Quattro pittori illuminano il volto più vero di una città ferita ma capace di riscattarsi


Palermo


Tutto ciò che può succedere nella vita di una città e di una comunità è già successo a Palermo. Se fosse vera l’idea della fine della storia, a Palermo la storia sarebbe finita da tempo. Invece non soltanto la storia di Palermo non è stata archiviata – magari presa in consegna dall’arte per essere sublimata e poi nobilmente archiviata -, ma è una storia che non si è mai fermata, non ha mai smesso di essere fertile come una donna feconda, e ha continuato a partorire figli, anche quando fare figli era un azzardo sia per chi li faceva sia per chi nasceva.
Tra i figli di Palermo che l’hanno lasciata perché persuasi – e con quanta ragione – che la «profezia» della fine della storia si era avverata qui, e che poi invece sono tornati a casa, forti della convinzione opposta, ci sono quattro artisti le cui opere vengono esposte fino al 25 aprile a Palazzo Belmonte Riso, sede del museo di arte moderna e contemporanea, con il titolo semplice e significativo «La Scuola di Palermo».
La «Scuola» sono loro, quattro ragazzi degli anni SessantaFrancesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Andrea Di Marco, quest’ultimo morto sei anni fa a 42 anni -, che avevano poco più di vent’anni nel famigerato anno di sangue 1992, picco stragista del terrorismo mafioso. La mostra, curata da Sergio Troisi con la collaborazione di Alessandro Pinto, è una retrospettiva di 80 dipinti dei quattro artisti, i quali raccontano, ognuno a suo modo, Palermo: non soltanto come luogo storico di saccheggio e di morte, di umiliazione e di riscatto, di stupri del paesaggio e di bellezza prepotente, ma anche e soprattutto come luogo universale di vita e di vitalità, di coraggio e viltà, luogo al tempo stesso realistico e visionario, in cui si ritrova a tinte più forti tutto quello che c’è e che accade nel resto del mondo, nel bene e nel male, per cui non si capisce perché debbano prevalere il male, il buio, la morte invece della luce, dei colori sgargianti, del richiamo della vita, come avviene nelle opere in mostra.
Per esempio, ne L’Idrovolante di Fulvio Di Piazza, in cui il velivolo è formato da squali che sorvolano la Conca d’Oro cementificata. O nel Paesaggio inutile di Alessandro Bazan, nel quale lo scenario del sacco edilizio palermitano è alleggerito e schernito dai coloratissimi vagoni di un treno da giostra con passeggeri nudi a bordo. Oppure nell’ironico Condom terrone di Andrea Di Marco, dove la prima parola sta per condominio ma anche per profilattico, con l’evidente allusione al suo utilizzo come copricapo per chi ha regalato alla periferia di Palermo, e per estensione alle periferie del mondo, edilizia kitsch mescolata a decorazioni a mosaico, a interni trash e a palme, cozze e vino bianco. O ancora, nel potente Naufragio di Francesco De Grandi, in cui il barcone in balia della tempesta con il suo carico umano che sta per essere rovesciato in mare mette a tacere ogni bestialità sui soccorsi a chi sta per morire, per qualunque ragione e in qualunque luogo. Mentre Broken Boy Soldier, ancora di Di Piazza, è un soldato in ginocchio fatto di alberi, prati, cespugli, più fantasy e molto più espressivo degli Ent, gli alberi parlanti de Il Signore degli Anelli.
Quest’anno Palermo è capitale italiana della Cultura e questa mostra può benissimo essere il suo biglietto da visita, poiché, dice Vittorio Sgarbi, autore della prefazione del catalogo, «è una imponente testimonianza che il momento più fertile dell’arte italiana in questo inizio di secolo è proprio la Scuola di Palermo». Per affermare il concetto, Sgarbi e la direttrice del museo Riso, Patrizia Valeria Li Vigni, nella sala dedicata alle opere di Jannis Kounellis, morto l’anno scorso, hanno ospitato i dipinti di Enrico Robusti, che è di Parma, ma che con i pittori della Scuola di Palermo, oltre all’età, ha in comune lo stesso «vitalismo sfrenato» che sfida la morte. E con questa trovata hanno resuscitato anche Kounellis e lo hanno iscritto di ufficio alla Scuola di Palermo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29/3/2018
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