Allestita a Palermo l’ultima parte del progetto “Imago Mundi” di Luciano Benetton, un atlante visivo della contemporaneità, in cui espongono rappresentanti di tutti i Paesi rivieraschi. Compresi palestinesi e curdi


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Palermo


Com’è il mare Mediterraneo visto dalla banchina del porto di Palermo? E come dev’essere, se lo si va a vedere dal porto di Napoli? E da Venezia? E se si esce dall’Italia, e si va a Marsiglia o a Barcellona? E ancora, com’è questo mare visto da Atene, Istanbul e dai porti del Medio Oriente, oppure da Alessandria d’Egitto e da tutta la costa africana? Sempre lo stesso mare? E oltre a essere la «culla della civiltà», con annessa inflazionata metafora di «ponte» e «crocevia» tra i popoli e le culture e «corridoio» per gli scambi commerciali, può essere ancora considerato il Mare Nostrum? Ma poi, nostrum di chi, se questa dei Romani era una definizione per dire che il Mediterraneo era il loro lago, come nel XVIII secolo lo fu degli inglesi?
La lezione di Fernand Braudel è sempre valida. «L’universo mediterraneo – ha scritto il grande storico francese – ha vissuto per lungo tempo suddiviso in spazi autonomi, mal collegati. Tutto il mondo attuale è molto più unito nelle sue diverse parti di quanto lo fosse il Mediterraneo ai tempi di Pericle. E’ una verità che non bisogna mai perdere di vista: esistono dieci, venti, cento Mediterranei, e ognuno di essi è a sua volta suddiviso». Questa affermazione, tutt’ora necessaria per capire che cos’è oggi il Mediterraneo, diventa ancora più illuminante se integrata con il giudizio di Giuseppe De Rita, presidente del Censis (istituto che nel 2010 svolse per la Fondazione Roma-Mediterraneo una interessante ricerca intitolata Il Mediterraneo visto dagli italiani), secondo il quale il Mediterraneo è anche «un oggetto che negli ultimi decenni ci sta cambiando tra le mani», «uno spazio, non più un luogo, che viene attraversato, mangiato, evitato, e sul quale si prendono decisioni che provengono da fuori, come le decisioni americane o la presenza americana nella lotta arabo-israeliana, o come tutta la tematica dell’Europa moderna incentrata sull’energia, che si gioca sugli oleodotti, i gasdotti, Europa Centrale e Russia».
Ecco dunque che torna la domanda. In quale Mediterraneo viviamo? La risposta è che non lo sappiamo, semplicemente perché non conosciamo bene questo mare, non ne abbiamo un racconto fedele e aggiornato. Tutt’al più sappiamo cosa non è, ma definirlo in positivo è difficile, arduo. Di certo, non è il melting pot che caratterizza l’America, perché nel Mediterraneo non ci sono solo «diversità» da tenere assieme, ma ci sono identità, culture profonde, antichissime e sofisticate. E non è nemmeno una casa comune, sia perché camere da letto, servizi e cucina non sono in comune, sia perché ognuno considera gelosamente nostrum, cioè propria, la fetta di mare dalla quale è bagnato. Allora, dove siamo? Più probabilmente e più correttamente ci troviamo in un condominio, in cui dobbiamo convivere con gli altri inquilini, cercando di capire al più presto se il condominio-Mediterraneo possa garantire la convivenza serena o quanto meno la non aggressione tra i diversi Mediterranei che contiene.
Qui ci fermiamo un momento e torniamo sulla banchina del porto di Palermo. Dove incontriamo Luciano Benetton, che da quando ha lasciato la guida dell’impresa da lui fondata si dedica, dice, «a ciò che più mi apre la mente sul mondo, come per esempio l’arte», e ci accompagna ai Cantieri culturali della Zisa (al-Aziza, la Splendida), a due passi dall’omonimo castello arabo-normanno, patrimonio Unesco.
I Cantieri, in una città pur sempre affascinante nonostante gli sfregi del passato e l’incuria del presente, sono una effervescente cittadella di capannoni industriali ristrutturati e in via di recupero, che ospitano l’Accademia di Belle Arti e il Centro sperimentale di cinematografia e dove sorgerà anche un Laboratorio di fotografia. In uno di questi padiglioni, Luciano Benetton ha fatto allestire la mostra Rotte mediterranee. Un inedito ritratto creativo di un mare e delle sue genti. Si tratta dell’ultima parte del più ampio progetto Imago Mundi, la creazione di un atlante mondiale dell’arte visiva, che ha già coinvolto 20 mila artisti appartenenti a 120 tra nazioni, regioni e popoli dei cinque continenti e che a Palermo ha portato i racconti per immagini di tremila artisti provenienti dai 19 Paesi bagnati dal Mediterraneo, che nella mostra sono giustamente 21 perché c’è la Palestina e ci sono anche i curdi.
«Non sono un critico d’arte – dice Luciano Benetton -, ma un viaggiatore come Marco Polo, che ha verso i popoli e le culture la curiosità che Carlo Linneo aveva per la natura e gli organismi viventi. Non so quanto valgano artisticamente queste opere. Lo diranno gli esperti. A me interessava mettere assieme i giovani esordienti e i nomi affermati di tutti i Paesi del Mediterraneo, ma in maniera democratica, anzi direi egualitaria, affinché tutti i punti di vista fossero rispettati e tutti gli artisti potessero esprimersi in totale libertà». L’idea egualitaria si è tradotta anche in uno spazio uguale per ogni dipinto, tutte tele di 10 x 12 centimetri, esposte in contenitori mobili – disegnati dall’architetto Tobia Scarpa – che si aprono e si richiudono come i fogli di un quaderno e vengono infilati come pannelli in casse di legno per migrare altrove. Delle 21 collezioni di Palermo, sette, a maggio prossimo, saranno nella ex Jugoslavia e includeranno anche la Serbia, la Macedonia e il Kosovo, che non si affacciano sul Mediterraneo, e la Bosnia (20 chilometri di costa). Mentre le collezioni del progetto intercontinentale sono in giro per la Cina, dove rimarranno per tutto il 2018.
Insieme con queste opere d’arte, ancora una volta migrano anche i popoli da esse raccontati, perché lo spazio mediterraneo è scenario di migrazioni da sempre, e se adesso soffre ed è in apprensione per flussi incontrollati e poco controllabili è soprattutto perché non si sente al sicuro. E’ avvelenato dalle guerre diffuse e dalla guerra per antonomasia, il conflitto tra Israele e la Palestina, che senza un accordo di pace ipotecherà ancora il futuro del Mediterraneo. E’ spaccato in due, una sponda nord che teme l’invasione e una sponda sud che spera in una vita migliore. E’ spaventato dalle tante ma ovvie differenze, che invece di essere apprezzate come una ricchezza in un condominio di gente che si rispetta e rispetta regole comuni, vengono considerate «requisiti» di altrettanti ghetti multiculturali.
E’ di tutto questo che parlano i dipinti di Rotte mediterranee. Ma non soltanto di questo. I popoli sono formati da individui. E quindi sono raccontati le emozioni, i sogni, gli umori delle persone. Dei bambini. Persino degli animali. Gli artisti hanno anche parlato delle donne e di libertà là dove non si può. Di viaggi e di partenze, dove questi sono vietati o impossibili. Di mare e di tradizioni. Di Dio e di démoni. Di amore e poesia. Di «informazione», che sembra voler togliere anziché dare importanza alla necessità di andare a vedere un luogo, e di crisi economica, quando non di povertà.
Sembra un caso, ma forse non lo è. Nelle opere in mostra a Palermo, il linguaggio e il modo di trattare i diversi temi sono più simili proprio tra coloro che dovrebbero essere più distanti e che nella realtà stentano a rivolgersi la parola, e cioè gli artisti siriani, palestinesi e israeliani. Ma non è poi così sorprendente, in una terra di tanto grande cultura. Diceva Andrea Parrot, ex direttore del Louvre: «Ogni persona civilizzata nel mondo deve ammettere di avere due patrie: quella in cui è nato e la Siria».


Carlo Vulpio, la Lettura, 26/2/2017
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