La lezione dell’imprenditore


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L’urbanistica e la cultura. Dovunque queste due parole si rivelino parole chiave, anche nella politica, là c’è Adriano Olivetti. Uomo di pensiero e di azione, Olivetti era, apparentemente, un ossimoro vivente per quel suo voler essere un grande imprenditore e un vero rivoluzionario, un dichiarato utopista e un serio pragmatico. Ma, appunto, queste contraddizioni in lui erano solo apparenti. Perché non c’è mai stato un tema, un argomento, una iniziativa economica, editoriale o politica, un periodo o un episodio della sua vita, anche quella privata, in cui Adriano Olivetti non abbia impegnato tutto se stesso per raggiungere i traguardi che aveva in mente, non soltanto per sé e per l’azienda di famiglia avviata nel 1908 dal padre Camillo, ingegnere e geniale inventore, ma anche per gli altri, per tutti gli altri, cioè per il prossimo, da intendersi proprio in senso evangelico. Perché alla fine Adriano Olivetti, di papà ebreo e madre di religione valdese, questo era, un socialista non marxista, un proudhoniano, e un cristiano del Concilio Vaticano II già prima del Concilio stesso. E questo era riuscito a essere nella sua vita: la sintesi di un socialismo umanitario e democratico e di un cristianesimo vivo e mai dogmatico.
Olivetti ha anticipato i tempi, per esempio nelle relazioni industriali, innalzando il livello di vita dei dipendenti delle sue aziende prima ancora che arrivassero le rivendicazioni sindacali, convinto della funzione sociale dell’impresa, che non poteva illudersi di prosperare sui soli profitti se contemporaneamente non si prefiggesse di far crescere l’uomo, attraverso l’istruzione, la cultura, la formazione professionale continua e l’educazione al bello e all’equilibrio tra la natura e l’intervento umano.
Un obiettivo che gli riuscì di realizzare nel suo Canavese e che con lo stesso ottimismo e la stessa tenacia tentò di replicare in altre aree d’Italia. Nel Centro e soprattutto al Sud, dove ebbe particolarmente a cuore le aree sottosviluppate, come la Basilicata e Matera, con i Sassi, il meraviglioso ma degradato insediamento trogloditico, e con le campagne tutto intorno, latifondi nei quali le idee e la pratica di Adriano Olivetti e dei suoi collaboratori – una schiera di tecnici e intellettuali di cui ci limitiamo a citare Franco Ferrarotti, Friedrich Friedmann, Ludovico Quaroni, Rocco Mazzarone, Albino e Leonardo Sacco – anticiparono e superarono le realizzazioni della Riforma agraria degli anni Cinquanta, pur tra opposizioni e sabotaggi di ogni tipo, da parte dei democristiani al governo e dei comunisti all’opposizione.
Le Edizioni di Comunità di recente hanno ristampato per la quinta volta (e già questo ha un significato) Adriano Olivetti. La biografia, di Valerio Ochetto (295 pagine, 12 euro), eccellente e minuziosa storia pubblica e privata di Adriano, che morì non ancora sessantenne il 27 febbraio 1960, per una trombosi cerebrale che lo colpì mentre era in viaggio sul direttissimo Milano-Losanna. Adriano è stato «il ragazzo di Ivrea» che fece grande l’Italia persino negli Stati Uniti del capitalismo avanzato, ma è stato anche uno di quegli uomini che tutte le epoche vorrebbero avere e che sarebbero necessari specialmente in tempi «cyber» e «panfinanziari» come i nostri. Fu la prevalenza del fattore umano, infatti, a consentire ad Adriano Olivetti di sfidare, e vincere, l’incredulità e spesso anche le ironie di quelli che di fronte alle sue «visioni» e alla sua capacità di saper guardare le cose con cinquant’anni d’anticipo, opponevano la «saggezza» di chi sta con i piedi per terra. Salvo poi riscoprirsi rinchiusi nel proprio angusto recinto e magari finire sotto quella stessa terra che doveva sorreggerli.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11/2/2017
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