Maestri / A centocinquant’anni dalla nascita del grande meridionalista, i suoi moniti sono più attuali che mai



«Oltre due terzi dell’Europa sono in fermento e vi è in tutti un senso vago di inquietudine, che dispone poco alle grandi opere collettive. Si vive giorno per giorno». E poi: «L’Europa si è un poco balcanizzata. Ascoltando alcuni discorsi e assistendo ad alcuni avvenimenti si ha la sensazione di essere a Belgrado o a Sarajevo». E ancora: «Si parla del commercio come di un’arma. In Italia si è discusso seriamente sui danni e sui pericoli di una ripresa del commercio tedesco, se ne vede dovunque la penetrazione. Barriere doganali si elevano ogni giorno: i ceti industriali trovano facile propaganda per il protezionismo. Così le maggiori bestialità del protezionismo si camuffano ormai con il patriottismo».
Non sono commenti sull’ultima riunione del Consiglio d’Europa, ma brani di un libro scritto da Francesco Saverio Nitti nel 1921, L’Europa senza pace (il primo di una trilogia, con La decadenza dell’Europa e La tragedia dell’Europa), che forse ancora oggi è il libro più colto, più denso, più appassionato, più attuale sull’Europa, sulle sue tribolazioni e sulle sue enormi possibilità.
Tra alcuni giorni (il 19 luglio) Francesco Saverio Nitti «compirà» 150 anni e l’anno prossimo ne farà cento il primo governo da lui presieduto. Lucano di Melfi, e soprattutto presidente del Consiglio e più volte ministro tra il 1911 e il 1920, deputato del Regno d’Italia con il Partito radicale italiano (di cui fu fondatore) per cinque legislature e infine deputato dell’Assemblea Costituente e senatore della Repubblica, Nitti potrebbe essere ricordato in tanti modi e per molte cose. Fu un politico di rango, uno studioso serio, un intellettuale brillante, uno scrittore chiaro e godibile, concepì e concretizzò l’intervento pubblico in economia con la creazione dell’Ina, fu un uomo retto che amava l’Italia e amava persino Napoli, la più sciagurata delle sue città (e per rendersi conto di quanto una critica serrata, impietosa, possa essere anche una manifestazione d’amore, se non proprio essenzialmente questo, basta leggere il suo Napoli e la questione meridionale).
Ma ricordare il grande statista e professore di Scienza delle finanze tradotto in tutto il mondo, interlocutore di J.M. Keynes, soltanto per celebrarlo, finirebbe per imbalsamarlo più di quanto non sia già avvenuto nelle scuole e nelle università. O annientarlo definitivamente, come si è già provveduto a fare nella sfera pubblica e specificatamente politica, in cui la domanda più acuta e più frequente che si può ascoltare è la seguente: Nitti? Nitti, chi?
Perciò il modo migliore di parlare oggi di Francesco Saverio Nitti è far parlare di nuovo lui, che ha tante cose da dire. E farlo parlare scegliendo tra le sue opere L’Europa senza pace, che è quella che meglio può illuminare il nostro cammino in un momento in cui esso è oscurato dalla paura, dalla frustrazione, dal pessimismo, dalla rabbia, dalla malinconia dello spirito. Tutta «merce» che sta facendo la fortuna dei nuovi pifferai magici, i quali, euroscettici e sovranisti, ora si cercano l’un l’altro, da Roma a Budapest, da Parigi a Varsavia, da Vienna a Berlino, per allearsi tra loro: «Ma per fare l’Europa o per disfarla?», si è chiesto, retoricamente, Sergio Romano.
Nitti lo sfacelo dell’Europa lo aveva visto con i propri occhi. La prima guerra mondiale – cos’altro, se non una guerra civile europea, tra europei, dopo cinquant’anni in cui l’Europa aveva conosciuto il più grande sviluppo di ricchezza? – si era appena conclusa e già Nitti lanciava l’allarme su quel folle trattato di Versailles del 1919, che, diceva, costituiva il copione di un secondo e più terribile conflitto. Che poi infatti ci fu, e per le ragioni che Nitti aveva analizzato vent’anni prima. «Vi sono altre guerre in preparazione. Il sentimento nazionale, trasformato in nazionalismo – scriveva, inascoltato, Nitti -, mira alla depressione di altri popoli».
La conoscenza delle vicende storiche e interne dei singoli Stati è sempre accompagnata da un’analisi critica, mentalmente libera, che Nitti non limita alla sola Europa, ma estende alla Russia degli zar e poi alla Unione Sovietica – di cui preconizzò la fine già all’indomani del colpo di Stato bolscevico -, agli Stati Uniti, agli imperi britannico, ottomano, austroungarico, per poi «tornare» in Europa, alla Francia e alla Germania, e all’Italia fascista in formazione, che volentieri gli avrebbe fatto fare la fine di Giacomo Matteotti.
Dall’esilio di Parigi, dove visse per vent’anni, Nitti continuò a fare Nitti. Il politico e lo studioso di livello internazionale, l’antifascista militante, il meridionalista. Su quest’ultimo versante, Nitti succedeva cronologicamente a Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Antonio De Viti De Marco e precedeva Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore, Guido Dorso, la nidiata dei grandi meridionalisti meridionali nati dall’inizio alla fine dell’Ottocento, dei quali sono ancora oggi utili e attuali il pensiero e le opere. Come loro, Nitti – lo ha scritto Giuseppe Galasso – era convinto che la questione meridionale non è solo questione del Mezzogiorno e dei meridionali, ma è questione nazionale e di tutti gli italiani. In altre parole, fino a quando il Sud non entrerà in Italia, sarà difficile che l’Italia entri davvero in Europa. Altro che uscirne.
«L’Europa non avrà pace – ammoniva Nitti – fin quando i tre Paesi progressivi del continente europeo, Germania, Francia, Italia, non riuniranno tutte le loro energie in un solo sforzo». Essa invece, cento anni dopo, «è ancora dominata da vecchie anime, che molte volte albergano in corpi giovani».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 6/7/2018
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