Una mostra a cura di Vittorio Sgarbi a Loreto (Ancona)


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Sette secoli di Maria Maddalena attraverso cinquantaquattro opere in mostra a Loreto (Ancona) – dalla Santa Maria Maddalena di Simone Martini a La Maddalena di Ottavio Mazzonis, che è del 1986 – per capire chi era, chi è, questa donna e perché ha affascinato così tanti artisti e continui a far parlare di sé anche oggi. Soprattutto dopo il decreto della Congregazione del culto divino, che tre mesi fa, su impulso di papa Francesco, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha individuato nel 22 luglio il giorno in cui d’ora in avanti la commemorazione di Maria Maddalena non sarà più un giorno in sua memoria, ma un giorno di «festa». E poiché nel cattolicesimo la «festa» è riservata ai santi, si potrà ben chiamare «santa» proprio «quella» Maria Maddalena, la ex prostituta, che Tommaso d’Aquino aveva definito «la apostola degli apostoli» e Gregorio Magno «la peccatrice perfetta e assoluta, che diviene discepola di Cristo», come scrive Antonio D’Amico nel saggio tanto breve quanto efficace che accompagna la mostra ideata e curata da Vittorio Sgarbi.
Ecco, la mostra, che s’intitola La Maddalena, tra peccato e penitenza, ha due grandi meriti. Il primo è di avere scelto come protagonista assoluta Maddalena, che è figura controversa, imbarazzante, difficile da immaginare come prototipo della donna angelicata, quali sono quasi tutte le altre sante e le madonne rappresentate nell’arte. Il secondo, ma non per ordine di importanza, è di avere raccolto – da artisti così diversi tra loro, e da epoche così differenti – una tale varietà di Maddalene da legittimarle tutte. Quelle «ammesse», raccontate dai Vangeli canonici, e quelle «non ammesse» dei Vangeli apocrifi.
Tra le ultime merita di essere ricordata la Maria di Magdala de Il Vangelo secondo Gesù Cristo, del Nobel portoghese José Saramago, un libro che quando venne pubblicato, vent’anni fa, venne duramente attaccato dalla Chiesa come sacrilego e blasfemo. E che invece sembra essere il sottotesto della mostra di Loreto, in cui la donna «passata dai falsi amori all’amore di Gesù», ma in tutti i sensi (Saramago), non è mai la stessa. Carlo Crivelli, veneziano, nella seconda metà del Quattrocento la ritrae come una maliziosa ed elegante cortigiana nel Polittico di Montefiore dell’Aso. Mentre il ferrarese Ercole de’ Roberti, alla fine dello stesso secolo, fa esplodere in lacrime la sua Maddalena piangente, il cui «verismo» ricorda le Maddalene disperate e «urlanti», in terracotta, dei Compianti sul Cristo morto di Guido Mazzoni e di Nicolò dell’Arca. Le lacrime che il pisano Orazio Gentileschi fa versare, nella prima metà del Seicento, alla sua Santa Maria Maddalena penitente, invece, sono di tutt’altro tipo rispetto a quelle che, causa uno stato di estasi, imperlano gli occhi della Maddalena in estasi e un angelo, dipinta dall’austriaco Ignazio Stern, detto Stella, nel 1725.
E si potrebbe continuare, con il Noli me tangere di Gregorio de Ferrari, che mette in scena il Cristo risorto che appare alla Maddalena – è lei la prima persona a cui Gesù si manifesta, chiamandola per nome: «Maria!» – e le dice di non avvicinarsi, di non toccarlo, perché non è ancora asceso al Cielo, o con la Cena in casa di Simone Fariseo, di Benedetto Luti, in cui gli occhi di Gesù sono tutti per lei, inginocchiata nel tentativo di raccogliere un vasetto che è caduto e preoccupata per il prezioso contenuto – forse un unguento per Gesù – che si è versato. E poi ancora, Cenni di Francesco, Guido Reni, Guido Carracci, Mattia Preti, Tintoretto, Antonio Cavallucci, Antonio Canova… Chi era dunque la Maddalena? Maria di Magdala o Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro? O entrambe? O nessuna delle due? Di sicuro, era molto bella.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 16 settembre 2016
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