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Taranto


Segni particolari: lo chignon. Tutte, hanno i capelli tirati e raccolti dietro la nuca, in una crocchia. E’ l’acconciatura di ordinanza per le donne delle Forze armate, d’accordo. Ma lo chignon, le donne lo usano per sottolineare la propria eleganza in occasione di cerimonie importanti, oppure come misura di emergenza, pratica e veloce, quando non hanno potuto lavare i capelli. E poiché loro, le prime donne sommergibiliste della Marina militare italiana – cinque le incontriamo nella base dell’Arsenale di Taranto, le altre due sono impegnate in mare, anzi sotto – mostrano capelli curati, è facile immaginare che abbiano accolto di buon grado l’idea dello chignon. Elegante, femminile, ma anche pratico e «militare».


L’ultimo fortilizio maschile
Diciamolo subito, le sette ragazze (la più «anziana» ha 28 anni), sono state accolte come una benedizione dai militari uomini. Ma non nel modo in cui qualche facile battuta «da caserma», appunto, potrebbe far pensare, bensì nel modo in cui meno ci si aspetterebbe: «Ingentiliscono le forze armate – dicono alcuni marinai di lungo corso, di cui ovviamente non facciamo i nomi -. Che non significa renderle meno militari, ma meno rozze e meno monomaniacali sì, perché la presenza delle donne tra i propri ranghi rende gli uomini più attenti e li costringe a essere più gentili». Fosse soltanto questo il risultato dell’ingresso di personale femminile nella flotta sommergibili, l’ultimo fortilizio maschile, ce ne sarebbe da far contenti sia il capitano di vascello Stefano Russo – al comando dei sommergibilisti e quindi anche delle sette ragazze -, sia il ministro Roberta Pinotti, che di quest’ultima conquista ha fatto un punto d’onore, forse anche perché è la prima donna alla guida del ministero della Difesa della storia repubblicana.
Invece, le sottotenenti di vascello Erika Benemerito, 26 anni, di Napoli, ed Elena Varagnolo, 25, di Chioggia (Venezia); la radarista, capo di terza classe Domenica Ruggiero, 27, di Bari, e il sottocapo elettricista Valeria Fedele, 26, di Brindisi; e ancora, il sottotenente di vascello, ingegnere navale Iole Boccia, 28 anni, napoletana, e le due «aspiranti sommergibiliste» (stanno per concludere il corso trimestrale) Martina Petrucci, 24 anni, di Camaiore (Lucca) e Francesca De Filippis, 23, di Lecce, sono già una squadra affiatata, efficiente, che sembra perfettamente integrata con i colleghi a terra (200) e con quelli (30) che di volta in volta formano l’equipaggio di un sommergibile U212 (i nuovi, perché sui vecchi «Nazario Sauro», che andrebbero tutti dismessi e sostituiti, ci si sta anche in 55).


Ingegnere navale
Tutte, manco a dirlo, sono unite e compatte nella dichiarazione che più sta loro a cuore: «Non ci sono incompatibilità tra questo lavoro e l’essere donna. E’ una scelta di vita. Come gli altri, anche noi siamo prima di tutto militari». Tutte, e si vede, vengono dall’Accademia o dalla Scuola della Marina. Tutte, e si vede anche questo, hanno prima frequentato buone scuole superiori, i licei classico, scientifico, linguistico, biologico e, solo in un caso, la Petrucci, il prestigioso istituto nautico di Viareggio. E tutte, infine, sono consapevoli che «nella Marina, il sommergibile è un’eccellenza», come dice Iole Boccia, la prima ingegnere navale donna, una figura che, quando è dentro a un sottomarino, viene chiamata «direttore», perché «è dalle sue indicazioni tecniche che dipendono le decisioni che prende il comandante del sommergibile», spiegano il tenente di vascello Carlo Faggiana e il comandante del sommergibile «Todaro», Giorgio Marini Bettolo.


“Perché nei sottomarini noi no?”
In principio, fu l’ostinazione di Erika Benemerito ad aprire la strada verso l’inclusione delle donne nella flotta sommergibili. Al terzo anno di accademia, nel 2012, Erika cominciò a martellare i vertici con la domanda più semplice e più imbarazzante: «Perché nei sottomarini noi no?». La presero tre anni dopo, forse per stanchezza – scherzano i suoi colleghi -, ma dopo di lei arrivarono le altre, e fu subito chiaro che sarebbe stato un buon affare. Test fisici e psicologici prima di essere avviate al corso di tre mesi con esame finale non hanno scoraggiato nessuna di queste ragazze. Che non si sono trovate in imbarazzo nemmeno quando hanno dovuto condividere cucina, docce e brande a bordo del sottomarino, in spazi angusti e per missioni che durano almeno un mese. «L’unica vera regola per stare sulla stessa barca quando si hanno esigenze diverse – dicono – è il buon senso. Un esempio è la doccia. Ci si va vestiti, non in accappatoio».
Le motivazioni, come sempre, sono le più diverse. Il mistero degli abissi marini, la maggiore sicurezza che si avverte stando sott’acqua, la sfida di governare un mezzo di cui si sa poco più di quanto si è potuto leggere nei romanzi di Jules Verne, ma anche l’idea molto concreta di avere un lavoro, in cui però c’è spazio per l’avventura, per la solidarietà (quanti naufragi di disperati evitati grazie al pattugliamento dei sottomarini) e perché no, anche per dire: cari uomini, possiamo farlo anche noi.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5/10/2016
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