Riscatti / L’epopea della Jeunesse, squadra di minatori italiani, nel testo di Tonio Attino edito da Kurumuny



«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri». Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia – la Romagna -, e chi racconta la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani come lui mossi dalla fame è l’ultranovantenne Riccardo Ceccarelli. Il quale, tuttavia, proprio dentro quel «buco» e proprio sotto i fumi delle ciminiere di una delle acciaierie più grandi d’Europa, trovò un lavoro, una «patria» che lo ha rispettato e in cui hanno convissuto persone di centoundici nazionalità diverse, ma soprattutto trovò una vita degna e un futuro possibile per sé, i figli e i nipoti. E questo, nonostante la xenofobia che accolse Ceccarelli e tutti gli altri emigrati negli anni Dieci e Venti del Novecento e nonostante le tragedie della Prima guerra mondiale, della partecipazione alla resistenza contro i nazisti e della prigionia durante la Seconda. Poi, la ricostruzione del dopoguerra e la meritata «felicità» degli anni Sessanta e Settanta, quando, grazie alla fabbrica che marciava a pieno ritmo e al suo acciaio, che garantivano il salario e la serenità, si era ormai formata una vera «comunità», in cui due su tre erano italiani e il terzo forse era lussemburghese.
Questa comunità di italoqualcosa, in cui non c’era spazio per distinguere i nostri meridionali dai nostri settentrionali – tutti spaghettisfréisser und wëlle Bier, mangiaspaghetti e orsi selvatici, quando andava bene, o sbrigativamente tutti delinquenti – diventò essenziale per il piccolo Lussemburgo, perché la comunità italiana lavorava duro e bene. Ma diventò importante e addirittura rappresentativa dello Stato del Lussemburgo quando ebbe una sua squadra di calcio, la Jeunesse, la squadra degli operai e dei minatori.
I bianconeri della Jeunesse non sono soltanto la formazione più blasonata del Paese, ma sono riusciti, quasi senza volerlo, quasi naturalmente, come racconta Tonio Attino ne Il pallone e la miniera (Kurumuny, 160 pagine, 13 euro), a diventare un esempio autentico di agonismo sportivo fatto di turni in fabbrica e di allenamenti alla fine dei turni di lavoro nello stadio attaccato alla fabbrica, di amicizie vere, di mutuo soccorso, di concretezza ricca di sentimenti, di poesia che non ha bisogno di parole in versi.
Con una storia così, che ne contiene tante altre drammatiche e qualcuna persino comica e che si intreccia alla storia dell’industria e del lavoro, delle migrazioni e dell’Europa, del calcio dei poveri e di quello dei ricchi, dei singoli individui e della valigia in cui ognuno porta con sé il proprio sogno o la propria speranza, il rischio è la retorica. Ma Tonio Attino non cade mai nella trappola. Non solo grazie all’esperienza maturata in quarant’anni di giornalismo tra La Stampa e il Corriere del Mezzogiorno, ma anche e soprattutto perché conosce l’argomento, sa di cosa parla. Attino è pugliese di Taranto, dove i contadini e i pescatori, con l’avvento del siderurgico più grande d’Europa, invece di emigrare diventarono, nel felice neologismo di Walter Tobagi, i «metalmezzadri» dell’Ilva. E così, quando ha scovato e ricostruito questa storia, Attino, che aveva già scritto un ottimo libro, Generazione Ilva, sull’acciaieria tarantina, ha capito che doveva andare a Esch-sur-Alzette, la città dell’altro siderurgico, dove ha rintracciato molti dei protagonisti del pallone e della miniera. E dai luoghi visitati, dalle persone incontrate, il suo racconto ha tratto giovamento, freschezza, immediatezza.
I ricordi di chi c’era fanno riaffiorare le gioie, le paure, la conoscenza degli avversari, soprattutto i campioni, anche sul piano umano. Il Real Madrid di Puskas e Di Stefano, per esempio, è la signorilità dei «grandi» che sanno chiedere scusa ai «piccoli». Il Bayern Monaco di Beckenbauer, Maier e Müller è la freddezza dei tedeschi verso una Jeunesse poliglotta e zeppa di emigranti. La Juventus di Cabrini, Laudrup e Platini è l’aristocratica finezza dell’allenatore operaio Trapattoni che chiede ai suoi giocatori di non infierire a risultato abbondantemente acquisito. E poi lo storico risultato di parità, 1 a 1, della Jeunesse contro il Liverpool delle star – Keegan, Clemence, Hughes -, il 19 settembre 1973, al primo turno di Coppa dei Campioni. Non poteva essere raccontato che così, attraverso le testimonianze dirette delle parole di rimprovero che l’allenatore dei Reds, Bill Shankly, rivolse al capitano Hughes, indicandogli come esempio i giocatori della Jeunesse: «Guarda quelli lì, guardali bene. Domani loro andranno a lavorare in fabbrica».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 31/5/2018
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