POPOLI / Per Stephen Smith, autore del libro La ruée vers l’Europe. La jeune Afrique en route pour le Vieux Continent, ci sono quattro modi di affrontare l’immigrazione: fare un tutt’uno di Paesi di origine e di destinazione, trasformare l’Europa in fortezza, accettare una «deriva mafiosa», creare protettorati. Ma la soluzione è (forse) un mix tra le ipotesi



Parigi


Alle Olimpiadi di Londra del 2012, l’atleta più giovane era una ragazzina del Togo di 13 anni, quello più vecchio un giapponese di 71 anni. E’ questa la fotografia più fedele della distribuzione e della composizione della popolazione sul pianeta. Il Togo è uno dei tanti Paesi dell’Africa subsahariana, dove la crescita della popolazione è esponenziale ed è la più alta del mondo (230 milioni nel 1960, più di un miliardo nel 2015) e dove si concentrano gli esseri umani più giovani del globo. Una enorme sala d’aspetto, dove tutti e ciascuno, alluvionati e ammaliati dalle immagini di benessere e prosperità del Nord del mondo diffuse dalle tv satellitari e dalla tecnologia 4G dei cellulari, aspettano il proprio turno per partire, anzi per correre verso l’Europa.
Sono moltitudini in marcia di propria iniziativa – il contrario delle deportazioni schiavistiche lungo le rotte atlantiche del XVII e XVIII secolo -, flussi umani di massa irreversibili, il problema più grande con cui deve misurarsi l’umanità, oggi e nelle prossime generazioni. Argomento troppo serio per essere affrontato a colpi di slogan propagandistici, sondaggi elettorali e proclami improntati a una sorta di «irenismo umanitario» o, all’opposto, «all’egoismo nazionalista fondato sul culto del sangue e del suolo», scrive Stephen Smith in La ruée vers l’Europe, da poco pubblicato in Francia dall’editore Grasset e da tradurre al più presto anche in italiano.
Saggista, giornalista di Liberation e di Le Monde per diversi anni dall’Africa – a Lagos, in Nigeria –, oltre che docente alla Duke University di Durham, in North Carolina, Stephen Smith avverte continuamente il lettore che il dibattito sull’immigrazione al quale assistiamo è sbagliato perché «è virulento», inquinato da parole e opere di chi parla e agisce senza prima conoscere e capire.
L’argomento, dice Smith, non può essere affrontato con chiavi «morali»: «Non si tratta di scegliere tra il Bene e il Male, ma di governare le città nell’interesse dei loro cittadini». Ecco, ma quali sono gli «interessi» dei cittadini? Il più importante di tutti, che vale sia per la Vecchia Europa, sia per la Giovane Africa, è che l’immigrazione di massa dall’una all’altra non è nell’interesse né dell’una né dell’altra: «L’Africa ha più da perdere che da guadagnare “esportando” i suoi giovani, come se questi fossero il problema e non la soluzione». E quindi che cosa fare, «aiutarli a casa loro», secondo un altro facile e vuoto slogan molto in voga?
Una possibilità di soluzione, o meglio, di governo di questa grande sfida per l’umanità (l’altro fronte simile a quello mediterraneo, ma non così critico come questo, per le ragioni che Smith esamina, è il confine tra gli Stati Uniti e il Messico) può venire, scrive Smith, prima ancora che dall’economia, dalla demografia, dalla geografia umana. Che significa non soltanto stilare statistiche su incremento e decremento delle popolazioni, ma capacità di comprendere il «profilo demografico» di una società, cioè il peso specifico che al suo interno hanno i diversi gruppi di età e le dinamiche tra questi gruppi. E in Africa, in quella subsahariana in particolare, è in atto, anzi è già avvenuto, uno stravolgimento delle antiche relazioni tra «giovani» e «vecchi» che ha cambiato profondamente quelle società che noi crediamo di conoscere.
Il concetto di «giovane», per esempio, che in Europa indica chi ha tra i 18 e i 25 anni, in Africa è sconosciuto: lì, è considerato giovane chi si oppone agli anziani e alla loro autorità, ed è riferito a tutti coloro che sono in età da lavoro, e perciò può arrivare a 40 anni e anche oltre. Tanto che l’Unione africana ha ritenuto di dover fissare convenzionalmente a 35 anni l’età entro la quale si è giovani.
L’altra novità che ha fatto irruzione nei Paesi dell’Africa subsahariana contemporanea è il rinnovamento religioso: per l’evangelismo pentecostale cristiano e per i musulmani, scrive Smith, «il Sud Sahara è la terra del futuro e quale che sia la religione scelta, essa rappresenta la negazione in blocco dell’autorità tradizionale». Ciò che però è più importante, è che i giovani africani «convertiti» non vivranno la nuova fede solo nei luoghi di culto e nella sfera privata, ma ne impregneranno la loro vita pubblica.
Da un Sud Sahara sotto stress ecologico (la Fao definisce «degradate» l’80% delle sue terre) che li respinge, e con la speranza di ricongiungersi alle comunità insediate all’estero che «ce l’hanno fatta», una marea umana è pronta lanciarsi nella corsa verso l’Europa, l’approdo più vicino. Il viaggio di questa umanità – dice Smith, citando lo storico Fernand Braudel – è un viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo, poiché «l’Africa è certamente sottosviluppata, ma non è arretrata: è altrove».
L’esplosione demografica e la deriva ecologica sono dunque i primi problemi da affrontare. La pianificazione delle nascite, sostiene Smith, è la soluzione più evidente per aumentare la ricchezza pro capite. Ma per l’Europa che si è ritrovata a Lisbona nel 2000 la demografia non era nemmeno all’ordine del giorno e per gli organismi internazionali è ancora un terreno di improvvisazioni. L’Europa, se non vuole finire travolta, deve dunque capire che non può disinteressarsi al sud del Mediterraneo, per la semplice ragione che esso fa parte del suo stesso condominio, e come recita il proverbio, «se la casa del tuo vicino brucia, devi correre ad aiutarlo, altrimenti anche la tua brucerà». E poiché le migrazioni sono vecchie come il mondo e non si fermeranno mai, Smith propone di affrontarle con razionalità, senso di umanità e senza cedere al modello astratto dell’«uomo senza qualità», falsamente universale.
L’ex ministro italiano degli Interni, Marco Minniti, scrive Smith, è riuscito a fare qualcosa del genere: ha delimitato il raggio d’azione delle Ong nel Mediterraneo e ha «dialogato» anche con i signori della guerra libici, e così – aprendo anche il primo corridoio umanitario della storia dalla Libia all’Europa – nel 2017 ha ottenuto il risultato di una netta riduzione degli sbarchi. Occorre lungimiranza però, poiché le vie possibili per affrontare il fenomeno, che secondo Smith sono quattro, hanno tutte dei limiti.
La prima è l’«Eurafrica» dell’accoglienza senza riserve, nella convinzione che gli immigrati possano rendere il Vecchio Continente più giovane e più dinamico; ma questo significherebbe la fine della sicurezza sociale in Europa, dice Smith, che è fondata su un contratto di solidarietà intergenerazionale.
La seconda è «l’Europa fortezza», la via securitaria, quella che fa più presa sulla gente e sugli elettori, che però è una battaglia persa in partenza ed è anche disumana e vergognosa.
La terza via è quella della «deriva mafiosa», l’immigrazione gestita da trafficanti africani e malavita organizzata europea.
La quarta, un «ritorno al protettorato», che non è da escludere, perché le contropartite ai Paesi interessati (come già avviene con Marocco e Libia) possono fermare i flussi alla fonte; ma c’è la controindicazione di un approccio neocoloniale.
La quinta via, che è una combinazione di tutte le opzioni precedenti e che Smith definisce politique de bric et de broc, sarebbe la migliore, sia nell’immediato che in prospettiva: se si riuscisse a mantenerla per un paio di generazioni, si avrebbe il tempo per disilludere i giovani africani su una Terra promessa che non esiste. Ma la Vecchia Europa dovrebbe mobilitare tutte le proprie energie affinché la Giovane Africa possa ritenere più conveniente non assaltare l’altra sponda del mare.



Carlo Vulpio, la Lettura, 2/9/2018
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