La visita / A Monte Sant’Angelo per la veglia pasquale. Un senso mistico che contrasta con la scena mediatica di San Giovanni Rotondo


08022011 –


Monte Sant’Angelo (Foggia)


Grotta di San Michele Arcangelo, basilica di Monte Sant’Angelo, promontorio del Gargano. Ore 22 del 15 aprile 2017. Luci spente, centinaia di candele accese in mano ai fedeli e agli infedeli – qui si viene per pregare ma anche per cercare -, l’odore dell’incenso che sale dal braciere, la fiammella del cero pasquale che nel buio resiste agli spifferi. Comincia la Messa più importante della liturgia cristiano cattolica, «la veglia delle veglie» che celebra la Resurrezione di Cristo. Un mistero. Un’assurdità. Non c’è niente da spiegare, si può solo cercare di capire, se ce n’è voglia, e se qualcosa punge o urge dentro. «La fede – scrive Sören Kierkegaard – è la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano fino ad essa, ma nessuno va oltre». Ecco, tutt’al più è una «questione passionale» chiamata fede, come dice il filosofo danese, l’unica, vera ragione che richiama qui, nella grotta mistica di San Michele Arcangelo (Michele significa «colui che è come Dio»), tanti fedeli e infedeli, ma tutti pellegrini, gente in cammino per le strade d’Europa e su quelle della vita.
Perché proprio qui, a Monte Sant’Angelo? «Perché questa è una mèta di un pellegrinaggio non folkloristico», dice padre Ladislao Suchy, uno dei sei padri micaeliti che da venticinque anni curano la basilica di San Michele. Il pensiero va subito all’altra vicina mèta di pellegrinaggio, il santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo, che un po’ per caso e un po’ per scelta non ha mai smesso di essere un palcoscenico, un luogo mediatico. Da lì, la veglia è stata trasmessa in diretta tv. Qui, non c’era una sola telecamera, nemmeno amatoriale. Ma non c’è bisogno di instaurare paragoni. Era lo stesso Padre Pio a rimarcare la differenza, quando diceva a chi andava da lui che sarebbe stato meglio se fosse andato «dove sta San Michele, l’unico grande santo del Gargano da venerare».
Padre Ladislao Suchy è polacco come la maggior parte dei 400 sacerdoti micaeliti sparsi per il mondo e come Bronislao Markiewicz, che nel 1893 fondò questo ordine religioso – riconosciuto dalla Chiesa nel 1921 – e nel 2005 fu proclamato beato da papa Benedetto XVI. E polacchi sono anche sei sacerdoti sui dodici della basilica di Monte Sant’Angelo. Padre Suchy è di Tarnow, nel sud della Polonia, a un centinaio di chilometri da Wadowice, città natale di papa Karol Woytjla, e altrettanti dal confine con la Slovacchia. Una città, Tarnow, in cui durante la seconda guerra mondiale i nazisti sterminarono 25 mila persone di religione ebraica, la metà della popolazione. Forse la scelta di padre Suchy di diventare proprio un micaelita nasce anche da qui. Di sicuro, San Michele nella Bibbia è descritto come il protettore del popolo ebraico – lo salva dall’assedio degli Assiri e sostiene il braccio di Giuditta quando decapita il generale Oloferne – e come l’Arcangelo che sconfigge l’Anticristo nello scontro finale tra il Bene e il Male. «Quando all’uomo accade di precipitare in questo stato – dice padre Ladislao –, ecco che egli avverte ancora di più il bisogno di San Michele e della sua forza per lottare contro il Male. Una necessità che anche l’uomo contemporaneo, a dispetto delle apparenze, comincia ad avvertire sempre di più».
A differenza di San Giovanni Rotondo, negli ultimi anni progressivamente «saltata» come mèta religiosa rispetto ai tempi belli del boom mediatico (beatificazione e santificazione di Padre Pio, costruzione della nuova basilica, scontro tra il Vaticano e i frati Cappuccini per la gestione del santuario), Monte Sant’Angelo ha sempre vissuto ed espresso tutta un’altra spiritualità, ha raccontato altre storie di fede e di devozione, è stato per millecinquecento anni – dal V secolo in poi -, il luogo in cui si sono riconosciuti cristiani, pagani, bizantini, longobardi, svevi e normanni e in cui, ancora oggi, convergono i pellegrini di tutto il mondo, come accade a Gerusalemme, Roma, Santiago de Compostela, le altre tre grandi mète di pellegrinaggio cristiano.
La basilica di San Michele – in realtà composta dalla grotta e dalle chiese gotica e bizantina sorte su di essa – si raggiungeva percorrendo la Via Traiana, che viene subito ribattezzata Via Sacra Langobardorum quando i Longobardi fanno del culto micaelico la propria «religione nazionale» e di Monte Sant’Angelo la «capitale religiosa» di tutti i longobardi, nel Nord e nel Sud Italia. Per i Longobardi infatti San Michele, santo «guerriero» armato di spada, è come il loro Wodan (Odino). Il quale accoglie i morti nella Valhalla allo stesso modo in cui San Michele, che è «psicopompo», traghetta le anime nel paradiso. La Via Traiana allora diventa il prolungamento verso Oriente della Via Francigena (Roma-Canterbury) e quando arrivano i Normanni, che nell’VIII secolo riproducono la grotta di Monte Sant’Angelo a Mont Saint Michel in Normandia, si afferma un tragitto di pellegrinaggio «alternativo», la Via Micaelica, che nell’XI secolo si arricchisce di una «stazione intermedia» tra il santuario garganico e quello francese: la Sacra di San Michele, l’abbazia benedettina di Avigliana (Torino), uno dei più grandi complessi architettonici di epoca romanica in Europa. Viene così a disegnarsi una suggestiva «linea dell’Angelo», che da Mont Saint Michel si spinge ancora più a nord, fino a Skelling Michael, in Irlanda, e da Monte Sant’Angelo ancora più a sud, fino al Monte Carmelo, in Galilea. E che esorta i pellegrini di oggi a pregare, o anche solo a cercare. Come abbiamo visto fare in questa veglia di Pasqua del 2017.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, Il Bello dell’Italia, 21/4/2017
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