Granzette (Rovigo) / Concepito nel 1906, inaugurato nel ’30, dismesso nell’80, chiuso nel ’97, l’ospedale psichiatrico è un insieme di padiglioni in un parco di 22 ettari che servirebbe alla città, priva di un polmone verde. Tra le varie ipotesi una sola mette d’accordo tutti: un’istituzione dedicata alla follia


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Rovigo


L’edera avvinghia tutto. Penetra negli edifici attraverso le crepe dei muri, sale lungo le grondaie e vince la residua resistenza delle persiane malandate. Avvolge gli alberi — tigli, pioppi neri e platani maestosi — come un enorme pitone verde, fino a ingerirli completamente. Ricopre con un tappeto fitto e uniforme di rami e di foglie persino i viottoli asfaltati e quelli sterrati. L’edera, quando ci si mette, mangia tutto.
Questo appare l’ex ospedale psichiatrico di Rovigo, frazione di Granzette: non un parco di 22 ettari, non un complesso di 20 edifici che misurano in tutto 16 mila metri quadrati, non una grande prova di architettura destinata alla custodia degli alienati mentali secondo il dogma «scientifico» imperante dal XIX secolo, ma un gigantesco inghiottitoio di edera.
Una volta varcato il cancello e superata la casa del custode, la sensazione è che l’immobilità del luogo sia solo apparente e che quell’edera possa all’improvviso, silenziosamente, allungare i tentacoli e catturare e pian piano ingerire chiunque si muova nei suoi paraggi. Una strana sensazione ma non un’allucinazione. Perché la domanda, alla fine di questo giro in un’altra dimensione, in un altro tempo, attraverso l’eco delle voci strozzate delle migliaia di pazienti-prigionieri che qui sono stati internati e qui hanno non-vissuto fino alla morte, è forse un po’ banale ma molto concreta. La domanda è: quanto tempo manca al giorno in cui questa marea di edera divorerà completamente l’ex manicomio di Granzette? E la risposta è semplice. Manca poco. Di questo passo, molto poco.
Il manicomio di Rovigo, grazie all’applicazione della «Legge Basaglia» del 1978, che finalmente considerava il malato di mente una persona da curare e non semplicemente da rinchiudere, è stato dismesso nel 1980 ma chiuso definitivamente nel 1997, e ha resistito per vent’anni all’incuria e alle avversità atmosferiche, oltre che all’abbraccio mortale dell’edera. Ma per quanto si cerchi di limitare i danni, com’è avvenuto l’anno scorso con l’ultimo intervento di pulizia e potatura parziale costato 105 mila euro, non può resistere ancora a lungo. Eppure è un «bene culturale», vincolato come tale in base al Codice dei Beni culturali del 2004 e vincolato anche come bene paesaggistico. E nonostante le tragedie e il dolore che contiene, è un luogo bellissimo, una di quelle «cittadelle della follia» autosufficienti — dall’approvvigionamento di acqua e di gas fino alle stalle per gli animali, le cucine, i magazzini, l’officina, la sartoria, l’ambulatorio, la chiesa, il campo di calcio — in cui gli edifici sono disposti a ferro di cavallo, secondo il sinistro modello panottico del carcere ideale concepito da Jeremy Bentham alla fine del Settecento, in cui da un solo punto di osservazione si poteva avere il controllo totale di tutto e di tutti.
L’ex manicomio è anche un bene che vale ancora molto proprio in termini economici, tanto che l’ente proprietario, l’azienda sanitaria di Rovigo, aveva fissato in 4 milioni di euro la base d’asta per la sua vendita, ma la decisione si è subito arenata e la gara non si è più svolta perché sembra che il Comune e la Provincia, che volevano acquistarlo ma non avevano un euro per farlo, hanno pensato bene di fare pressione affinché non lo acquistasse nessuno.
Granzette è il polmone verde di Rovigo, il parco che manca alla città e ai suoi 50 mila abitanti, che invece gravitano attorno al solito, anonimo, deprimente centro commerciale fuori le mura e svuotano il centro urbano, intristendolo ancora di più e intristendosi anche loro. Mentre hanno a portata di mano, in casa, proprio a metà strada fra le città d’arte e sedi universitarie di Padova e di Ferrara, un «riassunto» del Polesine, perché Granzette è un simbolo significativo della storia della malattia mentale (nacque per raccogliere tutti i matti polesani sparsi in 41 ospedali italiani) e Rovigo significa Delta del Po, e quindi arte, storia, natura, da Lendinara a Fratta — con Villa Badoer, l’unica villa palladiana del Polesine — e da Arquà, con il suo castello estense, ai gorghi naturali di Trecenta, Pincara e Fiesso Umbertiano.
L’ex manicomio di Granzette, progettato nel 1906 e inaugurato nel 1930, è stato uno dei modelli della visione otto-novecentesca della custodia senza cura dei malati mentali. Pura reclusione, con somministrazione di «cure» quali la insulinoterapia e l’elettrochoc. E i padiglioni della cittadella, alcuni a rischio di crollo e tutti con i tetti di eternit (amianto), lo raccontano attraverso la loro stessa suddivisione semicircolare in quattro grandi sezioni, uguali per maschi e femmine: i paganti, i tranquilli, i semiagitati, gli agitati. Tutti naturalmente iscritti al casellario giudiziario e privati dei diritti civili e politici per il fatto stesso di essere stati internati.
Non ci vuole molta immaginazione per vedere dentro padiglioni come questi persone in camicie di forza, letti di contenzione ed esercizio della chirurgia psichiatrica, cioè la lobotomia. Esattamente ciò che alla fine del film Qualcuno volò sul nido del cuculo vien fatto al protagonista, Jack Nicholson, e che nella visione della cura della malattia mentale fin oltre la metà del XX secolo, cioè prima dell’affermazione degli psicofarmaci, veniva considerata una pratica psichiatrica di alto livello. Tanto che il suo inventore, il neuropsichiatra portoghese Antonio Egas Moniz, nel 1949 vinse il premio Nobel proprio per ciò che successivamente sarebbe stato considerato un crimine contro l’umanità.
Naturale quindi che al primo posto di ogni progetto di recupero dell’ex manicomio rodigino ci sia l’idea di non rimuoverne la storia e di non cancellarne la memoria, destinando almeno un padiglione della cittadella della follia a museo della follia, in cui raccogliere le storie dei degenti contenute nel prezioso archivio dell’ex manicomio e salvare anche gli affreschi del decoratore Leone Bacchiega, che qui trascorse trent’anni della sua vita e fino alla morte regalò ai suoi compagni di sventura 48 dipinti murali — paesaggi montani, campagne, laghi, lungomare — che erano altrettante finestre per guardare quel mondo esterno che a loro era precluso.
Ma che cosa si può fare di questo ex manicomio, alcuni anni fa candidato a diventare quel «Centro internazionale per la lotta al cancro» che incontrò l’entusiasmo di Umberto Veronesi, e che poi Padova ha soffiato a Rovigo? In teoria, Granzette può diventare tutto. E tutti concordano su questo. Tutti per esempio sono d’accordo sul museo della follia e tutti ritengono che i progetti di recupero possano essere diversi e altrettanto validi, chiunque sia il soggetto, privato o pubblico, che dovesse occuparsi di Granzette. L’importante è che prevedano l’uso pubblico del parco e rimuovano e smaltiscano l’amianto. Lo dicono il Wwf e Italia Nostra, il Comune e la Provincia, il dirigente del Servizio tecnico dell’azienda sanitaria, Rodolfo Fasiol, che ebbe il compito di approntare la delibera poi abbandonata di vendita all’asta, e l’«archivio vivente» dell’ex manicomio, il geometra Andrea Piccoli, che vi cominciò a lavorare giovanissimo. Lo dice Roberto Costa, che con l’associazione Biancoenero ha raccolto materiale prezioso e organizza visite guidate nella struttura, e lo sostengono i 130 studenti dello Iuav, la facoltà di Architettura di Venezia, che nell’anno accademico 2014-15 a Granzette hanno dedicato l’intero corso di laurea in Architettura, Costruzione e Conservazione e, guidati dalla professoressa Emanuela Sorbo, hanno tenuto seminari e giornate di studi e poi hanno pubblicato i risultati del loro lavoro anche in una mostra itinerante.
Campus universitario, parco tecnologico, polo delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, villaggio dello sport o cittadella agricola da «abbinare» al confinante Centro di colture industriali (l’unico in Italia autorizzato alla coltivazione della canapa per fini di studio), l’ex manicomio di Granzette potrebbe diventare senza traumi ognuna di queste cose. O anche un centro di ricerca scientifica sul cervello e su malattie come l’Alzheimer, come propone il Fondo sovrano del popolo, un fondo di azionariato popolare che si era fatto avanti «per acquistare e salvare» l’ex manicomio di Granzette, se la gara si fosse tenuta, e che si prefigge — dice la sua rappresentante Adriana Quattrino — di salvaguardare, attraverso un’azione economica redditizia per gli investitori, il patrimonio culturale e naturale italiano, cominciando da Granzette e dal Po, da bonificare e risanare.
Il recupero dell’ex complesso psichiatrico proposto dal Fondo sovrano del popolo potrebbe anche riservare una sorpresa di natura religiosa. E cioè l’insediamento a Granzette della sede di rappresentanza della Chiesa ortodossa italiana, il cui primate è da poco più di un anno lo psichiatra ed ex parlamentare Alessandro Meluzzi. Naturalmente, sempre se questo immobilismo tutto italiano finisse e Granzette non venisse lasciata marcire nell’edera. L’unica cosa da pazzi di questa storia.


Carlo Vulpio, la Lettura, 19/3/2017
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