Per la prima volta Mosca dedica una mostra antologica all’artista emiliano. Fino all’11 marzo al Museo di Storia contemporanea della capitale le opere del pittore «matto»: animali esotici e feroci, metafora della società violenta



Mosca


Fosse stato per lui, sarebbe arrivato ovunque e quindi anche a Mosca a bordo della sua motocicletta Guzzi di colore rosso, perché quella moto era il suo cavallo, l’animale domesticato che gli permetteva di esplorare il mondo tutt’intorno e che si trasformava in una bestia feroce, «la mia tigre» diceva lui, quando la lanciava su strada e la faceva ruggire. Antonio Ligabue però non si è mai mosso dalla sua Padanìa, Bassa reggiana, lungofiume del Po tra Gualtieri e Guastalla. E tuttavia, come Emilio Salgari e Ludovico Ariosto, Ligabue faceva lo stesso il giro del mondo senza muoversi da casa, con la stessa potenza dell’immaginazione che consentiva ad Ariosto di far viaggiare Orlando furioso fin sulla Luna. Nessuno però considerava matti Ariosto e Salgari, tutt’al più li si nobilitava celebrandone una certa «follia» come espressione del loro genio creativo. Ligabue invece era un matto vero, di quelli che per ogni spostamento, da un manicomio all’altro, da un paese all’altro, erano sempre accompagnati dal certificato medico e da quello di polizia, che, come accadeva per tutti i matti, ne facevano un reo da punire invece di una persona da curare. Era il cosiddetto scemo del villaggio, l’anormale, il fuori posto, ma innocuo per la comunità, di cui anzi diventava, quando dipingeva e scolpiva, la voce liberata, esplosiva e impossibile da contenere e reprimere attraverso le «regole».
La mostra antologica di dipinti e sculture di Antonio Ligabue «Lo specchio dell’anima» – la prima grande antologica dell’artista italiano organizzata in Russia, curata da Marzio Dall’Acqua, Vittorio Sgarbi e Augusto Agosta Tota, quest’ultimo presidente della fondazione Ligabue di Parma – arriva in Russia esattamente a quarant’anni dalla approvazione della legge Basaglia, che ha abolito i manicomi in Italia e ha segnato in tutto il mondo una inversione di tendenza nel modo di affrontare la malattia psichica. Ligabue si sarebbe trovato bene con Franco Basaglia, o almeno avrebbe patito minori disagi umani e forse non avrebbe atteso fino al novembre del 2017 per avere l’onore di entrare nell’Ermitage di San Pietroburgo, con due sculture che Agosta Tota ha donato personalmente al presidente Vladimir Putin. Un gesto di grande significato in un Paese che nel passato ha fatto un ricorso massiccio all’uso della certificazione medica della «follia» per soffocare il dissenso, politico e non. Proprio durante gli ultimi anni di vita di Ligabue, morto nel 1965, in Unione Sovietica uno come Iosif Brodskij per esempio, che nel 1987 avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, entrava e usciva dai manicomi, e senza nemmeno il pretesto della pericolosità sociale del Ligabue che sfreccia con la «tigre» rossa da Gualtieri a Guastalla.
Ligabue non è un pittore naïf. Lo aveva detto subito proprio il «padre» degli artisti naïf, Anatole Jakovsky, che lo considerava «un posseduto, un genio allo stato puro» e lo ribadisce Dall’Acqua, che con due sostantivi, «angoscia e mistero», rende mirabilmente il profilo del pittore padano nato a Zurigo e poi dato in adozione a una coppia svizzera dalla mamma naturale e da un patrigno che di lui non volle saperne nulla. Per Sgarbi, Ligabue è sovversivamente e felicemente «la vita contro la forma», o anche, più didascalicamente, «la versione padana di Van Gogh». In ogni caso, un artista unico, ma proprio in senso assoluto, perché non inquadrabile in alcuna scuola o corrente, che dipinge con tutta la forza che può sprigionare dalla profondità della propria anima un disadattato sociale, una persona che la società non vuole, e che lui rappresenta con le sembianze di belve esotiche, feroci, metafora della violenza degli uomini.
Antonio Ligabue non è sempre piaciuto a tutti, «per lo più non piace ai critici e agli snob – dice Sgarbi -, ma piace ai bambini», e il grande pubblico lo ha conosciuto attraverso la faccia sconvolta di Flavio Bucci nel bellissimo sceneggiato Rai di Salvatore Nocita, del 1977, con testi di Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco. In Russia, Ligabue appare ancora più vivo e vitale, le sue opere, i suoi animali con le fauci spalancate, sembrano voler balzare dai muri e invadere la sala, e ce lo fanno immaginare mentre creava le sue fiere: quando Ligabue lavorava, tremava e si agitava, si contorceva e urlava, ruggiva, e si identificava con le belve che dipingeva e scolpiva. Belve che scovava nella propria anima e poi affidava alle rive silenziose e nebbiose del Po trasformate nella giungla immaginaria di «Toni il matto», dove lui, Ligabue, poteva essere finalmente libero, forse anche un po’ felice.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26/1/2018
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