La mostra / Fino al 25 settembre l’Istituto del Mondo Arabo di Parigi ospita l’esibizione “Giardini d’Oriente. Dall’Alhambra al Taj Mahal”. La mostra si concentra sull’arte dei giardini arabi, dal Maghreb al Medio Oriente fino all’Impero Moghul (www.imarabe.org)


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Parigi


L’acqua, non basta averla a portata di mano, non basta sapere dov’è. Bisogna ingegnarsi a trovare il sistema per utilizzarla e, soprattutto dove scarseggia, quel sistema dev’essere il migliore possibile, affinché non se ne sprechi una goccia.
Il verde, dalle oasi del deserto ai grandi giardini – quelli delle dimore regali e quelli pubblici – non è l’antitesi delle città, ma è, al contrario, proprio il frutto della civilizzazione urbana: le prime oasi in Mesopotamia, seimila anni fa, furono la risposta degli uomini a un cambiamento climatico, e nel Neolitico, circa tremila anni fa, il passaggio dal nomadismo alla stanzialità significò invenzione di pratiche e tecniche agricole, domesticazione e selezione di piante e animali.
Acqua e piante, dunque. Cioè, giardini. Da non intendersi però soltanto come i luoghi dell’agricoltura, frutto della spinta alla sopravvivenza. Con l’acqua e l’ingegno umano, infatti, i giardini sono subito diventati mete di ristoro psicofisico e momenti di piacere estetico. In due parole, espressione del «superfluo». Una categoria, questa, a cui appartengono anche l’arte e il lusso, che tuttavia, come i meravigliosi giardini progettati, disegnati e realizzati dall’uomo, sono tra i fondamentali attributi della vita urbana. E questo vale non solo per il Mediterraneo, ma dall’Atlantico all’Indo, cioè per quell’area del pianeta in cui si è affermato il modello del «giardino orientale», che dalle condizioni estreme di ostilità ambientale (le prime oasi del deserto) è poi diventato sinonimo di «paradiso» e paradigma di atemporalità e universalità.
E’ questa la tesi – illustrata in maniera eccellente attraverso dipinti, disegni, documenti, sculture, proiezioni di brevi filmati, ricostruzioni in miniatura di meccanismi idraulici e riproduzione di «pezzi» di veri giardini su un’area di duemila metri – alla base della mostra «Giardini d’Oriente. Dall’Alhambra al Taj Mahal», allestita all’interno e sul sagrato dell’Istituto del Mondo Arabo, a Parigi, di cui è presidente Jack Lang, più volte ministro della Cultura e dell’Educazione nazionale della Repubblica francese.
Perché proprio dalla penisola iberica al subcontinente indiano? E perché questi giardini parlano soprattutto «arabo»? E infine, perché una mostra come questa, perché parlare di giardini in un’era di metropoli tentacolari e abitazioni concepite come loculi per morti viventi? «Perché i giardini – è la risposta di Michel Péna all’ultima domanda – sono un aiuto immenso per chi si è perduto nel deserto urbano contemporaneo». Michel Péna è uno degli architetti paesaggisti chiamati da Lang a collaborare alla mostra di Parigi, ma soprattutto è uno che ha tradotto in pratica ciò che predica: proprio nella Nizza colpita al cuore il 14 luglio, Péna, tre anni fa, ha trasformato la Promenade du Paillon in una «colata di verde» di dodici ettari, una grande arteria verde con varietà botaniche di tutti i continenti che collega il Museo d’arte moderna e contemporanea e il Teatro nazionale di Nizza al mare.
L’esempio di Nizza è perfetto per comprendere un altro dei concetti fondamentali di questa mostra, e cioè che «i giardini formano un tutt’uno con l’architettura». Oggi come tremila anni fa nell’Egitto dei Faraoni, così nei regni degli Assiri e dei Babilonesi – tra VIII e VI secolo prima di Cristo -, e poi nella Persia di Ciro il Grande, nell’impero ellenistico di Alessandro Magno e nell’India dei Moghol, tra XVI e XIX secolo, dove il Taj Mahal è solo uno dei più noti esempi di giardini che ripropongono le stesse forme geometriche persiane. Né si possono dimenticare i Romani – il primo giardino pubblico urbano fu quello di Pompei nel 55 avanti Cristo – e i Bizantini. E, come dicevamo, gli Arabi, che adottarono le forme geometriche dei giardini persiani, la «intimità» delle ville romane e le decorazioni con la tecnica del mosaico bizantino. Ma tenendo sempre a mente la lezione babilonese, secondo la quale «i giardini sono l’orgoglio della città».
Dopo l’avvento dell’Islam, nel VII secolo, i giardini «superflui» saranno tutti di marca arabo-musulmana, «perché arabo-musulmano è il periodo d’oro della scienza idraulica, tra IX e XI secolo, che ha comportato una rivoluzione scientifica, urbanistica e artistica, e ci ha lasciato in eredità tutta una scienza dei canali, con la sua casistica e le sue soluzioni concrete, le sue regole e i suoi calcoli precisi», dice un altro dei collaboratori della mostra, Mohammed El Faïz, storico dell’agronomia e dei giardini arabi e docente all’Università Cadi Ayyad di Marrakech, in Marocco.
Ma il «giardino orientale» associato al «paradiso», anzi identificato con esso, è un’idea ben più antica dell’Islam. Quando il Corano accorderà un posto centrale al giardino e lo accosterà al paradiso – vale a dire al luogo di piaceri e di delizie promesso ai devoti, dove scorrono «ruscelli puri di acqua, latte, miele e vino» – non farà altro che riprendere il modello della Bibbia, cioè il giardino dell’Eden, in cui scorrono appunto acqua, latte, miele e vino puri, e il modello del giardino quadripartito persiano (ovvero il giardino geometrico diviso in quattro parti uguali), il cui primo esempio, a Pasargade, risale a duemilacinquecento anni fa. E infatti, il termine greco paradeios deriva dal persiano pairidaeza e significa «chiuso». Quindi l’archetipo dei giardini orientali è sempre un paradiso, cioè uno spazio chiuso. Si tratti dell’Eden in cui Dio mise l’uomo e lo lasciò libero di scegliere tra l’albero della vita e l’albero della conoscenza, o del paradiso promesso dal Corano, o delle paradisiache ville d’ozio romane, oppure dell’hortus conclusus delle abbazie medioevali, o dei giardini arabi da Mille e una notte, di cui quello ispano-moresco dell’Alhambra, a Granada, è solo uno degli splendidi esempi possibili. In realtà, i «giardini del paradiso» sono nati con l’uomo, e possono essere degli ebrei, dei cristiani, dei musulmani. Dice il paesaggista Arnaud Maurières, anch’egli tra i collaboratori della mostra: «Il paradiso è atemporale e non appartiene ad alcuna religione, è la dimora eterna in cui sperano tutti gli uomini, e i giardinieri trovano il pretesto nelle piante e nei fiori per immaginare sulla terra il sogno di un altrove».


Carlo Vulpio, la Lettura, 24/7/2016
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