La mostra «I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico», curata da Vittorio Sgarbi, è allestita fino al 20 maggio 2018 al Castello Ursino. Oltre 120 le opere esposte



Catania


Le elezioni siciliane non si erano ancora tenute quando nell’imponente Castello Ursino di Catania, fatto costruire da Federico II di Svevia, è stata inaugurata la mostra I tesori nascosti. Da Giotto a De Chirico. La premessa non artistica è necessaria perché a patrocinare la mostra è stato il Comune di Catania, amministrato dal centrosinistra, mentre a curarla è Vittorio Sgarbi, dopo le elezioni annunciato quale nuovo assessore alla Cultura dal neogovernatore regionale Sebastiano Musumeci, centrodestra.
La mostra quindi come un’anticipazione di ciò che Sgarbi ha in mente di fare in Sicilia, dopo l’esaltante esperienza come sindaco di Salemi — la prima capitale d’Italia, anche se per un giorno solo — interrotta sei anni fa da un ingiusto scioglimento del consiglio comunale per «infiltrazioni mafiose», poi rivelatesi infondate. Il neoassessore però è stato ripagato dal successo della mostra, allestita sui tre piani del castello — che è anche la sede del Museo Civico di Catania — grazie a un’idea-forza semplice ed efficace. Far vedere ciò che è nascosto o, meglio, ciò che i più non conoscono, nonostante sia di grande valore. Portarlo alla luce e attestarne l’esistenza non solo con un certificato di nascita ma presentarlo secondo un filo logico e cronologico che in centoventi opere, tra Giotto e De Chirico, sette secoli, racconti un’unica storia. Senza la camicia di forza del «tema» o della scuola d’appartenenza e senza «sfruttare» il nome noto, sia Giotto o De Chirico, Caravaggio o Ligabue, El Greco o De Pisis, De Ribera o Pirandello — pure tutti presenti — ma rivelando il nome poco noto, il dipinto ignoto, e dando all’uno e all’altro il palcoscenico che meritano, anche perché in grado, grazie al loro indiscusso valore, di non temere il confronto con i più famosi.
Stefano da Putignano e il suo Angelo con cartiglio, scultura in pietra del 1520 realizzata per la cattedrale di Polignano a Mare, per esempio, sono una testimonianza eccellente del Rinascimento nell’Italia meridionale. Di questo artista non si sa praticamente nulla, se non che ha prodotto tanto tra la Puglia e la Basilicata dopo aver respirato l’aria di Venezia e soprattutto di Padova, che nel XV secolo è stata una delle capitali dell’arte europea.
La stessa cosa si può dire di Jacopo da Valenza e del suo Cristo benedicente, un olio su tavola del 1486, in cui Gesù ha gli occhi azzurri spalancati che guardano fisso chi guarda il quadro e la mano pallida di chi non è in questo mondo. Jacopo fa parte di quei pittori che scelsero come loro maestro Antonello da Messina, quando questi lavorò a Venezia, a dimostrazione di quanto il Rinascimento sia stato anche scambio intenso e continuo tra il nord e il sud della Penisola.
Se poi facciamo un salto nel Seicento, troviamo Matteo Ponzone e il suo strepitoso Tarquinio e Lucrezia, in cui il re di Roma cerca di mettere letteralmente una mano sotto la veste della virtuosa Lucrezia, che lo respinge, segno che le molestie maschili non sono una novità, come pure il libero arbitrio di colei che le subisce, che poteva e può sottrarsi alla meschina insidia. E che dire della potente scena di Elia nutrito dall’angelo nel deserto di Johann Carl Loth, seconda metà del Seicento, con quell’angelo dalle grandi ali che soccorre il profeta sfinito dopo una marcia nel deserto di quaranta giorni e quaranta notti per incontrare Jahvè? Sbalorditiva poi la «fotografia», e siamo a metà dell’Ottocento, di Salvatore Fergola, che con Aurora boreale comparsa in Napoli la sera del 17 novembre 1848, finisce su tutti i giornali dell’epoca. E ascetica, profondamente spirituale, la tensione fisica dell’Arabo in preghiera di Domenico Morelli, del 1880-90, uno che in Oriente non ci era mai stato, ma che riuscì a immaginare la Salah, la Preghiera, così bene grazie alle sue letture e allo studio della Bibbia e del Corano. Il resto, ed è ancora tanto, non è più «nascosto», ma è tutto da scoprire.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 29 novembre 2017
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