuele e Vittorio Sgarbi. Il primo, intellettuale, docente universitario di Scienza delle finanze, mecenate e pioniere del terzo settore non profit; il secondo, critico d’arte senza altri aggettivi e sindaco anomalo di Sutri, con una maggioranza di centrodestra che gli si oppone e una minoranza di centrosinistra che lo sostiene. Sgarbi, diventato sindaco, ha subito nominato Emanuele, che a Sutri ha il suo buen retiro, cittadino onorario poiché il Professore, come lo chiamano tutti, aveva già da solo e in silenzio, con la sua Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale, mirabilmente recuperato e restituito a Sutri la chiesa romanica di San Francesco, fondata nel 1222 dal santo di Assisi. Accanto ai due pazzi però mancava ancora il soggetto irregolare, che è arrivato sei mesi fa «per punizione» da Roma – in seguito alla sua ferma opposizione allo scellerato progetto del nuovo stadio – nella persona esile e coriacea di Margherita Eichberg, soprintendente all’archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.
Con queste tre figure Sutri è ripartita come merita e adesso sta vivendo un momento d’oro, che non si capirebbe senza ciò che abbiamo detto finora, e che le ha permesso di allestire subito, nel restaurato Palazzo Doebbing, quello che è stato già definito da autoctoni e stranieri «il più bel museo della Tuscia», oltre che un esempio per il resto d’Italia.
Se l’anfiteatro romano del I secolo avanti Cristo e la chiesa della Madonna del Parto del XIII secolo, scavata nel tufo e nota come «il Mitreo» per il rinvenimento di un rilievo del dio Mitra, sono la carta d’identità di Sutri, le dieci mostre di Palazzo Doebbing – a cura della Fondazione Arte e Cultura, del Vescovado, del Comune e della Regione e da oggi fino al 13 gennaio 2019 aperte al pubblico (nove da oggi, la decima dal 15 dicembre) – sono la prova generale del futuro di Sutri.
I dipinti e le sculture dei 34 principali artisti della Tuscia fra XIV e XVII secolo parlano della «Bellezza di Dio» con potenza e semplicità. Mentre il mondo classico e pagano rivivono nelle opere di due artisti contemporanei di nudi maschili, Wilhelm Von Gloeden e Roberto Ferri, che «dialogano» tra loro con naturalezza, nonostante l’uno parli attraverso la fotografia, nei primi trent’anni del secolo scorso, e l’altro, che di anni ne ha appena 40, attraverso la pittura, ma con tale «forza caravaggesca» da far dire a Sgarbi che «siamo di fronte a un fenomeno che dipinge come un pittore antico soggetti moderni». E ancora, ecco gli «Animali e Piante Immortali» di Luciano e Ivano Zanoni, le «Icone» di Matteo Basilè, le opere di EVA intitolate «To the wonder» e quelle di Italo Mus, «Sotto il cielo». E poi Luigi Serafini e la sua spettacolare «Altalena Etrusca», ricostruzione fantastica di un ritrovamento archeologico che meglio non potrebbe trasmettere che tipi fossero gli Etruschi, popolo religioso e ludico, e che tipo è Serafini, un artista geniale nel solco di de Chirico e Savinio, ammirato da Italo Calvino e Umberto Eco.
Emozionanti, e non perché «attuali» ma perché «universali», i dipinti di Giovanni Iudice. Con «Il Quarto Stato oggi: migranti», Iudice riempie i barconi di disperati e li fa navigare nei canali di Venezia, non per «buonismo» ma per «realismo» e per quel senso di umanità che non deve mancare mai e che invece si smarrisce facilmente per qualche voto in più e che fa dire a Emanuele: «La cultura e l’arte, così come hanno abbattuto le barriere sociali, abbatteranno quelle etniche e religiose». E questo mentre l’autore del vero Quarto Stato, i proletari in marcia verso l’uguaglianza e la libertà, Giuseppe Pellizza da Volpedo, è qui presente con un dipinto delicato, poetico, Idillio verde, o Passeggiata amorosa, in cui ci sono soltanto lui e lei, incorniciati da una natura rigogliosa che se non è quella di Sutri molto le assomiglia. Un’opera «romantica», cioè propria di un’anima generosa e ardente che, avrebbe detto Stendhal, «è capace di porre più su della felicità dei re il semplice passeggiare sola con l’amante in un bosco remoto».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 15/9/2018
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