Maestro / A Castellabate, nel salernitano, una mostra dedicata al critico e artista scomparso lo scorso marzo. Diceva: «L’atmosfera magica di Paestum stimola la mia creatività»



Castellabate (Salerno)


I brutti sogni, gli incubi, non possono che essere cornuti. Non nel senso delle «corna» nel tradimento amoroso, ma nel significato proprio: bricconi, birbanti, capaci di insinuarsi nel cervello dormiente in maniera disonesta. E i personaggi, non i protagonisti di film, opere teatrali e romanzi, ma quelli che siamo abituati a considerare tali, le persone «importanti», i vip, sono sempre accompagnati da almeno due (inutili) assistenti e a chi li guarda appaiono buffi, ridicoli, pretenziosi, deformi, anche se per darsi un tono indossano un papillon.
Basterebbero questi due dipinti, due bellissimi e originali acrilici su tela di Gillo Dorfles, L’incubo cornuto, che è del 1999, e Personaggio con 2 assistenti, del 2007, per cogliere il genio di un artista, un grande intellettuale, un uomo profondo e saggio come Gillo Dorfles e per comprendere il senso delle sue parole, che racchiudono il significato di tutte le sue creazioni pittoriche. «Dipingo quelle forme che mi ossessionano, che mi si agitano dentro», diceva dei suoi quadri (e disegni, e bozzetti, e decorazioni) Gillo Dorfles.
La mostra Oltre lo sguardo dedicata a Dorfles a quattro mesi dalla sua scomparsa, curata da Luigi Sansone in una sala del Castello di Sant’Angelo, che domina il meraviglioso golfo di Castellabate nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è il luogo migliore per accogliere le opere di Dorfles. Per due ragioni. La prima, è che in un luogo come questo non c’è bisogno di spiegare il concetto di «pausa», caro a Dorfles tanto nell’arte quanto nella vita. Il secondo è che negli ultimi vent’anni della sua lunga esistenza, Dorfles, che era nato a Trieste nel 1910, ha trascorso tutte le estati qui vicino, a Paestum.
«L’atmosfera prodigiosa di Paestum — diceva Dorfles — stimola la mia creatività. L’ambiente, la campagna, hanno una qualità talmente eccezionale che incitano alla creazione. Quando vengo a Paestum la voglia di dipingere e di scrivere viene eccitata». E metà della mostra di Castellabate, infatti, compresa ovviamente la litografia del celebre Tuffatore di Paestum in versione dorflesiana, cioè assolutamente non figurativa, appartiene al suo «periodo cilentano». E poiché al Cilento è legata la figura del generale dei carabinieri Pio Alferano — che ideò la Banca dati delle opere d’arte trafugate —, Vittorio Sgarbi e Santino Carta, direttore artistico e presidente del premio intitolato al generale, hanno pensato a Gillo Dorfles e lo hanno onorato della prima mostra dopo la sua morte.
Ma Paestum e il Cilento sono per Dorfles anche i luoghi della nascita, da lui sostenuta, nel 1995, del Museo Materiali Minimi di Arte Contemporanea, che lo entusiasmò e al quale contribuì con dipinti di grandi dimensioni realizzati in loco. E sono i posti in cui nel 2002 conosce Giuseppe Pagano, viticultore e produttore di vini pregiati, ne diventa grande amico e disegna per il suo Aglianico sedici etichette (anch’esse in mostra a Castellabate), che sono altrettanti quadri in dimensioni ridotte, immagini visionarie, ciascuna delle quali Pagano «edita» un anno dopo l’altro sulle proprie bottiglie. Non c’è da meravigliarsi, trattandosi di Dorfles, teorico dell’«arte concreta», nemmeno della sua scoperta musicale, i canti cilentani, antico lascito della Magna Grecia, lamentazioni lunghe, quasi canti gregoriani, sulla vita e il lavoro nelle campagne, che Dorfles studia e trasforma in lezioni tenute in alcune università americane.
Tutto questo è «dentro» i quadri di Dorfles esposti nella mostra Oltre lo sguardo, li pervade e tracima da essi esattamente secondo ciò che Dorfles, psichiatra quasi per caso, diceva del suo «voler essere (o fare?) il pittore», fin da quando, bambino, sentiva «l’atto di disegnare e dipingere come qualcosa di quasi coercitivo, che mi ha obbligato a riempire di sgorbi (o erano mirabili invenzioni) le pagine dei miei libri scolastici, il legno dei duri banchi delle medie, la sabbia delle spiagge estive».
La fantasia, l’ironia, il suo mondo personale segreto, nulla sembra mai risparmiare Dorfles, anche quando decora piatti, vasi, piastrelle. Le stesse forme, gli stessi colori delle decorazioni gli servono per trasportarci nel mondo dei miraggi, dei sogni, dei pensieri confusi o complessi con dipinti che si intitolano Allucinato e Tentacoli e manipedi, oppure nella potenza bioetica di Esseri complementari (con feto) e di Embrioni contesi, per tornare a irridere, a divertirsi, a giocare con Il giocoliere.
Dice Vittorio Sgarbi che Dorfles amava ascoltare, vedere, leggere gli altri, che «era un esteta, certo, ma non nell’accezione più banale del dandy, come credeva chi si limitava a notarne lo stile o la ricercatezza dei modi; l’assunto di partenza di Dorfles corrisponde a una visione etica, non a un capriccio, poiché non c’è nulla di buono dal punto di vista estetico che non sia anche giusto, nel segno del più classico kalòs kai agathòs».
Triestino, mitteleuropeo, mediterraneo, cilentano, quello di Dorfles è stato un secolo lungo, un secolo denso e coloratissimo, nei suoi quadri e nella sua anima.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20/7/2018
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