Opera-paese / Strade e vicoli, piazze e balconi si animeranno la domenica delle Palme per la messa in scena del dramma del Golgota. Con la drammaturgia di Pietrangelo Buttafuoco



Ostuni (Brindisi)


Sarà impressionante, la domenica delle Palme, vedere e ascoltare migliaia di persone lungo le strade e i vicoli di una delle più belle città del Mediterraneo, Ostuni, scandire l’invocazione «Misericordia» per venti volte almeno, sulle note della famosa marcia funebre tratta dall’opera Jone di Enrico Petrella e quelle della canzone Malarazza, un sonetto di autore siciliano ignoto del XVIII secolo che negli anni Settanta fu riscoperta da Dario Fo nella sua versione originale e cantata da Domenico Modugno nella sua versione migliore.
Sarà impressionante vedere sfilare trecento persone – i musicisti della banda musicale di Ceglie Messapica, i cantori del CorOstuni e dei gruppi folcloristici Città di Ostuni e La Stella, i confratelli del Carmine, del Purgatorio, della Madonna dei Fiori, dello Spirito Santo e di Santa Maria della Stella, le cinque confraternite religiose della città – che suoneranno, canteranno, reciteranno, agiteranno ritmicamente le troccole e percuoteranno i tamburelli. E da sotto i «papamusce», i cappucci bianchi a cono con due fori all’altezza degli occhi, riproporranno E’ spirato, canto per il Venerdì Santo in dialetto ostunese degli ostunesi maestro Antonio Vincenti (musica) e sacerdote Paolo Orlando (versi), risalente ai primi del Novecento, smarrito per lungo tempo e poi ripescato dai giovani «cacciatori» di cultura e tradizioni popolari dell’associazione culturale Terra.
Sarà impressionante vedere tutto il paese, 32 mila abitanti, vivere la Passione di Gesù Cristo «da dentro». «Abbiamo dato vita a una grande “opera-paese” in cui il pubblico diventerà anche attore, nelle strade, nelle piazze, sui balconi», dice Pietrangelo Buttafuoco, autore della drammaturgia. La Via Dolorosa che da piazza della Libertà fino alle croci del Golgota – sul versante della collina che guarda il mare – non potrà essere relazione liturgica Dio-uomo né rito religioso, poiché questa Passione è rappresentazione laica, ma non potrà non essere emozione, sentimento, storia, tradizione, conflitto, mistero e umanissima caducità, fede, spirito, amore, contraddizioni, dubbi e certezze, rabbia, disperazione e solitudine, speranza, e ogni altra cosa che ognuno riesca a trovare nella Bibbia, tanto nell’Antico Testamento, che è la storia del patto tra Dio e il popolo ebraico cominciata con Abramo quattromila anni fa, quanto nel Nuovo, che è la storia della vita dell’ebreo Gesù, nato a Betlemme, in Giudea, e cresciuto a Nazareth, in Galilea.
A leggere il copione di Passione, inscenata dalla Compagnia d’Arte di Pietrangelo Buttafuoco, Mario Incudine e Antonio Vasta (i musicisti), a vedere il fervore con cui tutti lavorano a qualcosa, e a parlare con le decine di protagonisti di questa impresa – per la verità cominciata nel 2015, con la prima messa in scena curata dal regista e attore Vittorio Continelli, che conquistò la città con un appassionato (appunto) monologo -, questa quarta edizione di Passione si preannuncia ricca di altri incroci e suggestioni, di nuove contaminazioni, di affascinanti spunti di riflessione.
Intanto, dicono Beppe Moro, Giusi Pomes e Giunluca Zurlo, dell’attivissima associazione Terra, ci sarà anche una Passione junior, con tutti i bambini della scuola primaria che verranno coinvolti in una serie di attività didattiche durante la Settimana Santa e parteciperanno al coro della rappresentazione la domenica delle Palme. E poi, protagonisti di questa Passione non saranno soltanto i personaggi noti della tradizione biblica, né soltanto persone fisiche, né unicamente la religione cristiano-cattolica.
Protagonista immateriale di questa Passione, per esempio, sarà il dialetto siciliano. Scelta felice, perché, come spiega il bellissimo Dizionario dei dialetti italiani della Utet, il Salento (e Ostuni è in Alto Salento) è «area a vocalismo tonico siciliano», cioè ha un dialetto assai simile al siciliano, al punto da confondersi con quello, cosa che aiutò molto Domenico Modugno (cresciuto a San Pietro Vernotico, non lontano da Ostuni) quando cantava canzoni in siciliano, come la già citata Malarazza. Protagonista immateriale, e di quale importanza, sarà il Misericordia urlato dalla folla, che non è soltanto l’invocazione-Leitmotiv dell’opera, ma è la sintesi del Salmo 51, il Miserere, pietra miliare della teologia della salvezza per grazia di Martin Lutero, padre della Riforma protestante: «Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti».
Protagonista materiale, invece, sarà un enorme velo nero di 300 metri quadrati che alla fine avvolgerà tutta la scena del Golgota, le tre croci con Gesù e i due ladroni e un Ponzio Pilato reticente anche da «pensionato», quando dirà di non ricordare chi fosse Gesù. Il Pilato smemorato è tratto di peso dal racconto Il procuratore della Giudea di Anatole France – con Michail Bulgakov e Giovanni Papini uno dei tre protagonisti «occulti» dello spettacolo -, e risponde proprio così, con un secco «No, non ricordo», quando il «playboy» Elio Lamia, in esilio dorato in Campania per aver insidiato troppe donne patrizie a Roma, chiede a Pilato di Gesù. E glielo chiede, Lamia, non perché interessato a Gesù, che a malapena sa chi sia, ma perché vuol sapere se è vero che la fascinosa «danzatrice siriana» che lo aveva ammaliato in Giudea, Maddalena, avesse davvero mollato tutto per seguire quel «taumaturgo di Nazareth», quel Gesù che Pilato poi avrebbe processato e condannato. Ma a questo punto della conversazione scatta la risposta dell’ormai ex procuratore Pilato, che con il suo «No, non ricordo» chiude il discorso. «In quel medesimo istante – dice Buttafuoco a “la Lettura – si aprirà il grande velo nero che tutto deve ricoprire, nascondere, rinchiudere».
Leonardo Sciascia, che lo tradusse e lo commentò, disse che questo racconto di Anatole France è il racconto perfetto. E Buttafuoco lo utilizza come e più de Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, in cui Pilato è al contrario tormentato e quasi in crisi di coscienza, e della Storia di Cristo di Giovanni Papini, poderosa, lirica, bella, pur con le sue cadute antisemite come «il verminaio di circoncisi», «l’Ebreo dalla molte tasche che raccatta i denari figliati dai trenta sicli di Giuda», o «gli ebrei sui quali deve ricadere, per espressa volontà dei padri, il sangue di Cristo» (ma Papini scriveva negli anni Venti…).
Protagonista di questa Passione è anche lo stesso autore, Pietrangelo Buttafuoco alias Giafar al-Siqilli, cioè Giafar di Sicilia, il nome del condottiero arabo di origine siciliana che nel X secolo conquistò il Nord Africa e che Buttafuoco ha assunto da quando, alcuni anni fa, si è convertito alla fede musulmana, ricavandone ironie e sarcasmi, e finanche accuse e sospetti di fascioislamismo. Tranquilli, in questa Passione non c’è ombra del jihad. Semmai, essa è molto più inquadrabile nel suo opposto, il jadid, la corrente riformatrice islamica che in Asia centrale tra Ottocento e Novecento cercò di avviare una riforma della società islamica dall’interno, con lo studio e la libera interpretazione delle scritture islamiche (e infatti si scontrò con il totalitarismo sovietico, e Stalin nel 1940 fece fucilare uno dei suoi esponenti di spicco, Mirsaid Sultan-Galiev…).
Questo per dire che non è facile, ma è possibilissimo, che un musulmano riesca a mettere in scena una vicenda ebraica e cristiana, «aggregando» i tre monoteismi dal carattere esclusivista che ancora oggi si confrontano e si affrontano soprattutto nel bacino del Mediterraneo, e quindi anche a Ostuni. Dove, dicono i giovani dell’associazione Terra, «non possiamo non dirci, crocianamente, cristiani», e dove, nel 1799, si aderì con tutto il corpo e l’anima alla Rivoluzione napoletana, piantando l’Albero della libertà sull’esempio della Rivoluzione francese, e poi, nel 1833, si costituì una sezione della Giovine Italia, e infine, nel 1860, si fu tra i primi in Puglia ad abbattere i simboli dei Borbone e a combattere, sconfiggendolo, il loro esercito. Questa Passione di Ostuni, dunque, è un’opera-paese in tutti i sensi, perché è anche passione e religione popolare e civile.


Carlo Vulpio, la Lettura, 18/3/2018
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