Una ventina di capannoni, dieci ettari: in meno di un secolo sono stati linificio, campo di concentramento, campo profughi, polo per la lavorazione delle pelli, archeologia industriale, speranza per il settore edile, base per i soccorsi dopo il sisma del 2016. E, oggi, spazio per proporre attività produttive e ricreative. A partire dalla costruzione di casette di legno


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Fermo


A pensarci bene, cosa c’è di meglio di un complesso di una ventina di capannoni ordinatamente disposti su un’area di dieci ettari circondata da un alto e solido muro di recinzione, servita dalla strada e da una ferrovia che vi entra dentro, sulla riva di un fiume e a dieci minuti dal mare, per farne qualunque cosa? Qualcosa di buono e utile a tutti, certamente. Ma anche qualcosa di malvagio, che lasci un segno incancellabile, poiché il Male sa organizzarsi come il Bene non saprebbe fare. E sa persino sfruttarne le qualità, i risultati, le intenzioni.
Così può accadere, com’è accaduto a Fermo – città che definire industriosa come il resto delle Marche è quasi un’ovvietà -, che quei capannoni così ordinati, costruiti negli anni Trenta del secolo scorso e destinati a linificio, siano diventati un campo di concentramento in cui stipare i prigionieri di guerra, per lo più inglesi e americani catturati dai tedeschi in Africa – tra la Libia e l’Egitto -, messi sulle navi e spediti qui. A far compagnia ai loro commilitoni, quelli che il Comando tedesco riusciva ad acciuffare (pochi, la gente qui non «collaborava») con l’incentivo di un compenso di 1.800 lire per ogni militare alleato denunciato dalla popolazione locale o con il ricatto di un prigioniero italiano liberato dai tedeschi in cambio della delazione di ogni angloamericano e del suo nascondiglio.
Il linificio ebbe vita breve, Mussolini non fece in tempo a inaugurarlo, nel 1938, con relativa installazione (non rimossa, serve a ricordare meglio) di un’aquila romana affiancata da due fasci littori, che già era scoppiata la guerra. E così i vagoni che sfilavano su quei binari, dal 1942 al 1944 non trasportarono più balle di lino ma prigionieri. In entrata, prevalentemente dall’Africa settentrionale. E in uscita, verso i campi di concentramento nazisti in Polonia e in Germania. La catena funzionava e nel campo, denominato PG70, si arrivò a «sistemare» 7.500 prigionieri. Ciò che non funzionava invece era l’invito alla delazione. Come nel caso di Ken de Souza, ufficiale dell’aviazione britannica catturato a Tobruk. Ken e un suo collega riuscirono a scappare e vennero nascosti e protetti dai coniugi Gino e Stella Brugnoni, contadini, i quali avevano anche loro un figlio militare, Giovanni, che era prigioniero in Scozia e che dopo la guerra sarebbe tornato a casa, come de Souza. Questa storia, raccontata dallo stesso de Souza in un libro tradotto in italiano dalla figlia di un partigiano, Annalise Nebbia, con il titolo Fuga dalle Marche (edizioni Affinità elettive), è ancora oggi molto viva a Fermo, non solo per ciò che significa, ma anche perché ogni anno decine di parenti di quei prigionieri scomparsi o ritrovati, vengono qui a deporre un mazzo di fiori e a ricordare.
Come loro, anche altra gente viene nella ex conceria con le stesse intenzioni. Sono i familiari dei profughi che il Maresciallo Tito scacciò dall’Istria e dalla Dalmazia – quegli sfollati senza patria che in Italia venivano considerati «slavi comunisti» e nella nascente Jugoslavia titina «italiani fascisti» -, in tutto duemila persone. E poi ci sono anche i parenti dei 1.800 ebrei, anch’essi profughi, sfollati, respinti da un luogo all’altro, che come i croati arrivarono nell’ex linificio dal 1945 al 1949, grazie al lavoro dell’Organizzazione internazionale per i rifugiati (poi assorbita dall’attuale Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati).
C’era già stata troppa storia triste, su questi dieci ettari così ben collocati tra il fiume Tenna, il monte Urano e il mare Adriatico. Era il momento di cambiare, e si cambiò. Quel villaggio miserabile che era stato il PG70, nel 1956 diventa la conceria Sacomar (Santori concerie marchigiane, dal cognome dei quattro fratelli fondatori), uno dei «poli» conciari italiani più importanti, insieme con Santa Croce sull’Arno, Solofra in Campania e Arzignano in Veneto. Già dieci anni dopo la nascita della Sacomar, Evoluzione del Lavoro, «rassegna di documentazione sul progresso e sviluppo del lavoro italiano», scrive: «La produzione della conceria cammina accanto a quella straniera e dovrà sempre più imporsi in campo internazionale». Come poi avverrà, almeno nei quarant’anni successivi. Nel 2003 però l’azienda deve chiudere. La concorrenza dei Paesi emergenti, primo fra tutti la Cina, nei quali il lavoro e la materia prima costano molto meno, è insostenibile. Centocinquanta persone restano senza lavoro e proprio i cinesi portano via tutto. «Con un milione di euro hanno comprato le macchine, le presse, le smerigliatrici e 60 bottali per la concia – dice Fiorenzo Fortuna, che nella Sacomar ha lavorato dall’età di 15 anni fino alla pensione -. Un affare. Basti pensare che un solo bottale, nuovo, costa 300 mila euro».
Per la ex conceria comincia il declino. L’usura del tempo e l’abbandono la trasformano in un luogo muto, assente, afasico, e tuttavia non le tolgono fascino e non le impediscono di continuare a trasmettere le sue grandi potenzialità di riuso, come se volesse dire a tutti di non lasciarla morire perché può rinascere. L’Adriatica spa, un gruppo di una decina di società del settore edile, intuisce la opportunità e nel 2006 acquista la ex conceria per 7,4 milioni di euro, spendendone altri 3,5 – come racconta a la Lettura il suo presidente, Paolo Ulissi – per bonifica e manutenzione, e sperando nei fondi che però poi non arrivano di un decreto del 2008 per la riconversione industriale. In più, esplode la crisi economica, che spezza le gambe a ogni progetto di risanamento e ciò che è peggio alimenta una spirale di sfiducia che non si è ancora fermata. Fino al 2015 è il coma, uno stato di pre-morte e di rassegnazione generale. Ma proprio in quel momento comincia un’altra storia.
Casa Comune, una onlus di una trentina di volontari (insegnanti, architetti, ingegneri, piccoli imprenditori, pensionati), lancia l’idea del progetto «Oltre Conceria», che, con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, tra i quali la stessa Adriatica spa, il Comune di Fermo, l’Università delle Marche, Confartigianato e Cna, scuole pubbliche e associazioni culturali, si prefigge l’obiettivo di recuperare l’area e le strutture della ex Sacomar e di farla rivivere attraverso l’insediamento di nuove attività produttive, ricreative, culturali, che creino lavoro e vengano aiutate a farlo con agevolazioni fiscali e creditizie, sostegno nella fase di avvio delle attività e affitto gratuito dei capannoni per un anno.
Sono stati presentati venti progetti e in base al regolamento sarebbero dovuti partire subito i primi cinque classificati: un’azienda di formazione tecnico-pratica e di costruzione di case in legno, una di recupero di materiali di scarto industriale lavorati da persone svantaggiate, un canapificio, una fabbrica di pannelli termici per l’edilizia, un forno-ristorante-pub pronto a trasferirsi dal litorale sulla collina. Di fatto però ne è partito soltanto uno perché nel frattempo si è fatto sentire anche il terremoto, con una serie di scosse quasi a cadenza di calendario, come a voler rallentare e scoraggiare ogni iniziativa. E infatti, quasi la metà dei partecipanti al bando ha rinunciato e qualcuno è emigrato all’estero. Non hanno mollato invece Fabrizio Torresi, Valentina Recchia, Giancarlo Valeriani, Enzo Gullà, Marilena Imbrescia e tutti gli altri che con compiti diversi si sono impegnati in questo cammino di «piccoli passi per un grande obiettivo». E non molla nemmeno Paolo Ulissi, che dopo il sisma sostiene con ancora maggiore convinzione l’idea di portare nella ex conceria anche una sede distaccata della prestigiosa Scuola edile di Ascoli Piceno. «Ma non possiamo fare tutto da soli – dice Ulissi -, abbiamo bisogno che anche lo Stato faccia la sua parte».
I cancelli della ex conceria intanto non sono più chiusi. L’impresa Ligneo, la prima classificata del bando «Oltre Conceria», ha rimesso a nuovo due capannoni e i due soci – due ex compagni di scuola, l’ingegnere Paride Abbruzzetti e il geometra-violinista Stefano Corsi (dieci anni di conservatorio e due bei cd il cui ricavato è destinato alle missioni francescane in Etiopia) – potrebbero presto diventare l’esempio di una delocalizzazione al contrario, se riusciranno a costruire anche a Fermo le case di legno oggi assemblate a Banja Luka, in Bosnia.
Ma la ex Sacomar ha già dimostrato la sua gratitudine in anticipo. Rendendosi utile come base logistica per i soccorsi dopo il sisma del 28 aprile 2016 che ha colpito Amatrice, Arquata del Tronto e altri comuni di Marche, Lazio, Umbria. E’ qui infatti che sono stati immagazzinati gli aiuti e da qui sono partiti i volontari delle Bsa, le Brigate di solidarietà attiva, verso i paesi terremotati, come ci racconta il «brigatista» Enrico Martini, pensionato, ex dirigente commerciale di una multinazionale svedese. Invece il capannone che fungeva da chiesa del campo profughi, con una parete affrescata da una «Madonna croata» e denominato Capannone Zero, non produrrà nulla. Diventerà un museo della memoria. Ma in un villaggio vivo.


Carlo Vulpio, la Lettura, 28/5/2017
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