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Pianura del Tavoliere (Foggia)


Se non fossero neri, li scambierebbero per olandesi o belgi, perché vanno quasi tutti in bicicletta. Mai nel Tavoliere, se non ai tempi dei braccianti di Peppino Di Vittorio, si erano viste tante biciclette scorrazzare per queste strade di campagna pianeggianti e rettilinee, eppure così malandate, come in Bosnia dopo la guerra. E come quei braccianti, anche questi «tulipani neri» non fanno sport, ma vanno a lavorare nei campi o a cercare lavoro, e alla fine della giornata, se la bicicletta non si è sfasciata, tornano a casa. Dove «casa» sta per baracca fatta di pezzi di legno, di plastica e di lamiera. Tutte le loro «case» sono così. È la loro bidonville. Il ghetto.
Sono vent’anni che né lo Stato, né la Regione, né le associazioni dei grandi produttori agricoli e della grande trasformazione e distribuzione agroalimentare sono stati capaci di organizzare per loro villaggi di strutture mobili, prefabbricati come quelli installati dopo un terremoto, che li accolgano per i 7–8 mesi di lavoro agricolo e non li facciano vivere come bestie, tra montagne di rifiuti che nessuno va a raccogliere, e che loro sono costretti a bruciare e a respirare, altrimenti rischiano malattie peggiori, e senza alcun altro servizio minimo che faccia capire al mondo che la schiavitù è finita e non può essere un alibi per nessuna economia.
E infatti, la Ue questo rimprovera all’Italia, le chiede come impiega i soldi che riceve per i suoi «gastarbeiter», i lavoratori ospiti, se i risultati sono questi. E non vale rispondere alla Ue che gli immigrati devono essere distribuiti equamente tra i diversi Paesi dell’Unione, perché qui stiamo parlando di immigrati che vengono in Italia per soddisfare la domanda italiana di lavoro agricolo. Mentre si insiste nel far «accudire» questa gente da costose cooperative di «volontariato», che, appunto perché costose, si occupano di una esigua minoranza di immigrati (ma perché poi, se hanno il permesso di soggiorno e sono persone libere e addirittura cittadini europei?).
Li abbiamo visitati tutti, uno per uno, i cinque ghetti del Tavoliere, che attualmente «ospitano» all’incirca 3.500 persone. In quello di Macchia Rotonda, per esempio, a Stornara, vivono circa 350 Bulgari, tutti di etnia Rom e tutti, ohibò, che lavorano qui da anni, e non fanno più di quello che farebbero foggiani, napoletani, milanesi, italiani che decidessero di non rispettare le leggi.
Pavlov Andonov, per dire, ha la carta d’ identità italiana e viene qui da dieci anni con i suoi tre figli, che frequentano la scuola di Borgo Tressanti – dove c’è un altro ghetto -, in cui abbiamo visto 70 bambini africani, bulgari, polacchi e italiani divertirsi insieme. Stesso discorso nel ghetto «misto» di Borgo Mezzanone e nel ghetto «Ghana» di Borgo Tre Titoli, dove le biciclette e i telefonini consentono ormai una contrattazione diretta tra datori di lavoro e braccianti immigrati che toglie enfasi e spazio all’attività dei «caporali», sempre meno mediatori illegali di manodopera e sempre più simili a una sorta di servizio taxi tipo Uber (5 euro a cranio, la tariffa).
Mentre davvero paradossale, se non agitato ad arte, appare l’allarme per «infiltrazioni della criminalità organizzata nei ghetti», con tanto di new entry costituita ora dalla «mafia nigeriana», quasi che i nativi abbiano da prendere lezioni da personale straniero per attentare al già precario ordine pubblico.
Nel Gran Ghetto di San Severo, «famoso» per gli incendi in cui due ragazzi del Mali sono morti carbonizzati, Akim Djallogara, 34 anni, meccanico del Mali, tornato qui dopo che il ghetto è stato raso al suolo, sta rovistando tra le macerie. Cerca qualche piccolo oggetto personale a cui era affezionato e recupera qualche pezzo di legno e di lamiera per andare a ricostruire la sua capanna da qualche altra parte. Ci guarda e dice: «Ma quale malavita che abbia un po’ di cervello può pensare di venire qui? Se non fosse tutto così tragico, riderei».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 13/3/2017
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