Don Michele Delle Foglie, il prete della chiesa madre di Grumo Appula ha organizzato una messa a suffragio di Rocco Sollecito, il boss della mafia di origini pugliesi ucciso in Canada. Il questore: «La funzione religiosa alle 6». Il vescovo: «Grave scandalo»


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Grumo Appula (Bari)


Se un sacerdote deve prendere ordini da un questore per celebrare una Messa in suffragio di una persona, non importa se deceduta di morte naturale o ammazzata in una guerra di mafia, probabilmente si sentirà esautorato del ministero al quale ha votato la propria vita. E probabilmente reagirà nell’unico modo possibile per un prete, e cioè affermando il suo diritto a dir Messa. Ciò che ha fatto don Michele Delle Foglie, parroco di Santa Maria Assunta, la chiesa madre di Grumo Appula, 13 mila abitanti.
Don Michele, oggi pomeriggio, avrebbe voluto celebrare la Messa in suffragio del boss Rocco Sollecito, che il questore di Bari aveva vietato in giugno.
Perciò aveva fatto affiggere ai muri del paese un invito ai fedeli a partecipare al culto.
«Questo funerale s’ha da fare», promise don Michele a se stesso e ai parenti del defunto sei mesi fa, dopo che gli fu notificato un provvedimento con il quale il questore di Bari, Carmine Esposito, gli imponeva di celebrare quella Messa alle sei del mattino e non alle sette di sera, secondo il calendario liturgico. Rocco Sollecito, 62 anni, originario di queste parti e ritenuto un pericoloso boss, è stato ucciso il 28 maggio scorso in Canada, in un agguato inquadrabile in una guerra tra mafia e ‘ndrangheta.
Uno dei figli di Sollecito, Franco, tornato al paese, chiese a don Michele di celebrare una Messa in suffragio del padre. E il parroco fissò la funzione in una delle Messe serali di giugno, il 19 per la precisione, giorno del trigesimo della morte di Sollecito. Ma subito in paese è circolata voce che si volessero fare dei funerali «in pompa magna» per il boss e che la data era stata già fissata per il 6 luglio. A quel punto, ecco il provvedimento del questore che ordinava di spostare quella Messa alle sei del mattino. Ragioni di ordine pubblico, o forse timore di un «caso Casamonica due».
Don Michele si offende, anzi si arrabbia, e scrive al vescovo e allo stesso questore. «Non ho più celebrato alcuna Messa in suffragio – dice il parroco -, né alle sei del mattino, né alla sera. E poi, le Messe in suffragio non onorano, ma ricordano. Tutti i peccatori ne hanno diritto». D’altronde, nella teologia cattolica, il suffragio è pregare per i defunti «per ottenere da Dio la remissione della pena loro inflitta in sconto dei peccati commessi durante la vita terrena» (Devoto-Oli). Ma i manifesti con l’invito ai fedeli, in cui scrive di essere «spiritualmente unito ai famigliari residenti in Canada», forse don Michele poteva evitarli. Il parroco sorride: «E in quale altro modo posso sentirmi unito ai famigliari di una persona defunta? – dice – Il punto vero è un altro: come, quando e dove celebrare una Messa può deciderlo soltanto il sacerdote. E Rocco Sollecito, per me, è un morto come tutti gli altri, ora al cospetto di Dio».
Per il questore evidentemente non è così. E, suffragio o no, ieri sera ha emesso un altro provvedimento, uguale al primo: quella Messa va celebrata alle sei del mattino. E dopo il questore, ecco anche l’arcivescovo, Francesco Cacucci. Che se la prende con don Michele per «lo scandalo» suscitato dalla sua iniziativa di far affiggere i manifesti. Ma il suffragio? «S’ha da fare» o no? La questione, teologica e dottrinaria, difficilmente potrà essere risolta da ammende e scomuniche.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27/12/2016
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