ADDII / Lo storico scomparso a 94 anni ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale. È stato il più grande interprete dell’opera di Carlo Levi



Se ne è andato anche Leonardo Sacco, ultima grande voce del meridionalismo più intelligente e più critico, appassionato quanto ironico, mai autocommiseratorio, sempre poggiato sulle spalle larghe e forti di studi seri e di una visione del mondo autenticamente democratica e liberalsocialista. Dopo la scomparsa di Giuseppe Galasso, suo amico e autore della prefazione di uno dei suoi libri, Matera contemporanea, cultura e società, la morte di Leonardo Sacco, che fino a 94 anni ha continuato a leggere e a discutere («Vorrei anche scrivere, ma dovrei trovare qualcuno che batta a macchina le cose che dico, da solo non ce la faccio»), apre un vuoto, com’è accaduto nella nostra letteratura quando, uno dopo l’altro, se ne sono andati Pasolini, Calvino, Sciascia.
Leonardo Sacco è stato un uomo, un giornalista e uno storico di cui Matera, la Basilicata e l’intero Mezzogiorno d’Italia devono andare orgogliosi. Dal 1949, da quando conobbe Adriano Olivetti — «sceso» per la prima volta a Matera con l’intento di replicare qui il modello imprenditoriale-comunitario della sua Ivrea nel borgo La Martella, dove, risanati i Sassi, sarebbero andati a vivere una parte di quei 16 mila «cafoni all’inferno» —, Sacco ha votato la sua vita al Sud e alla questione meridionale, all’idea cioè della effettiva unità del Paese: una sola Italia al posto di due Italie diverse e spesso contrapposte, certamente non omologata dalle Alpi alla Sicilia, ma necessariamente abilitata ad accedere alle stesse opportunità, ad avere le stesse infrastrutture — scuole, ospedali, strade, ferrovie, acquedotti —, a non emigrare più in massa al Nord e all’estero, come sta accadendo di nuovo oggi, con gli stessi numeri del secondo dopoguerra e soprattutto ai giovani diplomati e laureati.
Sacco è stato grande amico di Adriano Olivetti, di Rocco Scotellaro e dei meridionalisti Manlio Rossi Doria, Guido Dorso, Vittore Fiore, ma di Carlo Levi è stato un fratello, oltre che il migliore interprete in assoluto della sua opera (basti pensare a un altro libro di Sacco, L’Orologio della Repubblica, indispensabile per capire L’Orologio di Levi e i suoi personaggi reali — Alicata, Cancogni, Sereni, Valiani, Foa, Spinelli, Muscetta —, tutti coperti da pseudonimi nel libro e svelati da Sacco). Con Levi, Sacco ha anche discusso e dissentito, ma Levi era troppo intelligente per non capire quando aveva torto, e così per farsi perdonare regalava a Leonardo un suo dipinto. E Leonardo, spina nel fianco di democristiani e comunisti, ma per questioni concrete, non sulla chiacchiera ideologica, se anche si era scontrato con Levi, poi lo difendeva contro tutto e tutti, si chiamassero Mario Pannunzio, direttore de «il Mondo», sul quale Sacco scriveva (ma la gran parte dei suoi articoli li ha pubblicati con «La Gazzetta del Mezzogiorno» e con «Basilicata», da lui fondato), o Giulio Einaudi, quando l’editore disse, a proposito de L’Orologio, che dopo questa prova non sapeva cosa sarebbe rimasto di Levi come scrittore.
Naturalmente, il Mezzogiorno di Leonardo Sacco è anche quello del paesaggio, della buona urbanistica e della speculazione edilizia selvaggia. Se il suo libro Il cemento del potere. Storia di Emilio Colombo e la sua città, pubblicato nel 1982, avesse trovato la sceneggiatura di un Franco Rosi e di un Raffaele La Capria come per il film Le mani sulla città, oggi l’Italia saprebbe non solo del saccheggio edilizio di Napoli e di Palermo, ma anche di quello di Potenza. Leonardo non aveva timore di andare controcorrente. Era uno spirito critico libero e onesto.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22/6/2018
Annunci